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Archive for febbraio 2011

QUALI  SUCCHI  E  QUALI  CENTRIFUGHE

 

 

LETTERA

L’IMPORTANZA DI ASSUMERE PIU’ ACQUA BIOLOGICA STRUTTURATA (CIOE’ ACCOMPAGNATA DAL PROPRIO CONTENUTO ENZIMATICO E MINERAL-VITAMINICO

Caro Valdo, dalla lettura del tuo libro e delle tue tesine si capisce che è importante assumere quanti più possibili minerali e vitamine in forma organica e vitale, e cioè da frutta e verdura cruda, nonché di bere acqua pura e biologica al 100%, che è ancora una volta quella contenuta nella frutta e nelle verdure crude (soprattutto radici e tuberi). Bere l’estratto del succo di frutta e verdure infatti non riempie, come mangiare i prodotti integralmente.

 

ESPERIENZA NEGATIVA CON UNA CENTRIFUGA DI MEDIA QUALITA’

 

Ho quindi acquistato una centrifuga da un centinaio da un centinaio di Euro, quindi non proprio economica, ma purtroppo i risultati non sono stati quelli che mi aspettavo, e sono emersi dei problemi che non avevo considerato.

Ho fatto allora delle ricerche più approfondite in rete e ho trovato altri sistemi molto più efficaci e senza problemi. Fra i vari modelli, ho cercato di individuare l’apparecchio col miglior rapporto prezzo/qualità/prestazioni/resa/facilità d’uso, e credo di aver trovato la soluzione ottimale.

Vorrei pertanto condividere i risultati della mia ricerca con tutti quelli che ti leggono.

 

CENTRIFUGA CLASSICA

 

E’ il sistema più economico, e va da poche decine a oltre 100 Euro. E’ rapido, ma presenta grossi svantaggi:

A)   La resa è bassissima. E’ più quello che si butta di quello che si ricava.

B)   Lavorando a 12000 giri al minuto si ha un certo surriscaldamento con conseguente alterazione delle proteine.

C)   La pulizia è piuttosto laboriosa. La facilità e la velocità di pulizia è essenziale nell’uso costante e giornaliero. Se tale lavoro porta via troppo tempo, passa la voglia di usarla.

 

SPREMITURA A FREDDO

 

Questo sistema funziona a velocità molto ridotte, sotto i 100 giri al minuto, per cui non si ha alterazione del succo, che si conserva anche più a lungo (ma secondo me è meglio berlo subito).

Inoltre la quantità di succo ottenuta è nettamente superiore. Si può arrivare fino al 70%, ovvero tutta l’acqua contenuta nella frutta e verdura centrifugata. In questo settore esistono tre diversi tipi di apparecchi:

 

1)    Pressa. E’ la pressa idraulica Norwalk Juicer. Sarebbe il massimo ma ha un prezzo proibitivo, costando 2500 dollari (circa 1800 Euro), più le spese di spedizione e di importazione dagli USA.

Come non bastasse, le sue specifiche elettriche sono quelle in uso negli USA.

2)    Doppio ingranaggio. L’Angel Juicer è un buon prodotto in quanto estrae il massimo di

succo. Ma è abbastanza costosa, coi suoi 1000 Euro, e i tempi di pulizia non sono tra i più

bassi.

3)    Coclea a singolo ingranaggio. Ne esistono ad uno stadio e a due stadi. Prendiamo in

considerazione solo il secondo tipo che è migliore. Ha il vantaggio di un prezzo più

abbordabile (365 o 385 €, secondo il colore prescelto), ed è anche ripulibile più rapidamente

rispetto all’Angel Juicer. La resa è leggermente inferiore, ma pur sempre buona.

 

ALLA FINE HO SCELTO IL MODELLO OMEGA 8006

 

Sulla base delle considerazioni appena fatte, ho deciso di comprare il modello con coclea a singolo ingranaggio e a due stadi, di marca Omega 8006, e posso dire che funziona egregiamente.

Si fanno succhi strepitosi con pochissimo scarto.

Si possono pure fare dei sorbetti, ed anche il latte di cocco o il latte di semi vari.

Fa pochissimo rumore e non disturba il sonno se qualcuno è ancora a letto.

Allego qui di seguito una serie di ricette, riprese da diversi siti, e che ti voglio dedicare.

Un saluto e un abbraccio a tutti i lettori del blog.

Pietro Mugnaini

 

SUCCHI DI FRUTTA E VERDURA

 

 

ANANAS CAROTA E SEDANO

2 fette ananas, 1 carota, 1 costa di sedano

 

ACE

1 arancia, 2 carote, mezzo limone

 

MELA  ANANAS E CAROTA

1 mela, 1 carota, 1 fetta ananas

 

MELA KIWI E GINGER

1 mela, 1 kiwi, un pezzetto di radice di ginger (zenzero)

 

MELONE CETRIOLO E PESCHE

2 fette melone, 1 cetriolo, 1 pesca

 

CETRIOLI E LIME

2 cetrioli, 1 lime

 

UVA NERA (mosto)

 

MELE SEDANO E NOCI

 

 

Deliziosa
carote – mele – zenzero

Mare
mele – sedano – zenzero

Solare
carote – mele – sedano

Rinfrescante
mela – lime (con buccia)

Gustosa
mela – sedano

Speciale
mandarini – carota – zenzero

 

MELAVERDE
1 gambo di sedano
3 mele verdi
2 pere ben lavate e sbucciate
1 kiwi

Taglia a cubetti le mele e le pere togliendo loro i torsoli. Centrifugale assieme ai kiwi ed al gambo di sedano.

______________________________________…

BIANCANEVE
Ingredienti per 4 persone:
6 pere
2 mele
2 arance
1 bastoncino di cannella

Dopo averle lavate e sbucciate, mixa le pere, le mele e le arance. È un succo che va servito fresco, con l’aggiunta di un pizzico di cannella che arricchisce il sapore di tonalità più forti.
__________________________________
BARBABLU
Ingredienti per 4 persone:
12 prugne
4 pesche
2 mele
1 limone

Dopo averle lavate e sbucciate con cura, centrifuga le prugne con le pesche e le mele. Servi il preparato fresco, guarnito con una fettina di limone
_________________________________
GAZEBO
Ingredienti per 4 persone:
1 melone
3 fette di anguria
3 carote
Qualche foglia di menta

Taglia a pezzi le carote ben lavate ma non sbucciate, altrimenti perdono le proprietà della buccia, poi centrifuga insieme all’anguria e al melone. Guarnisci poi con la menta. E’ molto dissetante, ideale per una merenda estiva o a metà mattina.
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LIMBO
Ingredienti per 4 persone:
10 albicocche
1 limone
2 pesca noce
acqua minerale frizzante

Centrifuga le albicocche e la pesca e aggiungi alla fine un bicchiere scarso di acqua minerale frizzante; servi in bicchieri ghiacciati con uno spicchio di limone.
_____________________________________
PLUTO
Ingredienti per 4 persone:
4 arance
1 mela
3 kiwi
2 carote
1 limone

Centrifuga le arance con i kiwi, la mela e le carote, e aggiungi poi il succo di un limone.

