I magistrati hanno dato incarico ai carabinieri di verificare la fondatezza delle dichiarazioni di un ex ispettore di polizia che in un’intervista televisiva ha detto di aver incontrato il fisico a Buenos Aires, in Argentina
La procura di Roma riapre il caso di Ettore Majorana, il fisico catanese scomparso nel nulla una sera del 27 marzo 1938, in occasione di un viaggio sul piroscafo che da Palermo lo avrebbe portato a Napoli. Ma nella città del Golfo, Ettore Majorana, tra i più brillanti e promettenti allievi di Enrico Fermi, non arrivò mai. A dare nuovo impulso agli inquirenti sono state le dichiarazioni di un ex ispettore di polizia che in un’intervista televisiva ha detto di aver incontrato il fisico a Buenos Aires, in Argentina, negli anni a cavallo della Guerra.
C’è un fascicolo in ‘atti relativi’ che la procura di Roma ha aperto tempo fa in relazione alla scomparsa ddello scenziato. I magistrati di piazzale Clodio hanno dato incarico ai militari di verificare la fondatezza delle dichiarazioni. La procura è in attesa di ricevere una prima informativa per capire se le parole dell’uomo siano o meno meritevoli di approfondimento. Del caso si è interessato anche il programma ‘Chi l’ha visto?’, intervistando un italiano che, emigrato in Venezuela intorno al 1955, si disse convinto di aver frequentato a lungo Majorana senza, però, che il fisico gli avesse mai svelato la verà identità.
Majorana fece parte dei ‘ragazzi di via Panisperna’, laboratorio di geni guidati da Enrico Fermi, rifiutò la cattedra alle università di Cambridge, Yale e della Carnegie Foundation. Accettò quella di Fisica teorica dell’Università di Napoli. Nel marzo 1938 il viaggio di riposo Napoli-Palermo su una nave Tirrenia. Nel capoluogo siciliano alloggiò per mezza giornata all’albergo Sole e la sera fu di nuovo sul piroscafo dove fu visto sul ponte all’altezza di Capri. Ma a Napoli non arrivò mai.
Il giovane scienziato si dileguò nel nulla. E sulla sua misteriosa scomparsa a distanza di tanto tempo è ancora giallo. Anche se in questi giorni nuovi indizi sono stati portati alla luce da Erasmo Recami, il maggiore biografo del fisico. Tormentato e geniale Majorana ebbe una vita fuori del normale. Era uno spirito libero dotato di una straordinaria vena polemica. Hanno fatto cronaca i suoi j’accuse agli insegnanti, ai quali contestava di perdersi nei dettagli dimenticando la visione d’insieme e che gli valsero il soprannome di “Grande Inquisitore”.
Era un bambino eccezionale, Ettore Majorana, nato da una delle migliori famiglie di Catania. Quarto di cinque fratelli che si distinsero tutti in qualche campo particolare: chi nella giurisprudenza, chi nell’ingegneria, chi nella musica. Uno zio, Quirino, che era un grosso nome della fisica sperimentale, un altro, Dante, rettore dell’Università di Catania. E, in generale, una famiglia in cui la cultura era di casa. Il piccolo Ettore , però, non era solo un ragazzino portato per la matematica, era un prodigio del calcolo mentale, prima, e, da grande, uno dei massimi fisici teorici.
“Da lontano appariva smilzo, con un’andatura incerta; da vicino si notavano i capelli nerissimi, la carnagione scura, le gote lievemente scavate, gli occhi nerissimi e scintillanti: nell’insieme l’aspetto di un saraceno”. Era il 1927 e l’amico Edoardo Amaldi lo ricorda così, mentre in compagnia del compagno di corso Emilio Segrè arriva al Regio Istituto di Fisica di via Panisperna, a Roma.
Tutti e tre avevano frequentavano la facoltà di Ingegneria, poi però Amaldi e Segrè si erano lasciati convincere dall’appello di Orso Mario Corbino, direttore dell’Istituto, a passare agli studi di fisica approfittando del fatto che l’astro nascente della fisica Enrico Fermi era venuto a insegnare fisica teorica a Roma. Proprio nell’Istituto diretto da Corbino.
“Il passaggio a Fisica di Majorana – scrive Amaldi – ebbe luogo al principio del 1928 dopo un colloquio con Fermi. Fermi lavorava allora al modello statistico dell’atomo e il discorso con Majorana cadde subito sulle ricerche in corso nell’Istituto. Gli espose rapidamente le linee generali del modello. Majorana ascoltò con interesse, poi se ne andò senza manifestare i suoi pensieri. Il giorno dopo si presentò di nuovo all’Istituto, entrò diretto nello studio di Fermi e gli chiese, senza alcun preambolo, di vedere la tabella che gli era stata posta sotto gli occhi per pochi istanti il giorno prima. Avutala in mano, estrasse dalla tasca un fogliolino su cui era scritta un’analoga tabella da lui calcolata a casa nelle ultime ventiquattro ore. Confrontò le due tabelle e, constatato che erano in pieno accordo tra loro, disse che la tabella di Fermi andava bene”.
Majorana aveva risolto a mano e in un giorno il problema a cui Fermi stava lavorando da una settimana. Un’episodio che da solo basta a raccontare l’Ettore genio e al tempo stesso l’Ettore uomo. In grado di gareggiare con Fermi non solo in fisica teorica, ma di batterlo senza problemi in matematica. Nel luglio del 1926 venne la laurea, con il massimo dei voti e con una tesi sulla meccanica dei nuclei radiottivi.
Poi gli studi sui lavori di Dirac, Heisenberg, Wigner, nel 1932 la libera docenza in fisica teorica e nel 1937, per meriti speciali, il trasferimento presso l’Università di Napoli. Ettore Majorana fu senza dubbio un outsider, una persona forse eccentrica, ma nel ricordo del nipote Fabio “allegra e serena”. Poi quella serenità che anche Amaldi rammenta nelle riunioni prima di sera alla Casina delle Rose di Villa Borghese, quando “sorseggiando una bibita o mangiando un gelato si discuteva della preparazione degli esami o degli ultimi esami sostenuti”, svanì.
Scomparve dopo un viaggio in Germania dove si era recato per motivi di studio. Al suo posto un’immagine cupa e solitaria. Ettore si rifugiò in casa, isolandosi, e respingendo anche la posta. Si racconta che di suo pugno scrivesse sulle buste delle lettere: “Si respinge per morte del destinatario”.
Le sue tracce si perdono definitivamente sul postale che da Palermo lo avrebbe dovuto portare a Napoli. E’ 26 marzo del 1938. La famiglia indice un premio, enorme per l’epoca, per avere notizie. Ma nulla. E’ da quella data che Ettore diventerà un mito, un personaggio teatrale, letterario. Figura romantica della cultura scientifica. Un enigma nazionale cui si sono date varie soluzioni: suicidio, rapimento da parte di qualche Paese che conduceva studi atomici, crisi mistica.
