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Archive for maggio 2011

Troppo spesso mi trovo in situazioni nelle quali persone che, pur appartenendo a gruppi sociali diversi, pronunciano le stesse frasi: “Ma quando si portano a casa pochi soldi cosa vuoi pensare alla musica classica! Solo quando si sarà superata la crisi, allora si potrà pensare alla musica classica!”, oppure “ma la cultura sono solo le grandi mostre!”

 A queste affermazioni io ho ancora la capacità di indignarmi.

Se molto probabilmente il modello di sviluppo e la società dei consumi sono riusciti ad imporre comportamenti tali da far percepire disgiunti e separati i valori dall’agire che hanno portato all’esclusione di una fetta sociale importante della società e della cultura del lavoro come strumento di cittadinanza, perchè adesso il dibattito sulla musica classica e sulla difesa del suo pubblico finanziamento sono così serrati?

Difendere la musica classica significa solamente difendere un posto di lavoro all’interno di un piccolo – talvolta insondabile – mondo di cui si può fare a meno, oppure difendere la musica classica è un dovere per non rinunciare a dei diritti irrinunciabili e promuovere le identità, le diversità, la creatività, la partecipazione, un modello di sviluppo umano sostenibile e il benessere delle cittadine e dei cittadini?

Si dice anche che la musica classica potrebbe essere un volano non indifferente per lo sviluppo economico. Proviamo, solo per fare qualche esempio, a pensare alla filiera e ai tanti saperi e processi coinvolti nell’editoria del cd stampato e nello spettacolo. Provate a pensare all’Arena di Verona.. Non la penserete come una rovina, ma come un grande teatro all’aperto e subito comincerete ad immaginarvi dei allestimenti dedicati alla musica classica. Provate a pensare a Roberto Benigni che recita Dante e Dario Fo che spiega l’arte nelle grandi piazze del nostro Paese… e subito penserete anche ai turisti che vanno agli spettacoli, i quali pernottano, visitano i dintorni accompagnati da guide capaci ecc.ecc.

Tempo fa un’indagine aveva evidenziato che nel nostro Paese la percezione del ruolo occupazionale dell’industria cinematografica fosse pressoché assente: eppure ogni giorno a Cinecittà lavora un numero di addetti paragonabile a quello della produzione di automezzi al gruppo Fiat.

Che cos’è successo alla musica classica perchè si potesse arrivare a pronunciare la frase “Rinunciamoci, abbiamo cose più importanti a cui pensare…” se la musica classica produce anche momenti di straordinaria partecipazione fisica ed emotiva, di aggregazione, di pensiero, di riflessione, di consapevolezza e di critica, di benessere, di sensazione di minore fragilità e di maggiore sicurezza?

Che cos’è che da fastidio? Il fatto che richieda contributi pubblici? Ma anche altre diverse industrie del nostro paese vi accedono!

La nostra Costituzione all’articolo 9 recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Niente da eccepire, quindi. Va bene, siamo in un contesto di crisi profonda, ma tutto questo non ci impedisce di andare a votare a giugno, di vestirci, di rinunciare ai nostri diritti. Sempre rimanendo alla Costituzione il secondo comma dell’articolo 3 recita: “… È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Ma chi è, chi sono la Repubblica? Non si tratta per caso di noi? Questo secondo comma assegna e riconosce a ciascuno di noi un ruolo, un diritto ed un dovere straordinari: quello di poter essere padroni ed artefici dei destini delle nostre vite promuovendoci a protagonisti per la rimozione degli ostacoli che impediscono la nostra felicità, il nostro benessere. Nelle librerie è in vendita “L’Italia dei doveri” e tra le tante riflessioni dell’autore Maurizio Viroli vi propongo di condividere queste: “La prova più eloquente dell’importanza della libertà interiore è data dai molteplici tentativi, da parte dei regimi totalitari, di inibire le libertà civili, politiche e quella interiore, per dominare non solo le azioni ma anche le coscienze… Del resto, il primo passo dei regimi totalitari, fascismo in testa, è stato quello di minare la libertà di parola. Ma se tale diritto non è accompagnato dal dovere di ascoltare, la democrazia degenera nel governo dei ciarlatani dove tutti parlano e nessuno ascolta… Educare persone libere vuol dire educare persone che non solo non saranno mai sotto il nostro domino, ma sceglieranno forse una strada diversa da quella che avremmo desiderato che esse prendessero…”. Ecco perchè è un dovere difendere la musica classica ed un diritto viverla. Ma quella musica classica che ci permette di interagire, non quella che ci vuole solo “clientes”.

Mente a Berlino la musica classica riempie le sale.

Da un po’ di tempo a questa parte nelle classifiche dei dischi più venduti, o meglio più ascoltati, è possibile trovare dei lavori di musica “classica” tra album poprock e di elettronica. I giovani si stanno riavvicinando a questo genere musicale che, con Ludovico Einaudi prima e Giovanni Allevi poi, anche in Italia è stato portato a livello d’ascolto del popolo; giù dal piedistallo ideale della cultura “snob-ile”.

All’inizio di quest’anno una classifica sul conosciutissimo mensile tedesco de:bug riportava come miglior album scelto dai lettori “recomposed”, di Carl Craig e Moritz von Oswald. Partendo da brani culto, come ad esempio il “Bolero” di Maurice Ravel, i due artisti della techno, rispettivamente di Detroit e Berlino, sono riusciti appunto a “ricomporre” una sinfonia tutta nuova e con grande successo.

Atri DJ techno del calibro di Jeff Mills, insieme con la Montpellier Orchestra, o Ritchie Hawtin, in live con la Sinfonica di Catalugna al Sonar ’05, avevano provato ad unire due mondi così agli antipodi come la musica classica e la techno odierna. Secondo la filosofia del cerchio si potrebbe dire che l’universo musicale è semplicemente ad un punto di ricongiunzione: “tutto si ripete”.

In molti pensano che la musica contemporanea, per sfuggire al vicolo cieco in cui la si crede, troverà nell’origine e cioè nella classica, come anche nelle percussioni, la sua via di uscita. Questa tendenza è chiaramente leggibile nel modo di vivere dei giovani che a Berlino riempiono sempre di più le sale da concerto cittadine. Per sfuggire allo stress che è parte ormai della vita di tutti, l’ascoltare melodie ancestrali che dipingono paesaggi campestri del ‘600 non può fare che bene all’animo. Per non parlare dello spettacolo offerto dai luccicanti ottoni ed i veloci archetti che in una perfetta coreografia seguono l’espressivo direttore d’orchestra.

Qui è appena cominciata la stagione concertistica. Con la MusikFest09 si apre a Berlino un anno di Classica. In questa corniche settembrina abbiamo esibizioni nella Konzerthaus, nella Kammermusiksaal e naturalmente alla Philharmonie Berlin. Collettivi tra i più importanti al mondo, come la London Philharmonic Orchestra o la Chicago Symphony Orchestra, dirette dai loro maestri eccellenti, ed ovviamente i padroni di casa della BerlinerPhylharmoniker con la direzione sperimentale del giovane Gustavo Dudamel e il favoloso Ensamble Glorious Percussion.

Insomma, se non si vuole seguire la massa che si raggruppa in oscuri club underground o rumorosi bar affumicati, si puo sempre fare un salto nel passato della musica. I luoghi dove è possibile ascoltare musica classica sono vari. Le sale di stato riconosciute sono consigliate per il livello acustico più che eccellente oltre che per le architetture illustri che vanno dalla settecentesca Staatsoper in Unter der Linden fino agli anni Sessanta della pentagonale e asimmetrica Philharmonie di Scharoun vicino Potzdamer Platz. Una nota sul look: non è obbligatorio vestire da gala, anzi è consigliata una mise sobria se non si vuole risultare stranamente fuori luogo.

Kool è anche l’itinerante iniziativa Yellow Lounge che da anni propone il misto electronica-classica colorando di luce diversa e riempiendo di suoni insoliti anche luoghi dark come il Berghain, tempio della techno nella Berlino di oggi.

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“Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa.

Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo”. 

Da diversi anni mi sono avvicinato allo Zen ed al Buddismo, grazie ad alcune esperienze di meditazione vissute con il mio primo Maestro di Arti Marziali ed un suo allievo già monaco Zen italiano legato alla setta Soto.

La pratica quotidiana delle Arti Marziali mi ha pian piano portato a considerare e praticare le religioni orientali, sino a sentirmi quasi completamente buddista. Dico quasi perché nel mio intimo rimane forte una credenza animista, in cui ogni essere vivente, animali, piante, l’essere umano ha un’anima e merita rispetto. Ho trovato nel Buddismo e nello Zen tutti gli insegnamenti e il conforto di cui avevo bisogno. Ecco il perché di questa pagina, come semplice punto di riflessione.

 

ZEN (inizio)

Per noi occidentali così distanti dalla cultura orientale, ed in particolare da quella giapponese, non è facile accettare e comprendere cosa significa praticare Zen e perché lo Zen è compagno ideale delle Arti Marziali. Ed è mio desiderio sollevare un velo a favore della comprensione di questa disciplina.