 

 

Centrifuga di cocomero per l’intestino:
Bevila al mattino, se vuoi aggiungendo qualche goccia di limone o succhi di altri frutti (ciliegie, fragole, more).
Preparazione: togli la parte verde della scorza e centrifuga il resto.

Centrifuga di finocchio e mela (o pera) per lo stomaco:
Bevila prima dei pasti a piccoli sorsi.
Centrifuga prima il finocchio (sia la parte verde e che le fronde) e poi aggiungi la mela o la pera.

Centrifugato di rapa e mela (o pera) per la depurazione del sangue:
Estrai mezzo bicchiere di succo di rapa rossa e aggiungi mezzo bicchiere di succo di mela o pera. Volendo puoi unire un po’ di succo di limone.

Centrifugato di asparagi e pomodoro per la depurazione dell’acido urico dai reni (aiuta anche per l’acne, ma non prenderlo se soffri di calcoli renali):
Estrai mezzo bicchiere di succo di asparagi freschi e mezzo bicchiere di succo di pomodoro. Condisci con un pizzico di sale e pepe di Cayenna.

Centrifugato di cavolo e di mela contro l’ulcera:
Estrai mezzo bicchiere di succo da un cavolo verde e rosso. Diluisci con mezzo bicchiere di succo di mela o pera.
Da bere a piccoli sorsi prima dei pasti.

 

 

“Occhio di lince”, centrifugato di carote, cavolo e spinaci

 

Centrifugato di ananas e pesca

 

Centrifugato di anguria e melone

 

Centrifugato di melone e cetriolo

 

Centrifugato di pomodoro e olive nere

 

Centrifugato di pomodoro e sedano

 

Centrifugato Super sprint a base di carote, mele e kiwi

 

Centrifugato Super start con mela, kiwi, ananas e frutti di bosco

 

SORBETTI

Si possono fare ottimi sorbetti con la frutta congelata. Basta congelare banane, frutti di bosco o qualsiasi altro tipo di frutta e poi passarla nell’estrattore di succhi utilizzando l’apposito cono senza fori.

LATTE DI COCCO

Frullare pezzetti di cocco e poi passarli nell’ OMEGA 8006.

 

 

LATTE DI GERMOGLI

Mettere del grano germogliato in una ciotola con un poco di acqua e con un cucchiaio introdurlo nello spremi-succhi insieme all’acqua.

 

*****

RISPOSTA

Ciao Pietro, un grazie sincero per la tua collaborazione.

So che hai fatto la tua ricerca in modo trasparente, senza voler favorire questa o quella marca.

Non sei e non siamo legati a nessuna forma di interesse commerciale con i vari costruttori e i vari distributori d’Italia.

Ogni lettrice prenderà in considerazione queste preziose informazioni e le confronterà con gli opuscoli e le offerte che troverà nei negozi e nei supermercati della propria città, decidendo liberamente.

 

Valdo Vaccaro  (AVA-Roma e ABIN-Bergamo)

 

 

 

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Lo Zen di John Cage di G.Bertagni

“Una volta c’era un famoso suonatore di cetra, chiamato Chao Wen, che sapeva suonare la cetra come nessun altro. Ma un giorno all’improvviso smise completamente di suonare la cetra. Aveva finalmente capito che nel suonare una nota si trascuravano inevitabilmente tutte le altre. Fu solo allora, quando smise di suonare, che riuscì a sentire la completa armonia di tutte le cose. […] L’unica musica completa è quella dei suoni naturali”. Questo è un passo di un famoso testo taoista, il Chuang Tzu, che mi sembra molto in tema con l’argomento di cui volevo parlare e cioè John Cage, il silenzio e lo zen.

Ma prima di Cage, c’è Anton Webern, che prima di lui, non si preoccupa di saturare lo spazio sonoro, anzi. Tanto per cominciare usa quel procedimento che è stato chiamato puntillista, cioè distribuisce la melodia tra gli strumenti singoli. Quindi l’ascoltatore è esposto alla frammentazione, come se potesse notare più facilmente l’intervallo tra le note, grazie a una diversa strutturazione spaziale. Ma Webern fa di più. Le sue composizioni sembrano aforismi. Sono di breve durata, come se volesse astenersi dal violentare le pause con un’ambientazione di largo respiro.

Ci sono per esempio i Cinque pezzi per quartetto d’archi. Ciò che conta è l’atmosfera. I suoni dei violini, della viola e del violoncello sembrano provenire da una dimensione soprannaturale, silente. Prima che l’ascoltatore possa assuefarsi alla melodia, essa è già terminata.

C’è qualche affinità con la tradizione musicale giapponese di stampo soprattutto zen. Il silenzio, qui, tende a imporsi sul suono, le pause sovrastano gli interventi musicali. Nell’estetica giapponese, per esempio in pittura, è molto determinante lo spazio rispetto alle configurazioni corporee. La dottrina filosofica su cui si basa questo approccio la troviamo nella distinzione buddhista tra il vuoto (ku) e la forma (iro): è il vuoto che garantisce che ogni forma sarà valorizzata e presa in considerazione. Il vuoto rappresenta lo sfondo in cui si stagliano le cose. Il vuoto è la fonte di ogni forma e il luogo di ritorno di ogni forma. Dal vuoto e al vuoto tutto ha origine e fine. E ciò che esiste, esiste – diciamo così – navigando in un oceano infinito di vuoto. Non solo: ogni forma, sostanzialmente, è vuota. Insomma: vuoto nel vuoto.

Ok, ma arriviamo a Cage. Cage apprezzava molto Webern. Queste sono parole sue: “Webern sembra rompere con il passato, o perlomeno ci dà la sensazione di poter rompere con il passato, perché scuote le fondamenta del suono inteso come elemento a sé stante”. Appunto: non c’è il suono a sé stante, il suono che si distingua dal rumore, il suono a cui arrivare con una strategia di scelta, di composizione, di procedimento estetico, ecc. Ecco, tutta l’opera di Cage verte sull’accettazione dei suoni per quello che sono. Non c’è distinzione tra rumore e suono.

L’insegnamento di Webern aveva già come la sonorità tenda a sconfinare nel silenzio, sino a inglobarlo, aveva già intuito il silenzio come luogo originario del suono. Sempre Cage scrive: “Il silenzio non è altro che il cambiamento della mia mente. È un’accettazione dei suoni che esistono piuttosto che un desiderio di scegliere e imporre la propria musica. Da allora questo è sempre stato al centro del mio lavoro. Quando mi dedico a un pezzo musicale, cerco di farlo in un modo grazie al quale esso, essenzialmente, non disturbi il silenzio che già esiste”.

C’è un riscontro tra queste parole di Cage e una scuola buddhista, che si chiama Huayen. Secondo questa scuola, tutte le cose del mondo si compenetrano, senza ostacolarsi. Il termine giapponese che caratterizza tutta la situazione è jijimuge. Solo rendendosi disponibili ai diritti del rumore e del silenzio, ciò può realizzarsi.

Allora cambia la relazione con il suono. Non è più l’essere umano che si sforza di raggiungerlo, bensì è il suono che si rapporta all’essere umano. Il compositore non tenta più di privilegiare certi suoni, ma li lascia essere tutti, permettendo loro di arrivare nella sua mente, cosicché il brano si profili da sé.