Dalle indagini seguite alla scomparsa si accertò che Majorana era stato a Palermo due giorni e da lì era partito alla volta di Napoli. Un marinaio testimoniò di averlo visto in cabina mentre il piroscafo entrava nel golfo di Napoli, un altro testimoniò di averlo notato a poppa dopo Capri non molto prima dell’attracco al molo di Napoli. L’ipotesi che trovò più credito tra gli amici fu che egli si fosse buttato in mare, ma il mare non restituì mai il suo corpo. Sul caso tornò Leonardo Sciascia che sul mistero che avvolge la morte di Majorana costruì uno dei suoi romanzi, andando oltre la cronaca e scavando dentro l’anima dell’uomo.
“La scomparsa di Majorana ” uscì nel 1975, e in esso Sciascia sceglie la libertà di prestar fede all’ipotesi del ritiro assoluto, del silenzio da parte del giovane fisico, piuttosto che credere alle altri banali soluzioni, compresa quella del suicidio. Majorana , secondo l’ipotesi dello scrittore, potrebbe aver calcolato la potenza dell’energia atomica qualche mese prima che l’avvenuta scissione dell’atomo fosse resa nota e ne giustificasse l’immaginazione. Il presagio di un orrore imminente potrebbe aver angosciato la sua coscienza in un conflitto interiore che l’avrebbe indotto a scomparire. Pertanto la sua scomparsa non sarebbe altro che il rifiuto dello scienziato, non l’oscura disperazione di un nevrotico.
E se le forze dell’ordine tornano in campo sulle tracce dello scienziato più misterioso del ’900, i fisici di tutto il mondo non hanno mai smesso di indagare sulle teorie proposte da Majorana, talmente precorritrici dei tempi che solo oggi si comincia a capirle. Majorana ha scritto cose geniali, la cui importanza si è compresa solo a distanza di tempo”, osserva il fisico Carlo Cosmelli, dell’università di Roma La Sapienza. “Stiamo rileggendo il suo lavoro del 1932, che contiene passaggi ancora difficili da afferrare”, dice il fisico Antonio Masiero, direttore della sezione di Padova dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). Non poteva che essere avvolta nel mistero, infatti, la particella dalle proprietà stranissime descritta da Majorana, capace di essere se stesso e contemporaneamente il suo opposto nell’antimateria. I fisici lo chiamano “neutrino di Majorana” e nei Laboratori dell’Infn del Gran Sasso è in corso un esperimento per scoprire il suo segreto.
ROMA — Dieci punti «coincidenti» e una «compatibilità ereditaria» . È stato questo a convincere i magistrati romani a riaprire l’inchiesta sulla scomparsa di Ettore Majorana. A rispolverare, due mesi fa, quel fascicolo vecchio di 73 anni. Perché la sorte del geniale fisico catanese sparito il 25 marzo del 1938, è un mistero che sembra non avere fine. Ipotesi e suggestioni non sono mai state sufficienti a chiarire se davvero possa essere morto suicida gettandosi dal postale sul quale si era imbarcato a Palermo con destinazione Napoli o se invece abbia deciso di far perdere le proprie tracce alimentando così il suo mito e la leggenda sulla sua figura.
I TENTATIVI - Ci hanno provato storici, giornalisti, scrittori del calibro di Leonardo Sciascia a indagare su questo giallo, a cercare una strada per arrivare alla verità. E tre anni fa è bastata la consegna di una foto scattata in Argentina nel 1955 per tracciare un nuovo percorso da seguire. Ora si scopre che in realtà quella fotografia potrebbe davvero dare una svolta alla nuova indagine condotta dal procuratore aggiunto di Roma Pierfilippo Laviani, determinato a tentare ogni possibilità pur di afferrare la traccia giusta.
I NUOVI INDIZI - I rilievi effettuati dai carabinieri del Ris di Roma hanno infatti fornito «dieci coincidenze» tra l’immagine acquisita tre anni fa e quelle del fisico siciliano. Ma soprattutto hanno verificato una «compatibilità» tra l’uomo ritratto in quella istantanea e suo padre Fabio Massimo, evidenziando «la trasmissione ereditaria». Indizi indispensabili per decidere di andare avanti e disporre accertamenti in Sudamerica, lì dove Majorana potrebbe aver deciso di nascondersi e di costruirsi una nuova identità. Verifiche per scoprire se proprio dall’altra parte del mondo possa esserci la sua tomba.
LA TESTIMONIANZA - Comincia tutto nel 2008 quando un uomo telefona alla trasmissione di Raitre Chi l’ha visto? e dice di essere convinto di aver frequentato Majorana, anche se lui ha sempre detto di chiamarsi signor Bini. La sua testimonianza è riportata sul sito internet del programma: «Sono partito per il Venezuela perché non andavo d’accordo con mio padre, era l’aprile del 1955. Arrivato a Caracas, sono andato a Valencia con Ciro, un mio amico siciliano, che mi presentò un certo Bini. Ho collegato Bini e Majorana grazie al signor Carlo, un argentino. Mi disse: «Ma lo sai chi è quello? Quello è uno scienziato. Quello ha una capoccia grande che tu neanche ti immagini. Quello è il signor Majorana». Si erano conosciuti in Argentina. Era di media altezza, con i capelli bianchi, pochi e ondulati. Capelli bianchi di chi aveva avuto i capelli neri. E si vedeva dal fatto che portava sempre l’orologio sopra la camicia e per lavarsi le mani si apriva le maniche della camicia e aveva i peli neri. Era timido, preferiva stare in silenzio e se lo invitavi al night non veniva. Poteva avere sui 50 -55 anni. Parlava romano ma si vedeva che non era romano. Si vedeva anche che era una persona colta. Sembrava un principe. Io certe volte gli dicevo: «Ma che cavolo campi a fa. Ti vedo sempre triste». Lui diceva che lavorava, andavamo a mangiare, poi stava 10-15 giorni senza farsi sentire. Aveva una macchina gialla una Studebacker. Pagava solo la benzina, altrimenti sembrava che non avesse mai una lira. Ogni tanto gli dicevo: «Ci tieni tanto alla tua macchina e c’hai tutta sta carta». Erano fogli con numeri e virgole, sbarramenti. Lui non voleva mai farsi fotografare e siccome dovevo prestargli 150 bolivar gli ho fatto una specie di ricatto, in cambio gli ho chiesto di farsi fare una foto con me per mandarla alla mia famiglia. Era più basso di me. Quando ho trovato la foto ho deciso di parlare, sennò era inutile che dicevo che avevo conosciuto Majorana».
