Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for maggio 2011

Troppo spesso mi trovo in situazioni nelle quali persone che, pur appartenendo a gruppi sociali diversi, pronunciano le stesse frasi: “Ma quando si portano a casa pochi soldi cosa vuoi pensare alla musica classica! Solo quando si sarà superata la crisi, allora si potrà pensare alla musica classica!”, oppure “ma la cultura sono solo le grandi mostre!”

 A queste affermazioni io ho ancora la capacità di indignarmi.

Se molto probabilmente il modello di sviluppo e la società dei consumi sono riusciti ad imporre comportamenti tali da far percepire disgiunti e separati i valori dall’agire che hanno portato all’esclusione di una fetta sociale importante della società e della cultura del lavoro come strumento di cittadinanza, perchè adesso il dibattito sulla musica classica e sulla difesa del suo pubblico finanziamento sono così serrati?

Difendere la musica classica significa solamente difendere un posto di lavoro all’interno di un piccolo – talvolta insondabile – mondo di cui si può fare a meno, oppure difendere la musica classica è un dovere per non rinunciare a dei diritti irrinunciabili e promuovere le identità, le diversità, la creatività, la partecipazione, un modello di sviluppo umano sostenibile e il benessere delle cittadine e dei cittadini?

Si dice anche che la musica classica potrebbe essere un volano non indifferente per lo sviluppo economico. Proviamo, solo per fare qualche esempio, a pensare alla filiera e ai tanti saperi e processi coinvolti nell’editoria del cd stampato e nello spettacolo. Provate a pensare all’Arena di Verona.. Non la penserete come una rovina, ma come un grande teatro all’aperto e subito comincerete ad immaginarvi dei allestimenti dedicati alla musica classica. Provate a pensare a Roberto Benigni che recita Dante e Dario Fo che spiega l’arte nelle grandi piazze del nostro Paese… e subito penserete anche ai turisti che vanno agli spettacoli, i quali pernottano, visitano i dintorni accompagnati da guide capaci ecc.ecc.

Tempo fa un’indagine aveva evidenziato che nel nostro Paese la percezione del ruolo occupazionale dell’industria cinematografica fosse pressoché assente: eppure ogni giorno a Cinecittà lavora un numero di addetti paragonabile a quello della produzione di automezzi al gruppo Fiat.

Che cos’è successo alla musica classica perchè si potesse arrivare a pronunciare la frase “Rinunciamoci, abbiamo cose più importanti a cui pensare…” se la musica classica produce anche momenti di straordinaria partecipazione fisica ed emotiva, di aggregazione, di pensiero, di riflessione, di consapevolezza e di critica, di benessere, di sensazione di minore fragilità e di maggiore sicurezza?

Che cos’è che da fastidio? Il fatto che richieda contributi pubblici? Ma anche altre diverse industrie del nostro paese vi accedono!

La nostra Costituzione all’articolo 9 recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Niente da eccepire, quindi. Va bene, siamo in un contesto di crisi profonda, ma tutto questo non ci impedisce di andare a votare a giugno, di vestirci, di rinunciare ai nostri diritti. Sempre rimanendo alla Costituzione il secondo comma dell’articolo 3 recita: “… È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Ma chi è, chi sono la Repubblica? Non si tratta per caso di noi? Questo secondo comma assegna e riconosce a ciascuno di noi un ruolo, un diritto ed un dovere straordinari: quello di poter essere padroni ed artefici dei destini delle nostre vite promuovendoci a protagonisti per la rimozione degli ostacoli che impediscono la nostra felicità, il nostro benessere. Nelle librerie è in vendita “L’Italia dei doveri” e tra le tante riflessioni dell’autore Maurizio Viroli vi propongo di condividere queste: “La prova più eloquente dell’importanza della libertà interiore è data dai molteplici tentativi, da parte dei regimi totalitari, di inibire le libertà civili, politiche e quella interiore, per dominare non solo le azioni ma anche le coscienze… Del resto, il primo passo dei regimi totalitari, fascismo in testa, è stato quello di minare la libertà di parola. Ma se tale diritto non è accompagnato dal dovere di ascoltare, la democrazia degenera nel governo dei ciarlatani dove tutti parlano e nessuno ascolta… Educare persone libere vuol dire educare persone che non solo non saranno mai sotto il nostro domino, ma sceglieranno forse una strada diversa da quella che avremmo desiderato che esse prendessero…”. Ecco perchè è un dovere difendere la musica classica ed un diritto viverla. Ma quella musica classica che ci permette di interagire, non quella che ci vuole solo “clientes”.

Mente a Berlino la musica classica riempie le sale.

Da un po’ di tempo a questa parte nelle classifiche dei dischi più venduti, o meglio più ascoltati, è possibile trovare dei lavori di musica “classica” tra album poprock e di elettronica. I giovani si stanno riavvicinando a questo genere musicale che, con Ludovico Einaudi prima e Giovanni Allevi poi, anche in Italia è stato portato a livello d’ascolto del popolo; giù dal piedistallo ideale della cultura “snob-ile”.

All’inizio di quest’anno una classifica sul conosciutissimo mensile tedesco de:bug riportava come miglior album scelto dai lettori “recomposed”, di Carl Craig e Moritz von Oswald. Partendo da brani culto, come ad esempio il “Bolero” di Maurice Ravel, i due artisti della techno, rispettivamente di Detroit e Berlino, sono riusciti appunto a “ricomporre” una sinfonia tutta nuova e con grande successo.

Atri DJ techno del calibro di Jeff Mills, insieme con la Montpellier Orchestra, o Ritchie Hawtin, in live con la Sinfonica di Catalugna al Sonar ’05, avevano provato ad unire due mondi così agli antipodi come la musica classica e la techno odierna. Secondo la filosofia del cerchio si potrebbe dire che l’universo musicale è semplicemente ad un punto di ricongiunzione: “tutto si ripete”.

In molti pensano che la musica contemporanea, per sfuggire al vicolo cieco in cui la si crede, troverà nell’origine e cioè nella classica, come anche nelle percussioni, la sua via di uscita. Questa tendenza è chiaramente leggibile nel modo di vivere dei giovani che a Berlino riempiono sempre di più le sale da concerto cittadine. Per sfuggire allo stress che è parte ormai della vita di tutti, l’ascoltare melodie ancestrali che dipingono paesaggi campestri del ‘600 non può fare che bene all’animo. Per non parlare dello spettacolo offerto dai luccicanti ottoni ed i veloci archetti che in una perfetta coreografia seguono l’espressivo direttore d’orchestra.

Qui è appena cominciata la stagione concertistica. Con la MusikFest09 si apre a Berlino un anno di Classica. In questa corniche settembrina abbiamo esibizioni nella Konzerthaus, nella Kammermusiksaal e naturalmente alla Philharmonie Berlin. Collettivi tra i più importanti al mondo, come la London Philharmonic Orchestra o la Chicago Symphony Orchestra, dirette dai loro maestri eccellenti, ed ovviamente i padroni di casa della BerlinerPhylharmoniker con la direzione sperimentale del giovane Gustavo Dudamel e il favoloso Ensamble Glorious Percussion.

Insomma, se non si vuole seguire la massa che si raggruppa in oscuri club underground o rumorosi bar affumicati, si puo sempre fare un salto nel passato della musica. I luoghi dove è possibile ascoltare musica classica sono vari. Le sale di stato riconosciute sono consigliate per il livello acustico più che eccellente oltre che per le architetture illustri che vanno dalla settecentesca Staatsoper in Unter der Linden fino agli anni Sessanta della pentagonale e asimmetrica Philharmonie di Scharoun vicino Potzdamer Platz. Una nota sul look: non è obbligatorio vestire da gala, anzi è consigliata una mise sobria se non si vuole risultare stranamente fuori luogo.

Kool è anche l’itinerante iniziativa Yellow Lounge che da anni propone il misto electronica-classica colorando di luce diversa e riempiendo di suoni insoliti anche luoghi dark come il Berghain, tempio della techno nella Berlino di oggi.

Read Full Post »



“Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa.

Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo”. 

Da diversi anni mi sono avvicinato allo Zen ed al Buddismo, grazie ad alcune esperienze di meditazione vissute con il mio primo Maestro di Arti Marziali ed un suo allievo già monaco Zen italiano legato alla setta Soto.

La pratica quotidiana delle Arti Marziali mi ha pian piano portato a considerare e praticare le religioni orientali, sino a sentirmi quasi completamente buddista. Dico quasi perché nel mio intimo rimane forte una credenza animista, in cui ogni essere vivente, animali, piante, l’essere umano ha un’anima e merita rispetto. Ho trovato nel Buddismo e nello Zen tutti gli insegnamenti e il conforto di cui avevo bisogno. Ecco il perché di questa pagina, come semplice punto di riflessione.

 

ZEN (inizio)

Per noi occidentali così distanti dalla cultura orientale, ed in particolare da quella giapponese, non è facile accettare e comprendere cosa significa praticare Zen e perché lo Zen è compagno ideale delle Arti Marziali. Ed è mio desiderio sollevare un velo a favore della comprensione di questa disciplina.

È in Cina che si concretizza la prima corrente di pensiero che darà vita alla forma di Buddismo Ch’an, grazie agli insegnamento del monaco indiano Bodhidharma. Successivamente portato in Giappone si svilupperà in diverse “sette Zen” tra le quali emergeranno nei secoli la scuola Rinzai e la Soto. La Prima per lo stile austero e le metodologie, verrà preferita dalla casta dei Samurai, la seconda sarà abbracciata dal resto della popolazione.

Nel Ch’an non esistevano immagini sacre, non c’erano dei da adorare, e poca importanza veniva data alle scritture, perché la regola era la non regola, l’insegnamento era, paradossalmente, che nulla poteva essere insegnato. Secondo il Ch’an prima, e quindi lo Zen poi, la comprensione è possibile solamente ignorando l’intelletto e prestando ascolto agli istinti, all’intuizione.

La sperimentazione della realtà senza l’uso dell’intelletto, ciò non significa non cultura, anzi, ma la completa accettazione della natura dei suoi fenomeni, senza una spiegazione logica per ogni più piccola sfumatura. Lo Zen porta alla calma interiore, una forma di quietismo positivo, che ha alla sua base una grossa forma di umorismo, che si può intravedere nei Koan, gli esercizi di meditazione particolarmente utilizzati dalla setta Rinzai. o nelle risposte dei maestri. Lo Zen, ha influenzato la cultura Giapponese, utilizzando e facendo proprie le varie forme culturali e di pensiero; dalle Arti Marziali alla Cerimonia del The, dalle Composizioni di Fiori al Teatro No, dalla Poesia alla Pittura ad Inchiostro, dai Giardini all’Architettura. Ma per noi occidentali, quali vantaggi la pratica dello Zen può portarci ? Innanzi tutto vorrei precisare che la pratica dello Zen non comporta l’abbandono della propria religione, e, come disse uno dei più grandi Maestri Zen viventi, Taisen Deshimaru, “Lo Zen è al di là delle religioni”, ovvero la pratica dello Zen non è in “concorrenza” con le religioni, ma anzi può aiutare a comprendere e vivere meglio la propria dimensione mistica.

Tornando alla nostra domanda, un primo insegnamento basilare dello Zen è racchiuso nella frase “qui ed ora”, ovvero concentrarsi su ogni istante della vita quotidiana.

“Qui ed ora” significa essere interamente in quello che si fa, mentre mi lavo, mentre mangio o cammino, mentre combatto. Non pensare più in modo frenetico o troppo profondo al passato od al futuro, ma vivere completamente i nostri atti e le nostre parole e pensieri del momento. Nella cultura attuale, molte cose sono date per scontate, molte le cose fatte o vissute in maniera veloce, superficiale. Il ritmo frenetico impostoci dalla “civiltà” dei consumi può essere ridimensionato tramite una buona pratica Zen. Lo Zen si può praticare in qualsiasi momento della giornata, curando la giusta postura (posizione) Za-Zen, concentrandosi sulla respirazione, senza però cercare di ottenere o raggiungere qualsiasi cosa.

“Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa. Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo”.

 

Postura

La postura detta Za-Zen è interpretata in due modi, la prima, tradizionale, adottata dalla setta Soto si ottiene sedendosi su un apposito cuscino rotondo (Zafu) con le gambe incrociate nella posizione del loto, ereditata dalla cultura Indiana. Portando il piede destro sulla coscia sinistra e viceversa, otteniamo questa posizione non facile e inizialmente piuttosto scomoda. Le ginocchia toccano terra, la schiena e ben dritta, le spalle rilassate, il mento rientrante e nuca ritta. La seconda posizione è quella normalmente utilizzata da chi pratica arti marziali ed è la posizione di Sei-Za, ovvero seduti sui talloni, le ginocchia ben divaricate, mentre per il busto vale quanto detto prima. Raggiunta la giusta posizione del corpo (anche con brevi oscillazioni di assestamento) si esegue il saluto (Gassho), congiungendo le mani all’altezza delle spalle, palmo contro palmo, ed effettuando un leggerissimo inchino. Le mani poi adottano una posizione ben definita, appoggiate in grembo, la destra accoglie la sinistra, palme verso l’alto con i pollici che si toccano senza tensione. E’ possibile adottare anche altre posizioni delle mani, prese dalla cultura Taoista. La lingua deve toccare il palato, appena dietro i denti anteriori o nel punto in cui il solletico è più intenso.

 

Respirazione

Concentrandosi sul proprio corpo si inizia a controllare la respirazione. Si inspira ed espira tramite il naso. La respirazione è lenta ed impercettibile, ci si può inizialmente concentrare sull’immagine dei propri polmoni per facilitare il raggiungimento del giusto ritmo, che prevede circa quattro respirazioni complete al minuto. L’inspirazione avviene naturalmente al seguito dell’espirazione con contrazione dell’addome provocando anche un salutare massaggio agli organi addominali.

 

L’ atteggiamento mentale

L’ atteggiamento mentale o dello spirito nello Zen è unico, ma infinito nelle sfumature. Zan Shin lo spirito vigile, coinvolto nell’azione, ma attento a ciò che viene dopo, qui e ora, nello sviluppo completo del tempo. Zan Shin si applica in ogni attimo della vita, dalle cose più semplici come accudire alla pulizia del proprio corpo, al guidare un’auto, ai rapporti con le persone, al combattimento. E’ la strada per una completa fusione del corpo e della mente. Quando svolgiamo un’azione si deve essere integralmente parte di ciò che stiamo facendo. Se guardo una montagna, cerco di essere una montagna, se guardo uno stagno, cerco di essere calmo ma pieno di vita come uno stagno può essere. Qui e ora, essere interamente in quello che si fa, non pensare al passato od al futuro, essere nel presente. Troviamo scritto nello Shodoka del Maestro Yoka: “Non si deve cercare la verità, nè troncare le proprie illusioni”. Si devono lasciare passare i pensieri, non trattenerli, ma viverli. Il nostro spirito è complicato, difficile da dirigere, agile come una scimmia.

Ma come disse il mio Maestro, prendiamo, quando occorre, la scimmia per la coda, ovvero fermiamo il nostro pensiero i nostri sogni per salire a bordo e viverli con reale intensità, qui ed ora. Dobbiamo però ricordarci, di non vivere lo Zen in maniera assoluta come spesso accade ai mistici orientali, che lentamente si chiudono su se stessi. Dobbiamo sviluppare quelle parti dello Zen che ci permettono un dinamismo e una presenza mentale utili nella vita quotidiana, ovvero qui ed ora. La meditazione in Za Zen deve essere quindi una fase iniziale e fondamentale della crescita e non una fase finale in cui rinchiudersi e costruire un proprio mondo limitato e statico.

 

Lo Zen nelle Arti Marziali 

Lo Zen nelle Arti Marziali ha ottenuto un posto di rilievo, in particolare nell’arte della spada e del tiro con l’arco. L’abilità tecnica in combattimento nulla vale se non è accompagnata da una tranquillità interiore, da uno spirito vigile che non si ferma da nessuna parte. Come disse il monaco Zen Takuan (1573-1645) “Il vero spirito è come l’acqua e lo spirito malcerto è come il ghiaccio”, ovvero quando lo spirito si ferma su qualcosa, come il ghiaccio ad un ramo, si è vincolati ed inermi, quando è come l’acqua, mille sono le possibilità e le strade. Con la pratica dello Zen si arriva alla dimensione del “tempo esploso” ovvero in una dimensione in cui gli avvenimenti sono qualcosa di distaccato e sembrano ripresi al rallentatore. Nel combattimento affiorano gli istinti più ancestrali, la parte più profonda del nostro essere, e lo Zen con la meditazione, permette al subconscio di risalire in superficie. In questo modo si prendere contatto con se stessi ed entrare in sintonia prima con il proprio spirito e poi con l’universo e di conseguenza con l’avversario. Forse con questo Haiku che segue Vi potrà aiutare a comprendere questo concetto: 

L’acqua dello stagno di Hirosawa

Non pensa a riflettere la luna,

nè, per parte sua, la luna cerca di

essere riflessa sull’acqua.

 

Ovvero, non c’è che una luna in cielo, ma la superficie di ogni fiume riflette una luna. Se non c’è acqua, la luna non si rifletterà, ma non è l’acqua a creare la luce della luna. La luce della luna non cambia se viene riflessa da molti fiumi, nè cambia la dimensione della luna. Il nostro spirito non deve preoccuparsi delle cose su cui si posa, così come le cose non devono accorgersi della presenza del nostro spirito.

 

Lo Zen ed i Giardini.

La disposizione e la creazione di un giardino come simbolo della ricerca interiore. Il voler rendere omaggio alla natura, con un rispetto reverenziale, a quella natura che costituisce una delle pietre miliari della filosofia Zen. Il giardino visto come un quadro in cui la prospettiva e l’astrazione guidano la mano dell’artista. La cura nella scelta degli oggetti, dei sassi, delle piante, la struttura dei laghetti, nulla è lasciato al caso, ma tutto calibrato per guidare l’occhio dell’osservatore dove l’artista desidera, sino al limite in cui il muro di recinzione non serve per tenere lontano gli sguardi indiscreti, ma per impedire a coloro che osservano il giardino dall’interno, dai punti prestabiliti dall’artista, di spingere lo sguardo all’esterno e quindi introdurre fattori estranei nella visione. Un giardino su cui non oziare, ma da guardare. Si arriva verso la fine del 1400 all’astrazione totale con i giardini di pietra, intesi a favorire la meditazione. Dove prima si ricercava una bellezza scenografica, in questi piccoli giardini invece, si cercavano strumenti tramite i quali la mente contemplativa poteva dilatarsi a cogliere l’essenza dello Zen. Il giardino si avvicina alla pittura ad inchiostro.

 

Lo Zen ed il disegno ad Inchiostro.

La pittura ad inchiostro monocroma fiorita nel periodo Ashikaga (1133-1573), è senza dubbio uno dei momenti supremi dell’arte giapponese, e oserei dire anche mondiale. Nata inizialmente in Cina, quale estensione della scrittura a pennello e delle opere calligrafiche, divenne mezzo fondamentale nella diffusione dello Zen. Il colpo di pennello, che sembra così spontaneo, semplice, immediato è frutto di anni di studio, come il fendente dello spadaccino, l’assoluta precisione del colpo di pennello può essere eseguito solamente da una persona la cui mente ed il cui corpo sono tutt’uno. L’artista esprime l’illuminazione di un istante e quindi non ha il tempo per elaborare ogni singola pennellata, la tecnica deve fluire dalle profondità interiori, catturando le immagini dell’infinità, al di là del pensiero. La carta di riso usata dai pittori Zen, assorbe immediatamente l’inchiostro e quindi non è possibile alcuna correzione, come uno spadaccino che esegue un affondo, che colga il bersaglio o no, non potrà mai correggerlo.

 

Lo Zen ed il Teatro No.

Il teatro No è sicuramente la forma di arte Zen più difficilmente comprensibile per un’occidentale. E’ un teatro dei particolari, delle mille arti, danza, musica, mimica, ed ancora architettura e scultura. Le sole maschere in legno ad esempio, spesso antiche di centinaia di anni, possono mutare espressione a seconda del gioco di luci creato dai movimenti della testa dell’attore. Non si può descrivere il teatro No, per un occidentale è incomprensibile, così imperniato della più raffinata estetica Zen, che spesso lo è anche per un giapponese.

 

Lo Zen e l’architettura.

La casa tradizionale Giapponese è fredda d’inverno e calda d’estate, l’assenza di mobilio costringe gli occupanti a passare gran parte della giornata in ginocchio. Per dormire un ripiano di legno ricoperto da un’imbottita di cotone. La squisita casa tradizionale Giapponese è come un’ ombrello aperto sul paesaggio, che si integra con l’ambiente, non lo domina. L’uso di materiali naturali, spesso lasciati al grezzo, sono un’accurata ricerca di integrazione con l’ambiente. Ma perché questa scomodità, queste privazioni fisiche?

La casa Giapponese è, grazie alla cultura Zen, un raro esempio di fusione tra necessità fisiche e spirituali. Non a caso la struttura di base ricorda un santuario Shinto, spartano ed elegante. L’aspetto fragile della casa ben si adatta ad una terra scossa da frequenti terremoti, infatti la leggera struttura, non ancorata a terra da tradizionali fondamenta, tende a “fluttuare” in sintonia con il terreno. Senza addentrarci nei particolari architettonici, vorrei citare un passo di Ralph Adams Cram che visitò il Giappone all’inizio del nostro secolo”, in relazione alla sobrietà e spartanità della casa nipponica: “La singola stanza costituisce un ambiente che richiede la presenza e la partecipazione dell’uomo per colmare il vuoto. In assenza di distrazioni decorative non resta che concentrarsi sulla propria mente e su quella dei presenti. Ogni parola, ogni gesto appaiono più significativi.”

 

Lo Zen e la Cerimonia del Tè.

La cerimonia del Tè riunisce in sè tutti gli aspetti dello Zen, arte, quietismo, estetismo. La si potrebbe definire l’essenza della cultura Zen, con momenti profondi che vanno oltre l’esteriorità della cerimonia stessa. Sicuramente una delle bevande aromatiche più antiche tra quelle note, utilizzata nei monasteri per combattere la sonnolenza nelle lunghe sedute di meditazione, apprezzata dai nobili e dai guerrieri, l’assunzione del tè finì con essere ritualizzata nella cultura Zen. Cha-No-Yu, ovvero la Cerimonia del Tè, lentamente prese forma, divenne un momento solenne, intimo e sereno. Lunga da descrivere, già il considerare la particolare porta di una sala per il tè, che obbligando il passaggio in ginocchio, induce ad abbandonare all’esterno le superbie, può aiutare a capire i profondi concetti dietro questa cerimonia. L’incenso, lo scarno arredamento, il cerimoniale creano le premesse per una disponibilità interiore che permette a tutti i sensi di partecipare alla cerimonia del Tè e di entrare in armonia con gli altri.

 

Lo Zen e la Poesia.

Anche la poesia ricalca i canoni di semplicità e istintività tipici dello Zen, ma però anche la sua ermeticità, per chi non si è addentrato in profondità nello studio di questa disciplina. Forse nata dalle risposte dei maestri ai discepoli, forse dai Koan, la poesia divenne un’espressione di momenti particolari, dalla “illuminazione” alla “morte”. Attorno al 1400, nasce la forma poetica chiamata Haiku, generalmente definita la poesia Zen per eccellenza. Costituita da 17 sillabe o meno, con un motivo dominate come l’isolamento, la povertà, mistero, l’Haiku ha il diritto di avere un suo posto nella letteratura mondiale, se è vera l’affermazione che l’arte del poetare consiste nel saper dire cose importanti col minor numero di parole possibili.

 

Haiku: le Poesie.

 

Senza impronta, non più bisogno di nascondersi.

Ora il vecchio specchio

Riflette ogni cosa; luce d’autunno

Inumidita da pallida nebbia.

(SUIAN)

 

Sopra il picco una distesa di nuvole,

Il fiume è freddo alla sua sorgente.

Se vuoi vedere,

Scala la cima del monte.

(HAKUYO)

 

Senza impronta, non più bisogno di nascondersi.

Ora il vecchio specchio

Riflette ogni cosa; luce d’autunno

Inumidita da pallida nebbia.

(SUIAN)

 

Koan: Pensieri per Meditare

“Come fai a vedere tutto così chiaramente?” 

chiese un allievo al suo Maestro

“Chiudo gli Occhi” rispose questi.

Tre monaci osservano una bandiera che si agita nella brezza.

Osserva uno: “La bandiera si muove”, ma il secondo ribatte:

“E’ il vento che si muove”. Allora dice terzo:

“Sbagliate entrambi. E’ la vostra mente che si muove”.

La perdita diventa guadagno. Il guadagno diventa perdita.

La felicità diventa infelicità. L’infelicità diventa felicità.

Se ottenete una cosa, perdete un’altra cosa.

Se perdete quella cosa , ne ottenete un’altra.

Il grande sentiero non ha porte,

Migliaia di strade vi sboccano.

Quando si attraversa quella porta senza porta,

Si cammina liberamente tra cielo e terra.

 

BUDDISMO Cenni Storici

Siddharta Gautama Buddha visse nel VI secolo a.C. in un periodo in cui in Cina Confucio e Lao-Tse pongono le basi della filosofia cinese, mentre in Grecia i filosofi presocratici gettano le basi della filosofia occidentale. Il pensiero di Budda era rivolto a tutti coloro che desideravano mettere in pratica i suoi insegnamenti e non ad un numero ristretto di asceti. Questo seme col tempo svilupperà un immenso albero con tanti rami diversificati, dal Tantrismo tibetano allo Zen giapponese. Siddharta Gautama principe, nato nel 563 a.C. ai piedi dell’Hymalaya, crebbe in un ambiente ricco e raffinato, poi si staccò da questo mondo per diventare monaco. Morì verso il 483.

 

I concetti.

I concetti che stanno alla base del messaggio del Budda sono il risveglio, di illuminazione o liberazione. Il risveglio da un ‘sonno’ della mente, dal mondo dei miraggi e dei fantasmi. L’illusione di credere di esistere come qualcosa di individuale e separato dal resto. Come se un’onda del mare credesse di essere unica e sola. L’onda è solo come un disegno che emerge e dura un’ attimo, legata al movimento continuo dell’acqua. Se tentasse di credere di essere unica e sola si troverebbe in una lotta disperata contro la realtà.

 

La pratica.

Mille sono le pratiche che si possono adottare. Nel tempo l’uomo che ha necessità di immagini e riti ha costruito a discapito del vero e puro insegnamento del Budda una serie di cerimoniali. Forse la cosa migliore è leggere il Dhammapada una semplice raccolta di frasi ed aforismi attribuiti allo stesso Gautama Budda.

 

Alcuni passi del Dhammapada:

 

Come il fabbro raddrizza

una freccia,

così il saggio governa i suoi

pensieri,

per loro natura instabili,

irrequieti 

e difficili da controllare.

Non lasciare che la ricerca

del piacere

ti distragga dalla meditazione

e dal tuo stesso bene.

Anzichè badare agli errori

altrui 

osserva i tuoi,

esamina ciò che hai

commesso 

e ciò che hai omesso di fare.

Controlla la rabbia

come un buon auriga

governa il suo carro

impazzito.

Pratica ciò che predichi.

Prima di cercare di

correggere gli altri

fa una cosa più difficile:

correggi te stesso.

Nobile è colui che non fa del

male

ad alcuna creatura vivente.

Tu sei il tuo solo maestro.

Chi altro può guidarti?

Diventa padrone di te stesso

e scopri il tuo maestro

interno.

La padronanza della propria

mente,

ribelle, capricciosa, e

vagabonda,

è la via verso la felicità.

 

Read Full Post »

Bergonzi02Nato a Busseto, fino a diciannove anni fece il casaro – « Imparai le prime romanze impastando il formaggio » – Dal conservatorio al lager – Maratona sotto il sole per il debutto – Tre anni di carriera da barìtono – «Accidenti, ma io sono un tenore!» -Venticinque anni di ininterrotte presenze al Metropolitan – «Ho paura solo del numero diciassette».

Da più di trent’anni Carlo Bergonzi è il tenore verdiano per eccellenza e uno degli artisti lirici più acclamati nel mondo. «II primo successo lo ebbi il 12 gennaio 1951» ricorda «e da allora, grazie a Dio, ne sono seguiti tanti».

Sorride. Gli occhi brillano di una felicità semplice. Vive a Busseto, dove, con la famiglia, gestisce il suo ristorante “I due Foscari”, ma non è facile trovarlo a casa. Gli impegni artistici continuano a portarlo in giro per il mondo. È da poco tornato dall’America, dove ha interpretato II Corsaro di Verdi, ed è in partenza per Lecce, dove sarà Enzo Grimaldo nella Gioconda di Ponchielli; poi si trasferirà a Barcellona per Elisir d’amore, e quindi di nuovo in America per alcune opere al Metropolitan.

«Nel grande teatro di New York sono di casa da venticinque anni» dice Bergonzi. «Sono forse l’unico cantante lirico che possa vantare un record di presenze ininterrotte al Metropolitan per un così lungo periodo. Nel corso del 1981 al “Met” mi hanno festeggiato per i miei trent’anni di professione e per le mie nozze d’argento con quel teatro. Ci sono state serate bellissime, ricevi­menti, gala televisivi».

«E in Italia?» domando.

«Sono stato in televisione alla fine di dicembre» dice Bergonzi. Infatti, domenica 20 dicembre, il vastissimo pubblico di Domenica in… ha potuto ascoltare due arie verdiane interpretate da Bergonzi e apprendere da Pippo Baudo che il grande tenore, nel corso del 1981, aveva festeggiato trent’anni di palcoscenico. Quella apparizione televisiva è stato l’unico festeggiamento italiano: niente di “ufficiale”, ma un regalo personale di Baudo che, oltre alle canzonette, ama anche la lirica. Di “ufficiale”, per Bergonzi, in Italia, non si è fatto niente. Nessun ente lirico, nessun grande teatro si è ricordato di questo eccezionale artista, come ha fatto il Metropolitan.