Non c’è più scelta, dunque. Non c’è più strategia nella composizione. Si arriva allora a un’articolazione mentale priva di dualità. La razionalità viene meno, ed emerge una sovra-razionalità che abbraccia la vita nella sua pienezza. Il pensiero arretra, non è più il centro dell’attività del comporre. Il non-pensiero ha inglobato in sé il pensiero.

In musica, l’equivalente del non-pensiero è il non-suono. Neanche il non-suono può essere definito: definire il non-suono è ricadere nella filosofia, nel mentale e nelle sue limitazioni; il non-suono può essere solo percepito. Il massimo che se ne può dire è che è vuoto di significato, di intenzionalità. Perché è vuoto di intenzionalità? Perché non ha alcuna ragion d’essere, non ha alcun progetto in sé, non ha un particolare messaggio da comunicarti. Di per sé, anche i suoni non significano nulla. Certo, anche i suoni sono al di là del significato; non stiamo parlando di parole. Il non-suono esalta questa

insignificanza, che è già propria dei suoni. Il compositore alla Cage lascia essere i suoni per quello che sono, senza tentare di organizzarli in strutture. Accettando i suoni nella loro totalità, si arriva all’insonoro. Il non-significato del non-suono ingloba il non significato dei suoni, elevandolo alla massima potenza.

Dice Cage: “Per me il significato essenziale del silenzio è la rinuncia a qualsiasi intenzione”. Anche l’interesse di Cage per il Libro delle Trasformazioni cinese (I-Ching), rientra in questa linea. I 64 esagrammi dell’opera corrispondono ad altrettante circostanze naturali. Ciascuno rinvia all’altro, in una rete di connessioni ininterrotta. In tutto questo, nel comporre di Cage sulla base dei responsi dell’I ching, viene totalmente a mancare l’intenzione del compositore, le sue eventuali scelte crollano alla base.

Nel Buddhismo zen c’è una fortissima analogia con tutto questo. Rinunciando a scegliere si esce dal gioco del sì/no. Lo zen, potremmo dire in un certo senso, è un tentativo di uscire dalla gabbia del sì e del no – oltreché di uscire dalla prigione della scelta, dal decidere. Anzi: a guardar bene le cose, questi due aspetti sono le due facce della stessa medaglia. E infatti l’interesse di Cage per lo zen si concentrò proprio su questi due punti. Quando lui cominciò a leggere le prime cose che comparivano in lingua inglese sullo zen (essenzialmente gli studi del prof. Suzuki), proprio a questi aspetti era particolarmente sensibile, proprio su questi si focalizzò il suo interesse: l’uscita dal dualismo sì-no e l’uscita dalla scelta (e poi a un altro aspetto a cui accenneremo fra poco). Uscire dalla scelta è smettere di produrre qualcosa di proprio, per lasciare essere la realtà quella che è. Anche la realtà sonora.

Ricorrendo a calcoli matematici complessi o alla consultazione casuale dell’I ching, Cage ne estrae le regole della composizione. È un modo per eludere preferenze e avversioni; Cage infatti scrive – e sembra qui di leggere quasi un testo buddhista: «È molto tempo che sappiamo che le emozioni sono pericolose. Dobbiamo liberarci dalle nostre predilezioni personali, da ciò che ci piace e non ci piace». Il ricorso all’I ching implica proprio l’abbandono della razionalità.

C’è un’esperienza che è veramente determinante nella vita di Cage e che lo introduce a questa visione delle cose e a questo concetto di silenzio. Lui stesso ce la racconta: “All’inizio degli anni Cinquanta, presi la decisione di accettare i suoni che esistono nel mondo. Prima, ero così ingenuo da pensare che esistesse una cosa come il silenzio. Ma quando entrai nella camera anecoica della Harvard University a Cambridge, sentii due suoni. Pensai che ci fosse qualcosa di sbagliato nella stanza, e dissi all’Ingegnere che c’erano due suoni. Mi chiese di descriverli e lo feci: «Bene – disse – quello più acuto è il suo sistema nervoso in funzione e quello più grave la sua circolazione sanguigna». Questo significa che c’è musica, o c’è suono, indipendentemente dalla mia volontà”.

Sappiamo tutti la composizione che fu per Cage l’espressione più pura del silenzio: quel brano che prende il titolo della sua durata, 4’33’’, un brano di assoluto silenzio. Piccola nota: forse non tutti sanno il motivo di questa durata: 4 minuti e 33 secondi fanno in tutto 273 secondi e lo zero assoluto in temperatura è -273°C (=0°K). Si tratta del suo pezzo più importante, lui stesso lo dice. Ci ha lavorato sopra, per quanto strano possa sembrarci, per ben quattro anni. Non solo; dice: “Mi piace pensare che tutta la musica che ho scritto successivamente non abbia mai fondamentalmente interrotto quel pezzo”.

Quindi un pezzo completamente silenzioso, nessuna nota sul pentagramma. Però è comunque un brano per pianoforte. Nei concerti, il pianista volta le pagine dello spartito lasciando presagire un cambiamento di atmosfera. È insomma un brano silenzioso che tenta di mostrare l’inesistenza del silenzio. I colpi di tosse o gli sbadigli degli spettatori, i rumori occasionali nella sala da concerto, qualsiasi movimento del pianista… tutto funge da corredo sonoro. Solo perché sul pentagramma non c’è scritto niente, non vuol dire che regni il silenzio. Metti sul giradischi 4’33’’ e senti il rumore della puntina. Metti il cd e restano i rumori all’interno e all’esterno della stanza. Lo metti nell’i-pod quando cammini per strada e sei esposto ai rumori della strada.

Allora il brano silenzioso svela che non c’è silenzio. Attraverso la ricerca del silenzio si ottiene l’opposto: ogni sonorità ha modo di manifestarsi. Ecco: questo è perfettamente in linea con l’approccio zen. Nello zen si ripete continuamente questo adagio: lasciare essere ciò che è. Lasciare essere ciò che è significa portarsi a una condizione di spontaneità. Ecco il terzo aspetto della filosofia zen che interessava molto a Cage: la spontaneità, che è il contrario – come già dicevamo – della strategia, della tecnica di composizione personalistica, della scelta di mettere una certa nota piuttosto che un’altra, ecc. Soltanto lasciandoli essere, i suoni possono sprigionarsi nelle loro modalità autentiche: “Non esiste il silenzio” vuol dire che esiste il non-suono, che non è né silenzio né suono, ma li ingloba entrambi.

Ogni esecuzione di 4’33’’ lascia essere i suoni nel loro ambiente, nel qui e ora, rispettando il principio del jijimuge. Per la prima volta, il compositore non incanala l’ascoltatore in una direzione prestabilita. C’è l’esperienza dell’assimilazione della realtà fisica. Cage stesso dice, parlando di questo brano: “L’ho concepito come un modo particolarmente immediato per ascoltare quanto c’è da ascoltare”. Si esce insomma dalla mentalità duale, secondo la quale esistono il suono o il silenzio. Addirittura, vengono superate anche le limitazioni intellettualistiche delle composizioni di Cage basate sull’I-Ching.