LA RIAPERTURA DEL CASO - Quella foto è stata portata nei laboratori dell’Arma e sottoposta a decine di comparazioni. I primi raffronti sono stati effettuati con l’immagine comparsa sui cartelloni poco dopo la sparizione. Occhi, naso, bocca, orecchie, fronte, mento: ogni altezza e larghezza è stata analizzata. E il risultato è apparso sorprendente agli specialisti guidati dal colonnello Luigi Ripani. Perché la linea del naso, che fa un piccola curva verso sinistra, appare identica, così come la parte alta del padiglione auricolare che piega leggermente verso l’interno. Il «signor Bini» ha i capelli bianchi e nell’immagine scattata mostra un’età vicina ai 50 anni. Majorana al momento della sparizione ne aveva 31 ed era castano scuro, ma anche l’invecchiamento effettuato al computer ha fornito elementi positivi. Indizi che nella relazione consegnata ai magistrati consentono di «non poter escludere che il soggetto sia proprio Majorana». Quanto bastava per decidere di andare oltre e confrontare la foto consegnata dal testimone e quelle del padre Fabio Massimo, ma anche del fratello Luciano forse il più somigliante ad Ettore.
LE CONCLUSIONI DEL RIS - Ed è stato proprio questo lavoro a fornire ai magistrati il tassello per decidere di affidare ai carabinieri verifiche ulteriori in Argentina e Venezuela. Scrivono infatti gli specialisti del Ris: «Dalle sovrapposizioni sono emerse similitudini somatiche compatibili con la trasmissione ereditaria padre-figlio». Il «signor Bini» potrebbe dunque essere proprio Majorana. Il fisico potrebbe effettivamente aver deciso di costruirsi una nuova vita in Sudamerica sfuggendo alla notorietà ma continuando a svolgere i suoi studi. Riuscire a rintracciare la sua tomba a distanza di così tanti anni non appare impresa facile. Ma con i risultati già raggiunti i magistrati romani hanno ritenuto che valga comunque la pena di tentare.
Un’assurdità ritenere Majorana un nazista
di Rino Di Stefano
“Pensare che Ettore Majorana possa essere stato un nazista, e che addirittura si fosse rifugiato in Germania dopo la sua sparizione nel marzo del ’38 per collaborare con Hitler, è semplicemente un’assurdità. A parte il fatto che non esiste alcuna prova attendibile a riguardo, dire una cosa del genere significa non sapere nulla della dimensione umana e spirituale di questo nostro grande e misterioso fisico. Significa ignorare la sua sensibilità, i suoi dubbi, il suo innato senso dell’umorismo. No, Ettore Majorana non era un nazista”.
Per il professor Erasmo Recami, docente di Fisica e Struttura della Materia presso l’Università Statale di Bergamo, conosciuto in tutto il mondo come biografo di Ettore Majorana, non ci sono possibilità di dubbio: l’ipotesi di un Majorana nazista non sarebbe altro che una delle tante leggende metropolitane che da decenni circolano sul grande scienziato. Del resto il suo libro “Il caso Majorana”, pubblicato per la prima volta nel 1986 con Mondadori e ormai giunto alla sesta edizione con Di Renzo Editore, è considerato da tutti gli studiosi l’opera più completa e più documentata sul fisico siciliano scomparso nel nulla la fredda mattina di venerdì 25 marzo 1938, all’età di 31 anni, nel porto di Napoli.
Professor Recami, chi era dunque Ettore Majorana?
“Majorana, nato a Catania il 5 agosto 1906, era una delle menti più brillanti della scienza italiana. Enrico Fermi, che aveva conosciuto tutti i maggiori scienziati del suo tempo, compreso Einstein, lo considerava uno dei più forti ingegni del nostro tempo e la promessa di ulteriori conquiste. Un genio all’altezza di Newton e Galileo. Non c’è alcun dubbio che, se avesse continuato la sua attività di professore all’Università di Napoli, oggi in Italia avremmo una delle Scuole di Fisica più celebrate del mondo”.
Come era il suo carattere?
“Aveva un temperamento allegro e gioviale. La sorella Maria lo ricordava come una persona molto buona e di elevato spessore culturale. Due esempi possono spiegare meglio di qualunque discorso l’indole di Ettore. Il primo, quando, senza saper guidare e privo di patente, prese l’auto del padre finendo poi contro un muro. Una cicatrice su una mano gli restò come ricordo di quella sciocchezza. Il secondo è quando, per aiutare un suo amico, si presentò al posto suo per dare un esame di matematica all’università. Inoltre era una persona estremamente sensibile, come possono dimostrare diverse lettere di persone che lo conoscevano. Una di queste era il professor Gilberto Bernardini che, ricordando Majorana, in una lettera dell’8 settembre 1987 scriveva che di lui aveva ‘ancora viva l’impressione di un’intelligenza che mi stupiva perché andava oltre la mia capacità di poter capire. Mi hanno anche ricordato una sensibilità umana non celata da un disincantato umorismo’. Persino un esame grafologico, compiuto dal dottor Gianni Sansoni sulle sue lettere, dimostra la spiccata sensibilità umana di Majorana. ‘Posso dire – scrive Sansoni – che il Majorana doveva essere persona mite e buona, bisognosa d’affetto più che mai e penso che miglior elogio non gli si possa fare che avvicinandosi alle sue vicende con rispetto e comprensione’. Ma abbiamo anche altre testimonianze. Per esempio, quella del fisico tedesco Rufolf Peierls, che lo conobbe nel 1932, prima che Majorana partisse per la Germania. ‘Mi apparve come un fisico straordinariamente dotato – scrive Peierls da Oxford al collega Donatello Dubini, a Colonia, il 2 luglio 1984 – un poco timido, e veramente contrario al fascismo’. E si può dunque capire con quale stato d’animo si dovette iscrivere al Partito Fascista nel 1934 o 1935, altrimenti non poteva partecipare ai concorsi per ottenere una cattedra universitaria. Insomma, quella di Majorana nazista è una teoria che non sta in piedi”.
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Eppure, in una lettera che Majorana scrisse dalla Germania si intravede una certa simpatia per il nazismo…
“Ogni cosa va collocata nel giusto contesto per essere compresa e spiegata. In questo caso parliamo della lettera che Majorana scrisse alla madre il 22 gennaio 1933 dall’Institut fur Theoretische Phisik del professor Heisenberg, a Lipsia. Si trovava lì grazie ad una borsa di studio del CNR che Enrico Fermi gli aveva fatto ottenere. In effetti, in quella lettera si evince una velata simpatia per il nuovo regime nazista, del quale Majorana cerca di spiegare l’appoggio popolare ottenuto. Ma bisogna comprendere che quella era la prima volta che Majorana si trovava a vivere da solo, in un altro paese. E che il nazismo non aveva ancora la criminale connotazione che poi ha assunto. Probabilmente si era lasciato prendere dall’entusiasmo di essere ben distante dalla madre che, come è noto a tutti coloro che hanno studiato la vita di Majorana, era sempre molto possessiva e invadente verso i figli. Non dimentichiamo che veniva da una famiglia del Sud e lui era un figlio molto rispettoso. Tra l’altro voleva anche molto bene al padre, che morì subito dopo. Tanto per dirne una, la madre era solita comprare la biancheria intima dei figli, anche se erano adulti e già sposati. E poi pretendeva che la indossassero. Il giovane Majorana in una delle sue lettere arriva al punto di dire che Lipsia è una bellissima città, mentre mi risulta che a quel tempo non lo fosse affatto”.