La carriera di Bergonzi è tra le più limpide della storia del melodramma. Il tenore è sempre stato in perfetta forma e al massimo della resa. Si può dire che in trent’anni non abbia mai avuto una serata negativa. I critici lo hanno paragonato ad Aureliano Pertile, a Giuseppe Anselmi e per la fluidità di suono, la sicurezza d’accento, la varietà di colori, a Beniamino Gigli. Dopo la registrazione discografica del Ballo in maschera diretto da Solti nel 1961, il critico Desmond Shawe-Taylor scrisse su «Gramophone»: «Bergonzi è il miglior Riccardo della storia del disco». Il massimo esperto italiano di voci liriche, Rodolfo Celletti, temuto da tutti i cantanti per le sue stroncature, di Bergonzi ha sempre scritto con incondizionato entusiasmo. Secondo Celletti, «Bergonzi non scandisce mai esagitatamente, non picchia a martello sull’articolazione, non sconfina nella declamazione, non forza mai un suono, “canta” sempre. Quando esegue Verdi, ha una tensione interna che lo rende ampio, nobile, fiero solo che emetta una nota. Inoltre, la padronanza dello stile, lo porta a classificare la vocalità dei  personaggi con  scelte  quasi  ineccepibili».

«Credo che lodi di questo genere Celletti non le abbia mai fatte a nessuno» dico a Bergonzi. E poi gli chiedo: «Chi ti ha insegnato a mantenere la voce sempre in perfetta forma e a sostenere una brillantissima carriera che dura da trent’anni?».

Per qualche attimo Bergonzi mi osserva in silenzio e poi sorride. «Non ho mai avuto nessun maestro» dice. «Ho fatto sempre da me. Tutti i cantanti lirici hanno un maestro e vanno da lui a ripassare le opere o a mettere a posto la voce quando sballa. Io mi sono sempre arrangiato per conto mio. I segreti tecnici che mi hanno permesso di cantare per tanto tempo, li ho inventati io. «Sono figlio di povera gente,» racconta Bergonzi «ma credo di essere nato con il dono del canto lirico-verdiano. Fin da bambino pensavo a Verdi come a una persona di casa. Sono nato a Vidalenzo, a cinque chilometri da Busseto. In casa si parlava spesso di Verdi. Nessuno dei miei ha studiato musica, ma tutti conoscevano le opere verdiane e ne cantavano le romanze.

«Mio padre, casaro, era un autentico artista nell’arte di fare il formaggio parmigiano, e io ero destinato a imparare lo stesso mestiere. A undici anni, terminate le elementari, cominciai a lavorare in cascina. Mi alzavo alle quattro del mattino e andavo a letto alle undici di sera.

«In quelle condizioni non c’erano speranze razionali per pensare al canto, ma nel mio cuore ero certo che un giorno ce l’avrei fatta. Intanto la domenica cantavo in chiesa. Ascoltando mio padre e i suoi amici, avevo già imparato diverse romanze verdiane che allora si eseguivano come si fa oggi con le canzonette. A sedici anni andai per la prima volta a vedere un’opera. A Busseto davano il Trovatore. Non ricordo gli interpreti, che saranno stati artisti sconosciuti, ma rimasi affascinato dal personaggio di Manrico.

«II giorno dopo, mio padre mi sorprese in un atteggiamento grottesco. Per imitare ciò che avevo visto a teatro, mi ero messo una padella in testa, tenevo in mano un attizzatoio come brando e, davanti allo specchio, cantavo a squarciagola “Di quella pira”.

«Qualche tempo dopo mi presentai a un baritono di Busseto, per avere un suo consiglio. Mi chiese di cantargli una romanza e poi disse: “Sei ancora giovane, la voce non è formata, ma dovresti già cominciare a studiare perché hai la stoffa per diventare cantante”.

«Bastarono quelle parole per scaldarmi la testa. Cominciai a tormentare mio padre perché mi mandasse al conservatorio. Le difficoltà erano molte. Non avevamo mezzi, e da sei anni avevo smesso di andare a scuola. Mi ero fermato alla quinta elementare e non avevo più preso in mano un libro. Dovetti seguire delle lezioni private per prepararmi a un esame di ammissione al conservatorio. Finalmente fui accettato.

«Al conservatorio frequentai le medie, studiai canto e anche pianoforte. Feci tutto questo pur continuando a lavorare alla cascina con mio padre.

«Dicevano che avevo una voce da baritono, e studiai per quel registro. Nell’estate del 1943 fui chiamato alle armi. Avevo poco più di diciotto anni. Mi assegnarono alla contraerea ma mi ammalai subito. Quando arrivò l’armistizio, l’8 settembre, i miei compagni fuggirono, mentre io a letto con la febbre, fui preso dai tedeschi e spedito in un campo di concentramento in Germania, dove rimasi sino alla fine della guerra tra fame, freddo, privazioni di ogni genere, e senza poter studiare né esercitarmi nel canto. Tornato a casa, ripresi i corsi al conservatorio e nel 1948 mi diplomai.

«Il mio debutto avvenne nell’agosto di quell’anno, in un teatro parrocchiale a Varedo, vicino a Milano. Mi avevano fatto un contratto di duemilacinquecento lire per recita. Partii da Vidalenzo, accompagnato da uno zio. Fino a Milano viaggiammo in treno, e poi a piedi. Era agosto e faceva un caldo micidiale. A camminare sotto quel solleone, sembrava di essere nel deserto. Mi sentivo morire. Ad ogni fontanella ci fermavamo a bere. Arrivai a Varedo gonfio d’acqua e cantai come potei.

«II vero debutto avvenne però a Lecce qualche mese dopo. Interpretai il Barbiere di Rossini ed ebbi un buon successo, tanto che ricevetti numerose offerte per altre opere.

«La mia carriera cominciava bene. Avevo in repertorio Don Pasquale, Elisir d’amore, Bohème, Lucia di Lammermoor e anche Traviata. Cantavo con Gigli, Schipa, Tagliavini, tutti i grandi del tempo. Ma la mia era una voce “piccola”. Allora c’erano baritoni come Bechi, Tagliabue, Reali, Basiola. Era difficile competere con loro, non avevo i mezzi vocali adatti. Fin da ragazzo avevo promesso a me stesso di diventare qualcuno. Non ero, quindi, soddisfatto di come si mettevano le cose e stavo progettando di piantare la carriera e tornare a fare il casaro.

«Intanto mi ero anche sposato. Vivevo in un modesto appartamento a Cusano Milanino. Mia moglie aspettava un figlio, e i pensieri e le preoccupazioni aumentavano.

«Un giorno, nell’autunno del 1950, ero a Livorno e cantavo Butterfly con Galliano Masini. Dopo il primo atto, durante il quale la voce aveva fatto qualche capriccio, tornai in camerino e provai a fare degli esercizi prendendo delle note alte. Con stupore, mi accorsi che arrivavo con facilità al do. “Ma io sono tenore” mi dissi. “Quello che ho fatto finora è tutto sbagliato, devo cambiare.” Terminata la recita, tornai a casa deciso a tentare una nuova strada.

«Nessuno doveva saperlo. Avrei rischiato di essere preso in giro per il resto della mia vita. Non dissi niente neppure a mia moglie. Per studiare mi serviva un pianoforte, ma non avevo i soldi per noleggiarlo. Non mi persi d’animo. Cominciai a studiare munito soltanto di un diapason, cioè di quel piccolo strumento acustico che produce una sola nota, il la, e serve per l’accordatura dei pianoforti. Era pazzesco sperare di poter combinare qualcosa in quelle condizioni, ma io sono sempre stato testardo. Ogni mattina mi davo il la ed eseguivo dei vocalizzi secondo un metodo intuitivo che mi sembrava adatto al mio caso. Procedevo per semitoni, alleggerendo la voce e cercando di salire sempre di più. Ogni giorno guadagnavo un quarto di tono. Mia moglie preoccupata, diceva: Continui ad alleggerire la voce, ormai mi sembri un tenore”. “Non ti preoccupare,” le rispondevo. “Devo preparare una parte che richiede note leggere. Dopo questo impegno, tornerò come prima.”

«Verso la fine dell’anno, la mia voce era a posto. Approfittando del fatto che mia moglie era all’ottavo mese di gravidanza, la convinsi a trasferirsi da sua madre.

«Rimasto solo a Cusano Milanino, cominciai a studiare alcune opere da tenore. Un’amica di famiglia, che aveva il pianoforte, mi permetteva di esercitarmi per qualche ora al giorno. Avevo una straordinaria capacità di apprendere e in un paio di settimane preparai Aida e Andrea Chénier. Poi andai a Milano per una serie di audizioni.

«Andai da Ferrone, che mi propose subito un’Aida a Piacenza. Ma questa città era troppo vicina a Parma, e non me la sentivo di rischiare quell’esperimento vicino a casa. Andai da Colombo, quel celebre personaggio che avrebbe poi fondato il concorso “Aslico”, mi misi al pianoforte e gli cantai “L’improvviso” dell’Andrea Chénier. Colombo, grande intenditore di voci, capì subito che quello era il mio vero ruolo e disse: “Ti posso offrire un Andrea Chénier a Bari, in gennaio: ci stai?”. A Bari, così lontano da Parma, potevo tentare.

«Il debutto avvenne il 12 gennaio 1951. Quella sera, l’attesa in camerino fu spasmodica. Mi sembrava di ai tendere l’esecuzione capitale. Andai in palcoscenico quasi in trance per la paura. Ma, dopo la prima romanza, mi accorsi che le cose si mettevano bene, e provai una felicità immensa. Al termine del primo atto ricevetti il più bel telegramma della mia vita: non riguardava la mia carriera, ma mi annunciava la nascita di Maurizio, il mio primogenito. La notizia mi galvanizzò e cantai il resto dell’opera con una grinta eccezionale.

«L’indomani, il giornale locale parlava molto bene della mia interpretazione. Ne inviai una copia a mia moglie, e lei commentò con sua madre: “Guarda che critici addormentati ci sono a Bari. Dicono che mio marito ha fatto la parte di Chénier invece di quella di Gerard, baritono”. Volli aspettare l’esito di altre due recite, prima di chiamare mia moglie al telefono e informarla che non ero più baritono ma tenore».

«Tua moglie è una brava musicista?»

«Non ha studiato musica, ma se ne intende molto. Ha un orecchio che è meglio di quello dei critici più raffiimi i. I suoi consigli mi sono sempre stati preziosi. Conosce la mia voce meglio di me e si accorge di ogni mi­nima incrinatura. A volte mi dice: “Quella nota, per avere il miglior effetto, devi farla così” e ha sempre ragione. Se sono Bergonzi, lo devo in gran parte anche a mia moglie».

«Torniamo alla tua carriera: dopo il debutto di Mari, che cosa hai fatto?»

«Cantai un po’ dappertutto. Nel 1951 ricorreva il cinquantenario della morte di Verdi, e alla radio si davano parecchie opere del grande compositore. Tutti dicevano che avevo una voce verdiana e fui chiamato per Giovanna d’Arco. I dirigenti furono entusiasti e mi offrirono subito I due Foscari, con Giulini, che andò pure benissimo. Tre giorni dopo c’era una recita di Pagliacci. Si era ammalato il tenore, e mi chiesero se potevo prendere il suo posto. Non avevo mai cantato Pagliacci, ma accettai; e fu un grosso successo. Qualche settimana dopo feci Simon Boccanegra; e con quest’opera debuttai nel mondo discografico.

«Nel 1953 arrivai alla Scala. Nel 1956, mentre cantavo Andrea Chénier a Livorno, vennero a trovarmi in camerino alcuni dirigenti del Metropolitan. Mi chiesero se avevo il passaporto pronto. Risposi di no. “Ci pensiamo noi” dissero. In pochi giorni me lo prepararono e partii per l’America. Due settimane dopo, debuttavo al Metropolitan con Aida e Trovatore».

«Su di te ho letto moltissimi giudizi,» dico a Bergonzi «ma non ho mai trovato una nota negativa. Ti è sempre andato tutto bene?»

«Ho sempre cercato di presentarmi in teatro dopo una scrupolosa preparazione. Il primo dovere di un artista è quello di avere il massimo rispetto per il pubblico. Non credo di avere mai cantato male. Però ho avuto degli incidenti anch’io. Uno tremendo mi capitò proprio al Metropolitan, dove dovevo interpretare Aida con Antonietta Stella.

«Devi sapere che ho il terrore del numero diciassette. Penso che porti sfortuna. Mia moglie mi prende in giro, ma io ci credo. La “prima” di quell’Aida era fissata per il 17, e io ero preoccupato. Mi preparai con il solito scrupolo, e due ore prima della recita, accompagnato da mia moglie, uscii dalla stanza dell’albergo per andare in teatro. Entrato in ascensore, schiacciai il bottone “terra”, ma l’ascensore cominciò a salire e si fermò al diciassettesimo piano. “Questa storia non mi piace” dissi a mia moglie, impallidendo. Lei rise. Sulla porta dell’albergo c’era il taxi che mi aspettava. Salii e mi accorsi che portava il numero diciassette. La mia paura si trasformò in terrore.

«Arrivato in camerino, cominciai a provare la voce ed era a posto. Mi vestii, mi truccai. Poiché Radamès è in palcoscenico fin dalla prima scena, mi portai dietro le quinte. A questo punto mi sembrò di sentire un leggero prurito in gola. Mi feci portare un bicchiere d’acqua e il disturbo scomparve. Si alzò il sipario e, preoccupatissimo, cantai la prima frase. Poi, attaccai “Se quel guerrier io fossi” con squillo sicuro. La voce rispondeva perfettamente. Andai avanti, ma arrivato al re bemolle di “per te ho vinto”, rimasi completamente afono. In sala ci fu un silenzio di tomba. Affrontai la celebre romanza “Celeste Aida”, ma dalla mia gola non usciva alcun suono: muovevo solo le labbra. Praticamente tutto il brano fu eseguito dalla sola orchestra. Al termine mi avviai verso il camerino, affranto. Il pubblico capì, e applaudì a lungo. Gli americani sono così organizzati che il mio incidente non ebbe alcun peso sulla recita: mentre io uscivo, entrava il mio sostituto, che era nientemeno che Jon Vickers. Ma quell’episodio mi provocò un grave choc. Tre giorni dopo la voce era tornata, ma passò quasi un mese prima che trovassi il coraggio di ritornare in scena».

«Tu sei considerato un tenore verdiano: interpreti solo opere di Verdi?»

«Canto di tutto. Le opere verdiane sono quelle che preferisco e le ho interpretate tutte, tranne Otello e Falstaff. Ma il mio repertorio comprende sessantasei opere che vanno dal Settecento ai nostri giorni».

«Hai due figli: nessuno ha seguito la tua carriera?»

«Nessuno. Scherzosamente mia moglie ha sempre detto: “Ne basta uno di pazzo in famiglia”. La mia carriera ha comportato sacrifici incredibili, che hanno sem­pre coinvolto anche lei. Essere la moglie di un tenore credo sia la cosa più difficile del mondo. È lei che deve sopportare tutte le ansie, le paure, gli choc, le ire dell’artista. Bisognerebbe fare dei monumenti alle mogli dei tenori».

Read Full Post »

LETTERA

 

RISPONDE SOLO A CHI DA’ RISULTATI POSITIVI?

 

Mi scusi la provocazione. Leggo le sue tesine da svariati mesi e l’impressione che ne ho ricavato è che lei pubblichi principalmente lettere di tipo positivo. Lettere cioè che vantano risultati eclatanti anche dopo un solo mese di cambio alimentare. Purtroppo io non sono tra queste persone privilegiate.

Non sto affatto così bene.

L’ho incontrata grazie a un’amica nello scorso autunno. Ed è stato il più bel regalo che potessi avere.

Ho quindi letto il suo libro Alimentazione Naturale, indi Lezaeta ed Ehret. E, col primo dell’anno, via libera al nuovo modo di alimentarmi.

TRENT’ANNI DI TENTATIVI INUTILI

Premetto che da trent’anni sono alla ricerca della giusta via, provando le varie diete.

La dissociata, la senza carne ma coi latticini, la senza latticini ma con carne, la senza latticini ma con pesce, la dieta Kousmine, la macrobiotica, e altre ancora, sempre restando con un pugno di mosche in mano. E così mi ritrovo, sessant’anni suonati, a ricominciare daccapo.

LASCIATO IL FARMACO LA TIROIDE MI DUOLE. SONO A RISCHIO DI TUTTO?

 

Come tutti ho il mio doloroso vissuto che non sto a raccontarle.

Mi permetto qualche domanda.

La prima riguarda la mia situazione ormonale. Ho lasciato progressivamente l’Amsa 125 (farmaco a contrasto della tiroidite di Hashimoto), ma ora mi ritrovo la zona della tiroide molto dolente.

E’ una patologia grave? Secondo il medico sono a rischio di tutto, ma cos’è questo tutto?

PER OGNI SCIOCCHEZZA ESISTONO VENTI FARMACI

La seconda è relativa alla mia professione.

Lavoro con malati psichiatrici ai quali vengono somministrate manciate di medicamenti di ogni tipo. Pare che per ogni piccolo malessere esista il rimedio giusto.

Ormai sono così assuefatti che per queste mie creature io posso fare ben poco.

LE SUE TESINE MI MANTENGONO ALLEGRA

L’alimentazione può curare, lenire o evitare il manifestarsi della depressione, della schizofrenia, della bipolare, delle varie demenze comprese quelle senili e altro?

Grazie per le sue stupende tesine che rallegrano le mie mattine.

Le auguro un buon soggiorno in terra asiatica e spero che torni presto fra noi.

Justa

                                                                *****

RISPOSTA

 

RICEVO QUOTIDIANAMENTE SEGNALAZIONI POSITIVE, E MI PARE GIUSTO RENDERLE NOTE AL PUBBLICO

 

Ciao Justa, il titolo della tua mail “Risponde solo a chi dà risultati positivi?” è un po’ provocatorio, ma la tua mail non è affatto tale.

Cerco di rispondere a tutti, almeno fino a quando ce la faccio. Per la pubblicazione sul blog, trovo giusto inserire le testimonianze di guarigioni importanti che mi vengono segnalate. Viviamo circondati da una realtà tutto sommato ostile e scettica, e tali prove servono anche a creare referenza.

Non è colpa mia poi se le segnalazioni positive sono numerose.

Non ho difficoltà a pubblicare anche i casi meno fortunati, a condizione che siano concisi e chiari.

Spesso chi ha problemi irrisolti continua a fare domande su domande e non è facile sintetizzare scambi di quel tipo in una tesina compatta e chiara, comprensibile e utile al pubblico.

TIROIDITE DI HASHIMOTO E CORREZIONE FARMACOLOGICA

Veniamo al tuo problema specifico, che è la tiroidite cosiddetta di Hashimoto, una forma di rallentamento generale delle funzioni metaboliche per insufficiente azione degli ormoni tiroidei.

Correggere questo tipo di squilibri ormonali mediante farmaci, senza nemmeno in conforto di sapere il perché reale della disfunzione, non è di sicuro la via giusta, visto che la generica etichetta “malattia autoimmune” è buona per tutte le salse e sta praticamente per malattia di origini sconosciute.

Le ghiandole a secrezione interna sono legate poi una all’altra.

Molto più sensato inseguire l’equilibrio generale del corpo con una politica  di scelte virtuose in fatto di cibi e di stili di vita.

SEI MESI E ZERO RISULTATI

Mi dici che da gennaio sei partita con lo schema vegano-crudista, e che dopo 6 mesi non ti pare di aver trovato miglioramenti.

Intanto sono passati sei mesi e sei ancora viva e vegeta, oltre che dinamica. Intanto quel “può succedere di tutto” sparato dal tuo medico, non si è avverato. Tutto può succedere a tutti in qualsiasi momento. A me, a te e a lui.

Perché spaventare la gente in quel modo? Perché quello fa parte del loro metodo.

Spaventare per curare. Spaventare per far prendere il farmaco sempre e dovunque.

Tieni presente che i miglioramenti in natura avvengono in modo graduale e commisurato al grado di avvelenamento interno, e sono spesso accompagnati dalle crisi di eliminazione, dalle graduali chelazioni naturali che la dieta alleggerita attua nei confronti delle tossine interne.

ALCUNI SUGGERIMENTI SPECIFICI

Permettimi di suggerirti qualche piccolo rimedio ai tuoi problemi di tiroide.

Prenditi pure le alghe marine ma senza esagerare nelle quantità. Cibi ammessi sono le banane, le patate, le bietole, le cicorie, il prezzemolo, il sedano, il semolino, il kamut, le mandorle, le noci, i pinoli, il saraceno, il mais, il pop-corn. Andar piano, più per prudenza che per altro con le patate dolci, con le crucifere (cavoli, cavolfiori, ecc) visto che il contenuto in zolfo sarebbe dannoso per la tiroide, ma il crescione di acqua ti farebbe a mio avviso bene, per il suo alto contenuto di minerali incluso il silicio.

Vietate le uova, i formaggi e tutte le carni, ma questo vale non solo per le sofferenti di ipotiroidismo hashimotico, ma anche per tutti gli umani dotati di acume etico e tattico.

NON ESISTONO CIBI MAGICI MA SOLO CIBI COMPATIBILI

Mi chiedi poi se l’alimentazione può fare il miracolo di guarire oppure no. La risposta è chiara. Non esistono metodi magici, sostanze magiche, chelanti magici, diete magiche, persone magiche. Men che meno esistono farmaci magici ed integratori magici. E pertanto non esistono nemmeno cibi magici.

Esistono però cibi vivi e cibi morti, cibi compatibili col nostro disegno biochimico corporale e cibi astrusi e non compatibili, cibi enzimizzati-vitaminizzati-mineralizzati-magnetizzati dalla natura vegetale e dal sole e cibi malamente devitalizzati, cibi alcalinizzanti e cibi acidificanti, cibi carichi di vitalità Angstrom (da 6500 A. in su) e di aura eterico-magnetica rossastra fino all’infrarosso, come la frutta, e cibi mortali ed ammalanti (da 6500 A. in giù), ad aura grigia fino ai micidiali raggi X., come le carni, i dolciumi, i salatini, i cibi pastorizzati, le patatine e i biscotti all’acrilammide, e tutti gli integratori.

OBIETTIVO PRIMARIO E’ STOPPARE LA MALA-DIGESTIONE

Quello che può fare una alimentazione vegana, il più possibile crudista (concedendo un minimo di compromessi tipo le patate cotte con la buccia, i cereali integrali messi prima in ammollo per ore e poi cotti al dente, il pane integrale stile segale e tipo casareccio, le pizzette sottili cotte brevemente e non oltre i 120 °C, le zuppe vegetali prossime al gazpacho crudo, i legumi freschi cotti al vapore, i panini integrali con abbondanza di verdure, pinoli, carciofini, pomodori secchi, e spalmati di crema di olive o di carciofi), è di stoppare un fenomeno perverso e debilitante quale la mala-digestione.

Quel tipo di digestione cioè che oltre a surriscaldare l’intestino, a provocare leucocitosi, disbiosi putrefattiva, acidificazione, sangue denso e grasso, radicali liberi, stitichezza, ha anche la disastrosa caratteristica di abbattere la reattività immunitaria.

SIAMO IN GRADO DI PUNTARE AL MASSIMO GRADO DI SALUTE POSSIBILE

Non appena siamo in grado di inanellare una serie continua di digestioni virtuose, otterremo dei risultati importanti e andremo in contro-tendenza. Otterremo la fluidificazione del sangue (e quindi uno stop o almeno un rallentamento a tutte le infiammazioni e alle ipertrofie che tormentano il genere umano, tipo flebiti, epatiti, nefriti, vasculiti, riniti, otiti, ecc). Otterremo la riattivazione del sistema immunitario (che ci porterà qualche prezioso e benefico scarico tossine, qualche prelevamento-chelazione di minerali inorganici e di acidi urici, tipo febbre, influenza, scarico muco), e otterremo la regolarizzazione delle funzioni intestinali. Avremo a quel punto la disponibilità di un capitale energetico-enzimatico-magnetico che ci permetterà di ripristinare il miglior equilibrio interno possibile, cioè il massimo grado di salute concessoci dalla natura in questo determinato frangente della vita. Niente di più e niente di meno.

NON PRENDERTELA, MA TROVO CHE SEI STATA POCO SELETTIVA NELLE DIETE

Permettimi di dire che nel tuo curriculum trentennale hai seguito diverse scuole, ma sei stata poco accorta e poco selettiva. Me le hai elencate e le ho trovate tutte imperfette, sbilenche e squilibrate.

Per fortuna che non sei incappata nelle più micidiali, tipo la Zona, la Gruppi Sanguigni, la Montignac,  la Atkins, la Dunkan, la DietaGift e la Mediterranea stile Parma-Sandaniele-McDonald’s.

DIETA DISSOCIATA E DIETA OVO-LATTEO-VEGETARIANA

La dieta dissociata non vale, se non diamo un valore qualitativo agli alimenti che si dissociano.

La dieta senza carne ma con latticini (e uova), ovvero la ovo-latte-vegetariana, vale poco, perché comporta acidificazioni a raffica, e viene persino meno alle sue premesse etico-ambientali-animaliste, in quanto si adegua al mantenimento delle stalle e dei pollai, e quindi anche al mantenimento delle associate ed inevitabili pratiche macellatorie.

ABERRANTI DIETE CARNIVORE E PESCIVORE

La dieta carnivora (Atkins, Dunkan, Speciani, Lemme) non vale, perché basata sul sistema low-carb e high-protein che, a parte ogni ovvia considerazione etica, equivale ad alimentare un motore non col suo carburante su misura, ma col suo opposto, col suo anti-carburante che stimola, sballa e non nutre, per cui impedisce ogni assimilazione e fa calare drasticamente di peso, lasciando però il corpo tutto intossicato. Un calare di peso e un calare nella fossa, salvo riprendere i chili più gli interessi nei mesi successivi, ribevendo acqua e liquidi a tutto spiano. La dieta pescivora vale ancor meno della carnivora, essendo aragoste, pesci e balene carichi di materiale putrefattivo e mineral-pesante (mercurio, cadmio, ecc).

DIETA MACROBIOTICA CARENTE E DISEDUCATIVA

La macrobiotica è fallimentare culturalmente e scientificamente. Un vero disastro per l’onestissimo medico giapponese George Ohsawa, che avrebbe fatto meglio a non spretarsi e a tenersi ben stretto il suo camice da medico, piuttosto che lanciare questa diseducativa dieta planetaria. Fallimentare in quanto distrugge gli alimenti con cotture sistematiche e prolungate, in nome del calore yang, contrabbandato come valore in sé, in alternativa al disvalore yin. Ohsawa non aveva le qualità dei giapponesi (precisione e meticolosità) e non aveva le conoscenze degli euro-americani (non conosceva il fenomeno della leucocitosi di Kouchakoff, i food-enzyme di Edward Howell, e i decisivi esperimenti sulla vitalità dei cibi da parte di André Simoneton, tutte lacune gravissime per un leader nutrizionista moderno).

FALLIMENTARE DIETA KOUSMINE

La Kousmine è fallimentare, perché pur essendo donna, pur essendo medico più avanzato rispetto alla massa di mediocri che le ruotavano attorno, partiva dalle stesse premesse aberranti della vivisezione e del macello. Non valeva un’unghia della Florence Nightingale, tanto per intenderci.

Ebbe il merito di sottolineare l’importanza degli acidi grassi polinsaturi, degli oli estratti a freddo.

Ma la sua vitamina F è quella che diede la stura all’imbroglio mondiale degli Omega-3 di provenienza ittica e cetacea. Un supporto alle navi baleniere, alle tonnare e alle reti a strascico ammazza-delfini, quando con una manciata di mandorle al giorno si risolve il problema cento volte meglio che con qualsiasi puzzolente e putrefacente mescola di pesce.

Valdo Vaccaro  (AVA-Roma e ABIN-Bergamo)

Read Full Post »

UN’AVVENTURA IN MARE DURATA TROPPO POCO

“Nuotava veloce verso la Calabria, ma le corna l’hanno tradita.

E così, a un miglio della costa siciliana, una mucca bianca di razza romagnola, scappata da qualche giorno da una mandria montana di Castiglione di Sicilia, ha finito la sua scappatella balneare.

E’ stata legata e riportata a riva dagli uomini della Guardia Costiera e dai Vigili del Fuoco di Letojanni.

La povera reclusa tornerà tra le compagne e fare la fattrice e diventerà come tutte carne prelibata per le nostre tavole”.

Questo l’articolo apparso su Repubblica nei giorni scorsi.

DALLE PENDICI DELL’ETNA ALLE ACQUE DELLO STRETTO

L’avventura della mucca in fuga era cominciata tra le pendici dell’Etna.

L’animale si è staccato dal gruppo per arrivare solitario fino alla città di Santa Teresa Riva.

Per niente intenzionata a tornare indietro, non ha esitato a tuffarsi in mare, dimostrando pure non comuni doti natatorie.

L’allarme dell’allevatore e dei cittadini del paese costiero è arrivato veloce e un gommone è intervenuto per riprendere il mammifero.

UN SALVATAGGIO IPOCRITA E SGRADITO

A riva è esplosa la sua rabbia, documentata dalle foto di Carlo Aprile per la Geopress, l’agenzia di stampa che si occupa di maltrattamento animale.

La mucca ha cercato giustamente di incornare i suoi falsi e ipocriti soccorritori, quelli che le hanno tolto anche l’estremo tentativo di raggiungere un lido terrestre libero da bipedi cannibali, da macelli e da macellai.

Che mondo è mai questo? Si sarà chiesto. Una non ha nemmeno il diritto di buttarsi a mare verso la libertà, che pronti i persecutori ti vengono a ripescare?

SICILIA O CALABRIA NON FA DIFFERENZA

Non sapeva la coraggiosa e intraprendente ragazzotta a quattro gambe che, purtroppo, la Calabria non è oggi migliore della Sicilia, e che non avrebbe trovato sull’altra sponda qualche anima gentile disposta ad accoglierla e coccolarla, anziché riconsegnarla al primo usuraio della carne.

GLI INSEGNAMENTI DOPO 2500 ANNI SONO CAMBIATI, MA DECISAMENTE IN PEGGIO

A Reggio come a Crotone, di Pitagora è rimasto soltanto un vago ricordo, con un cippo marmoreo dove egli teneva le sue memorabili ed illuminanti lezioni.

