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Archive for ottobre 2011

Margola ……..di Renzo Cresti

Ho avuto modo di studiare con il M°Franco Margola dal 1971-73 e di studiare con lui la sua musica, un ricordo grande ed intenso, per un grande compositore della grande scuola Italiana. Con lui ho riscoperto poeti e musiche a me sconosciute, con una grande voglia di approfondire la nostra storia, pubblico questo studio che racconta la sua vita in maniera esempalre. Grazie Franco tu ex allievo

Claudio Ferrarini

 Franco Margola

Non ho avuto la fortuna di conoscere Franco Margola (Brescia 1908 – 1992), ma ho potuto studiare attentamente la sua personalità e la sua musica, grazie a due libri che ho scritto su di lui, per la Collana “Il Cammeo Blu” di Guido Miano editore in Milano. Sono venuto in contatto col fratello e mi sono appassionato a questa figura di uomo che affidava alla musica il paziente lavoro quotidiano e la sua voglia di dire.

Con tristezza ho dovuto constatare come il Maestro (ma è anche il caso di altri compositori quali Togni, Prosperi, Zangelmi ecc.) sia quasi un misconosciuto e come il presente sia (sempre stato) in mano a coloro che si sono affidati ai poteri forti (partiti, Case editrici e discografiche, direttori e sovrintendenti ecc.) e all’ideologia dominante (neo-sperimentale o neo-romantica o neo-qualunquista non importa), ma c’è un tempo che sorpassa il contingente e questo è proprio il tempo della vera arte che, prima o poi, mette a posto le cose, privilegiando i due soli elementi che contano: la capacità tecnico-formale e la necessità interiore, doti che Margola aveva senz’altro (ricordo una cartolina di Castiglioni, il quale aveva ricevuto il mio libro sul Maestro, che si diceva molto contento perché avevo scritto su un musicista vero).
Un soliloquio profondo con la musica.

Margola è persona schiva, che non vuole intrigarsi, vendere musica, fare compromessi, preferisce l’indipendenza, anche a costo dell’isolamento, da un mondo utilitaristico, politicizzato, brutale nella sua stupidità massificata, più attento ai soldi e alle mode che alla sostanza culturale. Margola si volge, in modo del tutto naturale, a un soliloquio vero e profondo, il quale gli garantisce un’invidiabile libertà di pensiero e di prassi, ch’è anche un atto di responsabilità. L’atteggiamento di Margola è un elogio del pudore, una sorta di candore espresso nei riguardi del pensiero forte, teoretico o ideologico, atteggiamento che non significa segregazione (l’impegno didattico e le varie cariche che Margola ha ricoperto sono lì a dimostrarlo), non inficia il rapporto con gli altri, anzi proprio il bisogno della comunicazione costituisce una qualità sostanziale dell’attività di Margola, per il quale il lavorìo dell’artigiano è affetto dalla vita. Vita che entra nella musica senza proclami, con naturalezza, serenamente.

L’egida del classicismo

L’egida del classicismo si apre al pathos, anche caricaturale, come nel caso del Valzer per pianoforte, che riprende il nitore delle linee di Tarantella-Rondò. “In estetica, la poesia classica su tutto; in pratica la schiettezza”, scriveva Carducci nel 1881, e sembra un’affermazione alla quale Margola vorrà rimanere fedele per tutta la vita. La cantabilità, l’aura dolce, l’emotività vibrante, che pressoché‚ in ogni pezzo si ascoltano, vengono sempre decantate in forme nette e precise, cementate in una concezione formale stringente, omogenea e unitaria, in una purezza di immagini e di scrittura che sa, con garbo, recuperare stilemi del passato per collegarli agli aspetti del presente.

Come Carducci, il quale, contro le pose di certi poeti (come il Prati) che si vantavano di scrivere presi dal furore della creazione, affermava il proprio rispetto per la disciplina artistica, così la musica di Margola afferma ch’è proprio il rispetto per la forma e per il costrutto che rende (più) vibranti le notazioni evocative. La forma è l’unico viatico certo dell’espressione che, senza gli argini formali, si disperderebbe in un disarticolato e (quindi) astruso blaterare. Seguendo ciò che il filosofo ebraico Rosenzweig chiama il “sano senso comune”, Margola si lascia trasportare sì dalla vocazione, ma crede soprattutto allo studio, al lavoro, al paziente forgiare, giorno dopo giorno, la materia sonora, al faticoso e poco eclatante atto quotidiano dello scrivere.

Dopo la Babele linguistica degli anni dello sperimentalismo, oggi, in questo scorcio del secondo millennio, si torna a un recupero del senso dell’opera d’arte, fattivamente intesa, senza cerebralismi e radicalismi, un oggetto musicale che getti ponti verso il pubblico, ovvero un oggetto rigorosamente costruito in sé, senza facili concessioni ai gusti o alle mode, ma che sappia e voglia instaurare un rapporto con l’ascoltatore. I ponti a cui Margola affida il suo viaggio verso il pubblico, sono ponti solidi, ponti costruiti con abilità: è la forma il ponte che permette a Margola di arrivare, senza cedimenti o fraintendimenti, alla gente.

Il sano senso comune, così bistrattato nei decenni passati, garantisce le modalità di comprensione, permette all’opera di raccontarsi, di non essere un mero dirsi, un dire dicente, ma di parlare oltreché del suo come è fatta anche del perché, dei motivi e degli scopi che l’Autore s’è prefisso, instaurando un contatto reale con le esperienze del pubblico.

A differenza di quello che si legge nell’Aesthetica di Croce, l’arte non ha nell’esprit de geometrie il suo nemico più acerrimo, anzi l’arte è (per lo meno nella tradizione occidentale) sostanzialmente geometrizzante, un’arte delle proporzioni, degli equilibri temporali e spaziali. Tutta la produzione margoliana, dai pezzi più lunghi e complessi ai brani solistici e da camera di pochi minuti, rimane fedele a una sorta di Formaesthetik, non rinunciando però ai suoi “contenuti” emotivi e ai significati espressivi. Non volendo affrontare la musica di Margola dal punto di vista della forma, potremmo anche dire, col Croce, che la sua opera è “immagine lirica”, intendendo non un canto in sé‚ concluso, fine a se stesso, ma un canto ch’è inserito in un contesto architettonico, anzi ch’è proprio tale contesto a far scaturire l’effusione lirica (per cui si ritorna ancora una volta alla forma). La cantabilità viene disciplinata dal rigore della scrittura, il contrappunto in particolare diviene quasi una medicina mentis per i fermenti lirici, in un’adaequatio reciproca fra disposizione raziocinante ed emotiva.

Il celebre Trio n. 2 in LA conferma quanto esposto, ovvero il perfetto equilibrio fra le singole parti, bilanciate nel loro articolarsi, il discorso serrato, la concisione formale, il solido senso del costrutto, l’energico tematismo a cui viene affidata l’esplicita funzione di guida nel percorso sonoro, l’immediata, ma controllata e signorile comunicativa. Il Trio ha un incipit energico e coinvolgente, esposto dai tre strumenti all’unisono, procedimento questo utilizzato, come fa notare Ottavio De Carli, anche in altre composizioni dello stesso periodo (come nella Sonata per violino e pianoforte e nel Quintetto) e che si riscontrerà anche in seguito. Un inizio di questo tipo è di straordinario impatto, scandisce bene nell’ascoltatore i caratteri del tema, in modo che da esso possa partire, senza indugio, lo sviluppo, con impeto dinamico. Interessanti sono le oscillazioni ritmiche, a volte in evidenza. Gli strumenti, in ogni movimento del Trio, instaurano un dialogo polifonico, per Margola la musica è sempre discorso, un raccontare, un raccontarsi a un altro che sai ti sta ad ascoltare.

Forse questa esigenza del racconto porta Margola ad adottare, in alcuni parti del Trio, un andamento da melopea gregoriana che ricorda un certo Pizzetti. Altri procedimenti arcaizzanti (tipici dell’epoca) si fondano con lo stilema delle quinte vuote (già utilizzate da Casella, per esempio nella “per violoncello e pianoforte). Il calore delle idee e l’abbondanza degli elementi utilizzati, confluiscono in un’unità di stile che lega i tre tempi del Trio, stile reso omogeneo non solo dalla solidità della costruzione, ma anche dal fatto che le idee musicali si svolgono con quell’indispensabile senso di necessità che vale a dare loro un sensibile rilievo di ineluttabilità, che l’ascoltatore percepisce come condizione vera dell’esprimersi.

Margola riprende alcuni capi di imputazione che erano già stati espressi da Pizzetti, sulle pagine de “La voce”, contro la tradizione tardo-romantica italiana, ovvero la scarsa forza nell’elaborazione tematica, la povertà dell’articolazione formale, l’uso irrisorio della polifonia. Queste problematiche erano state denunciate già dalla nascente musicologia italiana, la quale tentava di recuperare le “solide basi” della musica strumentale, come diceva il Torchi: “la musica classica italiana rappresenta la più grande conoscenza, ma essa è stata fino a oggi ignorata, nello stesso paese in cui ebbe la culla”. Già fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il problema della forma viene messo in primo piano, ma negli anni fra le due guerre, questo diventa il tema centrale.

Il rigore delle forme strumentali è anche una risposta all’irrazionalismo vitalistico dei futuristi e alle propaggini decadenti del melodramma, ma è soprattutto il modo per rimettere in gioco i concetti di simmetria, proporzione, equilibrio, sobrietà e di gusto raffinato, concetti che legano l’estetica classica del mondo antico, a quello rinascimentale e a quello settecentesco, concetti che, musicalmente, rimandano alle forme di un Vivaldi, di un Domenico Scarlatti, a compositori italiani, prendendo così le distanze dalla tradizione tedesca, più astratta nella maniera di concepire la struttura musicale (la grande scoperta di Vivaldi avviene negli anni Trenta, specialmente nel 1938, quando viene fondata la “Società Vivaldi” a Venezia e, nel 1939, quando l’Accademia Chigiana di Siena dedica un’importante manifestazione al grande musicista).

Valori plastici e cantabilità delicata

Attraverso il recupero dei nostri compositori, si tenta di ricostruire una continuità, interrotta durante il Romanticismo, che era stato il regno del melodramma, continuità naturale di prassi compositiva strumentale e di sensibilità latina, continuità storica che, del resto, viene ricercata pure nelle arti figurative, fin dai tempi delle Riviste “Valori plastici” e “La Ronda”. Anche il cosiddetto “impressionismo” di Margola si rifà a un tipo di cultura italiana, più o meno come lo espresse Previati, un impressionismo che usa il colore per raccontare e non perde mai di vista la linea e il senso plastico, rispettando lo spazio prospettico, la dimensione naturalistica, l’integrità della figura, il senso della narrazione.

La musica del passato, proprio perché‚ ha scansato le morbosità romantiche, viene considerata “virginea” (Bastianelli), quindi modellabile con più libertà, al di qua della retorica ottocentesca, e perfino più pronta a recepire tutte quelle sollecitazioni che col Romanticismo avevano poco a che fare, come quelle impressionistiche o post-impressionistiche. Questo retroterra culturale rappresenta l’humus della produzione compositiva di Margola, che fa sue prontamente, in età giovanile, le esigenze di rigore formale e di pulizia di linguaggio, collegandosi alla tradizione soprattutto attraverso Casella e insieme a lui riallacciandosi alle problematiche del neo-classicismo europeo.

Il concetto di “forma pura”, non è un pedissequo adattamento del tempo musicale in contenitori formali pre-stampati, tutt’altro, è proprio lo scarto fra il modello ideale, codificato, e la concreta realizzazione a costituire uno dei motivi di interesse, come dimostra la seconda Sonata per violino e pianoforte, in cui la forma convenzionale lascia il posto a una più libera successione di movimenti, concatenati secondo un principio di progressiva intensificazione dinamica. La tonalità viene rispettata, ma anche in questo caso, si producono dei momenti di distanza fra la tonalità intesa come sistema classico e stilemi che non le sono propri, come la sovrapposizione di quinte vuote o la costruzione di accordi per quarte, evidenti soprattutto nella Sonata breven. 3 che propone anche la particolare combinazione di quarte e quinte insieme.