E Majorana non si oppose mai al potere della madre?
“Una volta lo fece. Probabilmente perché non ne poteva più. Ma bisogna spiegare chi era questa donna e quale fosse il suo stile di vita. Il suo nome da nubile era Salvadora Corso, ma presto si fece chiamare Dorina. Amava la bella vita: le vacanze termali in quella che allora si chiamava Abbazia, in Slovenia; girava per le capitali europee ed era sempre in movimento. Era innamorata di Parigi e non faceva che parlarne a casa. Un bel giorno, si vede che proprio non la reggeva più, Ettore le si rivolse contro e urlò: ‘Ma basta con questa Parigi!’ Probabilmente fu quella la sua prima reazione contro la madre. Del resto, aveva accumulato per anni. Pensate che da piccolo la madre lo esibiva come un fenomeno da baraccone, in casa. Visto che era bravissimo a fare complicatissimi calcoli a mente, chiedeva ai suoi ospiti di rivolgere domande al figlio. Lui, che era timido fin da allora, si nascondeva sotto il tavolo e da lì rispondeva. Questa capacità di calcolo non lo lasciò mai. Con Fermi, per esempio, si sfidavano nel risolvere problemi matematici particolarmente difficili. Mentre Fermi utilizzava un regolo calcolatore, Majorana guardava contro il muro, che era l’analogo di stare sotto il tavolo, aspettava che Fermi finisse i suoi calcoli e poi diceva il risultato. Che, ovviamente, era sempre esatto”.
Facile immaginare che suscitasse invidie…
“Certamente. Per esempio, Emilio Segre, detto il basilisco, anche lui membro della cerchia di Fermi, diceva in giro che Majorana con le sue capacità matematiche poteva guadagnarsi da vivere esibendosi in un circo”.
La prima ipotesi che hanno fatto gli inquirenti dopo la sua scomparsa, era quella del suicidio. Lei che ne pensa?
“Non credo davvero che Majorana possa essersi ucciso. Disponiamo di tutta la sua corrispondenza prima di quel fatidico giorno del 1938. Le lettere erano tranquillissime e scritte con una grafia molto lineare, senza quelle sbavature tipiche di chi ha qualche problema nervoso. Ettore Majorana, il giorno in cui è scomparso, non era affatto agitato. Aveva preso la sua decisione e la stava attuando. Ma quale che fosse, non era quella di togliersi la vita. Non sta in piedi neanche la teoria del rapimento da parte di una potenza straniera. A quel tempo se ne fregavano dei fisici teorici, così come se ne fregano adesso. Solo dopo la bomba atomica c’è stato un movimento d’interesse verso i fisici, quando hanno visto a che cosa portavano gli studi di certi professori. Del resto, come ha ben evidenziato Leonardo Sciascia nel suo libro ‘La scomparsa di Majorana’, molte delle lettere di Majorana erano volutamente un po’ ambigue. Come se avesse voluto far credere che egli si fosse ucciso, per cui sarebbe stato inutile cercarlo. In una lettera inviata il 25 marzo 1938, e cioè il giorno prima di sparire, al collega Carrelli, per esempio, dice ‘conserverò un caro ricordo almeno fino alle undici di questa sera, e possibilmente anche dopo’. Per inciso, le undici era l’ora di partenza del traghetto che quella sera avrebbe dovuto trasportarlo da Napoli a Palermo. Insomma, questa ambiguità non era casuale”.
E allora che cosa avrebbe fatto nella realtà, secondo lei?
“Io ho ricevuto moltissime testimonianze. Qualcuno mi ha detto che sarebbe andato in Argentina, poi si sarebbe recato in Germania per poco tempo e quindi sarebbe tornato in Italia, dove si sarebbe rifugiato in un convento. Alcune di queste testimonianze sono riuscito a controllarle, altre no. Per esempio, l’ipotesi del convento, che è la più probabile, è confortata da due versioni attendibili. La prima viene da una lettera che il Rettore dell’Università di Napoli, dove Majorana aveva ottenuto una cattedra per chiara fama e meriti speciali, ha spedito alla Direzione Generale Istruzione Superiore del Ministero dell’Educazione Nazionale, ai primi di maggio del 1938. Riferendosi alla nota n. 87966 del 29 aprile 1938 del Questore di Napoli, il Rettore afferma che ‘E’ emerso soltanto che lo scomparso, pare il 12 corrente, si presentava al Convento di S. Pasquale di Portici per essere ammesso in quell’ordine religioso, ma non essendo stata accolta la sua richiesta, siallontanò per ignota destinazione’. Successivamente la polizia scoprì che Majorana si era rivolto anche ad un altro convento nei pressi di piazza del Gesù Nuovo, il Monastero di Santa Chiara dei Frati Francescani Minori, rinnovando la sua richiesta. Ma non si sa come andò a finire. Quando la famiglia si presentò per fare ricerche, un frate domandò loro. ‘Ma perché lo cercate? L’importante è che lui sia felice’. E poi c’è la pista argentina”.
Quante probabilità ci sono che Majorana si sia recato in Sud America?
“Tutto quello che posso dire è che ho avuto la testimonianza di Carlos Rivera, direttore dell’Istituto di Fisica dell’Università Cattolica di Santiago del Cile, il quale sostiene che per due volte è entrato indirettamente in contatto con una persona che si faceva chiamare Ettore Majorana e si qualificava come uno scienziato del gruppo di Fermi. Ma non è sicurissimo quanto egli dice. Secondo il suo racconto, ogni tanto Majorana si sarebbe recato a Buenos Aires dove alloggiava all’Hotel Continental. Io ho chiesto a Giulio Gratton, direttore del Dipartimento di Fisica dell’Università di Buenos Aires e figlio di Livio Gratton, noto astrofisico italiano che viveva in Argentina, di dirmi dove si trovava esattamente il Continental e lui mi ha risposto che non esisteva. Invece è l’albergo più famoso di Buenos Aires. Evidentemente non voleva far sapere nulla. Un’altra volta, sempre questo Rivera, era seduto in un ristorante e scriveva alcune formule sul tovagliolo di carta, come fanno spesso i fisici, e il cameriere gli ha detto che era la seconda persona che vedeva scrivere in quel modo. La prima, ricordava, era un certo Ettore Majorana che andava lì a mangiare. Un’altra testimonianza riguarda una certa signora Talbert, madre dell’ingegner Tullio Magliotti, la quale ha affermato che Majorana era un amico di suo figlio. Dopo aver ricevuto una telefonata del figlio, però, si è chiusa a riccio e non ha più voluto dire niente. Diversi mesi dopo la casa è stata chiusa e non si è saputo più nulla né della signora Talbert né del figlio. Un’altra pista viene dalla signora Blanda de Mora, vedova dello scrittore guatemalteco Asturias, Premio Nobel 1967 per la letteratura. La signora de Mora a Taormina, nel 1974, riferendosi a Majorana, disse: ‘A Buenos Aires lo conoscevamo in tanti: fino a che vi ho vissuto, lo incontravo a volte in casa delle sorelle Manzoni, discendenti del grande romanziere’. Tuttavia non ho mai avuto conferme certe a questo riguardo”.