Anche da quelle parti, i bipedi vanno tuttora a scuola, ma anziché imparare le cose giuste, fatte di stile, di rispetto, di amore, di amicizia, di ritmo musicale, di chiarezza matematica e filosofica, apprendono piuttosto i contenuti biochimici e il valore organolettico della sua carne, il volume di latte producibile in 3 anni di intenso sfruttamento, e il corrispettivo dei 20 chili di pelliccia utilizzabile dai conciatori.

Valdo Vaccaro  (AVA-Roma e ABIN-Bergamo)

 

GEAPRESS – E’ stata salvata la giovane mucca che ieri si è tuffata nel mare cristallino di Santa Teresa di Riva (ME) puntando dritto verso la Calabria. Era di proprietà di un allevatore di Castiglione di Sicilia, alle pendici del versante nord dell’Etna. Da alcuni giorni si stavano trasferendo gli animali in pascoli più ricchi ma lei, la mucca biricchina, si era persa. Era ricomparsa ieri nel torrente Agrò ed attraversata Santa Riva con qualche problemino incorso, si era gettata in mare raggiungendo la ragguardevole distanza di circa un miglio dalla costa. Su di lei si è scatenata una vera e propria gara di solidarietà, sicuramente anche per motivi molto poco animalisti, considerato che è un animale da reddito e l’allevatore, appena saputo, si è precipitato.

Ma in fin dei conti la mucca non è un pets. L’animale che ieri ha impietosito in molti servirà a produrre vitelli da macello. Contraddizione dell’animo umano. Forse è di razza romagnola, sicuramente lo è da carne. In particolare la romagnola è poi molto rustica e dal carattere più imprevedibile. Se di romagnola trattasi, poi, lo spesso grasso è ottimo per le fasi di frollatura della carne. Contrariamente a quello che può sembrare, le carni veramente fresche non sono molto amate. Sarebbero dure e contratte, come il rigor mortis. Da buon cadavere viene allora mantenuta per alcuni giorni a temperatura controllata fino a che la muscolatura si rilassa. Per le romagnole, e altre razze rustiche da carne (tozze e a zampe corte come la mucca recuperata ieri) il grasso sottocutaneo a quanto pare protegge la frollatura. Seguirà poi la battitura dal macellaio sotto casa, dove finiranno i resti dei figli della nostra mucchina che ieri, chissà perché, in molti si sono precipitati a salvare.

Appena giunta in spiaggia, la nostra mucchina, dopo il rinfrescante bagnetto, non ne voleva sapere di entrare nel camion. Lei, forse, avrebbe preferito tornare in mare. Ha prima strattonato il suo salvatore che la teneva con la corda per le corna, poi ha deciso che era meglio andargli incontro, ma per incornarlo. Infine, ha dovuto subire il camion che l’attendeva. Ovviamente un ringraziamento va ai Vigili del Fuoco di Letojanni che hanno faticato non poco per salvare il povero animale e agli abitanti del posto che hanno tifato per lei nonostante qualche apprensione causata nel corso della fuga. Peccato che dall’altra parte dello Stretto di Messina, dove continuando così poteva addirittura approdare, non corrispondesse (né lì, né altrove) una terra promessa delle mucche. Avremmo nel caso chiesto di lascarla andare al suo destino. (GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).


 

 

 

 

 

Read Full Post »

LETTERA   

 

VOGLIA DI PANE E ANALISI PERFETTE

 

Ciao Valdo, sono arrivata alla mia 8° settimana di gravidanza senza acido folico e, poiché certi odori mi tolgono l’appetito, mangio molta più frutta che verdura. La foglia verde come quella degli spinaci non la gradisco più. In più, come stranezza del momento, c’è il ritorno di un gran desiderio di pane.

Comunque il mio ginecologo ha visto le mie analisi e i valori sono perfetti. Era piacevole vederlo scorrere sulle voci glicemia e colesterolo e sentirlo ripetere a voce alta la parola “ottimo”.

VIAGGI AEREI IN GRAVIDANZA

Ho dimenticato di chiederti se posso prendere l’aereo.

Ho intenzione di andare a Kos in Grecia per un weekend con mio marito, e mi è venuto il dubbio che il volo possa avere delle controindicazioni. Grazie per tutti i consigli. Mariella

RISPOSTA   1

 

INCREMENTARE CREMA DI AVENA E POP-CORN

 

Ciao Mariella, il gran desiderio di pane rivela sicuramente necessità di maggiore apporto calorico, per cui devi probabilmente metter dentro qualcosa in più. Aumenta magari la crema di avena coi semini pestellati (sesamo, lino, girasole, zucca) e il germe di grano. Ricorri pure al pop-corn fatto in casa, con banane e datteri (più avanti coi fichi freschi). Qualche patata al rosmarino in più non farebbe male.

GLI STRESS DA DECOLLO E ATTERRAGGIO, NONCHE’ DA IMMANCABILI TURBOLENZE

Si può prendere l’aereo? Sì. Ma il traghetto, per quanto più lento e faticoso, forse è meno stressante.

Nessuno ti informerà mai sulle controindicazioni dell’aereo. Ma un certo stress da decollo, da atterraggio, da eventuali turbolenze, non è di sicuro il massimo.

In gravidanza bisognerebbe stare il più possibile rilassate e tranquille.

Ma non intendo influenzare troppo le vostre scelte su questo.

Spero di poter pubblicare il nostro interscambio. Saluti. VV

LETTERA    2

 

SCORPACCIATE DI ARIA CAMPAGNOLA E MARINA

 

Grazie mille Valdo, è davvero un piacere ricevere risposte e rassicurazioni in tempo reale.

Nei fine-settimana ho la fortuna di andare in una villa di campagna situata a 5 km dal mare, e mi faccio scorpacciate di aria.

Aria che a tratti sa di concime di mucca (poverette, visto che da queste parti c’è pure un importante grossista di carni), ma che il più delle volte ha il sapore del sole e del mare che adoro.

IL CAMBIO DI ALIMENTAZIONE E’ STATO PROVVIDENZIALE

Non so se è la gravidanza, ma le mie varie allergie sono sparite da quando ho cambiato alimentazione.

In questo weekend la fioritura dell’ulivo mi ha dato qualche fastidio, ma non come prima, quando mi provocava crisi respiratorie, tosse, rossore agli occhi.

Soffio più spesso il naso e questo mi aiuta a sbarazzarmi della residua acidificazione.

Questi tollerabili fenomeni derivano secondo me anche dall’euforia verso il pane, l’olio e i pomodori dolci. Pomodori dolci e polposi come solo in questo periodo dell’anno sanno essere.

Meno male che mi mantengo al meglio coi miei cinque pasti di frutta al giorno.

VIA LE ALLERGIE, VIA LE STIPSI, VIA LE COLITI

Procedi pure con la pubblicazione. Io ormai diffondo e divulgo a chiunque i miei benefici.

Via le stipsi, via le allergie, via le mie coliti spastiche, sono tornata a vivere in continua pulizia interna.

E non mi illudo di aver già terminato il lavoro espulsivo relativo ai miei precedenti 34 anni di ignoranza alimentare.

ALLA RICERCA DI UN PARTO ARMONIOSO E SERENO

Ho deciso con mio marito, per mantenermi in linea e in armonia con gli alieni, di partorire col Lotus birth. Paradossalmente, il mio desiderio è di avere per il parto una casa lontana da dove vivo, anche perché è sempre più difficile essere compresa ed accettata.

Tenere tutti lontani, nei primi giorni dopo il parto, sarà stressante! A presto.

Mariella

RISPOSTA    2

FORTUNATA LA CREATURA CHE PORTI IN GREMBO

Ciao Mariella, devo farti i complimenti per la determinazione e la serenità con cui hai portato avanti la tua gravidanza, resistendo alle pressioni e alle immancabili critiche.

La tua testimonianza sulla scomparsa dei vari problemi che avevi solitamente, è di grande valore per il pubblico italiano e non solo per quello. Ti abituerai sicuramente anche ai fiori dell’ulivo, che mi pare una benefica stimolazione  ad espellere muco residuo, piuttosto che una forma patologica.

Continua così. Fortunata la creatura che porti in grembo, che può contare su una mamma così attenta e responsabile sin dalle fasi iniziali.

Valdo Vaccaro  (AVA-Roma e ABIN-Bergamo)

Read Full Post »

Battigelli - Il talento non ha età. Ma arrivare all’Olimpo della musica classica mondiale, i Berliner Philharmoniker, a meno di 30 anni è un evento che ha dell’eccezionale. Ed eccezionale lo è proprio Emanuela Battigelli, arpista friulana nata nel 1980, che il prossimo giugno suonerà con la prestigiosa orchestra per un mese, se candidamente confessa: “Suonare con i Berliner è più che l’avverarsi di un sogno, è meglio che vincere la lotteria”.

Il percorso per arrivare così in alto, ovviamente, è stato costellato di dedizione e difficoltà. “Non mi sento di aver sacrificato nulla alla musica: quello che ho dato mi è stato restituito moltiplicato per dieci – chiarisce l’arpista – Mi sono diplomata al Conservatorio di Udine e poi sono stata quattro anni a studiare a Tel Aviv. Le ore di studio non le considero un sacrificio. Credo che nella musica, nell’interpretazione di un brano, possa confluire tutto, anche guardare un paesaggio o leggere un libro. Tutto è musica”.

La Battigelli collaborerà come membro ospite dei Berliner Philharmoniker nella produzione dell’opera “Il crepuscolo degli dei” di Richard Wagner, che sarà allestita al Festival di Aix en Provence, sotto la direzione di Simon Rattle. “È un’occasione che mi è capitata davvero per caso. Durante il concorso per entrare all’Orchestra della Rai a Torino, mi sono esibita davanti alla 1a  arpa dei Berliner, Marie Pierre Langlamet, per me un vero mito, a cui sono piaciuta molto. È stata lei, in un secondo momento, a contattarmi e a propormi la collaborazione”.

In prospettiva, però, la Battigelli guarda già oltre i Berliner. “Mi sento più a mio agio nei concerti da solista – dice – Penso che la mia carriera volgerà in quella direzione, anche se conto di imparare molto da quest’esperienza. L’arpa è uno strumento meraviglioso, spesso sottovalutato. Vorrei farlo conoscere in tutte le sue potenzialità”.

Valentina Viviani

Read Full Post »

 LETTERA

 

DOCUMENTI DA BRUNA D’AGUI’

 

Più che lettera, si tratta di un documento inviatomi dalla scrittrice e creaturista romana Bruna D’Aguì, una persona che ha dedicato la sua vita allo scopo più nobile, che è quello di difendere gli esseri più deboli, ossia gli animali tutti, senza discriminazione alcuna. Oltre al suo testo “Genesi, Dio li chiama per nome”, la Bruna mi ha inviato un documento dedicato a chi ha in custodia uno o più animali. Alla recente conferenza di Clusone, mi è stato chiesto di pubblicarlo e mantengo ben volentieri la promessa.

DECALOGO DEL CREATURISTA

1 –   PRENDITI CURA DELLA LORO SALUTE SPIRITUALE

a)     Battezzandoli e dando loro un vero nome (Antico Testamento).

b)    Conducendoli a diventare progressivamente vegetaliani (Antico Testamento). Spiritualizzare non significa però snaturare. Passare per tappe all’onnivorismo e poi al vegetarismo, tenendo presente che, per i gatti privi di giardino e di erbe, serve qualche integrazione vegetale (vitamina A).

c)     Parlando loro con infinita dolcezza.

d)    Trattandoli esattamente come i tuoi stessi figli, gioendo, giocando e festeggiando. C’è infatti ben poca differenza fra i nostri bambini e questi animali innocenti (Srimad Bhagavatam).

2 –   PRENDITI CURA DELLA LORO SALUTE PSICHICA

a)     Dando loro molto affetto, carezze, attenzioni. Non trascurandoli mai, tenendoli sempre nella mente  prioritariamente. Non pensando mai che siano solo degli animaletti. No! Sono bambini buoni, bambini speciali, angeli nella carne. Se ti toccano risulterai purificato.

b)    Non permettendo mai che siano maltrattati in tua presenza. Non farti schiavo di falsi rispetti umani.

Chi maltratta un animale non è ancora un essere umano.

3 –   PRENDITI CURA DELLA LORO SALUTE FISICA

a)     Non dando mai un medicinale se non prescritto dal medico veterinario. Attento agli antibiotici!

      Se il malessere è prodotto dai reni o dal fegato, o da intossicazione generale, la morte sopravviene

      rapidamente. Se la dose è anche solo leggermente eccessiva, l’animale può collassare o soffocare.

b)    Non dando mai un dosaggio alto, né di un calmante, né di un analgesico, né altro, nemmeno in caso

      di sofferenza. Si può solo peggiorare la situazione e provocare collasso.

4 –   NON INQUIETARTI MAI CON LORO

      Non inquietarti qualunque cosa facciano, rompano, rovinino, e neanche quando sembrano

      prepotenti. Sono sempre e solo angioletti. Tutti.

5 –   PENSA PRIMA A LORO E ALLE PIANTE

6 –   PENSA PRIMA A LORO E POI A TE STESSO

7 -.  PENSA PRIMA A LORO E POI AGLI ESSERI UMANI

8 –   PENSA PRIMA A LORO E POI A DIO.

       DIO NON HA BISOGNO D’AIUTO, MA VIVE IN LORO.

9 –   DAI LORO LA TUA VITA PER PURIFICARE TUTTO IL MALE CHE GLI ALTRI ESSERI

       UMANI HANNO FATTO LORO.

10 – FINCHE’ CI SARA’ UN ESSERE UMANO CHE DISPREZZA GLI ANIMALI, RITENENDOSI

        SUPERIORE AD ESSI, QUESTO MONDO NON TORNERA’ A DIO.

                                                             *****

RISPOSTA

 

UNA LEZIONE DI CIVILTA’

 

Ringrazio la Bruna per la sua gentilezza e per la sua straordinaria sensibilità.

Il suo non è soltanto un fulgido esempio di animalismo, una testimonianza di tenerezza fuori del comune nei riguardi degli animali. C’è dell’altro.

Trovo nella sua azione e nei suoi modi una grande lezione di civiltà.

GENERE UMANO O GENERE DEMONIACO E VAMPIRISTA?

Finché l’uomo non imparerà ad essere leale, sincero e compassionevole con galline, tacchini, struzzi, anatre, oche, conigli, lepri, uccelli, fagiani, maiali, cinghiali, cavalli, asinelli, bovini, ovini, caprini, ovini, pesci, cetacei, crostacei, e coi piccoli delle varie specie, ognuno di noi dovrà continuare a vergognarsi di appartenere al genere umano, a un genere demoniaco e vampirista che non disdegna, troppo spesso e troppo sistematicamente, di macchiarsi di orrendi crimini e, quel che è peggio, di non rivelare ombra di pentimento.

Finché l’uomo non saprà rispettare l’innocenza, la fragilità, la vulnerabilità, la disperata voglia di libertà e di vita che stanno in ogni creatura col pelo, con le squame e con le piume, ancor più difficile per lui sarà sconfiggere la sua incoscienza, il suo appiattimento mentale e spirituale, il suo cinismo e la sua indifferenza.

Ancor più difficile per lui sarà amare se stesso e amare chi gli sta vicino.

Valdo Vaccaro  (AVA-Roma e ABIN-Bergamo)

Read Full Post »

LETTERA

 

LA PARTITA DELLA VITA

 

Ciao Valdo, mi chiamo Paolo, ho 21 anni e ti scrivo da Padova.

Mi sono imbattuto nel tuo fantastico blog qualche mese fa e, da allora, ho letto praticamente tutte le tue tesine, facendomi una bella scorpacciata sull’igienismo e sul veganismo, discipline che mi affascinano molto. Come tu affermi, è nello stomaco e negli intestini che si gioca la partita della vita, ovvero il match della corretta assimilazione e della puntuale eliminazione dei residui.

DIGIUNI DIFFICILI DA COMPLETARE

Ed è proprio qui che sta il mio problema, avendo abusato del mio povero organismo per troppo tempo con cibi e bevande sbagliate, con fumo e alcol a completare il quadro.

Ora mi ritrovo con una situazione gastrointestinale non delle migliori.

In questo ultimo periodo ho cercato di fare alcuni giorni di digiuno per detossificarmi completamente, ma non ce l’ho fatta ad arrivare alla sera senza ingerire qualcosa, sentendomi poi anche in colpa per questa mia incapacità.

SITUAZIONE FAMILIARE ASSAI TESA

Inoltre, il mio grande problema, quello che influenza di sicuro il mio stato di salute, è una situazione familiare quasi alla rovina, con i miei genitori sempre in litigio e in astio, sia tra di loro che nei miei confronti. Purtroppo sembra impossibile migliorare le cose, e di questo sto soffrendo tantissimo.

La mia debolezza intestinale non è di aiuto, e alla fine mi ritrovo con dei blocchi emotivi e con momenti di grande sconforto.

DIGERIRE BENE APPORTA CHIAREZZA MENTALE E GIOIA DI VIVERE

Trovo molto illuminante la tua tesina “La salute umana parte dal colon”. So benissimo, per esperienza diretta, cosa significhi avere un colon sano e pulito. Significa vitalità, chiarezza mentale e gioia di vivere. Significa poter godere di ogni singolo minuto della propria esistenza.

Significa essere in grado di stare in armonia con le altre persone.

NON RIESCO ANCORA A DEPURARE IL MIO FISICO

Purtroppo è proprio questo che mi manca ora.

Non riesco a depurare completamente il mio intossicato organismo.

Non riesco a ritrovare me stesso.

Spero in una tua risposta, anche solo qualche parola di conforto.

Ti mando un saluto e un grande abbraccio. Ti stimo.

Paolo

                                                                       *****

RISPOSTA

 

LE PIANTE RINNOVANO L’ARIA E CI REGALANO IL CIBO

 

Ciao Paolo, le piante fanno per l’umanità due cose eccezionali.

Ci danno i frutti, i semi, i germogli, i tuberi, i fiori e le foglie, trasformando i minerali inorganici in minerali organicati, trasformando la materia dura e inanimata in cibo vivo e rivitalizzante.

E ci producono pure l’aria respirabile, carpendo i veleni carbonici dell’atmosfera per restituirci ossigeno, azoto e profumi naturali.

E noi parliamo spesso di aria buona intendendo proprio quella ossigenata, quella che viene arricchita dal magico respiro delle piante, in particolare del respiro benefico delle conifere, dei pini e degli abeti, che sono davvero il massimo in termini di aromi e di resine, autentica manna per i sofferenti di malattie respiratorie. Non mi riferisco semplicemente ai tubercolotici, ma alla popolazione in massa, che ha disimparato da tempo l’arte della corretta respirazione.

LA STRAORDINARIA IMPORTANZA DELL’ARIA

Aria magnifica che diventa ancor più magica se attraversata dai raggi del sole, capaci di renderla ancora più ionizzata e carica di forza elettromagnetica astrale.

L’aria è importante, al punto che basta una manciata di minuti senza di essa, ed anche meno, perché il nostro corpo e tutto quanto sappiamo e valiamo, si trasformi all’istante in uno straccio anonimo ed inanimato. Basta anche mettersi a dormire in una stanzina con la finestra chiusa, per morire intossicati.

Questo poi è anche il metodo di chi si chiude nell’abitacolo di un’autovettura col motore acceso, facendovi convogliare il gas del tubo di scappamento. Siamo esseri molto vulnerabili.

LA SALUTE PARTE DAI BRONCHI E DAI POLMONI

Vale sempre il detto “La salute umana parte dal colon”, ma ancor di più vale quello per cui “la salute parte dai bronchi e dai polmoni”.

Polmoni che, come ci ricorda Arnold Ehret, sono il vero motore centrale umano, quello che detta il ritmo funzionale alla valvola cardiaca chiamata cuore e alla circolazione del sangue.

L’ATMOSFERA SOCIALE E’ UN FATTORE DETERMINANTE

L’aria poi va intesa anche in altro senso. Un senso che non è affatto meno importante di quello materiale e chimico. Parlo dell’aria come ambiente sociale e familiare.

“Che aria tira da quelle parti?” ci chiediamo prima di andare in un determinato posto.

Puoi avere tutti i pini che vuoi, tutto il sole che vuoi, e tutti i meloni gialli e profumati che vuoi, ma se ti ritrovi in mezzo a gente che ti discrimina perché non vai in chiesa o in moschea, a gente che ti critica perché vesti una cosa e non un’altra, oppure a gente che pensa più allo sfruttamento, alla violenza, allo stupro, all’offesa e alla diffamazione, più che all’amore e al rispetto, meglio un bicchiere di umile acqua della tua fonte che il delizioso succo del melone esotico.

VIVIAMO IN UN MONDO NON ESATTAMENTE VIRTUOSO E PACIFICO

E’ basilare dunque un fatto. L’aria che tira deve essere buona, tollerante, pacifica ed amichevole.

Su questo non ci possono essere compromessi di sorta.

Purtroppo il nostro mondo è attraversato da tensioni e da violenze, dove il potente è portato ad irretire e sopraffare il debole. Dove la gente ti sorride davanti, ma ha il coltello acuminato nella tasca posteriore.

Dove il ricco opprime il povero anziché aiutarlo, il maschio infastidisce la donna anziché corteggiarla, l’adulto adesca il bambino anziché proteggerlo, il bipede sgozza l’animale anziché accarezzarlo.

Una serie orribile di sopraffazioni e di vigliaccherie.

CADUTA DI MORALITA’ PUBBLICA E PRIVATA

Il fatto che esistano madri disposte ad imbarcarsi, con bambino in grembo, su scafi di fortuna a sfidare le onde spesso tempestose del Mediterraneo, la dice lunga sul basso valore della vita.

Il fatto che nella politica e persino nello sport abbondino gli imbrogli e le prese in giro.

Il fatto che nelle famiglie si sia disperso quel collante magico che in passato le teneva più unite nell’armonia e negli affetti.

Il fatto che nella società ci sia una lotta continua tra il potere e il suddito, tra chi ti tassa e tu che devi pagare.

Tutte cose che la dicono lunga sulla caduta generale di moralità privata e pubblica, di cui siamo testimoni e vittime.

ARMONIA NELL’INTESTINO E ARMONIA IN FAMIGLIA

Dal caso tuo personale, caro Paolo, traspare una ottima capacità di analizzare le cose. Sei sulla strada giusta e sicuramente imparerai presto a destreggiarti e ad acquisire gli strumenti per ripristinare al meglio le tue condizioni fisiche. Ci vuole determinazione e pazienza.

I problemi che hai in famiglia vanno sicuramente sanati. L’igienismo non deve essere però ulteriore elemento di divisione. E’ giusto semmai che tu aiuti a ricomporre il più possibile l’armonia familiare.

Non occorre innervosirsi nel far valere le tue opinioni e le tue scelte.

Spiegale con calma e con la massima serenità. Ne guadagnerà il tuo spirito ed anche il tuo intestino.

Valdo Vaccaro  (AVA-Roma e ABIN-Bergamo)

Read Full Post »

La vera minaccia sono i nostri politici,non si scandalizzano per giochi dove si tortura, uccidono persone, schiacciano in macchina suore, bambini, guerre nucleari, rapine, giochi che insultano il colore della pelle, l’appartenenza religioso, insomma ogni genere di porcheria umana, per non parlare di come si trattano gli animali, ridotti a birilli, Insomma per tutte le schifezze possibili non si è sentito nessuna voce moralizzatrice. Ma ecco se mettiamo i gay allora tutto cambia, io non riesco ad avere rispetto per queste persone che decidono anche per me, mi fanno schifo il loro moralismo. Sono una vera lobby di persone che non meritano la mia considerazione, io voglio vivere in un mondo dove ognouno segua le sue diversità senza imporle a nessuno e nessuno deve imporle di seguire le mie. Io rispetto la mia diversità e difendo la loro uguaglianza. Nasciamo tutti donna,nelle prime due settimane siamo tutti XX, poi arriva YX per i maschi, ora cerchiamo di essere aperti al nostro passato di XX e accogliamo la diversità, in tute le sue dimensioni fisiche, religose, sessuali. Si ricordino queste persone che le parole di Sant’Agostino: Ama e poi fai quello che ti pare.

Ognuno diventa ciò che pensa….con amore per tutti cF

Attacco al videogioco con le famiglie gay "Minaccia l'educazione dei bambini"La tradizionale opposizione del centrodestra alle unioni tra persone omosessuali punta dritta alla realtà virtuale. Al centro di un vero e proprio fuoco incrociato di cattolici, esponenti di Udc e Pdl, è finito “The Sims”, la simulazione della vitaquotidiana “colpevole” di proporre, nel suo terzo capitolo, famiglie formate da gay e lesbiche e, quindi, di “minacciare” l’educazione dei bambini, tanto da poter essere paragonata alla pornografia. Almeno questa è la posizione di Carlo Casini, leader del movimento della Vita, ed europarlamentare dell’Udc, che oggi si è scagliato contro il gioco che consente ai protagonisti di formare coppie gay in grado di sposarsi e adottare bambini. “Non va venduto ai minorenni”, ha sentenziato. A dargli man forte, quei politici che, tra una condanna e l’altra delle violenze omofobe che avvengono in Italia, continuano a voler negare alle coppie Glbt gli stessi diritti di quelle eterosessuali. E che sono convinti che i diritti di questo tipo vadano contrastati anche a livello virtuale.

“È inaccettabile  –  ha detto Casini durante la trasmissione KlausCondicio – che un videogioco che entra nelle case di milioni di italiani permetta ad un bambino di 6-7-8 anni di creare una coppia gay, che può anche adottare bambini. Questi videogiochi sono molto pericolosi, minacciano l’educazione di  un bambino, la loro diffusione ha risvolti di carattere igienico-sanitario. Lo sviluppo della sessualità di un adolescente presenta inizialmente aspetti di omosessualità e bisessualità, che poi si armonizzano e l’eterosessualità diventa la regola. Questi videogiochi intervengono in quel momento di sviluppo parziale, in cui è normale che ci siano tendenze omosessuali che rischiano di essere fissate. Questo è un modo per fissare l’omosessualità”.

Casini annuncia di voler portare il problema all’attenzione dell’Europarlamento: “Vietare la vendita del gioco almeno ai minorenni (come è avvenuto con la pornografia) è una strada percorribile. Mi farò carico di intervenire in questa materia  sia a livello europeo che italiano”. Parole che trovano subito d’accordo il sottosegretario alla Famiglia, Carlo Giovanardi, acerrimo nemico (dichiarato) delle rivendicazioni dei movimenti Glbt. Dietro a “The Sims” c’è, secondo lui, una “campagna promozionale delle lobby che vogliono promuovere certi valori. Queste lobby promuovono una cultura in contrasto con le leggi di un paese, come nel caso del matrimonio gay che da noi non è consentito”. Giovanardi se la prende anche con i “libri destinati ai bambini, che invece di proporre una famiglia con papà e mamma, quando si parla di genitori ne propongono una di un papà con un papà”.  Il membro del governo Berlusconi, ricordando ai produttori del gioco che “il matrimonio uomo-uomo e donna-donna da noi è fuori legge”, chiama in causa la Costituzione: “Con queste iniziative viene tolta la normalità costituzionale per spiegare al bambino che invece è tutto lecito, tutto uguale e che possono essere messe sullo stesso piano situazioni che giuridicamente e costituzionalmente non lo sono. Questi videogiochi confondono le idee per cui si deve spiegare che il matrimonio gay non ha alcuna attinenza con la realtà. Auspico che i produttori lo facciano al più presto soprattutto se dovesse uscire la prossima edizione”.

Alla Costituzione si appella anche Rocco Buttiglione, vice presidente della Camera: “L’Italia ha una Costituzione che definisce cos’è la famiglia e c’è un attacco contro questo valore sociale. È in atto un tentativo pervicace di distruggere la famiglia come punto di riferimento culturale, in un più ampio processo di abbattimento dei valori nazionali. Si tentano di diffondere stili di vita che umiliano la famiglia”. Paola Binetti, deputato Udc, sostiene che il videogioco in questione non riflette “la rappresentazione della realtà e della famiglia in cui vivono i bambini”, dimenticandosi che, secondo uno studio del 2005, nel nostro Paese ci sarebbero 100mila bambini, figli di genitori omosessuali. Interviene anche l’associazione di telespettatori cattolici, Aiart: “Vietiamone la vendita agli adolescenti. Rischia di essere un pericolo per il corretto sviluppo della personalità dei bambini e di fare passare una visione fuorviante di famiglia”. “Una proposta di buon senso, quella di Casini  –  la definisce Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl – L’integralismo di certi omosessuali è inaccettabile al punto tale da far perdere di vista il vero obiettivo, che è la tutela dei minori”.

Il movimento omosessuale è compatto nel respingere la posizione dei politici del centrodestra. “In questa giornata di silenzio elettorale siamo sublimati dall’ennesima polemica che ad arte viene lanciata da Carlo Casini, eterno esponente del Movimento per la vita, che trent’anni fa proiettava nelle chiese filmati di aborti al settimo mese per far sì che venisse abolita la legge 194 e da Carlo Giovanardi, di cui si è già detto tutto il possibile  –  sottolinea Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia – Tutti questi campioni di educazione sessuale, che mai hanno pronunciato una parola di condanna rispetto agli abusi sessuali perpetrati dentro la chiesa, nei seminari, nelle scuole, negli oratori cattolici, che si oppongono all’uso del preservativo, dell’educazione sessuale, che contestano la scienza rispetto alla naturalità dell’omosessualità, hanno le carte in regola per chiedere una legge che bandisca le vite e gli amori delle persone gay da tutti i luoghi e tutti i laghi! Almeno per un giorno non potevano stare zitti?”.