Con questo brano Cage indica che la distinzione tra suonare e non-suonare è priva di senso. E anche l’alternativa bello/brutto viene trascesa. Gli opposti cadono. L’insistenza sul silenzio sembra rivelare una nuova sensibilità e una nuova estetica. Un’estetica molto zen. C’è, nella pratica meditativa buddhista, un esercizio che mi sembra molto vicino a questa visione. È un esercizio dedicato alla consapevolezza auditiva: ci si espone ai rumori che arrivano all’orecchio e li si ascolta con totale e immersa attenzione, cercando di coglierne tutti gli aspetti, fino a penetrarli il più possibile. È un esercizio in cui non c’è più nessuna ricerca, nessuna richiesta, nessuna intenzionalità; è l’esatto contrario: è un essere esposti, un aprirsi, un riceve. Succede qualcosa di particolare: crolla la distinzione piacevole/spiacevole, bello/brutto. Appunto: crolla il dualismo.

Anche il rumore considerato (mentalmente) il più orripilante (il rumore di un motore, di un martello pneumatico o quello che sia), diventa un vastissimo universo da indagare che rivela il suo incommen-surabile fondo, il suo splendore. Nell’esposizione al ciò che è, a ciò che porta il qui e ora, in uno stato di attenzione pura e centrata, tutto diventa assoluto, totale, tutto si fa nirvana. Anche su questo forse Cage poteva essere d’accordo.

Allora, a questo punto: caos e indeterminazione, certo. Indeterminazione: non determinazione. Determinazione da cosa? Dall’io, dalla volontà. Non c’è più qualcuno che determina. È questo il lasciare essere ciò che è, il darsi al qui e ora. È l’abbandono dell’ego di cui parla tanto zen. E poi caos. Perché? Cos’è il contrario di caos? Cosmos.

Caos-Cosmos. Cosmos è ordine. Ma ordine di chi, secondo chi? Di qualcuno che dica: questo è ordinato, questo no; oppure: faccio dell’ordine là dove c’è caos. Ma è sempre allora un ordine fatto, scelto, voluto, costruito; oppure preferito a qualcos’altro che (giudizio dell’io) si ritiene non ordine. Lasciare invece ciò che è, è lasciare il caos, farlo essere. Non caos come confusione, ma come mancanza di regola. La regola è ciò che dice il mentale, il caos è ciò che dice il naturale.

di G.Bertagni

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Lo zen e la musica elettronica

buddha machineIl feticismo legato alla musica non è una novità, nell’ultimo decennio si è passati dal non potersi permettere un computer allo smontare degli stessi per costruirne di nuovi, di diversi; ma contemporaneamente, al fianco di macchine sempre più sofisticate, performanti ed infinitamente potenti, si assiste ad un riutilizzo di tecnologie che fanno della bassa qualità, del low-fi la loro forza.

Sempre più spesso si assiste a performance dove tecnologie oramai dimenticate o in disuso, vengono riutilizzate a causa del loro suono caratteristico, a causa degli errori che sono capaci di generare in modo casuale e imprevedibile oppure per la loro estetica retrò.

Altro filone ancora è costituito da coloro che fabbricano i loro strumenti programmando processori e assemblando circuiti in modo casereccio (do it yourself), non dimentichiamo che il primo computer Apple è nato in un garage.

Alcune di queste correnti sono state anticipate/percepite/elaborate e portate in giro per il mondo da due musicisti sperimentali di Beijing: Christiaan Virant e Zhang Jian. Il duo sotto lo pseudonimo di FM3, ha dato origine, nel 2005, ad uno dei fenomeni più interessanti, legati al mondo della musica ambient, degli ultimi anni: Buddha Machine.

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, o avesse accantonato il loro ricordo in un angolo oscuro della propria cantina mentale, le Buddha Machine, sono degli apparecchi simili ad una radiolina portatile che emettono dei loop.

I loop contenuti dalle Buddha Machine sono composti con il Qin, uno strumento a sette corde che sembra essere il nonno degli strumenti cinesi, che produce sonorità profonde e armonie complesse.

Le Buddha Machine sono state utilizzate da FM3 come strumento performativo, se fatte suonare in contemporanea e per tempi prolungati, diventano dei veri e propri mini sound-systems che producono drones e armonie molto interessanti.
Ho visto esibirsi gli FM3 a Dissonanze 7 nel 2007 a Roma, la location era l’Aula Magna del Palazzo dei Congressi, vi assicuro che oltre all’effetto meditativo prodotto dai suoni delle Buddha Machine, vedere Christiaan Virant e Zhang Jian suonare semplicemente spostando le loro creature in posizioni diverse è davvero zen.

Considerando che il fenomeno si è sviluppato in modo rapido, si potrebbe presupporre che oramai potrebbe considerarsi spento, e invece sta per essere messa in vendita la terza generazione di Buddha Machine, che va sotto il nome di Chan Fang, traducibile in Zen Room.

Le nuove Buddha Machine hanno una qualità audio maggiore (12K) e suonano quattro extended loops, ora non ci resta che chiederci se queste nuove generative music device riusciranno ad attrarre ancora l’attenzione di cultori dell’elettronica quali Brian Eno, Blixa Bargeld e Mike Patton come hanno fatto le loro precedenti.

More info:
http://www.fm3.com.cn/
http://www.fm3buddhamachine.com/
http://en.wikipedia.org/wiki/FM3

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E non è importante chi l’ha composta, è sufficiente che piaccia. Parola dello psicologo canadese Glenn Schnellenberg, dell’Università di Toronto a Mississauga (Ontario), che smentisce così l’«effetto Mozart», secondo cui i brani del compositore austriaco – e solo i suoi – potenziano le capacità intellettive e aiutano perfino i malati di Alzheimer.
Per lo specialista – che a Lipsia ha partecipato al convegno «Neuroscienze e musica» organizzato dalla Fondazione Mariani -, il presunto effetto Mozart sarebbe da ricondurre a un potere più generico della musica, che è capace di rilassare e di migliorare umore e performance, a patto che sia quella preferita». Lo stimolo uditivo, insomma, quando viene percepito come gradevole, aumenta il benessere.

«Il pentagramma è amico dei bambini»
E il pentagramma si è dimostrato anche amico dei bambini. Se studiano musica – secondo uno studio canadese – saranno più intelligenti. Lo stesso studio ha promosso pure i corsi di teatro: sono un vero antidoto alla timidezza e rendono i piccoli più socievoli.

«La musica “smuove” l’interiorità, stimola risposte emotive sempre nuove – spiega il dottor Angelo Musso, psicologo e psicoterapeuta di Torino -, inoltre ha un forte potenziale evocativo». Il dottor Musso da un anno guida un gruppo di persone attraverso la musicoterapia come tecnica anti-stress. Un corso sperimentale che all’inizio ha visto i partecipanti imbarazzati, timorosi, e poi via via sempre più liberi, guidati dalla musica oltre le barriere del pregiudizio.
In quale modo? Attraverso una serie di tappe, come illustra il dottor Musso indicando uno dei percorsi possibili. Suddividiamolo in tre fasi: nella prima si è partiti dall’ascolto guidato di musiche tradizionali dal mondo, da quelle aborigene alle celtiche, dalle indiane alle tibetane. Quindi ciascun partecipante è stato chiamato a scrivere e a raccontare le sensazioni, o meglio, le immagini che quei suoni gli avevano evocato. Raccontandole subito dopo a voce alta a tutto il gruppo.

