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Archive for febbraio 2011

QUALI  SUCCHI  E  QUALI  CENTRIFUGHE

 

 

LETTERA

L’IMPORTANZA DI ASSUMERE PIU’ ACQUA BIOLOGICA STRUTTURATA (CIOE’ ACCOMPAGNATA DAL PROPRIO CONTENUTO ENZIMATICO E MINERAL-VITAMINICO

Caro Valdo, dalla lettura del tuo libro e delle tue tesine si capisce che è importante assumere quanti più possibili minerali e vitamine in forma organica e vitale, e cioè da frutta e verdura cruda, nonché di bere acqua pura e biologica al 100%, che è ancora una volta quella contenuta nella frutta e nelle verdure crude (soprattutto radici e tuberi). Bere l’estratto del succo di frutta e verdure infatti non riempie, come mangiare i prodotti integralmente.

 

ESPERIENZA NEGATIVA CON UNA CENTRIFUGA DI MEDIA QUALITA’

 

Ho quindi acquistato una centrifuga da un centinaio da un centinaio di Euro, quindi non proprio economica, ma purtroppo i risultati non sono stati quelli che mi aspettavo, e sono emersi dei problemi che non avevo considerato.

Ho fatto allora delle ricerche più approfondite in rete e ho trovato altri sistemi molto più efficaci e senza problemi. Fra i vari modelli, ho cercato di individuare l’apparecchio col miglior rapporto prezzo/qualità/prestazioni/resa/facilità d’uso, e credo di aver trovato la soluzione ottimale.

Vorrei pertanto condividere i risultati della mia ricerca con tutti quelli che ti leggono.

 

CENTRIFUGA CLASSICA

 

E’ il sistema più economico, e va da poche decine a oltre 100 Euro. E’ rapido, ma presenta grossi svantaggi:

A)   La resa è bassissima. E’ più quello che si butta di quello che si ricava.

B)   Lavorando a 12000 giri al minuto si ha un certo surriscaldamento con conseguente alterazione delle proteine.

C)   La pulizia è piuttosto laboriosa. La facilità e la velocità di pulizia è essenziale nell’uso costante e giornaliero. Se tale lavoro porta via troppo tempo, passa la voglia di usarla.

 

SPREMITURA A FREDDO

 

Questo sistema funziona a velocità molto ridotte, sotto i 100 giri al minuto, per cui non si ha alterazione del succo, che si conserva anche più a lungo (ma secondo me è meglio berlo subito).

Inoltre la quantità di succo ottenuta è nettamente superiore. Si può arrivare fino al 70%, ovvero tutta l’acqua contenuta nella frutta e verdura centrifugata. In questo settore esistono tre diversi tipi di apparecchi:

 

1)    Pressa. E’ la pressa idraulica Norwalk Juicer. Sarebbe il massimo ma ha un prezzo proibitivo, costando 2500 dollari (circa 1800 Euro), più le spese di spedizione e di importazione dagli USA.

Come non bastasse, le sue specifiche elettriche sono quelle in uso negli USA.

2)    Doppio ingranaggio. L’Angel Juicer è un buon prodotto in quanto estrae il massimo di

succo. Ma è abbastanza costosa, coi suoi 1000 Euro, e i tempi di pulizia non sono tra i più

bassi.

3)    Coclea a singolo ingranaggio. Ne esistono ad uno stadio e a due stadi. Prendiamo in

considerazione solo il secondo tipo che è migliore. Ha il vantaggio di un prezzo più

abbordabile (365 o 385 €, secondo il colore prescelto), ed è anche ripulibile più rapidamente

rispetto all’Angel Juicer. La resa è leggermente inferiore, ma pur sempre buona.

 

ALLA FINE HO SCELTO IL MODELLO OMEGA 8006

 

Sulla base delle considerazioni appena fatte, ho deciso di comprare il modello con coclea a singolo ingranaggio e a due stadi, di marca Omega 8006, e posso dire che funziona egregiamente.

Si fanno succhi strepitosi con pochissimo scarto.

Si possono pure fare dei sorbetti, ed anche il latte di cocco o il latte di semi vari.

Fa pochissimo rumore e non disturba il sonno se qualcuno è ancora a letto.

Allego qui di seguito una serie di ricette, riprese da diversi siti, e che ti voglio dedicare.

Un saluto e un abbraccio a tutti i lettori del blog.

Pietro Mugnaini

 

SUCCHI DI FRUTTA E VERDURA

 

 

ANANAS CAROTA E SEDANO

2 fette ananas, 1 carota, 1 costa di sedano

 

ACE

1 arancia, 2 carote, mezzo limone

 

MELA  ANANAS E CAROTA

1 mela, 1 carota, 1 fetta ananas

 

MELA KIWI E GINGER

1 mela, 1 kiwi, un pezzetto di radice di ginger (zenzero)

 

MELONE CETRIOLO E PESCHE

2 fette melone, 1 cetriolo, 1 pesca

 

CETRIOLI E LIME

2 cetrioli, 1 lime

 

UVA NERA (mosto)

 

MELE SEDANO E NOCI

 

 

Deliziosa
carote – mele – zenzero

Mare
mele – sedano – zenzero

Solare
carote – mele – sedano

Rinfrescante
mela – lime (con buccia)

Gustosa
mela – sedano

Speciale
mandarini – carota – zenzero

 

MELAVERDE
1 gambo di sedano
3 mele verdi
2 pere ben lavate e sbucciate
1 kiwi

Taglia a cubetti le mele e le pere togliendo loro i torsoli. Centrifugale assieme ai kiwi ed al gambo di sedano.

______________________________________…

BIANCANEVE
Ingredienti per 4 persone:
6 pere
2 mele
2 arance
1 bastoncino di cannella

Dopo averle lavate e sbucciate, mixa le pere, le mele e le arance. È un succo che va servito fresco, con l’aggiunta di un pizzico di cannella che arricchisce il sapore di tonalità più forti.
__________________________________
BARBABLU
Ingredienti per 4 persone:
12 prugne
4 pesche
2 mele
1 limone

Dopo averle lavate e sbucciate con cura, centrifuga le prugne con le pesche e le mele. Servi il preparato fresco, guarnito con una fettina di limone
_________________________________
GAZEBO
Ingredienti per 4 persone:
1 melone
3 fette di anguria
3 carote
Qualche foglia di menta

Taglia a pezzi le carote ben lavate ma non sbucciate, altrimenti perdono le proprietà della buccia, poi centrifuga insieme all’anguria e al melone. Guarnisci poi con la menta. E’ molto dissetante, ideale per una merenda estiva o a metà mattina.
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LIMBO
Ingredienti per 4 persone:
10 albicocche
1 limone
2 pesca noce
acqua minerale frizzante

Centrifuga le albicocche e la pesca e aggiungi alla fine un bicchiere scarso di acqua minerale frizzante; servi in bicchieri ghiacciati con uno spicchio di limone.
_____________________________________
PLUTO
Ingredienti per 4 persone:
4 arance
1 mela
3 kiwi
2 carote
1 limone

Centrifuga le arance con i kiwi, la mela e le carote, e aggiungi poi il succo di un limone.

 

 

Centrifuga di cocomero per l’intestino:
Bevila al mattino, se vuoi aggiungendo qualche goccia di limone o succhi di altri frutti (ciliegie, fragole, more).
Preparazione: togli la parte verde della scorza e centrifuga il resto.

Centrifuga di finocchio e mela (o pera) per lo stomaco:
Bevila prima dei pasti a piccoli sorsi.
Centrifuga prima il finocchio (sia la parte verde e che le fronde) e poi aggiungi la mela o la pera.

Centrifugato di rapa e mela (o pera) per la depurazione del sangue:
Estrai mezzo bicchiere di succo di rapa rossa e aggiungi mezzo bicchiere di succo di mela o pera. Volendo puoi unire un po’ di succo di limone.

Centrifugato di asparagi e pomodoro per la depurazione dell’acido urico dai reni (aiuta anche per l’acne, ma non prenderlo se soffri di calcoli renali):
Estrai mezzo bicchiere di succo di asparagi freschi e mezzo bicchiere di succo di pomodoro. Condisci con un pizzico di sale e pepe di Cayenna.

Centrifugato di cavolo e di mela contro l’ulcera:
Estrai mezzo bicchiere di succo da un cavolo verde e rosso. Diluisci con mezzo bicchiere di succo di mela o pera.
Da bere a piccoli sorsi prima dei pasti.

 

 

“Occhio di lince”, centrifugato di carote, cavolo e spinaci

 

Centrifugato di ananas e pesca

 

Centrifugato di anguria e melone

 

Centrifugato di melone e cetriolo

 

Centrifugato di pomodoro e olive nere

 

Centrifugato di pomodoro e sedano

 

Centrifugato Super sprint a base di carote, mele e kiwi

 

Centrifugato Super start con mela, kiwi, ananas e frutti di bosco

 

SORBETTI

Si possono fare ottimi sorbetti con la frutta congelata. Basta congelare banane, frutti di bosco o qualsiasi altro tipo di frutta e poi passarla nell’estrattore di succhi utilizzando l’apposito cono senza fori.

LATTE DI COCCO

Frullare pezzetti di cocco e poi passarli nell’ OMEGA 8006.

 

 

LATTE DI GERMOGLI

Mettere del grano germogliato in una ciotola con un poco di acqua e con un cucchiaio introdurlo nello spremi-succhi insieme all’acqua.

 

*****

RISPOSTA

Ciao Pietro, un grazie sincero per la tua collaborazione.

So che hai fatto la tua ricerca in modo trasparente, senza voler favorire questa o quella marca.

Non sei e non siamo legati a nessuna forma di interesse commerciale con i vari costruttori e i vari distributori d’Italia.

Ogni lettrice prenderà in considerazione queste preziose informazioni e le confronterà con gli opuscoli e le offerte che troverà nei negozi e nei supermercati della propria città, decidendo liberamente.

 

Valdo Vaccaro  (AVA-Roma e ABIN-Bergamo)

 

 

 

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Lo Zen di John Cage di G.Bertagni

“Una volta c’era un famoso suonatore di cetra, chiamato Chao Wen, che sapeva suonare la cetra come nessun altro. Ma un giorno all’improvviso smise completamente di suonare la cetra. Aveva finalmente capito che nel suonare una nota si trascuravano inevitabilmente tutte le altre. Fu solo allora, quando smise di suonare, che riuscì a sentire la completa armonia di tutte le cose. […] L’unica musica completa è quella dei suoni naturali”. Questo è un passo di un famoso testo taoista, il Chuang Tzu, che mi sembra molto in tema con l’argomento di cui volevo parlare e cioè John Cage, il silenzio e lo zen.

Ma prima di Cage, c’è Anton Webern, che prima di lui, non si preoccupa di saturare lo spazio sonoro, anzi. Tanto per cominciare usa quel procedimento che è stato chiamato puntillista, cioè distribuisce la melodia tra gli strumenti singoli. Quindi l’ascoltatore è esposto alla frammentazione, come se potesse notare più facilmente l’intervallo tra le note, grazie a una diversa strutturazione spaziale. Ma Webern fa di più. Le sue composizioni sembrano aforismi. Sono di breve durata, come se volesse astenersi dal violentare le pause con un’ambientazione di largo respiro.

Ci sono per esempio i Cinque pezzi per quartetto d’archi. Ciò che conta è l’atmosfera. I suoni dei violini, della viola e del violoncello sembrano provenire da una dimensione soprannaturale, silente. Prima che l’ascoltatore possa assuefarsi alla melodia, essa è già terminata.

C’è qualche affinità con la tradizione musicale giapponese di stampo soprattutto zen. Il silenzio, qui, tende a imporsi sul suono, le pause sovrastano gli interventi musicali. Nell’estetica giapponese, per esempio in pittura, è molto determinante lo spazio rispetto alle configurazioni corporee. La dottrina filosofica su cui si basa questo approccio la troviamo nella distinzione buddhista tra il vuoto (ku) e la forma (iro): è il vuoto che garantisce che ogni forma sarà valorizzata e presa in considerazione. Il vuoto rappresenta lo sfondo in cui si stagliano le cose. Il vuoto è la fonte di ogni forma e il luogo di ritorno di ogni forma. Dal vuoto e al vuoto tutto ha origine e fine. E ciò che esiste, esiste – diciamo così – navigando in un oceano infinito di vuoto. Non solo: ogni forma, sostanzialmente, è vuota. Insomma: vuoto nel vuoto.

Ok, ma arriviamo a Cage. Cage apprezzava molto Webern. Queste sono parole sue: “Webern sembra rompere con il passato, o perlomeno ci dà la sensazione di poter rompere con il passato, perché scuote le fondamenta del suono inteso come elemento a sé stante”. Appunto: non c’è il suono a sé stante, il suono che si distingua dal rumore, il suono a cui arrivare con una strategia di scelta, di composizione, di procedimento estetico, ecc. Ecco, tutta l’opera di Cage verte sull’accettazione dei suoni per quello che sono. Non c’è distinzione tra rumore e suono.

L’insegnamento di Webern aveva già come la sonorità tenda a sconfinare nel silenzio, sino a inglobarlo, aveva già intuito il silenzio come luogo originario del suono. Sempre Cage scrive: “Il silenzio non è altro che il cambiamento della mia mente. È un’accettazione dei suoni che esistono piuttosto che un desiderio di scegliere e imporre la propria musica. Da allora questo è sempre stato al centro del mio lavoro. Quando mi dedico a un pezzo musicale, cerco di farlo in un modo grazie al quale esso, essenzialmente, non disturbi il silenzio che già esiste”.

C’è un riscontro tra queste parole di Cage e una scuola buddhista, che si chiama Huayen. Secondo questa scuola, tutte le cose del mondo si compenetrano, senza ostacolarsi. Il termine giapponese che caratterizza tutta la situazione è jijimuge. Solo rendendosi disponibili ai diritti del rumore e del silenzio, ciò può realizzarsi.

Allora cambia la relazione con il suono. Non è più l’essere umano che si sforza di raggiungerlo, bensì è il suono che si rapporta all’essere umano. Il compositore non tenta più di privilegiare certi suoni, ma li lascia essere tutti, permettendo loro di arrivare nella sua mente, cosicché il brano si profili da sé.

Non c’è più scelta, dunque. Non c’è più strategia nella composizione. Si arriva allora a un’articolazione mentale priva di dualità. La razionalità viene meno, ed emerge una sovra-razionalità che abbraccia la vita nella sua pienezza. Il pensiero arretra, non è più il centro dell’attività del comporre. Il non-pensiero ha inglobato in sé il pensiero.

In musica, l’equivalente del non-pensiero è il non-suono. Neanche il non-suono può essere definito: definire il non-suono è ricadere nella filosofia, nel mentale e nelle sue limitazioni; il non-suono può essere solo percepito. Il massimo che se ne può dire è che è vuoto di significato, di intenzionalità. Perché è vuoto di intenzionalità? Perché non ha alcuna ragion d’essere, non ha alcun progetto in sé, non ha un particolare messaggio da comunicarti. Di per sé, anche i suoni non significano nulla. Certo, anche i suoni sono al di là del significato; non stiamo parlando di parole. Il non-suono esalta questa

insignificanza, che è già propria dei suoni. Il compositore alla Cage lascia essere i suoni per quello che sono, senza tentare di organizzarli in strutture. Accettando i suoni nella loro totalità, si arriva all’insonoro. Il non-significato del non-suono ingloba il non significato dei suoni, elevandolo alla massima potenza.

Dice Cage: “Per me il significato essenziale del silenzio è la rinuncia a qualsiasi intenzione”. Anche l’interesse di Cage per il Libro delle Trasformazioni cinese (I-Ching), rientra in questa linea. I 64 esagrammi dell’opera corrispondono ad altrettante circostanze naturali. Ciascuno rinvia all’altro, in una rete di connessioni ininterrotta. In tutto questo, nel comporre di Cage sulla base dei responsi dell’I ching, viene totalmente a mancare l’intenzione del compositore, le sue eventuali scelte crollano alla base.

Nel Buddhismo zen c’è una fortissima analogia con tutto questo. Rinunciando a scegliere si esce dal gioco del sì/no. Lo zen, potremmo dire in un certo senso, è un tentativo di uscire dalla gabbia del sì e del no – oltreché di uscire dalla prigione della scelta, dal decidere. Anzi: a guardar bene le cose, questi due aspetti sono le due facce della stessa medaglia. E infatti l’interesse di Cage per lo zen si concentrò proprio su questi due punti. Quando lui cominciò a leggere le prime cose che comparivano in lingua inglese sullo zen (essenzialmente gli studi del prof. Suzuki), proprio a questi aspetti era particolarmente sensibile, proprio su questi si focalizzò il suo interesse: l’uscita dal dualismo sì-no e l’uscita dalla scelta (e poi a un altro aspetto a cui accenneremo fra poco). Uscire dalla scelta è smettere di produrre qualcosa di proprio, per lasciare essere la realtà quella che è. Anche la realtà sonora.

Ricorrendo a calcoli matematici complessi o alla consultazione casuale dell’I ching, Cage ne estrae le regole della composizione. È un modo per eludere preferenze e avversioni; Cage infatti scrive – e sembra qui di leggere quasi un testo buddhista: «È molto tempo che sappiamo che le emozioni sono pericolose. Dobbiamo liberarci dalle nostre predilezioni personali, da ciò che ci piace e non ci piace». Il ricorso all’I ching implica proprio l’abbandono della razionalità.

C’è un’esperienza che è veramente determinante nella vita di Cage e che lo introduce a questa visione delle cose e a questo concetto di silenzio. Lui stesso ce la racconta: “All’inizio degli anni Cinquanta, presi la decisione di accettare i suoni che esistono nel mondo. Prima, ero così ingenuo da pensare che esistesse una cosa come il silenzio. Ma quando entrai nella camera anecoica della Harvard University a Cambridge, sentii due suoni. Pensai che ci fosse qualcosa di sbagliato nella stanza, e dissi all’Ingegnere che c’erano due suoni. Mi chiese di descriverli e lo feci: «Bene – disse – quello più acuto è il suo sistema nervoso in funzione e quello più grave la sua circolazione sanguigna». Questo significa che c’è musica, o c’è suono, indipendentemente dalla mia volontà”.

