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Archive for novembre 2011

Ha ragione il M°Muti, cantanti e registi che sono residenti nelle famose isole fiscali l’Italia è piena, anche qui a Parma ne sabbiamo qualcosa. Spesso questi cantanti sentenziano anche  regole e ricevono contributi per organizzare manifestazioni culturali. Non sono per bruciarli al rogo, ma diamoci regole chiare come ci sono in Germania dove tutti gli artisti che lavorano e ricevono contributi statali versono direttamente alla fonte la percentuale delle tasse, anche se sei residente a Montecarlo. Naturalmente se sei cittadino Tedesco le tasse ti vengono detratte secondo i tuoi guadagni, quindi non conviene essere cittadino di un altra nazione per evadere le tasse, verresti tassato due volte….. A parte queste considerazioni spero per la Freni che sia solo un errore, magari come quello di Pavarotti che ha pagato in tre rate. Trovo veramente triste che artisti di questo calibro non si rendano conto che usando queste tattiche uccidono l’amore per l’arte e non aiutano certamente i giovani artisti. Come fanno poi artisti come Bocelli a presentarsi alla televisione nazionale e farci anche il predicozzo sull’esistenza di Dio, magari io punterei di più ad avere un vita corretta verso il genere umano, perché li trovi Dio…… con affetto  cF

La soprano Mirella Freni è indagata dalla procura di Bologna per riciclaggio ed esportazione di valuta all’ estero nell’ ambito dell’ inchiesta sulla banca Ber. L’ artista, 76 anni, sarà sentita dagli inquirenti per chiarire la sua posizione in seguito all’ avviso di chiusura indagini inviatole dal sostituto procuratore Scandellari. Per l’ accusa, si sarebbe resa responsabile di esportazione di denaro in violazione delle norme antiriciclaggio. La soprano sostiene di aver avuto un conto alla Ber chiuso dopo che le erano sorti dubbi sulla banca.

ROMA – All’inizio fu Pavarotti. L’anno era il 2000 e il celebre tenore fu rinviato a giudizio con l’accusa di non aver pagato le tasse in Italia approfittando di una residenza, ritenuta fittizia, a Montecarlo. Finì che patteggiò con il fisco e pagò: 25 miliardi di vecchie lire.
Ora è Riccardo Muti a tuonare contro «direttori, registi e cantanti, che non hanno la residenza in Italia». «Io ho la residenza in Italia, molti miei colleghi no. È una loro scelta e ognuno è libero di fare quello che vuole. Però non sopporto chi poi polemizza contro la politica e i ministri. Non si può tenere la residenza fuori dall’Italia e poi sputare sul proprio paese».

Il maestro, che ieri sera ha inaugurato la stagione dell’Opera di Roma con il «Macbeth» per la regia di Peter Stein, presente anche il presidente Napolitano, è intervenuto ai microfoni di Armando Torno per Radio 24. Occasione l’ennesimo premio conferito al musicista napoletano, il «Paolo Borsellino, eroe italiano», «per gli altissimi meriti artistici e morali».

La consegna è prevista mercoledì a Catania. La motivazione parla di Muti come «leggenda vivente della direzione, “a proud italian” che ha sempre considerato l’arte quale veicolo per un militante impegno civile, come attestano le sue tante testimonianze nelle aree martoriate da fame e violenza, a Ground Zero come a Sarajevo fino alle bidonville di Nairobi».

«È chiaro che questo premio verrà tassato ma sono comunque contento di avere la residenza fiscale in Italia», – ha aggiunto Muti nella polemica intervista, senza fare nessun nome.

Ma è noto che nel mondo dello spettacolo sono tanti gli artisti che hanno residenza all’estero. O che hanno avuto problemi con il fisco. Da Andrea Bocelli a Tiziano Ferro a Umberto Tozzi, Katia Ricciarelli, Luca Barbarossa, Giorgio Faletti e Zucchero. Proprio ieri s’è diffusa la notizia che Mirella Freni è indagata dalla procura di Bologna per riciclaggio e esportazione di valuta all’estero nell’ambito dell’inchiesta sulla banca Ber. Il celebre soprano, 76, anni ha detto di aver avuto un conto, chiuso circa un anno e mezzo fa. E s’è detta pronta a chiarire la sua posizione…