Nella seconda fase è stato fatto riascoltare un brano, e successivamente ogni partecipante ha dovuto scegliere un oggetto e riprodurre ciò che aveva interiorizzato. Cucchiai, pentole, coperchi, carta, bastoni gli «strumenti» musicali più utilizzati in massima libertà e soprattutto senza cercare alcuna competizione con gli altri. Quindi il racconto a voce dell’esperienza provata.
Terza fase: si è privilegiato l’ascolto di suoni, rumori, brani che emotivamente provocassero emozioni precise in un percorso che dalla morte arrivasse alla vita, «da Thanatos a Eros»: emozioni da sperimentare esprimendole con il corpo, prima singolarmente, poi in gruppo, «per arrivare a una grande bagarre liberatoria finale», al «carnevale della vita». Il successo del corso si è palesato da solo: più energia, più sorrisi, più soddisfazione, in un parola meno stress.

Non è certamente una novità: la musica allevia lo spirito, allentando la tensione e producendo effetti benefici in diverse parti del corpo. La musica non influenzerebbe positivamente soltanto lo stato d’animo delle persone, ma anche le reazioni fisiologiche dell’organismo quali l’attività cardiaca e respiratoria, il rilascio di dopamina e serotonina (ormoni che forniscono la sensazione di benessere), la regolazione del sonnoMigliora, inoltre, le prestazioni sportive, contribuisce ad alleviare il dolorerafforza il sistema immunitario.

Per tutti questi motivi si può parlare di una vera e propriamusicoterapia, basata sul principio che il nostro cervello non si limita semplicemente ad ascoltare la musica ma la sente effettivamente, e questo con effetti evidenti e concreti sul nostro benessere. Ad esempio, si è scoperto che la musica fa bene al cuore e può essere un valido strumento nella prevenzione di infarti e ictus. Secondo un recente studio condotto dal team di Luciano Bernardi, infatti, il flusso sanguigno varia a seconda del ritmo musicale: si è notato che i ritmi veloci aumentano pressione e battito cardiaco, mentre i ritmi più rilassati ne causano la netta riduzione; si potrebbe quindi provare a controllare il flusso cardiovascolare utilizzando ritmi musicali differenti. La ricerca ha coinvolto 24 soggetti sani (fra cui 12 musicisti) che hanno ascoltato vari tipi di musica classica a diversi ritmi e a volumi differenti in cuffia.

Negli anni, il campo della musicoterapia si è così esteso fino ad occuparsi di diverse malattie,fra cui l’ipertensione, le malattie cardiovascolari e addirittura il cancro. La tecnica mira a rafforzare il paziente emotivamente, in modo che impari ad affrontare al meglio i sintomi della malattia. Recenti studi hanno dimostrato che la musica migliora la riabilitazione delle persone con malattie degenerative del cervello come il parkinson e l’alzheimer, nonché le capacità motorie dei portatori di handicap.

In passato è stato addirittura osservato che un prolungato ascolto di musica classica aumenta la produzione di latte negli animali e test simili avevano dato lo stesso risultato anche sulle donne. In definitiva, allora, buona musica a tutti!

La musica fa bene al cervello

La musica? Una panacea, come cibo, sesso e sport. Suoni e melodie fanno bene al cervello e non a caso si usa dire “E’ musica per le mie orecchie” per stare a significare che qualcosa ci è particolarmente gradita. La musica infatti fa bene, cioè dà piacere, come assumere alcool o droghe. Il suo speciale potere è quello di suscitare sentimenti e risvegliare emozioni, modificando stati d’animo e comportamenti. Ed a sostenere che note e melodie facciano bene non solo all’apparato uditivo ma anche al cervello sono anche gli scienziati. Che ora stanno cercando di capirne il perché.

Studi e ricerche del resto esplorano il fantastico mondo delle note da tempo completando o smentendo i risultati, ma unanimi nel confermare che il cervello reagisce alla musica attivando alcuni centri del piacere, gli stessi che vengono stimolati durante le cosiddette ‘attività gratificanti’, come mangiare, fare sesso, giocare, fare sport e per alcuni, usare tabacco, assumere alcolici e anche droga.

“A differenza del cibo e del sesso, la musica è un’attività astratta, quindi ‘indipendente’ da un diretto e concreto intermediario con specifici valori biologici” afferma Maria Paola Graziani, psicologa del Consiglio Nazionale delle Ricerche. La spiegazione va quindi ricercata più in fattori antropologici, etici e sociali.
“Oggi la musica”, continua l’esperta, “ricopre per lo più ruoli di intrattenimento, ma nelle società primitive la pratica musicale era legata a esigenze primarie, quali simboli, ritualità, espressioni di identità totemiche e accompagnava, con cibo e sesso, rituali come la caccia o l’iniziazione e addirittura la guerra”.

Ciò che non è ancora chiaro è però quale sia l’area del cervello che sa apprezzare la musica. C’è chi sostiene sia l’emisfero destro, quello che coglie i processi emotivi, mentre altri studiosi hanno dimostrato che anche l’emisfero sinistro, quello preposto ai processi logici, è altrettanto coinvolto. Le reazioni sono molto più complesse: i diversi elementi che compongono la musica (tono, ritmo, melodia) si distribuiscono su entrambi gli emisferi cerebrali.

Emblematici e provocatori per la scienza i casi di alcuni musicisti come Maurice Ravel che, via via che la sua malattia al cervello avanzava, si diceva in grado di comporre la musica nella testa ma incapace di scriverla sul pentagramma. Ma anche le esperienze del compositore Vissarion Shebalin sono calzanti secondo gli studiosi.
Colpito da ictus, il compositore pur non riuscendo a parlare e a capire il linguaggio, era invece in grado di comporre, di insegnare ai suoi allievi, ascoltandoli e correggendo le composizioni.

La musica si conferma inoltre come un ‘linguaggio universale’ e si ritiene che la capacità di apprezzarla sia connaturata nelle persone ancora prima della nascita, nel grembo materno. Una delle ipotesi più recenti è che l’area del cervello coinvolta dalla musica sia collegata alle parti legate alla memoria, alle emozioni, all’apprendimento, per cui si associa all’ipotesi che la musica abbia effetto sulla memoria, aiuti i bambini ad apprendere più facilmente e gli anziani a conservare più a lungo le facoltà intellettuali.
Tesi molto accreditata è che la musica potenzi solo fasi di concentrazione e resa delle abilità individuali, come dimostra l’impiego di diffusione sonora nelle stalle per stimolare la produzione di latte. Ma anche nella grande e piccola distribuzione melodie scelte accuratamente vengono utilizzate, ad esempio nei supermercati, per sviluppare comportamenti di consumo, fra gli umani.

Qualche anno fa sui giornali circolava la notizia che la musica del compositore Wolfgang Amedeus Mozartfavorisse la memoria e l’intelligenza. Oggi, “l’effetto Mozart” non è più sostenuto dai ricercatori, mentre si ritiene che i bambini che studiano musica abbiano una “marcia in più”, rispetto ai piccoli che non hanno avuto a che fare con note e spartiti, nell’apprendimento della matematica. E la marcia in più si riferisce però alle operazioni tra frazioni che sono la parte aritmetica della matematica.