Sappiamo tutti la composizione che fu per Cage l’espressione più pura del silenzio: quel brano che prende il titolo della sua durata, 4’33’’, un brano di assoluto silenzio. Piccola nota: forse non tutti sanno il motivo di questa durata: 4 minuti e 33 secondi fanno in tutto 273 secondi e lo zero assoluto in temperatura è -273°C (=0°K). Si tratta del suo pezzo più importante, lui stesso lo dice. Ci ha lavorato sopra, per quanto strano possa sembrarci, per ben quattro anni. Non solo; dice: “Mi piace pensare che tutta la musica che ho scritto successivamente non abbia mai fondamentalmente interrotto quel pezzo”.

Quindi un pezzo completamente silenzioso, nessuna nota sul pentagramma. Però è comunque un brano per pianoforte. Nei concerti, il pianista volta le pagine dello spartito lasciando presagire un cambiamento di atmosfera. È insomma un brano silenzioso che tenta di mostrare l’inesistenza del silenzio. I colpi di tosse o gli sbadigli degli spettatori, i rumori occasionali nella sala da concerto, qualsiasi movimento del pianista… tutto funge da corredo sonoro. Solo perché sul pentagramma non c’è scritto niente, non vuol dire che regni il silenzio. Metti sul giradischi 4’33’’ e senti il rumore della puntina. Metti il cd e restano i rumori all’interno e all’esterno della stanza. Lo metti nell’i-pod quando cammini per strada e sei esposto ai rumori della strada.

Allora il brano silenzioso svela che non c’è silenzio. Attraverso la ricerca del silenzio si ottiene l’opposto: ogni sonorità ha modo di manifestarsi. Ecco: questo è perfettamente in linea con l’approccio zen. Nello zen si ripete continuamente questo adagio: lasciare essere ciò che è. Lasciare essere ciò che è significa portarsi a una condizione di spontaneità. Ecco il terzo aspetto della filosofia zen che interessava molto a Cage: la spontaneità, che è il contrario – come già dicevamo – della strategia, della tecnica di composizione personalistica, della scelta di mettere una certa nota piuttosto che un’altra, ecc. Soltanto lasciandoli essere, i suoni possono sprigionarsi nelle loro modalità autentiche: “Non esiste il silenzio” vuol dire che esiste il non-suono, che non è né silenzio né suono, ma li ingloba entrambi.

Ogni esecuzione di 4’33’’ lascia essere i suoni nel loro ambiente, nel qui e ora, rispettando il principio del jijimuge. Per la prima volta, il compositore non incanala l’ascoltatore in una direzione prestabilita. C’è l’esperienza dell’assimilazione della realtà fisica. Cage stesso dice, parlando di questo brano: “L’ho concepito come un modo particolarmente immediato per ascoltare quanto c’è da ascoltare”. Si esce insomma dalla mentalità duale, secondo la quale esistono il suono o il silenzio. Addirittura, vengono superate anche le limitazioni intellettualistiche delle composizioni di Cage basate sull’I-Ching.

Con questo brano Cage indica che la distinzione tra suonare e non-suonare è priva di senso. E anche l’alternativa bello/brutto viene trascesa. Gli opposti cadono. L’insistenza sul silenzio sembra rivelare una nuova sensibilità e una nuova estetica. Un’estetica molto zen. C’è, nella pratica meditativa buddhista, un esercizio che mi sembra molto vicino a questa visione. È un esercizio dedicato alla consapevolezza auditiva: ci si espone ai rumori che arrivano all’orecchio e li si ascolta con totale e immersa attenzione, cercando di coglierne tutti gli aspetti, fino a penetrarli il più possibile. È un esercizio in cui non c’è più nessuna ricerca, nessuna richiesta, nessuna intenzionalità; è l’esatto contrario: è un essere esposti, un aprirsi, un riceve. Succede qualcosa di particolare: crolla la distinzione piacevole/spiacevole, bello/brutto. Appunto: crolla il dualismo.

Anche il rumore considerato (mentalmente) il più orripilante (il rumore di un motore, di un martello pneumatico o quello che sia), diventa un vastissimo universo da indagare che rivela il suo incommen-surabile fondo, il suo splendore. Nell’esposizione al ciò che è, a ciò che porta il qui e ora, in uno stato di attenzione pura e centrata, tutto diventa assoluto, totale, tutto si fa nirvana. Anche su questo forse Cage poteva essere d’accordo.

Allora, a questo punto: caos e indeterminazione, certo. Indeterminazione: non determinazione. Determinazione da cosa? Dall’io, dalla volontà. Non c’è più qualcuno che determina. È questo il lasciare essere ciò che è, il darsi al qui e ora. È l’abbandono dell’ego di cui parla tanto zen. E poi caos. Perché? Cos’è il contrario di caos? Cosmos.

Caos-Cosmos. Cosmos è ordine. Ma ordine di chi, secondo chi? Di qualcuno che dica: questo è ordinato, questo no; oppure: faccio dell’ordine là dove c’è caos. Ma è sempre allora un ordine fatto, scelto, voluto, costruito; oppure preferito a qualcos’altro che (giudizio dell’io) si ritiene non ordine. Lasciare invece ciò che è, è lasciare il caos, farlo essere. Non caos come confusione, ma come mancanza di regola. La regola è ciò che dice il mentale, il caos è ciò che dice il naturale.

di G.Bertagni

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Lo zen e la musica elettronica

buddha machineIl feticismo legato alla musica non è una novità, nell’ultimo decennio si è passati dal non potersi permettere un computer allo smontare degli stessi per costruirne di nuovi, di diversi; ma contemporaneamente, al fianco di macchine sempre più sofisticate, performanti ed infinitamente potenti, si assiste ad un riutilizzo di tecnologie che fanno della bassa qualità, del low-fi la loro forza.

Sempre più spesso si assiste a performance dove tecnologie oramai dimenticate o in disuso, vengono riutilizzate a causa del loro suono caratteristico, a causa degli errori che sono capaci di generare in modo casuale e imprevedibile oppure per la loro estetica retrò.

Altro filone ancora è costituito da coloro che fabbricano i loro strumenti programmando processori e assemblando circuiti in modo casereccio (do it yourself), non dimentichiamo che il primo computer Apple è nato in un garage.

Alcune di queste correnti sono state anticipate/percepite/elaborate e portate in giro per il mondo da due musicisti sperimentali di Beijing: Christiaan Virant e Zhang Jian. Il duo sotto lo pseudonimo di FM3, ha dato origine, nel 2005, ad uno dei fenomeni più interessanti, legati al mondo della musica ambient, degli ultimi anni: Buddha Machine.

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, o avesse accantonato il loro ricordo in un angolo oscuro della propria cantina mentale, le Buddha Machine, sono degli apparecchi simili ad una radiolina portatile che emettono dei loop.

I loop contenuti dalle Buddha Machine sono composti con il Qin, uno strumento a sette corde che sembra essere il nonno degli strumenti cinesi, che produce sonorità profonde e armonie complesse.

Le Buddha Machine sono state utilizzate da FM3 come strumento performativo, se fatte suonare in contemporanea e per tempi prolungati, diventano dei veri e propri mini sound-systems che producono drones e armonie molto interessanti.
Ho visto esibirsi gli FM3 a Dissonanze 7 nel 2007 a Roma, la location era l’Aula Magna del Palazzo dei Congressi, vi assicuro che oltre all’effetto meditativo prodotto dai suoni delle Buddha Machine, vedere Christiaan Virant e Zhang Jian suonare semplicemente spostando le loro creature in posizioni diverse è davvero zen.

Considerando che il fenomeno si è sviluppato in modo rapido, si potrebbe presupporre che oramai potrebbe considerarsi spento, e invece sta per essere messa in vendita la terza generazione di Buddha Machine, che va sotto il nome di Chan Fang, traducibile in Zen Room.

Le nuove Buddha Machine hanno una qualità audio maggiore (12K) e suonano quattro extended loops, ora non ci resta che chiederci se queste nuove generative music device riusciranno ad attrarre ancora l’attenzione di cultori dell’elettronica quali Brian Eno, Blixa Bargeld e Mike Patton come hanno fatto le loro precedenti.

More info:
http://www.fm3.com.cn/
http://www.fm3buddhamachine.com/
http://en.wikipedia.org/wiki/FM3

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E non è importante chi l’ha composta, è sufficiente che piaccia. Parola dello psicologo canadese Glenn Schnellenberg, dell’Università di Toronto a Mississauga (Ontario), che smentisce così l’«effetto Mozart», secondo cui i brani del compositore austriaco – e solo i suoi – potenziano le capacità intellettive e aiutano perfino i malati di Alzheimer.
Per lo specialista – che a Lipsia ha partecipato al convegno «Neuroscienze e musica» organizzato dalla Fondazione Mariani -, il presunto effetto Mozart sarebbe da ricondurre a un potere più generico della musica, che è capace di rilassare e di migliorare umore e performance, a patto che sia quella preferita». Lo stimolo uditivo, insomma, quando viene percepito come gradevole, aumenta il benessere.

«Il pentagramma è amico dei bambini»
E il pentagramma si è dimostrato anche amico dei bambini. Se studiano musica – secondo uno studio canadese – saranno più intelligenti. Lo stesso studio ha promosso pure i corsi di teatro: sono un vero antidoto alla timidezza e rendono i piccoli più socievoli.

«La musica “smuove” l’interiorità, stimola risposte emotive sempre nuove – spiega il dottor Angelo Musso, psicologo e psicoterapeuta di Torino -, inoltre ha un forte potenziale evocativo». Il dottor Musso da un anno guida un gruppo di persone attraverso la musicoterapia come tecnica anti-stress. Un corso sperimentale che all’inizio ha visto i partecipanti imbarazzati, timorosi, e poi via via sempre più liberi, guidati dalla musica oltre le barriere del pregiudizio.
In quale modo? Attraverso una serie di tappe, come illustra il dottor Musso indicando uno dei percorsi possibili. Suddividiamolo in tre fasi: nella prima si è partiti dall’ascolto guidato di musiche tradizionali dal mondo, da quelle aborigene alle celtiche, dalle indiane alle tibetane. Quindi ciascun partecipante è stato chiamato a scrivere e a raccontare le sensazioni, o meglio, le immagini che quei suoni gli avevano evocato. Raccontandole subito dopo a voce alta a tutto il gruppo.

Nella seconda fase è stato fatto riascoltare un brano, e successivamente ogni partecipante ha dovuto scegliere un oggetto e riprodurre ciò che aveva interiorizzato. Cucchiai, pentole, coperchi, carta, bastoni gli «strumenti» musicali più utilizzati in massima libertà e soprattutto senza cercare alcuna competizione con gli altri. Quindi il racconto a voce dell’esperienza provata.
Terza fase: si è privilegiato l’ascolto di suoni, rumori, brani che emotivamente provocassero emozioni precise in un percorso che dalla morte arrivasse alla vita, «da Thanatos a Eros»: emozioni da sperimentare esprimendole con il corpo, prima singolarmente, poi in gruppo, «per arrivare a una grande bagarre liberatoria finale», al «carnevale della vita». Il successo del corso si è palesato da solo: più energia, più sorrisi, più soddisfazione, in un parola meno stress.

Non è certamente una novità: la musica allevia lo spirito, allentando la tensione e producendo effetti benefici in diverse parti del corpo. La musica non influenzerebbe positivamente soltanto lo stato d’animo delle persone, ma anche le reazioni fisiologiche dell’organismo quali l’attività cardiaca e respiratoria, il rilascio di dopamina e serotonina (ormoni che forniscono la sensazione di benessere), la regolazione del sonnoMigliora, inoltre, le prestazioni sportive, contribuisce ad alleviare il dolorerafforza il sistema immunitario.

Per tutti questi motivi si può parlare di una vera e propriamusicoterapia, basata sul principio che il nostro cervello non si limita semplicemente ad ascoltare la musica ma la sente effettivamente, e questo con effetti evidenti e concreti sul nostro benessere. Ad esempio, si è scoperto che la musica fa bene al cuore e può essere un valido strumento nella prevenzione di infarti e ictus. Secondo un recente studio condotto dal team di Luciano Bernardi, infatti, il flusso sanguigno varia a seconda del ritmo musicale: si è notato che i ritmi veloci aumentano pressione e battito cardiaco, mentre i ritmi più rilassati ne causano la netta riduzione; si potrebbe quindi provare a controllare il flusso cardiovascolare utilizzando ritmi musicali differenti. La ricerca ha coinvolto 24 soggetti sani (fra cui 12 musicisti) che hanno ascoltato vari tipi di musica classica a diversi ritmi e a volumi differenti in cuffia.

Negli anni, il campo della musicoterapia si è così esteso fino ad occuparsi di diverse malattie,fra cui l’ipertensione, le malattie cardiovascolari e addirittura il cancro. La tecnica mira a rafforzare il paziente emotivamente, in modo che impari ad affrontare al meglio i sintomi della malattia. Recenti studi hanno dimostrato che la musica migliora la riabilitazione delle persone con malattie degenerative del cervello come il parkinson e l’alzheimer, nonché le capacità motorie dei portatori di handicap.

In passato è stato addirittura osservato che un prolungato ascolto di musica classica aumenta la produzione di latte negli animali e test simili avevano dato lo stesso risultato anche sulle donne. In definitiva, allora, buona musica a tutti!

La musica fa bene al cervello

La musica? Una panacea, come cibo, sesso e sport. Suoni e melodie fanno bene al cervello e non a caso si usa dire “E’ musica per le mie orecchie” per stare a significare che qualcosa ci è particolarmente gradita. La musica infatti fa bene, cioè dà piacere, come assumere alcool o droghe. Il suo speciale potere è quello di suscitare sentimenti e risvegliare emozioni, modificando stati d’animo e comportamenti. Ed a sostenere che note e melodie facciano bene non solo all’apparato uditivo ma anche al cervello sono anche gli scienziati. Che ora stanno cercando di capirne il perché.

Studi e ricerche del resto esplorano il fantastico mondo delle note da tempo completando o smentendo i risultati, ma unanimi nel confermare che il cervello reagisce alla musica attivando alcuni centri del piacere, gli stessi che vengono stimolati durante le cosiddette ‘attività gratificanti’, come mangiare, fare sesso, giocare, fare sport e per alcuni, usare tabacco, assumere alcolici e anche droga.

“A differenza del cibo e del sesso, la musica è un’attività astratta, quindi ‘indipendente’ da un diretto e concreto intermediario con specifici valori biologici” afferma Maria Paola Graziani, psicologa del Consiglio Nazionale delle Ricerche. La spiegazione va quindi ricercata più in fattori antropologici, etici e sociali.
“Oggi la musica”, continua l’esperta, “ricopre per lo più ruoli di intrattenimento, ma nelle società primitive la pratica musicale era legata a esigenze primarie, quali simboli, ritualità, espressioni di identità totemiche e accompagnava, con cibo e sesso, rituali come la caccia o l’iniziazione e addirittura la guerra”.

Ciò che non è ancora chiaro è però quale sia l’area del cervello che sa apprezzare la musica. C’è chi sostiene sia l’emisfero destro, quello che coglie i processi emotivi, mentre altri studiosi hanno dimostrato che anche l’emisfero sinistro, quello preposto ai processi logici, è altrettanto coinvolto. Le reazioni sono molto più complesse: i diversi elementi che compongono la musica (tono, ritmo, melodia) si distribuiscono su entrambi gli emisferi cerebrali.

Emblematici e provocatori per la scienza i casi di alcuni musicisti come Maurice Ravel che, via via che la sua malattia al cervello avanzava, si diceva in grado di comporre la musica nella testa ma incapace di scriverla sul pentagramma. Ma anche le esperienze del compositore Vissarion Shebalin sono calzanti secondo gli studiosi.
Colpito da ictus, il compositore pur non riuscendo a parlare e a capire il linguaggio, era invece in grado di comporre, di insegnare ai suoi allievi, ascoltandoli e correggendo le composizioni.

La musica si conferma inoltre come un ‘linguaggio universale’ e si ritiene che la capacità di apprezzarla sia connaturata nelle persone ancora prima della nascita, nel grembo materno. Una delle ipotesi più recenti è che l’area del cervello coinvolta dalla musica sia collegata alle parti legate alla memoria, alle emozioni, all’apprendimento, per cui si associa all’ipotesi che la musica abbia effetto sulla memoria, aiuti i bambini ad apprendere più facilmente e gli anziani a conservare più a lungo le facoltà intellettuali.
Tesi molto accreditata è che la musica potenzi solo fasi di concentrazione e resa delle abilità individuali, come dimostra l’impiego di diffusione sonora nelle stalle per stimolare la produzione di latte. Ma anche nella grande e piccola distribuzione melodie scelte accuratamente vengono utilizzate, ad esempio nei supermercati, per sviluppare comportamenti di consumo, fra gli umani.

Qualche anno fa sui giornali circolava la notizia che la musica del compositore Wolfgang Amedeus Mozartfavorisse la memoria e l’intelligenza. Oggi, “l’effetto Mozart” non è più sostenuto dai ricercatori, mentre si ritiene che i bambini che studiano musica abbiano una “marcia in più”, rispetto ai piccoli che non hanno avuto a che fare con note e spartiti, nell’apprendimento della matematica. E la marcia in più si riferisce però alle operazioni tra frazioni che sono la parte aritmetica della matematica.

Se invece parliamo di armonia razionale, secondo gli esperti lo studio della musica implica la conoscenza dei logaritmi binari che sono gli elementi fondamentali dell’informatica contemporanea. Ma “come per la matematica, per cui i bambini stimolati alla logica utilizzerebbero diverse capacità cerebrali, è difficile dire se i bambini nascano con una struttura cerebrale peculiare.

Comunque, qualunque siano i meccanismi per i quali la musica ci dà piacere, gli scienziati sono d’accordo fra loro: ascoltarla non
può che farci bene in modo ‘olistico’ e globale.