Nella musica di Margola l’andamento strofico costituisce una costante, una dimensione in cui tout se tien, uno schema dialogico in cui addensamenti o sospensioni, rispondenze foniche o dissonanze, simmetrie di accenti e battute, vanno a costituire un discorso mai asettico o astratto, ma realmente presente all’ascolto, fluidamente cantabile. Come dimostrano anche pezzi come il Trio per pianoforte o il Trittico per archi, non si tratta di sfoggio di abilità tecnica o di erudizione, ma sempre di un dire in musica. Per il Trittico s’è parlato di “neo-barocchismo” e, in realtà, c’è un evidente gusto per la manipolazione di masse sonore e per i chiaroscuri che lo avvicinano a un modus operandi tipico del periodo Barocco, ma questo modo nasce da una necessità interiore, come scrive Casella ne I segreti della giara: “per noi italiani, il cosiddetto “ritorno” al periodo aureo della nostra musica strumentale, altro non era che la rinuncia alla rigida forma beethoveniana, alle facili seduzioni del poema sinfonico, alla inconsistenza dell’impressionismo, ripristinando in luogo di queste dottrine antiche discipline strumentali polifoniche nostre, discipline che tuttavia non erano un fine, ma un mezzo per ritrovare con risorse attuali l’antica e mirabile e così sciolta e libera discorsività della musica”.

Classicismo e pre-classicismo vengono uniti in nome della cultura musicale italica, dove gli oggetti sonori vengono scanditi con rilievo nello spazio musicale, come corpi scolpiti a tutto tondo, eppure ricchi di colori e fantasie, di espressività calda e nitida, mediterranea, ben diversa da ciò che Casella chiama la “rigida forma” di provenienza tedesca. Storicamente, in Italia, anche le tecniche più meccaniche e intellettualistiche sono state ammorbidite a fini discorsivi, fantasiosi e lirici, è ciò che Donata Bertoldi chiama “sonatismo latino” e che, negli anni Quaranta del Novecento, lo si riscontra nella morbida adozione della dodecafonia da parte di Dallapiccola.

Da Renzo Cresti, Linguaggio musicale di Franco Margola, Miano, Milano 1994. Nella stessa CollanaLinguaggi della musica contemporanea, diretta da Renzo Cresti, anche Franco Margola nella critica italiana, 1996. Franco Margola: la musica come disciplina interiore, Rivista “Angeli e poeti” n. 1, Miano, Milano 1999

Ad Alfredo Margola

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La maggior parte di noi si affida per curare malattie, da quelle meno gravi a quelle più serie, alla medicina tradizionale basate sull’impiego di farmaci ignorando che ci sono disturbi che possono essere affrontati in modo del tutto naturale. Una di questi metodi naturali è la riflessologia. Essa è una terapia di origine orientale – cinese, indiana e vietnamita – che si basa sul principio della corrispondenza, attraverso le fitte terminazioni nervose, tra zone cutanee esterne del corpo umano con gli organi interni.

Attraverso la stimolazione manuale di queste parti esterne si ottengono effetti sull’organo corrispondente il che significa che in presenza di disturbi e malattie a carico di un organo interno si può intervenire a migliorare la situazione lavorando sul corrispondente punto esterno. Non è ancora del tutto chiaro come funzioni la riflessologia, ma di fatto avviene uno scambio di energie tra le parti del corpo interessate.

Il metodo di riflessologia più conosciuto e praticato è quella del piede, ma esistono anche la riflessologia della mano, del viso e dell’orecchio. La riflessologia si basa sul principio che piede, mano, orecchio e viso rappresentano una mappa del corpo umano, ogni punto ha una correlazione con un organo, un apparato o un’articolazione.

Essa si mette in pratica attraverso piccoli massaggi, pressioni da eseguire con le dita e piccoli movimenti rotatori in senso orario e antiorario.

E’ sicuramente buona pratica imparare a utilizzare la riflessologia, quindi imparare a conoscere le mappe del corpo umano e i metodi di massaggio, sia come strumento preventivo, sia come metodo di pronto intervento fai-da-te per disturbi minori come mal di testa, mal di schiena, dolori mestruali, per vincere l’insonnia e lo stress.

La riflessologia del viso, o riflessologia facciale, deriva dalla medicina tradizionale vietnamita e si chiama Dien’ Cham‘. Essa parte dal presupposto che sul volto, se osservato con attenzione, si raffigura la sagoma di un corpo umano in piedi, con le braccia aperte e distese sulle arcate sopraccigliari, il busto che coincide con il naso e le gambe flesse che si stendono tra naso e bocca.

Esiste, quindi, una corrispondenza tra viso e corpo, vale a dire che bocca, mento e mandibola corrispondono a gambe, intestino, reni e apparato riproduttivo, il naso e gli zigomi a stomaco, fegato, pancreas, polmoni e spina dorsale, la fronte coincide con con la gola e con il cervello. In totale esistono sessanta punti del viso che coincidono con parti del corpo umano in una simmetria completa, per cui la parte destra del viso corrisponde alla parte destra del corpo, altrettanto per la sinistra.

Con gesti semplici da eseguire sul viso si possono risolvere disturbi come mal di testa, stress nervosi, dolori mestruali, disturbi digestivi. Basta piegare il dito indice e con la nocca eseguire piccole pressioni. In alternativa si può utilizzare anche una penna a sfera dal lato opposto a quello della punta. La leggera pressione eseguita innesca l’energia che attraverso i centri nervosi passa dal punto del viso all’organo interno e mette in motoserotonina ed endorfine. Per  rimediare al mal di testa dobbiamo agire sulla fronte, appena al di sopra delle sopracciglia, eseguendo delle lievi pressioni sui punti di un’ipotetica linea orizzontale, successivamente si eseguono dei piccoli massaggi in senso orario.

Per distendere le tensioni occorre agire sulla parte alta del naso corrispondente all’attaccatura della zona sopraccigliare, per ritrovare la concentrazione sulle due sporgenze della fronte, per alleviare i dolori mestruali su due punti al di sopra del labbro superiore, esattamente nella zona intermedia tra labbro e naso, per i disturbi digestivi sui punti che si trovano ai lati delle narici del naso.

La riflessologia dell’orecchio, o auricoloterapia, anch’essa di origine cinese è frutto dell’applicazione all’orecchio delle tecniche dell’agopuntura. L’auricoloterapia è estremamente utile perché può essere utilizzata come metodo di pronto intervento e risolvere dolori acuti, oppure come trattamento di dolori cronici e infine come terapia contro le dipendenze da alcol, droga, cibo e fumo.

Nell’auricoloterapia i punti di corrispondenza si trovano sull’orecchio esterno, il lobo corrisponde al cervello, la parte più interna alla bocca, nella zona intermedia sono collocati punti di corrispondenza con gli organi riproduttivi, nella parte superiore quelli con il sistema nervoso. Osservando l’orecchio esternamente gli antichi cinesi vi vedevano un feto rovesciato (la testa coincidente con il lobo e gli organi interno coincidenti con  la parte centrale del padiglione auricolare).

L’auricoloterapia è più delicata da eseguirsi rispetto agli altri tipi di riflessologia, essa va praticata da mani esperte se si vuole agire in modo profondo su distrubi cronici (artrosi, artriti) o acuti (mal di denti, nevralgie, dolori alla sciatica) e sulle dipendenze perchè l’auricoloterapia come l’agopuntura, prevede l’applicazione di piccolissimi aghi fissati ai punti interessati con dei cerotti. Comuque è possibile  imparare a eseguire massaggi e pressioni per conto proprio, per esempio per vincere la stanchezza massaggiando il lobo di entrambe le orecchie con pollice e indice, per l’insonnia agendo sul subcortex che è il punto sporgente tra conca e lobo.

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(Conferenza di Tolmezzo-Udine del 22 Ottobre 2011)

I NOSTRI ARGOMENTI SUSCITANO PROFONDO INTERESSE

Amici di Tolmezzo e della Carnia, potrei anche salutarvi con un “Amììs de Furlanìe e de Cjàrgnie”, ma farei torto a chi è arrivato da fuori regione. Saluto dunque voi tutti con un cordialissimo “Buona Sera”.

Le cose da dirvi sono tante e il tempo a disposizione è limitato. Corro il rischio di fare come a Catania tre settimane fa, col meeting fissato tra le 20 e le 22 al Teatro dell’Istituto Salesiano. Saletta piena alle 19 e 30, e saletta piena brulicante a mezzanotte passata, 5 ore dopo, con nessuno che se ne voleva andare.

Ma anche qui a Tolmezzo, nel precedente incontro del 21 aprile, la saletta del Museo Carnico era stracolma, con gente seduta per terra lungo le pareti. Oggi come allora tutto è stato reso possibile dal grande lavoro organizzativo di Beatrice e della Mery, che hanno coinvolto le rispettive famiglie.

Ottimo il pamphlet realizzato dalla Giulia Veritti, sui valori specifici della frutta e della verdura, che potrà essere richiesto via email a  promaria@tiscali.it.

 

SCETTICI E CURIOSI DI CONFRONTARE LA VOSTRA CULTURA CON LA SCIENZA DELLA VERITA’

Mi pare che pure oggi siate in molti davvero. Significa che qualcosa prude dentro di voi. Non penso affatto che siate tutti vegetariani, vegani, o addirittura igienisti naturali. Probabilmente siete semmai scettici e comunque curiosi. Portati magari  a verificare e mettere a confronto quanto già sapete, pensate, fate e credete, cioè quanto vi ha dato la famiglia, la chiesa, la scuola e la televisione, con quanto vi offre e vi propone in alternativa questa scienza comportamentale che si chiama Igiene Naturale, e che merita di essere chiamata “Scienza della Verità”, “Scienza del Bene, del Giusto, del Sensato, del Logico e del Possibile”.

SUPER-RELIGIONE SENZA CHIESE E SENZA CELEBRANTI

Qualcuno si dirà che sto esagerando, che sto facendo opera di esaltazione.

Nossignori, vado anche oltre, e parlo di Hygiene come di “Scienza della Coscienza e del Benessere in Cielo e in Terra”. Non religione ma super-religione, e per giunta senza chiese, senza riti e senza preti. Senza oboli e senza elemosine.

Senza militari e senza servizi segreti, come succede per la New Age che il cosiddetto New World Order sta cercando di imporre al mondo intero a suon di fondazioni, di miliardi, e di invadenti e noiosissimi predicatori televisivi.

CERCHIAMO DI NON SBAGLIARE INDIRIZZO

Se pensate di assistere alle performance di un estremista vegano che vi fa mangiare pane e radicchio, bere acqua di sorgente e sparare tante pugnette in nome di un purismo assoluto e neo-proibizionista, avete sbagliato completamente indirizzo. Se pensate di assistere a un fanatico, a uno dei tanti nuovi profeti che vi viene a promettere la salvezza eterna, o a proporre soluzioni strampalate per vivere male e sacrificati, per fare insomma un salto dalla padella nella brace, avete sbagliato indirizzo. Se pensate di trovarvi di fronte a un mangiapreti, a un mangiamedici, a un mangiamacellai, a un mangiacacciatori, a un mangiapolitici, avete preso un abbaglio. Riesco a dialogare con tutti sulle basi della logica, della razionalità, del buonsenso, della sincerità, della trasparenza, dell’amore per noi stessi e per la natura.

TIFIAMO PER IL MASSIMO DIVERTIMENTO POSSIBILE, SIA IN QUESTA VITA CHE NELLE PROSSIME

“Vietare l’alcol, il fumo, il caffè, la carne, il pesce, il formaggio, l’uovo, il prosciutto, il cibo cotto, il sale e lo zucchero, cosa sarà mai se non proibizionismo?” La mia risposta è che noi siamo per il massimo svago possibile. Senza la salute non ci si diverte. Le sostanze citate, immesse nel corpo umano, causano effetti collaterali.

Abbiamo scoperto che ci si può divertire anche senza di esse.

Proibito è ammalarsi, cadere nelle maglie del diabete, della dialisi, della tiroidite, della sclerosi, del lupus, della cardiopatia e del cancro, questo è l’unico proibizionismo che accettiamo di rappresentare.

PUR BAZZICANDO NELL’ECCELLENZA, MERITATE TUTTI  UN SALTO DI QUALITA’

Andiamo al dunque. Il vostro tempo è prezioso. Non ve lo voglio far perdere. Non ve lo voglio sciupare in chiacchiere. Non siete dei “mastìe-fumate” e dei “mene-bìghe”, come diceva mio nonno Markìn, quando vedeva dei giovani impigriti a grattarsi gli attributi.

Il mio obiettivo è far sì che, dopo aver acquisito questo documento e questi concetti, dopo aver dialogato alla fine con libere obiezioni e libere risposte, possiate rientrare alle vostre case e nella vostra realtà con un pizzico di valore in più, con qualcosa di extra-positivo ed extra-costruttivo nel vostro bagaglio culturale, nella vostra mente e nel vostro spirito.

NIENTE ETICHETTE E NIENTE APPARTENENZE

Una garanzia ve la do in anticipo, per dovuta chiarezza.

Non appartengo a nessuno e non sono strumento di nessuno. Non ci sono disegni strani e segreti dietro di me, non ci sono logge, massonerie o partiti segreti, o finanziamenti occulti. Non mi piacciono nemmeno le collocazioni, le etichette tipo vegano, igienista, crudista, ehretiano, sheltoniano.