Se invece parliamo di armonia razionale, secondo gli esperti lo studio della musica implica la conoscenza dei logaritmi binari che sono gli elementi fondamentali dell’informatica contemporanea. Ma “come per la matematica, per cui i bambini stimolati alla logica utilizzerebbero diverse capacità cerebrali, è difficile dire se i bambini nascano con una struttura cerebrale peculiare.

Comunque, qualunque siano i meccanismi per i quali la musica ci dà piacere, gli scienziati sono d’accordo fra loro: ascoltarla non
può che farci bene in modo ‘olistico’ e globale.

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Ogni persona prima o poi trova il suo Maestro, un detto Taoista dice: quando l’allievo è pronta il Maestro appare…. Alcuni mesi fa mi è capitato in mano un libro che mi ha folgorato letteralmente, sono rimasto incantato dalla sua potenza solare che traspare dalla sua poetica. Alimentazione Naturale (edizioni Anima ISBN 9788863650037) ti conduce per mano e ti ridà fiducia nella vita. Ieri ho anche incontrato Valdo Vaccaro a una conferenza sul Cibo vitale e alimentazione responsabile, qui a Parma. Sono rimasto letteralmente incantato dalla sua parola, Valdo quando parla è chiaro, anzi chiarissimo, non si possono fare domande perché tutto quello che dice è talmente limpido, senza giri di parole, non è un linguaggio politico, ma armonioso, sereno, senza rabbia, colmo di amore per chi ascolta, preciso nell’elencare tutto quello che ci capita mangiando con intelligenza e anima. Quello che dice di fare è di seguire il ritmo della natura, alimentandoci in maniera naturale, amorosa, assecondando la legge dell’anima. Non più morte, putrefazioni, acidi, ma tanta vita, energia, sole, leggerezza e forza. Come non posso dargli ragione, io sono rimasto folgorato, e dopo averlo provato sul mio corpo, non per sentito dire, ma applicato, digerito, vissuto giorno per giorno. Insomma funziona tutto a meraviglia, ti si apre il corpo al mondo, alle sue gioie. Ora scrivo queste poche parole per poter dare una mano a tanta saggezza, sono felice di aver incontrato una persona che mi ha regalato la vita. Avevo già intrapreso questo cammino, perché mi rendevo conto che quello che facciamo a Madre Natura e ai nostri fratelli Animali è mostruoso, altro che Shoah, questa è una vera guerra nucleare, stiamo distruggendo vite, spezzando futuri, ogni vita merita un futuro.  Se la parola Shoah è una parola ebraica che significa «catastrofe», la Shoah è il frutto di un progetto d’eliminazione di massa che non ha precedenti, sul genere umano. Ma l’uomo è riuscito a centuplicare sugli animali questa catastrofe. Ma questo a volte veniva dimenticato, e nonostante la mia convinzione c’erano delle ricadute, ora ho incontrato Valdo, mi ha trasmesso la sua energia solare e vitale, a lui non piace sentirsi Santone, ma a me mi ha fatto lo stesso effetto di un incontro divinizzante. Il primo risultato è stato che non ho più avuto nessuna ricaduta e il suo libro e le sue parole dirette mi hanno guidato. Ora sono un crudista frugivaro e sono felice perché vivo in pace con la natura, sereno con i miei amici fratelli animali. Posso solo dire, ancora grazie a Valdo e di essere a disposizione per tutte le lotte e informazioni delle sue campagne, contro questo sistema allucinante dell’alimentazione scorretta che l’uomo ha intrapreso. Spero che quello che è accaduto a me voi possiate incontrarlo, è un dono meraviglioso si chiama : VITA.  Grazie dal tuo discepolo Claudio Ferrarini

 

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CONCERTO. “I COLORI DEL SUONO” ROBERTO FABBRICIANI & ALVISE VIDOLIN, IUC–Aula Magna, Università la Sapienza di Roma

R.Fabbriciani al flauto traverso, e A.Vidolin -regia del suono- propongono musiche di C.Debussy, B.Maderna, E.Morricone, A.Clementi, E.V.A.Varèse, Fabbriciani-H.Pousseur, L.Nono, interamente dedicate al flauto traverso con l’ausilio dell’elettronica. Del 1912 è Syrinx -edito nel ‘27- per flauto solo di Debussy. Un brano dalla difficile interpretazione che, Fabbriciani, con sicura facilità, risolve in un’equilibrata espressione, spesso tradita da altri esecutori. Con Musica su due dimensioni per flauto e nastro magnetico di Maderna del ‘52, assistiamo a uno dei primissimi tentativi d’interazione fra musica acustica ed elettroacustica registrata su nastro. Il lavoro, prettamente melodico, accetta l’interazione del nastro tramite l’inserimento di un’ampia cadenza per flauto, volta a circoscrivere le diverse fasce timbriche del nastro. Fra le mani di Fabbriciani, questa interazione riesce più che mai, tanto da renderci partecipi di un lirismo mai scontato, mai ingrigito se naturalmente contestualizzato in un preciso momento storico. Segue Cadenza per flauto e nastro magnetico di Morricone, costruita su un pedale armonico (il nastro) e un frammento di melodia di G.Frescobaldi, precisamente [La Sib Dob Mi]. Sì, ma probabilmente poteva essere di chiunque questa proposizione. Il flauto di Fabbriciani espone -con rinforzata coerenza- la grande varietà ritmica del brano, forse facendone un lavoro spigliatamente virtuosistico. Parafrasi 2 per flauto contralto, nastro magnetico e live electronics (2004) di Clementi, è basata su un canto popolare tedesco (lerchengesang/canto dell’allodola) dal carattere modale. Con questa melodia, l’autore costruisce un canone a quattro parti -nelle «solite» 4 forme speculari- con il flauto registrato (Vidolin), alternando le reiterazioni tra lo strumento dal vivo e i flauti su nastro, ed impiegando valori relativamente semplici, regolari, così da conservare la centricità della melodia correttamente eseguita dal nostro flautista. Il lavoro in questione sembra soffrire di una eccessiva durata e di un’assenza di varietà, e di fin troppe consonanze storicizzate. Cosa vuol dire “oggi” consonanza! Una dissonanza risolta? Dobbiamo ancora ragionare in questi termini, oppure affermiamo serenamente -in grazia d’intelligenza- che non esiste più un’opposizione fra le due? La tecnica musicale ha risposto ampiamente di queste problematiche ma spesso si è affetti da una collettiva amnesia, così da invecchiarsi precocemente, in grazia d’intelligenjia. Pertanto, il brano è certamente di gradevole ascolto, perché modale, come può esserlo un pezzo di D.Milhaud o meglio di E.Satie. Ci si domanda se un compositore, in vista di una gradevolezza dell’ascolto, debba ricorrere all’invecchiata modalità, semplicemente è involutivo e fin troppo semplicistico. Le possibilità di combinazioni musicali sono finitamente infinite, ecco una cifra per approssimazione: 479.001.600. Per contro, di E.Varèse è presentato Density 21,5 per flauto solo, pezzo del 1936. Potremmo avanzare l’ipotesi che sia stato il miglior brano della serata, insieme a Musica su due dimensioni di Maderna. Density 21,5 è un importante lavoro che dimostra sia la grande creatività del compositore che la profonda conoscenza tecnico-espressiva dello strumento. Fabbriciani sembra esserne consapevole tanto da farne un sicuro pezzo del nostro tempo. Zeus joueur de flûtes, di Fabbriciani- Pousseur, rende omaggio al compositore francese recentemente scomparso tanto da farne -con ironia- una musica d’ambiente per foreste disboscate, data la fluttuanza del compositore. La parte del flauto prevede l’impiego dell’intera famiglia degli strumenti: flauto traverso, ottavino, flauto contralto, flauto basso. La parte elettronica -controllata puntualmente da Vidolin- appartiene, invece, ad un ciclo di studi elettronici di Pousseur del 1972, realizzati presso gli studi della WDR di Colonia. Di Nono, Fabbriciani e Vidolin, propongono, con grande chiarezza e precisione Das atmende Klarsein, fragment per flauto basso, nastro magnetico e live electronics, composto da Nono tra la fine degli anni settanta e l’inizio del 1980. Questo “frammento” distese la strada verso il “Prometeo” (Venezia 1984). Il brano non è certamente dei migliori di Gigi Nono, innegabilmente evidenzia il rapporto dell’esecutore con la regia del suono, ciò nonostante, rimane un lavoro invecchiato dal tempo che, in tutta franchezza, non suscita un granché d’interesse: una colorata pagina imbiancata pre-postmoderna.