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Considerando che la musica più praticata nelle sale da concerto è quella del passato e non quella del presente, è lecito chiedersi se la funzione dell’interprete oggi si svolga ancora allo stesso livello di quello vigente nei decenni passati. Negli anni 30 ad esempio erano ancora attivi come concertisti compositori quali Rachmaninov, Bartok e Prokofiev, negli anni Sessanta Stravinsky dirigeva ancora regolarmente le sue composizioni, per indicare alcuni autori fra gli ultimi a conquistarsi un posto permanente nel repertorio, che nel contempo furono anche interpreti delle loro opere (costringendo gli altri esecutori a tenere conto quindi non solo della loro estetica compositiva ma anche della loro prassi esecutiva). Più addietro troveremmo un Debussy o un Saint-Saëns interpreti delle loro stesse musiche. Anche Brahms come pianista vantava qualità di primo piano che costituirono un referente interpretativo “autoriale”, meritevole di lasciare il segno quanto quello lasciato da grandi interpreti dalle carriere luminose come, per quanto riguarda la sua musica, fu quella di un Joseph Joachim. Tutti i compositori che popolano gli attuali cartelloni concertistici sono invece da tempo defunti. Sui palcoscenici delle sale di concerto le figure “autoriali” sono scomparse, lasciando il posto a interpreti legittimati nel ruolo proprio di mediatori. Di questa mediazione si parla spesso, a fronte dell’instaurazione di un regime che ha praticamente cancellato la contemporaneità creativa declinando la musica ormai al passato, creando con i grandi della storia musicale (Bach, Mozart, Beethoven, ecc.) un rapporto oltre il tempo, come fossero loro quasi i referenti delle nostre esigenze espressive e non già i compositori oggi viventi (sempre più estranei al sentire comune). Al di là delle ragioni di mercato che fomentano questa forma di polarizzazione (non riscontrabile ad esempio nelle arti figurative che, con le esibizioni dei contemporanei, attirano ancora folle nei musei e nelle gallerie), vi è certamente una ragione costitutiva nel modo in cui la musica contemporanea ha imboccato strade che l’hanno allontanata dal pubblico. Non è qui il caso di discettare su queste ragioni. Basta constatare che gli interpreti per la prima volta sono confrontati con problemi di scelta esecutiva di nuovo tipo. L’interesse per la ricostituzione della prassi esecutiva d’epoca, ormai comunemente adottata per quanto riguarda la musica barocca, ne è la spia. Un secolo fa questo non era per niente un problema, non perché non esistessero studi musicologici in grado di orientare sulle diverse modalità interpretative della musica del passato, ma perché essa era percepita non come una realtà distinta (storicizzata) ma come un patrimonio annesso alla musica di quel tempo, con la quale faceva un tutto organico. Nella musica di Mendelssohn si rispecchiava la sua frequentazione di Bach, in Brahms quella di Beethoven, in Reger quella di Bach e di Beethoven insieme [Casella quella di Scarlatti, in Poulenc quella di Couperin e via dicendo]. La mediazione con il passato passava allora attraverso i compositori, attraverso la loro estetica compositiva, più che attraverso gli interpreti. Oggi, venendo a mancare il referente compositivo condiviso, non sono più i compositori a dirigere l’ascolto (men che meno i compositori-interpreti di cui non c’è più traccia), ma gli interpreti tout court, i quali in questo senso vivono una sorta di disorientamento. L’affermarsi della ricostituzione della prassi esecutiva d’epoca ha la funzione di colmare questo vuoto, che non a caso non riguarda più solo la musica del Sei o del Settecento, ma significativamente concerne già Mozart, Haydn, su fino a Beethoven, Mendelssohn, Brahms addirittura, come dimostrano i vari Brüggen, Harnoncourt, Norrington, ecc. Si determina così un paradosso: da una parte nei programmi concertistici attuali troneggiano i grandi di quelle passate stagioni, adottati dal pubblico come se fossero parte del mondo d’oggi a surrogare ciò che come manifestazione contemporanea non arriva più a radicarsi (in pratica a colmare il vuoto lasciato da una musica moderna diventata estranea al sentire dominante), dall’altra gli interpreti chiamati a mediarli si rendono sempre più conto della distanza di concezione estetica che da loro ci separa e che pone problemi di correttezza di lettura. Per quel che riguarda il pianoforte lo possiamo già capire da com’è diventato lo strumento moderno, dalla sonorità potente e modulata quale non era all’origine. Il ripristino occasionale del “fortepiano” ci rende evidente il carattere sovrastrutturale delle esecuzioni moderne di quegli autori, nel senso che la nostra coscienza proietta su di loro una dimensione che non è quella dello ieri bensì quella dell’oggi. Ora, se nella Vienna di fine Settecento l’interesse per Bach e per Händel era coltivato ad esempio da un pioniere della ricerca antiquaria quale fu il Barone van Swieten (con l’incarico a Mozart di rifare la strumentazione del Messia e di altre opere del precedente passato in modo da renderle compatibili con le abitudini del tempo), oggi è maturata una coscienza storica che chiede giustificazione a tale tipo di annessione, un grado di consapevolezza culturale che ha portato a distinguere nettamente i piani estetici.

A un attento esame ci accorgiamo però che il cosiddetto ripristino della prassi esecutiva originale non dipende tanto dall’applicazione di norme interpretative desunte dai trattati d’epoca (dalla cosiddetta filologia), bensì piuttosto da modelli maturati nell’ambito estetico della musica del Novecento, nel versante che da Stravinsky a Bartók, Prokofiev, Poulenc, Milhaud, ecc. ha segnato lo stacco dalla superfetazione espressiva del secolo precedente. In altre parole il vero passaggio è stato effettuato dapprima a livello compositivo, soprattutto grazie alla stagione del “neoclassicismo” degli anni Venti e Trenta deliberatamente confrontata con i modelli del passato, che in seguito su quelle nuove musiche ha formato schiere di interpreti indotti ad adottare uno stile e una maniera improntati a un’idea costruttivistica, tesa a valorizzare i vettori energetici della scrittura anziché psicologistica (cioè incline ad evidenziare i sottintesi emozionali) tipica dell’eredità romantica. Le esasperazioni dinamiche, la ricerca della carica sonora materica, la velocizzazione sono manifestazioni di questo filone, che non solo guida gli interpreti del Barocco nella lettura che ci ostiniamo a definire “filologica” (mentre si tratta soprattutto di un’attualizzazione della musiche di quei tempi lontani), ma orienta anche coloro che affrontano il repertorio ottocentesco sugli stessi strumenti che quel secolo ci ha consegnato (in primis il pianoforte nella specie del “gran coda”), in una ricerca che li sottopone a diversa sollecitazione.