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Ogni persona prima o poi trova il suo Maestro, un detto Taoista dice: quando l’allievo è pronta il Maestro appare…. Alcuni mesi fa mi è capitato in mano un libro che mi ha folgorato letteralmente, sono rimasto incantato dalla sua potenza solare che traspare dalla sua poetica. Alimentazione Naturale (edizioni Anima ISBN 9788863650037) ti conduce per mano e ti ridà fiducia nella vita. Ieri ho anche incontrato Valdo Vaccaro a una conferenza sul Cibo vitale e alimentazione responsabile, qui a Parma. Sono rimasto letteralmente incantato dalla sua parola, Valdo quando parla è chiaro, anzi chiarissimo, non si possono fare domande perché tutto quello che dice è talmente limpido, senza giri di parole, non è un linguaggio politico, ma armonioso, sereno, senza rabbia, colmo di amore per chi ascolta, preciso nell’elencare tutto quello che ci capita mangiando con intelligenza e anima. Quello che dice di fare è di seguire il ritmo della natura, alimentandoci in maniera naturale, amorosa, assecondando la legge dell’anima. Non più morte, putrefazioni, acidi, ma tanta vita, energia, sole, leggerezza e forza. Come non posso dargli ragione, io sono rimasto folgorato, e dopo averlo provato sul mio corpo, non per sentito dire, ma applicato, digerito, vissuto giorno per giorno. Insomma funziona tutto a meraviglia, ti si apre il corpo al mondo, alle sue gioie. Ora scrivo queste poche parole per poter dare una mano a tanta saggezza, sono felice di aver incontrato una persona che mi ha regalato la vita. Avevo già intrapreso questo cammino, perché mi rendevo conto che quello che facciamo a Madre Natura e ai nostri fratelli Animali è mostruoso, altro che Shoah, questa è una vera guerra nucleare, stiamo distruggendo vite, spezzando futuri, ogni vita merita un futuro.  Se la parola Shoah è una parola ebraica che significa «catastrofe», la Shoah è il frutto di un progetto d’eliminazione di massa che non ha precedenti, sul genere umano. Ma l’uomo è riuscito a centuplicare sugli animali questa catastrofe. Ma questo a volte veniva dimenticato, e nonostante la mia convinzione c’erano delle ricadute, ora ho incontrato Valdo, mi ha trasmesso la sua energia solare e vitale, a lui non piace sentirsi Santone, ma a me mi ha fatto lo stesso effetto di un incontro divinizzante. Il primo risultato è stato che non ho più avuto nessuna ricaduta e il suo libro e le sue parole dirette mi hanno guidato. Ora sono un crudista frugivaro e sono felice perché vivo in pace con la natura, sereno con i miei amici fratelli animali. Posso solo dire, ancora grazie a Valdo e di essere a disposizione per tutte le lotte e informazioni delle sue campagne, contro questo sistema allucinante dell’alimentazione scorretta che l’uomo ha intrapreso. Spero che quello che è accaduto a me voi possiate incontrarlo, è un dono meraviglioso si chiama : VITA.  Grazie dal tuo discepolo Claudio Ferrarini

 

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CONCERTO. “I COLORI DEL SUONO” ROBERTO FABBRICIANI & ALVISE VIDOLIN, IUC–Aula Magna, Università la Sapienza di Roma

R.Fabbriciani al flauto traverso, e A.Vidolin -regia del suono- propongono musiche di C.Debussy, B.Maderna, E.Morricone, A.Clementi, E.V.A.Varèse, Fabbriciani-H.Pousseur, L.Nono, interamente dedicate al flauto traverso con l’ausilio dell’elettronica. Del 1912 è Syrinx -edito nel ‘27- per flauto solo di Debussy. Un brano dalla difficile interpretazione che, Fabbriciani, con sicura facilità, risolve in un’equilibrata espressione, spesso tradita da altri esecutori. Con Musica su due dimensioni per flauto e nastro magnetico di Maderna del ‘52, assistiamo a uno dei primissimi tentativi d’interazione fra musica acustica ed elettroacustica registrata su nastro. Il lavoro, prettamente melodico, accetta l’interazione del nastro tramite l’inserimento di un’ampia cadenza per flauto, volta a circoscrivere le diverse fasce timbriche del nastro. Fra le mani di Fabbriciani, questa interazione riesce più che mai, tanto da renderci partecipi di un lirismo mai scontato, mai ingrigito se naturalmente contestualizzato in un preciso momento storico. Segue Cadenza per flauto e nastro magnetico di Morricone, costruita su un pedale armonico (il nastro) e un frammento di melodia di G.Frescobaldi, precisamente [La Sib Dob Mi]. Sì, ma probabilmente poteva essere di chiunque questa proposizione. Il flauto di Fabbriciani espone -con rinforzata coerenza- la grande varietà ritmica del brano, forse facendone un lavoro spigliatamente virtuosistico. Parafrasi 2 per flauto contralto, nastro magnetico e live electronics (2004) di Clementi, è basata su un canto popolare tedesco (lerchengesang/canto dell’allodola) dal carattere modale. Con questa melodia, l’autore costruisce un canone a quattro parti -nelle «solite» 4 forme speculari- con il flauto registrato (Vidolin), alternando le reiterazioni tra lo strumento dal vivo e i flauti su nastro, ed impiegando valori relativamente semplici, regolari, così da conservare la centricità della melodia correttamente eseguita dal nostro flautista. Il lavoro in questione sembra soffrire di una eccessiva durata e di un’assenza di varietà, e di fin troppe consonanze storicizzate. Cosa vuol dire “oggi” consonanza! Una dissonanza risolta? Dobbiamo ancora ragionare in questi termini, oppure affermiamo serenamente -in grazia d’intelligenza- che non esiste più un’opposizione fra le due? La tecnica musicale ha risposto ampiamente di queste problematiche ma spesso si è affetti da una collettiva amnesia, così da invecchiarsi precocemente, in grazia d’intelligenjia. Pertanto, il brano è certamente di gradevole ascolto, perché modale, come può esserlo un pezzo di D.Milhaud o meglio di E.Satie. Ci si domanda se un compositore, in vista di una gradevolezza dell’ascolto, debba ricorrere all’invecchiata modalità, semplicemente è involutivo e fin troppo semplicistico. Le possibilità di combinazioni musicali sono finitamente infinite, ecco una cifra per approssimazione: 479.001.600. Per contro, di E.Varèse è presentato Density 21,5 per flauto solo, pezzo del 1936. Potremmo avanzare l’ipotesi che sia stato il miglior brano della serata, insieme a Musica su due dimensioni di Maderna. Density 21,5 è un importante lavoro che dimostra sia la grande creatività del compositore che la profonda conoscenza tecnico-espressiva dello strumento. Fabbriciani sembra esserne consapevole tanto da farne un sicuro pezzo del nostro tempo. Zeus joueur de flûtes, di Fabbriciani- Pousseur, rende omaggio al compositore francese recentemente scomparso tanto da farne -con ironia- una musica d’ambiente per foreste disboscate, data la fluttuanza del compositore. La parte del flauto prevede l’impiego dell’intera famiglia degli strumenti: flauto traverso, ottavino, flauto contralto, flauto basso. La parte elettronica -controllata puntualmente da Vidolin- appartiene, invece, ad un ciclo di studi elettronici di Pousseur del 1972, realizzati presso gli studi della WDR di Colonia. Di Nono, Fabbriciani e Vidolin, propongono, con grande chiarezza e precisione Das atmende Klarsein, fragment per flauto basso, nastro magnetico e live electronics, composto da Nono tra la fine degli anni settanta e l’inizio del 1980. Questo “frammento” distese la strada verso il “Prometeo” (Venezia 1984). Il brano non è certamente dei migliori di Gigi Nono, innegabilmente evidenzia il rapporto dell’esecutore con la regia del suono, ciò nonostante, rimane un lavoro invecchiato dal tempo che, in tutta franchezza, non suscita un granché d’interesse: una colorata pagina imbiancata pre-postmoderna.

Simone Santi Gubini

 

Pubblicato “Flauto in scena”, l’ottavo Quaderno di Cultura Contemporanea edito dal Teatro Comunale di Monfalcone. Con questo nuovo lavoro, firmato da Roberto Fabbriciani (nella foto), la serie dei Quaderni di Cultura Contemporanea, editi dal Teatro Comunale di Monfalcone e curati dal prof. Carlo de Incontrera, giunge al suo ottavo numero, proseguendo dunque un appuntamento editoriale ormai consueto ed atteso che il Comunale offre all’approfondimento della cultura d’oggi. Il “filo rosso della curiosità, dell’entusiasmo per la novità, per la ricerca, per la sperimentazione”, la necessità di proiettare le proprie esperienze artistiche “in una dimensione sempre futuribile, lontana dalla ripetitività e dalla noia” hanno guidato Roberto Fabbriciani lungo la sua brillantissima carriera di innovatore della tecnica flautistica, che lo rende oggi tra gli interpreti più richiesti e riconosciuti a livello internazionale. Da sempre Fabbriciani, già ospite della stagione musicale del Teatro Comunale di Monfalcone, ha un rapporto estremamente spontaneo con la musica del suo tempo, ama “i rischi musicali”, e trova nel flauto, eclettico e multiforme, un “mezzo infinito, un soggetto, un’orchestra, un interprete che va oltre alle sue stesse potenzialità”. La ricerca e i più arditi esperimenti sonori sullo strumento sono, per l’autore, indisgiungibili dal gesto, dalla dimensione spaziale, dal movimento che accompagna ciascun suono, ciascuna intenzione interpretativa. Con Flauto in scena, dunque, l’autore rappresenta con la sua narrazione, accompagnata da materiale grafico e fotografico e da varie testimonianze di compositori che con lui hanno lavorato, alcune tra le sue più importanti esperienze di teatro musicale contemporaneo: è in esso, infatti, che un artista completo e sempre in simbiosi con il suo strumento, deve procedere da attore, da narratore e da parte integrante dello svolgimento drammatico. L’esordio del volume è dedicato alla collaborazione di Fabbriciani con Camillo Togni in Blaubart, opera in un atto ambientata nel famoso castello di Barbablù, dove Fabbriciani, nel ruolo di un fanciullo, si muove sulla scena recitando, con ritmica precisa, un difficile Sprechgesang in tedesco antico. Il testo prosegue con l’affascinante descrizione della composizione di Prometeo di Luigi Nono. Assieme a Nono, Fabbriciani ha vissuto da vicino e molto intensamente la genesi di un’opera fatta di esperimenti (tecnologici e non solo), provocazioni, nuove esplorazioni dello spazio sonoro e scenico: un Prometeo che rappresenta l’ansia verso il diverso, l’errare cercando e continuamente dubitando, in cui la curiosità di Fabbriciani si alimenta e trova infiniti spunti interpretativi. Il racconto continua con il viaggio nel teatro di Sylvano Bussotti: Fabbriciani spiega come le sue tante partecipazioni alle produzioni di Bussottioperaballet lo hanno coinvolto in una scrittura musicale “pittorica”, in nuove situazioni di palcoscenico fatte di grande fisicità, di “vibrazioni emozionali” ogni volta diverse. E’ con grande commozione che Fabbriciani descrive, nel capitolo successivo, il profondo legame che lo ha unito al suo maestro, Severino Gazzelloni, e l’emozione nel partecipare agli allestimenti maderniani di Hyperion (di cui proprio Gazzelloni ha interpretato l’indimenticabile prima nel 1964), “lirica in forma di spettacolo”, in cui incomprensione e incomunicabilità sono protagonisti dell’alienante soggetto, e Don Perlimplin, opera radiofonica tratta da un testo di Garcia Lorca, “trionfo dell’amore e dell’immaginazione” e capolavoro della Nuova Musica, in cui Maderna, che osa elementi linguistici sempre più complessi e difficili, affida al flauto la funzione di “strumento incantatore” che “sublima nella purezza del suono l’essenza dell’amore”. La rassegna di lavori teatrali termina con Prospero, di Luca Lombardi, dove Fabbriciani, a cui è affidata una partitura estremamente corposa e complessa, interpreta con grande fascino e magia il personaggio di Ariel: la prima dell’opera (Staatstheater di Norimberga, 2006) è stata salutata, con grande entusiasmo, come la rinascita dell’opera italiana. Il testo si conclude con uno scritto critico e un’intervista dell’autore, seguiti da due brevi testimonianze di Sandro Cappelletto e Sylvano Bussotti e dalla presentazione completa della figura di Fabbriciani attraverso l’analisi delle sue prime esecuzioni, una breve biografia e la discografia completa. Allegato al volume un CD, le cui annotazioni sono riportate alla fine del testo, con musiche dei già citati Togni, Nono, Bussotti, Maderna e Lombardi, e di Fabio Vacchi, Mario Cesa e dello stesso Fabbriciani. La pubblicazione, il cui prezzo di copertina è 17,00 €, può essere acquistata presso la Biglietteria del Teatro Comunale (tel. 0481 790 470, da lunedì a sabato, ore 17.00 > 19.00) o facendone richiesta agli Uffici del Teatro al seguente indirizzo: Comune di Monfalcone / Servizio n° 1 – U. O. 5 – Amministrazione Servizi Culturali / Via Ceriani, 10 / 34074 Monfalcone (GO) / Tel. 0481 494 350 / Fax 494 377 / amm.cultura@comune.monfalcone.go.it.

 

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Quello che stiamo facendo a questi animali è terribile,l’indifferenza che ci colpisce sul vivere quotidiano è spaventoso, si fanno ricerche per cose inutili. Mi domando perchè non possiamo condividere insieme una possibile soluzione. Madre Terra ci sta suggerendo qualcosa, cerchiamo ti capire questi martiri della natura. Con la loro morte ci stanno aiutando a domandarci delle cose. Non ci vuole molto, ma noi indifferenti, siamo solo preoccupati del costo del barile di petrolio, ogni giorno anche una piccola variazione viene scritta su milioni di giornali, pagine web, basterebbe fermarsi per un giorno in tutto il mondo per avere le risorse per risolvere milioni di cose. Io sono disposto a fermarmi…e voi? cF

Strage in Nuova Zelanda, 107 balene morteUna vicenda veramente triste quella capitata sulla spiaggia di Stewart Island, in Nuova Zelanda, dove si sono arenate ben 107 balene, fatto questo che non può che sconvolgere e turbare profondamente le persone, soprattutto perché le autorità locali, a causa di una carenza di personale e attrezzature, non ha potuto altro che aiutare questi poveri animali a morire più in fretta, praticando l’eutanasia.

Una morte che, almeno per le 48 balene ancora vive al momento del ritrovamento, poteva essere evitata se ci fosse stata una preparazione maggiore, dal momento che fenomeni del genere non sono così rari.

Non resta che sperare che altre balene o altre specie non siano costrette a subire la stessa morte, dato che, molto probabilmente, questo non sarà l’ultimo caso, visto che il motivo che induce gli animali ad arenarsi non è ancora chiaro, anche se forse dovremmo chiederci se la causa non sia da ricercare nell’interferenza dell’uomo negli equilibri della natura.

Rigassificatore Olt: Greenpeace denuncia un “Complotto in alto mare”

FIRENZE. Greenpeace torna sul progetto  del  rigassificatore offshore della Olt previsto a largo delle coste livornesi-pisane (nel  mezzo del Santuario dei Cetacei, a poca distanza dalle Secche della Meloria, Area marina protetta recentemente istituita) e richiama l’attenzione di ministero dell’Ambiente e della Regione Toscana. L’associazione ambientalista  nel rapporto “Complotto in alto mare” svela quelli che ritiene essere i retroscena della vicenda.

«A quattro anni dall’autorizzazione dell’impianto – si legge – il ministero dell’Ambiente ha dato il via libera a nuove modifiche progettuali che potrebbero aggravare i rischi ambientali». Senza richiedere alcun ulteriore studio, informano da Greenpeace, la Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale ammette che non sarebbe stato valutato in maniera adeguata l’impatto che lo scarico di cloro e il rumore prodotto dall’impianto avranno sull’ambiente marino. «Ancora una volta gli interessi dell’industria calpestano la tutela ambientale  – ha dichiarato Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace – Questo rigassificatore è un esperimento pericoloso in un Santuario che verte già in condizioni di grave degrado. Invece di proteggere balene e delfini come promesso, le istituzioni li stanno condannando a morte».

La Commissione tecnica afferma che ogni anno saranno sversati in mare 3,6 tonnellate di cloro (“particolare” che sarebbe stato ignorato nella Via del 2004) e questo per Greenpeace porterà alla formazione di composti organo-clorurati tossici, mutageni e non facilmente biodegradabili.

Poi c’è la questione del rumore in acqua prodotto dall’impianto, che potrebbe aumentare con lo spostamento di alcuni macchinari particolarmente rumorosi nello scafo della nave. Secondo la Commissione tecnica queste modifiche sarebbero compatibili con l’ambiente.

«E’ scandaloso che il ministero dell’Ambiente riconosca di non aver mai valutato questi impatti ambientali e, ciononostante, permetta di incrementarli. Invece di procedere a una razionale valutazione del rischio, il ministero preferisce nascondersi dietro la richiesta di monitoraggi successivi perfettamente inutili, visto che i cetacei scapperanno da un’area rumorosa e inquinata» ha concluso  Monti.

In questo nuovo quadro Greenpeace chiede: «al Ministero dell’Ambiente di bloccare immediatamente la costruzione del rigassificatore off-shore; al Comitato scientifico e tecnico del Santuario di esprimere un parere vincolante sulla reale compatibilità di questo progetto con il futuro delle balene; alla Regione Toscana di intervenire in maniera concreta a tutela del Santuario come più volte promesso».

 

L’ultimo regalo di un animale
che l’uomo ha sempre sfruttato di Mario Tozzi

 

Non sarà stata inutile la morte di Regina, maestosa balena di 35 tonnellate, se farà fiorire una vita intensa e inaspettata a appena dieci miglia dalla costa toscana. E sarà stata uno dei pochi meriti degli uomini, che non danno tregua ai grandi cetacei in tutto il mondo, fra inquinamento, riduzione delle riserve di cibo e impoverimento degli habitat. Eppure, proprio nel Tirreno centro-settentrionale, è stato istituito il santuario dei cetacei, in uno dei luoghi più tormentati dalle attività industriali dell’intero bacino del Mediterraneo. Un santuario che non può funzionare per via dell’inesistenza dei controlli e della scarsa cura degli amministratori rivieraschi. E che meno ancora potrà essere salutare, per i grandi animali marini, se si continuano a impiantare rigassificatori e macchinari che incrementano il traffico e il disturbo. E se non si impostano, subito, nuove aree marine protette. 

Le ultime ore di Regina, avvistata ancora in vita, sono state le solite ore di angoscia dei cetacei che si spiaggiano: disorientamento, venire meno delle forze, impossibilità di nutrirsi e abbandono alla corrente che li sbatte sulla riva. E fa un po’ tenerezza vedere quelle centinaia di volontari che si prodigano per dare cure ai cetacei spiaggiati quando si sa bene che, al mondo, mai nessuno di quei mammiferi marini è ritornato al mare. Ma non sono infrequenti i cetacei in quel tratto di costa, se si pensa che nel 2007 ben tre balenottere incrociavano tranquille nella darsena di Portoferraio (all’Elba), ritrovando subito la strada verso il mare aperto.