E per quanto riguarda invece la presunta fuga di Majorana in Germania?
“Guardi, io ho conosciuto fisici di tutto il mondo, compreso tedeschi. I fratelli Dubini, di Colonia, hanno girato anche un documentario di due ore su Majorana, intervistando tutti i fisici tedeschi. Ebbene, nemmeno uno ha mai affermato che Majorana potesse essere stato in Germania dopo la sua scomparsa nel 1938. Questa ipotesi è realmente senza alcun fondamento scientifico”.
Eppure, di tanto in tanto, c’è sempre qualcuno che salta fuori con una nuova teoria sulla scomparsa di Majorana.
“E’ un fenomeno che si accentuato dopo il 2006, quando abbiamo celebrato i cento anni dalla nascita di Majorana. Purtroppo ci sono certi fisici, che non hanno studiato il caso come dovrebbe essere fatto, che tirano fuori ipotesi vecchie o assurde soltanto per acquisire qualche merito nel campo della fisica o nei media. Il fatto di riconoscere Majorana nella foto di uno sconosciuto che viaggiava in nave con Adolf Eichmann, è tutto dire. Nessuno, compreso la famiglia, ha mai visto una qualche rassomiglianza con Majorana. Insomma, tanto clamore per nulla”.
Nel mio elaborato ho deciso di fare un’analisi di un film (il Senso di Smilla per la neve) e di due libri – romanzo (La scomparsa di Majorana; L’ultima lezione di Randy Pausch) perché hanno suscitato il mio interesse ed attirato la mia attenzione su un argomento sempre attuale: la scienza.
Infatti, nei due scritti e nel film, l’argomento comune è la scienza, la sua importanza e il suo sviluppo e soprattutto a quali confini può portare la conoscenza dell’uomo. La relazione uomo – scienza, società – scienza è fondamentale perché mette a confronto l’importanza delle scoperte scientifiche, del loro
utilizzo e come la società si pone ad ogni traguardo raggiunto e ad ogni punto di partenza d’indagine. La caratteristica dei protagonisti del “mio oggetto di analisi” è che sono scienziati e come tali legati alla scienza di cui ne comprendono l’efficacia, la potenza ma anche il limite oltre il quale nulla può: la morte.
Prima che scienziati, Smilla, Majorana e Pausch sono uomini con i loro dubbi, le loro paure e le loro incertezze; sono dotati oltre che di una intelligenza scientifica di una intelligenza sensibile che permette loro di vedere al di là dell’orizzonte. Da uomini di scienza abili calcolatori, artefici di nuove scoperte, tenaci nei loro studi, non abbandonano i sentimenti più semplici dell’uomo comune.
La scienza ha confini illimitati e in continua estensione e se da un lato questa sua grandezza affascina dall’altro incute timore; nonostante tutto anche alla scienza è riservato un limite rappresentato dal binomio vita/morte. Il potere della scienza sembra non esaurirsi, ma l’uomo – scienziato deve porsi anche domande di tipo etico e capire dove e quando il ricorso della scienza diventa inevitabile e quando è solo per dimostrare l’onnipotenza umana.
Il Romanzo – LA SCOMPARSA DI MAJORANA
Il punto che a Majorana preme toccare nel suo parallelo tra scienza e società, è come i cambiamenti delle teorie fisiche di inizio Novecento (relatività e meccanica quantistica) presuppongano una revisione anche nell’interpretazione delle leggi statistiche sociali, che però è ancora tutta da venire.
1In proposito lui commenta: “Non esistono in natura leggi che esprimono una successione fatale di eventi; anche le leggi ultime che riguardano i fenomeni elementari (sistemi atomici) hanno carattere statistico, permettendo di stabilire soltanto la probabilità che una misura eseguita su un sistema preparato in un dato modo dia un certo risultato, e ciò qualunque siano i mezzi di cui disponiamo per determinare con la maggior esattezza possibile lo stato iniziale del sistema.
Queste leggi statistiche indicano un reale difetto di determinismo e non hanno nulla di comune con le leggi statistiche classiche nelle quali l’incertezza dei risultati deriva dalla volontaria rinuncia, per ragioni pratiche, a indagare nei più minuti particolari le condizioni iniziali dei sistemi fisici”.
Per Majorana la meccanica quantistica descrive una realtà nella quale vi è una sostanziale perdita di oggettività nell’interpretazione dei fenomeni fisici (basti pensare al principio di indeterminazione di Heisenberg). “Questo aspetto della meccanica quantistica – dice Majorana – è senza dubbio più inquietante, cioè più lontano dalle nostre intuizioni ordinarie, che non la semplice mancanza di determinismo”.
E’ a questo punto che, come esempio conclusivo, Majorana parla del comportamento degli atomi delle sostanze radioattive; i quali hanno la capacità spontanea di trasformarsi (decadere) in atomi di sostanze più leggere. La legge empirica che descrive questo fenomeno è di tipo probabilistico, non riducibile a un semplice meccanismo causale, nel senso che, dirà Majorana, “la disintegrazione di un atomo è un fatto semplice, imprevedibile, che avviene improvvisamente e isolatamente dopo un’attesa di migliaia e perfino di miliardi di anni; mentre niente di simile accade per i fatti registrati dalle statistiche sociali. Questo non è però un’obiezione insormontabile”.
Il fisico Ettore Majorana, nasce a Catania il 5 Agosto del 1906, penultimo di cinque fratelli, da Fabio Massimo e Dorina Corso. Sia nel padre sia nel nonno (Salvatore Majorana-Calatabiano), sono presenti quei semi che germoglieranno poi sotto forma di genialità in Ettore; infatti, il papà Fabio Massimo si era laureato in Ingegneria all’età di 19 anni e non di meno suo nonno Salvatore, che aveva completato la Facoltà di Ingegneria a 19 anni e a 21 aveva ottenuto la laurea in Scienze fisiche e matematiche.
Già alla sola età di cinque anni, Ettore mostra tutta la sua attitudine per la matematica svolgendo a memoria calcoli complicati. Il padre fino al 1921, anno in cui i Majorana si trasferiscono a Roma, sovrintende all’educazione di Ettore, che, all’età di nove anni, entra presso il collegio “Massimiliano Massimo” dei Gesuiti a Roma. Successivamente si iscrive alla facoltà d’Ingegneria a Roma, per poi passare
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alla facoltà di Fisica. Si laurea in Fisica Teorica nel 6 Luglio 1929, sotto la direzione di S.E. Enrico Fermi svolgendo la tesi: La teoria quantistica dei nuclei radioattivi, ottenendo i pieni voti e la lode.