“Un gioco  in cui essere omosessuali è una possibile variabile, non solo non altera la realtà, ma semplicemente la descrive con naturalità, poiché essere omosessuali è uno dei tanti naturali modi di essere uomini e donne”, dice Paolo Patanè, presidente di Arcigay, che aggiunge: “Viva dunque tutto quello che contribuisce a raccontare la vita, la società, le persone per come sono, perché contribuisce al benessere di tutti, all’equità e alla giustizia”.  “Sono le sue idee a essere pericolose per i bambini – osserva Paola Concia, deputata del Pd  – è l’integralismo di Casini e la sua mancanza di rispetto a minacciare lo sviluppo dei bambini che vanno cresciuti nella consapevolezza della diversità”. “Manca solo che contesti briscola e tresette e poi Giovanardi avrà fatto l’en plein delle assurdità di cui è primatista assoluto nella politica italiana”, commenta ironico Franco Grillini, presidente nazionale di Gaynet. Polemica tutta italiana, che difficilmente si potrà mai registrare all’estero, secondo Vladimir Luxuria: “Prima la pubblicità di Ikea, oggi il video gioco ‘the Sims’. Solo in Italia ci si stupisce che possano esistere delle famiglie omosessuali. Siamo davvero al limite del ridicolo”.

Read Full Post »

RICHIESTA IMPORTANTE DA UNO SCIENZIATO IMPORTANTE

 

Caro Valdo, cosa stai facendo a proposito dell’acrilammide?

Fammi sapere, ti saluto.

Nicola A. Uccella

MA, PhD (Cantab), CChem, FRSC (London)

Science Faculty, organic chemistry full professor

Royal Society of Chemistry Fellow

NY Academy of Sciences Member

IRESMO Foundation, Institute for Research in Europe on Molecular Science

c/o Chemistry Dept, Calabria University, Arcavacata, Rende (CS)

RISPOSTA

 

UN PROBLEMA IMPORTANTE E TENUTO DA 10 ANNI SOTTO LA SABBIA

 

Ciao Nicola, sicuramente non ti vengo ad insegnare nulla, ma è giusto che io espliciti l’argomento ad uso di chi legge il blog. Hai fatto bene a sollevare questo problema, che non è affatto secondario o marginale.

Le autorità ne parlano ma non abbastanza, anche perché hanno evidentemente la coda di paglia.

Qui si vanno ad intaccare enormi interessi nel settore fast-food, nel settore dolciario, nel settore dei dolcificanti e in quello delle bevande nervine.

ULTERIORE PROVA A FAVORE DEL CRUDISMO

“Troppa acrilammide sui piatti degli Europei”, è il monito dei ricercatori. La nocività di questa sostanza è terribile, in quanto spezza e altera le catene del nostro dna, provocando pericolose mutazioni genetiche.

Qui si parla di una ulteriore prova a favore del crudismo e del cibo naturale.

Una prova fondamentale che va ad aggiungersi a quelle sugli enzimi (Edward Howell), sulla leucocitosi da cibi cotti (Paul Kouchakoff), quelle sulla vitalità elettromagnetica (Andrè Simoneton) e quelle sulla organicazione minerale (Liebig e vari autori successivi).

INQUINANTE INSIDIOSO DALLA PROVATA PERICOLOSITA’

L’acrilammide è una sostanza chimica la cui velenosità è stata provata più volte sugli animali da laboratorio, ai quali causa gravi patologie di tipo tumorale.

Composto chimico che si forma negli amidacei durante la cottura a temperature elevate.

Si conosceva da anni come inquinante insidioso presente nel fumo di sigaretta, nelle combustioni industriali e petrolifere, nelle lavorazioni a caldo dei prodotti plastici, nella produzione di carta, collanti e cosmetici.

SOSTANZA PREOCCUPANTE SECONDO LA OMS E L’EFSA

A livello alimentare è stata rilevata per la prima volta nel 2002, grazie alla pignoleria di alcuni ricercatori svedesi.

Mancano prove documentarie di tipo numerico e statistico su danni specifici al corpo umano, ma è accertata e fuori di ogni dubbio la sua alta pericolosità, come confermato dall’OMS (Organizzazione Mondiale Sanità) e dall’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare), che già nel 2005 ha manifestato la sua preoccupazione per l’alta presenza di acrilammide nei cibi della gente.

Oltre che di danni al fegato e all’intestino, oltre che di cancro, oltre agli enormi guasti ai bambini svezzati malamente, si parla in particolare di danni alla virilità e all’attività riproduttiva, con notevole calo di spermatozoi nei soggetti maschi.

SOSTANZA MICIDIALE PER LE SCORIE MINERALI E LA SENSIBLILITA’ CHIMICA MULTIPLA

Sostanza definita neurotossica, genotossica e cancerogena.

Sostanza sicuramente implicata nelle patologie MCS (Multiple Chemical Sensitivity), come da mie tesine “MCS, ossia sensibilità chimica multipla, malattia del 21° secolo”, del 25/5/10, e “Un mostro di malattia chiamata MCS”, dell’8/6/10. Sostanza accumulatrice di scorie minerali tossiche, quelle che portano alle chelazioni. Sostanza sicuramente micidiale per il sistema renale e per il pancreas.

SOTTO ACCUSA LE COTTURE OLTRE I CENTO GRADI

Oltre che nei fumi di vario tipo sopra citati, nei vari prodotti della chimica a caldo, ritroviamo l’acrilammide nei prodotti cosmetici, nei deodoranti, nei prodotti di igiene intima, nei prodotti di torrefazione (caffè, the, cacao, orzo solubile), nei prodotti di panificazione (pane tenero, ma anche cracker tipo svedese, wafer e simili).

L’acrilammide è tipica degli alimenti amidacei e dei dolci sottoposti a cottura.

CARBOIDRATI CRUDI E CARBOIDRATI COTTI

L’idiozia e l’ipocrisia delle diete low-carb (Atkins, Zona, Dukan, ecc) sta nel condannare i carboidrati tout-court senza distinguere tra crudo e cotto, e nel promuovere al loro posto le velenose proteine nobili (Vedi mia tesina “Elogio del carboidrato naturale” del 12/8/09).

La sua presenza aumenta in proporzione all’intensità e alla durata delle temperature. Il limite di sicurezza è quello dei 100-120°C.

Sotto accusa le fritture con abbondanza di olio, le cotture al forno e alla griglia.

Nelle bolliture e nelle cotture al vapore non si è registrata presenza di acrilammide, in quanto non si superano i 100°C.

LA REAZIONE DI MAILLARD E LA PERICOLOSA ROSOLATURA

L’acrilammide si forma chimicamente attraverso una reazione di conversione dell’asparagina (o acido aspartico), amminoacido che si trova negli amidi e in particolare negli asparagi (quella sostanza poi che dà il classico odore solforoso a chi si è alimentato con asparagi, a condizione di avere reni efficienti che filtrino i solfuri e tutto il resto).

Asparagi, peraltro, che sono ottimi e fanno bene alla salute.

La reazione sotto accusa si chiama “reazione di Maillard”, e avviene a caldo tra un amminoacido e uno zucchero (glucosio, fruttosio, lattosio), conferendo aspetto rosolato e profumo ahimè gradevole al cibo.

Buon profumo di cotto non significa necessariamente salubrità dei cibi, tanto per intenderci.

MINIMIZZARE L’ACRILAMMIDE E’ UN DOVERE INDIVIDUALE E SOCIALE

La maggior parte dei prodotti cotti in circolazione contiene dosi che vanno dai 30 ai 200 mcg/kg, e sarà sempre preferibile puntare sul crudo o comunque su quei cibi che presentano i livelli più bassi, tenendo presente che 200 è considerato già un livello di guardia.

La prova che le autorità preposte ai cibi hanno la coda di paglia è eclatante.

Pur sapendo con certezza quanto l’acrilammide sia pericolosa, e quanto sia urgente intervenire, non hanno ancora stabilito un limite di sicurezza per le persone, e ancor meno un limite di tolleranza legale per i vari cibi in commercio.

ELENCO DEI PRODOTTI PIU’ A RISCHIO

Vediamo dunque di elencare i prodotti più pericolosi, per ordine di importanza:

1)    Patatine fritte (McDonald’s e simili): 1000 mcg/kg

2)    Cipolle fritte (KFC, Burger King): mancano dati, ma è ragionevole pensare che non siamo troppo distanti dalle patatine

3)    Caffè solubile istantaneo: 900 mcg/kg (il discorso vale anche per l’orzo solubile, il the, il cacao)

4)    Patate fritte: 600 mcg/kg

5)    Biscotti vari, cracker, wafer, salatini, bastoncini, fette biscottate, grissini: 500 mcg/kg

6)    Caffè normale torrefatto: 450 mcg/kg

7)    Crunch al cioccolato Nestlè: 221 mcg/kg

8)    Crossfield Choco Puffs Lidl: 192 mcg/kg

9)    Pane morbido bianco: 159 mcg/kg

10) Alimenti prima infanzia: 80 mcg/kg

STATISTICHE SETTORIALI

Interessante infine conoscere le statistiche settoriali sugli alimenti che contribuiscono di più alla accumulazione di acrilammide nella popolazione europea (probabilmente gli americani ci battono e gli asiatici ci seguono a ruota):

–  Patatine:                                                          16 – 30 %

–  Patatine croccanti:                                           6 – 46 %

–  Caffè:                                                              13 – 39 %

–  Dolci, panettoni, krapfen, crostoli e biscotti: 10 – 20 %

–  Pane, toast, breakfast cereals:                         10 – 30 %

PIU’ CUOCI E PIU’ DEVITALIZZI, PIU’ CUOCI E PIU’ AVVELENI

I dati di cui sopra si trovano scartabellando sulle varie ricerche pubblicate sulla rete.

Quello che conta di più è che l’alimentazione tradizionale, quella basata sul cotto, quella basata sulle scempiaggini della Macrobiotica, quella basata sugli imbrogli delle diete low-carb e low-sugar, quella basata sull’illusione della “ impeccabile” Dieta Mediterranea, quella promossa indecentemente da rubriche televisive tipo Gusto e Cotto e Mangiato, viene fuori sbugiardata e con le ossa rotte, da queste importanti rilevazioni.

Non solo più si cuoce e più si devitalizza il cibo, che è già di per sé un fatto noto ed aberrante. Ma succede pure che più si cuoce e più si avvelena il cibo, che è questione di criminale irresponsabilità.

TRIPLICARE FRUTTA E VERDURA CRUDA, QUESTA E’ LA SOLA RISPOSTA POSSIBILE

Morale della favola? Ancora una volta hanno ragione Pitagora, Ehret, Bircher-Benner, Shelton e, se permettete, anche l’autore della presente tesina.

Triplicare la frutta e la verdura cruda, ridurre al minimo i prodotti cotti, eliminare i prodotti stracotti e quelli di origine animale: una impellente necessità storica, ed anche un vero sgambetto alle multinazionali del cibo e del farmaco.

Valdo Vaccaro  (AVA-Roma e ABIN-Bergamo)

Read Full Post »

Lo yoga è sicuramente una psicologia, se intendiamo con questo termine l’osservazione, a scopo conoscitivo, dell’animo umano. L’osservazione finalizzata alla conoscenza comporta la libertà di visione, dunque la psicologia dello yoga è innanzitutto liberazione degli organi e delle funzioni percettive da ogni tipo di condizionamento.

La nostra mente non è uno strumento che serve a conoscere la realtà, ma è un mezzo per interpretare il reale e crearne una rappresentazione che è ciò che gli antichi chiamavano mâyâ, gli scienziati definiscono paradigma e gli psicologi mappa del reale. Questa mâyâ è l’illusione, il sogno a occhi aperti che tutti vivono quasi sempre identificandolo con la realtà.

Vedere, sentire, toccare, gustare, odorare: il funzionamento dei sensi è retto da operazioni mentali. Quando l’individuo guarda, inconsciamente sceglie che cosa vedere, quando ascolta, sceglie, a un livello subliminale, che cosa sentire, ecc. È sulla base di queste scelte, determinate da una morale inconscia e meccanica, che l’uomo costruisce il proprio modello del reale.

Molti grandi maestri spirituali, da Aurobindo a Krishnamurti, hanno sottolineato l’importanza della assoluta libertà dell’osservazione per poter praticare uno yoga e hanno posto l’accento sulla necessità di concepire ogni modello religioso o culturale come tale, cioè come modello della verità e non come la verità, poiché, essi hanno precisato, la verità è oltre ogni religione dogmatica, oltre ogni scienza, cultura, sapere non rivelato ma costruito dalla mente.

«La mente è il grande distruttore della realtà », affermano i Veda.

Lo yoga si compone di tecniche psicofisiche che, lungi dal rivolgersi a un tentativo di modificazione dei tratti della personalità, hanno il fine di liberare l’individuo dalla personalità stessa.

La personalità (la parola «personalità» proviene dall’etrusco persu e significa «maschera») è il modello che ciascuno ha di se stesso e del mondo.

Lo yoga non ci propone un modello di personalità oppure un modello sociale, religioso, scientifico o psicologico un po’ migliore rispetto agli altri: lo yoga è la via della trascendenza di ogni paradigma in nome della ricerca della verità.

Credere che il proprio modello del reale sia la verità è alla base della formazione di quell’atteggiamento della coscienza che viene generalmente definito ego.

Concepire l’apparenza in quanto tale e riuscire a esistere simultaneamente dentro e fuori da essa, questo è definito come Sé, ovvero l’essere Testimone.

La verità è visibile solo dal Sé, e lo yogin che cerca il Sé vive nell’identità con il Sé, sapendo di non essere la propria mente, né, la propria emozione né il proprio corpo.

Non si può cercare il Sé se non essendo il Sé, giacché, sulla via della realizzazione, il cammino è identico alla meta e l’oggetto ricercato è lo stesso soggetto che ricerca.

Fino a che vi è nell’uomo la sensazione di non essere adeguato a un modello psicofisico di salute, fino a che permane una tensione che lo spinge a voler cambiare qualcosa di sé o della natura, egli è vittima dell’ego e quindi prigioniero dell’apparenza, non ha ancora inteso la propria natura come Sé, egli sta praticando lo yoga mediante l’ego e questo, nello yoga, significa aver già fallito.

Poiché gli opposti si creano vicendevolmente, sono i modelli stessi di salute che inducono le malattie, ecco perché Aurobindo afferma che un tempo, prima dell’avvento della scienza medica, l’uomo era naturalmente sano. La malattia è implicita nel tentativo di cura e solo quando è caduto qualsiasi tentativo di questo genere l’uomo realizza la propria vera natura che nello yoga è espressa nel mantra So’ham, ovvero «io sono Lui, io sono Quello».

Lo yoga non è terapia e non può essere assimilato a nessuna forma di terapia o psicoterapia, a meno di non venire snaturato. Qualsiasi terapia implica un modello di salute e malattia dal quale lo yogin deve sentirsi libero. Lo yoga è il cammino attraverso il quale l’individuo può giungere ad afferrare, nella mente, nell’emotività e nel corpo, l’apparenza in quanto tale, gustando simultamente, oltre ogni apparenza, la verità che è definita come Sat (potere di esistere), Cit (conoscenza), Ânanda (gioia).

«Che tutto in te sia gioia, questa è la tua meta», scriveva Aurobindo. La libertà è gioia, ma paragonare la ricerca di questa gioia alla ricerca della salute psicofisica che caratterizza tutte le vie terapeutiche scientifiche o naturali, tradizionali o alternative, è a dir poco fuorviante. Lo yoga è la via verso la realizzazione, cioè verso l’essere reale.

L’io è l’atto della differenziazione della coscienza dal tutto, atto che ha lo scopo di ritrovare volontariamente il tutto. L’individualità è lo strumento attraverso il quale la natura si conosce, il miele si assaggia, il fiore annusa il proprio profumo… Questa autoconsapevolezza assoluta è ciò che viene definito il Sé. Il Sé, testimone dell’esistenza, deve poter incontrare il divino nella calma delle nuvole che spaziano lente nel cielo, ma anche nel potere dell’uragano, nel profumo di un fiore che si schiude, ma anche nell’impermanenza di un fiore che appassisce. Il divino che ruggisce nei tuoni e nei terremoti, infatti, non è né buono né cattivo, egli semplicemente è. Senza il superamento della morale che condiziona il funzionamento del sistema percettivo e fa tremare l’uomo di paura di fronte a ciò che appare indesiderabile, non si potrà mai essere testimoni della verità.

La gioia non è assenza di dolore, ma è una percezione libera ed equanime della vita, al di là della morale inconscia.

La morale inconscia che condiziona la percezione della realtà sprofonda metà del cosmo nell’inaccettabile e l’altra metà nell’inarrivabile. L’uomo finisce allora per essere quella nullità che abita lo spazio tra l’impossibile e il non conquistabile e che si dibatte per sfuggire a una sofferenza, un’imperfezione, una malattia, una morte che egli non è in grado di concepire quali mere apparenze o suoi stessi prodotti.

Questo dibattersi, qualunque cosa sia, non è yoga.

In Occidente lo yoga, snaturato e assimilato a un metodo terapeutico, viene spesso a far parte della grande industria della salute. I suoi praticanti appaiono individui alla ricerca di un sistema per superare quei tratti della loro personalità o del loro corpo che non sono ancora riusciti a vivere quali strumenti del loro stesso potere di gioia e libertà.

«Gli dèi sono diventati malattie» diceva Jung. Così, lungi dal divenire testimoni della loro impermanenza, ansia, impotenza, solitudine o rabbia, quei praticanti cercano nell’apparente calma delle tecniche di rilassamento la fuga dal Sé. Shiva, il Signore dello Yoga, la divinità che ruggisce nella natura, nel corpo e nella psiche degli individui per richiamarli a sé, rimane il loro incubo.

Le religioni e le culture moralistiche hanno diviso il cosmo in materia e spirito e ne hanno fatto dei modelli basati su leggi di causa ed effetto le quali uccidono la forza del mistero e il potere della fede, hanno diviso il microcosmo umano in inaccettabili e inarrivabili, in malattie, devianze, handicap, follia da un lato e salute o normalità dall’altro. Queste religioni e culture, che sono servite alla formazione e coesione dei grandi imperi, come l’impero romano, e che sono funzionali ai moderni imperi economici, sono state, forse, necessarie al movimento di differenziazione della coscienza umana dalla natura, movimento che, come si diceva, ha lo scopo di creare l’io quale strumento di riconoscimento cosciente del tutto.

All’origine di ogni religione o cultura vi è stato un vero slancio spirituale e rivoluzionario che, però, è stato successivamente spento nei processi di codificazione, canonizzazione e istituzionalizzazione. Neppure lo yoga si è salvato da questo destino, infatti il cosiddetto yoga classico di Patanjali è, con i suoi yama e niyama, leastinenze e le osservanze morali, il momento della moralizzazione dello yoga antico che è rappresentato dallo yoga shivaita e tantrico.

Notiamo inoltre che anche il processo di industrializzazione dei popoli ha dimostrato di accompagnarsi a una forte moralizzazione sociale. Noi europei, che ci troviamo nella cosiddetta fase post-industriale, ci stiamo faticosamente lasciando alle spalle quel pesante moralismo che, invece, possiamo osservare cresce nei paesi che, come l’India, stanno conoscendo oggi l’industrializzazione.

La morale è, a livello psicologico profondo, responsabile dell’atteggiamento violento dell’uomo nei confronti della natura che ha portato questo pianeta alle soglie del disastro. Osservata attraverso il filtro del giudizio morale, la natura appare come una sorta di madre nera, aggressiva, spietata, culla di dolore e di morte. La ricerca del benessere dal punto di vista della morale è un tentativo di rimuovere dall’esistenza tutte le forze apparentemente malvagie, tentativo che lascia l’esistenza assolutamente incompresa e impedisce all’uomo, spaventato da una malvagità che è reale solo fino a che la si crede tale, di vivere la vita per davvero.

L’istinto è espressione dell’etica naturale la quale, a differenza del giudizio mentale, non è opposizione ma coincidenza degli estremi. La natura che, pensata attraverso il giudizio morale appare quale madre nera, diviene il riflesso della madre celeste se vissuta attraverso l’etica istintiva.

Nell’uomo primitivo, come nel bambino neonato, l’istinto è il principio incosciente che guida la vita. Perduto, negato, ribaltato nel giudizio razionale, l’istinto può finalmente essere riscoperto e vissuto consapevolmente dall’uomo attuale. Ogni cosa per essere cosciente di sé deve prima perdersi, tutte le cose per riconoscersi devono prima negarsi.

L’istinto, perduto e ritrovato, può finalmente divenire cosciente di sé e riconoscersi nell’anima.

All’origine di ogni religione vi è una spiritualità di natura fondata sull’etica istintiva nella quale gli opposti coincidono. Prendiamo come esempio la più dualistica di tutte le religioni, quella di Zarathustra. Nel suo stato puro questo dualismo è la lotta tra il bene e il male, la luce e le tenebre, tra due princìpi opposti che provengono, però, dalla medesima origine. Il male e il bene sono due aspetti diversi dello stesso principio divino che comprende il tutto in sé. Prima che il mondo divenisse preda del male (che noi potremmo identificare con la mâyâ, la rappresentazione mentale, morale del reale che copre la realtà al fine di permettercene un ritrovamento cosciente) e prima che scoppiasse la lotta tra i due principi opposti: il male, che vuole tenere la coscienza prigioniera dell’apparenza e il bene che la vuole liberare, esisteva uno stato unitario. All’origine non vi era alcun conflitto e tutto ciò che è stato spezzato, è stato diviso all’unico scopo di venire riunificato.

Concepita quale apparenza, l’esistenza del male è un atto d’amore che ha lo scopo di nascondere alla consapevolezza umana la visione dell’unità per permettere all’uomo di trovare in modo autonomo, volontario e cosciente la totalità.

Il dualismo della religione di Zarathustra non ha potuto conservarsi nel suo stato puro. Le masse incolte che ne hanno ricevuto gli insegnamenti e le leggende le hanno modificate in conformità con la loro capacità spirituale e mentale.

Nella maggior parte dei casi il dualismo e la conseguente moralizzazione degli insegnamenti e delle leggende religiose o mitologiche è conseguente alla loro volgarizzazione.

Il moralismo, che ha reso le religioni e le culture funzionali agli imperi, poiché ha depauperato l’individuo delle sue forze più selvagge e indomabili, le quali coincidono con il potere di autorigenerazione del suo corpo e con la spinta spirituale della sua anima, è una forza che non proviene dall’azione di ipotetici padroni-carnefici, più di quanto non provenga dai popoli sottomessi. In questo gioco non ci sono carnefici né vittime, ma tutti sono ugualmente responsabili del proprio smarrimento nella confusione, smarrimento che, però, prelude alla più grande conoscenza e libertà.

Lo shivaismo è una religione istintiva, è la prima forma di slancio spirituale e di indagine psicologica dell’umanità. Shiva è il padre di tutte le divinità di natura, di ogni sciamano e guaritore.

Il tantrismo è la sola forma sotto cui lo slancio spirituale e rivoluzionario che è alla base della religiosità e della cultura umana, è giunto intatto, persino nei suoi aspetti pratici e rituali, fino ai nostri giorni. Il panteismo, il dionisismo, i culti egizi e le altre grandi religioni e culture di natura non hanno avuto la stessa fortuna del tantrismo.

Il tantrismo, grazie al suo carattere esoterico, e, come afferma A. Daniélou, grazie alla struttura a caste della società indiana, ha portato intatta fino ai giorni nostra la propria caratteristica di spiritualità naturale non dualistica, senza che essa potesse né venire svilita da un processo di massificazione, né condannata e distrutta quale eresia.

È indispensabile che da noi occidentali, amanti e praticanti dello yoga, parta una spinta decisa a ritrovare lo yoga nelle sue vere origine shivaite e tantriche, lasciandoci anche guidare dalle profezie degli antichi che indicano nel tantrismo una pratica di fondamentale importanza per gli uomini della nostra epoca: «Durante il Kali-yuga il Gran Dio Shiva, il pacificatore, blu scuro e rosso, si rivelerà sotto mentite spoglie per ristabilire la giustizia. Coloro che andranno a lui saranno salvi» (Linga Purâna).

Read Full Post »

Wouter WeylandtCredo che si veramente brutto che nessuno ha previsto che passando con il giro su strade piccole sotto dimensionate possa accadere quello che è accaduto. Ma chi disegna questi percorsi ci  pensa al rischio, oppure se ne frega anche perchè non è lui a salire in sella, oppure si guarda solo l’interesse dei comuni disposti a pagare per l’arrivo del giro. In questa italietta fatta di tangenti e mazzette ormai nessuno si occupa della sicurezza, anzi bisogna mostrare la forza e la pericolosità per attrarre sempre più pubblico e quindi sponsor. Si muore per la stupidità dei dirigenti e ispettori inebetiti dal denaro. Credo che in qualsiasi attività umana vada sempre difesa la vita a qualsiasi costo. Mi dispiace vedere che tutto oggi e ripreso regolarmente senza dare peso a quello che è successo. Mi dispiace  per Wouter ma credimi non tutti gli Italiano sono come gli organizzatori e sponsor del giro, c’è anche chi si commuove e si ferma per ricordarti degnamente. La mia anima è nella tua cF

Non è mai facile parlare di morte nello sport. E lo è ancor di meno quando questo avviene durante una corsa di ciclismo, uno disciplina che per sua natura dà sempre l’impressione di movimento, di velocità, di vita che continua, di gente festante. Lo stesso Giro d’Italia, che sale e ridiscende il paese davanti a una siepe di tifosi, ma anche semplici curiosi che a volte neppure sanno chi è il vincitore, è uno specchio di questa vitalità che sembra reiterarsi all’infinito, anche di fronte alla morte.

Così quella in diretta tv di Wouter Weylandt, 26 anni, ciclista belga della Leopard-Trek, colpisce ancor più duramente. Intanto perchè la corsa, quasi per inerzia, è andata avanti lo stesso. C’è sempre infatti un motivo per non comunicare in diretta la morte di un corridore, anche per rispetto ai familiari. Però lo stridore resta, nonostante la buona volontà e le buone ragioni dell’organizzazione. E poi per la casualità: un maledetto pedale che, in una discesa, tocca contro un muretto. E quindi il volo, una ventina di metri, in cui il belga perde il controllo e picchia la testa contro l’asfalto. Non era una tappa particolarmente importante, e comunque destinata a velocisti di prima fila, come Petacchi o Cavendish o qualche altro campione dello sprint. Ma in questi casi non si calcola, c’è la discesa e si va giù, in picchiata, perchè questo è il mestiere di un corridore. Se calcola troppo, si può fare un altro mestiere. Viene in mente, un altro drammatico incidente, un’altra vita persa, che è rimasto impresso nella memoria collettiva. Avvenne nel 1995 al Tour de France, ma l’impatto fu così devastante che fu come se fosse vissuto al Giro d’Italia. Ci riferiamo alla morte di Fabio Casartelli. Fabio cadde lungo la discesa del Colle di Portet-d’Aspet battendo violentemente la testa contro un paracarro: morì durante il trasporto in elicottero all’ospedale di Tarbes, senza aver mai ripreso conoscenza. Un trauma devastante. Senza casco, perchè allora il casco non era ancora obbligatorio, Casartelli non ebbe scampo. Correva nella Motorola, la squadra di Lance Armstrong. Il campione americano, in una tappa successiva, gli dedicò la vittoria alzando le mani al cielo. La morte di Casartelli, vissuta così in diretta, spazzò via ogni dubbio sull’utilità del casco. Ci furono ancora delle resistenze, ma alla fine, se si è arrivati a cambiare il regolamento, lo si deve anche alla morte di Casartelli.

La contabilità delle vittime, in una corsa come il Giro d’Italia nata nel 1909, è sempre difficile. Si rischia di dimenticare qualcuno. Weylandt comunque è il quarto atleta a perdere la vita nella storia del Giro. Andando a ritroso nel 1952, nel corso della Siena-Roma (quarta tappa), il veneto Orfeo Ponsin perse il controllo della bicicletta nella discesa della Merluzza e si schiantò contro un albero. Era il ciclismo del dopoguerra, quello dominato da Bartali e Coppi. La tv non c’era. La notizia arrivò via radio, come arrivavano tutte le notizie sportive, e non solo.

Ci si avvicina ai giorni nostri. L’edizione del 1976 fu funestata dalla morte dello spagnolo Juan Manuel Santisteban, vittima di una caduta nella prima frazione a Catania. Nel 1986, invece, la volata sul traguardo di Palermo fu fatale per Emilio Ravasio, in coma irreversibile dopo la caduta in volata. Sembrava fosse un incidente da niente, una piccola botta. Invece, Ravasio si sentì male qualche ora dopo. Ma ormai, per salvarlo era troppo tardi.

Come malamente si dice, una tragica fatalità. In realtà, forse, se Ravasio avesse avuto il casco, si sarebbe salvato. Un incidente che ricorda quello di Serse Coppi, fratello del “campionissimo” Fausto Coppi. Serse nel 1951 cade ad un chilometro dall’arrivo del Giro del Piemonte. Anche lui finisce la gara ma muore la notte successiva. E per Coppi fu come se morisse una parte di se stesso.

Genova -Con la morte nel cuore. I 216 km della quarta tappa del Giro d’Italia saranno una lunga sfilata silenziosa dallo scoglio di Quarto (dove partì l’impresa dei Mille di Garibaldi) fino al traguardo di Livorno. Commozione e lacrime in ricordo di Wouter Weylandt, morto ieri nella discesa del Passo del Bocco.

I compagni in lacrime “Oggi non è un giorno per stare da soli, è importante partire per il ciclismo e per la famiglia di Wouter, che ci ha espressamente chiesto di partire questa mattina” ha detto Brian Nygaard, team manager della Leopard Trek, la squadra di Wouter Weylandt. “La famiglia non ha ancora deciso se sarà presente all’arrivo di oggi a Livorno – ha aggiunto Nygaard -. Ieri sono stati con noi e abbiamo condiviso questo momento difficile”. Nygaard ha anche ringraziato i mezzi di informazione e l’organizzazione per come la vicenda è stata trattata e gestita.