Simone Santi Gubini

 

Pubblicato “Flauto in scena”, l’ottavo Quaderno di Cultura Contemporanea edito dal Teatro Comunale di Monfalcone. Con questo nuovo lavoro, firmato da Roberto Fabbriciani (nella foto), la serie dei Quaderni di Cultura Contemporanea, editi dal Teatro Comunale di Monfalcone e curati dal prof. Carlo de Incontrera, giunge al suo ottavo numero, proseguendo dunque un appuntamento editoriale ormai consueto ed atteso che il Comunale offre all’approfondimento della cultura d’oggi. Il “filo rosso della curiosità, dell’entusiasmo per la novità, per la ricerca, per la sperimentazione”, la necessità di proiettare le proprie esperienze artistiche “in una dimensione sempre futuribile, lontana dalla ripetitività e dalla noia” hanno guidato Roberto Fabbriciani lungo la sua brillantissima carriera di innovatore della tecnica flautistica, che lo rende oggi tra gli interpreti più richiesti e riconosciuti a livello internazionale. Da sempre Fabbriciani, già ospite della stagione musicale del Teatro Comunale di Monfalcone, ha un rapporto estremamente spontaneo con la musica del suo tempo, ama “i rischi musicali”, e trova nel flauto, eclettico e multiforme, un “mezzo infinito, un soggetto, un’orchestra, un interprete che va oltre alle sue stesse potenzialità”. La ricerca e i più arditi esperimenti sonori sullo strumento sono, per l’autore, indisgiungibili dal gesto, dalla dimensione spaziale, dal movimento che accompagna ciascun suono, ciascuna intenzione interpretativa. Con Flauto in scena, dunque, l’autore rappresenta con la sua narrazione, accompagnata da materiale grafico e fotografico e da varie testimonianze di compositori che con lui hanno lavorato, alcune tra le sue più importanti esperienze di teatro musicale contemporaneo: è in esso, infatti, che un artista completo e sempre in simbiosi con il suo strumento, deve procedere da attore, da narratore e da parte integrante dello svolgimento drammatico. L’esordio del volume è dedicato alla collaborazione di Fabbriciani con Camillo Togni in Blaubart, opera in un atto ambientata nel famoso castello di Barbablù, dove Fabbriciani, nel ruolo di un fanciullo, si muove sulla scena recitando, con ritmica precisa, un difficile Sprechgesang in tedesco antico. Il testo prosegue con l’affascinante descrizione della composizione di Prometeo di Luigi Nono. Assieme a Nono, Fabbriciani ha vissuto da vicino e molto intensamente la genesi di un’opera fatta di esperimenti (tecnologici e non solo), provocazioni, nuove esplorazioni dello spazio sonoro e scenico: un Prometeo che rappresenta l’ansia verso il diverso, l’errare cercando e continuamente dubitando, in cui la curiosità di Fabbriciani si alimenta e trova infiniti spunti interpretativi. Il racconto continua con il viaggio nel teatro di Sylvano Bussotti: Fabbriciani spiega come le sue tante partecipazioni alle produzioni di Bussottioperaballet lo hanno coinvolto in una scrittura musicale “pittorica”, in nuove situazioni di palcoscenico fatte di grande fisicità, di “vibrazioni emozionali” ogni volta diverse. E’ con grande commozione che Fabbriciani descrive, nel capitolo successivo, il profondo legame che lo ha unito al suo maestro, Severino Gazzelloni, e l’emozione nel partecipare agli allestimenti maderniani di Hyperion (di cui proprio Gazzelloni ha interpretato l’indimenticabile prima nel 1964), “lirica in forma di spettacolo”, in cui incomprensione e incomunicabilità sono protagonisti dell’alienante soggetto, e Don Perlimplin, opera radiofonica tratta da un testo di Garcia Lorca, “trionfo dell’amore e dell’immaginazione” e capolavoro della Nuova Musica, in cui Maderna, che osa elementi linguistici sempre più complessi e difficili, affida al flauto la funzione di “strumento incantatore” che “sublima nella purezza del suono l’essenza dell’amore”. La rassegna di lavori teatrali termina con Prospero, di Luca Lombardi, dove Fabbriciani, a cui è affidata una partitura estremamente corposa e complessa, interpreta con grande fascino e magia il personaggio di Ariel: la prima dell’opera (Staatstheater di Norimberga, 2006) è stata salutata, con grande entusiasmo, come la rinascita dell’opera italiana. Il testo si conclude con uno scritto critico e un’intervista dell’autore, seguiti da due brevi testimonianze di Sandro Cappelletto e Sylvano Bussotti e dalla presentazione completa della figura di Fabbriciani attraverso l’analisi delle sue prime esecuzioni, una breve biografia e la discografia completa. Allegato al volume un CD, le cui annotazioni sono riportate alla fine del testo, con musiche dei già citati Togni, Nono, Bussotti, Maderna e Lombardi, e di Fabio Vacchi, Mario Cesa e dello stesso Fabbriciani. La pubblicazione, il cui prezzo di copertina è 17,00 €, può essere acquistata presso la Biglietteria del Teatro Comunale (tel. 0481 790 470, da lunedì a sabato, ore 17.00 > 19.00) o facendone richiesta agli Uffici del Teatro al seguente indirizzo: Comune di Monfalcone / Servizio n° 1 – U. O. 5 – Amministrazione Servizi Culturali / Via Ceriani, 10 / 34074 Monfalcone (GO) / Tel. 0481 494 350 / Fax 494 377 / amm.cultura@comune.monfalcone.go.it.