Martha Argerich ne è un esempio supremo per il senso strutturale della sua concezione interpretativa, che nella lettura di un Prokofiev o di uno Sostakovic (dalla nervatura geometrica della loro scrittura) ricava le linee di sviluppo di una conduzione del discorso che nulla concede all’enfasi e all’aura della religione del suono, sempre mantenuto a livello del fisico sentire, della pulsazione della materia sonora. Parlando di questo suo modo di aggredire la tastiera, “selvaggio” ed “esplosivo”, troppo spesso si è insistito sul suo temperamento “leonino” e “demonico”, quasi fosse la manifestazione di un carattere individuale. In verità la sua potente forza d’urto, lo slancio a volte forsennato, il travolgente impulso ritmico delle sue esecuzioni sono soprattutto il risultato del suo essere pienamente donna del Novecento, di un secolo che, attraverso la tecnica, l’urbanizzazione, la moltiplicazione dei rapporti tra le persone, non ha trasformato solo il paesaggio esteriore ma anche quello interiore dell’uomo.

Martha Argerich è l’incarnazione di questa sensibilità, che non solo ne fa l’interprete perfetta degli autori moderni citati ma che la dispone verso il repertorio ottocentesco come artista in grado di riprodurlo a un livello capace di estenderne la portata fino ad attualizzarli. Ascoltando il suo Beethoven o il suo Schumann non ripercorriamo solamente le stazioni di epoche passate, con gli incantamenti della poetica del caso che ella è capace di rivelarci, ma vi troviamo anche quegli aspetti che collegano la loro concezione estetica a ciò che in seguito si sarebbe sviluppato come dimensione compositiva giunta a lasciare dietro di sé la foga passionale del sentimento romantico, i pallidi tremori del decadentismo, l’impalpabile bruma dell’impressionismo, aprendo le coscienze al recupero dei valori strutturali dell’espressione musicale.

Per questa via possiamo affermare che, se la composizione contemporanea ha in un certo senso subìto la messa al bando, nelle sale di concerto non assistiamo necessariamente a un puro fenomeno di restaurazione del passato, ma piuttosto a una sua rilettura in forme che, nel perfetto equilibrio che artisti quali Martha Argerich sono in grado di assicurare in questa complessa dialettica, porta a una sorta di supplenza. Apparentemente al compositore contemporaneo è tolta la possibilità di dominare la ribalta, ma l’estetica contemporanea l’ha comunque vinta, grazie alla maturità dei grandi interpreti che l’hanno assimilata e che la vivificano attraverso la loro lettura moderna dei capolavori del passato.

Carlo Piccardi

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Motivi ambientali, economici, sociali 

Il massiccio consumo di carne e alimenti non vegetariani richiede l’utilizzo di terreni sempre più estesi per la coltivazione dei foraggi o per il pascolo del bestiame. Il pascolo intensivo, non consociato con altre coltivazioni o piantagioni perenni (alberi ecc.) impoverisce velocemente il terreno: lo strato superficiale di humus viene lavato via dalla pioggia o soffiato via dal vento perché non ci sono le radici profonde delle altre piante a trattenerlo, e non viene rimpiazzato perché non ci sono foglie o altre parti caduche delle piante a decomporsi nel terreno. Ben presto i pascoli diventano sterili, e quando la terra è sterile e senza alberi, le nuvole passano più facilmente oltre, e vanno a scaricare la pioggia su zone ricche di boschi.

Questo è precisamente ciò che accade ogni anno nella foresta pluviale dell’Amazzonia, dove centinaia di specie scompaiono per sempre proprio a causa dell’abbattimento degli alberi e della distruzione di un complesso ecosistema, eliminati per far posto ai “pascoli per hamburger”.

Il consumo di risorse alimentari pregiate come soia, grano, mais, arachidi, e di altre risorse, come acqua, concimi, lavoro di uomini e macchinari con il conseguente consumo di carburanti ecc., energie usate per l’allevamento, il trasporto, la macellazione e la preparazione della carne — oltre all’inquinamento che ne deriva direttamente e indirettamente — per la produzione di un chilo di carne è da 10 a 35 volte superiore alla quantità di risorse necessarie per produrre un chilo di proteine vegetali ad alto valore biologico (come la soia, ad esempio). Ne consegue che il principale responsabile della fame nel mondo è proprio il consumo di carne da parte del 20% della popolazione mondiale, che divora le risorse dell’80% dell’intero pianeta.

Come fa dunque l’industria della carne a tenersi a galla? In che modo riesce a mantenere i costi abbordabili dal pubblico? Con i contributi dello Stato, della Comunità Europea, con i finanziamenti speciali: grazie alle tasse che pagano i cittadini. Il costo della carne non è quello che vedete scritto sul listino del macellaio: c’è un prezzo nascosto, che nessuno vi dice, ma che esce dalle vostre tasche comunque sono forma di tasse di vario genere che pagate allo Stato.

Gli allevamenti intensivi rappresentano una delle maggiori cause di inquinamento del pianeta sia dal punto di vista delle acque che dal punto di vista degli scarichi a terra. Il disastro delle alghe nell’Adriatico, e della morte per soffocamento dei fiumi e dei laghi, per eccesso di fosfati che causano una proliferazione eccessiva di alghe, che tolgono l’ossigeno all’acqua: ecco alcuni di risultati degli scarichi degli allevamenti di maiali e bovini da macello.