Ma la morte di Regina darà vita (per la prima volta senza l’uso di esplosivi) a un meccanismo straordinario, che si mette peraltro all’opera ogni volta che una balena muore e, dopo aver perso i primi gas, affonda naturalmente. Non sono poche: si calcola una ogni 5-15 km nelle aree in cui i mammiferi marini sono più abbondanti. Squali e altri pesci predano immediatamente la carcassa al ritmo impressionante di 50 kg di carne al giorno. Quello che resta viene attaccato da crostacei e molluschi e attorno fioriscono le più dense comunità di vermoni sottomarini (policheti) che si registrino al mondo: oltre 45.000 individui per metro quadrato. E ogni volta si scoprono specie nuove che campano spolpando ossa di balena. Dopo 12 mesi comincia un’altra storia: finite le carni, resta, tutto attorno allo scheletro (che in questo caso verrà recuperato, per ragioni scientifiche, dopo un anno e mezzo), una quantità di lipidi e olii la cui consumazione da parte di altri organismi libera zolfo grazie al quale prosperano altre comunità di viventi autonome e che non utilizzano ossigeno. Queste comunità solfodipendenti possono campare per cinquant’anni attorno ai resti della balena e poi spostarsi verso un altro affondamento. Una carcassa di balena è una risorsa energetica per il mare e le Whale Fall Communities una novità importante degli studi intorno ai cetacei, l’ultimo regalo di animali che gli uomini sfruttano dalla notte dei tempi e a cui non sono in grado di restituire nemmeno un po’ di rispetto.

 

 

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Io sinceramente mi sono rifiutato di guardarlo, quindi mi astengo a qualsiasi giudizio sullo spettacolo, posso solo dire che trovare nel cast persone che hanno avuto guai con la giustizia, persone che chiedono cachet da 200.000 euro, per una apparizione, facendo ironia su cose tragiche che ci riguardano da vicino tutti. Ma poi non ci pensa due volte ad andare a braccetto dei distributori Media Set per i suoi film…. Insomma l’Italia è veramente messa male, tutti quei soldi estorti con dati Auditel contraffatti al comune di San Remo e gli abbonati Rai, non si fa nulla di concreto nel campo della musica, questa trasmissione fa vedere 5 cd in più ai soliti e tutto il resto, per un anno resta con il nulla in mano. Le vere forze nuove musicali vengono estromesse da questo baraccone, vende di più quelli che vanno da la amici della De Filippi. Insomma un progetto serio sulla musica non esiste, chi si deve far strada ormai deve rendersi conto che quei sipario è inutile. Certo potrà darti in pochino di visibilità, ma iternet è spietata e non ci sono San Remo che tengano, vince chi riesce ad attrarre con della buona musica e un progetto video giusto. I vecchi balletti i colpi di chiappetta non servono più. Per non parlare dei grani filosofi e critici del dopo San Remo….Non voglio sprecare tempo a voi, ma la musica Italiana è altrove non certamente a San Remo.

 

 

Sanremo non emoziona più. Immagine, ricerca del fantastico, artificio di colori: si tenta di incantare, ma la canzone, la musica sono un’altra cosa. Non è un festival, ma un evento mediatico dove tutto è apparenza, senza sostanza vera. E, poi, se pensiamo quanto costa tale evento ai contribuenti italiani, viene il capogiro.
Sanremo è divenuto un “prodotto di marketing” confezionato come un qualsiasi prodotto pubblicitario. Già in partenza si sa se il prodotto va bene o male, se viene comprato o rifiutato.
Io ricordo che in un lontano passato si conoscevano solo le date in cui il festival si svolgeva: c’era attesa, ci si metteva la sera davanti ai televisori nei giorni annunciati, si aspettavano i nomi dei cantanti, si ascoltavano le canzoni. Niente condizionamenti, c’era la genuinità della sorpresa. Oggi è tutto cambiato: un mese prima si fanno trasmissioni, si parla dei cantanti, si fanno previsioni, si ipotizzano vincitori e sconfitti, si innescano ad arte polemiche, e così le teste di tutti, dei giurati e del pubblico con il televoto sono già ben indottrinate, senza quella possibilità di dare un giudizio libero.
Sanremo non è più “un valore che vuole conservare, valorizzare e innovare la tradizione italiana della canzone, non è più il luogo dell’attribuzione del merito musicale, non è più il luogo dove è possibile il confronto di “culture, stili e generi” musicali diversi,di cui uno diventa vincitore, ma il palco dell’effimero e delle polemiche, prima e dopo, è lo specchio della società italiana, dove ciò che conta è l’apparenza e di cui la Belen e la Canalis sono l’emblema. Mito, Passione, Eresia: queste – secondo il direttore del festival di Sanremo- , gli ingredienti della 61 edizione, ingredienti rappresentati da Morandi(mito), dalle signore Canalis e Belen(passione) e da Luca e Paolo(eresia). E la canzone? Beh, quella è secondaria, è una aggiunta che si trova lì per caso.
Io credo che l’evoluzione del festival di Sanremo abbia visto molti mutamenti e, direi, anche giustamente, perché sarebbe sciocco pensare che dovesse rimanere come 30 anni fa; il problema che mi pongo è un altro: la filosofia di fondo che lo governa, che non è quella del lancio di intuizioni musicali e canore, di novità sul piano dell’elaborazione di interpretazioni dei sentimenti e della vita dell’uomo in chiave musicale, quanto invece quella dell’attrarre pubblico, del fare ascolti, del battere in quei giorni del festival la concorrenza, anche a costo di mortificare la canzone e di portare sul palco testi che della melodia della musica italiana hanno ben poco. Solo canzoni urlate, gridate, arrabbiate, vero specchio della disgregazione sociale.
Ma sicuramente alla stragrande maggioranza degli italiani il festival di Sanremo piace ed io rispetto, senza dubbio, quanti lo apprezzano; ma prego i lettori, anche se non condividono la mia osservazione, di rispettare la mia idea. Buon, comunque, Sanremo a tutti!

Il giorno mercoledi 15/02/2011 è iniziato, sul canale della RAI, il Festival della canzone italiana, che viene seguito da quasi tutta la nazione, si tratta di Sanremo! Il programma viene trasmesso precisamente su Rai 1, in diretta dal teatro Ariston della regione italiana Liguria. Ogni cantante si esibisce sul palco per ricevere il voto dalla giuria e dal televoto. Per molti italiani il festival è un grande evento! Personalmente, invece, non riesco ad apprezzarlo e non lo trovo interessante, ma questo è il mio modesto parere da ragazzo adolescente. Quello che proprio non condivido è lo spreco di soldi che gira attorno a questa trasmissione : basti pensare a quanti ne ricevono la Canalis, Belen e Morandi a puntata e a quanti ne girano per l’acquisto dei biglietti da parte del pubblico del teatro Ariston . Secondo me è giusto che i biglietti vengano messi in vendita, ma buona parte del ricavato, dovrebbe essere utilizzato dallo Stato a favore dei problemi della nazione e in particolare delle scuole.

 

 

SCANDALO SANREMO
Il Festival deve essere soppresso: troppo diseducativo, antisociale, antimusicale e anticulturale 

Anche quest’anno è andato in scena il Festival del vuoto. Il Festival del niente. Della vergogna e delle illusioni. Anche quest’anno abbiamo assisisto alla solita sfilata di gente senza talento, di quelli che si definiscono artisti senza averne le doti, che si atteggiano a divi. Ma che desolazione. Diciamolo subito, questi non sono cantanti. Sono burattini stonati, dalle voci rozze e volgari. L’unico artista degno di essere definito tale è Luigi Tenco. Proprio in questi giorni ricorre il quarantesimo anniversario dalla sua morte. Lo ricordo serio e soprattutto cosciente. Aveva capito tutto. Quel circo viziato dal quale si è voluto sottrarre tragicamente. Dopo di lui il nulla. Il Festival di Sanremo è pericoloso. Continua a produrre anticultura. Diseducativo per chi lo fa e per chi lo vede. I giovani arrivano alla kermesse senza una vera preparazione. Senza aver mai varcato la soglia di una scuola di canto. E non siamo i soli a pensarla così. Anzi siamo in buona compagnia. Anche Daniel Baremboim, uno dei più grandi direttori d’orchestra di tutto il mondo, sostiene che “l’educazione musicale non esiste, non possiamo stupirci che sempre meno giovani frequentino le sale da concerto”. Questo è il risultato dei vari Sanremo. Niente sudore, nessuna fatica. D’altronde, i giovani accendono la Tv e sembra che sia tutto facile: perché mettersi sotto e lavorare duramente se si può arrivare lo stesso al Festival senza il minimo sforzo? Così si giustificano anche gli ascolti, in media 11 milioni di telespettatori incollati alla Tv, per assistere allo spettacolo del niente. Cifre drammatiche. E’ la prova del degrado culturale, è il male che i potenti fanno al popolo. E’ la solita, già vista, tecnica che il potere adopera per drogare il popolo, per lasciarlo nell’ignoranza. Ma la colpa è anche di quella strenua minoranza che se ne frega, sta alla finestra, non denuncia come faccio io ormai da decenni. E i risultati sono s otto gli occhi di tutti. L’Italia che va a pezzi e noi che continuiamo a pagare. Già, perché è sempre il cittadino contribuente che ci rimette. Il ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa ha provato a ribellarsi, non gli sono piaciuti i compensi dei presentatori: Pippo Baudo incassa 700 mila euro, Michelle Hunziker addirittura un milione di euro. Qualcuno mi spieghi che cosa sa fare questa ragazza tanto osannata! Non sa cantare (l’abbiamo sentito tutti quanto ha stonato quando ci ha provato), non sa ballare, non sa recitare. Ecco, l’unica cosa che gli riesce veramente bene è ridere. Ma avevamo proprio bisogno di una che ci ridesse in faccia così spudoratamente? Io credo proprio di no. Tornando al ministro ha provato ad alzare il polverone: “compensi troppo alti”, dice lui. Ma nel concreto che cosa ha fatto? Si è solo indignato, ha parlato ma non gli è sfiorata minimamente l’idea di aprire un’inchiesta. Di capire in che mani finiscono tutti questi so ldi. Per cercare gli intrallazzi, per capire se magari qualcosa finisce anche nelle tasche di qualche dirigente Rai. Sembra che la parola tangente non la ricordi più nessuno. Ma, chiunque ha un po’ di buon senso può immaginare cosa succede dietro le quinte della più grande manifestazione canora organizzata nel nostro Paese. Insomma, la mia domanda è: davvero questi soldi li intascano solo i presentatori? O, magari, come è lecito pensare, dietro c’è anche lo zampino di qualche dirigente Rai disonesto? E vogliamo parlare di Michelle? Ha dichiarato che il cachet milionario le serve per pagare anche i suoi collaboratori. Ma ha aperto un ufficio di collocamneto? Che significa? Non è legale. Perché in questa maniera si propone come una mediatrice. Si potrebbe ipotizzare anche il reato di sfruttamento del lavoro altrui. La legge non lo prevede. Al massimo i soldi per i suoi collaboratori li avrebbe dovuti pattuire la Rai. Lo sfruttamento è un reato che de ve essere assolutamente denunciato. Io, come presidente del sindacato dei cantanti lirici italiani, non sono d’accordo che la tv di Stato possa offrire questi cachet. Se questo spreco di denaro producesse cultura, allora si potrebbe chiudere anche un occhio. Ma queste sono solo canzonette. Musica commerciale che ha il solo scopo di fare i soldi. Il nostro sindacato intende presentare prossimamente due esposti alla magistratura contro Baudo e company, perché abbiamo il sospetto che dietro quella cifra girino tangenti e contro la Hunziker per sfruttamento del lavoro umano proibito dalla legge.
E’ una vergogna che in Italia i teatri lirici agonizzano (alcuni stanno addirittura chiudendo) e la musica classica è sempre più emarginata e la Rai concentra i soldi dei poveri contribuenti su Sanremo. E, ad essere penalizzati, sono sempre gli stessi. Anche a Sanremo. Basta vedere la paga degli orchestrali: una miseria. Percepiscono, a fronte di un orario di lavoro smisurato, 100 mila lire del vecchio conio a giornata. Pippo Baudo per opportunismo e paura degli orchestrali a solidalizzare con loro. Ha provato a difenderli denunciando il malaffare. Ma perché non comincia proprio lui a cedere una parte del suo cachet? Quando ero nella lirica ne ho viste di tutti colori: lotizzazioni, dirigenti incapaci e inadeguati, tantissimi disonesti. E Baudo faceva finta di non vedere. Ora basta. Lo Snaal chiede un intervento immediato. E’ nostro dovere sociale combattere contro questo prodotto fasullo e inutile.

Giuseppe Zecchillo – Segretario SNAAL e già consigliere d’amministrazione del Teatro alla Scala

 

Ora che è stato deciso il cast, si può finalmente cominciare ad organizzare il prossimo Festival di Sanremo: Gianni Morandi ha infatti dichiarato che sta iniziando a dedicarsi all’ascolto delle canzoni e alla scelta dei cantanti. E pensare che, sul palco dell’Ariston, Morandi voleva esibirsi e non condurre: “Io pensavo a Sanremo ma soprattutto come cantante, poi Gianmarco Mazzi me ne ha parlato in maniera diversa, è venuto a trovarmi e mi ha proposto un’idea di gruppo e di squadra, mi ha detto ‘dai ci divertiamo’“.

E mentre Morandi, Belen e la Canalis si preparano alla kermesse canora, il consigliere Antonio Verro – che nei giorni scorsi aveva pesantemente criticato la scelta di Belen Rodriguez a Sanremo – parla dei compensi che spetteranno ai vari protagonisti: “Non supereranno quelli degli scorsi anni perché la situazione economica del paese richiede sacrifici“.

Detto fatto: proprio stamattina 13 ottobre, è arrivata la conferma che il cachet del conduttore non sarà superiore a quello che lo scorso anno spettò ad Antonellina. 800mila euro lordi per Morandi, che pare avesse richiesto inizialmente un milione e mezzo di euro, ma ha poi dovuto accontentarsi di molto meno. Alle due showgirl andranno invece 150 mila euro lordi a testa, mentre Luca e Paolo si divideranno equamente 100mila euro.

Nel frattempo, arriva anche il benestare di Fiorello, contento della squadra che presenterà Sanremo: “Con Morandi, Belen e la Canalis, mi sembra davvero un castone, anche se Morandi non me lo immagino con quelle manone sul palco dell’Ariston” ironizza lo show-man, intervistato durante la conferenza stampa del film ‘Passione‘ di Turturro, “Belen è molto adatta come valletta, è brava e molto simpatica, mentre la Canalis la seguivo sempre in ‘Love Bugs’ e mi piaceva. Poi ci sono anche Luca e Paolo!“. Fiorello elimina anche ogni possibilità di vederlo come ospite sul palco dell’Ariston: “Io non parteciperò come super-ospite perché l’ho già fatto in passato e mi basta e mi avanza“. Insomma, una squadra che piace, anche se le scelte di Morandi non sono state gradite da tutti i telespettatori. Il cantante, però, non ha preoccupazioni: “Sarò il padrone di casa di una squadra bellissima perché sono tutti ragazzi molto giovani, freschi e simpatici, come Luca e Paolo, Belen e Elisabetta Canalis. Una squadra, che mi consentirà di divertirmi sul palco lavorando professionalmente“. Non resta che attendere l’inizio dello ‘show’ per vedere se Morandi abbia fatto le scelte giuste…

Articolo di Grazia Cicciotti

 

Sanremo – I compensi agli ospiti del Festival anche quest’anno sono al centro delle polemiche. Qualcuno li ha definiti “un pugno nell’occhio ai cittadini in piena crisi”. In particolare viene contestata la somma di 200mila euro, che sarebbero stati pattuiti con Roberto Benigni per la serata di ieri.
Così Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello Sportello dei Diritti: “Siamo tutti consapevoli dello spessore ineguagliabile di un rappresentante della cultura e dello spettacolo italiani nel mondo, quale Roberto Benigni, il cui compenso è sicuramente giustificabile e certamente adeguato al mercato, ma non possiamo non esprimere più di qualche perplessità alla luce della situazione di precarietà dell’economia e del mercato del lavoro italiani.
A questo punto, dobbiamo ritenere che tutto il sistema dei compensi per gli ospiti che il servizio pubblico rappresentato dalla Rai dovrebbe garantire sia tutto da rivedere, se si continuano a spendere fiumi di soldi pubblici – che provengono in gran parte dal pagamento del canone – a fronte di una situazione economica generale che in larghissime fasce della popolazione è arrivata anche oltre la disperazione”.

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SE  ACCAREZZI  UN  MAIALINO TI  PRENDONO  PER  MATTO

LETTERA

Aprire gli occhi sulle atrocità del carnivorismo

Ciao caro Valdo, mi avvisi quando fai qualche altra conferenza in Friuli? Mi sono appena persa quella di Pontebba. Sono una ragazza favorita dalla buona sorte. Ho avuto la fortuna nella vita di incontrare delle persone che, come te, mi hanno fatto tanto bene.

Anni fa un amico vegetariano, Andrea di Bagnaria Arsa, mi aprì gli occhi sulle atrocità del carnivorismo. Poi la mia voglia di coerenza, e l’amore per i miei fratelli animali, mi hanno spinta verso il veganismo. A quel punto sei arrivato tu a darmi conferme e insegnamenti sul come alimentarmi meglio, e sul come guarire dalla candida senza farmaci.

Ora infatti sto benissimo, niente più candida.

 

Un’alimentazione da favola per stare divinamente

 

Tante colazioni a base di arance, kiwi, mele, pere, papaie, mango.

Merende a base di banane, mandorle e avena.

Pranzi con insalatone, patate, riso integrale, zucche, avocado e noci.

Dessert con datteri e frutta secca.

Cene romantiche a base di cavoli verdi crudi, carote, tanto succo di limone, e tanto amore.

 

La pazzia di proteggere una vittima indifesa

 

Ho voglia di aprire gli occhi a tutte le persone che incontro.

Cerco di informare tutti.

Ma mi prendono per matta.

Perché mai le persone non sentono niente quando guardano negli occhi un maialino?

Perché lo vedono solo come una coscia di prosciutto?

Perché mi dicono che se l’uomo è più evoluto allora ha diritto di uccidere?

 

Qual è l’errore che mi impedisce di essere convincente?

Come faccio a farli ragionare?