Se facessi il barista o l’elettricista, o il tubista, o il bruciatorista, mi darebbero fastidio pure quelle etichette.

Sono un essere normale che si dedica magari a un determinato tipo di attività.

Sono pertanto come voi tutti, una persona cioè che vive, pensa e fa secondo criteri qualitativi, o comunque ritenuti tali.

LA LEZIONE DEL MAESTRO PITAGORA

Non siamo nati ieri. Nemmeno Pitagora era nato ieri, quando 2500 anni orsono fondava la sua celebre Università di Crotone, e creava le basi filosofiche e politiche per una nuova Civiltà Mediterranea e Mondiale, con tutte le città italiche della Magna Grecia (Crotone, Taranto, Messina, Eraclea, Locri, Gallipoli, Velia, ecc) rette alla perfezione da amministrazioni sagge, virtuose e pitagoriche, governate con principi sani, mai visti prima e mai visti dopo.

Non dimentichiamoci che si viveva in un mondo rozzo, schiavistico e orrendamente maschilista, con le donne prive di qualsiasi diritto civile (il diritto di voto femminile arriverà in Europa nel 1918, non senza che la londinese Anne Kenney e altre femministe conoscessero prima le sofferenze del carcere).

NESSUNA DISCRIMINAZIONE VERSO LE DONNE

Per Pitagora la parità tra uomo e donna era un dogma più che un diritto, e nelle sue scuole le classi erano scandalosamente classi miste.

Di sicuro Pitagora era troppo avanzato per quei tempi, e sarebbe troppo avanzato persino per i tempi odierni, caratterizzati come sono da superficialità, da imbrogli, da scandali, da frodi, da crudeltà mentale, da beffe, da epidemie inventate, da gioventù sbadata e sbandata, da gente che vive male, mangia male, defeca male, orina male, suda male, fa l’amore male o peggio ancora non lo fa addirittura, perché non lo sa fare o perché non gli interessa nemmeno.

UNA ISTERICA CACCIA ALLE OPERE DI PITAGORA DA PARTE DEL CLERO

Perché proprio Pitagora? Non era nato ieri, dicevamo. Pitagora non era un grande, non era un Platone o un Socrate. Pitagora era un super-grande. Tanto grande che se ne resero conto mille anni dopo i papi e la Chiesa, che trovavano evidenti ostacoli alla penetrazione del loro credo cristiano, nel senso che la fama di Pitagora oscurava in tutto e per tutto quella di Gesù. E fu per questa assurda e patologica gelosia postuma che l’Inquisizione scatenò una caccia spietata alle opere di Pitagora e dei Pitagorici. Un repulisti sistematico presso le biblioteche e i monasteri, che si risolveva sempre con un grande rogo di tomi, di pergamene, di papiri e di scritti dal valore incommensurabile.

IL MEGLIO DEL MEGLIO DELLA CONOSCENZA ANTICA

Pitagora era ai suoi tempi un contenitore vivente. Aveva girovagato in lungo e in largo per l’Egitto, la Caldèa e la Mesopotamia, studiando matematica, musica, medicina e scienze occulte coi grandi sacerdoti, incontrando studiosi e filosofi, rastrellando il meglio del meglio della conoscenza antica, e portando il tutto con sé a Crotone, sulle nostre coste ioniche.

PITAGORA ETERNO FARO DELL’UMANITA’

Tanto grande, giusto ed illuminante era Pitagora che venne brutalmente fatto fuori dall’ignoranza e dalla demagogia. Una fine orribile e vergognosa che pesa come un macigno su tutti noi, che disturba ed imbarazza non meno della crocifissione di Gesù. Pitagora non solo igienista, non solo filosofo della salute e dell’equilibrio psico-fisico, non solo vegano e matematico, ma anche politico e pure martire.

Con la differenza che, mentre Gesù ha ricevuto il conforto di 2000 anni di Cristianesimo, Pitagora, a parte 500 anni di divinazione da parte della Civiltà Greco-Romana, ha continuato a subire crocifissioni, insulti da parte della chiesa vaticana, animata da una dissennata furia incendiaria contro qualunque cosa e qualunque persona che facesse ombra alla fede cattolica.

I VERSI IMMORTALI

Igiene dunque che si rifà a Pitagora. Hygiene come regola di comportamento e regola di alimentazione.

Le scuole di Pitagora erano molto selettive ed educative. Pitagora insegna l’amore per il Dio Sole, l’amore per se stessi, per i propri genitori, per il prossimo, per gli animali col pelo, le pinne e le piume.

Bruciata ed incenerita la sua opera dai preti, siamo costretti a prendere brani e scritti di altri autori su di lui. A parte i famosi teoremi sui triangoli, studiati nelle scuole del mondo intero, una sola opera scritta di suo pugno ci rimane, e si tratta dei “Versi Immortali”, che ho inserito, non a caso, nel mio testo “Alimentazione Naturale”.

PITAGORA, COI SUOI 5 PUNTI CHIAVE, CE L’ABBIAMO TUTTI NELLE VENE

Basta però interpellare gli allievi diretti di Pitagora, per capire qual’era la musica, l’atmosfera e lo spirito che animava il nostro grande maestro (e quando dico nostro dico anche vostro, perché Pitagora ce l’abbiamo tutti nel sangue, nei meandri della coscienza, per cui dobbiamo solo recuperarlo).

Cosa scrive Larisa, moglie di Kostantinos, allievo di Pitagora?

Dice che i principi della vita “in amore con l’intero” (cioè con l’universo) sono molto semplici, e sono basati su 5 punti chiave:

1)    L’amore cordiale

2)    La calma della mente e il silenzio interno

3)    La benevolenza verso tutti, uomini, animali e piante

4)    L’operare per il bene di tutti i viventi, nei propri pensieri, nelle proprie emozioni e nelle proprie azioni.

5)    La gratitudine verso il Creatore per tutte le lezioni che ci dà ad ogni istante della nostra vita.

OGNUNO RACCOGLIE QUELLO CHE SEMINA

Pitagora insegna aveva che la giustizia divina è grande, per cui ognuno raccoglie i frutti che ha seminato in questa vita e in quelle precedenti.

Niente diavoli e niente inferni. Se il nostro frutto è amaro, diamoci da fare per renderlo più dolce.

Hygiene che parte giustamente da Pitagora.

Hygiene come materia eclettica e multi-comprensiva.

Qualcosa che riguarda da vicino le necessità reali ed intime del singolo cittadino e dell’intera comunità umana, oltre che gli interessi della natura e dell’ambiente, incluse le creature viventi che abitano e che, al pari di noi, hanno diritto di vivere, e di non portare al collo, ignare e frodate, una inquietante  targhetta con la data della loro prossima esecuzione.

HYGIENE TROPPO BELLA E TROPPO SCOMODA

Hygiene come scienza del vivere e del filosofare, come religione vera stracarica di significati spirituali ed ultraterreni, anche se priva di icone, di riti e di genuflessioni.

Hygiene come scienza comportamentale e salutistica, attentissima alle condizioni della persona umana, allo stare bene, in forma ed equilibrio, ma anche al come ripristinare la salute, una volta che l’avessimo persa lungo il cammino.

Hygiene ignorata, insabbiata, ostacolata, perseguitata, perché va a scalfire ed intaccare i grossi interessi consolidati.

PIU’ SPIRITO E MODO DI ESSERE CHE TECNICA TERAPEUTICA

Un altro tipo di medicina forse? Una scuola in competizione frontale con la medicina allopatica, con l’omeopatia, con l’ortomolecolare, con l’ayurvedica, con la macrobiotica, con la teosofia steineriana, coi Fiori di Bach e tutto quanto esiste in campo terapeutico? Molto di più di tutto questo.

L’igienismo è spirito, modo di essere piuttosto che teoria e metodo di cura.

ESSERE IGIENISTI E’ DOVERE RESPONSABILE PER OGNUNO DI NOI

Hygiene è una serie di regole, di leggi naturali, di principi trasversali che riguardano e attraversano tutte le scuole e tutte le filosofie, per cui ognuno di noi, medico o non medico, naturopata o non naturopata, laureato o privo di questi sudati, ma anche odiosi ed abusati e discriminanti pezzi di carta chiamati titoli di studio, ha il diritto e il dovere di essere igienista, ovvero di pensare in modo civile, retto, virtuoso, sensato, sociale, educato, amorevole e rispettoso.

LA DISGRAZIA DI TRADIRE SE STESSI

Paradossalmente, ha dentro di sé doti igienistiche anche il medico che sta conducendo operazioni chirurgiche e farmacologiche border-line, anche il macellaio che sta affondando il coltello nella gola di un ennesimo maialino urlante, anche la studentessa scemetta che esce da scuola con aria sfrontata e sigaretta in bocca, impedendo al suo sistema cellulare di ossigenarsi e di vivere, arrecando cioè grave offesa a se stessa e al bambino che un giorno potrebbe voler concepire. In tutti questi casi la gente infrange le regole e fa finta di niente. Ha imparato a tacitare la voce interna della propria coscienza e a fare il callo sopra una pessima abitudine o su una deformazione professionale. Questo significa tradire se stessi e tradire il prossimo, oltre che diseducare gli altri e diffondere il cattivo esempio.

VOGLIAMO IL RINNOVO DELLA MAGNA CHARTA

Cosa chiediamo in concreto noi igienisti? Abbiamo delle pretese e delle ambizioni che vanno molto al di là del cavolfiore, delle castagne e dei ravanelli.  Non possiamo chiuderci nel nostro orticello e disinteressarci di quanto sta avvenendo intorno a noi, come se si trattasse di cose ne non ci riguardano.

Ci riguardano eccome.

Vogliamo una civiltà in sintonia e in simbiosi con la natura, e non in conflitto insanabile con essa.

Una civiltà in logica continuazione con quelle del passato, Inca, Maya, Egizia, Indiana, Cinese e Greco-Romana. Chiediamo il rinnovo della Magna Charta a tutela dei diritti fondamentali. Una Magna Charta contro lo schiavismo, contro il razzismo, contro la sopraffazione del più debole, contro il consumismo esasperato, contro l’impoverimento progressivo dei popoli, contro la plutocrazia e l’oligarchia dei nostri giorni, contro tutte le armi di offesa e in particolare contro le armi psicotroniche di ultima generazione, più che mai disumane ed angoscianti, che caratterizzano gli arsenali segreti dei despoti al potere.

UNA PLEBISCITARIA RIBELLIONE MONDIALE CONTRO ROTHSCHILD E ROCKEFELLER

Vogliamo senza mezzi termini una pacifica e plebiscitaria ribellione mondiale contro l’infido ed iniquo dominio dei Rothschild e dei Rockefeller, dei regnanti d’Olanda e d’Inghilterra, delle 15 famiglie che hanno in mano le sorti del pianeta, contro i galoppini presidenziali tipo Bush, Clinton e Obama, e contro i servitori del soldo e del potere tipo Soros, Murdoch, Brezynski, Kissinger e Gorbachev, contro i lustrascarpe politici di tutti i governi e di tutti i ministeri, contro lo strapotere delle maggiori banche, manovrate dai soliti ignoti.

INDIGNATI MA NON-VIOLENTI

Siamo di sicuro indignati, per usare un termine di grande attualità, ma non vogliamo affatto spaccare tutto, come successo a Roma la scorsa settimana. Condividiamo l’opinione che i facinorosi vadano fermati, individuati ed arrestati. E che debbano pure pagare i danni. Incitiamo la gente all’amore, alla calma e non alla violenza.

Non cerchiamo tensioni e meno ancora scontri contro le forze dell’ordine, non intendiamo praticare offese di alcun tipo contro cose o persone. Vogliamo soltanto avvertire questa gente, targata Bilderberg, che sta portando il pianeta verso il baratro, che è arrivato il momento di mollare l’osso. Vogliamo dirglielo tutti in coro e all’unisono. Sette miliardi di persone contro centomila o al massimo un milione incluso i lobbisti, i reggi-gabbana e gli opportunisti.

IL NUOVO ORDINE MONDIALE E’ UNA BUFFONATA PAZZESCA

Vogliamo dirgli chiaro e tondo che non ci stiamo. Vogliamo dirglielo in faccia che hanno superato il limite di guardia e che sono delegittimati a dirigere e a governare le sorti del pianeta. Vogliamo mettere in chiaro che il NWO che stanno furtivamente allestendo nell’ombra, come un uovo di Pasqua con sorpresina finale per tutti noi, con tanto di portafogli vuoti e carte di credito telecontrollate, con tanto di vaccinazioni obbligatorie e microchippate, con tanto di sovra-religioni stile New Age, è una buffonata pazzesca, come diceva il grande Fantozzi a proposito del film filo-sovietico “La Corazzata Potyomkin”.