I migliori appezzamenti di terreno e i migliori raccolti di cereali e legumi dei Paesi in via di sviluppo prendono la via dei grandi allevamenti intensivi occidentali. Infatti nel cosiddetto “terzo mondo” i costi sono ancora abbastanza bassi da permettere dei margini agli allevatori. Non importa se poi quello che resta non è sufficiente per il consumo diretto degli abitanti del paese produttore. Questo provoca ovviamente un forte disagio nelle popolazioni di questi paesi, che sfocia spesso in disordini e in guerre. Massacri, emigrazione di massa, degrado sociale e culturale, terrorismo, delinquenza…. sono collegati anche se indirettamente con la produzione di ciò che mangiamo.

Un altro problema sociale collegato con il consumo di carne e alimenti non vegetariani è la condizione di disagio psico-fisico provocata da una dieta sbagliata, da un eccesso di tossine nel corpo, dall’adrenalina “estranea” introdotta con la carne degli animali macellati, come hanno dimostrato parecchi studi sul comportamento alimentare dei giovani “difficili”.

Motivi igienico-medici

Il contenuto nutritivo della carne è scarso: circa il 70% di acqua, il 10-20% di proteine complesse e quindi più laboriose da digerire e utilizzare, 10% o più di grassi saturi e colesterolo, niente amidi o zuccheri (le sostanze che di solito l’organismo usa per produrre energia). Pochi sali minerali, poche vitamine, niente fibre alimentari. In compenso, molti residui di pesticidi, insetticidi, scorie di lavorazione, concimi chimici, metalli pesanti e altre sostanze inquinanti (che l’organismo animale accumula sia dal cibo che dall’ambiente), oltre ai medicinali (antibiotici, tranquillanti, ormoni, sostanze anemizzanti usate per ottenere una carne “bella bianca” in vitelli e volatili) normalmente aggiunti al foraggio, e alle tossine prodotte dall’organismo stesso degli animali in condizioni di stress e di sofferenza. Un discorso a parte merita l’adrenalina non smaltita dall’animale al momento della morte, e che resta nei tessuti, passando direttamente nell’organismo di chi mangia la carne: l’adrenalina, una delle più potenti endorfine prodotte dagli organismi viventi, è una sostanza neurotrasmettitrice che stimola l’aggressività. Come gli esseri umani, gli animali producono oltre all’adrenalina numerosi altri neurotrasmettitori che inducono le “sensazioni” di sofferenza, disperazione, alienazione e così via.

Ma torniamo alle proteine. Il nostro organismo non è in grado di assimilare e utilizzare le proteine così come sono, ma deve scomporle in aminoacidi essenziali; in questo processo vengono liberate delle tossine e delle sostanze di scarto. Le proteine animali sono più complesse di quelle vegetali, e quindi più difficili da utilizzare. La gamma di aminoacidi essenziali contenuti nella carne si trova anche nelle proteine della soia, delle arachidi e persino dell’ortica individualmente, e in moltissimi altri alimenti vegetali in consociazione tra loro (cereali e legumi, oppure cereali e noci consumati insieme). Il “mito delle proteine” è ormai stato demolito dalla scienza moderna: per un adulto di peso medio sono sufficienti 50 gr. di proteine al giorno, ottenibili in modo completo e facile in un’alimentazione vegetariana varia ed equilibrata.

Comunque, anche se il contenuto nutritivo della carne potesse giustificare un suo consumo regolare, vale la pena di analizzare le differenze fondamentali tra l’organismo degli animali carnivori e quello degli esseri umani. Ricordiamo che le popolazioni tradizionalmente vegetariane sono sempre state le più longeve e le più sane (come gli Hunza del Kashmir), mentre quelle tradizionalmente carnivore (come gli Esquimesi) hanno una vita media molto breve.

1) L’intestino umano è molto più lungo di quello dei carnivori. Un intestino corto permette alle feci contenenti i residui della carne di essere espulsi velocemente, prima che vadano in putrefazione e compromettano la funzionalità e l’integrità dell’organo. Questo è il motivo per cui nei paesi dove si consuma più carne ci sono più casi di cancro all’intestino, coliti, diverticoliti e cc. Inoltre, la mancanza di fibre alimentari nella carne causa sempre stitichezza, con i soliti problemi collegati.

2) L’acido cloridrico prodotto dallo stomaco umano è inferiore come quantità (di 20 volte) rispetto a quello prodotto dallo stomaco di un carnivoro. L’acido cloridrico serve a “sciogliere” i tessuti della carne e a disfarla, altrimenti non potrebbe essere digerita affatto. Un essere umano che mangia carne tende istintivamente ad accompagnarla con alimenti (alcolici, eccesso di zuccheri e carboidrati raffinati) che creano un ambiente estremamente acido nello stomaco. Il problema è che è troppo acido, per il nostro stomaco: da qui ulcere, cattiva digestione e tutti i problemi collegati.