È in Cina che si concretizza la prima corrente di pensiero che darà vita alla forma di Buddismo Ch’an, grazie agli insegnamento del monaco indiano Bodhidharma. Successivamente portato in Giappone si svilupperà in diverse “sette Zen” tra le quali emergeranno nei secoli la scuola Rinzai e la Soto. La Prima per lo stile austero e le metodologie, verrà preferita dalla casta dei Samurai, la seconda sarà abbracciata dal resto della popolazione.

Nel Ch’an non esistevano immagini sacre, non c’erano dei da adorare, e poca importanza veniva data alle scritture, perché la regola era la non regola, l’insegnamento era, paradossalmente, che nulla poteva essere insegnato. Secondo il Ch’an prima, e quindi lo Zen poi, la comprensione è possibile solamente ignorando l’intelletto e prestando ascolto agli istinti, all’intuizione.

La sperimentazione della realtà senza l’uso dell’intelletto, ciò non significa non cultura, anzi, ma la completa accettazione della natura dei suoi fenomeni, senza una spiegazione logica per ogni più piccola sfumatura. Lo Zen porta alla calma interiore, una forma di quietismo positivo, che ha alla sua base una grossa forma di umorismo, che si può intravedere nei Koan, gli esercizi di meditazione particolarmente utilizzati dalla setta Rinzai. o nelle risposte dei maestri. Lo Zen, ha influenzato la cultura Giapponese, utilizzando e facendo proprie le varie forme culturali e di pensiero; dalle Arti Marziali alla Cerimonia del The, dalle Composizioni di Fiori al Teatro No, dalla Poesia alla Pittura ad Inchiostro, dai Giardini all’Architettura. Ma per noi occidentali, quali vantaggi la pratica dello Zen può portarci ? Innanzi tutto vorrei precisare che la pratica dello Zen non comporta l’abbandono della propria religione, e, come disse uno dei più grandi Maestri Zen viventi, Taisen Deshimaru, “Lo Zen è al di là delle religioni”, ovvero la pratica dello Zen non è in “concorrenza” con le religioni, ma anzi può aiutare a comprendere e vivere meglio la propria dimensione mistica.

Tornando alla nostra domanda, un primo insegnamento basilare dello Zen è racchiuso nella frase “qui ed ora”, ovvero concentrarsi su ogni istante della vita quotidiana.

“Qui ed ora” significa essere interamente in quello che si fa, mentre mi lavo, mentre mangio o cammino, mentre combatto. Non pensare più in modo frenetico o troppo profondo al passato od al futuro, ma vivere completamente i nostri atti e le nostre parole e pensieri del momento. Nella cultura attuale, molte cose sono date per scontate, molte le cose fatte o vissute in maniera veloce, superficiale. Il ritmo frenetico impostoci dalla “civiltà” dei consumi può essere ridimensionato tramite una buona pratica Zen. Lo Zen si può praticare in qualsiasi momento della giornata, curando la giusta postura (posizione) Za-Zen, concentrandosi sulla respirazione, senza però cercare di ottenere o raggiungere qualsiasi cosa.

“Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa. Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo”.

 

Postura

La postura detta Za-Zen è interpretata in due modi, la prima, tradizionale, adottata dalla setta Soto si ottiene sedendosi su un apposito cuscino rotondo (Zafu) con le gambe incrociate nella posizione del loto, ereditata dalla cultura Indiana. Portando il piede destro sulla coscia sinistra e viceversa, otteniamo questa posizione non facile e inizialmente piuttosto scomoda. Le ginocchia toccano terra, la schiena e ben dritta, le spalle rilassate, il mento rientrante e nuca ritta. La seconda posizione è quella normalmente utilizzata da chi pratica arti marziali ed è la posizione di Sei-Za, ovvero seduti sui talloni, le ginocchia ben divaricate, mentre per il busto vale quanto detto prima. Raggiunta la giusta posizione del corpo (anche con brevi oscillazioni di assestamento) si esegue il saluto (Gassho), congiungendo le mani all’altezza delle spalle, palmo contro palmo, ed effettuando un leggerissimo inchino. Le mani poi adottano una posizione ben definita, appoggiate in grembo, la destra accoglie la sinistra, palme verso l’alto con i pollici che si toccano senza tensione. E’ possibile adottare anche altre posizioni delle mani, prese dalla cultura Taoista. La lingua deve toccare il palato, appena dietro i denti anteriori o nel punto in cui il solletico è più intenso.

 

Respirazione

Concentrandosi sul proprio corpo si inizia a controllare la respirazione. Si inspira ed espira tramite il naso. La respirazione è lenta ed impercettibile, ci si può inizialmente concentrare sull’immagine dei propri polmoni per facilitare il raggiungimento del giusto ritmo, che prevede circa quattro respirazioni complete al minuto. L’inspirazione avviene naturalmente al seguito dell’espirazione con contrazione dell’addome provocando anche un salutare massaggio agli organi addominali.

 

L’ atteggiamento mentale

L’ atteggiamento mentale o dello spirito nello Zen è unico, ma infinito nelle sfumature. Zan Shin lo spirito vigile, coinvolto nell’azione, ma attento a ciò che viene dopo, qui e ora, nello sviluppo completo del tempo. Zan Shin si applica in ogni attimo della vita, dalle cose più semplici come accudire alla pulizia del proprio corpo, al guidare un’auto, ai rapporti con le persone, al combattimento. E’ la strada per una completa fusione del corpo e della mente. Quando svolgiamo un’azione si deve essere integralmente parte di ciò che stiamo facendo. Se guardo una montagna, cerco di essere una montagna, se guardo uno stagno, cerco di essere calmo ma pieno di vita come uno stagno può essere. Qui e ora, essere interamente in quello che si fa, non pensare al passato od al futuro, essere nel presente. Troviamo scritto nello Shodoka del Maestro Yoka: “Non si deve cercare la verità, nè troncare le proprie illusioni”. Si devono lasciare passare i pensieri, non trattenerli, ma viverli. Il nostro spirito è complicato, difficile da dirigere, agile come una scimmia.

Ma come disse il mio Maestro, prendiamo, quando occorre, la scimmia per la coda, ovvero fermiamo il nostro pensiero i nostri sogni per salire a bordo e viverli con reale intensità, qui ed ora. Dobbiamo però ricordarci, di non vivere lo Zen in maniera assoluta come spesso accade ai mistici orientali, che lentamente si chiudono su se stessi. Dobbiamo sviluppare quelle parti dello Zen che ci permettono un dinamismo e una presenza mentale utili nella vita quotidiana, ovvero qui ed ora. La meditazione in Za Zen deve essere quindi una fase iniziale e fondamentale della crescita e non una fase finale in cui rinchiudersi e costruire un proprio mondo limitato e statico.

 

Lo Zen nelle Arti Marziali 

Lo Zen nelle Arti Marziali ha ottenuto un posto di rilievo, in particolare nell’arte della spada e del tiro con l’arco. L’abilità tecnica in combattimento nulla vale se non è accompagnata da una tranquillità interiore, da uno spirito vigile che non si ferma da nessuna parte. Come disse il monaco Zen Takuan (1573-1645) “Il vero spirito è come l’acqua e lo spirito malcerto è come il ghiaccio”, ovvero quando lo spirito si ferma su qualcosa, come il ghiaccio ad un ramo, si è vincolati ed inermi, quando è come l’acqua, mille sono le possibilità e le strade. Con la pratica dello Zen si arriva alla dimensione del “tempo esploso” ovvero in una dimensione in cui gli avvenimenti sono qualcosa di distaccato e sembrano ripresi al rallentatore. Nel combattimento affiorano gli istinti più ancestrali, la parte più profonda del nostro essere, e lo Zen con la meditazione, permette al subconscio di risalire in superficie. In questo modo si prendere contatto con se stessi ed entrare in sintonia prima con il proprio spirito e poi con l’universo e di conseguenza con l’avversario. Forse con questo Haiku che segue Vi potrà aiutare a comprendere questo concetto: 

L’acqua dello stagno di Hirosawa

Non pensa a riflettere la luna,

nè, per parte sua, la luna cerca di

essere riflessa sull’acqua.

 

Ovvero, non c’è che una luna in cielo, ma la superficie di ogni fiume riflette una luna. Se non c’è acqua, la luna non si rifletterà, ma non è l’acqua a creare la luce della luna. La luce della luna non cambia se viene riflessa da molti fiumi, nè cambia la dimensione della luna. Il nostro spirito non deve preoccuparsi delle cose su cui si posa, così come le cose non devono accorgersi della presenza del nostro spirito.

 

Lo Zen ed i Giardini.