I LORO PROGRAMMI NON COLLIMANO COI NOSTRI

Pretendono di far marciare il mondo a bacchetta lungo la falsariga della Prima e della Seconda Guerra Mondiale, costruite a tavolino dai loro avi solerti e complottanti? Vogliono far cadere come birilli i Saddam, i Gheddafi e tutti i regimi scomodi (non certo per le loro probabili malefatte, ma perché regimi non manovrabili, amalgamabili e gestibili a piacere)?

Vogliono ridurre la popolazione mondiale avvelenandola con le scie chimiche, debilitandola e sterilizzandola con i vaccini, ammonendola con terremoti, tsunami e cambi climatici innescati ad arte?

Vogliono far implodere l’economia e impedire ai giovani di trovarsi un decente posto di lavoro?

Vogliono innescare uno sviluppo alla rovescia? Vogliono una Terza Guerra Mondiale in rispetto del “Non c’è il due senza il tre” o della data cabalistica del 21 Dicembre 2012?

SIAMO IN TROPPI? IMPAREREMO NUOVE TECNICHE DI SOPRAVVIVENZA.

Non ci stiamo alle loro inquietanti e sinistre trame nere.

Siamo in troppi? Rispondiamo che c’è posto per tutti a questo mondo. Troveremo modo di divertirci di più e di generare di meno, di pregare di più (per santi e asceti) e di rapportarci di più, di farlo con più piacere e più libera giocosità, con meno calcoli e meno ipocrisia (per carnali e peccatori). Troveremo insomma il modo di convivere più serenamente e più sani.

NON ESISTE CARNE DA MACELLO

L’umanità non è carne da macello. Ogni persona ha il suo carattere, la sua preziosa valenza, il suo valore individuale, il suo ruolo karmico e sovrannaturale.

Nemmeno gli animali sono carne da macello, beninteso. Chi ci garantisce che in essi non alberghino delle anime umane?

In ogni caso, umani o non umani, gli animali hanno una grande anima così come sono e come appaiono, ed è dovere civile, morale, etico e legale di tutti gli uomini, dal primo all’ultimo, operare attivamente per la loro liberazione.

Mio figlio Francesco mi ha minacciato qualche giorno fa di denunciarmi all’Ente Protezione per maltrattamento animale nei riguardi di una cinghialetta vietnamita, prontamente denominata Gina, grande non più del gatto. In pochi giorni è diventata padrona del cortile e dell’orto, amichetta di famiglia, ciarlona, sempre pronta a fare ridicoli e vorticosi giri su se stessa, pronta a seguirti dovunque, persino a correre dietro la tua bicicletta per chilometri lungo i campi.

UNA MINUSCOLA CINGHIALETTA-CATERPILLAR DI NOME GINA

Due chili di peso ma la forza esplosiva di un Caterpillar. Non appena ho sistemato l’orticello, mettendo accuratamente a dimora trecento piante di radicchio invernale, prima delle piogge in arrivo, mi ha messo letteralmente sottosopra l’intero impianto. Reti di protezione, rinforzi, rimproveri e altri mezzi ancora.

Nulla da fare.

Dopo aver rifatto l’orto per tre volte, e avermelo visto distrutto il giorno dopo, ho deciso di trasferirla nel mio bosco recintato sottocasa, assieme a caprette ed anatre, suscitando le critiche dei miei ragazzi.

UNA CREATURA ESTREMAMENTE PERMALOSA

Sapevate forse che maialini e cinghiali sono esseri dolci e amichevoli, ma anche molto permalosi?

L’ho scoperto da me. Sono andato nel bosco due giorni dopo a portare un grosso secchio di mele, di mais, di bucce di patata e di scorze di melone. Le caprette mi hanno fatto festa e mi si sono strusciate contro. La Gina invece, si è defilata dal gruppo e se ne è rimasta a qualche metro di distanza, senza dire niente, senza un singolo grugnito. La fine temporanea (spero) di una luna di miele.

Dovrò darmi molto da fare per recuperare l’affetto perduto.

Queste sono le creature che noi chiamiamo bestie, e che pretendiamo essere senza sentimento senza personalità e magari senz’anima!

AUSCHWITZ NON FINISCE MAI

Torniamo a noi per dire che Auschwitz non è per niente superato.

Non voglio usare queste inenarrabili tragedie umane del passato per banali scopi discorsivi. Ma Auschwitz è diventato il simbolo di tutte le peggiori cattiverie. Auschwitz non sta purtroppo dietro i fili spinati di Oswiecim in Polonia.

Quello è il luogo storico dove sono successe cose che non sarebbero mai dovute succedere, e che nessuno avrebbe mai voluto vedere e conoscere.

Auschwitz, fatte le debite proporzioni, sta nel nostro frigorifero, nella nostra dispensa, nel tipo di fame e di gusti perversi che alberghiamo nelle pieghe dello stomaco e della mente.

COS’E’ TUTTO QUESTO SE NON AUSCHWITZ?

Auschwitz inizia quando in televisione si propongono ricette basate sui fichi al salame e allo speck, irrorati magari di cabernet al sangue di bue.

Auschwitz si realizza quando entriamo nel bar di qualsiasi stazione ferroviaria e troviamo cento panini sovrapposti che trasudano odore di morte e cadaverina, con pane bianco allo strutto, con coscia disossata di pollo e mortadella, e nemmeno un panino integrale con della crema di olive, dell’insalata e delle melanzane.

DOPOTUTTO SONO SOLO ANIMALI

Auschwitz prosegue quando guardiamo indifferenti e cinici un vagone-bestiame o un camion sovraffollato di bovini vocianti e disperati, affamati ed assetati, destinati alla voracità vampiresca dei bipedi mangiatori di cadaveri.

Auschwitz si attua quando passiamo accanto a un mattatoio, a una macelleria, a una salumeria, a una stalla-prigione con persone senzienti e sensibili come noi, e pensiamo che “dopotutto sono soltanto animali senza feeling, senza diritti, senza bisogno di dare e ricevere affetto”.

Auschwitz consiste nell’addensare il sangue con le brodaglie e le diete alto-proteiche della medicina, e nel fluidificare lo stesso sangue con l’eparina di maiale, derivata dalla pressatura di budella porcine.

I VERI MACELLAI SIAMO NOI E NON GLI SGRAZIATI GARZONI DEL MATTATOIO

Consumiamo carne, pesce, uova e latticini?

Per qualche uovo e per qualche formaggio crudo di malga, si potrebbe anche chiudere un occhio, se la creatura vivente che ci regala questo prodotto venisse almeno premiata, rispettando il suo diritto di vivere e morire secondo natura, e non per mano di un boia.

Siccome questo accade raramente è meglio che ci ripensiamo. Il peccato proteico non è certo veniale ma mortale, è un voler male agli altri, oltre che a noi stessi. Quando facciamo una scelta di quel tipo, siamo noi i veri macellai e i veri satrapi, non i garzoni della macelleria, non il loro coltellaccio che gocciola, fuma e olezza sangue.

I macellai esistono in funzione nostra. I pescatori delle tonnare, i cacciatori di delfini e di balene esistono in funzione nostra, in funzione delle nostre scelte quotidiane.

ANCHE I MACELLAI HANNO UN CUORE CHE BATTE

Beppino di Branco, mio caro amico, macellaio più per tradizione paterna che per scelta, mi confessò, con estrema chiarezza, un paio di mesi prima di passare a migliore vita, ”Valdo, non hai torto a difendere gli animali. Tu sai però che sono vittima del sistema”.

“Ho le mie colpe, le mie magagne, le mie debolezze e non le nascondo. Non sono riuscito a trovare una via alternativa, e non ho avuto il coraggio di andare contro il business di famiglia!”

LA COTTOMANIA NEL MIRINO DI TITO LUCREZIO

Veganismo dunque, senza alcun dubbio e senza alcuna esitazione.

La scienza e l’esperienza ci dimostrano però che, per stare davvero bene, nemmeno quello basta.

L’errore marchiano dell’umanità, dopo la proteinomania, è la cottomania.

Questo lo sapevano già gli antichi romani.

Il maggior poeta romano dopo Virgilio, Tito Lucrezio (99-55 a.C), cento anni prima di Cristo, additava il cibo cotto come causa dell’indebolimento progressivo della razza umana e come causa dell’accorciamento della vita stessa.

E lo diceva quando Roma viveva i suoi 600 anni di massimo splendore politico e di sfratto totale all’arte medica, quando il cavolo crudo era considerato simbolo della salute nella città Eterna.

Lo diceva, nota bene, quando nelle abitazioni romane non c’erano i fornelli a gas, i fornelli elettrici, i micro-onde.

Quando non esistevano i supermercati di oggi stracarichi di cibi concentrati, irradiati, sintetizzati, precotti, pastorizzati, congelati, salati e dolcificati.

LE ACUTE OSSERVAZIONI DI ORAZIO

Non è che a Roma mancassero anche grottesche esibizioni di cattivo gusto, come rileva Quinto Flacco, detto Orazio (65-5 a.C), osservatore sereno, sorridente e indulgente delle debolezze umane, sulle quali ironizza non poco.

Se da un lato i legionari mantenevano le tradizioni degli spartani, stando sulla frutta e la verdura, e su orzo e farro abbrustoliti, non mancavano i ghiottoni, i ricchi oziosi ed annoiati che cercavano stimoli nei cibi strani e sofisticati, nell’”assum” (arrosto) e nell’”elixum” (bollito), nel “pullus” (carne di pollo), nell’”haedus” (carne di capretto), nel “pavo” (pavone) più che nella comune gallina, nell’”aper” (cinghiale) più che nel comune maiale, nelle ostriche e nel rombo più che nella comune sardella.

I BUONGUSTAI ROMANI DAL VOMITORIO FACILE

Erano i banchetti dei buongustai romani, quelli che non disdegnavano pesci e uccelli, fegato di oca bianca e fichi per addolcirne la schifezza, gru affettata e farcita con sale e farro, per mascherarne il sapore di morte e la povertà nutrizionale.

Quelli che non disdegnavano le zuppe di ceci, fave e lenticchie, e nemmeno le “liba” (gustose focacce) e le “mellitae placentae” (torte al miele).

Gente insoddisfatta che si trovava poi alle prese col “vomitorium”, con grandi gastriti e con inevitabili stitichezze, nonostante le abbondanti caraffe di vino che giravano sui tavoli.

Gente che rappresentava tutto sommato la mollezza e la degenerazione, i segni anticipatori di disgregazione etica e materiale dell’impero.

LA SEMPLICE E SOBRIA DIETA DI ORAZIO

Orazio invece, memore della sua militanza nelle file dei soldati di Bruto, manteneva una dieta basata su cibi semplici, tendenzialmente crudi, sani e poco lavorati.

Una dieta inclusiva di mele, di “pensilis uve” (uva passa), datteri e fichi, lattughe e cicorie, ravanelli e porri, cavoli e rafani, delicate malve e tante olive. A fine pasto il suo dessert era rappresentato spesso dalle more di rovo o da frutti di bosco. Quando Orazio aveva davvero fame, il delizioso “cum sale panis” (pane col sale) calmava i latrati del suo stomaco. Stessa cosa per le fave bollite e le zuppe di legumi, che di tanto in tanto apprezzava. Il cibo insomma serviva a divertirsi e a stare bene, non certo ad ingozzarsi e a soffrire le pene dell’inferno.

LO STOICISMO NON DEVE SCONFINARE NELLA MORTIFICAZIONE

Orazio non era un estremista ma solo un saggio, al pari dell’imperatore igienista Marco Aurelio Antonino (121-180 d.C), ammiratore di Seneca e di Epitteto (filosofo stoico vissuto in Roma fino al 94 d.C, quando Dominiziano cacciò i filosofi dalla capitale). Quel Marco Aurelio i cui scritti rimangono oggi tra i più seguiti in quella cultura americana che cerca, non senza qualche ossessione, punti di riferimento e di origine alle proprie inquietudini e alle proprie incertezze morali.

Lo stoicismo rappresentava, assieme all’epicureismo, lo sforzo supremo del paganesimo romano verso un ideale di nobiltà e di fermezza morale, verso l’impassibilità e il dominio di se stessi, verso il disprezzo eroico del dolore e delle avversità.

Orazio comunque ironizza su un tale Avidieno, notoriamente spilorcio, che si cibava soltanto di olive vecchie e di bacche selvatiche. La sobrietà e lo stoicismo sono una cosa, ma l’autolesionismo, l’afflizione, il castigo e la mortificazione della carne non rientrano affatto tra le pratiche da raccomandarsi.

GLI INTEGRATORI SONO PSEUDO-CIBI, SONO DEI VIAGRA ALIMENTARI

Tornando ai nostri tempi odierni, imperano i cuochi trasformatori, mescolatori e distruttori di vivande, e impera la cotto mania. Nella cottomania si include anche la integratormania, ovvero la micidiale tendenza a correggere sinteticamente le proprie carenze, ignorando che le vitamine e i minerali di sintesi non sono affatto degli alimenti ma delle droghe, dei veri e propri Viagra alimentari, dei farmaci dopanti che creano dipendenza.