Come faccio a fargli vedere la realtà dal punto di vista di chi viene macellato vivo per un inutile, dannoso e dannato vizio di gola?

Dove sto sbagliando?

Perché non riesco a comunicare bene questo modo trasparente di vedere la vita?

 

Facciamo assieme un libro sui doni profumati della natura?

 

Valdo, lo facciamo un libro sulla frutta e la verdura? In controtendenza col codex alimentarius.

Un libro con bellissime fotografie di tutti i frutti e tutte le verdure, con accanto un paragrafetto dove si illustrino le proprietà meravigliose di quell’ortaggio o di quel pomo?

Io faccio la grafica di professione, mi diletto a fare foto, e offrirei le mie prestazioni gratuitamente per

un lavoro di questo tipo.

Ho scritto a ruota libera, sempre in modo confusionario, come è mio solito, accidenti.

Ti abbraccio e ti ringrazio ancora per tutto ciò che fai.

Francesca

 

*****

RISPOSTA

Essere animalisti in una civiltà basata sul maiale è in effetti pazzesco

Ciao Francesca, pretendere che la gente presti attenzione a un maialino vivo, e che magari abbia persino il coraggio di guardarlo negli occhi, quando ogni intercapedine ed ogni goccia del suo sangue è maializzata ed impregnata di umori e di linfa di quel povero animale, è pura utopia, è pretendere davvero l’impossibile.

In un certo senso è giusto che ti prendano per pazza, come del resto fanno con me medesimo.

 

L’amore vale solo per i cani e i gatti

 

Noi non siamo persone normali, cara Francesca. Tu ed io abbiamo messo una mano sulla pelle viva del maiale, percependo sotto di essa un corpo caldo e pulsante.

La gente savia, cioè quella normale, quella con le rotelline perfettamente a posto, non vede negli occhi del maiale la presenza di un essere vivente con delle esigenze e dei sentimenti, con la voglia di vivere, di giocherellare e di stringere amicizia con qualcuno, come succede per il cane e per il gatto, che hanno addirittura un giorno del calendario a loro dedicato.

 

Gli occhi? Tante belle soppresse.

 

La gente normale vede in quegli occhi soltanto la voglia di cibo per crescere velocemente di peso e finire in tanti bei salumi, tante belle soppresse, tante gambe appese chiamate prosciutti, tanti musetti, tante polmonarie, tanti fegati, tanta pancetta, tanti pezzi di lardo, tante cicciole, ovvero sangue rappreso e dolcificato.

Capito l’andazzo, la Pfizer ha registrasto il marchio dell’eparina a livello mondiale, e così le budella pressate di ogni maiale diventano altra fonte preziosa di danaro, visto che non esiste medico che accetti oggi di operare senza il supporto dell’eparina.

Fare la festa ai maiali

 

Da piccolo mi successe di vedere più di una volta l’agghiacciante scena del porcaro (dotato di anima) col coltellaccio in mano, che insegue il porcellino (senz’anima) fino a bloccarlo contro il primo angolo del cortile. La scena della lama che penetra profondamente nella gola nuda e improtetta della povera bestiola, con lancinanti urla di dolore e di protesta che salgono verso il cielo e durano per diversi minuti.

Un pianto talmente disperato e struggente da perforarti il cuore.

Ma non il cuore del boia che, steso al suolo il primo maiale, si mette a inseguire il secondo e il terzo, il quarto e il quinto, che avevano osservato sconvolti ed in piena tachicardia la scena iniziale, rifugiandosi dietro una ruota del camion, o dietro la pianta di limone.

Altro maiale altra scena. Altro sgozzamento e altre urla.

 

Da creature pensanti e senzienti in salsicce appese al filo

 

Il più fortunato fu il primo, la cui agonia durò non più di 15 minuti. Il quinto maialino invece ricevette non una ma cinque coltellate, la sua e quella dei suoi malcapitati fratelli.

Alla fine della giornata, dei porcellini nessuna traccia.

Alle urla della mattinata era subentrato un silenzio tombale.

Una fila di salsicce appese a un filo, come si trattasse di biancheria ad asciugare.

Una seconda fila di zamponi, una terza di prosciutti, e il pavimento del cortile rosso ed acre, saturo di sangue, di pipì, di escrementi e di sofferenza.

 

Nessun rimorso e nessun peccato. Si tratta di esseri senz’anima.

 

E tutto accade con la benedizione della Chiesa Cattolica, la quale garantisce che questi animali non sentono, non pensano e non hanno alcuna parvenza di anima, visto che l’anima è di esclusiva pertinenza umana. Scene come questa hanno beatificato in continuazione i nostri paesi e le nostre città, e sono avvenute all’ombra protettiva di chiese consacrate, di benedizioni sacerdotali e di campanili imbandierati.

Migliaia di sagre paesane, aventi per tema la polenta e il cotechino, la costa e la salsiccia, sono organizzate ogni anno dai pievani e dai monsignori, in nome della devozione e della fede in Gesù Cristo.

Io e te, cara Francesca, siamo dei pazzi.

 

I deliziosi sapori della natura

 

Come si fa a non apprezzare i doni genuini di Madre Natura?

Come si fa a non amare il musetto e il prosciutto, la bresaola e il guanciale, la pancetta e il rognone?

Come si fa a non vedere in tutte queste delizie i capolavori dell’ingegno artistico che anima e caratterizza da sempre la nostra amata patria?

Come si fa a preferire un succo d’arancia a una tazza proteica e antianemica di sangue caldo e fiottante?

Un caro abbraccio.

 

Valdo Vaccaro – Direzione Tecnica AVA-Roma e ABIN-Bergamo

 

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Alimentazione Naturale Dire che questo libro è stupendo è troppo poco, è illuminante, serio, scientifico, ti convince e ti prende . Ci fa pentire di non aver iniziato tutto prima, ci da coraggio per essere delle persone responsabili e sensibili, ti cambia la vita in un meraviglioso sogno, ora puoi vivere serenamente…..grazie di avere detto la verità di come siamo e di come dovremmo essere. Leggete per credere…..

Un libro indispensabile per approfondire ed aggiornarsi sui problemi della nutrizione, della salute e dell’etica, osservati dall’angolo visuale della scienza naturale igienistica. Si tratta di un testo semplice e chiaro, eppure sorprendente e straordinario nei contenuti e nello stile, capace di influire e incidere, di far cambiare radicalmente il modo di pensare e lo stile di vita del lettore.

Alimentazione naturale, adattata e ritagliata come un vestito su misura al corpo vegeto-fruttariano-crudista di cui è dotato ogni essere umano, indipendentemente dall’eventuale porzione di carne-pesce-cibo cotto che sta forse mangiando.

Nutrizione dunque che deve per forza puntare al veganismo, all’igienismo naturale e al crudismo, non per accontentare sparuti, romantici e utopistici gruppi di idealisti vegetariani, ma per rispettare in concreto e al meglio il proprio corpo e le stesse leggi della creazione.

Il vege-fruttarianismo e il crudismo sono pertanto la verità e la perfezione assoluta per l’essere umano, in quanto lo spingono ad alimentare la sua macchina umana col solo carburante possibile e privo di effetti devastanti, che è il carboidrato vivo e naturale confezionato dalla fotosintesi clorofilliana e dal sole, caratterizzato da presenza proteica ottimale, cioè minima ed assimilabile.

Valdo Vaccaro, nato a Mattuglie (Fiume), ex-Italia, nel 1943, da padre friulano e madre italocroata, vive nei pressi di Udine. Laureatosi in economia nel 1972 all’Università di Trieste, si è dedicato per tre anni all’insegnamento e al giornalismo. Dopo una proficua militanza nella sheltoniana ANHS (American Natural Hygiene Society), si è laureato nel 2002 in filosofia e naturopatia. I suoi libri si stanno laboriosamente traducendo in cinese, in vista di un approccio verso Pekino e Shanghai. Fa parte attualmente della direzione tecnica dell’AVA (Associazione Vegetariana Animalista) di Roma, per la quale elabora diversi lavori di argomento etico-salutistico.

 

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20110214_073108_47360B12.jpg BERLUSCONI: “E’ UNA VERGOGNA” – Erano  una vera e propria marea umana le persone che  ieri sono scese in piazza in tutta Italia per  ladignità femminile e per chiedere  le dimissioni delpremier  SilvioBerlusconi. Lo slogan dice tutto: “Vogliamo un paese che rispetti le donne, se non  ora quando?”. Una mobilitazione imponente,  con oltre un milione di partecipanti i tutto il  mondo, che ha assunto l’aspetto di una festa con musica e balli ma durante la quale si sono affrontate tematiche importanti: il rispetto e la dignità del sesso femminile, appunto, e poi le conquiste delle donne e la mercificazione dei loro corpi. Ovviamente da parte degli esponenti del governo piovono critiche. Maria Stella Gelmini, giusto per fare un esempio, ha etichettato le manifestanti come “poche radical chic che manifestano per fini politici e per strumentalizzare le donne”. Ma più di tutti si è adirato il presidente del Consiglio. ”Mi è sembrato un pretesto per sostenere il teorema giudiziario che non ha nessun riscontro nella realtà – ha dichiarato Berlusconi in collegamento telefonico con ‘Mattino Cinque’ Il premier ha definito come “una vergogna” questo stesso teorema. ”Tutte le donne che hanno avuto modo di conoscermi – ha aggiunto – sanno con quanta considerazione e rispetto io mi rapporto con loro”.

All’indomani delle manifestazioni per la dignità della donna che hanno portato in piazza un milione di persone, le protagoniste della mobilitazione non hanno alcuna intenzione di mollare e si preparano alle prossime sfide. Il Comitato costituito per la manifestazione del 13 febbraio diventerà permanente ed è pronto ad organizzare – oltre agli Stati generali – una serie di iniziative che culmineranno, l’8 marzo.

Lulù, tre anni, la sciarpa bianca allacciata sul collo, è la mascotte della piazza; è un setter con il pelo fulvo e Liliana, la sua padrona, ha messo addosso anche a lei la fotocopia di una carta di identità. Mario, idraulico, di un´associazione di Baggio, tiene il filo di un palloncino speciale: gonfiati, mossi dall´aria, ballano in alto un maiale – che di nome fa Papi – e tre galline di plastica. Maria, maestra elementare, tiene un cartello: è la fotocopia ingrandita di un tema della sua classe, una seconda, e dice “Berlusconi si vuole fidanzare con una giovane di 17 anni”. C´è chi ha scritto, beffardo, “Meno male che Ilda Boccassini c´è”.

La manifestazione di piazza della Scala

Donne e uomini, con la sciarpa bianca in segno di lutto. Operai, impiegate, avvocate, architetti, giornaliste, ricercatori, commessi; insomma l´altra Italia, quella che si alza presto al mattino, ha cominciato da Milano la lunga marcia contro il governo. Come manda a dire Susanna Camusso: “Questo è solo l´inizio di una mobilitazione più generale ed è il segno che le donne sono sempre in prima fila nell´impegno a sostegno della libertà e della dignità di tutte e tutti”. E come in piazza ritmano a una sola voce: “Di-mi-ssioni, di-mi-ssioni”.

C´è un gelo pungente e dunque ancora di più le organizzatrici del presidio, nato sul passa parola, allargato a molte associazioni femminili, ai sindacati, ai partiti, la raccontano come una grande vittoria: siamo diecimila, dicono, e, anche se esagerano, piazza della Scala è davvero un gran colpo d´occhio. Soprattutto è davvero la piazza della gente “normale”. Su un piccolo palco che dà le spalle a Palazzo Marino, sede del comune amministrato da Letizia Moratti, un sindaco che non ha ritenuto di spendere una sola parola di critica per i “comportamenti privati” del suo leader politico, si alternano attori che leggono i messaggi recapitati.

Quello di Rosy Bindi, “non siamo donne nella sua disponibilità”, è salutato da un applauso infinito. Quello di Giuliano Pisapia, candidato sindaco per il centrosinistra, accende una forte speranza. Quello di Franca Rame strappa amare risate: “Silvio ama le donne, soprattutto a seno scoperto e senza slip”. Intanto per le strade del centro di Firenze è sfilato un altro corteo con pentole e mestoli al grido di “l´Italia non è un bordello”, e a Udine le donne sono scese in piazza con le sveglie per dire che “è arrivata l´ora di svegliarsi e reagire”.

Nelle piazze e sul web. Con le vecchie bandiere ma anche solo con la fantasia di chi reagisce “perché non se ne può più”. Fino a domenica 13 febbraio è un overbooking di presidi, cortei, raccolte di firme, manifestazioni. Venerdì e sabato il Pd raccoglierà nei gazebo “dieci milioni di firme” per le dimissioni del premier. Sabato 5, di nuovo a Milano, è Libertà e Giustizia, forte delle 80mila firme già raccolte, a invitare tutti a reagire: ospiti saranno Umberto Eco, Gustavo Zagrebelsky, Roberto Saviano, Paul Ginsburg. Domenica 6 il popolo viola invita ad Arcore: non a una festa, ma a una sfilata vicino a casa del premier, per invitarlo ad andare in procura “a discolparsi dei gravi reati di cui è accusato”.

E ancora: il 12 sit-in anche a New York, Barcellona, Londra, sull´onda dello slogan “L´Italia non è una Repubblica fondata sulla prostituzione”. Mentre domenica 13 c´è in programma di tutto: da Articolo 21, che vuole così pareggiare l´eventuale chiamata alla piazza di Berlusconi, alla mobilitazione che le donne hanno intitolato “se non ora, quando?”, fino al presidio davanti al Palazzo di giustizia di Milano invocato da Michele Santoro, Barbara Spinelli e Marco Travaglio. 

 

Roma, 14 feb. (TMNews) – Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini le aveva etichettate come “poche, radical chic”. Se il secondo è un legittimo giudizio politico, la prima era una previsione: sbagliata. E’ stata un successo indiscutibile, infatti, la mobilitazione contro Silvio Berlusconi e a difesa della “dignità delle donne”, infangata dal caso Ruby secondo le promotrici del comitato “Se non ora, quando?”. Un successo nei numeri e nella simbologia politica: nessuna bandiera di partito ma tanta musica, vignette e cartelli (molti in tono satirico come quello con la foto di Ruby, la ragazza marocchina al centro dell’inchiesta milanese sui festini di Arcore, e la scritta: “5 milioni per farti tacere? Ti diamo 100 euro a testa, lo mandi al fresco e ti compri pure Lele Mora”). I leader di partito ci sono ma lasciano spazio alle donne: Pier Luigi Bersani, a Roma, si fa vedere ma gira al largo dal palco e dal backstage.

Oltre 200 iniziative, raduni da Tokio a New York, da Lecco a Vibo Valentia, grandi cortei e presidi a Napoli, Torino, Palermo, Milano, e a Roma in piazza del Popolo, con una manifestazione che sembrava nazionale: piazza gremita senza ‘trucchi’ per ridurne la capienza, in migliaia assiepati ai margini e fin sulla terrazza del Pincio. Donne protagoniste sul palco e tra i manifestanti, ma anche tanti uomini, di tutte le generazioni. “Siamo più di un milione!”, è l’annuncio che, mettendo insieme i numeri di tutte le piazze, ha scatenato il boato della manifestazione romana.

Una piazza di sinistra ma anche no: applauditissima la finiana Giulia Bongiorno che ha tuonato contro “i festini hard” usati per “selezionare la classe dirigente”. Applauditissima Eugenia Bonetti, suora delle missionarie della Consolata, che ha contestato “l’uso del corpo della donna, la cui dignità non può essere mercanteggiata perché è un dono sacro di Dio”. E Susanna Camusso, leader della Cgil, ha preso di mira Giuliano Ferrara e i manifestanti pro-Berlusconi di ieri a Milano: “Ci dicono puritane, ma chi lo fa – ha detto – si ricordasse tutti i divieti che ha voluto imporci, dalla fecondazione assistita alla pillola del giorno dopo”.

 

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Anche a Sala Baganza parte la nuova struttura, l’impianto è molto bello e a differenza del comune vicino Collecchio, è munito di un riconoscimento tesserra, che viene dato in comune (gratuito per ora, ma anche se il prossimo anno costasse € 30 ne vale la pena, il risparmio è notevole.) Allego alcune foto dell’impianto, con le analisi dell’acqua che sono ottime.

 

NEL VICINO COMUNE DI COLLECCHIO C’è CHI ESAGERA E VA A PRENDERE L’ACQUA CON LA PORSCHE, TRA L’ALTRO IN MOTO…… E DAVANTI ALLA FONTANA…… purtroppo la stupidità umana è un male incurabile……

 

 

In tempo di crisi è diminuita dell’1,7% la vendita di acqua in bottiglia o in plastica. Gli italiani hanno intasca pochi soldi e risparmiano anche sul consumo di H2O. Basta spese inutili.

Il Belpaese ha rispolverato le brocche, scoperto le caraffe filtranti e le amministrazioni di città hanno installato  fontane pubbliche che eroganogratuitamente acqua liscia gassata o effervescente. In questo ritorno al passato, economia ed ecologia vanno a braccetto. Infatti, il progetto dell’acqua “alla spina” è importante anche sotto il profilo ecologico poiché, a regime, consentirà di ridurre il numero di bottiglie di plastica utilizzate dai consumatori di acqua potabile imbottigliata e diminuirà i costi ambientaliper il trasporto dai luoghi di produzione a quelli di distribuzione.

Questo progetto sperimentale prevede larealizzazione di locali contenenti leapparecchiature e, all’esterno, di un patio dove saranno ubicati i due rubinetti di distribuzione al pubblico. Ai cittadini basta recarsi al distributore e farsi la propria scorta d’acqua, riempiendosi da soli le bottiglie premendo semplicemente un tasto elettronico per l’erogazione dell’acqua naturale ogassata.

La qualità dell’acqua delle fontane “minerali“? Non ha niente da invidiare a quella industriale. E così in Italia crescono le aperture di distributori pubblici che erogano gratis acqua limpida e purissima, liscia o con le bollicine. L’ultimo distributore di H2O alla “spina” è nato poche settimane fa sul lago di Como, a due passi dalla villa di  George Clooney.

Tutto il mondo è paese e l’autarchia idrica, complice la recessione, dilaga, dalle province italiane allaTour Eiffel dall’Empire State Building alle case scandinave. Così, l’industria della minerale, 321 marchi, 3,5 miliardi di giro d’affari e 8 mila addetti, ha accusato, com’era inevitabile, l’uno-due della crisi e del revival del rubinetto. “Le nostre vendite sono calate l’anno scorso dell’1,7% per la prima volta in diecianni”, afferma Ettore Fortuna, numero uno di Mineracqua, l’organizzazione di settore.