Campane a lutto Le campane del santuario di Montenero e della chiesa di San Jacopo, a Livorno, suoneranno a lutto oggi, al passaggio dei corridori, durante la quarta tappa del Giro d’Italia che si concluderà a Livorno, in ricordo di Weylandt. La decisione è stata presa dal Comune e dalla Diocesi di Livorno. I rintocchi a lutto verranno dalla campana maggiore del Santuario mariano dedicato alla Madonna delle Grazie di Montenero (patrona della Toscana) e le campane della chiesa di San Jacopo che si trova a fianco dell’Accademia Navale e a poche centinaia di metri dal traguardo della Terrazza Mascagni.

Il riconoscimento Anne Sophie, la moglie di Weylandt, è stata all’obitorio dell’ospedale di Lavagna per il riconoscimento della salma. Insieme a lei anche il padre del giovane ciclista della Leopard, arrivato ieri a Malpensa subito dopo la notizia dell’incidente. In tarda mattinata, invece, il dottor Armando Mannucci, responsabile della medicina legale dell’Ospedale di Lavagna riceverà l’incarico dal sostituto procuratore Francesco Brancaccio per l’esame autoptico.

L’autopsia Weylandt è morto sul colpo e “non ha sofferto”. Lo ha detto il medico legale Armando Mannucci al termine dell’autopsia sul corpo del ciclista belga. Secondo gli accertamenti medicolegali, le lesioni riscontrate sul cadavere sono compatibili con la ricostruzione dell’incidente fatta dalla polizia stradale. Secondo il medico, fatale per il corridore è stata la proiezione del corpo sull’asfalto, che ha provocato un trauma cranio-facciale mortale, con lesioni alla base cranica, profonde lesioni viscerali oltre alla frattura di una gamba e lesioni al bacino. Il medico legale ha disposto gli esami tossicologici di routine inviando i campioni dei tessuti degli organi interni all’istituto di medicina legale di Genova. L’autopsia è durata due ore e mezzo ed è da poco terminata. Sono al lavoro i necrofori che renderanno il corpo ostensibile per la camera ardente.

 I ciclisti del Giro d’Italia, con fascia nera al braccio, partecipano oggi alla “tappa del lutto” per Wouter Weylandt, dopo che il corridore belga è rimasto ucciso ieri in una rovinosa caduta.

Gli organizzatori hanno stabilito però che la tappa non varrà per la classifica finale.

“La tappa sarà neutralizzata”, ha detto il direttore del Giro Angelo Zomegnan al nastro di partenza della frazione odierna di 216 chilometri tra Quarto dei Mille e Livorno.

“Ogni squadra si alternerà per 10 chilometri in testa al gruppo”.

Weylandt, di 26 anni, è morto dopo essere caduto di bicicletta ieri in discesa dal Passo del Bocco.

“E’ stato un giorno terribile, come ogni morte in questo sport è terribile”, ha sottolineato Zomegnan.

Il ciclista britannico in maglia rosa David Millar ha detto ai giornalisti: “Wouter era un ragazzo che non avresti mai pensato potesse morire. E’ uno shock perché era così pieno di vita”.

I corridori hanno osservato un minuto di silenzio prima di cominciare la tappa.

Renato Di Rocco, presidente della Federciclismo, dopo la morte del belga Wouter Weylandt nella terza tappa del Giro d’Italia parla dei soccorsi. “L’organizzazione ha fatto quanto era possibile. La tragica scomparsa Wouter Weylandt è un fulmine a ciel sereno che ci lascia sgomenti. Il mio pensiero va prima di tutto ai famigliari, ai compagni di squadra, dirigenti e tecnici, alla Federazione Ciclistica Belga, intorno ai quali si stringe tutto il movimento ciclistico come una grande famiglia. Siamo tutti colpiti da questo lutto provocato dall’imponderabile che è sempre in agguato nonostante le misure e i mezzi predisposti per garantire le massime condizioni di sicurezza. Da questo punto di vista l’organizzazione ha fatto quanto era possibile con grande professionalità e tempestività. Di fronte a una tragedia come questa ogni parola è inadeguata”.

Cordoglio di Andy e Frank Schleck per la tragica scomparsa del compagno di squadra Wouter Weylandt, morto ieri dopo una terribile caduta durante la terza tappa del Giro d’Italia. “Non abbiamo solo perso un compagno di squadra ma anche un amico. Sono senza parole. Lacrime di tristezza. Le mie condoglianze alla sua famiglia. Non ti dimenticheremo mai, Wouter”, scrive Frank su Twitter.
“Non ci sono parole per descrivere come ci sentiamo. Siamo tutti scioccati. E’ una giornata di lacrime, in cui condividiamo la terribile perdita di Wouter. Riposa in pace amico mio, amico nostro”, le parole di Andy.

Muore un ciclista in gara, e scatta la macchina comunicativa del cordoglio generalizzato. Le notizie sulla vita personale della vittima, il dolore dei colleghi, il cordoglio degli organizzatori, e il dubbio sull’eventualità di far continuare o meno lo spettacolo. Che ovviamente va avanti, ci mancherebbe altro. Tutto già visto.

Era successo altre volte, è successo ieri con la tragedia che ha travolto il 26enne belga Wouter Weylandt durante la terza tappa del Giro d’Italia. Un rito già visto, che potrebbe anche essere ignorato limitandosi a testimoniare il personale cordoglio per la vita prematuramente spezzata, e in modo assurdo. Ma c’è una ragione che deve portarci a non liquidare l’episodio come l’ennesimo d’una catena tragica, e a pretendere che si dica basta a un certo modo di costruire lo spettacolo del ciclismo evenderlo al pubblico. Mi riferisco alla sciagurata esaltazione che viene fatta di questo sport come d’un banco di prova per aspiranti superuomini, sottoposti a sollecitazioni sempre più severe e ai limiti del sopportabile. Fra coloro che adesso orchestrano la macchina mediatica del lutto (facendone un derivato del grande spettacolo del Giro d’Italia) si ritrovano anche molti fra quanti, nelle scorse settimane, esaltavano le durezze dei tracciati, la loro alta selettività, e quelle tappe ai limiti dell’umano. Tutta roba propedeutica alla costruzione e alla narrazione d’una mitografia, che però si scrive con la fatica e il sudore di persone in carne e ossa. I ciclisti. Condannati a essere superuomini, un po’ vittime e parecchio complici d’un meccanismo ormai stritolante. Dove sono adesso quei signori che propagandavano le asperità di certe tappe come una premessa di spettacolo? Perché non ammettono le loro colpe? Da una di quelle durezze è stata spezzata una vita. La vita di un uomo, stritolato da una macchina che voleva farlo superuomo senza concedergli altra scelta. È questa la vera emergenza del ciclismo. Il doping ne è soltanto un effetto collaterale. Fate tornare questo sport a essere una roba per esseri umani, ché tanta aspirazione alla superumanità è soltanto una folle danza di morte

Read Full Post »

Il linguaggio discorsivo imprigiona l’uomo in una sfera di mere apparenze, precludendogli la possibilità di svelare ciò che si configura quale intuizione immediata del fatto che l’esistenza umana è una forma di fenomenicità in grado di trascendere la sua stessa apparenza. Le parole hanno validità nell’àmbito della verità relativa, ma ogni discorso, in una prospettiva assoluta, è falso. L’errore, in tal caso, non concerne soltanto il valore di verità in senso logico, ma riguarda il modo di «essere nel mondo»: vivere nell’avidyâ è sofferenza, attraversare l’esistenza alla luce della visione illuminata è nirvâna. Non si tratta quindi di sostenere un punto di vista speculativo più convincente, avvalorato cioè da maggior rigore logico, quanto piuttosto di effettuare una scelta esistenziale, espressa in termini di opzione tra inautenticità dell’uomo, accecato dalle sue stesse illusioni, ed esistenza rischiarata dall’intuizione diretta di una Verità sempre presente, ma velata dall’«ignoranza».

Il discorso ordinario è subordinato ai canoni della comunicazione valida nell’àmbito dei modelli socio-culturali; il «silenzio» è transculturale, poiché non è condizionato né dalla storia, né dalla dimensione spazio-temporale dei fenomeni naturali. Tuttavia, c’è contrasto tra il silenzio del neonato, del muto, del catatonico e quello del mistico. Il primo esprime soltanto l’incapacità di comunicare, il secondo scaturisce dalla trascendenza delle usuali forme del linguaggio codificato.

Il bisogno di nominare le cose può assumere, talvolta, il senso di profanazione di ciò che deve rimanere avvolto nella sua sacralità. Il tentativo di definire una Realtà che sfugge ad ogni forma logica costituisce un atto di trasgressione nei riguardi di un segreto da custodire nell’intimità del silenzio. Tacere diventa, allora, un modo di manifestare una consapevolezza volta a proteggere l’ineffabile dalla curiosa invadenza di un intelletto che pretende di penetrare anche là dove la sua funzione appare quale indiscreta intrusione di un ospite indesiderato.

Il silenzio non è fenomeno acustico, ma atteggiamento mentale che, abbandonando ogni tendenza a interferire nell’accadere degli eventi, contempla le cose nella loro transitorietà. Ascoltando il canto degli uccelli di bosco, il tenue gorgoglio di un ruscello che scorre, il fruscio delle fronde vibranti al tocco della brezza primaverile: là c’è «silenzio», se la mente tace. I pensieri rappresentano, infatti, il vero ostacolo alla realizzazione del silenzio; mentre, se interiormente c’è uno stato di Vacuità, perfino il clamore di una folla o il frastuono delle metropoli non costituiscono affatto un problema. Il vero silenzio scaturisce dalla capacità di trasformare in serena osservazione degli eventi tutto ciò che appare, senza alcun coinvolgimento generato dal senso dell’io.

Meditazione significa ascoltare il «silenzio» della mente. Soltanto alla luce di questa esperienza si può recuperare il valore semantico della parola significativa, mirante a stabilire una comunicazione con chi condivide il bisogno di Verità: ogni altra forma di discorso rientra nella categoria della «chiacchiera» che tende a soddisfare istanze mondane.

Il corretto atteggiamento dell’uomo dovrebbe essere quello di lasciar parlare il «silenzio», riservando alla mente la più modesta funzione di mero strumento di ricezione di vibrazioni sonore provenienti da una dimensione spazio-temporale diversa da quella ordinaria. L’intelletto, al contrario, è arrogante, perché pretende di poter sentenziare su tutto, presumendo che la logica costituisca l’essenza della Realtà. L’orgoglio intellettuale rappresenta un ostacolo alla visione della Verità, in quanto il sentimento dell’io, contaminando lo spazio dell’interiorità con le sue istanze razionalistiche, impedisce alla Vacuità dei fenomeni di smascherare le apparenze dietro cui è celata.

La solitudine del «silenzio» è radicale antitesi di una mistificante socialità che tende ad attrarre gli individui verso scelte esistenziali ingannevoli, camuffando in tal modo l’essenziale Vacuità di ogni cosa.

I valori pragmatici e relativi di ogni organizzazione socio-culturale non possono smentire il fatto che, in un’ottica metastorica, qualunque modello sociale nasce dall’attività ludica dimâyâ, da un «gioco» che tende a velare la Verità. Il «silenzio» squarcia il «velo» di mâyâ, ponendo fine a quell’occultamento dal quale dipende una condizione umana di prigionia nell’apparenza del mondo. La liberazione assume, allora, la forma di un «silenzio» che sgorga dalla lontananza dalle ciarle mondane, da ogni vano sproloquio che pretende di definire vero o falso, bene o male, bello e brutto, da ogni seduzione volta ad adescare nella trappola degli attaccamenti e delle speranze di un domani migliore. Nel «silenzio» non c’è domani, là sussiste un semplice «qui e ora», un eterno presente che non vuole relazionarsi a nulla, né al passato, né al futuro. Allora, la vita è interamente attuata nell’attimo che si rinnova, sfuggendo alla transitorietà del divenire; anzi, il mutamento non genera più l’angoscia della perdita, perché è venuta meno ogni ragione di «guadagno e perdita»: l’esistenza non ha necessità di «andare» da nessuna parte. In questo librarsi in uno spazio sospeso, al di là del tempo scandito dalla storia umana, c’è la compiutezza del «vuoto», si afferma una rottura definitiva con il potere mistificante delle apparenze.

Le pratiche meditative costituiscono una sorta di propedeutica introduttiva al silenzio mentale: conseguito lo scopo, non è più necessario controllare la mente, dato che quest’ultima non rappresenta, ormai, un fattore di disturbo. Anzi, la mente può assumere la funzione di perfetto strumento di ascolto del «silenzio», non essendo più condizionata dal clamore mondano. Si potrebbe dire, quasi, che una specie di «sordità» terapeutica, dalla quale è stata affetta la capacità uditiva, permette alla mente di non percepire quanto non merita attenzione, consentendole di concentrarsi sull’essenziale.

La vera consapevolezza non è rappresentata dalla coscienza ordinaria, caratterizzata dall’identità personale e da un rapporto duale con il mondo esterno, ma è pura presenza osservante: il sentimento dell’io, negli stati profondi di shamatha, deve svanire. C’è consapevolezza, ma nessun io che si relaziona all’oggetto di osservazione. Quando il senso di identità, connesso alla temporalità storicizzata, riemerge, allora il mondo riacquista la sua connotazione di apparenza interpretata attraverso i filtri dell’intelletto. Entrare in samâdhicomporta un consapevole accesso all’inconscio: affermazione del tutto paradossale, dal punto di vista logico e psicologico; eppure, «stabilità mentale» significa proprio questo. Il silenzio del samâdhi è l’anticamera della Verità, dato che il senso di identificazione con l’immagine di sé, costruita sulla base della corporeità e dei contenuti della vita psichica, viene abbandonato per lasciare campo libero alla Vacuità.

L’avidyâ consiste nel confondere un’apparenza psicofisica con una realtà indipendente definita personalità. Questo errore di prospettiva determina l’attaccamento all’individualità fenomenica e, di conseguenza, al mondo. L’individuo, disconoscendo la sua radicale dipendenza dalla totalità interconnessa, compie un atto di orgoglio che lo separa dal fondamento dell’esistenza e lo sollecita a rivendicare una propria illusoria autonomia. «L’ignoranza», dalla quale dipende ogni sofferenza, consiste nel non «vedere» l’interdipendenza di tutti i fenomeni e, quindi, nel non riconoscere la Vacuità di io e mio. La «visione» che apre la porta della liberazione dal dolore non è generata dal sapere intellettuale, ma dall’abbandono della credenza nella sostanzialità dell’io. Allorché, infatti, l’individualità viene vista quale semplice apparenza, generata dai diversi fattori che la determinano, la Realtà si configura come vuoto di esistenza intrinseca di ciò che illusoriamente viene concepito come «entità» indipendente.

La mente ordinaria, caratterizzata dalla credenza in un io sostanziale, non è in grado di scoprire la Verità, poiché quest’ultima implica proprio lo smascheramento del falso sentimento di identità basato sull’idea di io. Il paradosso logico consiste allora nel fatto che quando emerge la Verità non c’è io; è soppressa, cioè, l’identificazione con la personalità empirica; e dove permane il senso dell’io non appare la Verità. Io e Verità sono due grandezze incommensurabili: l’una esclude l’altra.

La scelta dell’uomo è rappresentata dall’alternativa tra l’esistere per se stesso, nella fede illusoria di un sé indipendente, o il lasciare campo libero all’autorivelazione della Verità, attraverso la consapevolezza della mancanza di realtà in sé dell’individuo. Non c’è possibilità di relazione tra l’idea di io, intesa quale concetto relativo a un’entità sostanziale, e Verità, la quale comporta il riconoscimento della Vacuità di ogni apparenza: la loro incompatibilità può essere superata soltanto attraverso il «silenzio». Quest’ultimo infatti non pretende di definire alcunché, non discrimina, non propone soluzioni logiche: si limita ad attestare la semplice Vacuità di ogni cosa.

Il Buddha, seduto sotto l’albero della Bodhi, è simbolo della trasmissione di una Verità rivelata dal silenzio della meditazione. L’Ashvatta – l’Albero Sacro della tradizione iniziatica – sotto il quale il principe Siddharta ottenne il Risveglio, simboleggia l’Assoluto, mediante l’immagine della connessione tra i rami dell’albero che si protendono verso la Terra e le radici che s’innalzano verso il Cielo: chiara allusione simbolica all’interdipendenza tra la molteplicità fenomenica della vita e la Fonte dalla quale viene attinta l’energia manifestata nelle apparenze. La scelta dell’Albero, intimamente correlato all’Illuminazione, non è casuale, in quanto vuole evidenziare il fatto che la Verità non è svelata mediante l’uso del ragionamento, ma deve essere accolta come libera elargizione della Vacuità. Il «vuoto» è «silenzio», dal quale proviene la comunicazione del Dharma.

La mente, allorché si sforza di scoprire la Verità, è capace soltanto di produrre «rumori» che disturbano la quiete del «silenzio», condizione essenziale, quest’ultima, per chi si lascia «inondare» dalla Verità. Questa è sempre inesprimibile: si può soltanto scomparire nella Verità. Ma l’uomo teme la propria morte, perché scambia la fenomenicità per autentica realtà; di conseguenza, vede nella propria esistenza personale l’esclusiva possibilità di conferire senso alla vita. Di qui un atteggiamento mentale che porta a concepire il mondo come Verità dell’«essere», e il distacco quale annullamento dell’individualità. Ancorarsi ai valori mondani diventa, allora, una forma di difesa contro l’angoscia del nulla, generata dalla possibilità di perdere un io che, per confermare la propria illusoria esistenza, deve rimanere saldamente legato al mondo. Quest’ultimo non rappresenta, però, una realtà fisica, ma una costruzione mentale che mira a garantire all’io il suo bisogno di conferma. Si potrebbe ribaltare il senso del cogito cartesiano, affermando: «io esisto» in quanto c’è un mondo, non in quanto sussiste il cogito. L’io, quale falsa credenza in un’entità relazionata al mondo, svanisce, allorché le manifestazioni spazio-temporali vengono riconosciute nella loro essenziale Vacuità. Da tale consapevolezza non deriva una posizione di nichilismo, dato che le apparenze assumono il senso dialettico di antitesi della Verità: rappresentano infatti la «non verità» necessaria allo svelamento della Realtà. Vero e falso sono correlati: c’è Verità soltanto come smascheramento dell’errore.

Prendere le distanze dalla fallacità essenziale del mondo non implica negare la sua apparenza, ma significa riconoscerlo come «non verità». Lo svelamento del mondo quale illusorietà è la conseguenza di un bisogno di Verità e di Libertà assente nella dimensione fenomenica. Tuttavia, la Verità rimarrebbe inaccessibile senza la presenza di un mondo, sia pure irreale: la fenomenicità, proprio per il suo carattere di linguaggio simbolico che occulta la Verità, diventa, al tempo stesso, presenza allusiva di ciò che non può essere rivelato in modo diretto. L’evidenza percettiva della fenomenicità rimanda ad una prospettiva dalla quale ciò che appare reale, in termini empirici, viene riconosciuto nella sua essenziale Vacuità. L’intuizione della Verità si sottrae ad ogni forma di comunicazione razionale e, si potrebbe affermare, perfino alla funzione allusiva del simbolo, il quale rappresenta un tentativo di stabilire una relazione tra il noto e l’ignoto.

Saggio – in India – è sinonimo di muni, termine che indica «colui che è pervenuto al silenzio». Nel silenzio, infatti, le apparenze svelano la loro natura: effimere immagini simili a nubi fluttuanti nel cielo. A questo punto, ogni discorso perde la sua ragion d’essere, le parole si svuotano di ogni significato.

Protetto dal suo silenzio, lo yogin contempla con distacco lo spettacolo della mâyâSamâdhi non significa soltanto condizione yoghica di completa immobilità psicofisica, ma è altresì termine usato per indicare la sepoltura. Entrare in samâdhi implica, quindi, sperimentare la morte iniziatica. Lo yogin in samâdhi, per la società, è morto; la sua esistenza non è più coinvolta nelle vicende che vincolano alla dimensione mondana. Egli vive nella Verità, ma la sua esperienza non può essere trasmessa ai «dormienti», in quanto inaccessibile a livello profano. Il mondo, con i suoi problemi e i suoi valori, costituisce la condizione «onirica» della mente, mentre lo yogin in samâdhi vive nell’identificazione con la Realtà.

Il misticismo è crisi del linguaggio, inteso come tramite della comunicazione ordinaria. Esperienza ineffabile, attuata in una dimensione di solitudine trascendente il tempo, la storia, le culture, la società. Tacere: esito di un percorso interiore che, infine, schernisce le pretese della ragione e l’arroganza della parola. Sentiero iniziatico, precluso alle velleità del discorso che presume di poter definire il mistero. Consapevolezza totale che percepisce in ogni parola una dissonanza in contrasto con l’armonia di una Verità da contemplare in silenzio.

Il silenzio è come un fiore: sboccia attraverso i suoi ritmi di crescita. Soltanto allorché la mente ha abbandonato le sue istanze intellettualistiche, il silenzio fiorisce, rivelandosi atteggiamento adeguato al contatto con una Realtà che sfugge a ogni ambizione della ragione e ai sottili giochi della dialettica. Tentare di definire, mediante parole, la Realtà ultima significa estendere in modo illegittimo il campo di utilizzabilità dei termini, al di là del loro valore convenzionale, presumendo di potere includere nell’àmbito del discorso anche ciò che si sottrae alla tracotanza del pensiero discorsivo. Non è possibile conoscere, attraverso la logica, ciò che deve essere sperimentato come esito di una realizzazione spirituale. Tutti i discorsi concernenti il senso della verità ultima (paramârtha) sono falsi o inadeguati.

Se vogliamo penetrare nello spirito della tradizione indiana, dobbiamo cercarlo non tanto nelle dottrine filosofiche, sia pure profonde, quanto piuttosto in quei percorsi di purificazione mentale che trovano sbocco nel «silenzio» e nel distacco da ogni interesse mondano. Allorché il sentimento dell’ego si dissolve, il mistico vive immerso in una Luce i cui raggi non possono essere ostruiti dall’invadenza di «oggetti», che inevitabilmente proietterebbero «ombre». Avidyâ è dunque aggrapparsi alle «ombre», disconoscendo la Luce quale vera Realtà. Dalle «ombre» si può solo inferire l’esistenza della Luce; ma per accedere alla visione diretta è indispensabile che gli «oggetti» scompaiano e, assieme ad essi, le «ombre». Allora, non c’è più nessuno che guarda, nulla che possa essere visto, nessun suono, nessun discorso: nirvâna.

L’uomo ordinario non ama il silenzio, in quanto quest’ultimo comporta solitudine, capacità di stare con se stessi, senza andare alla ricerca di qualcosa o di qualcuno. Solitudine significa distanza da tutto ciò che un tempo ci aveva sedotti, abbandono di tutte le illusioni che ci avevano irretiti nel miraggio di una falsa realtà. Soltanto allora, l’esistenza palesa la sua vera natura: tragica conseguenza di un errore di prospettiva che la tradizione indiana definisce avidyâ. Abbiamo confuso, cioè, un mondo doloroso, impermanente, vacuo, per qualcosa di attraente, bello, appagante.

Si ritiene, di solito, che le dottrine indiane siano impregnate di profondo pessimismo, di un radicale sentimento di svalutazione della vita. Tale opinione – nella nostra epoca – è accreditata dalla prevalenza di scelte esistenziali fondate su valori edonistici e su una visione materialistica del mondo. Nella cultura indiana, l’affermazione personale non rappresenta un valore, bensì un’illusione fondata sulla presunzione dell’ego. Asmitâahamkâra definiscono l’attaccamento alla falsa immagine di sé che l’uomo oscurato dall’ignoranza tende ad alimentare con cura, identificandosi con la transitoria apparenza psicofisica. Non c’è sentiero spirituale, in India, che non miri a smascherare tale dolorosa illusione: l’individuo è soltanto una maschera, al di sotto della quale si cela la vera Realtà.

Liberazione significa soppressione degli impulsi che ci legano alla schiavitù delle passioni, degli attaccamenti, dei timori derivanti dalla fallace identificazione con la personalità fenomenica.

La cultura occidentale – dall’Umanesimo ai nostri giorni – ha costantemente esaltato la personalità quale espressione della più completa realizzazione della natura umana. Valori quali genialità, creatività dell’artista, abilità e astuzia del politico costituiscono, nel periodo rinascimentale, i nuovi paradigmi di un ideale umano che segna il tramonto dell’età medievale. La posizione dominante dell’individualismo ha caratterizzato il trionfo della società borghese, con la conseguente esaltazione del denaro, del successo, della bellezza fisica, della spregiudicatezza. Tali valori hanno impregnato l’evoluzione storica della società occidentale negli ultimi cinque secoli, determinando le aspirazioni e gli ideali di vita dell’uomo contemporaneo. Successo nella professione, accumulazione di capitali, beni materiali in grado di rendere la vita più confortevole rappresentano, oggi, la configurazione assunta, attraverso il mutamento storico, dai precedenti ideali umanistico-rinascimentali.

Nonostante il levarsi di qualche voce critica contro un modello sociale alienante e per certi versi disumano, le società di tipo occidentale hanno ereditato, amplificandolo, un ideale di vita che ha cominciato a prendere forma durante il Rinascimento: «l’uomo signore e dominatore della natura». Basti pensare all’ottimistico entusiasmo dei primi teorici della società industriale – come Bacone – o alle varie utopie avveniristiche, che prefiguravano in termini di recupero di un «Eden perduto» la futura società tecnologica. L’efficienza produttiva, lo sviluppo del metodo scientifico, il desiderio di programmare la trasformazione sociale, la sete di beni materiali e di esperienze entusiasmanti hanno generato il mondo occidentale odierno. Denaro e successo sono diventati gli idoli della massa. Si è diffusa, come un’epidemia, la frenetica smania di essere qualcuno, di apparire, di mettersi in mostra: dal cantante di successo al politico, dall’aspirante diva del cinema all’intellettuale, dal professionista all’uomo ordinario, ciascuno tenta in tutti i modi di offrire agli altri un’immagine di sé accurata e migliorata. Viviamo in una società «dell’immagine», di conseguenza le apparenze diventano più importanti della realtà. Cinema, televisione, giornali, pubblicità alimentano senza tregua questa urgenza di diventare «qualcuno», di uscire dall’anonimato, dalla mediocrità. L’uomo comune vive in uno stato di costante frustrazione, dato che, attraverso il confronto tra il suo tenore di vita e quello del personaggio di successo, si fa strada nella sua mente la consapevolezza di una scialba condizione di mediocrità avvertita come fallimento esistenziale.

Nella tradizione indiana, essere «nessuno» indica uno stato di libertà dal senso dell’ego e dal desiderio di possesso; in ultima analisi, è un indizio di liberazione da tutte le forme di schiavitù della vita. Non c’è dunque contrasto più radicale – tra Oriente e Occidente – di quello relativo al valore dell’individualità. Nell’occidentale, il sentimento dell’ego è talmente amplificato e radicato, sin dall’infanzia, che parlare con lui di «trascendenza dell’io» può esporre al rischio di essere scambiati per psicotici da curare con terapie intensive.

L’uomo occidentale di oggi vede scopi soltanto nella caducità; egli si aggrappa alla speranza di un domani migliore, immaginato come più completo appagamento dei suoi insaziabili desideri. La sua sensibilità non viene per nulla scossa da uno dei princìpi di base del Dharma buddhista: «sarvam anityam, sarvam duhkham» (tutto è impermanente, tutto è doloroso). Anzi, proprio l’evidenza della suddetta verità provoca in molti individui un sentimento di ribellione, che si traduce nel cieco impulso ad aggrapparsi con maggiore tenacia a cose, persone, situazioni, nel vano tentativo di immobilizzarle nel tempo, impedendone l’inevitabile scomparsa nel vortice del perenne mutamento.

La cultura dominante, nelle società di tipo occidentale, è fondata sull’esaltazione di valori radicati nel divenire storico e quindi nella transitorietà. Viviamo in un’epoca quasi del tutto immune dalla tentazione di cercare un senso conclusivo della vita. Perfino le speranze fideistiche dei credenti sono animate più da fattori educativi di tipo convenzionale, che non da autentica convinzione derivante da scelta consapevole. Tuttavia, quando l’uomo non avverte più il bisogno di confrontarsi con alcuni interrogativi fondamentali relativi al significato della vita, allorché, in altri termini, egli vede nella propria esistenza un fenomeno casuale dell’evoluzione cosmica, non può che generarsi, in lui, un senso di smarrimento e di angoscia al quale cerca di sfuggire aggrappandosi a traguardi precari o a fedi religiose vissute, più che altro, come sentimento di sicurezza derivante dall’adesione a una tradizione consolidata attraverso i secoli. Aspirare a una condizione di benessere garantita da valori mondani, mediante la ricerca di mete esistenziali radicate nella transitoria esperienza della dimensione storico-sociale, significa andare incontro allo scacco finale, ovvero allo smarrimento.

La vita non sembra affatto un processo volto ad assicurare agli esseri viventi uno stato di felicità. Tutt’altro! L’esistenza degli individui si rivela più come dinamismo governato da insopprimibili bisogni, che non quale sviluppo di qualcosa mirante all’appagamento e alla completezza. Tutto ciò si esprime in molteplici forme di irrequietezza e, di conseguenza, in un perenne guardare a nuovi obiettivi. Ogni traguardo, per la sua precarietà, costituisce soltanto un attimo di pausa volto a rigenerare le energie destinate a un rinnovato slancio verso qualcos’altro. La momentaneità di ogni gioia, la caducità di ogni meta raggiunta, il timore di perdere all’improvviso i vantaggi ottenuti rendono l’uomo sempre esposto al rischio di doversi separare da ciò che ama. La vita rivela, allora, la sua vera natura: duhkha, perenne rinnovarsi di un dolore cosmico individualizzato in innumerevoli modi. L’esistenza è lotta, tensione, rischio, desiderio, paura: stati mentali alimentati dalla necessità di garantire la continuità del processo vitale. Il saggio indiano afferma, dunque: «Tutto è soltanto dolore».