3) Altre caratteristiche anatomiche importanti distinguono l’uomo (e altri animali vegetariani) dagli animali carnivori: il fatto che i carnivori sudano attraverso la lingua e non attraverso la pelle (non hanno pori), il fatto che i carnivori possiedono canini molto più sviluppati e “progettati” per uccidere e sbranare, mentre gli esseri umani — come altri animali vegetariani a preferenza frugivora — hanno grossi molari piatti per schiacciare e macinare frutta, semi e altri cibi vegetali. Inoltre i carnivori hanno una saliva acida e mancano completamente dell’enzima che serve invece a digerire i cereali (ptialina), e ghiandole salivari molto più piccole delle nostre. Infine, la presenza di artigli e la capacità di vedere meglio di notte permettono ai predatori di cacciare meglio. L’uomo non è in grado, anatomicamente e fisiologicamente, di predare e mangiare animali più grossi dei topi. Se vogliamo introdurre la “civilizzazione” come argomento a sostegno delle capacità umane nella caccia, ricordiamo che la cosiddetta “civilizzazione” ci permette anche di ignorare completamente i nostri istinti naturali (i bambini piccoli di solito fanno sempre storie quando viene loro propinata la carne per la prima volta, e nessuno sente l’acquolina in bocca vedendo per strada un gatto morto), fino a farci assumere sostanze estremamente dannose per il nostro organismo (come certe droghe e sostanze psicotrope). Questa stessa “civilizzazione” permette di dar da mangiare a mucche e pecore (animali notoriamente erbivori) scarti della macellazione di altri animali … naturalmente in questo modo si ottengono a lungo andare dei danni genetici, come la famosa encefalite spongiforme, detta “il morbo delle vacche pazze” che distrugge il sistema nervoso e può essere trasmessa anche all’uomo attraverso il consumo della carne dell’animale malato.

4) L’organismo degli animali carnivori sintetizza vitamine che l’essere umano non può sintetizzare, e viceversa. Lo sapevate che i gatti vengono uccisi dalla vitamina C? Un vegetariano può trovare tutto il ferro, le vitamine del gruppo B e le altre sostanze necessarie alla salute in moltissimi alimenti vegetariani, specialmente in quelli integrali. La denutrizione e la malnutrizione non sono caratteristiche dell’alimentazione vegetariana, bensì di una dieta che non comprende neppure gli ingredienti vegetali necessari alla salute. Ci sono molte persone anche obese, che consumano carne e altre sostanze non vegetariane, gravemente sofferenti di carenze alimentari poiché non assumono una quantità sufficiente di frutta e verdura fresca…

Motivi etici, filosofici, religiosi

La violenza inutile perpetrata sui deboli e sugli indifesi porta chi la compie a soffocare in sé il rispetto verso la vita, la sensibilità e la compassione, il senso della misura, il senso della giustizia. Le terribili condizioni di vita e di morte imposte oggi a milioni di animali “da macello” (segregazione, riproduzione artificiale, modificazioni genetiche, allevamenti intensivi, mattatoi) ricordano dolorosamente quelle dei lager nazisti, e non hanno nessuna vera necessità tranne quella del profitto per gli allevatori: perciò rappresentano per i vegetariani “etici” un vero e proprio crimine.

Tutte le grandi religioni consigliano all’uomo di non nutrirsi di morte. Tra i cristiani di oggi gli Avventisti, il movimento cattolico antispecista e tutti quei gruppi che cercano di tornare al cristianesimo delle origini (Vita Universale ecc.); tra gli ebrei numerosi maestri tra cui Pinchas Peli, come spiega esaurientemente la Jewish Vegetarian Society; e naturalmente i buddhisti, i jainisti e infine gli induisti, che sono vegetariani da millenni e che rappresentano la maggioranza dei vegetariani etici sul pianeta. Tanto che negli ultimi venti anni i vari movimenti filoinduisti hanno diffuso notevolmente il vegetarianesimo etico in occidente. Ma anche molti filosofi di ieri e di oggi (che non seguivano una particolare religione) si sono schierati dalla parte dei vegetariani.

Citiamo solo alcuni tra i vegetariani più illustri: Buddha, Clemente di Alessandria, Diogene, Edison, Einstein, Franklin, Gandhi, Kafka, Leonardo da Vinci, Lutero, Ovidio, Origene, Pitagora, Platone, Plotino, Plutarco, Schopenhauer, Seneca, Shaw, Shelley, Socrate, Thoreau, Tolstoy, Voltaire. Anche nel mondo contemporaneo la lista dei personaggi famosi che si sono dichiarati apertamente vegetariani è molto lunga, e comprende sia attori e attrici che musicisti, atleti, uomini politici, scrittori e intellettuali, eccetera.

Motivi edonistici

Sì: essere vegetariani è molto più piacevole che mangiare carne. Spesso i detrattori dell’alimentazione vegetariana parlano di “rinuncia”, “divieti”, “limitazioni”, ma in realtà è possibile godere della vita soltanto quando si è sani, ed è possibile gustare veramente i sapori quando le nostre papille gustative e il nostro olfatto non sono ottusi da sostanze innaturali e dannose per la nostra salute. I cibi dal sapore gradito non mancano affatto nel regno vegetale, anzi, la maggior parte dei sapori caratteristici di carne, pesce e uova possono essere ricreati facilmente, con grande precisione, con alimenti completamente vegetariani. Provate a cuocere in forno delle patate alle erbe aromatiche (salvia, rosmarino, alloro, timo), un cucchiaio di salsa di soia, un cucchiaio di sesamo tritato e margarina vegetale: chi entrerà in casa vostra sarà convintissimo che stiate cucinando del pollo arrosto! La serie dei cosiddetti “sostituti” è quasi infinita: ma perché chiamarli sostituti? Il loro sapore, la loro consistenza, il loro valore nutritivo è fine a sé stesso, e risultano gradevoli anche a coloro che non hanno mai assaggiato la loro “controparte” non vegetariana… semplicemente non gliene evocano il ricordo! Non soltanto: mentre i vegetali sono capaci di interpretare la parte normalmente affidata agli alimenti non vegetariani, non si può dire che gli alimenti non vegetariani possano sostituire decentemente gli alimenti vegetali…