Insomma, l’acqua delle fontanelle “minerali” inizia a essere considerata la migliore per l’ambiente e per ilportafoglio. Ma anche per il gusto.

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Usa, muore soffocato da tette rifatte di una spogliarellista

Negli Stati Uniti una festa di addio al celibato è costata la vita al futuro sposo: l’uomo, di 32 anni, è morto soffocato dal seno rifatto di uno spogliarellista: la procace ragazza aveva una decima misura di reggiseno.

Secondo la polizia l’uomo, che aveva la faccia completamente sotterrata nel seno della ballerina, ne è rimasto soffocato ed è morto. Gli altri spettatori dello spettacolo non si sono resi conto subito della gravità della situazione: «Chi avrebbe potuto capire che quando ha cominciato a fare grandi cenni con le mani chiedeva aiuto».

Quando i presenti si sono accorti che la vittima non si muoveva più, era ormai troppo tardi. Sia il locale che la stripper sono stati citati in giudizio per omicidio colposo.

Boom di nonne rifatte, in 10 anni s’impenna richiesta delle over 70 Roma – (Adnkronos Salute) – Dal botulino al lifting si sono moltiplicate le richieste di ritocchi da parte degli ultrasettantenni.Parola d’ordine: ringiovanire. Il medico: ”Le richieste sono le più varie, dalla semplice punturina di botulino o acido ialuronico, fino al lifting e all’addominoplastica”

Roma, 7 mag. (Adnkronos Salute) – Sempre più nonne dal medico estetico e dal chirurgo plastico, per cancellare le rughe e ringiovanire lo sguardo, ma anche per rifare il seno o l’addome. In 10 anni si sono moltiplicate le richieste di ritocchi da parte degli over 70, anche per i maschi: superata questa soglia di età, la percentuale di uomini e donne che richiedono il ritocchino è in enorme aumento. “L’età media dei nostri pazienti è senza dubbio aumentata – spiega Emanuele Bartoletti, segretario generale della Sime – Mentre qualche anno fa i pazienti del medico estetico avevano soprattutto tra i 30 e i 50 anni, adesso è l’età media quella dei 50”. Ma capita spesso di visitare pazienti di 70-75 anni, e la richiesta è sempre la stessa: ringiovanire. Anche dal chirurgo aumenta molto l’età media dei pazienti. “Se 10-15 anni fa – ricorda Nicolò Scuderi, docente di chirurgia plastica all’Università Sapienza di Roma – erano rari i 70enni, oggi è molto frequente incontrarli nei nostri studi. Possiamo parlare dell’8% di tutti i pazienti”. E le richieste sono le più varie, dalla semplice punturina di botulino o acido ialuronico, fino al lifting e all’addominoplastica. E per le donne “soprattutto, quelle che sono riuscite a conservare un’invidiabile fisico nonostante l’età – aggiunge Scuderi – anche il seno nuovo”. Il rischio però, avvertono gli specialisti, è proprio quello di voler sembrare troppo giovani. “Ringiovanire con la medicina estetica o con la chirurgia plastica – conclude Bartoletti – può essere patetico. Dobbiamo riuscire a far vivere bene la propria età ai nostri pazienti, senza esagerare. Ed è un compito che coinvolge noi medici, ma anche la stampa”.

 

Disegno di legge: basta col seno rifatto per le minorenni

Niente seno rifatto per le minorenni. Il Consiglio dei Ministri ha approvato infatti il disegno di legge che vieta l’impianto di protesi mammarie ai minori di 18 anni. Sarà inoltre istituito il Registro delle protesi mammarie. Le adolescenti italiane così dovrebbero dire addio alla moda delle “tette nuove” come regalo di Natale. Contenta per il risultato ottenuto il sottosegretario alla Salute Francesca Martini. «Esprimo grande soddisfazione – ha dichiarato l’esponente del governo – per un provvedimento che ritengo fondamentale per la salute di tutte le donne che accedono ad un intervento di protesi mammaria, anche per puro motivo estetico, e non potevano essere lasciate nell’attuale Far West». L’istituzione del Registro prevista dal ddl interverrà fornendo un protocollo che coinvolge la piena tracciabilità dell’intervento, delle protesi utilizzate e del follow-up della paziente. Permetterà, inoltre, di proseguire nelle attività di screening per la diagnosi precoce del tumore al seno con consapevolezza rispetto al numero delle donne impiantate in Italia, nel rispetto della loro privacy. «Sottolineo, inoltre – ha aggiunto Martini – l’importanza del divieto di impianto a fini estetici per le minori di 18 anni prevista dal provvedimento. Questa norma rappresenterà uno “stop” a tutela delle adolescenti al dilagare di una inconsapevolezza diffusa che rasenta l’incoscienza rispetto all’accesso ad interventi di protesi mammarie che comportano rischio clinico e che non possono diventare fattore di moda o di costume. Va inoltre evidenziata la fondamentale importanza, sempre e comunque, di un reale consenso».

 

A Riccione eletta la “rifatta” più bella d’Italia: è modenese “Miss Chirurgia Estetica”

Una volta, probabilmente, un seno rifatto o qualsiasi altro intervento di chirurgia estetica sarebbero stati motivi di esclusione, l’altra sera invece a Riccione erano indispensabili per essere elette “Miss Chirurgia Estetica” 2009. Alla fine fra 13 concorrenti – tutte rigorosamente siliconate o ritoccate dal bisturi – davanti a mille spettatori, ad essere eletta la più bella “rifatta” d’Italia è stata Patrizia Bruschi, classe 1965, di Medolla (Modena), madre di una bambina di 9 anni. Complimenti a lei, ed al suo chirurgo. La vincitrice ha infatti dichiarato interventi al naso, al contorno degli occhi, zigomi, labbra e seno. La giuria era composta da esperti “addetti ai lavori”, ovvero chirurghi estetici, il lookologo Giacomo Arcaro, il giornalista Franco Magnani e l’attore Alberto Petrolini. Fra il pubblico una troupe delle Iene guidata da Enrico Lucci, che non si è perso questo singolare concorso di bisturi e bellezza, e per lo stesso motivo Fabio Canino, conduttore di “Cronache Marziane” su Italia 1, in questa occasione in veste di inviato del settimanale “Oggi”.

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Saporiti, esotici, colorati e, soprattutto nella versione integrale, ricchi di nutrienti e sostanze protettive per la salute: ecco una carrellata di risi “alternativi” da mettere in tavola, con gli abbinamenti consigliati e le istruzioni per la cottura.

Nero Venere: è una varietà di riso integrale di origine cinese che da qualche anno viene coltivata anche in Italia. Secondo la leggenda il suo nome è legato alla dea dell’amore perché in Cina veniva cucinato per l’Imperatore e la Corte in virtù delle sue proprietà afrodisiache. I suoi chicchi scuri e lucenti sono ricchi di sostanze antiossidanti chiamate antociani, pigmenti naturali che rallentano l’invecchiamento cellulare. E’ un riso ricco di calcio, manganese, zinco e fosforo, oltre che ferro e selenio in quantità superiore rispetto al riso tradizionale. Il suo particolare profumo, già percepibile a crudo, diventa più inteso e speziato con la cottura. E’ perfetto in abbinamento ai crostacei e al pesce, ottimo anche nelle insalate fredde, bollito e condito con un filo di buon extravergine d’oliva. Cuoce in circa 40 minuti (12 nella pentola a pressione). Regge bene la cottura.
Nero Artemide: dall’incrocio tra il Venere e il riso di tipo indica, nasce questa varietà integrale che eredita dal primo dei “genitori” il colore nero e dal secondo la bella forma allungata del chicco. Ha un aroma intenso e gradevole e necessita di circa 30-35 minuti di cottura. E’ eccellente saltato in padella con i crostacei o miscelato ad altri tipi di riso (considerando i diversi tempi di cottura). Un consiglio: provate a macinarlo con il macinacaffè e usate la farina ottenuta per impastare le tagliatelle o gli gnocchi, il loro profumo vi stupirà.
Riso rosso integrale: è una qualità prodotta in quantità limitata. Si caratterizza per chicchi medio lunghi di un bel colore rosso, è ricco di fibra e di nutrienti. Si accosta facilmente a cibi dal gusto deciso, ma anche al pesce e ai legumi. Il modo migliore di prepararlo consiste nel bollirlo, condirlo a crudo con olio extra vergine di oliva  e pomodoro fresco. Ottimo anche nelle insalate miste.
Riso selvatico (wild rice): sembra riso ma non lo è. E’ invece il seme di una pianta acquatica, la Zizania aquatica che, come si intuisce dal nome, cresce spontaneamente sulle superfici d’acqua naturali, del nord ovest dell’Ontario, in Canada. Per volontà dello stato canadese, il riso selvatico viene raccolto ancora secondo il metodo tradizionale degli Indiani d’America, e cioè a mano aiutandosi con canoe, ed è totalmente di produzione biologica. I suoi chicchi hanno un colore scurissimo e sono molto lunghi e sottili. E’ molto dotato di proteine e di minerali come calcio, magnesio, potassio, fosforo e zinco, e di vitamine del gruppo B. Tra le sue virtù ricordiamo la capacità di contrastare l’esaurimento psicofisico, l’azione antidepressiva, di potenziamento del sistema immunitario e della salute sessuale dell’uomo (grazie alla ricchezza di zinco). Ha un sapore che ricorda la castagna. Si abbina bene alle verdure, ai funghi, al tartufo, al pesce e alle carni più saporite. Cuoce in 40 minuti.

 

BIGINO

Venere: nero e lucente, è profumato, esalta il sapore dei crostacei e del pesce ma è ottimo anche nelle insalate fredde o semplicemente bollito e condito con un filo d’olio. Cuoce in 40 minuti.  Artemide: scuro e con i chicchi lunghi, ha un aroma intenso: miscelato ad altre varietà di riso dona sapore. Se ne può utilizzare la farina per l’impasto di gnocchi e pasta fresca. Cuoce in 35 minuti.Rosso integrale: ha chicchi scarlatti medio lunghi, si abbina bene ai cibi dal sapore intenso, è indicato con i legumi. Un modo leggero e gradevole di prepararlo consiste nel condirlo con un extravergine fruttato intenso, un velo di pomodoro fresco e qualche fogliolina di basilico.  Selvatico: ha chicchi lunghi e sottili, un colore bruno tendente al nero. Si abbina bene agli altri alimenti “selvaggi”, come il tartufo, i funghi, la selvaggina.

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Giallo oro

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Nata nell’antichità come piatto a base di farina d’orzo, miglio o grano saraceno, la polenta più diffusa, oggi, è quella di mais, l’antico cereale originario del Centro America.

 

La polenta, spesso utilizzata come pietanza di contorno, è invece da pensare inserita in un piatto unico, insieme a formaggio o latte, pesce, legumi e verdure. In tempo di carestia, mangiata come alimento base della dieta e quindi in grandi quantità, è stata causa di gravi problemi di pellagra nella popolazione, una malattia dovuta alla carenza di vitamina PP.
Come si prepara: con farina fresca, perché nelle lunghe conservazioni è più facile che si alteri, soprattutto se il mais non è stato essiccato come si deve. Va riposta in luogo fresco e asciutto: a contatto con l’aria, infatti, tende ad ammucchiarsi e a presentare i filamenti tipici della presenza di parassiti. Il modo migliore per cuocere la polenta è utilizzare il paiolo di rame, che favorisce la cottura uniforme. In commercio si trovano facilmente paioli con il doppiofondo in rame, ma in alternativa si possono usare anche quelli rivestiti di materiale antiaderente. Strumento indispensabile è il cucchiaio di legno per rimestare (esistono paioli con tanto di mestolo che girà da sé elettricamente). Per evitare la formazione di grumi, il segreto è gettare la farina nell’acqua un istante prima che inizi il bollore, mescolando energicamente. Se qualcosa dovesse andare storto è comunque possibile rimediare passando il composto con il frullatore a immersione! Per una buona cottura il tempo necessario è un’ora, mescolando sempre nello stesso senso e rammentando che più la polenta è cotta più è buona e digeribile.La polenta che non è stata cotta a sufficienza, fatica a staccarsi dal paiolo; viceversa quella cotta a regola d’arte si stacca perfettamente, e va versata su un tagliere di legno. A questo punto potrà essere tagliata a fette, a mano, preferibilmente con un filo di cotone bianco ben teso. Con la pentola a pressione i tempi di preparazione si dimezzano: basta portare a ebollizione un litro e mezzo d’acqua poco salata a pentola scoperta, versarvi la farina mescolando bene. Quando la farina è ben incorporata all’acqua, chiudere. A inizio sibilo abbassare la fiamma e cuocere per una ventina di minuti.
Come si conserva: per qualche giorno in frigorifero, avvolta in un canovaccio da cucina, che la mantiene asciutta. Esistono tantissimi modi di “riciclare” la polenta avanzata: si possono preparare gustose ricette al forno o alla griglia, ma anche un particolare tipo di frittelle rustiche, con polenta macinata e uova, zucchero, farina, uvette e rum.

I fantastici 4 Marano Vicentino: dà luogo a quella che è chiamata la “Ferrari delle Polente” questa varietà di mais, selezionata oltre un secolo fa in Veneto. Il mais Marano è tuttora custodito nella banca del germoplasma dell’istituto di Genetica e Sperimentazione Agraria Strampelli di Lonigo. Presenta pannocchie più piccole di quelle tradizionali e chicchi rosso rubino, tondi e lucidi. La farina che se ne ottiene è proteica e molto saporita; è in corso il riconoscimento comunitario di Indicazione geografica protetta.Nostrano di Storo: si coltiva in Trentino Alto Adige. La raccolta avviene a fine ottobre e le pannocchie vengono lasciate essiccare al vento di montagna per poi essere macinate fino ad ottenere la nota farina gialla di Storo, già prodotto Igp.Biancoperla: è una varietà di mais bianco, con granella di grandi dimensioni e di colore perlaceo, coltivata nella provincia di Padova e Treviso. Anche questo germoplasma è conservato nell’Istituto Agrario di Lonigo. Quasi introvabile, è sotto la protezione di un’associazione che ne tutela la purezza e ne recupera la coltivazione. La polenta di Biancoperla, delicata e di colore bianchissimo, è perfetta in abbinamento al pesce di fiume e di laguna e al baccalà in tute le sue declinazioni culinarie. Ottofile: tipico delle Langhe, questo mais deve il suo nome alla otto file di chicchi arancioni che compongono l’unica pannocchia che cresce sulla pianta. (I mais moderni generano solitamente 2-3 pannocchie da 18-20 file per pianta). Ancora oggi viene coltivato con metodi naturali e macinato a pietra. Se ne ricava una farina integrale ricca di sapore e di genuinità che rende la polenta di Ottofile particolarmente dolce e amabile al gusto.

di Paola Magni

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http://www.lastampa.it/lazampa/hrubrica.asp  (una bellissima pagina sui cani)

Un gruppo di manifestanti si è radunato in memoria dell’uccisione dei cani da slitta delle Olimpiadi
TORONTO
È stato organizzato nel fine settimana un funerale simbolico per i cento husky massacrati in Canada, che lo scorso aprile furono uccisi barbaramente perchè, terminate le Olimpiadi di Vancouver, non servivano più. Le richieste di gite e vacanze finito l’evento erano drasticamente calate e di quei cani non sapevano più che farsene. 

Un folto gruppo di manifestanti con i loro cani si sono radunati vicino a uno dei chioschi dell’Outdoor Adventures, che utilizzava i cani da slitta vicino alla stazione turistica di Whistler.

Il gesto ha anche voluto sollevare il problema delle leggi che puniscono la violenza sugli animali, che in Canada non sarebbero abbastanza severe, nonostante sia illegale uccidere un animale non malato, e senza l’aiuto di un veterinario. I dimostranti hanno fatto circolare una petizione che verrà presentata a Ottawa per inasprire la legge vigente.

I cani erano stati uccisi con colpi di pistola e a coltellate e messi in una fossa comune, in alcuni casi ancora vivi, poichè l’azienda Howling Dog Tours, ora posseduta dall’Outdoor Adventures, aveva perso i clienti acquistati durante le Olimpiadi di Vancouver. La faccenda è diventata di dominio pubblico solo la scorsa settimana, perchè l’impiegato addetto alle uccisioni ha chiesto e ottenuto un risarcimento per lo stress post traumatico derivato dalla strage.

 

Aidaa: “Al Sud almeno settemila cani uccisi a fucilate o avvelenati”

ROMA

Mattanza di cani randagi, con almeno 7 mila uccisi a fucilate o con polpette avvelenate tra Abruzzo, Lazio, Puglia, Campania, Sicilia e Basilicata. «Sono centinaia le segnalazioni arrivate da inizio anno e verificate ad una ad una, specialmente in Puglia, Sicilia, Abruzzo e Campania», informa l’Aidaa.

«Dalla Basilicata e dalla Puglia – spiega l’associazione in una nota – sono giunte segnalazioni verificate, per le quali si sta procedendo penalmente, relative a cani raccolti da accalappiacani pubblici che anziché essere portati in canile vengono portati in zone disabitate o discariche ed uccisi a fucilate. La presenza dei cani randagi che vivono allo stato brado in quelle regioni è particolarmente alta e molto spesso i cani in piccoli branchi scendono in paese alla ricerca di cibo. I cani vengono uccisi con le polpette di carne contenti la stricnina, una sostanza che provoca la morte lenta dopo una lunga e dolorosa agonia per avvelenamento», denuncia l’Aidaa.

«Non passa giorno senza che arrivino segnalazioni di mattanze di cani randagi nel Sud Italia – dice Lorenzo Croce, presidente nazionale dell’associazione – È una questione che deve essere risolta sia sotto il profilo penale, con la denuncia di coloro che uccidono i cani, sia come esecutori materiali che come mandanti e complici silenziosi, e tra questi annoveriamo decine di sindaci e comandanti delle polizie locali che tacciono e non fermano questa mattanza pur sapendo che l’avvelenamento e l’uccisione dei cani è un reato penale. Occorre anche avere il coraggio di dire ad alta voce che occorrono i fondi per una seria campagna di sterilizzazione e occorre che i canili si impegnino a favorire le adozioni consapevoli, che rappresentano l’unica via di uscita legale per affrontare e risolvere il problema del randagismo».