La disposizione e la creazione di un giardino come simbolo della ricerca interiore. Il voler rendere omaggio alla natura, con un rispetto reverenziale, a quella natura che costituisce una delle pietre miliari della filosofia Zen. Il giardino visto come un quadro in cui la prospettiva e l’astrazione guidano la mano dell’artista. La cura nella scelta degli oggetti, dei sassi, delle piante, la struttura dei laghetti, nulla è lasciato al caso, ma tutto calibrato per guidare l’occhio dell’osservatore dove l’artista desidera, sino al limite in cui il muro di recinzione non serve per tenere lontano gli sguardi indiscreti, ma per impedire a coloro che osservano il giardino dall’interno, dai punti prestabiliti dall’artista, di spingere lo sguardo all’esterno e quindi introdurre fattori estranei nella visione. Un giardino su cui non oziare, ma da guardare. Si arriva verso la fine del 1400 all’astrazione totale con i giardini di pietra, intesi a favorire la meditazione. Dove prima si ricercava una bellezza scenografica, in questi piccoli giardini invece, si cercavano strumenti tramite i quali la mente contemplativa poteva dilatarsi a cogliere l’essenza dello Zen. Il giardino si avvicina alla pittura ad inchiostro.

 

Lo Zen ed il disegno ad Inchiostro.

La pittura ad inchiostro monocroma fiorita nel periodo Ashikaga (1133-1573), è senza dubbio uno dei momenti supremi dell’arte giapponese, e oserei dire anche mondiale. Nata inizialmente in Cina, quale estensione della scrittura a pennello e delle opere calligrafiche, divenne mezzo fondamentale nella diffusione dello Zen. Il colpo di pennello, che sembra così spontaneo, semplice, immediato è frutto di anni di studio, come il fendente dello spadaccino, l’assoluta precisione del colpo di pennello può essere eseguito solamente da una persona la cui mente ed il cui corpo sono tutt’uno. L’artista esprime l’illuminazione di un istante e quindi non ha il tempo per elaborare ogni singola pennellata, la tecnica deve fluire dalle profondità interiori, catturando le immagini dell’infinità, al di là del pensiero. La carta di riso usata dai pittori Zen, assorbe immediatamente l’inchiostro e quindi non è possibile alcuna correzione, come uno spadaccino che esegue un affondo, che colga il bersaglio o no, non potrà mai correggerlo.

 

Lo Zen ed il Teatro No.

Il teatro No è sicuramente la forma di arte Zen più difficilmente comprensibile per un’occidentale. E’ un teatro dei particolari, delle mille arti, danza, musica, mimica, ed ancora architettura e scultura. Le sole maschere in legno ad esempio, spesso antiche di centinaia di anni, possono mutare espressione a seconda del gioco di luci creato dai movimenti della testa dell’attore. Non si può descrivere il teatro No, per un occidentale è incomprensibile, così imperniato della più raffinata estetica Zen, che spesso lo è anche per un giapponese.

 

Lo Zen e l’architettura.

La casa tradizionale Giapponese è fredda d’inverno e calda d’estate, l’assenza di mobilio costringe gli occupanti a passare gran parte della giornata in ginocchio. Per dormire un ripiano di legno ricoperto da un’imbottita di cotone. La squisita casa tradizionale Giapponese è come un’ ombrello aperto sul paesaggio, che si integra con l’ambiente, non lo domina. L’uso di materiali naturali, spesso lasciati al grezzo, sono un’accurata ricerca di integrazione con l’ambiente. Ma perché questa scomodità, queste privazioni fisiche?

La casa Giapponese è, grazie alla cultura Zen, un raro esempio di fusione tra necessità fisiche e spirituali. Non a caso la struttura di base ricorda un santuario Shinto, spartano ed elegante. L’aspetto fragile della casa ben si adatta ad una terra scossa da frequenti terremoti, infatti la leggera struttura, non ancorata a terra da tradizionali fondamenta, tende a “fluttuare” in sintonia con il terreno. Senza addentrarci nei particolari architettonici, vorrei citare un passo di Ralph Adams Cram che visitò il Giappone all’inizio del nostro secolo”, in relazione alla sobrietà e spartanità della casa nipponica: “La singola stanza costituisce un ambiente che richiede la presenza e la partecipazione dell’uomo per colmare il vuoto. In assenza di distrazioni decorative non resta che concentrarsi sulla propria mente e su quella dei presenti. Ogni parola, ogni gesto appaiono più significativi.”

 

Lo Zen e la Cerimonia del Tè.

La cerimonia del Tè riunisce in sè tutti gli aspetti dello Zen, arte, quietismo, estetismo. La si potrebbe definire l’essenza della cultura Zen, con momenti profondi che vanno oltre l’esteriorità della cerimonia stessa. Sicuramente una delle bevande aromatiche più antiche tra quelle note, utilizzata nei monasteri per combattere la sonnolenza nelle lunghe sedute di meditazione, apprezzata dai nobili e dai guerrieri, l’assunzione del tè finì con essere ritualizzata nella cultura Zen. Cha-No-Yu, ovvero la Cerimonia del Tè, lentamente prese forma, divenne un momento solenne, intimo e sereno. Lunga da descrivere, già il considerare la particolare porta di una sala per il tè, che obbligando il passaggio in ginocchio, induce ad abbandonare all’esterno le superbie, può aiutare a capire i profondi concetti dietro questa cerimonia. L’incenso, lo scarno arredamento, il cerimoniale creano le premesse per una disponibilità interiore che permette a tutti i sensi di partecipare alla cerimonia del Tè e di entrare in armonia con gli altri.

 

Lo Zen e la Poesia.

Anche la poesia ricalca i canoni di semplicità e istintività tipici dello Zen, ma però anche la sua ermeticità, per chi non si è addentrato in profondità nello studio di questa disciplina. Forse nata dalle risposte dei maestri ai discepoli, forse dai Koan, la poesia divenne un’espressione di momenti particolari, dalla “illuminazione” alla “morte”. Attorno al 1400, nasce la forma poetica chiamata Haiku, generalmente definita la poesia Zen per eccellenza. Costituita da 17 sillabe o meno, con un motivo dominate come l’isolamento, la povertà, mistero, l’Haiku ha il diritto di avere un suo posto nella letteratura mondiale, se è vera l’affermazione che l’arte del poetare consiste nel saper dire cose importanti col minor numero di parole possibili.

 

Haiku: le Poesie.

 

Senza impronta, non più bisogno di nascondersi.

Ora il vecchio specchio

Riflette ogni cosa; luce d’autunno

Inumidita da pallida nebbia.

(SUIAN)

 

Sopra il picco una distesa di nuvole,

Il fiume è freddo alla sua sorgente.

Se vuoi vedere,

Scala la cima del monte.

(HAKUYO)

 

Senza impronta, non più bisogno di nascondersi.

Ora il vecchio specchio

Riflette ogni cosa; luce d’autunno

Inumidita da pallida nebbia.

(SUIAN)

 

Koan: Pensieri per Meditare

“Come fai a vedere tutto così chiaramente?” 

chiese un allievo al suo Maestro

“Chiudo gli Occhi” rispose questi.

Tre monaci osservano una bandiera che si agita nella brezza.

Osserva uno: “La bandiera si muove”, ma il secondo ribatte:

“E’ il vento che si muove”. Allora dice terzo:

“Sbagliate entrambi. E’ la vostra mente che si muove”.

La perdita diventa guadagno. Il guadagno diventa perdita.

La felicità diventa infelicità. L’infelicità diventa felicità.

Se ottenete una cosa, perdete un’altra cosa.

Se perdete quella cosa , ne ottenete un’altra.

Il grande sentiero non ha porte,

Migliaia di strade vi sboccano.

Quando si attraversa quella porta senza porta,

Si cammina liberamente tra cielo e terra.

 

BUDDISMO Cenni Storici

Siddharta Gautama Buddha visse nel VI secolo a.C. in un periodo in cui in Cina Confucio e Lao-Tse pongono le basi della filosofia cinese, mentre in Grecia i filosofi presocratici gettano le basi della filosofia occidentale. Il pensiero di Budda era rivolto a tutti coloro che desideravano mettere in pratica i suoi insegnamenti e non ad un numero ristretto di asceti. Questo seme col tempo svilupperà un immenso albero con tanti rami diversificati, dal Tantrismo tibetano allo Zen giapponese. Siddharta Gautama principe, nato nel 563 a.C. ai piedi dell’Hymalaya, crebbe in un ambiente ricco e raffinato, poi si staccò da questo mondo per diventare monaco. Morì verso il 483.

 

I concetti.

I concetti che stanno alla base del messaggio del Budda sono il risveglio, di illuminazione o liberazione. Il risveglio da un ‘sonno’ della mente, dal mondo dei miraggi e dei fantasmi. L’illusione di credere di esistere come qualcosa di individuale e separato dal resto. Come se un’onda del mare credesse di essere unica e sola. L’onda è solo come un disegno che emerge e dura un’ attimo, legata al movimento continuo dell’acqua. Se tentasse di credere di essere unica e sola si troverebbe in una lotta disperata contro la realtà.

 

La pratica.