Gli alimenti vegetali sono fonte di gioia e soddisfazione in ogni fase della loro preparazione: dalla coltivazione alla raccolta, al trasporto, all’acquisto, alla pulizia, alla cottura, al consumo… i colori, i profumi, le sensazioni tattili sono invitanti e piacevoli. Certamente non si può dire la stessa cosa degli alimenti non vegetariani…

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QUANDO ANCHE I BRAVI BUDDHISTI SGARRANO

La pigrizia dell’uomo

A nessuno piace il catastrofismo.
Le ipotesi estreme danno sempre un grosso fastidio.
Nessuno ama pure i cosiddetti out-out. Che hanno il sapore di autentici ricatti, da qualunque parte essi provengano.
Ed è per questo che i ricami ripetuti di medici responsabili, di artisti famosi, di scienziati del calibro di Pitagora, di Leonardo da Vinci, di Einstein, vengono spesso giudicati negativamente, vengono evitati e glissati, vengono aggirati con furbizia e noncuranza, quasi fossero ossessioni di gente dalla sensibilità troppo esagerata, e non invece precise indicazioni scientifiche, puntuali ammonimenti prescelti e ispirati dal costruttore dell’universo affinché arrivino alla gente.
L’uomo ama sprofondare nelle sue solite cose, nelle abitudini e nelle pigrizie di ogni giorno, nella continuazione pura e semplice del suo tran-tran quotidiano, delle cose che già sta facendo e di quelle che sta già pensando.
E’ già armato di una sua filosofia spicciola della sopravvivenza, di sue convinzioni sulle quali non è disposto a transigere, di sue esigenze corporali che parlano apparentemente chiaro, di regole che non si debbono nemmeno discutere, poco importa se il suo pacchetto mentale-filosofico-nutrizionistico è lontano mille miglia da quello che dovrebbe veramente essere.
Eppure sono in molti oggi, soprattutto tra gli scienziati, ad ammonire l’umanità che stiamo andando verso una brutta china.
I segnali negativi sono molti, e riguardano l’ambiente, coi ghiacci polari in scioglimento, coi cambiamenti climatici abnormi, con tsunami più che mai distruttivi, con l’insufficienza delle risorse, con la violenza tra gli stati, le religioni e le genti, che a fatica si riesce a contenere, con la crudeltà infinita che viene tuttora riservata agli animali in ogni punto della Terra.
Non sarà forse che, in assenza di immediati e radicali correttivi, ci stiamo avviando verso la fine dell’esperienza umana sulla terra?
Non sarà che siamo vicini o a una nuova era segnata da rivoluzionari cambiamenti correttivi nel vivere umano, o a quella famosa fine del mondo, che pure diverse religioni da tempo predicono?

Il caso significativo di Danny Chong

Tutte queste considerazioni, improntate piuttosto al fatalismo e al pessimismo sull’umanità in genere, non sono per niente applicabili a Danny Chong, imprenditore commerciale singaporiano, di rara precisione mentale ed organizzativa, e dotato pure di sani principi filosofici.

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Egli può al contrario essere considerato una specie insolita di uomo al di sopra della media, uno di quelli che Diogene andava in giro a cercare con la lampada accesa in pieno giorno.
Ha una famiglia che lo ama e lo stima.
Ha un team di collaboratrici e collaboratori affidabili ed affezionati che fanno con impegno, razionalità, dedizione ed efficienza il proprio dovere.
E’ pure sorretto, in modo non fanatico, da una fede religiosa valida come il Buddhismo, dalla quale trae in continuazione motivi e spunti per la sua vita quotidiana.
La sua è una organizzazione tecnico-commerciale prestigiosa ed invidiabile, di cui va giustamente fiero, e che è lo specchio esatto della sua personalità ricca, posata, misurata, attiva ed aggressiva al punto giusto, senza eccesso ed esagerazione.
Confluiscono in lui la saggezza e il self-control, la gentilezza e la misura che derivano dalle filosofie orientali, ma anche la mentalità tecnico-scientifica ed organizzativa derivanti dal lavorare a lungo e a stretto contatto di gomito con ditte tedesche e giapponesi,
E’ infatti riuscito nel corso di un quarto di secolo a concretizzare il suo sogno e il suo progetto di impiantare una azienda apprezzata e stimata sia dai suoi fornitori odierni (italiani e giapponesi) che dai suoi clienti, che comprano da lui ad occhi chiusi tutti i prodotti tecnici (varia utensileria per uso industriale e per l’imprenditoria) che egli propone.
Non una parola negativa nei suoi confronti persino dai concorrenti che, pur temendolo, lo stimano e lo ammirano.
La sua ditta è davvero esemplare.