Allorché si fa strada la consapevolezza del carattere illusorio di ogni felicità mondana, soltanto a quel punto, i sentieri spirituali possono essere additati come riferimento sicuro volto a eliminare la sofferenza. Si tende, allora, ad uno stato di beatitudine (ânanda) del tutto emancipato dalle ordinarie circostanze del vivere quotidiano e dagli scopi sostenuti dall’attaccamento al senso dell’io e del mio. Quanto più, infatti, si aspira alla calma mentale, alla pace, al silenzio, tanto maggiormente svaniscono le motivazioni che prima avevano sostenuto una scelta esistenziale caratterizzata da frenetica agitazione, in vista di gratificazioni narcisistiche o di accumulazione di beni materiali. La vita, ora, acquista diverso significato: non ci sono più mete indicate dalla forza persuasiva del desiderio e delle altre passioni. Quale ragione, infatti, potrebbe spingere a cercare traguardi visti ormai come illusioni simili a un miraggio? Guadagno, successo, potere, amore sensuale, affetti familiari rappresentano valori solo per chi è immerso in una dimensione mondana. L’uomo, inserito nell’attuale società tecnologica, s’illude di poter vivere a proprio agio nella sfera della finitezza e della precarietà dei beni cui aspira. Il suo «orizzonte» è circoscritto ad una prospettiva del tutto orientata verso il mondo esterno: fenomeni della natura, e fatti politico-economici.

Viviamo in un modello di civiltà dove prevale una titanica volontà di potenza volta a dominare le forze della natura, al fine di ottenere vantaggi pratici sempre più rilevanti. L’uomo contemporaneo, quindi, non ama affatto sentir parlare di Verità ultima, di «assoluti», né a maggior ragione di morte, dal momento che quest’ultima gli rammenta che un giorno o l’altro dovrà lasciare tutto ciò che egli considera un bene. Di conseguenza, l’individuo preferisce occuparsi di titoli di borsa, di programmazione economica, di mercato e altre consimili forme di impegno; attività certamente più congeniali ai suoi smodati desideri e al suo bisogno di sicurezza economica, ma che, per analogia, ricordano il comportamento delle formiche, le quali ammassano provviste per l’inverno. In tale ottica, l’esistenza finisce col diventare sinonimo di temporalità: soltanto natura e storia vengono riconosciute come manifestazioni della Realtà; in tale prospettiva, appare problematico trovare un posto perfino per Dio. La trascendenza della molteplicità spazio-temporale – aspirazione che, in altre epoche, aveva sostenuto le istanze metafisico-religiose e il misticismo, ovvero aveva giustificato l’influenza delle religioni nella vita quotidiana – tende ormai a svanire, nell’àmbito di una civiltà dominata dalla tecnologia e dalle scienze.

Ciò che traccia una netta linea di demarcazione tra conoscenza scientifica e ricerca spirituale è lo scopo che le distingue: le scienze guardano al mondo esperibile tramite un approccio sensoriale e intellettuale, un sentiero di «liberazione» mira all’emancipazione da ogni illusione mondana. La conoscenza empirica tende a obiettivi pratici, ovvero a elaborare modelli teorici di interpretazione dei fenomeni che hanno come punto di partenza l’esperienza concreta di fatti osservabili, o tali da postulare una potenziale verifica. La ricerca spirituale ha finalità soteriologiche, mira a svelare la meta finale dell’esistenza. Quanto più l’uomo percepisce se stesso come prodotto della natura, tanto più le scienze assumono il monopolio del sapere accreditato nelle società materialistiche. La conoscenza scientifica si sviluppa come processo cumulativo che si attua attraverso l’elaborazione metodica di dati ed esperienze sempre più complessi. La conoscenza spirituale, vidyâprajñâjñâna-yoga, è svelamento di una Realtà celata dalle apparenze. Scienze e tecnologia possono manipolare esclusivamente fenomeni: la loro sfera d’indagine e i conseguenti risultati concernono le manifestazioni empiriche dell’esistenza spazio-temporale. Non è possibile alcun passaggio scientifico dall’apparenza al Reale.

La spiritualità mistica scaturisce dall’anelito verso la trascendenza dei valori storico-culturali, visti come limitazioni insite in tutto ciò che si manifesta nella temporalità e nel mutamento. Eterno, Nirvâna, Assoluto, Regno dei Cieli sono termini convenzionali che alludono all’alterità radicale rispetto al mondo: essi implicano distacco da tutto ciò che ha valore e significato nell’àmbito dell’esperienza profana. L’ascesi è atteggiamento che nasce dal riconoscimento di una sostanziale inconciliabilità tra sacro e profano, tra esistenza immersa nel mondo e autentica libertà. La morte iniziatica del samnyâsin rappresenta – in India – la scelta di colui che si pone «di là degli stadi della vita e delle caste sociali» (ativarnâshramin). Mediante tale rinuncia prende forma umana la testimonianza di una Verità che risulta inaccessibile alla grande maggioranza del genere umano.

Una spiritualità – quella indiana – che alla società occidentale appare estranea e incomprensibile, dal momento che la storia d’Europa è stata contrassegnata dalla presenza del cristianesimo. La chiesa cattolica, oggi, invita i fedeli all’impegno nel mondo, ai fini di un miglioramento della società: valori quali la famiglia, la solidarietà sociale, l’aiuto agli emarginati, le missioni in diverse parti del mondo rappresentano i punti salienti dell’impegno cattolico nel mondo. Diversamente, la liberazione (moksha) – nelle tradizioni dell’India – non riguarda il tempo, né la storia, con i suoi drammatici avvenimenti, e neppure i problemi della vita quotidiana, con le sue inderogabili necessità pratiche. Liberazione significa non sentirsi più vincolati agli scopi di un’esistenza ingannevole, caratterizzata dall’inevitabile rinnovarsi di un processo di sofferenza.

Read Full Post »

(Conferenza di Soave-Verona, 5 Maggio 2011)

DIO NON AMA CHI UCCIDE

Gli ultimi papi, santi e non-santi, hanno ripetuto spesso la frase “Dio non ama chi uccide”.

E la gente ha subito pensato che quell’uccidere si riferisse all’uomo soltanto.

Ma il non-uccidere biblico va inteso in senso lato.

Se fosse limitato all’uomo reciterebbe “Dio non ama chi commette omicidio”.

Cosa costa a papa Ratzinger dire con chiarezza che “Dio non ama chi uccide i suoi simili, umani o animali poco importa?” Il motivo è troppo evidente. Manderebbe in grave crisi preti, monsignori, vescovi e cardinali, tutti intenti a trafficare sulle loro tavole imbandite di capretti, lepri e capponi, oltre che con fiaschi di Chianti, Merlot e Cabernet, rigorosamente d’annata.

La chiesa non ha affatto aiutato il mondo a migliorare, a diventare più umano e meno vampirista.

VERONA, LA CITTA’ DI GIULIETTA E ROMEO

Nessuna retorica, nessuna idealizzazione e nessuna demonizzazione geografica, in quello che andiamo a dire. Il nostro bel paese italico sarebbe tuttavia molto più bello, più giusto, più sereno e felice, se non esistessero in ogni suo angolo luoghi di sofferenza e di morte chiamati macelli, e se la gente onorasse sempre e dovunque Dio e le sue creature.

Ma qualche differenziazione è giusto farla. Verona non è Parma, non è Reggio Emilia, Modena o Bologna, mentre Soave non è San Daniele del Friuli. Tutte località incantevoli, ma rese tristemente famose dalle loro peculiari tendenze macellatorie e carnivoristiche.

A parte il pollo Arena, e forse qualcos’altro che mi sfugge, Verona rimane la città della passione amorosa, la città di Giulietta e Romeo, con dintorni che ospitano il Garda, uve e pesche, arance e olivi.

Un’oasi climatica ed ecologica a ridosso delle Alpi.

UN SALUTO AGLI AMICI DI SOAVE

Che dire poi di Soave? La parola dice tutto.

Dal latino soàvis, ovvero dotata di una grazia delicata che offre sensazioni piacevoli, come la carezza amorosa di una bella donna.

Buona sera a voi amiche e amici di Soave e dintorni.

Parleremo di cibo, di salute e di igiene naturale, ma non mi permetterò di lanciare strali, fulmini e frecce velenose contro i vostri magnifici vini.

SALVIAMO IL SALVABILE

Non siamo dei Lanzichenecchi. Quanto c’è di buono si può ancora conservare, almeno in parte.

Le vigne vanno di sicuro mantenute.

Le tecniche di trasformazione e di conservazione del succo d’uva vanno solo implementate ed aggiornate. La voglia di degustare i buoni vini può essere conservata a livelli ragionevoli, purché gli amati bicchieri e gli adorati calici vengano sostituiti da minuscoli bicchierini, tanto vetro e poca capienza. L’arte non più del bere ma del centellinare con giudizio e lontano dai pasti.

Anche per il business, meglio incanalarlo verso la visuale salutistica che verso quella vinicola.

Soave è zona turistica magnifica. Ha il più bel castello d’Europa, perché non abbinarlo agli splendidi grappoli e distinguersi come centro internazionale della cura dell’uva, anziché di quella del vino?

IL PROBLEMA STA TUTTO NELLA SALVAGUARDIA DEL FEGATO

Il buon vino, tutto sommato, può davvero essere migliore dell’acqua. Anzi lo è proprio, in termini di sapori, di aromi e di retrogusti, in termini di enzimi, di vitalità e di purezza.

Il difetto terribile che lo contraddistingue e lo limita rimane quello del contenuto alcolico, quello della trasformazione del succo zuccherino prima in alcol etilico e poi in aceto.

L’alcol possiede la pessima caratteristica di distruggere le cellule del nostro principale organo interno, quel fegato che è una vera centrale biochimica, con le sue 500 funzioni preziose e vitali.

Tutte le nostre riserve, le nostre obiezioni sul vino cominciano e finiscono lì.

BOCCIATURA TOTALE DEL VINO A TAVOLA

Qualunque evoluzione verso vinelli leggeri ed analcolici, dove il grado alcolico sia abbattuto e ridotto ai minimi livelli, e dove i quantitativi siano limitati agli assaggi e non a distruttive libagioni, permetterà a noi igienisti di essere più tolleranti e possibilisti verso le cantine, bocciando però in ogni caso l’uso del vino a tavola, e soprattutto gli abbinamenti del vino coi vari cibi cadaverali come pesce, crostacei, carni, uova e formaggi.

Non ho mai sentito un sommelier raccomandare del vino dopo una mela o un’arancia, dopo un piatto di radicchio rosso di Chioggia, o dopo una zuppa di verdure.

LA CONCORRENZA DELL’ACQUA

Volete sapere chi è tecnicamente il maggiore concorrente odierno dell’igienismo naturale?

E’ il dr Fereydoon Batmanghelidj, iraniano che cura e guarisce i suoi pazienti con l’acqua e niente altro che l’acqua.

Ha scritto pure un libro, edito da Macro Edizioni, dal titolo “Il tuo corpo implora acqua”.

Questo fatto la dice lunga.

Rispettiamo il medico persiano, e anche gli indubbi risultati che ottiene nel breve periodo, ma gli diciamo pure che, come sangue non fa sangue, acqua non fa acqua.

LA MIGLIORE ACQUA RIMANE QUELLA DELLA FRUTTA

“Le àghe e iè buìne dòme pài cròs” (L’acqua è buona solo per le rane), usano dire, con qualche probabile esagerazione, i frequentatori delle osterie friulane, di fronte al loro amato “tajùt di neri”.

E’ verissimo però che frutta e verdure crude fanno tanta buona acqua di tipo biologico, con totale assenza di pessimo minerale inorganico, minerale duro e non filtrabile dai glomeruli renali.

Acqua fruttariana ricca di minerale organicato dalla funzione clorofilliana, ricca di vitamine naturali, di ormoni naturali, di enzimi e di carica elettromagnetica solare, e pertanto un liquido straordinario in grado di rivitalizzare l’organismo umano, e non semplicemente di annacquarlo.

CI SONO ANCHE DEI DENIGRATORI DI INFIMO LIVELLO CULTURALE

Troppa grazia da parte vostra nell’accogliermi come “l’uomo del cambiamento”, e nel giungere qui a Soave con genuino entusiasmo da Mantova, da Trento, da Verona, e persino da Bari, con 10 e più di treno sia all’andata che al ritorno.

Non tutto è rose e fiori, ovviamente.

Anche se sgangherati e ridicoli, i denigratori non mancano, e si danno pure arie giustizialiste su internet, minacciando denunce.

Li ringrazio e spero che lo facciano davvero.

Sarebbe la pubblicità che aspetto da tanto, e pure gratuita.

NON CHIEDO DI MEGLIO CHE ESSERE DENUNCIATO, E NON SOLO SUL DIABETE

Sembrano oltremodo disturbati dalle mie tesine sul diabete, dal mio contestare il dogma insulinico.

Ma perché solo sul diabete, mi chiedo.

Mi denuncino anche sull’Aids, sul cancro, sui virus, sulle influenze, sulle vaccinazioni, sulla B12, sugli Omega-3, sulle diete. Mi denuncino su tutto.

Le cosiddette “vaccate” che li fanno andare su tutte le furie, viaggiano su ogni fronte e non solo su quello del diabete.

DENUNCIARMI PER CHE COSA? PER FARE DEL BENE? PER DIRE LE VERITA’ CHE TANTI NON DICONO? PER SBUGIARDARE LE MENZOGNE CONTINUE DELLA TELEVISIONE?

Questa gentaglia che non vale una tacca, e che si guarda bene dal firmarsi con nome e cognome, non sa che c’è una Costituzione a tutela della libertà di opinione e di informazione, e che l’Inquisizione Medievale non è più in vigore in Italia da qualche secolo.

Denunciarmi su che cosa poi?

Per fare del bene ai cittadini? Per difenderli dagli ignobili soprusi di Big Pharma e Big Food?

Forse per abuso di professione medica?

Per divulgazione di semplici verità che i lettori condividono trovandole sensate e vere?

NON CURO, NON GUARISCO E NON DO PRESCRIZIONI

Non do prescrizioni e non curo, ma offro solo informazioni e suggerimenti igienistico-naturali per recuperare il benessere.

Informazioni che la gente è libera di accettare o scartare, sotto propria esclusiva responsabilità.

Non guarisco.

Insegno alla gente ad autoguarire. Cosa ben diversa.

NON TUTTI OTTENGONO IL MASSIMO

C’è una marea di gente che sta meglio in effetti, e me lo conferma in continuazione.

Succede spesso, ma non sempre.

Per guarire in proprio esistono tre condizioni rigorose da rispettare.

Si chiamano “giusta scuola comportamentale-dietologica-terapeutica” (e qui, fino a prova contraria, ci siamo), “ferma convinzione in quello che si fa” e “rigorosa applicazione dei principi igienistici”.

Chi va per tentativi e per curiosità, con atroci dubbi, con un piede nell’igienismo e due nella medicina, non ottiene grossi risultati.

HO BEN POCO DA SPARTIRE CON QUESTO TIPO DI MEDICINA

Abuso di professione medica? Ma non facciamoci ridere! Non mi sogno nemmeno di farlo. Come potrei? Pur rispettando i tanti medici bravi che esistono da che mondo è mondo, non sono affatto un estimatore di questo tipo di medicina falsamente scientifica, di questa medicina obsoleta e vetero-pasteuriana che starebbe sullo stomaco persino allo stesso Luigi Pasteur.

Di questa medicina presuntuosa ed arrogante che pretende di dettare al mondo le sue regole, e di ergersi a regime sanitario mondiale.

ESISTE ANCHE L’OPZIONE IGIENISTICA

Dovessi ambire a un riconoscimento medico, mi ritroverei benissimo nella medicina ippocratica, in quella galenica e in quella della Scuola Medica Salernitana, a indirizzo pitagorico, che dominò l’intera scena europea per mille anni.

In ogni caso non faccio concorrenza alla medicina, ma indico soltanto al pubblico che, per quanto priva di danari, di titoli e di onorificenze, esiste anche l’opzione igienistica.

LA MIA E’ UNA DIETOLOGIA SENSATA, COSCIENTE E RAZIONALE

Chi poi mi dà del guru, del talebano dell’alimentazione, e dunque dell’estremista, ricordo che il mio schema dietologico, è quanto di più ragionevole e misurato esista al mondo, ed è in perfetta armonia con le diete degli artisti di Hollywood, con quanto fanno Richard Gere e George Clooney.

Chi mi confonde poi per uno stregone o uno sciamano, non mi risulta di possedere facoltà taumaturgiche e divinatorie, né di andare in estasi prendendo sostanze magiche, visto che rifiuto non solo the e caffè, ma persino tisane e camomille.

Comprendo che la critica voglia sempre dire la sua, ma chiedo solo un minimo di coerenza e di obiettività.

UN RINGRAZIAMENTO AL SINDACO E ALL’ASSESSORE PER L’AMBIENTE

Mi preme invece ringraziare il Sindaco e l’Assessore per l’Ambiente del Comune di Soave per la loro apertura mentale, quasi ai limiti della spregiudicatezza culturale, per aver patrocinato questa serata igienistica, per aver accettato questa sfida implicita, questo confronto pirotecnico e potenzialmente esplosivo.

Un Comune che ha saputo mettersi in discussione, prestare il fianco a eventuali critiche, ben conscio del fatto che non siamo promotori di vino e di pandoro, e tantomeno promotori di farmaci e di tecnologie sanitarie, ma siamo divulgatori di salute a 360 gradi, e quindi voce non sempre gradita da tutti, e non certo allineata col sistema.

UN SEGNALE DI INTELLIGENZA E UN ESEMPIO A LIVELLO NAZIONALE

Lasciatemi dire che questo è un segnale di squisita intelligenza e di tolleranza verso chi fa un lavoro di trasparente informazione salutistica fuori dagli schemi ufficiali e convenzionali.

Un esempio per molti comuni d’Italia, per le Scuole e le Istituzioni, messe giornalmente in minoranza ed in soggezione dal marciume culturale televisivo.

Chiaro che devo ringraziare l’animatrice dell’iniziativa, la gentile Giovanna Rezzadore, che ha messo ogni sua risorsa per organizzare al meglio questa serata.

ESPERTO DOVE?

Sulla locandina pubblicitaria si parla di me come di illuminato ed esperto, e vi assicuro che questo mi imbarazza non poco, anche se il mio blog naturista sembra avere effettivamente un largo seguito.

“Esperto dove?” ha ironizzato mia moglie Kathleen, ricordandomi a ragione che non sarei capace nemmeno di preparare un piatto di pasta!

Nemo propheta in patria! L’antico proverbio rimane più valido che mai.

SEI SECOLI DI SALUTE SENZA NEANCHE UN MEDICO INTORNO

La tematica ippocratica annunciata parla di cibo come medicina, per cui se il cibo nutre, e fa poi anche guarire, il farmaco e il medico non hanno più ragione di esistere e, pronto soccorso di emergenza a parte, si torna ai tempi di Roma Antica.

Catone il Censore ci ricorda che i Romani vissero per 600 anni ininterrottamente forti e sani senza la presenza di un solo medico, visto che era vietata per legge ogni pratica medica, all’infuori del bendaggio e dell’assistenza ai feriti in battaglia.

Il menù popolare prevedeva il cavolo crudo come re della tavola, contornato di verdure crude e frutta, di orzo e semi abbrustoliti, noci, fichi secchi, castagne e datteri (che era poi anche la dieta tipica dei legionari).

LA SOVRANITA’ ASSOLUTA DELLA NATURA

Ippocrate aveva certamente ragione.

Ne aveva ancora di più quando affermava che “La natura è sovrana medicatrice dei mali”.

Sembrerà una sottigliezza, ma questo precetto è ancora più veritiero di quello sul cibo-medicina.

La natura sovrana non è il medico, non è il farmaco e non è nemmeno il cibo, al limite.

IL SIGNIFICATO DI NATURA

Cos’è la natura dunque?

Natura è il nostro corpo, il nostro sistema immunitario, il disegno biochimico che ci contraddistingue.

Natura è il corpo che è dotato di intelligenza e di finalità, e che non va mai contro se stesso.

Natura è il buon funzionamento dell’organismo che permette e favorisce l’autoguarigione.

Natura non è l’intasamento, l’intossicazione, il sangue denso e la stitichezza.

Quello è semmai l’anti-natura.

Natura  è, al limite, l’influenza con la febbre, la spia rossa, la malattia-benettia che espelle le tossine interne e ci purifica, ridandoci la salute e l’equilibrio perduto.

IL SISTEMA IMMUNITARIO FUNZIONANTE E L’AUTOGUARIGIONE

Per autoguarire occorre però mettere il sistema immunitario nelle giuste condizioni di farlo.

In questo senso, il cibo buono e onesto, leggero e basso-proteico, crudo e vivo, naturale e compatibile, diventa carburante perfetto, nel senso che offre le sue calorie senza però compromettere ed intaccare le risorse biochimiche interne, senza inattivare e demolire la potenza immunitaria (mediante digestioni da incubo che mandano in stressante fibrillazione le 160 centraline linfonodali immunitarie, dislocate in zona intestinale).

Ogni intervento medico invasivo, ogni operazione inutile, ogni vaccino, ogni farmaco, ogni aspirina ed ogni tachipirina, rappresentano un proditorio attentato contro il sistema immunitario.

L’AUTOLESIONISMO DEL MANGIARE DEFICITARIO

Per converso, il cibo cattivo, il carburante pesante, grasso, oleoso, proteico e insanguinato, cotto e devitalizzato, diventa carburante scadente e micidiale, che cede sì calorie ma a costi digestivi-assimilativi-evacuativi altissimi, e tali addirittura da creare un deficit non solo enzimatico, ormonale e mineral-vitaminico, ma persino una carenza di tipo calorico.

Mettere dentro 2000 sazianti calorie grasso-proteiche e consumarne poi 2200 per sbarazzarsi del flagello di scorie indigeste e incompatibili, che rimane nel sistema per 3-4 e più giorni, anziché trovare la via espulsiva regolarmente. Se questo non è autolesionismo, ditemi voi cos’è.

UN AMICO INDIMENTICATO DI NOME CIBO

Cibo! Ogni volta che sento la parola, mi viene in mente lui. Avevo un caro amico di Feletto Umberto, località nell’immediata periferia nord di Udine. In ossequio alla sua attività professionale, lo chiamavano tutti così, ignorandone il vero nome di battesimo.

Cibo, giunto ai 50, e mollato il suo noto ristorante friulano, si era ritirato a Pattaya in Thailandia, dove aveva trovato una nuova compagna e comprato un appartamento, nel giusto intento di godersi finalmente la vita. Me lo aveva pure mostrato con orgoglio, mobili esotici, zona verde, veduta spettacolare.

IL PARADISO TERRESTRE O QUASI

“Buona idea!”, gli dicevo.  Buona idea capitare in una spensierata e vivace località balneare, magari troppo turistico-puttanesca, ma vivacizzata da magnifica frutta 12 mesi l’anno, manghi, durian, papaia, cocco, jackfruit, longan, mangostin, laichi e rambutan.

Ma anche anguria, meloni, uva locale, mais dolce, e tutte le verdure possibili ed immaginabili.

Un solido conto in banca. Nessuno che ti rompe le scatole. Niente moduli INPS, IVA, IRPEF, ICI. Niente ritenute d’acconto. Niente tasse sui rifiuti e sull’aria che respiri. Niente controlli della guardia di finanza.

Che vuoi di più dalla vita? Qualcosa di molto simile al Paradiso Terrestre.

NON TRAVIARMI COL DURIAN E LE CAROTE

“Buona idea, caro Cibo!”. Ma gli ricordavo anche in continuazione la necessità di adeguarsi al clima, e di sfruttare al meglio le straordinarie risorse locali. Lo spingevo ad uscire dalle sue pessime e tipiche abitudini italo-friulane e dalla sua gabbia mentale.

Tutte le raccomandazioni cadevano regolarmente nel vuoto.

“Valdo non traviarmi. Tu mi vuoi far mangiare radicchio e carote, ma io non sono un coniglio.

Ho già trovato peraltro la formula perfetta, e da questa non mi schiodi”, mi diceva ridacchiando.

Dieci anni a Pattaya e nemmeno una nuotata in mare.

Le noci di cocco? Ottime per le scimmiette e i babbuini. Il durian? Vuoi mettere la cipolla di Mortegliano? I manghi? Meglio le pesche spaccalosso.

LA RICETTA IDEALE PER LASCIARCI LE PENNE

Sveglia millimetrica alle 12, con caffè e tripla sigaretta, in preparazione al pranzo.

Spaghetti al ragù, prosciutto San Daniele doc, pollo allo spiedo, e mezzo litro di Cabernet del Collio.

Bocce con gli amici italiani nel pomeriggio, con qualche inevitabile bicchiere di contorno.

Body-massage serale a giorni alterni, agli oli aromatizzati. Cena con pesce, aragosta e crostacei vari. Ore piccole con abbondante e rinfrescante Heineken. Come dire la ricetta ideale per lasciarci le penne.

“L’unica cosa sana, costruttiva e terapeutica del tuo menù quotidiano è paradossalmente la visita al bordello, pardon al body-massage”, gli dicevo scherzando ma non troppo.

UN FINALE TRISTE E NON PRIVO DI LOGICA

La storia ha un finale triste, perché Cibo, persona buona, gioviale e spiritosa, non sta più a Pattaya a tirare le bocce e a godersi la vita, ma è ospite da 7 anni del cimitero di Feletto.

Lo ricordo con grande simpatia e non certo per fini speculativi, o per tirare l’acqua al mio mulino igienistico. Ci andiamo tutti prima o poi, vegani e carnivori, ma non con quella fretta e con quelle atroci e inattese sofferenze. E lui non ci teneva affatto a finire in quel modo balordo.

Se non si fosse chiamato Cibo, non lo avrei certamente chiamato in causa.

CARATTERISTICHE DEL CIBO IGIENISTICO

Torniamo però al cibo-cibo, cioè a quello che portiamo giornalmente alla nostra bocca.

Come deve essere l’alimento per noi igienisti?

Deve presentarsi gradevole alla vista, al tatto, all’odorato, al ragionamento.

Deve risultare piacevole per il corpo, lo spirito e la mente.

Siamo esseri molto sensibili, abbiamo un cuore, un’anima e persino un’aura colorata che ci circonda, e che varia a seconda del nostro umore e dei cibi che assumiamo, in linea logica con le onde vibrazionali di Simoneton. Aura rossa uguale forza e salute, aura grigia uguale depressione e malattia, come mi ricordava un grande scienziato autodidatta friulano di nome Antonio Grassi, vegetariano convinto.

UN GUARITORE CONOSCIUTO ANCHE OLTRE FRONTIERA

Guariva molta gente coi suoi sistemi negli anni ’70. Gente che spesso arrivava in Porsche dalla Germania e dal Nord-Europa. Si era sparsa la voce che, un calzolaio di Udine, di giorno aggiustava tacchi alle signore che passavano davanti al suo negozietto in via Volontari della Libertà, e la sera guariva casi irrisolti di sclerosi multipla. Dietro il suo modesto baldacchino da aggiusta-scarpe, aveva una saletta piena di strumenti strani e di apparecchiature elettroniche sofisticate di sua personale concezione. Diventammo amici e posseggo ancora il suo vademecum salutistico dal titolo “Impariamo a curarci da soli”, che a quei tempi si trovava nelle librerie al prezzo di duemila lire.

ANTONIO GRASSI E LA LETTURA DELL’AURA

Le sue solette terapeutiche, marchiate “Solette Grassi”, erano famose nelle farmacie di mezza Italia, e risolvevano positivamente alcuni casi di emicrania.

Quando era al top della forma psicofisica, era in grado di percepire visivamente l’aura di chi lo avvicinava, e quindi di capire al volo le eventuali malattie che lo affliggevano.

Le maggiori riviste italiane, tipo Oggi, Epoca, Gente, dedicarono diversi articoli a questo interessante personaggio udinese.

L’ORIGINE ED IL PERCORSO DEL CIBO

Fatto sta che proviamo avversione e non attrazione per il sangue e la violenza.

Ci sentiamo indignati di fronte ai soprusi ed alle vili ingiustizie.

E’ inevitabile che ci immaginiamo l’origine e il percorso del cibo, prima che esso arrivi sul nostro piatto. Deve essere masticabile, profumato, mangiabile crudo o leggermente cotto, succoso, dolce, saziante, dissetante e sfamante. Ma una cosa su tutte le altre. Deve essere eticamente innocente e salutisticamente digeribile, assimilabile ed evacuabile con la massima rapidità.

L’UOMO NON E’ SANGUISUGA E NON E’ IENA

Alla fine di questi ragionamenti e di queste attente selezioni, ci ritroviamo col vero cibo per l’uomo, ovvero con frutta fresca e secca, verdure crude, germogli, radici, semi, fiori e cereali, più dei pani integrali, delle pizzette vegane, della pasta integrale, dello strudel di mele e del castagnaccio.

In perfetta linea con Pitagora, Ippocrate, Galeno, San Francesco, Leonardo, Paracelso, Voltaire.

In perfetta coerenza ideologica con la celebre Scuola Medica Salernitana. In armonia totale con Colui il Quale ci ha dato generosamente ogni erba che reca seme e ogni albero che reca frutto (non 160 ma 160.000 specie), ammonendoci che quello è il nostro esclusivo dominio, e che l’uccisore uccide se stesso, che chi uccide o fa uccidere un animale per mangiarne il sangue, le viscere e le membra non è un essere umano, ma una sgraziata controfigura. Non è un essere umano ma un cannibale, una belva, un vampiro, una iena, un corvo, una sanguisuga, uno sciacallo, per cui ogni sua goccia di sangue sarà veleno, ogni respiro fetore e ogni cellula putredine.

IL PRECARIO SOSTEGNO DEL CIBO DOPANTE

Se mangiassimo innocente, leggero e pulito, non ci ammaleremmo mai. Purtroppo questo non accade, e la situazione è spaventosamente critica. Mai si è mangiato così male nella storia dell’umanità.

L’unico motivo per cui la gente non cade ancora come le mosche, o come nelle pesti medievali dei monatti e degli untori, è che oggi trova modo di doparsi in mille modi con i tanti pseudo-alimenti a disposizione, tenendo in forzata ed artificiosa accelerazione il cuore e rimandando le patologie al giorno della resa dei conti, al giorno in cui i nodi verranno impietosamente al pettine.