Mille sono le pratiche che si possono adottare. Nel tempo l’uomo che ha necessità di immagini e riti ha costruito a discapito del vero e puro insegnamento del Budda una serie di cerimoniali. Forse la cosa migliore è leggere il Dhammapada una semplice raccolta di frasi ed aforismi attribuiti allo stesso Gautama Budda.

 

Alcuni passi del Dhammapada:

 

Come il fabbro raddrizza

una freccia,

così il saggio governa i suoi

pensieri,

per loro natura instabili,

irrequieti 

e difficili da controllare.

Non lasciare che la ricerca

del piacere

ti distragga dalla meditazione

e dal tuo stesso bene.

Anzichè badare agli errori

altrui 

osserva i tuoi,

esamina ciò che hai

commesso 

e ciò che hai omesso di fare.

Controlla la rabbia

come un buon auriga

governa il suo carro

impazzito.

Pratica ciò che predichi.

Prima di cercare di

correggere gli altri

fa una cosa più difficile:

correggi te stesso.

Nobile è colui che non fa del

male

ad alcuna creatura vivente.

Tu sei il tuo solo maestro.

Chi altro può guidarti?

Diventa padrone di te stesso

e scopri il tuo maestro

interno.

La padronanza della propria

mente,

ribelle, capricciosa, e

vagabonda,

è la via verso la felicità.

 

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Bergonzi02Nato a Busseto, fino a diciannove anni fece il casaro – « Imparai le prime romanze impastando il formaggio » – Dal conservatorio al lager – Maratona sotto il sole per il debutto – Tre anni di carriera da barìtono – «Accidenti, ma io sono un tenore!» -Venticinque anni di ininterrotte presenze al Metropolitan – «Ho paura solo del numero diciassette».

Da più di trent’anni Carlo Bergonzi è il tenore verdiano per eccellenza e uno degli artisti lirici più acclamati nel mondo. «II primo successo lo ebbi il 12 gennaio 1951» ricorda «e da allora, grazie a Dio, ne sono seguiti tanti».

Sorride. Gli occhi brillano di una felicità semplice. Vive a Busseto, dove, con la famiglia, gestisce il suo ristorante “I due Foscari”, ma non è facile trovarlo a casa. Gli impegni artistici continuano a portarlo in giro per il mondo. È da poco tornato dall’America, dove ha interpretato II Corsaro di Verdi, ed è in partenza per Lecce, dove sarà Enzo Grimaldo nella Gioconda di Ponchielli; poi si trasferirà a Barcellona per Elisir d’amore, e quindi di nuovo in America per alcune opere al Metropolitan.

«Nel grande teatro di New York sono di casa da venticinque anni» dice Bergonzi. «Sono forse l’unico cantante lirico che possa vantare un record di presenze ininterrotte al Metropolitan per un così lungo periodo. Nel corso del 1981 al “Met” mi hanno festeggiato per i miei trent’anni di professione e per le mie nozze d’argento con quel teatro. Ci sono state serate bellissime, ricevi­menti, gala televisivi».

«E in Italia?» domando.

«Sono stato in televisione alla fine di dicembre» dice Bergonzi. Infatti, domenica 20 dicembre, il vastissimo pubblico di Domenica in… ha potuto ascoltare due arie verdiane interpretate da Bergonzi e apprendere da Pippo Baudo che il grande tenore, nel corso del 1981, aveva festeggiato trent’anni di palcoscenico. Quella apparizione televisiva è stato l’unico festeggiamento italiano: niente di “ufficiale”, ma un regalo personale di Baudo che, oltre alle canzonette, ama anche la lirica. Di “ufficiale”, per Bergonzi, in Italia, non si è fatto niente. Nessun ente lirico, nessun grande teatro si è ricordato di questo eccezionale artista, come ha fatto il Metropolitan.

La carriera di Bergonzi è tra le più limpide della storia del melodramma. Il tenore è sempre stato in perfetta forma e al massimo della resa. Si può dire che in trent’anni non abbia mai avuto una serata negativa. I critici lo hanno paragonato ad Aureliano Pertile, a Giuseppe Anselmi e per la fluidità di suono, la sicurezza d’accento, la varietà di colori, a Beniamino Gigli. Dopo la registrazione discografica del Ballo in maschera diretto da Solti nel 1961, il critico Desmond Shawe-Taylor scrisse su «Gramophone»: «Bergonzi è il miglior Riccardo della storia del disco». Il massimo esperto italiano di voci liriche, Rodolfo Celletti, temuto da tutti i cantanti per le sue stroncature, di Bergonzi ha sempre scritto con incondizionato entusiasmo. Secondo Celletti, «Bergonzi non scandisce mai esagitatamente, non picchia a martello sull’articolazione, non sconfina nella declamazione, non forza mai un suono, “canta” sempre. Quando esegue Verdi, ha una tensione interna che lo rende ampio, nobile, fiero solo che emetta una nota. Inoltre, la padronanza dello stile, lo porta a classificare la vocalità dei  personaggi con  scelte  quasi  ineccepibili».

«Credo che lodi di questo genere Celletti non le abbia mai fatte a nessuno» dico a Bergonzi. E poi gli chiedo: «Chi ti ha insegnato a mantenere la voce sempre in perfetta forma e a sostenere una brillantissima carriera che dura da trent’anni?».

Per qualche attimo Bergonzi mi osserva in silenzio e poi sorride. «Non ho mai avuto nessun maestro» dice. «Ho fatto sempre da me. Tutti i cantanti lirici hanno un maestro e vanno da lui a ripassare le opere o a mettere a posto la voce quando sballa. Io mi sono sempre arrangiato per conto mio. I segreti tecnici che mi hanno permesso di cantare per tanto tempo, li ho inventati io. «Sono figlio di povera gente,» racconta Bergonzi «ma credo di essere nato con il dono del canto lirico-verdiano. Fin da bambino pensavo a Verdi come a una persona di casa. Sono nato a Vidalenzo, a cinque chilometri da Busseto. In casa si parlava spesso di Verdi. Nessuno dei miei ha studiato musica, ma tutti conoscevano le opere verdiane e ne cantavano le romanze.

«Mio padre, casaro, era un autentico artista nell’arte di fare il formaggio parmigiano, e io ero destinato a imparare lo stesso mestiere. A undici anni, terminate le elementari, cominciai a lavorare in cascina. Mi alzavo alle quattro del mattino e andavo a letto alle undici di sera.

«In quelle condizioni non c’erano speranze razionali per pensare al canto, ma nel mio cuore ero certo che un giorno ce l’avrei fatta. Intanto la domenica cantavo in chiesa. Ascoltando mio padre e i suoi amici, avevo già imparato diverse romanze verdiane che allora si eseguivano come si fa oggi con le canzonette. A sedici anni andai per la prima volta a vedere un’opera. A Busseto davano il Trovatore. Non ricordo gli interpreti, che saranno stati artisti sconosciuti, ma rimasi affascinato dal personaggio di Manrico.

«II giorno dopo, mio padre mi sorprese in un atteggiamento grottesco. Per imitare ciò che avevo visto a teatro, mi ero messo una padella in testa, tenevo in mano un attizzatoio come brando e, davanti allo specchio, cantavo a squarciagola “Di quella pira”.

«Qualche tempo dopo mi presentai a un baritono di Busseto, per avere un suo consiglio. Mi chiese di cantargli una romanza e poi disse: “Sei ancora giovane, la voce non è formata, ma dovresti già cominciare a studiare perché hai la stoffa per diventare cantante”.

«Bastarono quelle parole per scaldarmi la testa. Cominciai a tormentare mio padre perché mi mandasse al conservatorio. Le difficoltà erano molte. Non avevamo mezzi, e da sei anni avevo smesso di andare a scuola. Mi ero fermato alla quinta elementare e non avevo più preso in mano un libro. Dovetti seguire delle lezioni private per prepararmi a un esame di ammissione al conservatorio. Finalmente fui accettato.

«Al conservatorio frequentai le medie, studiai canto e anche pianoforte. Feci tutto questo pur continuando a lavorare alla cascina con mio padre.

«Dicevano che avevo una voce da baritono, e studiai per quel registro. Nell’estate del 1943 fui chiamato alle armi. Avevo poco più di diciotto anni. Mi assegnarono alla contraerea ma mi ammalai subito. Quando arrivò l’armistizio, l’8 settembre, i miei compagni fuggirono, mentre io a letto con la febbre, fui preso dai tedeschi e spedito in un campo di concentramento in Germania, dove rimasi sino alla fine della guerra tra fame, freddo, privazioni di ogni genere, e senza poter studiare né esercitarmi nel canto. Tornato a casa, ripresi i corsi al conservatorio e nel 1948 mi diplomai.

«Il mio debutto avvenne nell’agosto di quell’anno, in un teatro parrocchiale a Varedo, vicino a Milano. Mi avevano fatto un contratto di duemilacinquecento lire per recita. Partii da Vidalenzo, accompagnato da uno zio. Fino a Milano viaggiammo in treno, e poi a piedi. Era agosto e faceva un caldo micidiale. A camminare sotto quel solleone, sembrava di essere nel deserto. Mi sentivo morire. Ad ogni fontanella ci fermavamo a bere. Arrivai a Varedo gonfio d’acqua e cantai come potei.