Più che una azienda, una perla commerciale

Un fabbricato a quattro piani non lontano dal Changi Airport, nell’area commerciale che si trova peraltro ai confini di Geylang, il più famoso distretto a luci rosse di Singapore, dove sono confluite da anni tutte le attività lussuriose-notturne che nei tempi andati stavano nell’ormai mitica Bugis Street.
Questa Geylang è pure dotata di fama negativa da parte di puristi e schizzinosi, da parte ovvia delle famiglie e delle ragazze per bene, timorose di recarvisi da sole la notte e di essere scambiate per lucciole, rimane ugualmente zona pulsante di vita e di umanità varia e verace, nel bene e nel male.
E confortata però da totale assenza di piccola criminalità, come del resto l’intera città-stato singaporiana, nonché, dettaglio non da poco, dai migliori stand di durian e di frutta tropicale della piccola repubblica asiatica.
Al primo piano l’officina meccanica di assistenza e ricambi urgenti, nonché il reparto spedizioni.
Al secondo, lo stock generale di utensili e di parti di ricambio per gli stessi.
Al terzo piano gli uffici ravvicinati, ma razionali ed efficienti, dove ogni dipendente e ogni visitatore lascia le scarpe all’ingresso e indossa le pantofole interne della casa.
Non manca una saletta riunioni, ad uso parlatorio, relax e festeggiamenti, con le pareti tappezzate da foto importanti, da massime filosofiche di vita e di lavoro.
La componente umana consiste di una decina di ragazze di bella presenza, di provata efficienza e personalità, tutte con compiti precisi da assolvere.
Niente di iperbolico e sprecato, ma tutto in ordine meticoloso e rispondente alle esigenze di una piccola azienda che sa fare grandi cose a livello internazionale, di una autentica perla del settore.
Il business esterno viene condotto dal titolare in persona, coadiuvato da un brillante giovane collaboratore di nome Jeremy e da una promotrice commerciale di nome Irene, eccellente nella grazia, nei modi, nei risultati.

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Presenti a tutte le fiere che contano, stanno in costante movimento non solo a Singapore, ma anche in Malaysia ed Indonesia, dove hanno diversi sub-distributori e clienti.
Al quarto piano, c’è un’autentica piccola serra tropicale all’aperto, ovvero un ampio terrazzo ricoperto da piante e fiori di ogni tipo, di bonsai e curiosità floricole da ogni regione del mondo.
Un hobby che il titolare ha da sempre curato, a conferma della sua gentilezza d’animo, e che non ha mai voluto disgiungere dalla sua attività lavorativa basata invece su articoli della meccanica, utili e ottimi sotto ogni punto di vista, ma pur sempre oggetti metallici da contrastare con la vitalità, il colore, il profumo intenso delle sue camelie e delle sue orchidee.

Danny Chong, prototipo di persona asiatica aperta e lungimirante

Ti accorgi subito fin dal primo momento di trovarti di fronte a un uomo speciale, equilibrato, misurato, che emana il fascino di una persona profondamente motivata e felice, sicura di sé, lungimirante, appagata ma tuttora piena di ambizioni e di aperture.
Perché dunque prendere il caso di Danny, persona esemplare e quasi perfetta, in questo ragionamento angosciante sull’inizio di un nuovo mondo o sulla fine di tutto?
Abbiamo prescelto Danny proprio perché prototipo di persona indipendente e aperta, disposta ad ascoltare, a soppesare, a ragionare senza pregiudizi, ovvero di persona non appartenente alla maggioranza, al branco di pecore che obbediscono a qualsiasi comando o tendenza evitando di usare il proprio cervello, preferendo non porsi assolutamente alcun interrogativo e alcun problema, all’insegna del lo fa lui e lo faccio anch’io.
In effetti, questo ragionamento nasce da una domanda che lo stesso Danny si è posto sul domani di una Terra super-affollata, super-sfruttata, e sottoposta a continui attacchi ambientali che portano a calamità naturali incontrollabili, a preoccupanti variazioni di clima che in passato erano molto più attenuate e ragionevoli.

Quando persino la migliore religione non basta

Danny, dicevamo, è buddhista convinto, non fanatico e ottuso, ma discreto e tollerante, come del resto la maggioranza degli orientali in fatto di religiosità.
E quando gli si dice che il corpo umano è per disegno, funzioni, ruolo e intendimento divino, il corpo di una creatura fruttariana-vegetariana, non fa una piega, è convinto al cento per cento che sia così.
Non è che dica Sono d’accordo per concederti fiducia o per farti un piacere, e magari dentro di sé mandarti a quel paese.
Però, proprio in funzione della sua tolleranza buddhista, o meglio del suo concetto personale di tolleranza, del resto estremamente diffuso in tutto il continente asiatico, accetta in modo bonario e acritico quello che il mondo esterno gli propone e gli mette a disposizione.
Il suo concetto, poi, non è estraneo affatto allo stesso mondo occidentale.
Quello che c’è, quello che esiste al mondo, esiste perché così vuole il destino e perché non possiamo farci niente.
In altre parole, l’uomo tende a prefabbricarsi un vero e proprio alibi per giustificare la sua pigrizia mentale ed operativa.
So che le cose vanno malissimo, ma non posso farci niente, e dunque non faccio niente.
Una specie di fatalismo buddhista che invita a rilassarsi e a lasciare le cose come stanno.
Anche perché modificare, resistere, opporsi, contrastare, sono tutte azioni implicanti qualche forma di violenza, qualcosa cioé che non fa parte del suo bagaglio mentale.

– 4 –

L’arrendevolezza e le paure dell’uomo buddhista

Preciso, metodico, impetuoso quando serve, attivo e proponente nel lavoro e nella vita, ma approssimativo e arrendevole nelle sue scelte comportamentali, nutrizionali, filosofiche.
Per lui Buddhismo vuol dire qualche meditazione e qualche preghiera quotidiana, e una impostazione esistenziale il più possibile rilassata e indolore, per sé e per chi gli sta appresso in famiglia, nel business, nella società.
E’ pure timoroso nei riguardi della malattia, variante incontrollabile e minacciosa dei suoi equilibri emozionali e fisiologici.
Specie del cancro, che già gli ha portato via suo padre, un fratello minore e due zii.
Giusto o sbagliato che sia, glielo hanno insegnato certi medici, che alcune malattie importanti arrivano in ogni caso, indipendentemente da quello che fai, per pure motivazioni genetiche.
E, dati i precedenti in famiglia, si sottopone a regolari e periodici controlli, a dolorose colon-scopie, a esami vari dove la medicina avanzata e modernissima di Singapore si distingue come tra le migliori del mondo.
Lo fa in modo convinto, anche se sa benissimo che tali esami gli causano notevoli tensioni e stress, danni precisi e circostanziati.
Ha pure acquisito il concetto che la carne e il pesce non sono l’ideale per la salute, e ha incrementato di molto il consumo di frutta e verdura, soprattutto da un anno a questa parte, ovvero da quando ci siamo conosciuti per motivi di lavoro, da quando lo ho sorpreso rifiutando gli inviti a cena ed accettando con entusiasmo le scorribande lungo le bancarelle di vendita del durian.