Nel Gennaio 1933 compie un viaggio a Lipsia e conosce Heisenberg. Dopo aver tentato di ottenere la cattedra presso la facoltà di Fisica Teorica a Roma, gli è assegnata la cattedra di Fisica Teorica dell’Università di Napoli. Durante la sua permanenza all’Istituto di Fisica in Napoli, stringe una forte amicizia con Antonio Carrelli, professore di Fisica Sperimentale. Durante il periodo partenopeo matura la sua decisione di far perdere definitivamente le sue tracce: la sera del 25 Marzo 1938 alle ore 22:30, Ettore Majorana parte con il “postale” Napoli – Palermo lasciando due lettere, una indirizzata al suo amico collega Carrelli ed un’indirizzata ai suoi famigliari. Leonardo Sciascia, siciliano di nascita, scrittore, saggista, politico italiano e autore di questo intrigante “giallo” La scomparsa di Majorana, individua il filo conduttore della vita tumultuosa dello scienziato scomparso. Lo scrittore ci presenta diverse ipotesi legate alla scomparsa dello scienziato; ne traccia un profilo schivo ed enigmatico, dalla sua descrizione fisica (carnagione scura, capelli nerissimi, gote lievemente scavate, occhi neri vivacissimi e scintillanti, un’andatura timida quasi incerta, nell’aspetto un saraceno)1 ai suoi rapporti conflittuali con i colleghi dell’Istituto di Fisica in via Panisperna in Roma. Non viene dimenticato quel disgraziato coinvolgimento nel quale i famigliari di Majorana sono coinvolti: l’episodio legato all’infanticidio dell’unico figlio di Antonino Amato, benestante catanese; infanticidio per cui Dante e Sara Majorana, zii di Ettore, sono rinchiusi in carcere per tre anni poi prosciolti grazie alla confessione di ammissione di colpa della cameriera dell’Amato. Sciascia nel suo romanzo sprona il lettore a formulare più ipotesi per individuare il motivo che ha portato una mente così brillante a sparire, e suggerisce il motivo della drastica decisione di Ettore Majorana. A partire dal suo rapporto conflittuale con Fermi, che sembra essere stato individuato dal Majorana come colui che spinge “l’uomo” verso la catastrofe (memorabili sono le gare di calcolo – Fermi con il regolo calcolatore alla lavagna; Majorana a memoria voltandogli le spalle: e quando Fermi diceva “sono pronto”, Majorana dava il risultato)2, alla consapevole volontà di non divulgare i suoi lavori considerandoli “cose da bambini”3, lavori che rappresentano la Teoria di Heisenberg4 (Majorana che prima di Heisenberg elabora la teoria del nucleo fatto di protoni e neutroni, rifiuta di pubblicarla e proibisce a Fermi di parlarne in un congresso di Fisica che doveva tenersi a Parigi)5. Sciascia presenta al lettore tutte le soluzioni del caso Majorana che confluiscono in un unico punto: la coscienza etica dello scienziato contemporaneo.
1 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 3 p. 29. 2 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 7 p. 30. 3 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 3 p. 36. 4 Werner Karl Heisenberg, in Wikipedia, “l’enciclopedia libera”,it.wikipedia.org/wiki/Werner_Karl_Heisenberg.
5 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 3 p. 37. 3
Scienziato a suo modo eclettico, Majorana trova all’interno di quella sua intelligenza la capacità di interagire con il mondo che lo circonda, sia tramite rapporti epistolari con la famiglia, sia con le giornate trascorse al laboratorio di Fisica di Via Panisperna.
Un episodio emblematico è quando viene assegnato ad Heisenberg il Nobel per la Fisica nel 1932. Majorana si complimenta con lui. In Majorana si nota un entusiasmo non consueto nell’andare a Lipsia, nel Gennaio del 1933, per incontrare Heisenberg; entusiasmo che troviamo scritto nella lettera inviata alla madre il 22 dello stesso mese: “All’istituto di Fisica mi hanno accolto molto cordialmente. Ho avuto una lunga conversazione con Heisenberg che è una persona straordinariamente cortese e simpatica”. (Nella stessa lettera dice della “posizione
ridente” dell’Istituto: “fra il cimitero e il manicomio”)6. Così molte altre sono le lettere che descrivono questo rapporto idilliaco tra Majorana ed Heisenberg, sia nei rapporti umani che per le collaborazioni scientifiche a proposito della teoria dei nuclei: “ Heisenberg ha parlato della teoria dei nuclei e mi ha fatto molta réclame a proposito di un lavoro che ho scritto qui”7. A questo punto è presente un colpo di scena non di certo pensabile a chi, in quel tempo, concepiva come assoluta la concezione di una “razza superiore”; verrebbe facile a dirsi ed a pensarsi che Heisenberg, tedesco, contemporaneo di Adolf Hitler8, detentore di tanto sapere sulla meccanica quantistica, brillante scienziato dotato di un intuito non comune, avrebbe collaborato ad una creazione di una bomba atomica tedesca. Questo non avvenne, anzi Heisenberg non solo non aveva mai avviato il progetto della bomba atomica, ma aveva passato gli anni della guerra con l’apprensione che gli altri (gli americani) stessero per farla, addirittura cercò, attraverso il fisico danese Bohr, di far sapere che lui e gli altri fisici rimasti in Germania non avevano alcuna intenzione di fabbricarne una. Due coscienze a confronto: quella di Majorana ed Heisenberg, logorate dalla consapevolezza di cosa sarebbe potuto accadere nel mondo se il nuovo sapere fosse stato messo a disposizione di una coscienza collettiva dedita alla prevaricazione dell’altro. Terminata l’esperienza tedesca, Majorana torna a Roma e vive da “uomo solo”. Dal 1933 al 1937 raramente esce di casa e ancor più raramente frequenta l’Istituto di Fisica di Via Panisperna; evita in tutti i modi di andare in vacanza con la famiglia e dedica la maggior parte del suo tempo al lavoro.
6 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 5 p. 47. 7 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 5 p. 48. 8 Adolf Hitler: Braunau am Inn 20 aprile 1889 – Berlino 30 aprile 1945, fondatore e leader del Partito Nazional Socialista dei Lavoratori Tedeschi, più comunemente noto come Partito Nazista.
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Durante questo periodo dedito esclusivamente al lavoro e ai suoi studi, è curioso sapere che ha pubblicato solo due scritti: la Teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone e, successivamente, il saggio sul Valore delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze.
Probabilmente, prima di scomparire distrusse tutta la documentazione prodotta. Durante la sua permanenza a Napoli, per aver ottenuto la cattedra di Fisica Teorica all’Università, Majorana è impegnato in un lavoro che richiede da parte sua molte energie, ma che evita di menzionare. Da qui i dubbi sulla sua: chi decide di “sparire” non lavora così tanto per poi distruggere tutto il lavoro fatto.