Nella scala Simoneton i cibi sintetici non producono onde vibrazionali vivificanti ma solo perturbazioni chimiche che nel breve stimolano, ma nel lungo periodo vengono a costare care.

La prova del nove sta nella dipendenza che causano gli integratori. Una volta presi non li puoi abbandonare, se non vuoi cadere in piena depressione.

I SISTEMATICI CAPITOMBOLI DELLA MEDICINA

La medicina nemmeno farlo apposta, casca sempre nelle reti della chimica. Si è fatta infinocchiare dal chimico Louis Pasteur coi batteri causativi di malattia, mentre la colpa è sempre del terreno corporale.

Si è fatta ciullare dal chimico Linus Pauling e dalla cosiddetta ortomolecolare, con le miracolose megadosi di vitamina C, che sballano letteralmente gli equilibri del corpo.

Si è fatta inchiappettare dal chimico Barry Sears, con la Zona, ossia la peggiore dieta del secolo, con gli Omega3 da pesce, uniche prostaglandine negative ed ammalanti, quando gli Omega3 salubri esistono abbondanti nelle mandorle, nelle noci e nei semini.

SIAMO PER UNA ALIMENTAZIONE NATURALE E NON DOPANTE

Siamo dunque per una alimentazione naturale e non dopante, non stimolante e non deprimente, non idratata da eccessiva acqua minerale, come blaterato dalla medicina.

Siamo per un’alimentazione responsabile, capace di produrre in noi stessi una ricaduta benefica importantissima che si chiama non solo salute fisica ma anche auto-stima.

L’alimentazione non è solo cibo, ma tutto quello di cui ci nutriamo, tutto quello che mettiamo dentro di noi, incluse pertanto tutte le nostre scelte culturali e comportamentali.

MALTRATTARE L’INNOCENTE, L’INDIFESO, IL BAMBINO, LA CREATURA ANIMALE, E’ SEMPRE UN CRIMINE

“Veganismo per il bene dello spirito e dell’anima!”, e su questo sono tutti più o meno d’accordo, persino il dr Giorgio Calabrese.

Non penso sia divertente per nessuno maltrattare e ferire una creatura che ti pianta gli occhi negli occhi, ti guarda e ti interroga tremante ed impaurita sulle tue reali intenzioni, chiedendoti per quale motivo stai commettendo un odioso crimine che grida vendetta di fronte ad ogni Dio e persino ad ogni diavolo, per quale motivo le stai tagliando la gola.

ORRORE PER IL SANGUE E PROTEINA CHE NON FA PROTEINA

Ma noi andiamo anche oltre all’aspetto etico. Il veganismo è anche per il bene del corpo e della mente!

Il creatore del resto ha fatto le cose in modo armonico e perfetto. Non può essere sospettato di incoerenza, di imprecisione, di contraddizione. Ci ha dato una mente vegana che inorridisce davanti al sangue, e ci ha dato pure un corpo vegano e antiproteico, perché proteina non fa proteina.

IL CORPO NON AMA CIBI PRONTI MA CIBI DA ELABORARE E TRASFORMARE

Ci ha dato un corpo vegano e antilatteo, perché latte non fa latte.

Un corpo vegano e anticarneo, perché carne non fa carne.

Un corpo vegano e antisanguineo, perché sangue non fa sangue.

Un corpo vegano e antiacqueo, perché acqua non fa acqua ma si intrappola nel corpo. Provate a berne un bicchiere. Scoprirete che va dentro un bicchiere e ne viene fuori solo un quarto.

A conferma di come, più che una dieta carica di acqua, serve una dieta diuretica, ricca di frutta e di verdure crude. Il corpo non lavora per scomposizione e sostituzione come nei lego, ma per trasformazione ed elaborazione delle sostanze! Niente dunque mattoni preconfezionati ma sostanze integrali e facili da assimilare e da espellere.

UN CORPO SMACCATAMENTE VEGANO NON PUO’ ESSERE ALIMENTATO A PROTEINE ANIMALI

Il creatore ci ha dato un corpo vegano con intestino tenue assimilativo non corto, tozzo e liscio (per una rapida digestione-espulsione del materiale carneo-putrefattivo) come nei carnivori, ma lungo 9 metri, con tanto di gomiti spugnosi, rientranze, discese e risalite, con onde peristaltiche adatte all’avanzamento dei cibi fibrosi di tipo vegetale. Non a caso, l’abusivo ed incompatibile pasto carneo gironzola e intasa l’intestino per 40 e più ore.

Ci ha dato un corpo con stomaco non carico di acido cloridrico come nei carnivori (20 volte più acido che nei bipedi), e quindi inadatto a disgregare il guscio delle proteine animali e a trasformarle in aminoacidi. Un corpo privo di enzima uricasi, a differenza dei carnivori che ne hanno a iosa, e ogni chilo di carne o di pesce ha 28 grammi di acido urico che non riusciamo a disgregare. Ci ha dato un sangue alcalino con un inalterabile pH 7.30-7.50. Un sangue che va in mortifera acidificazione non appena superiamo il tetto massimo di 20-30 grammi di proteine totali al giorno (quota che ogni vegano-crudista raggiunge in modo disinvolto e ad occhi chiusi.

LA MALEDIZIONE DI UN COLON SPRIGIONANTE MIASMI PUTREFATTIVI

Ci ha dato un colon non idoneo ai colibatteri putrefattivi, anaerobi e disbiotici delle carni, del pesce e delle uova, ma adatto ai batteri aerobi e simbiotici.

E, ricordiamocelo bene, proprio dalla disbiosi partono i micidiali miasmi putrefattivi che risalgono l’organismo internamente andando a provocare tutte le malattie del corpo e della psiche, creando intasamenti cerebrali, oltre che disturbi gravi alla vista, all’udito e alla parte nasale.

SIMBIOSI DA FLORA BATTERICA SAPROFITA E DISBIOSI DA FLORA BATTERICA PUTREFATTIVA

Vediamo però di approfondire questo argomento del gioco simbiosi-disbiosi che ha importanza basilare.

L’effetto più grave di una alimentazione iperproteica (o alto-proteica nel linguaggio di Pitagora), basata cioè non sulle innocenti proteine vegetali, ma su quelle farabutte di origine animale, è la disbiosi intestinale.

Disbiosi significa sovvertimento della flora batteria umana, che è una flora di tipo sapròfita (vegetal-derivata) e non di tipo putrefattivo (animal-derivata).

La flora batterica sapròfita è responsabile dei fondamentali processi di assimilazione delle sostanze nutritive (vitamine naturali) contenute nei cibi vegetali (frutta, ortaggi, tuberi, cereali, semi e legumi).

LA PARTITA TRA SALUTE E MALATTIA SI GIOCA TUTTA NELL’INTESTINO

L’intestino umano ha un volume di circa 6 litri e una enorme superficie di 400-600 metri quadri

(2 campi da tennis), con 150 stazioni linfonodali tra la gola e l’ano, importantissimi presidi di linfociti o globuli bianchi che mantengono le difese immunitarie a ridosso di quella che può essere considerata l’area più delicata, critica e pericolosa del corpo, chiamata anche lume intestinale.

Ed è proprio su questa enorme superficie, che include 4,5 milioni di villi a forma di libricino

multi-pagine, che si gioca la partita vitale. E’ proprio qui che si fa la differenza tra stato di salute e stato di malattia.

GIUSEPPE NACCI, UN MEDICO TRASPARENTE E, MANCO A DIRLO, RADIATO

La massa fecale in un soggetto vegetariano è costituita per il 20-40% da germi buoni, da enterobatteri simbiotici o sapròfiti appartenenti a 500 specie diverse (Bifidobacterium, Citrobacter, Edwardsiella, Eschericia-coli, Enterobacter, Klebsiella, Pseudomonas, ecc).

Trattasi come dicevamo di germi aerobi, bisognosi di ossigeno per vivere.

Essi sono gli artefici della simbiosi tra corpo umano e germi stessi.

Quella simbiosi che consente all’uomo un buon equilibrio assimilativo delle vitamine. Quella simbiosi che assicura nel contempo ai batteri un habitat ideale, ossigenato per la proliferazione dei medesimi, come dice il dr Giuseppe Nacci nel suo ottimo testo “Diventa medico di te stesso”, Editoriale Programma.

Questi batteri buoni non sono danneggiati dall’alimentazione vegana, pur essendo frutta-verdure-spezie ricchissime di sostanze germicide, fungicide e parassiticide (come gli allicini contenuti nell’aglio comune, nell’aglio ursino, nei porri e nelle cipolle).

PROLIFERAZIONE A DISMISURA DEI GERMI SCOMODI

La massa fecale, nella parte iniziale alta dell’intestino, contiene circa 1 milione di germi per 1 grammo di escrementi. Via via che essa scende nel tubo intestinale, aumenta la sua percentuale di germi simbiotici o sapròfiti, raggiungendo il valore di 10 milioni di germi “buoni” per 1 grammo di feci.

Ma, nella parte finale dell’intestino, nel colon, cominciano a formarsi colonie di germi completamente diversi da quelli “buoni”. Sono i germi anaerobi della putrefazione, quelli capaci di sopravvivere anche in assenza di ossigeno (Bacteroides, Peptostreptococchi, ecc).

La quantità di questi germi “cattivi” aumenta a dismisura, raggiungendo valori compresi tra 1 e 100 miliardi per 1 grammo di massa fecale.

PIU’ CHE GERMI BUONI E CATTIVI ESISTONO DIETE BUONE E DIETE CATTIVE

Questi germi “cattivi” dovrebbero essere confinati solo all’ultima parte dell’intestino ma, l’alimentazione sbagliata, ricca di proteine animali e di zucchero sintetico, tende a far sì che essi risalgano le zone proibite.

Tipico il caso dell’helicobacter pilori, che è suo malgrado onnipresente nelle ulcere gastriche allo stomaco.

Ovvio poi che i termini “buono e cattivo” vadano presi con le pinzette.

In realtà, più che parlare di germi buoni e cattivi è opportuno parlare di buona alimentazione e di cattiva alimentazione, dove la buona genera batteri confacenti e la cattiva produce germi scomodi.

Non servono dunque politiche vaccinatorie e antibiotiche, ma soltanto scelte alimentari congrue.

CASEINA, MICOTOSSINE, CANDIDE E PARASSITI INTESTINALI

L’imputato numero uno di tutti i mali umani rimane la caseina del latte, con tutti i suoi derivati, in quanto provoca una enorme riduzione della quantità di ossigeno presente nel tratto intestinale, grazie alla sua capacità di incollare le pareti intestinali fra di loro, riducendo la superficie assimilativa tipo 2 campi da tennis a un piccolo sgabuzzino di pochi metri quadrati.

I germi anaerobi causano una marea di problemi.

Tolgono in particolare spazio ai sapròfiti e aprono la strada ai funghi, alle micotossine, alle candide e ai vermi intestinali.

EOSINOFILI SUPERIORI AL 2 PERCENTO

La presenza di parassiti intestinali è un fenomeno diffusissimo e sottostimato nella popolazione italiana di oggi, e lo confermano gli eosinofili che stanno troppo spesso su livelli superiori al limite del 2%.

Gli eosinofili sono globuli bianchi del sangue colorati dalla eosina in caso di elmintiasi (presenza di parassiti).

La eosina è formata da cristalli di sale sodico rilasciati dai vermi stessi.

Le malattie chiamate auto-immuni hanno come costante ezio-patogenesi, cioè come frequentissima causa, la presenza di vermi nell’intestino.

PRESENZA DI VERMI IN TUTTE LE MALATTIE AUTOIMMUNI

Tra le malattie autoimmuni, dove la medicina nulla può fare se non somministrare disperanti ed inutili cortisonici, ci sono la SM o sclerosi multipla, gli sbalzi tiroidei (ipertiroidismo Flajani-Graves-Basedow, e ipotiroidismo Hashimoto), il LES o lupus eritematoso sistemico, le connettiviti, la sarcoidosi, il morbo celiaco, il morbo di Crohn, le rettocoliti, il diabete 1, il morbo di Sjogren (ghiandole salivari), le uveiti, le spondiolo-artriti,  la poliartrite reumatoide, e tante altre ancora, spesso definite idiopatiche, lantaniche, criptogenetiche e iatrogene (o medico-causate).

I germi della putrefazione aprono dunque la strada a funghi e parassiti, provocando una caduta delle difese immunitarie.

Guarire significa dunque combattere la pigrizia linfatica, la stitichezza, la densità del sangue, la disbiosi intestinale e la conseguente presenza parassitaria.

Ecco spiegata la formidabile superiorità del sistema vegano tendenzialmente-crudista su tutte le baggianate mediche e non-mediche in circolazione.