 

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Quello che stiamo facendo a questi animali è terribile,l’indifferenza che ci colpisce sul vivere quotidiano è spaventoso, si fanno ricerche per cose inutili. Mi domando perchè non possiamo condividere insieme una possibile soluzione. Madre Terra ci sta suggerendo qualcosa, cerchiamo ti capire questi martiri della natura. Con la loro morte ci stanno aiutando a domandarci delle cose. Non ci vuole molto, ma noi indifferenti, siamo solo preoccupati del costo del barile di petrolio, ogni giorno anche una piccola variazione viene scritta su milioni di giornali, pagine web, basterebbe fermarsi per un giorno in tutto il mondo per avere le risorse per risolvere milioni di cose. Io sono disposto a fermarmi…e voi? cF

Strage in Nuova Zelanda, 107 balene morteUna vicenda veramente triste quella capitata sulla spiaggia di Stewart Island, in Nuova Zelanda, dove si sono arenate ben 107 balene, fatto questo che non può che sconvolgere e turbare profondamente le persone, soprattutto perché le autorità locali, a causa di una carenza di personale e attrezzature, non ha potuto altro che aiutare questi poveri animali a morire più in fretta, praticando l’eutanasia.

Una morte che, almeno per le 48 balene ancora vive al momento del ritrovamento, poteva essere evitata se ci fosse stata una preparazione maggiore, dal momento che fenomeni del genere non sono così rari.

Non resta che sperare che altre balene o altre specie non siano costrette a subire la stessa morte, dato che, molto probabilmente, questo non sarà l’ultimo caso, visto che il motivo che induce gli animali ad arenarsi non è ancora chiaro, anche se forse dovremmo chiederci se la causa non sia da ricercare nell’interferenza dell’uomo negli equilibri della natura.

Rigassificatore Olt: Greenpeace denuncia un “Complotto in alto mare”

FIRENZE. Greenpeace torna sul progetto  del  rigassificatore offshore della Olt previsto a largo delle coste livornesi-pisane (nel  mezzo del Santuario dei Cetacei, a poca distanza dalle Secche della Meloria, Area marina protetta recentemente istituita) e richiama l’attenzione di ministero dell’Ambiente e della Regione Toscana. L’associazione ambientalista  nel rapporto “Complotto in alto mare” svela quelli che ritiene essere i retroscena della vicenda.

«A quattro anni dall’autorizzazione dell’impianto – si legge – il ministero dell’Ambiente ha dato il via libera a nuove modifiche progettuali che potrebbero aggravare i rischi ambientali». Senza richiedere alcun ulteriore studio, informano da Greenpeace, la Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale ammette che non sarebbe stato valutato in maniera adeguata l’impatto che lo scarico di cloro e il rumore prodotto dall’impianto avranno sull’ambiente marino. «Ancora una volta gli interessi dell’industria calpestano la tutela ambientale  – ha dichiarato Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace – Questo rigassificatore è un esperimento pericoloso in un Santuario che verte già in condizioni di grave degrado. Invece di proteggere balene e delfini come promesso, le istituzioni li stanno condannando a morte».

La Commissione tecnica afferma che ogni anno saranno sversati in mare 3,6 tonnellate di cloro (“particolare” che sarebbe stato ignorato nella Via del 2004) e questo per Greenpeace porterà alla formazione di composti organo-clorurati tossici, mutageni e non facilmente biodegradabili.

Poi c’è la questione del rumore in acqua prodotto dall’impianto, che potrebbe aumentare con lo spostamento di alcuni macchinari particolarmente rumorosi nello scafo della nave. Secondo la Commissione tecnica queste modifiche sarebbero compatibili con l’ambiente.

«E’ scandaloso che il ministero dell’Ambiente riconosca di non aver mai valutato questi impatti ambientali e, ciononostante, permetta di incrementarli. Invece di procedere a una razionale valutazione del rischio, il ministero preferisce nascondersi dietro la richiesta di monitoraggi successivi perfettamente inutili, visto che i cetacei scapperanno da un’area rumorosa e inquinata» ha concluso  Monti.

In questo nuovo quadro Greenpeace chiede: «al Ministero dell’Ambiente di bloccare immediatamente la costruzione del rigassificatore off-shore; al Comitato scientifico e tecnico del Santuario di esprimere un parere vincolante sulla reale compatibilità di questo progetto con il futuro delle balene; alla Regione Toscana di intervenire in maniera concreta a tutela del Santuario come più volte promesso».

 

L’ultimo regalo di un animale
che l’uomo ha sempre sfruttato di Mario Tozzi

 

Non sarà stata inutile la morte di Regina, maestosa balena di 35 tonnellate, se farà fiorire una vita intensa e inaspettata a appena dieci miglia dalla costa toscana. E sarà stata uno dei pochi meriti degli uomini, che non danno tregua ai grandi cetacei in tutto il mondo, fra inquinamento, riduzione delle riserve di cibo e impoverimento degli habitat. Eppure, proprio nel Tirreno centro-settentrionale, è stato istituito il santuario dei cetacei, in uno dei luoghi più tormentati dalle attività industriali dell’intero bacino del Mediterraneo. Un santuario che non può funzionare per via dell’inesistenza dei controlli e della scarsa cura degli amministratori rivieraschi. E che meno ancora potrà essere salutare, per i grandi animali marini, se si continuano a impiantare rigassificatori e macchinari che incrementano il traffico e il disturbo. E se non si impostano, subito, nuove aree marine protette. 

Le ultime ore di Regina, avvistata ancora in vita, sono state le solite ore di angoscia dei cetacei che si spiaggiano: disorientamento, venire meno delle forze, impossibilità di nutrirsi e abbandono alla corrente che li sbatte sulla riva. E fa un po’ tenerezza vedere quelle centinaia di volontari che si prodigano per dare cure ai cetacei spiaggiati quando si sa bene che, al mondo, mai nessuno di quei mammiferi marini è ritornato al mare. Ma non sono infrequenti i cetacei in quel tratto di costa, se si pensa che nel 2007 ben tre balenottere incrociavano tranquille nella darsena di Portoferraio (all’Elba), ritrovando subito la strada verso il mare aperto.

Ma la morte di Regina darà vita (per la prima volta senza l’uso di esplosivi) a un meccanismo straordinario, che si mette peraltro all’opera ogni volta che una balena muore e, dopo aver perso i primi gas, affonda naturalmente. Non sono poche: si calcola una ogni 5-15 km nelle aree in cui i mammiferi marini sono più abbondanti. Squali e altri pesci predano immediatamente la carcassa al ritmo impressionante di 50 kg di carne al giorno. Quello che resta viene attaccato da crostacei e molluschi e attorno fioriscono le più dense comunità di vermoni sottomarini (policheti) che si registrino al mondo: oltre 45.000 individui per metro quadrato. E ogni volta si scoprono specie nuove che campano spolpando ossa di balena. Dopo 12 mesi comincia un’altra storia: finite le carni, resta, tutto attorno allo scheletro (che in questo caso verrà recuperato, per ragioni scientifiche, dopo un anno e mezzo), una quantità di lipidi e olii la cui consumazione da parte di altri organismi libera zolfo grazie al quale prosperano altre comunità di viventi autonome e che non utilizzano ossigeno. Queste comunità solfodipendenti possono campare per cinquant’anni attorno ai resti della balena e poi spostarsi verso un altro affondamento. Una carcassa di balena è una risorsa energetica per il mare e le Whale Fall Communities una novità importante degli studi intorno ai cetacei, l’ultimo regalo di animali che gli uomini sfruttano dalla notte dei tempi e a cui non sono in grado di restituire nemmeno un po’ di rispetto.

 

 

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