LA SPUGNOSITA’ E L’ELASTICITA’ NATURALE DEL CORPO UMANO

Ricordiamoci che abbiamo un corpo flessibile, osmotico e permeabile. Siamo una vera spugna, come del resto sono spugnosi i nostri organi interni. Dobbiamo saperci riempire, ma anche saperci svuotare.

Questo vale per l’aria dei polmoni, per le acque di ritenzione, per le deiezioni intestinali, per le tossine del sangue, per le tensioni nervose, ed anche per quelle sessuali (ricordando che per queste ultime esiste pure la sublimazione). Tenere le cose dentro è sempre patologico.

STITICHEZZA E RITENZIONE ALLA BASE DI OGNI PATOLOGIA

Andiamo al sodo. Qual è la malattia-base, quella da cui partono tutte le altre?

La stitichezza, la ritenzione degli scarti liquidi e solidi, la ritenzione acquea per eccesso di sale, la ritenzione minerale che porta ai disperati tentativi, a metodi spicci e sbrigativi, quali i purganti, i diuretici, i clisteri, i lavaggi del colon, le chelazioni, la dialisi renale.

Costipazione e ritenzione idrica, incapacità cioè di espellere prontamente le urine e gli escrementi, oltre che i detriti cellulari del nostro corpo, derivanti da miliardi di cellule che muoiono in continuazione e che generano i cosiddetti virus. Virus dei quali, secondo la zoppa medicina pasteuriana, dovremmo aver pure paura, provando terrore di noi stessi e della nostra stessa ombra.

L’IMPORTANZA DEL CARBURANTE COMPATIBILE

Abbiamo dentro di noi la bellezza di 40 litri di acqua.

Vi rendete conto di cosa significhi tutto questo? Ogni cosa che entra deve pur andarsene fuori.

Ma, se scegli male i tuoi cibi (secchi, concentrati, cotti, proteici, privi della loro acqua biologica), vivi stitico e non vai di corpo. Come mai? La cosa è di una semplicità addirittura sconcertante.

Non servono lauree e specializzazioni in medicina. Basta un minimo di buonsenso e tutto trova spiegazione logica. Metti in un motore a scoppio del gasolio e quello si inceppa.

Metti in un apparato fruttariano-vegano delle proteine animali (sempre velenose, dopanti e debilitanti), dei cibi cotti (de-enzimizzanti, de-vitaminizzanti, de-mineralizzanti), salati e zuccherati, e quello non può fare altro che andare in malora.

I DUBBI CE LI HANNO SOLO I CIECHI CHE NON VOGLIONO VEDERE E I SORDI CHE NON VOGLIONO SENTIRE

Qualcuno osa dubitare sul fatto che siamo fruttariani-vegani-crudisti per disegno e per preciso progetto creativo?

Vada allora a studiarsi il sangue umano (alcalino, con pH 7.30-7.50 sulla scala acido-basica che va dal valore zero di massima acidità al 14 di massima alcalinità).

Vada a spiegare l’assenza totale di enzima uricasi per la disgregazione dei temibili acidi urici di carni, the e caffè, e l’alta presenza di uricasi nei cani e nei gatti.

Vada a giustificare la leucocitosi patologica dopo ogni pasto carneo.

Vada a riflettere sui valori alti all’infrarosso (10000 Angstrom) della frutta sulla scala Simoneton, e al contrario sui valori bassi e grigi della carne (3000 Angstrom), sui raggi X del cibo morto e devitalizzato che ruba nutrimento anziché darne, a un corpo umano che sta in armonia solo dai 6500 Angstrom in avanti.

Vada infine a leggersi le statistiche, paese per paese, sulla osteoporosi, sul tumore al seno e sul diabete, e ne scoprirà delle belle.

TUTTO PARTE DALLA STITICHEZZA

Stitichezza significa disfunzione cronica intestinale. La gente è stitica oltremisura, ed è da lì che nascono tutte le intossicazioni che conducono inevitabilmente al sangue denso, viscoso, trombotico e lipo-tossico. Quel sangue marcio che porta alle disfunzioni epatiche e renali, alle irritazioni, agli snervamenti, alle infiammazioni, alle ulcerazioni, agli indurimenti, alle ipossie, ai radicali liberi e alle neoformazioni tumorali.

GIUDICARE L’AURA NON E’ DA TUTTI, MA IL PROFUMO O L’ODORE DI UNA PERSONA VENGONO FACILMENTE PERCEPITI

Essere stitici significa essere intossicati cronici, significa vivere avvelenati. La settimana scorsa viaggiavo su un Intercity da Milano a Venezia. E’ entrato un passeggero sui 50 anni, che lasciava una scia davvero irrespirabile. Prove del sangue? Visite mediche? Non occorre.

Quella era una persona da urgente ricovero. Chiaramente stitica ed avvelenata a tal punto da costringere i pori della sua pelle a mandar fuori in modo drammatico, parte del suo insopportabile stock velenoso.

CROLLO DELLA SUPERFICIE ASSIMILATIVA E DISBIOSI IN ZONA COLON

Essere stitici significa ritrovarsi con 5 milioni di villi intestinali appiccicati ed incollati dalla caseina, con uno spazio assimilativo non più equivalente a 400-600 mq (ovvero a 2 campi da tennis), ma ridotto a uno stanzino di 20 mq, buono per nutrire minima parte dei suoi 75 trilioni di cellule.

Essere stitici significa ritrovarsi con un colon disbiotico, carico di batteri anaerobi e putrefattivi (di cosiddetta nobile origine animale) che prevalgono drammaticamente sui batteri aerobi, buoni e saprofiti (di plebea origine vegetale). Essere stitici significa vivere male, digerire male, avere riflussi. Significa ospitare diverticoliti e miasmi putrefattivi che risalgono dal colon e portano l’helicobacter pylori in zona stomaco a causare gastriti e ulcere gastriche.

UNA CONTINUA SPINTA VERSO IL BLOCCO IDRICO

Cosa fa lo stato, il potere, la medicina, la scuola per risolvere tutto questo?

Fa di tutto e di più perché la gente viva stitica, rimanga stitica e muoia stitica. Anziché migliorare e moltiplicare, riduce le toelette nei treni. Elimina i servizi liberi e gratuiti nelle stazioni ferroviarie, segno evidente di inciviltà e di imbecillità istituzionale. Costringe la gente a pagare un euro per fare la cosa più naturale e necessaria del mondo, che è quella di liberarsi delle urine.

Se uno incappa in un paio di rinfrescanti fette di anguria, o in un chilo di pesche appena raccolte, gli costerà molto caro liberarsi di tanta acqua. Gli studenti non hanno monete da sprecare.

Meglio dunque la Coca-Cola del McDonald’s, che grazie alla caffeina, allo zucchero o all’aspartame, ti chiude ogni rubinetto idrico senza produrre brutti scherzi.

UN ATTENTATO ALLA SALUTE UMANA

C’è la pretesa di trasformare l’uomo in robot metallico privo di bisogni essenziali ed immediati.

La pretesa di costringere la gente a restare a lungo negli scomodi abitacoli delle auto, con soste ai semafori, con code pazzesche, con giri a vuoto per trovare un parcheggio.

Sempre più ristoranti, pizzerie, fast-food, osterie, posti di ristoro. E sempre meno posti di evacuazione. Una autentica e perversa coalizione contro i bisogni corporali umani, una spinta feroce allo stress, all’ansia, alla ritenzione delle acque e delle scorie. Un sistematico attentato alla salute umana.

DAI VESPASIANI ROMANI AL VIETATO ORINARE SUI MURI

Un inno continuo al mangiar male e al bere peggio, al trattenimento patologico, alla malattia.

L’esatto contrario di quanto facevano i romani già 2000 anni orsono, quando ad ogni punto strategico dell’urbe piazzavano il vespasiano, segno di grande civiltà, visto che sulle case di diverse città sudamericane, nell’anno 2010 del Signore, sta scritto il monito “No orinas en el muro”.

LE PROVE CERTE SU COSA E’ GIUSTO MANGIARE ESISTONO

Per concludere, cibo acquoso biologico o cibo concentrato e sintetizzato industrialmente?

Cibo digeribile o cibo intasante? Sostanzioso o leggero? Proteico o mineral-vitaminico? Vivo o morto? Pacifico o crudele? Profumato o lordato di sofferenza? Genuino o integrato? Fresco o conservato?

A queste domande occorre rispondere con certezza, con scienza e con trasparenza. A queste domande occorre rispondere non con in testa i propri interessi venali e particolaristici, non con le proprie manie, con le proprie abitudini, con le proprie convinzioni, non con la propria voglia vanitosa di prevalere ideologicamente e culturalmente sull’avversario di turno. A queste domande è d’obbligo rispondere portando prove inoppugnabili ed inequivocabili. Tali prove esistono.

IL PIU’ GROSSO ESPERIMENTO DELLA STORIA CLAMOROSAMENTE INSABBIATO

L’esperimento nutrizionale più massiccio della storia umana si chiama Cambridge 2000 e coinvolse 40.000 persone testate per 20 anni. Dimostrò che, mangiando 5 pasti sazianti di frutta al giorno, più qualche innocente e naturale compromesso, risultavano schivati e sconfitti cancro e cardiopatie, ossia i due maggiori killer mondiali. Passati i primi momenti di meraviglia, subentrò il panico.

Servizi segreti britannici e autorità mondiali in concerto, si precipitarono a blindare ed insabbiare gli esiti imprevisti e sorprendenti del test, subito dopo le prime comunicazioni rilasciate dalla Reuter e dalla Associated Press. Troppo pericolosi e rivoluzionari i dati acquisiti, per darli in pasto al pubblico.

LA VERITA’ SI TROVA UGUALMENTE

Poco male però. Chi cerca la verità la trova ugualmente sotto la luce del sole, nella storia e nella geografia vivente dei popoli. C’è una tesina di straordinaria importanza probante nel mio blog, intitolata “La formidabile controprova dei Pimas”.

Leggetela con attenzione, oppure andate a farvi una vacanza istruttiva in Arizona, che non si limiti però ai casinò di Las Vegas.

LA FORMIDABILE CONTROPROVA DEI PIMAS

I Pimas erano un popolo unito ed omogeneo all’inizio del secolo scorso, una vasta comunità indiana di gente eccezionalmente sana, magra, dinamica, intelligente e muscolosa, con una dieta vegana favorita dal caldo torrido  e dalle tante opere di canalizzazione, con magnifici orti coltivati a mais tenero e multicolore, con zucche e meloni di ogni tipo, avocadi e ananas, frutti e verdure da clima temperato e da clima tropicale.

La situazione cambiò in modo drammatico quando l’Arizona venne desertificata dalla deviazione dei fiumi.

Da allora, i Pimas messicani della Valle Pimeira prospiciente all’Arizona, sono rimasti gli stessi, cioè in forma splendida. I Pimas dell’Arizona invece, costretti ai supermarket e ai fast-food della McDonald’s, della Burger King, della Kentucky Fried Chicken e della Coca-Cola, sono diventati il popolo più obeso, diabetico, canceroso e cardiopatico, non solo d’America ma del mondo intero.

GLI INSABBIATORI IN AZIONE

L’igienismo naturale sta smascherando con la sua semplicità, la sua indipendenza, la sua trasparenza, tutte le peggiori malefatte di questo mondo cane a livello di alimentazione, di terapie e di salute.

Ed è per questo che gli insabbiatori sono sul percorso di guerra, come hanno dimostrato con Cambridge. L’igienismo non si limita a denunciare che l’insulina provoca cancro alla vescica, non si limita a denunciare che l’Aids è una buffonata, ma porta le prove. Non si limita a denunciare che le proteine animali avvelenano anziché nutrire. Non si limita a dire che virus e batteri non sono causa di malattia, ma innocenti conseguenze di intossicazioni alimentari e mentali precedenti.

Porta le prove lampanti di tutto questo.

PORTIAMO L’ESEMPIO CONCRETO

Immaginiamo un malato stracarico di virus e batteri.

Se fosse vero quanto afferma il dogma medico-pasteuriano, secondo cui batteri e virus distruggono il corpo umano a meno che non si blocchi urgentemente da farmaci antibiotici e antivirali, il paziente in questione, stracarico di virus e batteri e lasciato privo di cure mediche, dovrebbe morire nel giro di 3 giorni, con le cellule divorate dai mostri virali e dai cannibali batterici in feroce e irrefrenabile moltiplicazione, ipotizzata dai monatti della medicina.

UNA CLAMOROSA PROVA DEL NOVE SULL’INCONSISTENZA DELLE TEORIE MEDICHE CIRCA LA RESPONSABILITA’ PATOLOGICA DI VIRUS E BATTERI

L’igienismo smentisce tale falso con una clamorosa prova del 9.

Prende quel malato, lo mette a riposo, lo fa digiunare totalmente e gli fa bere alcune bottiglie di acqua, con zero farmaci e zero trattamenti.

E quella persona, se non ci sono gravissime complicazioni di altro genere, guarisce perfettamente in meno di una settimana nel 100% dei casi.

Sfidiamo chiunque, baroni e Nobel inclusi, a contraddire questa semplice e inequivocabile dimostrazione.

ECCO SPIEGATA LA STIZZA DELL’ORDINE MEDICO-FARMACEUTICO NEI CONFRONTI DELL’IGIENISMO NATURALE

Nessuna meraviglia che la Chiesa Medica Internazionale, coi suoi attivisti e i suoi chierichetti, perda le staffe e cerchi di coniugare il solito verbo preferito, che è quello di nascondere ed insabbiare in modo sistematico le verità scomode scoperchiate dagli odiati continuatori dell’opera di John Tilden e di Herbert Shelton.

Nessuna meraviglia che l’Ordine Medico-Farmaceutico ce l’abbia a morte col digiuno e con tutti gli igienisti del pianeta.

Ma la gente sta cominciando a capire come stanno le cose.

Valdo Vaccaro   (AVA-Roma e ABIN-Bergamo)

Read Full Post »

La critica musicale

L’origine etimologica del verbo criticare è “krino”, termine greco che incorpora in sé sia l’idea del giudizio sia quella del discernimento e della scelta. Daquesto punto di vista, l’esecuzione, lo studio e l’ascolto di musica, l’acquisto di un disco e, in una parola, tutte le azioni che comprendano una qualsiasi relazione instaurata fra l’uomo e il fenomeno musicale contemplano anche l’esercizio di una capacità critica, ossia, la formulazione di un’opinione. Lo stesso studio dei repertori, delle forme e delle tecniche del passato operato dai compositori passa necessariamente attraverso un atto di selezione che contribuisce in modo determinante alla formazione dei loro linguaggi e stili personali. La critica musicale come professione, o comunque come prassi, dovrebbe pertanto almeno idealmente rifarsi a queste esperienze e tentare di mettere in comunicazione il fatto musicale in tutte le sue forme con il pubblico dei lettori, orientando adeguatamente l’attenzione di quest’ultimo e contribuendo a raffinarne il gusto e le competenze. Per Oscar Wilde, il mestiere del critico pareggiava, e anzi superava per dignità, quello dello stesso artista, dal momento che al primo spettava l’arduo compito di tradurre in verbo e di rendere di conseguenza accessibile ciò che il secondo esprimeva nei linguaggi specifici della propria forma di comunicazione.

Curiosamente, dalla stessa radice greca proviene un altro vocabolo italiano che per molti descrive perfettamente lo stato in cui versa la critica musicale attuale: “crisi”. La condizione del critico professionista che si occupa di musica appare infatti oggi assai più prosaica di quella tratteggiata in precedenza, tanto da indurre non pochi osservatori del panorama culturale contemporaneo a decretarne sic et simpliciter la morte, se non proprio clinica, per lo meno cerebrale.

Vista dalla prospettiva di un normale frequentatore ottocentesco di giornali musicali e non, magari di estrazione alto borghese e di nazionalità francese o tedesca, ma anche italiana, la professione della critica musicale potrebbe sembrare oggi effettivamente defunta. Il giornalismo musicale del XIX secolo, di cui sopravvivono ancor oggi esempi magistrali vergati dalle penne di compositori del calibro di Robert Schumann e Hector Berlioz, era infatti principalmente orientato alla presentazione delle nuove composizioni che si proponevano al pubblico, cui si affiancava immancabilmente una valutazione e un giudizio puntuale, più o meno severo. Scorrendo invece le pagine dedicate alla cultura dai principali quotidiani nazionali odierni, soprattutto italiani, così come dalle riviste specializzate di carattere divulgativo, sarà pressoché impossibile trovare articoli che recensiscano musiche di nuova composizione e, qualora se ne parli, ciò che più conta non è la loro natura musicale intrinseca, quanto piuttosto l’occasione, l’evento in cui queste si sono celebrate. Eccezion fatta per alcuni casi illustri, che appaiono però quasi come epigoni di una generazione passata, la critica musicale sembra essersi oggi ritirata nei pressi di quel margine dell’orizzonte culturale in cui albergano l’aneddotica, la pubblicità e la cronaca mondana, spinta in questo dalle pressioni esercitate in modo più o meno velato dagli operatori del marketing, legittimamente preoccupati di incontrare il favore del grosso pubblico e di assicurare così una vitalità economica a se stessi e ai prodotti da essi commercializzati.

Una tale situazione, va da sé, non è certo passata sotto il silenzio di quanti, musicisti, musicologi e, soprattutto, lettori, hanno a cuore la preservazione e lo sviluppo dell’acculturazione musicale del proprio paese: dalle osservazioni e dalle lamentele di questi è fiorito un recente dibattito, raccolto peraltro con estremo interesse da molti giornalisti del settore, da cui sono scaturiti alcuni “identikit” aggiornati del critico musicale, delle strategie operative che auspicabilmente dovrebbe intraprendere e delle finalità della sua professione.

Chi è il critico musicale

Nel tracciare un profilo attuale del giornalista musicale modello, uno dei temi più importanti è certamente la definizione delle competenze che egli sarà in grado di mettere in campo sia al momento della fruizione della musica, ascoltata in concerto o in disco, sia nella fase della produzione vera e propria della recensione. È indubbio che la storia della critica musicale ottocentesca e novecentesca sia costellata da nomi il cui contributo allo studio della storia della musica, delle tecniche compositive e dell’estetica testimonia un’ineccepibile preparazione specifica: basterà citare i nomi di E. T. A. Hoffmann, Eduard Hanslick, Cahrl Dahlhaus e Donald Francis Tovey per ottenere un’idea di l’esercizio della critica possa fondarsi sull’approfondimento analitico e su una conoscenza capillare del fatto musicale. Non bisogna però dimenticare che, come insegna un’importante corrente del giornalismo musicale italiano, per stilare validi resoconti di un evento non è necessario partire da una formazione accademica specifica. Molti fra i più noti e celebrati maestri della critica italiana, come per esempio Massimo Mila, Rubens Tedeschi ed Eugenio Montale, per citare tre esempi autorevoli e molto diversi fra loro, provengono infatti da studi classici, benché ovviamente corroborati da un’assidua frequentazione dei repertori musicali. Certo, da chi sceglie di fare della musica una professione ci si aspetterebbe quantomeno che sappia leggere una partitura; tuttavia ciò su cui tutti gli osservatori che si sono espressi sull’argomento concordano è che la qualità principale del critico è l’esperienza acquisita in lunghi anni di assidua ed attenta partecipazione alla vita musicale. Da essa dipendono la sua capacità di riconoscere i tratti significativi di una composizione o di un’esecuzione e quella di sottoporli al vaglio della propria opinione e del proprio gusto, entrambe indispensabili per potersi porre in modo consapevole di fronte alle domande che il pubblico dei lettori vorrà presumibilmente porre al critico. A differenza del musicologo, che, forse erroneamente, si suppone debba parzialmente prescindere dalle proprie inclinazioni estetiche per valutare in modo scientifico l’oggetto delle sue ricerche, il critico musicale è chiamato ad esprimere pubblicamente e a sostenere un’idea personale, la cui pretesa di verità vanta eguali diritti di tutte le altre opinioni simili, quando sufficientemente informate. Tale presa di posizione si potrà fondare in misura variabile su osservazioni di natura tecnica, purché accessibili ai destinatari della critica, su considerazioni estetiche, su impressioni personali e su constatazioni derivate dalla conoscenza e dalla frequentazione dei brani presi in esame. In ogni caso, la recensione non deve essere vista come il momento conclusivo del discorso sulla musica di cui si parla, ma come punto di partenza per un dialogo, anche virtuale, con le conclusioni espresse dalla voce autorevole dell’estensore, o anche solo come incentivo per il lettore alla verifica di tali conclusioni con gli strumenti della propria capacità di discernimento. L’esercizio della critica musicale impone quindi una certa dose di parzialità e soggettività, certamente mediate dalla consapevolezza, come presupposti per la formulazione di un giudizio personale. Essa impone infine anche un grado sufficiente di libertà nella scelta dei soggetti da trattare (non esiste infatti critica più temuta da un musicista del “silenzio stampa”) e dei contenuti da proporre, entrambi spesso predeterminati da scelte redazionali o da convenzioni dettate da un galateo culturale che predilige l’annuncio e la presentazione di un evento al resoconto e al giudizio su esso.

Di cosa parla la critica oggi

Che la critica musicale parli di musica non è un dato né scontato né universalmente accettato. Ne è indicazione evidente lo spostamento delle recensioni musicali dalle pagine culturali dei quotidiani (le vecchie “terze pagine” ormai diventate “penultime”) a quelle dedicate agli “spettacoli”, trasloco che sembra voler indicare una progressiva valorizzazione del carattere di evento dell’esecuzione musicale a discapito dei contenuti che questo vorrebbe veicolare. Buona parte della critica musicale di oggi parla di star, di finanziamenti pubblici, di sponsorizzazioni, di restaurazioni, di politiche culturali e di grandi valori sociali. E anche di musica, ma in modo quasi surrettizio. Le richieste che spesso pervengono alle testate giornalistiche sembrano invece testimoniare un desiderio di tornare a concentrarsi sull’offerta delle stagioni concertistiche e, soprattutto, sull’esecuzione, sulle qualità artistiche sprigionate dagli interpreti e sulla loro capacità (o, eventualmente, incapacità) di fornire agli ascoltatori un’esperienza musicale degna di essere ricordata e commentata. In questo senso, non fa differenza se si tratti di musica “colta” o “popular”, se il concerto si sia tenuto in un prestigioso teatro settecentesco o in uno stadio gremito da una folla urlante: ogni esecuzione trasmette sensazioni, messaggi e idee passibili di essere recepite, meditate, verbalizzate e lette, in un circuito virtuoso tanto per gli addetti ai lavori quanto per il pubblico, effettivo o potenziale.

Dal canto suo, chi scrive per un quotidiano, per un settimanale o per una rivista di larga diffusione deve tenere in debita considerazione le esigenze e la preparazione dei destinatari del suo lavoro: abbiamo già notato come un linguaggio troppo denso di tecnicismi, se non corredati da un’opportuna spiegazione, rischia di sortire l’effetto di disorientare e allontanare i lettori. D’altra parte, un’esposizione esclusivamente metaforica e costellata di aggettivi generici tende ad appiattire le specificità delle opere seguite e della qualità dell’esecuzione. Di un concerto caratterizzato da esecuzioni “impeccabili”, assoli “mirabolanti”, e “superbi” arrangiamenti, si può forse intuire che è stato apprezzato, ma non si capisce perché. La critica che si pone come obiettivo la veicolazione di un’idea maturata su un’esperienza musicale sarà piuttosto chiamata a focalizzare pochi elementi delle composizioni e dell’esecuzione, anche uno solo, e attraverso essi aprire al pubblico il proprio punto di vista sul tutto, addentrandosi nei dettagli soltanto nella misura necessaria a rendere evidenti le motivazioni e gli obiettivi delle proprie osservazioni. D’altra parte, non è possibile individuare uno stile peculiare della critica musicale, un modello perfetto che raggiunga e coinvolga in ugual modo l’erudito, l’appassionato, il musicologo, il curioso e il musicista di professione. È stato infatti più volte affermato che ogni buon critico inventa ed esaurisce il proprio stile personale, che potrà essere di stampo prevalentemente letterario o cronachistico, indulgente o severo, eppure sempre efficace e apprezzato.

A cosa serve la critica

Il recente tramonto della figura del critico musicale professionista è in qualche modo legato a un interrogativo rimasto aperto sulla sua funzione, sia all’interno del contesto in cui il suo contributo prende forma e acquista visibilità (quotidiani, riviste specializzate, telegiornali, ecc…) sia in quello più ampio del pubblico cui tale lavoro è destinato. Da un punto di vista prettamente pratico, la recensione musicale è un articolo di cronaca ed ha a che fare quindi principalmente con l’informazione. Essa deve rendere conto di un avvenimento e fornire ai propri lettori le indicazioni necessarie per comprenderne la natura, la qualità, gli esiti e le finalità. Dal momento però che l’avvenimento di cui si occupa il recensore è, almeno in linea di principio, veicolo di contenuti e messaggi artistici, egli sarà chiamato ad informare il pubblico anche sulla loro portata culturale, sul contesto storico in cui si colloca il repertorio proposto (soprattutto se si parla di musiche poco conosciute) e sui suoi presupposti estetici. Persino il tanto deprecato preannuncio di uno spettacolo è potenzialmente capace di dare una corretta informazione ai potenziali spettatori, mettendoli nella condizione di prepararsi al meglio al programma che si apprestano ad ascoltare e indirizzandone opportunamente l’attenzione. Da presentazione e resoconto, l’articolo del critico diviene quindi un mezzo di diffusione della cultura, uno strumento quasi didattico finalizzato all’estensione dell’educazione alla musica. Esso si fa carico di fornire delle risposte chiare alle domande dei lettori, di rendere le loro stesse impressioni più consapevoli ed articolate, di collegarle a fatti musicali, di creare la curiosità e l’interesse che stanno alla base della fioritura della vita artistica di una città o di una nazione. E in questo possono rientrare anche le considerazioni, non direttamente legate alla performance, relative agli interpreti, agli enti che promuovono e sostengono le attività concertistiche e discografiche, alla loro situazione economica e alle possibilità d’intervento delle istituzioni pubbliche. Tutte queste notizie fanno effettivamente parte del panorama che rende possibile l’esistenza stessa di un circuito musicale attivo, il cui centro è, e deve continuare ad essere, al musica.

di (NB)

Read Full Post »

(Conferenza di Genova, 30 Aprile 2011)

UN EVENTO NON DAL SANGUE BLU MA UGUALMENTE IMPORTANTE

Buon pomeriggio a voi amiche e amici della Liguria, provenienti non solo da Genova e sobborghi, ma da Ventimiglia, Savona, Sanremo. Alcuni da Torino e da Bergamo. C’è persino un gruppo di 5 persone arrivate dalla Svizzera, a cui do un particolare benvenuto.

Niente a che vedere ovviamente con gli sfarzi e le processioni di ieri a Buckingham Palace, per il matrimonio di William e di Kate, con la conta dei VIP, tra i quali il cantante Elton John con suo marito, e non ultimo il macellaio personale di Elisabetta, carica evidentemente di alto livello presso i Reali

d’Inghilterra.

Non siamo in ogni caso gente che gira a vuoto, perché non ha nulla di meglio da fare. Ancor meno siamo dei perditempo. Ci sono motivazioni profonde e sentite che ci muovono.

TROVARSI ASSIEME PER UN IDEALE HA UN GRANDE VALORE CULTURALE E SOCIALE

Il nostro evento, il nostro piccolo happening, non sta assolutamente nella banale circostanza che

un modesto vegano come me si trovi nella città di Genova, nella capitale italiana dei fiori, a parlarvi di salute, di igienismo e di etica, ma piuttosto nel fatto che un bel gruppo di persone abbia deciso liberamente, senza sponsorizzazioni e rimborsi spese, fuori dai circuiti ufficiali ed istituzionali, di riunirsi qui in nome di condivisi ideali di ordine morale, politico, pratico e salutistico.

Ideali fondamentali che ci toccano da vicino e nell’intimo.

Ideali che si chiamano scienza della salute, igiene naturale, igienismo o hygiene, per dirla in breve.

ARIA, ACQUA, SOLE, MOVIMENTO, CIBO VIVO E NON-CRUDELE. QUESTO E’ HYGIENE

Più che voi tutti ad ascoltare me, modesto e indegno seguace di maestri di grosso calibro e di incomparabile spessore morale, come Pitagora, Ippocrate, Leonardo, Voltaire, Ehret e Shelton, sono io ad ascoltare voi.

I principi dell’igiene sono tutto sommato assai semplici e si esauriscono in un preciso codice di comportamento, di pensiero e di alimentazione. Cosa ci può essere di più semplice di aria, acqua, luce solare, frutta e verdura, il tutto condito da amore per la vita e la natura? Vedremo di ribadirli. Ma quello che più conta sono i dettagli applicativi, i dubbi, le perplessità, le difficoltà, le opposizioni. Ecco perché è basilare che voi ci siate, e che vi facciate sentire col vostro supporto, ma anche con le vostre critiche e le vostre obiezioni.

UNA FACCENDA DI CUORE E DI ORGANIZZAZIONE

Sono sperticato ammiratore dei grandi cantautori di Genova e dintorni, ricchi di passione, di poesia romantica, triste e disinibita, come Luigi Tenco, Fabrizio De Andrè, Umberto Bindi.

Gino Paoli cantava “Grazie di vivere, grazie di esistere”. Utilizzo le sue rime per dirvi “Grazie di vivere, grazie di esistere tutti qui uniti, e grazie di avere due profondi occhi, blu o neri poco importa, ma con un cuore grande, questo sì che importa.

E un grazie particolare a Massimo Ferrando che, lavorando sodo per mesi, ha reso possibile la realizzazione di questo meeting in terra ligure.

OCCORRE RISPONDERE ALLE CRITICHE

Indegno seguace di Pitagora ho detto, ma anche degli Esseni che includevano Gesù Nazzareno e che ci hanno lasciato pagine di incomparabile bellezza nei loro Vangeli.