LA PERDITA DI IMPERMEABILITA’ NELLE MEMBRANE CELLULARI E L’IMPORTANZA DEGLI OLI VEGETALI SPREMUTI A FREDDO

La penetrazione tossica è resa possibile anche dall’alterata permeabilità della parete intestinale alle tossine putrefattive, causata dalla carenza cronica di vitamina F.

Come indicato diversi decenni orsono dalla Katherine Kousmine, “la normale impermeabilità dei tessuti viene perduta, le difese immunitarie sono travolte e l’equilibrio immunitario si spezza”.

Solo la vitamina F, ovvero l’acido cis-cis linoleico tipico degli oli vegetali spremuti a freddo, assicura la giusta impermeabilità alle membrane cellulari del rivestimento intestinale e costituisce la materia prima da cui l’organismo sintetizza le prostaglandine anti-infiammatorie PGE1, specifiche delle mandorle, delle noci e dei pinoli.

RUOLO MICIDIALE DEI GRASSI SATURI DELLA CARNE

Gli acidi grassi saturi invece determinano gravissime alterazioni alla membrana cellulare, prendendo il posto della vitamina F. Questo determina gravi forme di permeabilità a diverse sostanze negative come il glucosio in eccesso (con comparsa di diabete 2), quali le sostanze apoptotiche, antitetiche alla vitamina C e quindi potenzialmente cancerogene. L’apoptosi non è altro che la normale moria programmata da parte delle cellule.

IL FALSO PROBLEMA DEGLI AMINOACIDI ESSENZIALI

Le varie proteine generano circa 20 aminoacidi, di cui 9 sono denominati essenziali, perché non sintetizzabili facilmente dal corpo (secondo la visuale medica).

Trattasi di valina, isoleucina, leucina, metionina, istidina, triptofano, fenilanina, treonina, arginina.

Non è vero però che nella frutta e nella verdura crude manchino gli aminoacidi essenziali. Essi esistono in quella quantità minima ed assimilabile che la natura ha saggiamente riservato al corpo umano. Se poi al piatto di cereali (specie il miglio, il saraceno, il quinoa e il riso scuro che sono pure alcalinizzanti) associamo dei legumi, riusciamo a dare al corpo tutto lo spettro proteico, dato che i cereali sono carenti di lisina ma ricchi di metionina, mentre i legumi sono carenti di metionina ma ricchi di lisina.

LE UNIVERSITA’ CONTINUANO A DISINFORMARE E A CONFONDERE

Importante evitare gli OGM, specie quelli dei legumi, in quanto contengono tutti gli aminoacidi e sono dunque pericolosi in quanto ci fanno debordare dal tetto proteico.

Eppure, nelle università, si continua ad insegnare che il fabbisogno proteico giornaliero di un adulto è di 60 grammi/giorno per un individuo del peso di 70 (la FDA parla di 75 grammi oggi, dopo le imbarazzanti follie numeriche degli anni scorsi), quando in realtà la dose proteica di sicurezza è molto più bassa, e si aggira su 10-20 grammi di proteine/giorno, e forse anche di meno (mentre la OMS e tanti altri enti medici hanno ufficializzato per ora 24 o massimo 30 grammi/giorno, cifra raggiungibile comodamente con qualsiasi dieta vegano-crudista).

TAMPONI AMMONIACALI E TAMPONI MINERALI CONTRO L’ACIDIFICAZIONE

Quando arrivano troppe proteine, non solo scatta la leucocitosi digestiva, ma l’apparato digerente è pure costretto a mobilitare dei minerali-tampone per contrastare il pH acido dei cibi.

Uno dei sistemi più efficaci è quello del tampone ammoniacale, per cui i reni iniziano a produrre ammoniaca, che è sostanza alcalina.

Se la minzione è dolorosa e sa di ammoniaca significa che le urine stanno eliminando acidità, ed è suggeribile prendere a contrasto un succo di agrumi o dei mirtilli.

PRODURRE AMMONIACA  A LIVELLO RENALE SIGNIFICA ANDARE DIRITTI VERSO LA DIALISI

L’eccessiva produzione di ammoniaca in zona renale causa via via una graduale ma inevitabile insufficienza cronica dei reni (dimostrata dalla presenza di proteine e di creatina nelle urine).

L’organismo ricorre anche alle scorte di minerali alcalinizzanti come calcio, sodio e magnesio, prendendoli dalle ossa e causando così artrosi, osteoporosi e carie dentarie.

NEL MIO SCHEMA NUTRIZIONALE VEGANO, TENDENZIALMENTE CRUDISTA, STANNO LE LINEE GUIDA CHE HO ADOTTATO

Tutta questa pappardella l’ho sintetizzata a livello pratico nel mio schema nutrizionale vegano tendenzialmente crudista, di due sole pagine, che prende pure in considerazione la vitalità dei cibi, ossia la vibrazione alta che li rende rivitalizzanti e capaci di ricaricare le nostre batterie, evitando che la nostra vibrazione corporale scenda sotto il livello di guardia di 6500 Angstrom, facendoci diventare degli emanatori di un’aura grigia-ammalante, dei vampireschi buchi neri assorbitori di energia dal prossimo.

Schema che ognuno può utilizzare personalizzandolo in modo appropriato.

IMPARIAMO A USARE IL FRENO E L’ACCELERATORE

Eppure la gente continua a chiedermi quanto di questo e quanto di quello, continua a pretendere grammi, etti e chilogrammi, ignorando che ogni corpo è basilarmente uguale, ma anche diverso in piccoli ma decisivi dettagli.

In ogni auto c’è un serbatoio, un acceleratore, un freno e un freno a mano di emergenza. Anche noi siamo dotati delle stesse cose. Impariamo pertanto a usare la nostra auto corporale, ad ascoltare l’acceleratore dell’appetito e il freno della sazietà.

PER I BAMBINI IL DISCORSO NON CAMBIA MOLTO

Questo per i grandi. Per i bambini il discorso non cambia di molto. Il bambino non è un marziano o un alieno, ma è soltanto un piccolo uomo che deve crescere bene e al meglio. Crescere bene non vuol dire affatto crescere in fretta come insegna la pessima e demenziale pediatria mondiale. Ognuno ha i suoi tempi e modi di sviluppo, e non esistono tabelle di crescita valide per tutti. Forzare i piccoli alla crescita con svezzamenti alto-proteici è il tradimento più infame che si possa fare nei loro confronti.

IL DOVERE DI PREPARARSI IN MODO RESPONSABILE

Il futuro genitore che si vuole bene e ha cura di se stesso, deve pensare anche al bene del bambino in cantiere, e questo significa adottare uno stile di vita particolarmente virtuoso e responsabile, evitando l’uso di fumo, alcol, caffè, farmaci, vaccini, doping. Evitando pure lo stress, l’insonnia, i luoghi chiusi, i luoghi inquinati ed irradiati, l’eccesso o la carenza di sport.

Durante la gravidanza la futura mamma opterà per una alimentazione normale, cioè vegana e tendenzialmente crudista, ricca di tutti i tipi di frutta, germogli, verdure, tuberi, cereali e semi.

BASILARE IMPORTANZA DELL’ALLATTAMENTO AL SENO

La mamma allatterà con intervalli di 3 ore circa tra una poppata e l’altra, e sarà preferibile abituare il piccolo a dormire durante la notte. Dai 6 mesi in poi è possibile già intercalare tra le poppate un succo d’arancia dolce a metà mattina e un succo di frutta dolce (esempio mela o pera) a metà pomeriggio.

Da ricordare che il latte materno contiene soltanto l’1-1,5% di proteine, percentuale equivalente esattamente a quella della frutta in genere.

A un anno si può sospendere la poppata della sera e introdurre al suo posto la banana schiacciata, dove l’amido si trasforma in zucchero e la banana diventa più digeribile. Si può anche introdurre il latte di mandorle fatto in casa, frullando, anche assieme alle mandorle, mele, datteri, uva passa e fichi secchi.

UNO SVEZZAMENTO PROGRESSIVO E VIRTUOSO, DOVE SVEZZAMENTO SIGNIFICA DISTACCO PROGRESSIVO DAL LATTE

Dai 15 mesi si può introdurre qualche amidaceo naturale cotto per pranzo (patate, zucche, cavoli, fagiolini) preceduto da una verdura cruda  (cetriolo, carota, finocchio pomodoro, zucchina).

Dai 2 anni è possibile interrompere l’allattamento al seno e il nuovo schema sarà basato su frutta acida a colazione, banana a metà mattina e cereali senza glutine a pranzo (miglio, riso, grano saraceno, quinoa, mais), preceduti da verdure crude con avocado. Merenda con mele o pere a metà pomeriggio e frullato di mandorle per cena. Pappette con farina di castagne, di carrube, di manioca  e di pistacchi, sono sempre gradite. La crema di avena con latte di cereali, e rinforzata con semini macinati di sesamo, lino, girasole e zucca, potrà essere introdotta progressivamente nella dieta del bambino in crescita.

NESSUN COMPROMESSO CON LE VACCINAZIONI

Importante che il bimbo possa contare sul buon esempio dei genitori. Mamma e papà devono dimostrargli di gradire genuinamente il cibo vegano che mangiano, e di ottenere da esso ottimi risultati.

Basilare poi che gli vengano risparmiate tutte le vaccinazioni. Per i bambini non-vaccinati non esistono rischi di alcun tipo, tant’è che risultano essere sempre più sani e pimpanti dei vaccinati.

Alluminio e mercurio sono metalli ultra-pericolosi, e sempre presenti nei vaccini.

Faremmo forse dormire i nostri bambini su un materasso di amianto? Li lasceremmo forse giocare in un cortile contaminato dal plutonio?

Immettere sostanze velenose nei loro corpicini non è un errore ma un crimine.

VIETATO FORZARE ED ANTICIPARE LA CRESCITA

Ho due ragazzi di 15 e 22 anni. Ho subìto pressioni indescrivibili, raccomandate RR, minacce scritte e contravvenzioni da parte delle autorità sanitarie. Mi sento orgoglioso come genitore di aver resistito all’arroganza della sanità. Non sono mai stati vaccinati. Erano tra i più piccoli nelle rispettive classi delle elementari. Possiedo chiare conferme fotografiche. Le insegnanti stesse lo possono confermare. Francesco, il maggiore, è oggi più alto di me. William lo sta seguendo. A conferma che non bisogna forzare i  bambini verso la crescita.

POSSONO I BAMBINI SEGUIRE UN’ALIMENTAZIONE VEGETARIANA?

“Assolutamente sì. Molti studi dimostrano che i piccoli che seguono un menu vegetariano hanno sviluppo regolare e si ammalano di meno già all’asilo perché hanno difese immunitarie migliori.

Il loro quoziente d’intelligenza è pari o superiore a quello dei coetanei onnivori”.

Detto da me non farebbe una grinza. Ma se lo afferma in modo autorevole e perentorio l’ex-ministro della Sanità Umberto Veronesi nel suo libro “Verso la scelta vegetariana”, ed anche in un’intervista rilasciata nei giorni scorsi alla rivista “Oggi”, ogni residua perplessità, ogni titubanza ed ogni scetticismo sono destinati a sciogliersi come la neve al sole.

Valdo Vaccaro

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dentifricio

Dentifricio in polvere? Si, perchè chi l’ha detto che il dentifricio debba essere per forza una pasta racchiusa in quei tubetti che tra l’altro nessuno sa se e come riciclare? Il dentifricio in polvere è una scoperta che potenzialmente riserva tanti vantaggi.

Ma ora vediamo come farsi il dentifricio in polvere in casa, con ingredienti naturali.

– Essiccare in un luogo asciutto e ombroso, non al sole, una manciata di foglie di salvia e timo e poi sbriciolarle una volta secche;
– Mescolare in un barattolino di vetro, usando un cucchiaino in legno, tre quarti di argilla bianca o caolino e un quarto delle briciole di foglie di salvia e timo di cui al punto precedente;
– Infine, aggiungere all’impasto qualche goccia di olio essenziale di menta, che oltre ad essere rinfrescante, ha anche un’azione antisettica;
– Dopo avere rimescolato bene il tutto, viene suggerito di aggiungere anche qualche chiodo di garofano, che favorisce la conservazione dell’impasto.

Utilizzo:
Attenzione, non intingete lo spazzolino bagnato nell’impasto. Va invece usato un cucchiaino di legno asciutto per prelevare una piccola quantità dell’impasto e stenderla sullo spazzolino.

Durata:
Un vasetto di dentifricio fai da te in polvere può durare per mesi, più di un dentifricio in tubetto che sia stato aperto.

Buon dentifricio in polvere a tutti quanti vogliano cimentarsi con questa interessante esperienza!

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Lo shampoo naturale fai da te può essere un’esperienza che diverte ed arricchisce, oltre a rappresentare la

pratica più sostenibile in assoluto per quanto riguarda la cura dei capelli.