Dalla lettura del romanzo di Sciascia, posso provare a formulare delle mie ipotesi e cioè pensare che Majorana raggiungendo un tale grado di conoscenza in campo scientifico si è reso conto di eventuali catastrofi a cui il mondo andava incontro. A questo proposito, ritengo che la sua decisione di scomparire sia maturata dal fatto che sia stato capace di vedere al di là dell’orizzonte o per parlare in termini nietzschiani “al di là del bene e del male”9.
Majorana è sì uno scienziato ma in lui è presente l’importanza del valore etico della vita: questa eticità lo spinge a salpare da Napoli. Da un porto di mare ad un altro, come se volesse passare dal mondo reale a quel mondo per cui ha dato la sua vita; quel mondo della cosiddetta interpretazione di Copenhagen10, stravolgendone l’archetipo originale, facendone un’ interpretazione tutta personale: “nulla di quello che succede nel mondo è rappresentabile esattamente, tranne l’anima”. E’ come se avesse trovato tutte le risposte che compongono il Teatro della memoria di Robert Fludd11 e avesse già prefigurato nella sua mente l’uomo del post-umanesimo, intuendo l’algoritmo della coscienza umana.
Rutherfort12, fisico tedesco cosciente di quel mondo che l’uomo del XX secolo stava scoprendo, affermò: “viviamo su un isola di fulmicotone, ma grazie a Dio, non abbiamo ancora trovato il fiammifero per accenderla”13. Purtroppo quel fiammifero fu trovato e sganciato con un B-2914, sulla città di Hiroshima, quel
9Friedrich Wilhelm Nietzsche filosofo e scrittore tedesco. Nietzsche ebbe un’influenza articolata e controversa sul pensiero filosofico e politico del Novecento. La sua filosofia è considerata da alcuni uno spartiacque della filosofia contemporanea verso un nuovo tipo di pensiero, ed è comunque oggetto di divergenti interpretazioni. In ogni caso si tratta di un pensatore unico nel suo genere, sì da giustificare l’enorme influenza da lui esercitata sul pensiero posteriore. Al di là del bene e del male: Preludio di una filosofia dell’avvenire, 1886 è uno dei testi fondamentali della filosofia del XIX secolo, di Friedrich Nietzsche
10 La visione della meccanica quantistica, www.riflessioni.it/scienze/paradosso-achille-tartaruga.htm 11 R. Mascella, F. Eugeni, La società e i fondamenti dell’informatica, edizione Zikkurat, 2008. 12 Rutherfort: Brightwater, 30 agosto 1871 – Cambridge, 19 ottobre 1937, chimico e fisico neozelandese, padre della fisica nucleare, precursore della teoria orbitale dell’atomo. Premio nobel per la Chimica nel 1908. 13 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 10 p. 87. 14 B-29: bombardiere della seconda guerra mondiale (Superfortess); fu utilizzato per il bombardamento delle città di Hiroshima il 6 agosto 1945 dove sganciò la prima bomba all’uranio“ Little Boy” e Nagasaki il 9 agosto 1945 dove sganciò la seconda bomba al plutonio “ Fat Man”. Il nome del Superfortess era Enola Gay, nome derivatogli da nome della mamma del pilota, Paul Tibbets.
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fiammifero di nome “Little Boy” 15 fu l’angelo della morte creato dall’uomo per l’uomo. Majorana, prima di sparire, lascia accurate tracce ed indizi. Molti sono gli interrogativi e sempre più difficile risulta trovare risposte certe:
1. i lavori tratti dai suoi studi sono scomparsi tranne il saggio sul Valore delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze;
2. lascia una lettera al direttore dell’Istituto di Fisica di Napoli Carrelli “Caro Carrelli, ho preso una decisione che ormai era inevitabile. Non vi è in essa un granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà portare a te e agli studenti. Anche per questo ti prego di perdonarmi, ma soprattutto per aver deluso la tua fiducia, la sincera amicizia e la simpatia che mi hai dimostrato in questi mesi. Ti prego anche di ricordarmi a coloro che ho imparato a conoscere e ad apprezzare nel tuo Istituto, particolarmente a Schiuti; dei quali tutti conserverò un caro ricordo almeno fino le undici di questa sera e possibilmente anche dopo”16. Primo depistaggio; il postale parte alle 22:30, se avesse voluto gettarsi in mare alle 23:00, sicuramente sarebbe stato salvato perché avvistato da qualcuno presente ancora in coperta dopo appena 30 minuti di viaggio;
3. indirizza una lettera ai propri famigliari lasciandola presso l’albergo”Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma non per più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi”17. Secondo depistaggio, la lettera non viene spedita ma lasciata in albergo;
4. Carrelli, non ricevuta ancora la lettera di Majorana, che un telegramma urgente spedito da Majorana stesso su carta intestata Gran Hotel Sole recita:”Caro Carrelli, spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e la lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all’albergo Bologna, viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però intenzione di rinunziare all’insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana18 perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli”19. Terzo depistaggio. Majorana secondo gli accertamenti della polizia sbarca a Napoli alle 5,45 del 27 Marzo (deduzione fatta in quanto era stato ritrovato il biglietto di ritorno presso la direzione della Tirrenea a Napoli), ma molti sono i dubbi in merito; nella cabina del postale, dovevano esserci tre persone: l’inglese Carlo Price, Vittorio Stazzeri ed Ettore Majorana. Impossibile rintracciare Price, ma il professore Strazzeri docente
15 Little Boy: Prima bomba all’uranio ( bomba atomica), sganciata sul centro della città di Hiroshima il 6 agosto 1945. 16 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 8 p. 72. 17 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 8 p. 73.
18 Henrik Ibsen: massimo autore teatrale norvegese, ma è anche decisamente uno dei padri fondatori della drammaturgia europea del secondo Ottocento. Fondatore del teatro borghese moderno, effettua una fotografia ibseniana della società del tempo con l’occhio rivolto verso quella classe definita self- made man, figlia del tempo della seconda rivoluzione industriale, che porta con se gli isterismi e gli sfruttamenti dell’uomo di fine ′800.
19 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 8 p. 74. 6
all’università di Palermo su sollecitazione del fratello di Ettore che gli aveva inviato una foto, esprime forti dubbi di aver effettivamente viaggiato con Ettore Majorana e che il “terzo uomo” fosse un Inglese;
5. Majorana porta con sé sia il passaporto sia tutto il denaro a sua disposizione; il 22 Gennaio chiede sia a suo fratello sia alla madre, di ritirare in banca la sua parte del conto e che la stessa gli fosse inviata; ritira anche gli stipendi da Ottobre a Febbraio. Altro depistaggio: una persona non interessata al denaro, considerando che da più mesi non ritira i suoi stipendi, all’improvviso riscuote l’intera somma;
6. la madre di Ettore Majorana lo includerà nei lasciti citati nel suo testamento.