«II vero debutto avvenne però a Lecce qualche mese dopo. Interpretai il Barbiere di Rossini ed ebbi un buon successo, tanto che ricevetti numerose offerte per altre opere.

«La mia carriera cominciava bene. Avevo in repertorio Don Pasquale, Elisir d’amore, Bohème, Lucia di Lammermoor e anche Traviata. Cantavo con Gigli, Schipa, Tagliavini, tutti i grandi del tempo. Ma la mia era una voce “piccola”. Allora c’erano baritoni come Bechi, Tagliabue, Reali, Basiola. Era difficile competere con loro, non avevo i mezzi vocali adatti. Fin da ragazzo avevo promesso a me stesso di diventare qualcuno. Non ero, quindi, soddisfatto di come si mettevano le cose e stavo progettando di piantare la carriera e tornare a fare il casaro.

«Intanto mi ero anche sposato. Vivevo in un modesto appartamento a Cusano Milanino. Mia moglie aspettava un figlio, e i pensieri e le preoccupazioni aumentavano.

«Un giorno, nell’autunno del 1950, ero a Livorno e cantavo Butterfly con Galliano Masini. Dopo il primo atto, durante il quale la voce aveva fatto qualche capriccio, tornai in camerino e provai a fare degli esercizi prendendo delle note alte. Con stupore, mi accorsi che arrivavo con facilità al do. “Ma io sono tenore” mi dissi. “Quello che ho fatto finora è tutto sbagliato, devo cambiare.” Terminata la recita, tornai a casa deciso a tentare una nuova strada.

«Nessuno doveva saperlo. Avrei rischiato di essere preso in giro per il resto della mia vita. Non dissi niente neppure a mia moglie. Per studiare mi serviva un pianoforte, ma non avevo i soldi per noleggiarlo. Non mi persi d’animo. Cominciai a studiare munito soltanto di un diapason, cioè di quel piccolo strumento acustico che produce una sola nota, il la, e serve per l’accordatura dei pianoforti. Era pazzesco sperare di poter combinare qualcosa in quelle condizioni, ma io sono sempre stato testardo. Ogni mattina mi davo il la ed eseguivo dei vocalizzi secondo un metodo intuitivo che mi sembrava adatto al mio caso. Procedevo per semitoni, alleggerendo la voce e cercando di salire sempre di più. Ogni giorno guadagnavo un quarto di tono. Mia moglie preoccupata, diceva: Continui ad alleggerire la voce, ormai mi sembri un tenore”. “Non ti preoccupare,” le rispondevo. “Devo preparare una parte che richiede note leggere. Dopo questo impegno, tornerò come prima.”

«Verso la fine dell’anno, la mia voce era a posto. Approfittando del fatto che mia moglie era all’ottavo mese di gravidanza, la convinsi a trasferirsi da sua madre.

«Rimasto solo a Cusano Milanino, cominciai a studiare alcune opere da tenore. Un’amica di famiglia, che aveva il pianoforte, mi permetteva di esercitarmi per qualche ora al giorno. Avevo una straordinaria capacità di apprendere e in un paio di settimane preparai Aida e Andrea Chénier. Poi andai a Milano per una serie di audizioni.

«Andai da Ferrone, che mi propose subito un’Aida a Piacenza. Ma questa città era troppo vicina a Parma, e non me la sentivo di rischiare quell’esperimento vicino a casa. Andai da Colombo, quel celebre personaggio che avrebbe poi fondato il concorso “Aslico”, mi misi al pianoforte e gli cantai “L’improvviso” dell’Andrea Chénier. Colombo, grande intenditore di voci, capì subito che quello era il mio vero ruolo e disse: “Ti posso offrire un Andrea Chénier a Bari, in gennaio: ci stai?”. A Bari, così lontano da Parma, potevo tentare.

«Il debutto avvenne il 12 gennaio 1951. Quella sera, l’attesa in camerino fu spasmodica. Mi sembrava di ai tendere l’esecuzione capitale. Andai in palcoscenico quasi in trance per la paura. Ma, dopo la prima romanza, mi accorsi che le cose si mettevano bene, e provai una felicità immensa. Al termine del primo atto ricevetti il più bel telegramma della mia vita: non riguardava la mia carriera, ma mi annunciava la nascita di Maurizio, il mio primogenito. La notizia mi galvanizzò e cantai il resto dell’opera con una grinta eccezionale.

«L’indomani, il giornale locale parlava molto bene della mia interpretazione. Ne inviai una copia a mia moglie, e lei commentò con sua madre: “Guarda che critici addormentati ci sono a Bari. Dicono che mio marito ha fatto la parte di Chénier invece di quella di Gerard, baritono”. Volli aspettare l’esito di altre due recite, prima di chiamare mia moglie al telefono e informarla che non ero più baritono ma tenore».

«Tua moglie è una brava musicista?»

«Non ha studiato musica, ma se ne intende molto. Ha un orecchio che è meglio di quello dei critici più raffiimi i. I suoi consigli mi sono sempre stati preziosi. Conosce la mia voce meglio di me e si accorge di ogni mi­nima incrinatura. A volte mi dice: “Quella nota, per avere il miglior effetto, devi farla così” e ha sempre ragione. Se sono Bergonzi, lo devo in gran parte anche a mia moglie».

«Torniamo alla tua carriera: dopo il debutto di Mari, che cosa hai fatto?»

«Cantai un po’ dappertutto. Nel 1951 ricorreva il cinquantenario della morte di Verdi, e alla radio si davano parecchie opere del grande compositore. Tutti dicevano che avevo una voce verdiana e fui chiamato per Giovanna d’Arco. I dirigenti furono entusiasti e mi offrirono subito I due Foscari, con Giulini, che andò pure benissimo. Tre giorni dopo c’era una recita di Pagliacci. Si era ammalato il tenore, e mi chiesero se potevo prendere il suo posto. Non avevo mai cantato Pagliacci, ma accettai; e fu un grosso successo. Qualche settimana dopo feci Simon Boccanegra; e con quest’opera debuttai nel mondo discografico.

«Nel 1953 arrivai alla Scala. Nel 1956, mentre cantavo Andrea Chénier a Livorno, vennero a trovarmi in camerino alcuni dirigenti del Metropolitan. Mi chiesero se avevo il passaporto pronto. Risposi di no. “Ci pensiamo noi” dissero. In pochi giorni me lo prepararono e partii per l’America. Due settimane dopo, debuttavo al Metropolitan con Aida e Trovatore».

«Su di te ho letto moltissimi giudizi,» dico a Bergonzi «ma non ho mai trovato una nota negativa. Ti è sempre andato tutto bene?»

«Ho sempre cercato di presentarmi in teatro dopo una scrupolosa preparazione. Il primo dovere di un artista è quello di avere il massimo rispetto per il pubblico. Non credo di avere mai cantato male. Però ho avuto degli incidenti anch’io. Uno tremendo mi capitò proprio al Metropolitan, dove dovevo interpretare Aida con Antonietta Stella.

«Devi sapere che ho il terrore del numero diciassette. Penso che porti sfortuna. Mia moglie mi prende in giro, ma io ci credo. La “prima” di quell’Aida era fissata per il 17, e io ero preoccupato. Mi preparai con il solito scrupolo, e due ore prima della recita, accompagnato da mia moglie, uscii dalla stanza dell’albergo per andare in teatro. Entrato in ascensore, schiacciai il bottone “terra”, ma l’ascensore cominciò a salire e si fermò al diciassettesimo piano. “Questa storia non mi piace” dissi a mia moglie, impallidendo. Lei rise. Sulla porta dell’albergo c’era il taxi che mi aspettava. Salii e mi accorsi che portava il numero diciassette. La mia paura si trasformò in terrore.

«Arrivato in camerino, cominciai a provare la voce ed era a posto. Mi vestii, mi truccai. Poiché Radamès è in palcoscenico fin dalla prima scena, mi portai dietro le quinte. A questo punto mi sembrò di sentire un leggero prurito in gola. Mi feci portare un bicchiere d’acqua e il disturbo scomparve. Si alzò il sipario e, preoccupatissimo, cantai la prima frase. Poi, attaccai “Se quel guerrier io fossi” con squillo sicuro. La voce rispondeva perfettamente. Andai avanti, ma arrivato al re bemolle di “per te ho vinto”, rimasi completamente afono. In sala ci fu un silenzio di tomba. Affrontai la celebre romanza “Celeste Aida”, ma dalla mia gola non usciva alcun suono: muovevo solo le labbra. Praticamente tutto il brano fu eseguito dalla sola orchestra. Al termine mi avviai verso il camerino, affranto. Il pubblico capì, e applaudì a lungo. Gli americani sono così organizzati che il mio incidente non ebbe alcun peso sulla recita: mentre io uscivo, entrava il mio sostituto, che era nientemeno che Jon Vickers. Ma quell’episodio mi provocò un grave choc. Tre giorni dopo la voce era tornata, ma passò quasi un mese prima che trovassi il coraggio di ritornare in scena».