Vediamo dunque un paio di ricette, facili ed alla portata di tutti, di shampoo ecosostenibile fai-da-te.

1. Shampoo a base di farina di ceci: si basa sul potere “pulente” della farina di ceci, perché assorbe il grasso. Si basa sul principio assorbente dell’olio sui tessuti, che può essere velocemente smacchiato con il talco. Lo stesso con i capelli: la farina ha un ottimo potere assorbente per cui ingloba il grasso dei capelli ed una volta risciacquati, li rende puliti.

Ingredienti:
– un cucchiaio abbondante di farina di ceci
– 250 ml di acqua tiepida
– due cucchiai di aceto
– un flacone vuoto e pulito di shampoo

Preparazione e utilizzo:
Non dovete fare altro che inserire con un imbuto la farina di ceci all’interno del flacone, aggiungendo poi nell’ordine l’acqua e l’aceto.
Agitate energicamente il flacone, in modo che si mescoli bene il contenuto e usate a piccole dosi su tutto il cuoio capelluto, risciacquando infine abbondantemente.

2. Shampoo a base di polvere d’argilla: i benefici arrivano dalle proprietà purificanti e riequilibranti dell’argilla bianca che opacizza i capelli grassi e li “asciuga” del sebo in eccesso.

Ingredienti:
– quattro cucchiai di polvere di argilla bianca
– due gocce di olio essenziale di limone
– mezzo bicchiere di acqua tiepida

Preparazione e utilizzo:
Mettete in una terrina gli ingredienti di cui sopra e mescolate energicamente. Si tratta di uno shampoo pronto all’uso, da usare immediatamente.
Risciacquate abbondantemente dopo l’uso con acqua leggermente profumata dal vostro olio essenziale preferito.

Va comunque ricordato che, se non ve la sentite di cimentarvi con lo shampoo biologico fatto in casa, esistono comunque diverse alternative migliori dal punto di vista della sostenibilità rispetto allo shampoo di marca di largo consumo che solitamente acquistiamo: gli shampoo dal commercio equo-solidale, gli shampoo biologici, quelli compatti, sfusi e a saponetta.
Tante alternative, tutte da scoprire, che faranno bene all’ambiente oltre che ai vostri capelli.

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Da anni la lacca per capelli è al centro di accesi dibattiti riguardo alla sua nocività per la salute umana e l’ambiente. In effetti, questo prodotto è solitamente composto da resine polimeriche, solventi, gas, plastificanti, profumi e siliconi. Per questo motivo, il suo utilizzo è temuto maggiormente da determinate categorie di persone, come le donne in stato di gravidanza.

Sembra, infatti, che le donne esposte durante la gravidanza alle sostanze contenute nella lacca spray, abbiano maggiori possibilità di concepire neonati con malformazioni genetiche. Secondo gli studi condotti dall’Imperial College di Londra, la lacca causerebbe un aumento di casi di ipospadia, ovvero un difetto genetico dell’apparato genitale maschile.

Le sostanze dannose e accusate di danneggiare il feto sarebbero gli ftalati. Gli scienziati, però, non se la sentono di lanciare un “allarme lacca”, in quanto sarebbe prematuro annunciare scientificamente che è questa la causa della patologia.

Intanto, molti parrucchieri non utilizzano più questo prodotto ma lavorano con altri modellanti, i quali non sono più causa di irritazioniallergie e dermatiti da contatto. Un buon consiglio sarebbe quello di fare a meno di questo spray e andare alla ricerca di alternative meno nocive per il nostro pianeta e la nostra preziosa salute.

Un ottimo consiglio, invece, è quello di cimentarsi con il fai-da-te e provare a produrre in casa la lacca per capelli. Sicuramente, ne gioveranno l’ambiente e le nostre tasche. La ricetta è molto semplice e, secondo il tipo di capello su cui utilizzare lo spray, vi serviranno pochi semplici ingredienti.

Lacca indicata per Capelli tendenti al grasso:
• 1 limone
• 150 ml d’acqua distillata
• 5 grammi di fruttosio (o zucchero semolato)
• 2 gocce di olio essenziale di arancio amaro

Lacca indicata per Capelli tendenti al secco:
• 1 arancia
• 150 ml d’acqua distillata
• 5 grammi di fruttosio (o zucchero semolato)
• 2 gocce di olio essenziale di arancio amaro

Iniziate con sbucciare l’agrume prescelto: conservate la scorza, che vi servirà in seguito, e spremete il frutto. Versate il succo e l’acqua in una casseruola e fate bollire per circa 1 minuto. Versate il composto in un contenitore,aggiungete una scorza di arancia o limone e fate riposare in frigorifero da 5 a 7 giorni. Trascorso il tempo, versate la soluzione in uno spruzzino, agitate bene e vaporizzate sui capelli. Ricordate di agitare sempre il flacone prima dell’uso per rimettere in circolo eventuali residui.

Fateci sapere la vostra esperienza, noi ci siamo innamorate del delizioso profumo dopo l’utilizzo!

L’autoproduzione di creme e altri cosmetici rappresenta una soluzione concretamente realizzabile, meno cara dell’acquisto di prodotti industriali, divertente ed appagante in termini di eco-coscienza. Cerchiamo quindi di proteggere la nostra salute e di vivere l’ambiente partendo dall’ecologia del nostro corpo.

Insomma, avete davvero l’imbarazzo della scelta, basta solo cominciare!

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Igor Stravinskij
Attualità del Maestro russo a 30 anni dalla morte

“La maggior parte delle persone ama la musica in quanto si propone di trovarvi delle emozioni quali la gioia, il dolore, la tristezza, un’evocazione della natura, lo spunto per sognare o ancora l’oblio della “vita prosaica”. Vi cerca una droga, un doping. Non ha importanza se questo modo di capirla venga espresso direttamente o attraverso un velo di circonlocuzioni artificiose. Sarebbe ben poca cosa la musica, se fosse ridotta a una simile destinazione. Quando la gente avrà imparato ad amare la musica in sé e per sé, quando l’ascolterà con un altro orecchio, il suo godimento sarà di un ordine ben più elevato e più potente e tale, allora, da permetterle di giudicare la musica su un altro piano e di rivelarle il suo intrinseco valore.”
(I. Stravinskij, Cronache della mia vita).

L’attualità di Stravinskij è indiscutibile, la sua musica ha saputo farsi amare dal grande pubblico e dalla critica (1) ed è diventata punto di riferimento per le ultime generazioni di compositori di tutto il mondo. Nato in Russia nel 1882, e morto a New York nel 1971, il 6 Aprile, quest’anno cade il trentennale della morte, un’ulteriore occasione per ribadirne l’importanza.

Non è più l’epoca dei musicisti da lavagna (come diceva Cocteau) e dei messaggi nella bottiglia, dobbiamo sostituire l’idealistica metafora di Adorno con una quotidiana operatività che, grazie a una segnaletica chiara ed esplicita (che non vuol dire accondiscendente ai gusti del pubblico) sappia farsi viatico di collegamento fra opera e mondo. Per parlare in termini di musicologia tradizionale, la contrapposizione fra Schönberg e Stravinskij, così come l’ha impostata Adorno, non ha oggi senso, va semmai vista come una contra-posizione, ovvero come occupazione di spazi operativi diversi. Di questi spazi quello che si è dimostrato più aperto e trasversale è senz’altro quello stravinskiano, meno monolitico, non solo tecnicamente, ma anche culturalmente ed espressivamente, sa aprirsi a ventaglio e cogliere fermenti diversi, in una disponibilità anche verso quella frugalità della vita di tutti i giorni, disprezzata dall’idealismo post-romantico. Nel far convivere il problema rigoroso della forma con le varie esigenze di ascolti mutevoli (razionalistici, psicologici, intuitivi, ludici ecc.) sta uno dei maggiori problemi della musica contemporanea, già affrontato e felicemente risolto – con gli strumenti della sua epoca – da Stravinskij che, proprio per questo, può considerarsi un musicista attualissimo (2).

Il feticismo della struttura e della neo-serialità appartiene ai “nipotini di Damstadt e, in Italia, solo a un certo ambiente milanese, rappresenta (riutilizzando la terminologia adorniana) la vera “restaurazione”, mentre il linguaggio e ancor più l’atteggiamento mentale di Stravinskij, aperto e curioso, si inseriscono a pieno titolo in quel molteplice ch’è il tratto saliente della cultura (musicale) degli ultimi vent’anni almeno. In un certo senso Stravinskij anticipa lo stile post-moderno, nell’utilizzazione pragmatica degli elementi storici, senza però banalizzarli in una musica easy da arredo metropolitano, com’è avvenuto con l’effimero del neo-romanticismo; al contrario Stravinskij sa mantenere e trasmettere quella magia, quel senso rituale e del sacro che la vera musica comunica.

Non c’è dubbio che il musicista dell’inizio del III millennio sia un artista nomade, un apolide che ha superato il gravoso senso di responsabilità nei confronti della Storia e dello Stile, la prima sostituita con la geografia e il secondo con l’occasionismo, in ogni caso tutti i materiali vengono costantemente rimodellati e ricombinati. Oggi sembra non esistere alcuna possibilità del “nuovo”, ma solo un rimescolamento. Il musicista è davvero un artigiano manipolatore, proprio come lo fu Stravinskij, padre della modernità.

Non ingannino le dichiarazioni di oggettivismo, quando Stravinskij dice che “considera la musica impotente a esprimere alcunché” (3), non intende negare la capacità di suscitare un coinvolgimento emotivo, ma prende le distanze da un ascolto passivo, abbandonato ai sogni, una presa di distanza necessaria per riscoprire un modo più virile per “amare la musica in sé e per sé”, amare quindi la musica e non le proprie fantasie, come “una droga, un doping”. E’ anche una rivolta alla retorica ottocentesca (quella del genio, dell’ispirazione, dei sentimenti passionali, dello psicologismo esasperato, delle anime belle….), era necessario prendere le distanze dalla forma di comunicatività troppo umana degli espressionisti. Ma non è un voler paralizzare le funzioni emotive, anestetizzare i significati, è, molto più semplicemente, un riportare la musica, dopo il sublime romantico, su piani che le sono più consoni, forse anche più tradizionali come quelli legati a un classicismo apollineo.

Stravinskij, togliendo al suono i facili sentimentalismi da rotocalco, ridà al suono una nuova dignità, spogliandolo non solo dalla poetica romantica, ma anche da teorie positivistiche, da ogni ideologia e sociologismo; così il suono, finalmente nudo, “naturale”, secondo quanto dice Schneider, torna a esprimere le proprie ragioni: “io compongo a contatto diretto con la materia sonora” (4). E’ questo “contatto diretto” con la dimensione del suono che conduce a una forma naturale, quasi estemporanea, che descrive l’essere (musicale) tale e quale è, l’essere che ha luogo, che nel suo trasformarsi diventa ciò che è. I suoni si dis-pongono seguendo non i classici sviluppi tematici, non creano vie univoche di collegamento lineare, semplicemente realizzano il proprio aver luogo, il loro essere così, come avviene nell’improvvisazione: “mi sentii spinto a improvvisare e mi abbandonavo a questa attività” (5).

Stravinskij non è quel cinico speculatore descritto da suoi denigratori, tutti fortemente emuli dell’ideologia adorniana (6), anzi può essere addirittura descritto, se si assume una prospettiva diversa e più classica, come l’artista “sentimentale”, così come lo definì Schiller (7): “il vero poeta sentimentale è colui che ha la pura innocenza del bambino, la sua ingenuità nel modo d pensare”. Nel modo di smontare e (ri)costruire i materiali musicali, Stravinskij pare procedere proprio come il bambino ne suoi giochi e il gioco, si sa, è metafora di vita. Come il bimbo, Stravinskij ha la capacità di possedere le cose. “E’ nel libero gioco che l’opera s rivela e si giustifica” dichiara il Maestro (8).

Nietzsche dice ch’è proprio nel puro giocare, senza funzioni e scopi al di là delle proprie regole e delle finalità interne, che s’incontra il destino. E Stravinskij è davvero un Maestro nei caleidoscopici giochi sonori che, senza mai cadere nella poetica della contaminatio e del pastiche, sa rispecchiare il continuo flusso vitale che, come una spirale, sempre gira intorno a elementi storici, nell’eterno ritorno del sempre uguale nel differente.