L’Aidaa continua a raccogliere le segnalazioni all’indirizzo www.segnalazionereati.libero.it. E alla riapertura degli uffici giudiziari invierà un dossier alle procure della Repubblica interessate.

 

GEAPRESS – Ancora storie di husky uccisi. Come nel caso del Canada (vedi articolo GeaPress) dove i 100 cani vennero uccisi da una ditta in crisi. Ora siamo nell’Oregon, vicino Fairpaly nella contea di Park. I fatti risalgono al 2009 e nell’allevamento di Sam e Diane Walker (nella foto) furono in tutto rivenuti 100 Husky in condizioni orrende (morti e vivi). I coniugi Walker vennero arrestati e poterono uscire dal carcere, in attesa del giudizio, dietro pagamento di una cauzione. Diane Walker, incensurato, venne condannata lo scorso settembre a due anni di libertà vigilata, mentre per il marito, con precedente condanna di altra natura, è arrivata due giorni addietro il pronunciamento della corte. Condanna a 90 giorni di prigione, più due anni di libertà vigilata, 48 ore di servizi sociali e il pagamento di 6224 dollari. E’ stato portato in cella appena emessa la condanna. Potrà uscire solo poche ore per il matrimonio della figlia.

Al processo si sono succeduti numerosi testimoni dell’accusa tra cui un Veterinario ed alcune Guardie che operarono il sequestro. Alcuni di loro, in lacrime, hanno descritto le condizioni dei cani. Veri e propri scheletri ambulanti, molti ipotermici e sporchi. Orrende, poi, le condizioni nelle quali venivano “conservate” le carcasse. Tanti sacchetti accatastati con i cani lasciati a decomporsi. Incredibilmente Walker è stato difeso da un Veterinario il quale non è riuscito per fortuna a convincere la Corte. I cani, come appurato, erano morti o ritrovati vivi ma magrissimi perché venivano lasciati a digiuno e non per improbabili malattie.

Per Walker il massimo della pena prevista in Colorado nel caso di abusi sugli animali e nel caso di patteggiamento. La denuncia era partita da un lavorante di Walker assunto per badare ai cani mentre la coppia si doveva assentare. Forse a Walker è finita pure bene, dal momento in cui in Colorado gli abusi sugli animali sono considerati reati minori. Eppure per lui è stata inflitta una pena lontanissima da quelle contestate in Italia (causa alcuni deficit della norma …).(GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).

Il business non va, uccisi almeno cento cani da slitta

Whistler – L’accusa è una di quelle da far accapponare la pelle. Secondo le autorità della British Columbia una compagnia turistica di Whistler avrebbe ucciso almeno cento cani da slitta a causa delle difficoltà economiche vissute dopo le Olimpiadi invernali dello scorso anno. La Spca della British Columbia – l’organizzazione che si batte per la tutela degli animali – ha avviato un’inchiesta dopo la denuncia pervenuta da un dipendente della Outdoor Adventures Whistler fatta all’agenzia governativa WorkSafe BC, nel quale chiedeva un periodo di riposo a causa dello “shock post traumatico provocato dall’uccisione di dozzine di cani da slitta”. Secondo le prime indiscrezioni, che per ora non sono state confermate dagli inquirenti, la barbara uccisione dei cani sarebbe avvenuta nell’arco di tre giorni nell’aprile del 2010.

Nel documento presentato alle autorità, il dipendente della Outdoor Adventures Whistler ha descritto scene raccapriccianti: i cani sarebbero stati uccisi con alcuni colpi di fucile e gettati in una fossa, alcuni di loro ancora in vita. L’azienda sotto accusa, almeno per ora, non ha contestato quanto dichiarato dal suo dipendente. Nel frattempo si è mossa anche l’Rcmp, che ha avviato una propria indagine.

WHISTLER – I manifestanti che ieri si erano dati appuntamento a Whistler per un funerale simbolico per i 100 cani da slitta massacrati, hanno detto che il Canada ha bisogno di leggi più severe per punire la crudeltà contro gli animali.
Circa settanta persone, accompagnate dai loro cani, si sono radunate dove gli husky “che non servivano più” sono stati uccisi lo scorso aprile. A portare al massacro era stato il tracollo delle prenotazioni del tour operator che organizzava giri in slitta dopo le Olimpiadi invernali di Vancuver. Più economico, evidentemente, era sembrato uccidere le bestie piuttosto che continuare ad accudirle o darle in adozione.
Ma oltre a ricordare i 100 husky uccisi con proiettili e lame e lanciati in una fossa comune in alcuni casi ancora in vita, i dimostranti hanno fatto circolare anche una petizione per convincere Ottawa a cambiare le regole canadesi sulla crudeltà contro gli animali. Ai presenti è stato anche chiesto di donare denaro a enti caritatevoli che si prendono cura degli animali. La notizia dei cento cani massacrati in Canada è emersa nei giorni scorsi, scioccando non solo gli abitanti di tutta la nazione ma anche quelli di molti altri Paesi.
Un dettagliato resoconto del massacro si trova nei documenti presentati a WorkSafeBC da un ex impiegato del tour operator che ha fatto giustiziare gli animali. Nella sua richiesta l’uomo ha affermato di essere affetto da stress post traumatico per aver sparato ai cani.

MILANO – Alla fine movimentare l’opinione pubblica serve: lo dimostra la recentissima iniziativa delle autorità canadesi che, di fronte allo scandalo divampato, hanno promosso una commissione governativa proprio per far luce sul massacro degli husky di Vancouver. E per evitare che l’orrore possa ripetersi.

 

LA TASK FORCE – Il governo canadese ha deciso infatti di istituire una task force per indagare sulla brutale uccisione dei cento siberian husky avvenuta a Whistler, nella British Columbia, poco dopo il termine dei Giochi Olimpici invernali del 2010. I cani, usati durante il periodo olimpico per portare in giro i turisti , sono stati abbattuti a fucilate nell’aprile scorso poiché, terminata la competizione e diminuiti i visitatori, erano diventati inutili e di conseguenza anti-economici per i loro proprietari. L’opinione pubblica canadese e internazionale ha unanimemente condannato l’accaduto e la risposta delle autorità canadesi non si è fatta attendere.

«NON ACCADA MAI PIU’» – «Nessuna creatura vivente deve soffrire nel modo che ci è stato raccontato – ha dichiarato il premier di British Columbia, Gordon Campbell – e noi vogliamo garantire a tutti che nella nostra Provincia non accada mai più nulla del genere». Della task force faranno parte un veterinario e alcuni rappresentanti della British Columbia SPCA (la protezione animali canadese) e della Union of British Columbia Municipalities. Entro 45 giorni gli esperti dovranno compilare un rapporto che verrà dapprima consegnato al Ministero dell’Agricoltura, con la raccomandazione di prevenire incidenti simili e, in seguito, verrà diffuso pubblicamente. «I tragici e odiosi dettagli che sono emersi sul modo inumano con cui sono stati trattati quei cani non sono accettabili per i cittadini e i governanti della British Columbia», ha proclamato ancora Gordon Campbell .

LA BEFFA OLTRE IL DANNO – Una delle questioni che più ha scandalizzato l’opinione pubblica riguardo al massacro degli husky è stato l’ingiusto risarcimento dell’autore dell’ecatombe, che suona un po’ come una beffa oltre al danno. Bob Fawcett, operaio della Howling Dog Tours (la società specializzata in escursioni in slitta) e autore del massacro, ha infatti chiesto e ottenuto un indennizzo per i due giorni di lavoro «stressante» durante i quali, nell’aprile scorso, ha abbattuto i cento cani. Fawcett ha concesso un’intervista alla radio Cknw, nella quale ha raccontato con abbondanza di particolari il suo sanguinario operato. L’uomo, armato di fucile e coltello, ha lavorato all’abbattimento dei cani per due giorni, sparando a un husky alla volta, davanti a tutti gli altri cani atterriti. Spesso, non riuscendo ad abbattere una delle povere bestiole al primo colpo, la feriva gravemente e alcuni dipendenti della Howling Dog hanno testimoniato di avere visto uno dei cani tentare di fuggire con un occhio a penzoloni, tragica conseguenza della mira sbilenca dello stressato signor Bob Fawcett. Inoltre alcuni husky sarebbero riemersi feriti e malconci dalla fossa comune nella quale erano stati seppelliti con gli altri animali morti. Su questi e altri aspetti si concentrerà l’attività della commissione d’indagine, con la speranza che i responsabili di un atto così odioso e gratuitamente feroce siano chiamati a rispondere delle proprie azioni.

 

Svizzera: non paga la tassa del Comune e le uccidono il cane

Una notizia che ha dell’incredibile arriva dalla Svizzera: una donna si dimentica di pagare la tassa comunale sui cani e i messi del Comune le sequestrano e le uccidono il cane. E’ successo a Reconvillier, comune del Giura bernese, dove Flavio Torti, il sindaco, ha deciso di applicare alla lettera il regolamento comunale. La signora Marilena Iannotta, proprietaria di unbarboncino di tre anni, si era dimenticata di pagare la tassa comunale sui cani di ben 38 euro. Il bilancio municipale doveva avere proprio bisogno di quei soldi, tanto da decidere di applicare la legge fino all’ultima virgola: se non paghi la tassa, il cane muore.

 

 

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L´obiettivo è mettere in luce sintomi e effetti dell´Idiozia, grazie ad uno studio scientifico, analitico e rigoroso, nelle sue diverse manifestazioni, dalla scienza alla filosofia, dal giornalismo alla letteratura passando per politica, scuola e famiglia
Prevenire l´idiozia: corso a Oristano
CAGLIARI – E’ stato presentato questa mattina (martedì) al T Hotel di Cagliari il primo Corso per la Prevenzione dell’Idiozia. Filippo Martinez, Marco Schintu, Nino Nonnis, Giorgio Pisano, Gianluigi Gessa e Francesco Abate, docenti del corso che avrà il suo primo appuntamento venerdì alle 21 a Oristano, hanno raccontato alcuni degli aspetti che verranno affrontati nelle tredici lezioni in programma. 

«Si tratta di un’operazione politica nel senso etimologico del termine”, – ha spiegato Martinez – con l’adesione e il sostegno di singoli e organizzazioni varie in arrivo da tutta l’isola». Le lezioni si svolgeranno ogni venerdì alle ore 21,00 (ma con squillo della campanella mezz’ora prima) con l’obiettivo di mettere in luce sintomi e effetti dell’Idiozia, male comune che potrà, grazie ad uno studio scientifico, analitico e rigoroso, essere catalogato nelle sue diverse manifestazioni, dalla scienza alla filosofia, dal giornalismo alla letteratura passando per politica, scuola e famiglia.
Il corso è ideato dal Gremio del Cavaliere Infinito.

A supportare il corso sarà il corpo docente dell’Accademia Perduta del Giudicato d’Arborea che vanta tra i suoi autorevoli componenti Barbara Alberti, Giulio Giorello, Massimo Fini e Vittorio Sgarbi. Le lezioni sull’Idiozia si svolgeranno a Oristano nell’aula magna del Liceo Scientifico “Mariano IV”, via Messina 19.

Nella foto: uno dei docenti Filippo Martinez

 

Come forse alcuni tra i miei amici avranno dedotto, tra le mie varie e inquietanti ossessioni c’è anche la stupidità. Negli ultimi anni ho passato molto del mio tempo a studiare l’argomento, in particolare le varie teorie e i diversi atteggiamenti che sulla stupidità sono stati assunti nel corso dei secoli.

Ne è venuto fuori un libro (Chi non legge questo libro è un  imbecille, Garzanti, lire 22.000), un corso accelerato di stupidità costruito intorno a 565 citazioni. Chi vuol leggerne un capitolo, può andare a cercarlo su Golem 21.
Sono molto orgoglioso del mio libro, ma ovviamente non pretendo di aver esaurito l’argomento. Anche perché da Albert Einstein ho imparato almeno una verità: «Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, e sul primo non sono sicuro».
Insomma, c’è ancora molto lavoro da fare, anche se la mia parte credo di averla (quasi) esaurita. Per proseguire nella mia impresa avrei bisogno di quella che Pierre Lévy ha definito «intelligenza collettiva» della rete. Insomma, la cyberintelligenza, che ovviamente presuppone anche una cyberstupidità (ma a volte possono sembrare indistinguibili).
Dunque mi offro volontario per gestire un forum, un archivio della stupidità, raccogliendo ulteriori dati e informazioni sull’argomento e inserendole in una banca dati a disposizione di tutti.

 

ATTENZIONE: NON si tratta di raccogliere ESEMPI di idiozia, ma citazioni (corredate di fonte) e riflessioni (possibilmente inedite, cioè non contemplate nel mio libro) sulle cause, caratteristiche, finalità eccetera dell’umana cretineria.
Offro per cominciare alcuni punti di partenza, che vogliono essere anche occasioni di riflessione. (Tenete presente che il libro è, mi dicono, piuttosto divertente. Quelli che seguono sono gli estratti delle parti più serie e dunque noiose.)

A. Le cause della scemenza

  • È un errore di Dio (o dei suoi copisti, che è più o meno lo stesso).
  • È carenza di qualcosa. (È la teoria di Locke, che i teorici dell’intelligenza artificiale hanno fatto propria: scarsa velocità di elaborazione e scarsa memoria).
  • È una cicatrice, una ferita. (È la teoria di Horkheimer e Adorno, la si trova nell’ultima pagina dell’imprescindibile Dialettica dell’illuminismo.)

B. A che cosa serve la stupidità

  • Teoria greca (ovvero economica).Il boccalone esiste perché io possa fregarlo, così prima ci guadagno e poi rido alle sue spalle. Da qui il proverbio autodifensivo «Chi si fida di greco, non ha il cervello seco».
  • Teoria dello scemo del villaggio (o dello straniero). Il grullo riassume in sé tutte le caratteristiche e i comportamenti che noi disapproviamo; grazie alla sua melonaggine, ottusità e balorderia, i nostri difetti vengono identificati e messi alla berlina.
  • Teoria di san Paolo (ovvero cristiana). I semplici confondono la fiducia dei sapienti nella ragione umana, contrapposta agli imperscrutabili cammini della volontà divina. Perché la Fede dello sciocco è certo meglio dell’ateismo del Genio.
  • Teoria dell’autodifesa (o del finto tonto). Di fronte a un’autorità vessatoria e crudele (e stupida), fingere di essere ancora più tonti, se non porta grandi vantaggi, almeno consente di minimizzare le perdite.
  • Teoria shakespeariana. La stupidità serve ad affinare l’intelligenza, come traspare dall’ottimismo di Celia e Rosalinda in Come vi piace. Le due amiche sembrano assai sicure del fatto che la dabbenaggine di Pietra di Paragone non riuscirà a scalfire la loro intelligenza, e anzi la esalterà. Beate loro. Per gli appassionati, Wittgenstein si sarebbe probabilmente dichiarato d’accordo.
  • Teoria di Nietzsche. La stupidità serve a essere buoni. Ma esiste anche nel nostro profondo una «volontà di stupidità» (stretta parente della più celebre volontà di potenza) che ci permette di agire.
  • Teoria comica. Gli sciocchi, imitando gli imbecilli, ispirano le nostre migliori risate.

C. Le parole per dirlo

QUIZ ARTICO
Gli Inuit, che vivono tra le tempeste e i deserti di ghiaccio, hanno decine di parole diverse per indicare il bianco e la neve. Noi, che viviamo in città densamente popolate dai nostri simili, quante parole abbiamo per indicare uno stupido?

Quella che segue è una tassonomia senza pretese di completezza, ma può essere utile per differenziare le imbecillità comuni e le stoltezze eccentriche, le idiozie arcaiche e le neo-cretinerie – quelle che non ricadono nelle categorie consolidate. Insomma, una specie di bussola per orientarsi nel labirinto dell’umana scemenza.