«Tu sei considerato un tenore verdiano: interpreti solo opere di Verdi?»

«Canto di tutto. Le opere verdiane sono quelle che preferisco e le ho interpretate tutte, tranne Otello e Falstaff. Ma il mio repertorio comprende sessantasei opere che vanno dal Settecento ai nostri giorni».

«Hai due figli: nessuno ha seguito la tua carriera?»

«Nessuno. Scherzosamente mia moglie ha sempre detto: “Ne basta uno di pazzo in famiglia”. La mia carriera ha comportato sacrifici incredibili, che hanno sem­pre coinvolto anche lei. Essere la moglie di un tenore credo sia la cosa più difficile del mondo. È lei che deve sopportare tutte le ansie, le paure, gli choc, le ire dell’artista. Bisognerebbe fare dei monumenti alle mogli dei tenori».

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LETTERA

 

RISPONDE SOLO A CHI DA’ RISULTATI POSITIVI?

 

Mi scusi la provocazione. Leggo le sue tesine da svariati mesi e l’impressione che ne ho ricavato è che lei pubblichi principalmente lettere di tipo positivo. Lettere cioè che vantano risultati eclatanti anche dopo un solo mese di cambio alimentare. Purtroppo io non sono tra queste persone privilegiate.

Non sto affatto così bene.

L’ho incontrata grazie a un’amica nello scorso autunno. Ed è stato il più bel regalo che potessi avere.

Ho quindi letto il suo libro Alimentazione Naturale, indi Lezaeta ed Ehret. E, col primo dell’anno, via libera al nuovo modo di alimentarmi.

TRENT’ANNI DI TENTATIVI INUTILI

Premetto che da trent’anni sono alla ricerca della giusta via, provando le varie diete.

La dissociata, la senza carne ma coi latticini, la senza latticini ma con carne, la senza latticini ma con pesce, la dieta Kousmine, la macrobiotica, e altre ancora, sempre restando con un pugno di mosche in mano. E così mi ritrovo, sessant’anni suonati, a ricominciare daccapo.

LASCIATO IL FARMACO LA TIROIDE MI DUOLE. SONO A RISCHIO DI TUTTO?

 

Come tutti ho il mio doloroso vissuto che non sto a raccontarle.

Mi permetto qualche domanda.

La prima riguarda la mia situazione ormonale. Ho lasciato progressivamente l’Amsa 125 (farmaco a contrasto della tiroidite di Hashimoto), ma ora mi ritrovo la zona della tiroide molto dolente.

E’ una patologia grave? Secondo il medico sono a rischio di tutto, ma cos’è questo tutto?

PER OGNI SCIOCCHEZZA ESISTONO VENTI FARMACI

La seconda è relativa alla mia professione.

Lavoro con malati psichiatrici ai quali vengono somministrate manciate di medicamenti di ogni tipo. Pare che per ogni piccolo malessere esista il rimedio giusto.

Ormai sono così assuefatti che per queste mie creature io posso fare ben poco.

LE SUE TESINE MI MANTENGONO ALLEGRA

L’alimentazione può curare, lenire o evitare il manifestarsi della depressione, della schizofrenia, della bipolare, delle varie demenze comprese quelle senili e altro?

Grazie per le sue stupende tesine che rallegrano le mie mattine.

Le auguro un buon soggiorno in terra asiatica e spero che torni presto fra noi.

Justa

                                                                *****

RISPOSTA

 

RICEVO QUOTIDIANAMENTE SEGNALAZIONI POSITIVE, E MI PARE GIUSTO RENDERLE NOTE AL PUBBLICO

 

Ciao Justa, il titolo della tua mail “Risponde solo a chi dà risultati positivi?” è un po’ provocatorio, ma la tua mail non è affatto tale.

Cerco di rispondere a tutti, almeno fino a quando ce la faccio. Per la pubblicazione sul blog, trovo giusto inserire le testimonianze di guarigioni importanti che mi vengono segnalate. Viviamo circondati da una realtà tutto sommato ostile e scettica, e tali prove servono anche a creare referenza.

Non è colpa mia poi se le segnalazioni positive sono numerose.

Non ho difficoltà a pubblicare anche i casi meno fortunati, a condizione che siano concisi e chiari.

Spesso chi ha problemi irrisolti continua a fare domande su domande e non è facile sintetizzare scambi di quel tipo in una tesina compatta e chiara, comprensibile e utile al pubblico.

TIROIDITE DI HASHIMOTO E CORREZIONE FARMACOLOGICA

Veniamo al tuo problema specifico, che è la tiroidite cosiddetta di Hashimoto, una forma di rallentamento generale delle funzioni metaboliche per insufficiente azione degli ormoni tiroidei.

Correggere questo tipo di squilibri ormonali mediante farmaci, senza nemmeno in conforto di sapere il perché reale della disfunzione, non è di sicuro la via giusta, visto che la generica etichetta “malattia autoimmune” è buona per tutte le salse e sta praticamente per malattia di origini sconosciute.

Le ghiandole a secrezione interna sono legate poi una all’altra.

Molto più sensato inseguire l’equilibrio generale del corpo con una politica  di scelte virtuose in fatto di cibi e di stili di vita.

SEI MESI E ZERO RISULTATI

Mi dici che da gennaio sei partita con lo schema vegano-crudista, e che dopo 6 mesi non ti pare di aver trovato miglioramenti.

Intanto sono passati sei mesi e sei ancora viva e vegeta, oltre che dinamica. Intanto quel “può succedere di tutto” sparato dal tuo medico, non si è avverato. Tutto può succedere a tutti in qualsiasi momento. A me, a te e a lui.

Perché spaventare la gente in quel modo? Perché quello fa parte del loro metodo.

Spaventare per curare. Spaventare per far prendere il farmaco sempre e dovunque.

Tieni presente che i miglioramenti in natura avvengono in modo graduale e commisurato al grado di avvelenamento interno, e sono spesso accompagnati dalle crisi di eliminazione, dalle graduali chelazioni naturali che la dieta alleggerita attua nei confronti delle tossine interne.

ALCUNI SUGGERIMENTI SPECIFICI

Permettimi di suggerirti qualche piccolo rimedio ai tuoi problemi di tiroide.

Prenditi pure le alghe marine ma senza esagerare nelle quantità. Cibi ammessi sono le banane, le patate, le bietole, le cicorie, il prezzemolo, il sedano, il semolino, il kamut, le mandorle, le noci, i pinoli, il saraceno, il mais, il pop-corn. Andar piano, più per prudenza che per altro con le patate dolci, con le crucifere (cavoli, cavolfiori, ecc) visto che il contenuto in zolfo sarebbe dannoso per la tiroide, ma il crescione di acqua ti farebbe a mio avviso bene, per il suo alto contenuto di minerali incluso il silicio.

Vietate le uova, i formaggi e tutte le carni, ma questo vale non solo per le sofferenti di ipotiroidismo hashimotico, ma anche per tutti gli umani dotati di acume etico e tattico.

NON ESISTONO CIBI MAGICI MA SOLO CIBI COMPATIBILI

Mi chiedi poi se l’alimentazione può fare il miracolo di guarire oppure no. La risposta è chiara. Non esistono metodi magici, sostanze magiche, chelanti magici, diete magiche, persone magiche. Men che meno esistono farmaci magici ed integratori magici. E pertanto non esistono nemmeno cibi magici.

Esistono però cibi vivi e cibi morti, cibi compatibili col nostro disegno biochimico corporale e cibi astrusi e non compatibili, cibi enzimizzati-vitaminizzati-mineralizzati-magnetizzati dalla natura vegetale e dal sole e cibi malamente devitalizzati, cibi alcalinizzanti e cibi acidificanti, cibi carichi di vitalità Angstrom (da 6500 A. in su) e di aura eterico-magnetica rossastra fino all’infrarosso, come la frutta, e cibi mortali ed ammalanti (da 6500 A. in giù), ad aura grigia fino ai micidiali raggi X., come le carni, i dolciumi, i salatini, i cibi pastorizzati, le patatine e i biscotti all’acrilammide, e tutti gli integratori.

OBIETTIVO PRIMARIO E’ STOPPARE LA MALA-DIGESTIONE

Quello che può fare una alimentazione vegana, il più possibile crudista (concedendo un minimo di compromessi tipo le patate cotte con la buccia, i cereali integrali messi prima in ammollo per ore e poi cotti al dente, il pane integrale stile segale e tipo casareccio, le pizzette sottili cotte brevemente e non oltre i 120 °C, le zuppe vegetali prossime al gazpacho crudo, i legumi freschi cotti al vapore, i panini integrali con abbondanza di verdure, pinoli, carciofini, pomodori secchi, e spalmati di crema di olive o di carciofi), è di stoppare un fenomeno perverso e debilitante quale la mala-digestione.