E’ così che di Majorana si perdono le tracce e per citare la frase del sen. Arturo Bocchini, capo della polizia – “ i morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire”20. Si può pensare che Majorana decide di far perdere le sue tracce per non essere strumento di quella società che se gestita e manipolata può diventare nemica dell’uomo stesso che l’ha prodotta e costruita.
CONCLUSIONI
Ritengo che la scienza e gli uomini di scienza siano determinanti nel influenzare il normale procedere di una società. Come fu per Gutenberg nel 1450, alla fine del secolo scorso abbiamo assistito ad un passo avanti nell’innovazione che basa il suo essere nella tecnologia dell’informazione, scienza fondata sulle certezze indotte di uomini come Alan Touring, John Von Neumann, Claude Shannon e Norbert Wiener. Spesso sono proprio questi uomini, padri del nostro progresso, a porsi la domanda se sia etico mettere in pratica tutto ciò che è possibile in base alla nostra conoscenza. Lo stesso Wiener, in una sua riflessione a proposito di alcuni suoi progetti nell’ambito della tecnica della comunicazione, afferma:
“Essi hanno rilevato una terrificante attitudine a sostituire la macchina uomo in tutti quei casi in cui essa è relativamente lenta e inefficace”.
Così, parimenti, Majorana, Randy e Smilla affrontano una dura lotta contro quelle situazioni che ritengono privare l’uomo della sua identità, rendendolo capace di discernere ciò che sia bene da ciò che sia male e, quindi, di scegliere la via eticamente più giusta.
Proprio per rendere più vivibile la società contemporanea, credo che vi sia una collaborazione, un confronto e quindi una condivisione di pensieri, che non permetta la predominanza di un’ idea rispetto ad un’altra, al fine di ottenere una visione “roussoniana”, del pensiero etico, o per meglio dire riportando il pensiero “rortiano”, un apertura al confronto delle pluralità per determinare la migliore interpretazione
20 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 8 p. 71. 7
della “verità” nata dall’intreccio delle storicità del singolo individuo proiettato nella comunità. Appunto perché tutto ciò che viene teorizzato non è detto che sia un bene per il raggiungimento di un equilibrio sociale (un esempio è la bomba atomica), la verità deve essere “figlia” della condivisione, accolta ed elaborata tramite il confronto dei saperi.
Nella battaglia che i tre protagonisti affrontano e condividono guidati da una coscienza di scienziati ed uomini, trovo nella scelta di Majorana l’unico neo improduttivo, in una società che ha bisogno di confronto per determinare quale sia il giusto modo di vivere. A differenza di Smilla e Randy, Ettore Majorana sceglie la via dell’isolamento, andando alla deriva, piuttosto che condividere ciò che sarebbe stato in grado di determinare un nuovo paradigma etico; più che nelle altre due opere, nella “scomparsa di Majorana” appare chiaramente l’importanza di ciò che avrebbe potuto determinare una “teoria” condivisa nel procedere di una società che, da lì a poco, avrebbe dato inizio alla guerra fredda.
Differentemente, in Randy, è chiaro come debba essere una società contemporanea che vive quotidianamente nella discontinuità determinata dall’imperante manifestarsi delle tecnologie scientifiche. Nonostante abbia ben chiaro che il suo futuro non avrà proiezione su questa terra, metterà a disposizione di tutta la comunità socio-scientifica, l’origine del suo sapere e delle sue innovazioni, determinando così la nascita di altri nodi facenti parte di quella rete globale che ad oggi determina l’evoluzione dei pensieri, siano essi umanistici che scientifici.
Risulta, perciò, determinante un nomadismo dei pensieri, dedito alla contrapposizione e quindi alla visione delle differenze come opportunità di crescita, in un mondo in cui tutto è legato alla ricerca del vivere una vita felice, salvo a volte dimenticarci di cosa sia eticamente giusto: faccio riferimento alle mutazioni genetiche indotte dall’uomo o ad una visione futuristica di una intelligenza artificiale che sia sostituta dell’uomo. Come in “Penelope” il prof. Marco Santarelli mette in evidenza, dobbiamo sempre tener presente da quale parte provenga la “luce” e quindi scegliere partendo da quella sorgente per determinare quale sia la direzione più eticamente giusta; “cogito ergo sum”, pensiero cartesiano faro di una coscienza che debba svilupparsi in “Dubium sapientiae initium” quindi, nel dubbio confrontarsi con l’orizzonte delle coscienza. Restando fedele e condividendo in pieno la visione heidgeeriana, sono del parere che si debba ritirarsi-camminando, far luce facendosi ombra, agendo in modo da condividere i saperi e costruire gradualmente quella radura in cui possa filtrare la luce della conoscenza; mai tentare di fermare il cammino del sapere, come pirandellaniamente l’uomo cerca sovente di fare, perchè inevitabilmente, quando tutto sembrerebbe acquietato, inizierebbe il crollo delle certezze effimere raggiunte.
Smilla, Randy e Majorana sono esempi di identità solide nella scienza, ma fluttuanti nella coscienza. Per concludere, riporto qui una proiezione di pensiero, che mai avrei potuto immaginare poter scaturire da un uomo d’arte; questo per sottolineare che la
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legittimazione del pensiero, di idea, di desiderio, può avere nazionalità ovunque vi sia un entità biologica dotata di coscienza.
“Se dipingo così è perchè voglio essere una macchina, e ho la netta sensazione che se funziono come una macchina, qualunque cosa io faccia, avrò raggiunto il mio
scopo”21.
BIBLIOGRAFIA
Andy Warhol22
- L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, edizione Gli Adelphi, 2008 – R. Mascella e F. Eugeni., La società e i fondamenti dell’informatica, edizione
Zikkurat, 2008 – E. Grazioli, Interviste di Raphael Sorin Pop Art. edizione Abscondita, 2007
SITOGRAFIA
- Wikipedia Enciclopedia, http// it.wikipedia.org/ – Riflessioni sulle scienze, http//www.riflessioni.it /scienze/paradosso–achille-
tartaruga.htm
Mauro Nicolai
21 E. Grazioli, Interviste di Raphael Sorin Pop Art. edizione Abscondita 2007, cap. Andy Warhol p. 69. 22 Andy Warhol: nasce Pittsburgh il 6 agosto 1928 da genitori emigranti slovacchi Julia e Andrej, muore a New York il 22 febbraio 1987. Massimo esponente della Pop Art fu uno dei primi artisti ad intuire la portata del fenomeno pop ed a riconoscere la sua tangenza con le forme visive della comunicazione di massa. A partire dal 1962, le serigrafie di Warhol costituiscono uno dei principali riferimenti per la generazione degli artisti pop europei. Da La filosofia di Andy Warhol, 1975: – “Alcuni critici mi hanno detto che sono “il Nulla in Persona” e questo non ha aiutato per niente il mio senso dell’esistenza. Poi mi sono reso conto che la stessa esistenza non è nulla e mi sono sentito meglio. Sono ancora ossessionato però dall’idea di guardarmi allo specchio e di non vedere nessuno, niente-“.
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