Stravinskij è un fagocitatore par excellence, ma in lui gli elementi che vengono ripresi si caratterizzano non per la somiglianza al modello, ma per la diversità, è la lontananza che interessa, la maniera nuova del trattamento, fatta di corrosiva ironia (sull’importanza dell’ironia nell’arte s’è scritto molto, purtroppo è rarissima nel serioso e sussiegoso panorama della musica contemporanea). In un certo senso, la lontananza assume la funzione dei vuoti nell’architettura. Non è sul modello formale, preso a pretesto, che si deve concentrare l’attenzione, ma sulla ricchezza di suono. Il rigor mortis della filologia musicale, che troppo spesso ha fornito la falsa immagine di una musica stravinskiana “fredda” e “tecnicistica”. Il Maestro russo è molto attento all’organizzazione formale, ma si lascia prendere anche dal fortuito che, inatteso, incontra nel costruire e stimola la “fantasia” e il “capriccio” (9). Le forme storiche, che Stravinskij prende come punto di riferimento o di partenza, vanno intese non in maniera accademica, ma dinamica e in divenire: “la tradizione è cosa ben diversa da un’abitudine \…\ una vera tradizione non è la testimonianza di un passato concluso, ma una forza viva che anima e informa di sé il presente” (10).

E’ il tempo musicale, assolutamente nuovo, che rende la musica di Stravinskij differente dalle forme tradizionali e straordinariamente attuale, un tempo non uniforme e cronometrico, ma che supera o contrasta lo svolgimento lineare, astraendolo. Spostando e sovrapponendo tempi e ritmi, decentrando le parti tematiche e melodiche, sommando tonalità diverse o tonalità e modalità, Stravinskij forma una temporalità musicale instabile, in quanto priva di punti di riferimenti certi, creando, di volta in volta, un ordine spazio\temporale originale.

L’insegnamento ritmico di Stravinskij è basato sui mutevoli accenti, sul metro desueto e sciolto (a volte di origine greco-orientale), l’ictus sta in sede eccentrica, mentre gli abbellimenti multipli tendono a rendersi autonomi. In fondo Stravinskij realizza una moderna sprezzatura: “il propriumdi quest’arte è tendente non già a rinvigorire un ritmo salvandolo dall’ovvia scansione, quanto a rapprenderlo, a raggelarlo in fissità immote. Stravinskij inaugura, o almeno riprende dopo secoli, nell’ambito del tardo pensiero tonale, le formule magiche, gli abracadabra che impietrano” (11).

Stravinskij si avvicina alla musica non solo per curiosità intellettuale, ma per esigenze pratiche: gli interessa sapere come è fatta la musica e come si procede per farla. Le doti superbe del giovane Stravinskij sono dimostrate già nella Sinfonia in MI bemolle dove la tecnica armonica del tempo è padroneggiata mirabilmente. Successivamente sarà l’ambiente francese a indirizzarlo verso nuove acquisizioni, dopo Fuochi d’artificio che varrà Stravinskij il primo colpo fortunato della sua vita, quello di attirare l’attenzione di Sergei Diaghilew (1872-1929), conosciuto nei circoli d’avanguardia della Russia d’inizio secolo, dove il coreografo era già noto anche per aver fondato, nel 1898, la Rivista “Il mondo dell’arte”. Ne L’uccello di fuoco (1910) è ancora evidente l’influenza orchestrale di Rimskij-Korsakov, col quale Stravinskij aveva studiato privatamente cinque anni, ma si individuano alcune caratteristiche tecniche che diverranno proprie allo stile stravinskiano: come l’accodo di IX di dominante sul quale gravitano anche gradi cromatici e ornamentazioni, e come il mantenere la scrittura armonica su un doppio binario, infatti le parti realistiche della storia del balletto ricorrono alla musica popolare di stampo diatonico, mentre le parti fantastiche utilizzano il cromatismo. Allo stesso metodo fatto di livelli contrastanti Stravinskij fa ricorso pure in Petrouchka (1911) in quanto le scene della fiera sono diatoniche con numerosi inserimenti di canti popolari russi, mentre la musica dei burattini è bitonale, le cui fondamentali stanno in rapporto di quarta eccedente; dall’unica cellula armonica dell’accordo naturale di IX vengono generati due nuovi nuclei, capaci, a loro volta, di vari sviluppi e impieghi (la stessa simultaneità maggiore-minore è ascrivibile all’alterazione dell’accordo di IX). Agli stessi ricchi aggregati armonici, che potremmo definire politonali e polimodali, della Sagra della primavera (1913) sono ascrivibili le estese zone melodiche. L’irregolarità ritmica è accentuata, con ripetizioni o esclusioni di certe parti interne alle frasi che spezzano la simmetria e giungono a notevole complessità, anche per la sovrapposizione di ritmi. La scrittura gira spesso in attorno a poli tonali-modali, anche se tali poli vengono sottoposti a un allargamento che genera forti tensioni in virtù di appoggiature non risolte, di accordi dissonanti o disposti su piani separati. Le linee melodiche o polifoniche sono generalmente basate su un diatonismo primitivo (su modi difettivi di cinque suoni). Molta attenzione è posta all’articolazione: fra il legato morbido e lo staccato secco, Stravinskij impiega tutta una serie di modi di attacco che conferiscono una tendenza dinamica a tutta la composizione (12). In questa prima fase fa uso della grande orchestra, poi, da Le Rossignol del 1916 in avanti, comincia a trattare gli strumenti singolarmente o in piccoli gruppi, in modo concertante, con il risultato di ottenere timbri puri e un tessuto orchestrale trasparente e leggero, come nella Storia di un soldato del 1918, dove si pone l’obiettivo di una tensione armonica anche con poche parti a disposizione.

Negli anni Dieci, nel panorama musicale europeo dominano il post-impressionismo e il post-wagnerismo, così le nuove sonorità dei balletti di Stravinskij fanno scandalo, ma sono destinate a durare poco, infatti nel 1919 la proposta di Diaghilew di scrivere un balletto basato sulla musica di Pergolesi (Pulcinella) orienta Stravinskij verso uno stile che sarà definito “neo-classico” e che rimarrà costante fino a La carriera di un libertino (1951). In Pulcinella le melodie sono tratte in modo rispettoso da Pergolesi, mentre la dimensione armonica si basa sulla polidiatonicità, creando zone ibride fra accordi, con note estranee e ostinati che forniscono una particolare spigolatura al blocco sonoro; ovviamente anche i procedimenti ritmici sono del tutto estranei allo stile settecentesco: asimmetria metrica, accenti spostati, sincopi ecc. Nel brusco accostamento, nella diversità fra il modello e il linguaggio di Stravinskij si pone la modernità di questa prassi che mai si inchina a uno schema, ma lo vivifica nei trattamenti a cui viene sottoposto, filtri assolutamente inventivi e dinamici. Nel travestimento dello stile classico, Stravinskij giunge a una stilizzazione davvero sorprendente, nell’oratorio Oedipus rex (1927) è come se il linguaggio della tradizione classica venisse schedato e filtrato attraverso una serie di elisioni e di deformazioni. E’ questa la fase compositiva presa di mira dallo schieramento filo austro-tedesco, una fase ricca di affascinanti balletti come Il bacio della fata (1928), Giochi di carte (1936) e Orpheus (1947), di opere dal tratto personalissimo come Mavra (1922) e Persephone (1934), nonché di una ricca serie di Concerti, per pianoforte (1929), per violino (1931) o per clarinetto (1945) e di Sinfonie(1907-38-42). Nello stesso periodo vedono la luce anche brani d’ispirazione religiosa; Stravinskij aveva abbandonato la fede ortodossa in gioventù, ma negli anni Venti ritorna alla religione d’origine e nel 1926 compone il testo slavo del Pater noster, seguono altre composizioni come ilCredo (1933), l’Ave Maria (1934) e quindi la Messa (1944-48): in queste opere scompaiano sia l’irruenza del ritmo sia l’astrattezza del puro gioco, vi è invece una serena quiete diatonica, un uso delle modalità gregoriane rivolte alla drammatica invocazione, alla fervida preghiera, a una dolorosa interrogazione. Anche nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, fra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando Stravinskij rimedita sulla dodecafonia, vengono scritti brani religiosi come Canticum (1955), Threni (1958) e Sermoni (1961).

Come a Picasso, anche a Stravinskij vengono individuati vari stili, al di là delle classificazioni che sono troppo schematiche per costituire un serio discorso critico, va comunque notato che, dopo il periodo neo-classico, Stravinskij si sposta ancora e il suggerimento verso la nuova scrittura gli viene, in continuità con quanto aveva fatto fino ad allora, dallo stile pre-armonico, cioè dallo storico contrappunto quattro-cinquecentesco e dalla tecnica contrappuntista in sé, come procedimento tecnico speculativo. La Cantata del 1952 mostra come il Maestro voglia assimilare la polifonia antica alla decantazione della scienza armonica. Quando, in questa neo-polifonia stravinskiana, fa la sua comparsa la serie è inevitabile che la scrittura assuma tratti weberniani. Con la sua “conversione”, Stravinskij non fa che affermare la liceità del relativismo contrappuntistico, già impiegato in campo diatonico, assegnando ai 12 suoni uguale importanza e relegando nelle zone meno evidenti le attrazioni tonali. La composizione di più stretta osservanza seriale è The flood (1961-62), dove la struttura è molto densa, risultante da un gioco stretto di intervalli, l’integrale cromatico è dato da un sommasi di quinte, le quali generano, nelle sette note inferiori, la scala di RE bemolle maggiore e nelle sette note superiori la scale di RE maggiore (la coppia di note Fa diesis-Sol bemolle e DO diesis-Re bemolle è comune alle due scale). Queste due strutture diatoniche si strutturano come piani mobili, sui quali si costruisce tutto il pezzo. E’ questo un modo assai tipico di Stravinskij di avvicinarsi alla dodecafonia, che, se da una parte richiama Webern, dall’altra è anche affine a certi procedimenti di Berg, con ingegnosi richiami tonali e con una cantabilità pronunciata, esente però dai forti connotati espressivi (13).

E’ indubbio che il suo spostamento negli Stati Uniti, avvenuto nel 1939, abbia giovato a Stravinskij nel chiudere il periodo neo-classico e nell’affrontare, da lontano quindi in maniera più distaccata, la problematica della serialità. Le prime composizioni americane sono ancora legate alla rivitazione personale del classicismo che si conclude nel 1951 con The Rake’s progress, mentre con brani quali Settimino (1953), Tre canti da William Shakespeare (1953), In memoriam Dylan Thomas (1954), Canticum sacrum (1955) e altri brani d’ispirazione sacra, Stravinskij si mantiene in un’orbita d’impronta seriale, come nelle due ultime composizioni strumentali di grande respiroMovements (1959) per pianoforte e orchestra e Variazioni orchestrali (1964), dove il discorso musicale è denso e in continuo movimento e trasformazione, con una contrazione del tempo che rende ogni attimo sonoro profondamente ricco e caleidoscopico. Ancora una volta, quindi, Stravinskij da’ prova della sua straordinaria duttilità a maneggiare tecniche disparate e, soprattutto, a ripresentarle in maniera assolutamente originale, tanto da lasciare in eredità non solo indimenticabili capolavori amatissimi da pubblico e critica, ma anche alle ultime generazioni di compositori un modo straordinariamente abile e libero di affrontare la materia sonora, fatto di mille sollecitazioni e di forza centripeta a un tempo, indicando la possibilità di conciliare curiosità e rigore.

NOTE

  1. Ben due dischi hanno vinto, l’anno scorso, i Major Grammy Awards negli Stati Uniti: il premio per il “Classical Album” con Firebird, The Rite of Spring Perséphone, diretti da M. T. Thomas; e il premio “Opera Album” con The Rake’s progress, diretto da J. E. Gardiner.
  2. Per queste tematiche Cfr. Nostro saggio introduttivo, Enciclopedia italiana de Compositori Contemporanei, III, vol., 10 CD, Pagano, Napoli 1999-2000.
  3. I. Stravinskij, Cronache della mia vita, Feltrinelli, Milano 1979, pag. 52. E’ importante ricordare che questa autobiografia è stata stilata nel 1935.
  4. I. Stravinskij, Cronache della mia vita, op. cit., pag. 9.
  5. I. Stravinskij, Cronache della mia vita, op. cit. pp. 8 e 9.
  6. Cfr. Th. W. Adorno, Filosofia della musica moderna, Einaudi, Torino 1959.
  7. Cfr. F. Schiller, Sulla poesia ingenua e sentimentale, SE, Milano, 1986.
  8. I. Stravinskij, Poetica della musica, Curci, Milano, pag. 44.
  9. I. Stravinskij, Poetica della musica, op. cit. pp. 48 e 49.
  10. I. Stravinskij, Poetica della musica, op. cit. pag. 51.
  11. M. Bortolotto, Fase seconda, Einaudi, Torino 1969, pag. 29.
  12. Cfr. R. Vlad, L’architettura di un capolavoro, in Nuova Rivista Musicale Italiana, Gennaio-Marzo 1999.
  13. Cfr. Bertoldi-Cresti, Per una nuova storia della musica, III vol., Eximia Forma, Roma 1994.

Renzo Cresti

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