Quel tipo di digestione cioè che oltre a surriscaldare l’intestino, a provocare leucocitosi, disbiosi putrefattiva, acidificazione, sangue denso e grasso, radicali liberi, stitichezza, ha anche la disastrosa caratteristica di abbattere la reattività immunitaria.

SIAMO IN GRADO DI PUNTARE AL MASSIMO GRADO DI SALUTE POSSIBILE

Non appena siamo in grado di inanellare una serie continua di digestioni virtuose, otterremo dei risultati importanti e andremo in contro-tendenza. Otterremo la fluidificazione del sangue (e quindi uno stop o almeno un rallentamento a tutte le infiammazioni e alle ipertrofie che tormentano il genere umano, tipo flebiti, epatiti, nefriti, vasculiti, riniti, otiti, ecc). Otterremo la riattivazione del sistema immunitario (che ci porterà qualche prezioso e benefico scarico tossine, qualche prelevamento-chelazione di minerali inorganici e di acidi urici, tipo febbre, influenza, scarico muco), e otterremo la regolarizzazione delle funzioni intestinali. Avremo a quel punto la disponibilità di un capitale energetico-enzimatico-magnetico che ci permetterà di ripristinare il miglior equilibrio interno possibile, cioè il massimo grado di salute concessoci dalla natura in questo determinato frangente della vita. Niente di più e niente di meno.

NON PRENDERTELA, MA TROVO CHE SEI STATA POCO SELETTIVA NELLE DIETE

Permettimi di dire che nel tuo curriculum trentennale hai seguito diverse scuole, ma sei stata poco accorta e poco selettiva. Me le hai elencate e le ho trovate tutte imperfette, sbilenche e squilibrate.

Per fortuna che non sei incappata nelle più micidiali, tipo la Zona, la Gruppi Sanguigni, la Montignac,  la Atkins, la Dunkan, la DietaGift e la Mediterranea stile Parma-Sandaniele-McDonald’s.

DIETA DISSOCIATA E DIETA OVO-LATTEO-VEGETARIANA

La dieta dissociata non vale, se non diamo un valore qualitativo agli alimenti che si dissociano.

La dieta senza carne ma con latticini (e uova), ovvero la ovo-latte-vegetariana, vale poco, perché comporta acidificazioni a raffica, e viene persino meno alle sue premesse etico-ambientali-animaliste, in quanto si adegua al mantenimento delle stalle e dei pollai, e quindi anche al mantenimento delle associate ed inevitabili pratiche macellatorie.

ABERRANTI DIETE CARNIVORE E PESCIVORE

La dieta carnivora (Atkins, Dunkan, Speciani, Lemme) non vale, perché basata sul sistema low-carb e high-protein che, a parte ogni ovvia considerazione etica, equivale ad alimentare un motore non col suo carburante su misura, ma col suo opposto, col suo anti-carburante che stimola, sballa e non nutre, per cui impedisce ogni assimilazione e fa calare drasticamente di peso, lasciando però il corpo tutto intossicato. Un calare di peso e un calare nella fossa, salvo riprendere i chili più gli interessi nei mesi successivi, ribevendo acqua e liquidi a tutto spiano. La dieta pescivora vale ancor meno della carnivora, essendo aragoste, pesci e balene carichi di materiale putrefattivo e mineral-pesante (mercurio, cadmio, ecc).

DIETA MACROBIOTICA CARENTE E DISEDUCATIVA

La macrobiotica è fallimentare culturalmente e scientificamente. Un vero disastro per l’onestissimo medico giapponese George Ohsawa, che avrebbe fatto meglio a non spretarsi e a tenersi ben stretto il suo camice da medico, piuttosto che lanciare questa diseducativa dieta planetaria. Fallimentare in quanto distrugge gli alimenti con cotture sistematiche e prolungate, in nome del calore yang, contrabbandato come valore in sé, in alternativa al disvalore yin. Ohsawa non aveva le qualità dei giapponesi (precisione e meticolosità) e non aveva le conoscenze degli euro-americani (non conosceva il fenomeno della leucocitosi di Kouchakoff, i food-enzyme di Edward Howell, e i decisivi esperimenti sulla vitalità dei cibi da parte di André Simoneton, tutte lacune gravissime per un leader nutrizionista moderno).

FALLIMENTARE DIETA KOUSMINE

La Kousmine è fallimentare, perché pur essendo donna, pur essendo medico più avanzato rispetto alla massa di mediocri che le ruotavano attorno, partiva dalle stesse premesse aberranti della vivisezione e del macello. Non valeva un’unghia della Florence Nightingale, tanto per intenderci.

Ebbe il merito di sottolineare l’importanza degli acidi grassi polinsaturi, degli oli estratti a freddo.

Ma la sua vitamina F è quella che diede la stura all’imbroglio mondiale degli Omega-3 di provenienza ittica e cetacea. Un supporto alle navi baleniere, alle tonnare e alle reti a strascico ammazza-delfini, quando con una manciata di mandorle al giorno si risolve il problema cento volte meglio che con qualsiasi puzzolente e putrefacente mescola di pesce.

Valdo Vaccaro  (AVA-Roma e ABIN-Bergamo)

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UN’AVVENTURA IN MARE DURATA TROPPO POCO

“Nuotava veloce verso la Calabria, ma le corna l’hanno tradita.

E così, a un miglio della costa siciliana, una mucca bianca di razza romagnola, scappata da qualche giorno da una mandria montana di Castiglione di Sicilia, ha finito la sua scappatella balneare.

E’ stata legata e riportata a riva dagli uomini della Guardia Costiera e dai Vigili del Fuoco di Letojanni.

La povera reclusa tornerà tra le compagne e fare la fattrice e diventerà come tutte carne prelibata per le nostre tavole”.

Questo l’articolo apparso su Repubblica nei giorni scorsi.

DALLE PENDICI DELL’ETNA ALLE ACQUE DELLO STRETTO

L’avventura della mucca in fuga era cominciata tra le pendici dell’Etna.

L’animale si è staccato dal gruppo per arrivare solitario fino alla città di Santa Teresa Riva.

Per niente intenzionata a tornare indietro, non ha esitato a tuffarsi in mare, dimostrando pure non comuni doti natatorie.

L’allarme dell’allevatore e dei cittadini del paese costiero è arrivato veloce e un gommone è intervenuto per riprendere il mammifero.

UN SALVATAGGIO IPOCRITA E SGRADITO

A riva è esplosa la sua rabbia, documentata dalle foto di Carlo Aprile per la Geopress, l’agenzia di stampa che si occupa di maltrattamento animale.

La mucca ha cercato giustamente di incornare i suoi falsi e ipocriti soccorritori, quelli che le hanno tolto anche l’estremo tentativo di raggiungere un lido terrestre libero da bipedi cannibali, da macelli e da macellai.

Che mondo è mai questo? Si sarà chiesto. Una non ha nemmeno il diritto di buttarsi a mare verso la libertà, che pronti i persecutori ti vengono a ripescare?

SICILIA O CALABRIA NON FA DIFFERENZA

Non sapeva la coraggiosa e intraprendente ragazzotta a quattro gambe che, purtroppo, la Calabria non è oggi migliore della Sicilia, e che non avrebbe trovato sull’altra sponda qualche anima gentile disposta ad accoglierla e coccolarla, anziché riconsegnarla al primo usuraio della carne.

GLI INSEGNAMENTI DOPO 2500 ANNI SONO CAMBIATI, MA DECISAMENTE IN PEGGIO

A Reggio come a Crotone, di Pitagora è rimasto soltanto un vago ricordo, con un cippo marmoreo dove egli teneva le sue memorabili ed illuminanti lezioni.

Anche da quelle parti, i bipedi vanno tuttora a scuola, ma anziché imparare le cose giuste, fatte di stile, di rispetto, di amore, di amicizia, di ritmo musicale, di chiarezza matematica e filosofica, apprendono piuttosto i contenuti biochimici e il valore organolettico della sua carne, il volume di latte producibile in 3 anni di intenso sfruttamento, e il corrispettivo dei 20 chili di pelliccia utilizzabile dai conciatori.

Valdo Vaccaro  (AVA-Roma e ABIN-Bergamo)

 

GEAPRESS – E’ stata salvata la giovane mucca che ieri si è tuffata nel mare cristallino di Santa Teresa di Riva (ME) puntando dritto verso la Calabria. Era di proprietà di un allevatore di Castiglione di Sicilia, alle pendici del versante nord dell’Etna. Da alcuni giorni si stavano trasferendo gli animali in pascoli più ricchi ma lei, la mucca biricchina, si era persa. Era ricomparsa ieri nel torrente Agrò ed attraversata Santa Riva con qualche problemino incorso, si era gettata in mare raggiungendo la ragguardevole distanza di circa un miglio dalla costa. Su di lei si è scatenata una vera e propria gara di solidarietà, sicuramente anche per motivi molto poco animalisti, considerato che è un animale da reddito e l’allevatore, appena saputo, si è precipitato.