  • Stupidus Stupidus: quello etimologico, che conserva tutto lo stupore originario, il balordo (ovvero bis-luridus, due volte impallidito dallo stupore), il basito; forse il grullo, quello che ciondola il capo senza capire, stretto parente del gonzo, cioè il [vere]cundius, colui che si vergogna; il babbeo, colui che balbetta perché ha perso le parole per lo stupore, e i suoi parenti babbio e babbione.
  • Stupidus Geographicus, quello a denominazione d’origine controllata, il beota, il taìcio, il crucco, il farlocco, il gaggiàn, il fano. Rientra forse in questa categoria (di cui costituirebbe dunque una sotto-categoria) lo Stupidus Onomasticus, quello identificato con un nome di battesimo (forse tipico dei contadini): il bartolomeo, il ciro, il gino, il toni, il vincenzo (che nel gergo della mala è il tonto da imbrogliare), l’ambroeus; unica femmina, forse a riprova della diabolica astuzia del sesso debole, la carlotta. Il marco dovrebbe in apparenza rientrare nella categoria, ma quello, più che un nome proprio, pare fosse l’appellativo con cui gli zingari chiamavano il loro asino, e dunque dovrebbe ricadere nella quinta categoria.
  • Stupidus Misticus, ovvero Cretinus (nel senso etimologico di cristiano), che si interseca per certi aspetti con la categoria precedente; ne sono esempi sant’Alipio e sant’Antonio (che però sono anche parenti dello Stupidus Stupidus: «el me par un sant Alipio a la colonna» si dice a Venezia pensando a una statua collocata sopra una colonna nella basilica di San Marco; mentre in Ticino lo stesso concetto ha trovato quest’espressione: «u sumea un sant’Antoni de gess»); e ancora il san Marcone o il povero Giobbe. In una più ampia derivazione biblica, la categoria abbraccia anche l’angelo, l’apostolo, il mardocheo, il maccabeo, il taddeo, il caldeo, lo zebedeo (vedi però anche qui sotto lo Stupidus Sexualis), il babbacucco, il quacchero, il badanai e il barabba.
  • Stupidus Vegetalis, comprendente il bietolone, il banano, il broccolo, il pinolo, la zucca (naturalmente vuota, oppure nella forma accrescitiva di zuccone); nel milanese coltivano il balòss (che nel dialetto romagnolo sarebbe la castagna lessata, cibo di cui s’ingozzava il povero balòss; balòss è anche la vulva) e il badée (dallo spagnolo badea, melone d’acqua). A metà strada con la prossima categoria, troviamo il castrone.
  • Stupidus Bestialis, la bestia, il bestione, quello che tradisce la propria stretta parentela con alcuni qualificati rappresentanti del regno animale; soprattutto i pesci, o meglio i boccaloni, apprezzati per la loro tendenza ad abboccare a tutte le esche; a Genova e dintorni pare si tengano seminari sulle sottili differenze tra le stupidità del cefalo, del nasello, della seppia, del tonno, della tinca (nel gergo dei comici la tinca è la «spalla» di quello che fa ridere). Sono ben rappresentati – grazie alla loro proverbiale testardaggine – anche l’asino e i suoi parenti mulo, somaro e ciuco; poi il bue e tra i volatili il pollo, la gallina, il piccione, l’oca e il tordo.
  • Stupidis Sexualis, quello che con ogni evidenza concentra le proprie facoltà intellettuali nell’organo genitale maschile, che si tratti di baggiano, belinone, bischero, cazzone, ciula, coglione (o rincoglionito), minchione, zebedeo, piciu, pirla (con l’affettuosa variante pistola). Va notato che l’organo sessuale femminile (così come il deretano in tutte le sue varianti) viene raramente associato alla stupidità (tra l’altro quando indica lo scemo «la mona» diventa «un mona»): un dato cui varrebbe la pena di dedicare una riflessione più approfondita.
  • Stupidus Deficiens, quello cui manca qualcosa, o che ha subito una sorta di rottura, di danno: il deficiente, per l’appunto, ma anche il demente, lo scervellato, l’insipiente (cioè privo di sapienza), lo scemo, lo scempio, lo sciocco – che, come l’insulso, è quello etimologicamente insipido, senza sale in zucca. In omaggio alle teorie della complessità attualmente in voga, va citato il semplice. Senza dimenticare lo zero e il nullo, dove la deficienza è totale. In questa grande famiglia potrebbero forse essere inserite le prossime due sottocategorie.
  • Stupidus Technologicus, in cui il danno è dovuto a un qualche accidente elettrodomestico; vedi il tarato, il fuso, il fulminato, il surgelato, l’impagliato, l’imbranato (dove si fa riferimento alle cinghie che imbrigliavano i muli). La categoria merita un’attenzione particolare, perché la sua mera esistenza conferma che gli stupidi possono evolversi, progredire, restare al passo con i tempi e le nuove tecnologie. L’avvento dei computer offre notevoli prospettive di espansione dei cretini: le più fortunate collane di manuali e guide all’uso dei personal sono state lanciate perché adatte ai tonti (i manuali «for dummies», che nella versione italiana stati tradotto in maniera sintomatica «senza fatica», e in quella francese «pour le nuls») e agli idioti (la collana «for idiots»). Milioni di dummies idiots del mondo intero si sono sentiti in dovere di acquistarli.
  • Stupidus Musicalis, che comprende lo stonato, lo stordito, il suonato.
  • Stupidus Geometricus, ovvero l’ottuso, il piatto, ma anche l’ebete, che viene dal latino hebes, cioè smussato, ottuso.
  • Stupidus Metereologicus, come lo sventato; ma anche il fool, dal latino follis, ovvero «borsa gonfia d’aria, mantice», e il buffone, dal verbo buffare – cioè soffiare – del vento.
  • Stupidus Culinarius, un ibrido tra lo Stupidus Vegetalis e lo Stupidus Technologicus, che comprende tra gli altri il salame, il bollito, il maccarone e lo gnocco.
  • Stupidus Ironicus, un vero Genio, un Cervellone.


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Maria Schneider, protagonista assoluta dell’immaginario collettivo ad inizio anni Settanta per l’allora scandaloso “Ultimo tango a Parigi”, è morta a soli 58 anni, dopo una lunga malattia. Figlia dell’attore Daniel Gelin (che non conoscerà fino all’adolescenza) e di una modella tedesca, Marie Christine Schneider, esordì sul grande schermo alla fine degli anni `60 con “Madly. Il piacere di un uomo” di Roger Kahane, con Alain Delon ma la celebrità planetaria le arrivò addosso con il celebre film diretto da Bernardo Bertolucci (1972), torbida vicenda fra il maturo Paul e la giovanissima (la Schneider aveva appena 19 anni) Jeanne. Quella che passò alla leggenda come la scena «del burro», che provocò censure e un lungo strascico giudiziario, oltre a spaccare il pubblico. Il regista fu condannato per «offesa al comune senso del pudore». In Italia il film fu visibile liberamente soltanto a partire dal 1987. Dopo quel film, la Schneider fu l’amante di Jack Nicholson in “Professione: reporter” (1975) di Michelangelo Antonioni ma in seguito per lei ci furono soltanto parti minori: la ragazza di vita in “La derobade – Vita e rabbia di una prostituta parigina” (1979) di Daniel Duval, la terrorista in “Cercasi Gesù” (1981) di Luigi Comencini. Nel 1996 fu chiamata da Franco Zeffirelli per la trasposizione cinematografica di Jane Eyre. L’ultima sua apparizione al cinema è del 2008 in “Cliente” di Josiane Balasko. Nel 1996 ha prodotto un disco-tributo a Lucio Battisti dal titolo “Senor Battisti”, interpretato da Cristiano Malgioglio e da lei stessa. Da tempo era malata di cancro. I funerali si svolgeranno nei prossimi giorni a Parigi. Sarà sepolta nel cimitero monumentale del Pere-Lachaise.

 

 

 

“Ancora, ancora, giochiamo ancora!” * di Monica Trigona

Secondo Ovidio (Metamorfosi, X, 243 – 297), Pigmalione, re di Cipro, scolpì una statua d’avorio che rappresentava una donna nuda dalle forme perfette, che chiamò Galatea (dal greco gala, galaktos, latte), e della quale si innamorò perdutamente, considerandola il proprio ideale fem- minile, superiore a qualunque donna.

L’abile re scultore ritoccava ogni giorno la sua “creatura”per renderla sempre più bella e arrivò al punto di dormirle a fianco, agognando che diventasse di carne e ossa. Un giorno finalmente egli si recò al tempio di Afrodite, dea protettrice di Cipro, e la supplicò affinché il suo desiderio si avverasse e potesse far di Galatea la sua sposa.

La dea acconsentì facendo innalzare le fiamme dell’altare fino al cielo per tre volte. Pigmalione a quel punto si recò velocemente nella sua dimora dove, sotto i suoi occhi, Galatea si animò. I due si sposarono ed ebbero un figlio, Pafo. Mi piace iniziare, con questa leggenda, un testo dedicato ad un argomento così delicato, trop- po spesso vittima di semplificazioni e confusioni semantiche. Una volta per tutte: l’erotismo non è pornografia! La pornografia è più esplicita e generalmente esaspera la sessualità fisica, non quella emotiva; laddove la pornografia opera empiricamente attraverso atti sessuali, l’erotismo evoca semplicemente, ammicca. È difficile stabilire tuttavia una distinzione netta tra pornografia ed erotismo poiché le definizio- ni si basano su un giudizio soggettivo che dipende dal contesto in cui viene espresso. L’erotismo, benché spesso confuso con le manifestazioni sensibili della sessualità, consiste più precisamente, secondo la definizione di Georges Bataille, che ne ha scritto l’apologia in un’opera famosa, nella trasgressione sessuale di ogni norma morale, di ogni ordine, di ogni sistema di valori. Bataille sottolinea come il Cristianesimo non abbia condannato la sessualità, ma si sia opposto, fin dal suo nascere, all’erotismo. Ancora più arduo è esprimere dei giudizi di carattere mora- le. Chi infatti puó dire con certezza di sapere cosa sia la “normalità” rispetto alla quale tutti i comportamenti erotici “diversi” risultano a-normali? Nel Simposio Platone parla del mito che Aristofane racconta circa l’origine dei sessi. Ecco, secondo Aristofane in origine i sessi erano tre. L’“unità originaria” poteva essere composta di due sessi maschili, di due femminili o di un sesso maschile e di uno femminile. Chi era parte di un tutto maschile avrebbe ricercato tutta la vita un partner maschile, chi era parte di un tutto femminile avrebbe ricercato un’altra parte femminile; il tutto per ripristinare la “palla originaria”. Il filosofo greco insegna che non c’è una concezione della normalità che escluda la liceità di qualunque forma di comportamento sessuale, quindi di qualunque forma di inclinazione ero- tica. L’assunzione della norma come modo per delegittimare il comportamento degli altri in- somma è improponibile.

* Maria Schneider in Ultimo Tango a Parigi , film diretto dal regista B. Bertolucci e uscito in Italia nel 1972

 

Platone stesso quindi ammette che non esiste una condizione naturale nell’erotismo e ci apre un varco davanti al bigottismo ipocrita e populista, troppo spesso ostentato, a dispetto di una società dello spettacolo che continua a mercificare scandalosamente l’immagine del corpo. Da quando appare in ogni media, quel “surrogato di erotismo”, in quanto è realmente la sua carica- tura, mostra solo il suo aspetto indecente e profano. La trasgressione, esibita con sì tanta facilità contribuisce a banalizzare la sessualità ed il suo desiderio.

L’erotismo, in quanto rappresentazione intellettuale del sesso, può presumere semplicemente una complicità d’intenti tra due esseri umani, che per varie ragioni si avvicinano e giocano attraverso i loro corpi, interfacce intelligibili delle loro pulsioni interiori. Tornando nuovamente a quanto scrive Platone nel Simposio, nel momento in cui sentiamo la mancanza dell’oggetto del nostro desiderio, l’oggetto erotico per l’appunto, esso ci attira verso di sé come una calamita. Si può quindi provare attrazione erotica, spirituale e fisica insieme, per una persona dell’altro sesso o del proprio, ma anche per la sua raffigurazione, come nel caso del mito di Pigmalione, dove la dedizione dell’artista per la sua bella creatura determina un’immedesimazione così forte dal far desiderare il congiungimento ad essa.

Non a caso il tema erotico è stato da sempre rappresentato da artisti di tutti i tempi e di tutte le provenienze. Si pensi alla rappresentazione del nudo umano ad esempio. Esso si manifesta senza precisi intenti nell’arte egiziana per poi esplodere nella scultura greca, che già nel periodo arcaico si propone di raffigurare atleti e divinità privi di vesti.

I romani ricavarono dai nudi greci numerosissime copie ed imitazioni. Interrotto nel Medioevo, lo studio del nudo riprende, in pittura e scultura, durante il Rina- scimento ed è portato all’imitazione greca dai neoclassicisti. Quasi venerato per tutto l’Ottocento in Francia, Italia e Inghilterra, lo studio del nudo è tuttora presupposto degli studi accademici. Gli artisti presentati oggi in occasione della mostra non hanno alle spalle trascorsi che possano accomunarli tra loro. Sono “giovani” che hanno riflettuto sul loro personale modo di vedere l’erotismo in un mo- mento storico che l’ha reso così manifesto da provocare stanchezza e, perché no, disinteresse nei suoi confronti.

 

Trasgressioni artistiche

La ricerca artistica di Giovanni Agosta è caratterizzata dall’uso di diverse tecniche e materiali, dagli olii di grande formato ai disegni in acrilico, dalle composizioni al neon alle installazioni pittoriche. Le prime grandi tele presenti in mostra rivelano un’energia spiazzante e un’arguta ferocia che affascinano e stordiscono simultaneamente.

In una, l’accoppiamento tra i due sessi, nello specifico tra un principe e una principessa, viene affrontato in chiave simbolica e metafisica, con una donna tondeggiante che evoca l’opulenza, la passione, la lascivia, ma dall’occhio emblematicamente triangolare, che ne rivela il lato più razionale e sensibile.

Viceversa la geometria dell’uomo è triangolare tutta, pur tradendosi, a sua volta, con l’ovale del cavo ottico, che lascia trasparire il suo lato più sensuale ed erotico, in un contrasto continuo tra rosso shocking e tonalità del blu, tra carne e spirito. Come già detto, secondo Georges Bataille, l’erotismo è trasgressione della norma morale; la tela “Cruel fetish world” esprime pienamente questo concetto sottolineando drammaticamen- te un mondo fetish cruento ai più sconosciuto.

Nella grande installazione pittorica “Regal chain”, il sogno amoroso si realizza pienamente grazie all’unione tra i due sessi in un cuore centrale che scalda tutta la composizione. La catena patinata diventa feticcio del lieto fine, dell’ideale compimento, con i suoi cuori pop e la sua solida conformazione.

Dalle composizioni più propriamente simboliche si passa poi a due grandi tele dove il verbo chiave è depistare. La donna si fa topo e gatto alternativamente, ora preda ora predatore, depistando, appunto, prima un gatto poi un cane increduli, e contemporaneamente noi, gli spettatori.

La doppia natura femminile è espressa attraverso due travestimenti fumettistici dai toni espli- citamente erotici che svelano curve abbondanti degne di “Lara Croft”. La riflessione sullo status quo della donna nella società odierna, portata avanti da diversi artisti contemporanei, si concilia con l’analisi filologica, storica e poetica sulla sua condizione all’in- terno del rapporto erotico.A far da guardiani all’ingresso del percorso ci sono tre installazioni di neon neri che si illuminano ad intermittenza, grazie ad un processo detto di“evanescenza”, nei loro connotati più intimi di un rosso che ancora una volta si commenta da sé.

La postura altera e il piglio autoritario dell’uomo-neon, si scontra con l’atteggiamento dimesso della donna-neon, per poi riconciliarsi in una sorprendente copulazione. Questo raffinato lavoro ha ricezione mentale e non ormonale, sebbene ardente come si convie- ne alle fantasie più segrete, emotivo come la passionalità che ostenta.

Allegramente, perché le sue opere racchiudono uno sguardo ironico, a volte critico, altre volte complice, sulla vita erotica “comune”, quella “normale”, Filiberto Crosa realizza quadri tridi- mensionali dove a far da padroni sono niente poco dimeno che Barbie e Ken.

 

Rielaborazioni artistiche dell’immaginario consumistico made in U.S.A, già florido bacino di spunti per i pop artisti, le due bambole rigorosamente ignude rappresentano scene di ordina- ria vita-follia erotica. Alle prese con preservativi, corde, orge, posizioni mutuate dal Kamasu- tra, i due simpatici miti dell’infanzia vorrebbero interpretare situazioni ad alto tasso erotico, ma risultano sconfitti in partenza.

Come si fa a prendere sul serio la pupattola più bella, più ricca, più trendy, più fortunata e più famosa della storia e il suo fidanzatino perfetto dai capelli impomatati e fisico da copertina? Gli esilaranti quadretti narrativi dai toni volutamente eccessivi, kitch direi, sia per le situazioni raccontate sia per la tecnica adoperata, che evocano il vivere contemporaneo caratterizzato da cartoni animati, da internet e dalla televisione, dagli elettrodomestici seriali, da “miti” di plastica e pupazzi feticci, stemperano il tono dell’esposizione ricordandoci che l’erotismo, per quanto cosa seria, può essere divertente.

Monica Papagna impronta il suo lavoro sul gioco dialettico tra negazione ed enfatizzazione, su ciò che si vede e ciò che invece si deve spiare. Denis Curti, direttore della sede milanese di Contrasto e fondatore di Forma, centro interna- zionale di fotografia, scrive: “Le immagini di Monica Papagna si rifanno a quella che viene definita la tradizione moderna della fotografia.

Le sue sono vere e proprie figure che, messe in sequenza, superano il genere fotografico e affiancano le modalità narrative della contemporaneità. Davanti a questi scatti, il processo di riconoscimento diventa l’unica strada possibile per la comprensio- ne di un progetto che, pur non abbandonando il rigore estetico, si pone in termini problematici di fronte ai sentimenti e alle contraddizioni di questa società. Le sue messe in scena sono l’abecedario delle paure e delle passioni dell’uomo occidentale.”

Le sue fotografie in rosso e nero svelano particolari del corpo femminile che suscitano sponta- nea curiosità ma allo stesso tempo soddisfano l’occhio più esigente grazie all’abilità composi- tiva dell’artista. Le donne che immortala l’artista sono vittime della loro condizione femminile o sicure del loro potenziale seduttivo?

Nel mettersi in posa da femme fatale, esprimono il loro narcisismo sempre presente o il loro desiderio di rivalsa sul sesso forte? Forse tutte queste essenze insieme. Nessuno lo può dire realmente, perché, come direbbe Pirandello, sono uno, nessuno e centomila, oppure, come de- durrebbero i più, la mente femminile è quanto di più intricato e irrazionale possa esistere. Dissimulare la fragilità con l’uso di orpelli e ornamenti o attraverso pose ammiccanti poco cambia. La seduzione in atto è palpabile, grazie ad un sapiente obiettivo che riesce ad evidenziare una sessualità patinata, studiata come un dipinto, sublimata su un piano intellettuale, non da esperire ad un livello lubrico.

L’obiettivo della macchina fotografica non è un voyeur, mostra il nudo nella sua totale corporalità, nella pienezza della sua natura fisica, celata solo dagli stacchi bui dovuti agli scherzi della luce. Forme sfocate si stagliano come misteriose epifanie accanto a corpi ben delineati, chiari, ter- reni, quasi palpabili, come a sottolineare la duplice natura dell’erotismo stesso: carnale ed evocativo, sensibile e metafisico, pesante e insostenibilmente leggero.

 

 

 

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Ingredienti per 2 persone180 gr

180 g di riso vialone nano biologico

1 arancia non trattata

1 piccola cipolla o scalogno

1/2 bicchiere di vino bianco

50 g circa di formaggio

Olio extravergine

500 ml di brodo vegetale

Sale e pepe

di riso vialone nano biologico1 arancia non trattata1 piccola cipolla o scalogno1/2 bicchiere di vino bianco50 g circa di formaggioOlio extravergine500 ml di brodo vegetaleSale e pepe Preparazione:In una pentola a pressione far rosolare il riso in due cucchiai di olio extravergine fino a tostatura. Aggiungere uno scalogno o una piccola cipolla bianca tritata finemente. Lasciar cuocere per qualche minuto, aggiungere il succo dell’arancia e il vino bianco e fate evaporare a fiamma alta. Quindi aggiungere la buccia tritata a cubetti e mescolate. Versare il brodo, salare e dal fischio contare metà del tempo indicato sulla confezione del riso. Trascorso il tempo di cottura (di solito meno di dieci minuti) lasciar sfiatare la pentola e mantecare con formaggio. Suggerimento: utilizzare il taleggio, perfetto per bilanciare l’acidità dell’arancia. In alternativa usare il Parmigiano grattugiato. Impiattare il risotto e completare il piatto con un filo di olio extravergine d’oliva.

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