Indegno seguace, aggressivo, presuntuoso ed arrogante, secondo alcune critiche che mi sono piovute addosso ultimamente. A volte, una critica vale e incide per cento elogi. E’ giusto rispondere alle critiche. Non intendo affatto sottrarmi ad esse. Se esistono qualità umane negative, odiose ed aberranti al mondo, esse sono proprio l’aggressività, la presunzione, l’arroganza, assieme alla falsità, all’ipocrisia, alla cattiveria, alla crudeltà, all’indifferente cinismo. Ovvio dunque che non ci sto.

SE C’E’ DA CHIEDERE SCUSA NON ESITIAMO A FARLO

Se davvero ho generato in qualcuno questo tipo di sensazioni devo aver sicuramente sbagliato qualcosa, devo aver offeso, devo aver urtato la sensibilità e la suscettibilità di qualche anima delicata. Chiunque egli od ella sia, chiedo scusa per essermi rivelato come in realtà non sono.

Odio visceralmente quelle caratteristiche, le trovo insopportabili. Se risulto davvero così sbruffone e antipatico, meglio cambiare mestiere. Farei un pessimo servizio alla causa dell’igiene naturale.

NON SI CONFONDA PERO’ L’OGGETTIVA FORZA MORALE E SCIENTIFICA DELL’IGIENISMO PER ARROGANZA

A questo punto però è giusto fare una precisazione. Non vorrei che si confondesse per arroganza e presunzione la straordinaria forza intima delle verità igienistiche. Mi rendo conto benissimo quanto l’eccessiva sicurezza di una persona o quella di una ideologia possano risultare indigeste e antipatiche dal punto di vista psicologico. L’uomo di oggi, incerto com’è, imbrogliato, irretito a ripetizione, è diventato giustamente deluso, scettico, incredulo, sospettoso. Crollata la fede nella religione e nelle chiese, nel partito e nel sindacato, negli ideali, nello sport del doping, delle scommesse e delle partite truccate, non è più disposto a farsi sodomizzare, a farsi accalappiare, a farsi uccellare, a farsi convincere dall’illusionista, dall’ipnotizzatore di turno.

ESISTONO TANTE VERITA’ E PERTANTO NESSUNO HA RAGIONE O TORTO,  SECONDO I DISEDUCATORI DI REGIME

Predichi il niente, predichi il fumo, predichi il qualunquismo, predichi Grande Fratello, e troverai molti seguaci e molti accoliti. Osi invece parlare di verità, e poi di una verità e per giunta scomoda?

Peggio con peggio. Non esiste una verità, ma almeno dieci, ti dicono.

Parlare di verità è fare lo stesso errore di Gesù Cristo, è dire che sei figlio di Dio, o almeno pronipote, è eresia ed anche bestemmia.

LE PERSECUZIONI DELLE IDEE SCOMODE E’ UNA COSTANTE STORICA

Serve umiltà e non dogmatismo. Ma spesso anche questo non basta.

La storia umana è costellata di croci, di nodi scorsoi, di esecuzioni.

Pitagora e Gesù furono trucidati, Savonarola e Giordano Bruno finirono sul rogo, Galilei si salvò per il rotto della cuffia.

A Peter Duesberg hanno tolto uno strameritato Nobel, per aver rivelato al mondo in ogni dettaglio l’imbroglio più cinico e vergognoso degli ultimi 200 anni, ovvero la farsa dell’Aids.

E’ ARROGANZA DIMOSTRARE PROVARE CON FATTI INEQUIVOCABILE CHE L’UOMO HA CARATTERISTICHE SPICCATAMENTE FRUTTARIANE?

Ma quali sono poi queste verità igienistiche, che qualcuno trova arroganti, presuntuose e dogmatiche?

E’ forse arroganza dire che l’uomo, da dovunque provenga e qualunque cosa mangi, resta inequivocabilmente fruttariano per disegno fisico-biologico e per progetto creativo? Certo che no.

Ciò è dimostrato da 100 segnali importanti: occhi frontali e non laterali, mandibole mobili, mancanza di artigli, naturale avversione per il sangue, latte materno basso-proteico quanto il succo d’uva, sangue umano alcalino, niente enzima uricasi, scarso acido cloridrico, leucocitosi digestiva alle proteine animali (Kouchakoff), batterosi putrefattiva in sede colon (tanti colibatteri e pochi saprofiti), vibrazioni elettromagnetiche Simoneton all’infrarosso sui 10 mila Angstrom per la frutta, e vibrazioni mortali al grigio e ai raggi X sui 3000 Angstrom per i cibi carnei, quando all’uomo serve un minimo di 6500 A. (quelli dei cereali e delle patate cotti con intelligenza), per stare in salute.

E’ ARROGANZA DIFENDERE E PROTEGGERE GLI ANIMALI, CERCARE LA SALUTE, ADOTTARE UNA ROTTA PERCORRIBILE?

E’ forse arrogante dire che la salute dovrebbe essere la normalità, se l’uomo si comportasse e si alimentasse secondo il suo disegno biologico?  E’ forse arrogante affermare che gli animali tutti hanno diritto di non essere maltrattati, imprigionati, traditi, accoltellati e mangiati dal fratello maggiore dotato di anima e intelligenza, quello che li dovrebbe invece proteggere?

E’ forse arrogante dire che l’umanità sta marciando verso il precipizio e che serve cambiare rotta?

UN CIMITERO PRENSILE IN PIENO AEROPORTO

Mi trovavo nei giorni scorsi all’aeroporto di Venezia, uno dei migliori d’Europa in termini di funzionalità, e stavo per ordinare una spremuta d’arancia al bar del settore partenze. Ho dovuto cambiare subito idea. Dal soffitto pendevano 5 gambe di maiale, ossia 5 pezzi di cadavere affumicato chiamati eufemisticamente prosciutti.

Un cimitero prensile in pieno aeroporto, con mamme e bambini sorridenti sotto i cadaveri, a leccare con disinvolta avidità dei gelati confezionati al probabile grasso di foca e di balena.

GAMBE UMANE AFFUMICATE, O GAMBE SUINE AFFUMICATE, NON FA DIFFERENZA

Non è questa la vera arroganza? Immaginatevi l’orrore se tali arti fossero state gambe umane affumicate. Eppure non c’è nessuna differenza tra carne e carne, se non quella della salatura, e quella dell’odioso razzismo insito nel considerare la creatura non-bipede come indegna di vivere, come meritevole di essere sgozzata da viva, e di essere esposta penzolante da morta, senza un minimo di rispetto, di rammarico, di imbarazzo, di senso di colpa, di pietà e di misericordia.

LE MARGHERITINE E LA NEVE IMMACOLATA DEI BAVARESI

Mi sono poi accomodato sulle poltroncine aeroportuali e, sulla parete di fronte, c’era una pubblicità dei formaggi bavaresi, fatti ad arte e meglio degli altri. Una gigantografia con vetta alpina innevata e un grande prato verde trapuntato di margheritine bianche, con due mucche che pascolano felici.

Un quadro bello, elegiaco, naturale e convincente. Ma che bravi questi bavaresi a trattare bene le loro mucche biologiche. Ancor più bravi però ad allestire per le povere bestione un bel macello, con tanti ganci, uncini e coltellacci, al posto dell’erba, delle margheritine e delle cime alpine imbiancate di neve.

I GRANDI CAPOLAVORI ITALIANI

Bavaresi bravi più ancora dei nostri casari e dei nostri macellai. Casari e macellai che l’Agroalimentare Italiano ha elevato a eroi della patria e della bandiera, a nobili rappresentanti del genio italico, quello capace di produrre non già semplici e mediocri prodotti, ma solo e sempre dei grandi capolavori.

Parma, San Daniele, Reggio Emilia e Bologna. Prosciutto e grana, piadina e mortadella. Il meglio del meglio. Senza contare pasta e pizza, caramelle e confetti, cioccolatini e gelati, pandori e torroni, dolciumi e panettoni, bacetti e nutella, vino e grappa, aperitivi e digestivi, birra e caffè.

UN INNO SPERTICATO AL BERE

Al vino italiano sono state dedicate nei giorni scorsi giornate intere, fiere, vetrine televisive, lodi sperticate. Se andate a Tokyo a visitare la sede dell’ICE, scoprirete che dietro un ufficio tutto marmo e  piante, ci sono due lunghe sale trasformate in cantina, con migliaia di bottiglie esposte. Ovviamente vino abbinato sempre al sangue e al cadavere, altrimenti che vino sarebbe? Mica mangi la mela e bevi il vino! Mica mangi il radicchio e bevi il vino! Vino su carne e pesce: la salma è d’obbligo. Per bere male serve prima mangiar male. Tutto in perfetta armonia con Dante (Fatti non foste per viver come bruti) e Leonardo (Verrà il giorno in cui l’uccisione di ogni singolo animale sarà considerata orrendo delitto).

IL DISCORSO ALL’ONU DEL MAHATMA GANDHI

Artisti del mondo o avvelenatori del mondo?

Educatori del mondo o ubriacatori del mondo?

Nutritori del pianeta o drogatori del pianeta? Non siamo forse stonati, fuori luogo e fuori tempo?

“La ricchezza di una nazione non sta nel PIL e nemmeno nella capacità produttiva delle sue industrie, ma piuttosto nel modo che essa ha di trattare donne e uomini, anziani e malati, all’interno dei suoi confini. Nel modo che essa ha di trattare i più deboli e i più innocenti, i più indifesi e i più sguarniti, cioè i bambini e gli animali. Animali che sono più bambini dei bambini”. Questo ha detto il Mahatma Gandhi nel suo celebre intervento alle Nazioni Unite.

I VANGELI ITALIANI DELLA MORTE

Ma l’Italia aveva ed ha tuttora i ceroni alle orecchie. Come ha tuttora il paraocchi di fronte al Vangelo della Pace degli Esseni, di fronte alla sua stessa coscienza, di fronte alla sua gloriosa eredità storica.

Vangeli della pace? Vangeli della salute? Vangeli della libertà? Vangeli della vita? In Italia?

Ma che scherziamo! Da noi vige il Vangelo della Manzotin e della Montana, della Simmenthal e della Star, del Tonno Nostromo e del Salmone Riomare, del San Daniele e del Parmacotto.

Da noi vige il vangelo del latte e del grana, il vangelo della violenza, della malattia e delle onoranze funebri prima del tempo.

UNA ECLATANTE DIVARICAZIONE TRA L’ETICA VEGANA E I TRACANNATORI PASQUAL-NATALIZI DI SANGUE

Ed è proprio qui che si realizza l’eclatante e drammatica divaricazione tra l’etica vegana e il cannibalismo dei tracannatori di sangue, tra l’etica vegana e l’obbrobrio dei masticatori appassionati di trippe e di cervella, di fegati chiamati però fegatini, di rognone, musetto, guanciale, frattaglie e code, tra l’etica vegana e l’abominio dei degustatori pasqual-natalizi di teste, occhi e orecchi di agnellini e capretti sacrificati nelle celebrazioni del Signore.

LA VOCE AMMONITRICE Di GESU’ NON SI CONFONDE CON QUELLA DELLE SUE SBIADITE IMITAZIONI

“Tutto ciò che vive viene da una sola Madre Terra. Chi uccide, uccide suo fratello. La carne degli animali uccisi diventerà nel suo corpo la sua stessa tomba. Chi uccide, uccide se stesso. Ogni goccia di sangue sarà goccia di veleno, ogni respiro sarà fetore, ogni cellula sarà putredine, le ossa saranno gesso, gli occhi scaglie e gli orecchi cera. La morte degli animali diverrà la sua stessa morte.

Vi ho dato ogni erba che reca seme e ogni albero che reca frutto. Questo sarà il vostro nutrimento.

Io vi chiederò conto di ogni animale ucciso o fatto uccidere”.

“Ama il prossimo tuo come te stesso. Non esistono comandamenti superiori a questo. Non uccidete né uomini né animali, e nemmeno il cibo che portate alla bocca. Il cibo vivo porta vita. Quello morto vi annienterà. Perché la vita viene solo dalla vita.”

Questo è Gesù che parla. Altro che Pasqua e Natale, altro che Vaticano, altro che Urbi et Orbi!

IL DRAMMA DEL NUCLEARE E LA PERSEVERANTE IMBECILLITA’ UMANA

Come scrive il nostro grande eco-agronomo professor Giuseppe Altieri, fiero ed indomito combattente anti-Monsanto e anti-OGM, ci sono leggi della natura che Dio non può violare, mentre l’uomo, rozzo, venale, scriteriato, cinico, sadico, violento, irresponsabile com’è, non ci pensa due volte a stravolgere.

Basta guardare l’esempio del nucleare, energia che uccide lentamente da oltre 60 anni.

Basta andare a Chernobyl e verificare come a tutt’oggi le mamme della zona, sempre altamente radioattiva, continuino a generare bambini focomelici. Basta fare il sinistro conteggio dei soldati italiani messi fuori uso dal semplice contatto coi proiettili americani all’uranio, dopo le missioni nei Balcani.

Siamo troppo stupidi ed imbecilli per la Madre Terra e il Padre Sole, eppure abbiamo la pretesa di essere avanti nella conoscenza scientifica e nella coscienza spirituale.

PARADOSSALMENTE, L’UOMO IMPARERA’ FINALMENTE A LASCIARE IN PACE I PESCI DIVENTATI RADIOATTIVI

I giapponesi moriranno come nel 1945. Cacciare le balene non gli ha portato bene. Masticar pesce, sushi, olio di cetacei massacrati da mattino a sera, ha irritato evidentemente Dio Nettuno, portandolo a scaricare sulla costa nipponica il peggior tsunami che la storia ricordi. Ironia della sorte, è proprio da Fukushima e dintorni che partono le baleniere. Quelle baleniere che rendono la vita impossibile ai pacifici giganti del mare.

Bisognerà dire alla gente di non toccare più pesce per i prossimi 500 mila anni. Non solo in Giappone, ma anche in Italia, se è vero che decine di vecchie navi giacciono affondate ad arte intorno alle nostre coste, coi loro carichi di scorie pericolose e di scorie nucleari. Il problema non è solo il mare radioattivo, ma anche il mare carico di pesticidi, di diossine, di cloro-derivati, di dissecanti, di nickel, mercurio e arsenico.

OGNUNO NEL SUO PICCOLO DEVE DARSI DA FARE, DANDO ANCHE IL BUON ESEMPIO AI VICINI

Dobbiamo proteggere i terreni relativamente incontaminati, che sono ridotti a quelli mai arati, a quelli marginali, agli appezzamenti montani. Bisogna recuperare l’agricoltura al biologico, vietando drasticamente ogni sorta di sostanza estranea, incompatibile, non-biodegradabile.

Bisogna chiudere per sempre le fabbriche di carne. Occorre dire alla gente di non mangiare mai carne.

Fa male quando è perfetta, figurarsi poi se è carica di diossina.

Questa però, più che una iattura, è una benedizione, a conferma che non tutto il male  viene per nuocere.

La gente imparerà finalmente ad amare il suo vero cibo, ovvero la frutta e le verdure. Imparerà a crearsi un orto e un frutteto. Imparerà ad inventarsi un nuovo rapporto con la natura che la circonda.

Dobbiamo agire all’unisono per la sopravvivenza umana sul pianeta Terra.

Dobbiamo tentare di salvare il salvabile nell’Arca Virtuale dei Consapevoli.

Non entrate nei supermarket e, se ci entrate, acquistate solo gli alimenti meno inquinanti e meno devitalizzati, ovvero quelli dei reparti ortofrutta.

UNA ZOOTECNIA FOLLE E SATANICA

A livello mondiale stiamo allevando 10 miliardi di creature disgraziate, venute al mondo contro la propria volontà.

Dieci miliardi di bovini che consumano al pari di 30 miliardi di persone, in maxi-stalle stracariche di ormoni e di medicinali, con la paglia e il fieno che valgono ormai più del grano (12 € al quintale, contro gli 11,5 del grano), cosa mai successa nella storia dell’agricoltura.

LA PATTUMIERA ITALIANA DELLE SCHIFEZZE CHIMICHE

I POP (persistent organic pollutants) vengono anche chiamati “la sporca dozzina” (Aldrin, Chlordane, DDT o Dichlorodiphenyl trichloroethane, Dieldrin, Heptachlor, Hexachlorobenzene, Mirex, Toxaphene, Polychlorinated biphenyls,  Polychlorinated di-benzo-p-dioxins o Dioxins, Polychlorinated dibenzofurans). I POP sono stati banditi a livello mondiale (dic 2000, conferenza di Johannesburg, e 2001, trattato di Stoccolma), in quanto permangono per decenni nell’ambiente, nelle pozze d’acqua, nel terreno, nelle falde acquifere, nella stessa aria.

Questi POP vengono assorbiti nel fegato e nell’intestino, causando danni aggiuntivi ai già tartassati organi umani.

L’ESPLOSIVA SITUAZIONE DI TORVISCOSA E DINTORNI

Una delle zone agricole più importanti d’Italia è quella delle Aziende Agricole di Torviscosa-Udine, basilare per la produzione di latte e derivati (controllata dalla multinazionale Parmalat che produce il marchio Torvis, e che sta per passare al colosso francese Lactalis). I terreni risultano per Green Peace (vedi www.greenaction-transnational.org) inquinati e ad alto rischio, in quanto carichi di schifezze chimiche. Tremila ettari di terreni a pascolo con arsenico, cobalto, fitofarmaci, azidrine e POP. Un mix davvero micidiale sui terreni dove cresce il materiale usato per il mangime bovino. Queste letali sostanze finiscono nella catena alimentare, nel latte, nei formaggi, nel burro e nelle carni.

L’unica preoccupazione delle autorità pubbliche è stata quella di escludere ogni pericolo.

L’Istituto Superiore della Sanità ha applicato i comodi e tolleranti protocolli del SIN (Siti Inquinati Nazionali), usati per Napoli Orientale e Brindisi, che hanno consentito il tranquillo riutilizzo dell’area inquinata.

UN MONDO DA RIDURRE A MACELLO GLOBALE

I mandriani moderni non si rendono conto di essersi trasformati in serial killer legalizzati, ma sempre assassini. Sempre massacratori di esseri senzienti. Incapaci di vedere quello che fanno, come scrive Luigi Boschi nel suo articolo “I nostri Vacheros”.

Trovano naturale speculare sulla prigionia animale e sono pure finanziati con fondi pubblici, col denaro della gente ignara. In più ricevono plausi, onori, cavalierati, diplomi di benemerenza.

Per loro il mondo è un luogo da ridurre a prigione, a macello globale, a reparto oncologico planetario.

LA CULTURA DEL LAGER E DELL’ABBATTIMENTO RAPIDO

Ogni essere quadrupede, piumato o pinnato, immolato nella sofferenza e nel dolore per che cosa?

Per farli arricchire, per rombare in Ferrari e magari piangere miseria.

Poco importa se la collettività si ammala, se l’ambiente viene insultato, se gli animali tremano, penano e piangono. Viviamo nella cultura dei lager, con animali intelligenti, coscienti, dotati di anima gentile ed amichevole, trasformati in bestie da latte e da macello, alimentati con proteine insilate, antibiotici e ormoni stimolanti, capaci di quadruplicare la resa-latte e di portare le mucche alla macellazione rapida in appena 2 anni.

SOPRAFFATORI DELLA NATURA

Come hanno malridotto gli animali, così fanno con gli uomini, gonfiati, depotenziati, cancerizzati, e pretendono pure di essere considerati i salvatori del pianeta, quelli che garantiscono la sopravvivenza alimentare, mentre si comportano da nazisti. Neo-nazisti travestiti e mascherati, caratterizzati da parvenze bucoliche e contadine. Nulla hanno a che fare con la campagna, la natura, l’armonia.

Sono il sinistro simbolo della sopraffazione e della distruttività quotidiana della vita, e pretendono che il mondo intero si pieghi e si adatti alle loro folli ambizioni di sviluppo e di dominio, basate sulla triplicazione degli attuali macelli.

MUCCHE DISSECCATE  E VITELLINI IN FAME NERA, DERUBATI DEL LORO LATTE

E la mucca, ingravidata a ripetizione, senza sosta e senza respiro, viene prosciugata di ogni goccia di latte (negato e derubato al suo vitellino), al punto da intaccare la sua struttura ossea e di ridurla a terra, priva di forza per reggersi in piedi.

E’ cosa normale per loro sottrarre alle mamme, dopo 9 mesi di gravidanza imposta, i piccoli vitellini e ridurli a orfanelli disperati e abbandonati, a immobili succhiatori di preparati proteici, a carne bianca e tenera di vitello.

ROMPI IL GUSCIO, FAI PIO-PIO, CERCHI MAMMA GALLINA E FINISCI AFFERRATO DA UNA MANO ASSASSINA

La sorte dei manzetti è peggiore persino di quella dei pulcini maschi che, non appena identificati nel sesso, vengono maciullati vivi nella macchina schiaccia-galletti, negandogli loro il legittimo diritto a fare chicchiricchi.

Tanta fatica a beccare il guscio dall’interno dell’uovo. Salti finalmente fuori e trovi la luce. Ti chiedi dove mai sei capitato e cerchi, speranzoso, mamma gallina. Fai pio-pio asciugandoti le piumette, e trovi al posto della chioccia una mano che ti afferra senza pietà e ti rispedisce nelle tenebre.

Una ferocia inaudita, divenuta disinvolta prassi.

QUELLO CHE ACCADE AGLI ANIMALI ACCADRA’ ANCHE AGLI UOMINI

La vita animale non conta niente, ma quella umana non vale molto di più.

Si realizza la famosa profezia del capo indiano Chiefe Seattle: “Quello che accade agli animali accadrà anche agli uomini, perché uomini e animali hanno lo stesso fato”.

Occorre vivere cercando di avere cura del mondo, comportandoci non da predoni che si impossessano di esseri e di ambiente, ma da persone attente e sensibili che si identificano con la vita e non con la morte, che solidarizzano con la natura anziché brutalizzarla e violentarla.

NELLE MANI DEI VAMPIRI

Grazie a questi abominevoli vampiri, mossi da null’altro che il profitto, non esiste rispetto per la vita e per la dignità dei viventi. Il pianeta ospita sanguinarie catene di montaggio, finalizzate a una degustazione aberrante e ad un’alimentazione oggettivamente delinquenziale, sorretta ed esaltata da una televisione cinica e monopolistica, disgustosa e rivoltante oltre ogni limite di tolleranza.

La Madre Terra prosciugata dall’acqua, dagli stagni e dalle paludi, e riempita di liquami neri e maleodoranti. Terreni fertili trasformati in campi sabbiosi e desertificati, a causa della monocoltura cerealicola ad uso zootecnico.

I DATI PARLANO CHIARO

Produrre un solo kg di carne ha costi enormi in termini ambientali: emissione di 36,4 kg di CO2, rilascio nell’ambiente di 340 grammi di anidride solforosa e 59 grammi di fosfati, inquinamento equivalente a quello di un’auto media che percorre 250 km, consumo di 15.500 lt d’acqua (contro 900 lt per 1 kg di mais). Il 30% delle terre emerse (o il 70% di quelle agricole) è destinato al settore zootecnico.

LE VICENDE DEL GRUPPO LEADER

A Reggio Emilia e Rozzano (Milano) sono stati inaugurati due nuovi ristoranti Roadhouse Grill, che fanno parte del gruppo Cremonini, colosso internazionale della cadaverina.

Il gruppo Cremonini, come testimoniato da inchieste di Report (Rai 3), e come ricordato anche da Beppe Grillo, è un’azienda che nel corso degli anni si è distinta anche per una serie di azioni non esattamente limpide. Ha venduto svariate tonnellate di carne in scatola avariata a paesi poveri (guadagnando su incentivi europei per tali esportazioni). Report ha pure citato la morte di un 12enne russo dovuta a tale carne botulinica.

Per questo caso un intermediario della Cremonini ha pagato 150.000 €, per evitare una denuncia e il conseguente blocco export verso la Russia.

LA NATURA AFFARISTICA E VENALE DEL BUSINESS

Una nave intera, carica di carne avariata Cremonini, venne respinta al mittente dal governo cubano.

Ma, anziché tornare in Italia per la giusta distruzione, fu dirottata verso l’Angola.

Errori di percorso? Può anche essere. Non citiamo questi episodi per sparlare di qualcuno o per denigrare qualcuno. Ci preme soltanto evidenziare la natura prettamente affaristica e venale di questo business che gode, ciononostante, degli onori e della venerazione del governo e dello stato italiano.

Il gruppo Cremonini controlla anche l’Autogrill Moto, la carne Montana, i bar-ristoranti Chef Express (treni, stazioni ferroviarie e aeroporti), le carni Inalca, i salumi Ibisé, i supermercati Marr (in Romagna e Marche). Cos’è che non controlla la Cremonini, c’è da chiedersi?

COSTRUIRE UN IMPERO BASATO SULLA SOFFERENZA NON E’ UN VANTO

Il gruppo Cremonini è fornitore esclusivo in Italia della McDonald’s. Ha inoltre realizzato in Russia il più grande macello d’Europa, sullo stile di quelli americani. Complimenti alla sua imprenditorialità,

cav. Cremonini. Fare soldi e accumulare danaro non è necessariamente cosa biasimevole, ed è anzi auspicabile che sempre più gente al mondo riesca ad imitarla, e a fare quattrini.

Ma, costruire un impero basato sulla sofferenza e sul sangue altrui non è affatto cosa di cui farsi vanto. Nulla abbiamo di personale contro i titolari e gli azionisti  della Cremonini, all’infuori della naturale avversione per quel tipo di business.

Se la Cremonini stesse conquistando il mondo con carote, patate, olive, pesche, melograni e succhi di mirtillo, o magari con crocchette di pane integrale e fiocchi di cereali, non avremmo nulla da obiettare.

LA GENTE PUO’ FARSI SENTIRE CON LE SUE SCELTE CONCRETE

La potenza dell’azienda in questione deriva comunque dai prezzi competitivi e dalla legge della domanda e dell’offerta. La gente vuole carne e la Cremonini la fornisce, realizzandoci pure grossi profitti. Un alibi commerciale di non poca rilevanza, che non basta però a giustificarla e ad assolverla.

E’ esattamente questo il meccanismo da sconfiggere.

IL POTERE POLITICO NON STA SOLO NEL VOTARE ALLE SCADENZE ELETTORALI, MA PIUTTOSTO NEL MODO DI ALIMENTARSI E DI FARE GLI ACQUISTI QUOTIDIANI

Comprare carne significa votare per questo monopolio e rinforzarne ulteriormente il potere.

Bere la cola e la tazzina di caffè, fumare la sigaretta, comprare dolcetti e merendine, significa approvare le industrie correlate, significa appoggiare nicotina, caffeina, zucchero ed aspartame, le sostanze che, unite alla cadaverina, stanno avvelenando e mandando a picco il pianeta.

Toccare il gruppo Cremonini significa peraltro indispettire l’Agroalimentare Italiano, il Ministero delle Politiche Agricole, il Ministero dell’Economia, il Ministero dell’Industria, e tutte le attività indotte che ruotano intorno a questo debosciato affare italico e transnazionale.

L’IGIENISMO PUNTA AD UNA ECOLOGIA UNIVERSALE

Per concludere, igienismo naturale significa ecologia, ma ecologia vera, ecologia interna ed esterna, mentale e comportamentale, ecologia a 360 gradi.

Non certo l’ecologia di Al Gore, l’ecologia dell’effetto serra e delle lacrime di coccodrillo dopo gli tsunami e i terremoti, si spera sempre naturali e mai telecomandati, anche se i documenti raccolti dagli accusatori sono davvero pesanti.

Non certo l’ecologia dei verdi e degli animalisti-domestici, stile cane, gatto e canarino.

IL SIGNIFICATO DEL TERMINE ECOLOGIA NON LASCIA ADITO A DUBBI

Ecologia significa pulizia e purezza nel corpo, nella casa, nel frigorifero, nella città, nella nazione e nel pianeta.

Ecologia significa lotta strenua ad ogni forma di inquinamento chemio-farmacologico.

Ecologia significa rispetto religioso di “sorella acqua”, e profonda armonia con la natura e “cum tucte le creature”, come dettava San Francesco d’Assisi.

Ecologia significa portare in tribunale gli enti nazionali di caccia e pesca, con l’accusa di strage legale e continuata, nonché di spregio antidemocratico per la causa animalista che gli italiani condividono.

DARE LO SFRATTO E NON LE BENEDIZIONI DIVINE AI MACELLI

Ecologia significa avere bocca, saliva, stomaco, mente, spirito, stomaco, intestino e colon incontaminati dal sangue altrui, che è la peggior forma di inquinamento.

Ecologia significa dare sfratto a tutti i macelli, e non promuoverli, e non benedirli con l’acqua santa, come fa da sempre il Vaticano.

IL VERO SIGNIFICATO DEL TERMINE ECOLOGIA

Ecologia non significa bombardare Gheddafi in nome di chissà quale pacifismo.

Ecologia significa mantenere il nostro sangue diluito e scorrevole, senza dover ricorrere al succo di budella pressate di maiale, a quella eparina che è diventata ennesimo business esclusivo e planetario della Pfizer, multinazionale sanguinaria e anti-ecologica, amica intima degli Smithfield, dei Rumsfeld, dei Bush, dei Clinton, degli Obama, dei Gates e dei Rockefeller.

LA BASILARITA’ DELL’APPROCCIO OLISTICO E SPIRITUALE

Qualcuno di voi penserà che sia andato fuori tema, esagerando coi temi spirituali ed ecologisti, e trascurando il tema cibo-salute.

Permettetemi di non essere d’accordo. Etica ed ecologia sono fattori centrali e fondamentali, visto che l’uomo va visto sempre come unità integrale di corpo, mente ed anima.

Abbiamo potuto ascoltare, dal vivo e direttamente dai protagonisti, alcune straordinarie testimonianze di guarigione dal diabete 2, dall’ipertensione e da altre patologie. Che volete di più?

Bontà e gentilezza non sono affatto ingredienti di contorno, quando si parla di scienza della salute.

Pensare di poter risolvere i nostri problemi fisici prescindendo dal fattore estetico, morale e spirituale, rinunciando all’approccio di tipo olistico, è pura illusione.

Valdo Vaccaro   (AVA-Roma e ABIN-Bergamo)

Read Full Post »