Ma in fin dei conti la mucca non è un pets. L’animale che ieri ha impietosito in molti servirà a produrre vitelli da macello. Contraddizione dell’animo umano. Forse è di razza romagnola, sicuramente lo è da carne. In particolare la romagnola è poi molto rustica e dal carattere più imprevedibile. Se di romagnola trattasi, poi, lo spesso grasso è ottimo per le fasi di frollatura della carne. Contrariamente a quello che può sembrare, le carni veramente fresche non sono molto amate. Sarebbero dure e contratte, come il rigor mortis. Da buon cadavere viene allora mantenuta per alcuni giorni a temperatura controllata fino a che la muscolatura si rilassa. Per le romagnole, e altre razze rustiche da carne (tozze e a zampe corte come la mucca recuperata ieri) il grasso sottocutaneo a quanto pare protegge la frollatura. Seguirà poi la battitura dal macellaio sotto casa, dove finiranno i resti dei figli della nostra mucchina che ieri, chissà perché, in molti si sono precipitati a salvare.

Appena giunta in spiaggia, la nostra mucchina, dopo il rinfrescante bagnetto, non ne voleva sapere di entrare nel camion. Lei, forse, avrebbe preferito tornare in mare. Ha prima strattonato il suo salvatore che la teneva con la corda per le corna, poi ha deciso che era meglio andargli incontro, ma per incornarlo. Infine, ha dovuto subire il camion che l’attendeva. Ovviamente un ringraziamento va ai Vigili del Fuoco di Letojanni che hanno faticato non poco per salvare il povero animale e agli abitanti del posto che hanno tifato per lei nonostante qualche apprensione causata nel corso della fuga. Peccato che dall’altra parte dello Stretto di Messina, dove continuando così poteva addirittura approdare, non corrispondesse (né lì, né altrove) una terra promessa delle mucche. Avremmo nel caso chiesto di lascarla andare al suo destino. (GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).


 

 

 

 

 

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LETTERA   

 

VOGLIA DI PANE E ANALISI PERFETTE

 

Ciao Valdo, sono arrivata alla mia 8° settimana di gravidanza senza acido folico e, poiché certi odori mi tolgono l’appetito, mangio molta più frutta che verdura. La foglia verde come quella degli spinaci non la gradisco più. In più, come stranezza del momento, c’è il ritorno di un gran desiderio di pane.

Comunque il mio ginecologo ha visto le mie analisi e i valori sono perfetti. Era piacevole vederlo scorrere sulle voci glicemia e colesterolo e sentirlo ripetere a voce alta la parola “ottimo”.

VIAGGI AEREI IN GRAVIDANZA

Ho dimenticato di chiederti se posso prendere l’aereo.

Ho intenzione di andare a Kos in Grecia per un weekend con mio marito, e mi è venuto il dubbio che il volo possa avere delle controindicazioni. Grazie per tutti i consigli. Mariella

RISPOSTA   1

 

INCREMENTARE CREMA DI AVENA E POP-CORN

 

Ciao Mariella, il gran desiderio di pane rivela sicuramente necessità di maggiore apporto calorico, per cui devi probabilmente metter dentro qualcosa in più. Aumenta magari la crema di avena coi semini pestellati (sesamo, lino, girasole, zucca) e il germe di grano. Ricorri pure al pop-corn fatto in casa, con banane e datteri (più avanti coi fichi freschi). Qualche patata al rosmarino in più non farebbe male.

GLI STRESS DA DECOLLO E ATTERRAGGIO, NONCHE’ DA IMMANCABILI TURBOLENZE

Si può prendere l’aereo? Sì. Ma il traghetto, per quanto più lento e faticoso, forse è meno stressante.

Nessuno ti informerà mai sulle controindicazioni dell’aereo. Ma un certo stress da decollo, da atterraggio, da eventuali turbolenze, non è di sicuro il massimo.

In gravidanza bisognerebbe stare il più possibile rilassate e tranquille.

Ma non intendo influenzare troppo le vostre scelte su questo.

Spero di poter pubblicare il nostro interscambio. Saluti. VV

LETTERA    2

 

SCORPACCIATE DI ARIA CAMPAGNOLA E MARINA

 

Grazie mille Valdo, è davvero un piacere ricevere risposte e rassicurazioni in tempo reale.

Nei fine-settimana ho la fortuna di andare in una villa di campagna situata a 5 km dal mare, e mi faccio scorpacciate di aria.

Aria che a tratti sa di concime di mucca (poverette, visto che da queste parti c’è pure un importante grossista di carni), ma che il più delle volte ha il sapore del sole e del mare che adoro.

IL CAMBIO DI ALIMENTAZIONE E’ STATO PROVVIDENZIALE

Non so se è la gravidanza, ma le mie varie allergie sono sparite da quando ho cambiato alimentazione.

In questo weekend la fioritura dell’ulivo mi ha dato qualche fastidio, ma non come prima, quando mi provocava crisi respiratorie, tosse, rossore agli occhi.

Soffio più spesso il naso e questo mi aiuta a sbarazzarmi della residua acidificazione.

Questi tollerabili fenomeni derivano secondo me anche dall’euforia verso il pane, l’olio e i pomodori dolci. Pomodori dolci e polposi come solo in questo periodo dell’anno sanno essere.

Meno male che mi mantengo al meglio coi miei cinque pasti di frutta al giorno.

VIA LE ALLERGIE, VIA LE STIPSI, VIA LE COLITI

Procedi pure con la pubblicazione. Io ormai diffondo e divulgo a chiunque i miei benefici.

Via le stipsi, via le allergie, via le mie coliti spastiche, sono tornata a vivere in continua pulizia interna.

E non mi illudo di aver già terminato il lavoro espulsivo relativo ai miei precedenti 34 anni di ignoranza alimentare.

ALLA RICERCA DI UN PARTO ARMONIOSO E SERENO

Ho deciso con mio marito, per mantenermi in linea e in armonia con gli alieni, di partorire col Lotus birth. Paradossalmente, il mio desiderio è di avere per il parto una casa lontana da dove vivo, anche perché è sempre più difficile essere compresa ed accettata.

Tenere tutti lontani, nei primi giorni dopo il parto, sarà stressante! A presto.

Mariella

RISPOSTA    2

FORTUNATA LA CREATURA CHE PORTI IN GREMBO

Ciao Mariella, devo farti i complimenti per la determinazione e la serenità con cui hai portato avanti la tua gravidanza, resistendo alle pressioni e alle immancabili critiche.

La tua testimonianza sulla scomparsa dei vari problemi che avevi solitamente, è di grande valore per il pubblico italiano e non solo per quello. Ti abituerai sicuramente anche ai fiori dell’ulivo, che mi pare una benefica stimolazione  ad espellere muco residuo, piuttosto che una forma patologica.

Continua così. Fortunata la creatura che porti in grembo, che può contare su una mamma così attenta e responsabile sin dalle fasi iniziali.

Valdo Vaccaro  (AVA-Roma e ABIN-Bergamo)

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Battigelli - Il talento non ha età. Ma arrivare all’Olimpo della musica classica mondiale, i Berliner Philharmoniker, a meno di 30 anni è un evento che ha dell’eccezionale. Ed eccezionale lo è proprio Emanuela Battigelli, arpista friulana nata nel 1980, che il prossimo giugno suonerà con la prestigiosa orchestra per un mese, se candidamente confessa: “Suonare con i Berliner è più che l’avverarsi di un sogno, è meglio che vincere la lotteria”.

Il percorso per arrivare così in alto, ovviamente, è stato costellato di dedizione e difficoltà. “Non mi sento di aver sacrificato nulla alla musica: quello che ho dato mi è stato restituito moltiplicato per dieci – chiarisce l’arpista – Mi sono diplomata al Conservatorio di Udine e poi sono stata quattro anni a studiare a Tel Aviv. Le ore di studio non le considero un sacrificio. Credo che nella musica, nell’interpretazione di un brano, possa confluire tutto, anche guardare un paesaggio o leggere un libro. Tutto è musica”.

La Battigelli collaborerà come membro ospite dei Berliner Philharmoniker nella produzione dell’opera “Il crepuscolo degli dei” di Richard Wagner, che sarà allestita al Festival di Aix en Provence, sotto la direzione di Simon Rattle. “È un’occasione che mi è capitata davvero per caso. Durante il concorso per entrare all’Orchestra della Rai a Torino, mi sono esibita davanti alla 1a  arpa dei Berliner, Marie Pierre Langlamet, per me un vero mito, a cui sono piaciuta molto. È stata lei, in un secondo momento, a contattarmi e a propormi la collaborazione”.

In prospettiva, però, la Battigelli guarda già oltre i Berliner. “Mi sento più a mio agio nei concerti da solista – dice – Penso che la mia carriera volgerà in quella direzione, anche se conto di imparare molto da quest’esperienza. L’arpa è uno strumento meraviglioso, spesso sottovalutato. Vorrei farlo conoscere in tutte le sue potenzialità”.

Valentina Viviani

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