Quando arriva il craving, il morso della fame, lo stomaco che rode e reclama sostanza proteica.
Una persona intelligente e tutta d’un pezzo, eppure drogata e proteo-dipendente.

Eppure Danny, nonostante tutto quanto appena detto, non riesce a liberarsi del tutto della carne e del pesce perché, quando gli arriva il craving, ovvero il morso irresistibile della fame, quando il suo stomaco rode e reclama fortemente la sostanza proteica, non c’è frutta e verdura al mondo capace di soddisfarlo.
Non c’è verso di proteggerlo dal vero e proprio ricatto fisiologico della parte medio-bassa del suo corpo, che finisce per fare a pugni col suo cervello e con le sue stesse idee.
D’altra parte, il suo organismo funziona in questo modo da quando egli era bambino, perché, Buddha o non Buddha, il pesce, il granchio, il calamaro, il pollo e il maiale, e negli ultimi anni a volte pure la bistecca di manzo australiano, hanno continuato a fare parte della sua dieta.
Non si rende conto e non sospetta il Danny che, al pari della stragrande maggioranza buddhista e non-buddhista, al pari della popolazione mondiale in genere, lui, pure così equilibrato e attento, pur così positivo e responsabile, pur così tutto di un pezzo, è un vero drogato, una persona proteo-dipendente.
Drogata e dopata non da caffè o tè, da coca cola e zuccheri morti, da alcol e da integratori, o dal micidiale fumo di sigaretta o di sigaro, come ce ne sono a bizzeffe in ogni punto del globo.
Drogata e dopata nemmeno da anfetamine, cocaina, oppio, hashish, o sostanze allucinogene, per le quali esiste tra l’altro la pena di morte in tutti i paesi del Sud-Est Asiatico.
Drogatissima tuttavia da uso prolungato e regolare di una sostanza ufficialmente accettata, prescritta, raccomandata, esaltata, pubblicizzata, benedetta e standardizzata, di una sostanza persino imposta all’interno delle famiglie, delle comunità, delle mense, degli ambulatori e degli ospedali.

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Drogatissima da una sostanza estranea e proibita per il suo organismo umano fruttariano-vegetariano,
ormai abituato ad essa e quindi dipendente da essa, ma pur sempre incapace di utilizzarla e metabolizzarla.
Non si rende conto Danny di essere drogato dalla carne.
Egli pensa che quel craving, quella voglia pazza e incontrollabile di proteina, sia la voce verace di Dio, il segno tangibile della sua natura di vegetariano adattato e conformato all’alto-proteico di origine animale,
il simbolo di una cosa normale, giusta e inevitabile.
Non pensa affatto, come dovrebbe, che quel vuoto allo stomaco è segno di semplice fame di vero cibo energetico naturale e fruttariano, accompagnata ed aggravata però nel suo caso specifico da una fame chimica e psicologica in più di proteina animale, segno preciso della sua malattia e del suo quadro patologico di drogato.

L’obbedienza ai richiami degenerati e il tradimento degli ideali

E così egli, in trasgressione e tradimento dei suoi stessi ideali, delle sue stesse genuine esigenze psico-fisiche prese nell’assieme, obbedisce ai richiami scellerati e dopati di materiale velenoso-carneo.
Richiami che gli arriveranno da uno stomaco non certo divenuto carnivoro ma, questo sì, ormai prono ed allenato all’errore metodico e ripetuto.
Richiami derivanti da un organismo compromesso e allineato agli sbalzi di uricemia, al perfido gioco alternato di putrefazioni e fermentazioni accavallate.
Richiami causati dalla ritmica e quotidiana proliferazione dei linfociti nel sangue, che il suo sistema immunitario è costretto costosamente e faticosamente a produrre in vista di quella scossa e di quella accelerazione cardiaca che serve a mandare giù un bolo chimicamente ingombrante e pestifero per il suo delicato apparato frugivoro, che serve a rendere comunque possibile una digestione lunga e difficile fatta di emergenze ormonali ed enzimiche interne, senza le quali la digestione stessa non avrebbe nemmeno avuto luogo fulminandolo e stecchendolo all’istante.

La doppia gaffe di giudicare il craving come naturale, e il vegetarianismo come appagante utopia

Conoscendo poi come va il mondo, valutando l’imprecisione, la fallacità, la negligenza e la tendenza a disobbedire della razza umana in genere, Danny arriva alla conclusione filosofica che vegetarianismo e fruttarianismo, e con essi pure l’animalismo etico che li accompagna, per quanto giusti, logici e razionali, non riusciranno mai a imporsi o a diventare maggioranza, a divenire regola di comportamento e di pensiero prevalente e generalizzata.
Questa sua previsione pessimistica deriva dal suo errore precedente sulla interpretazione data al craving.
Una fame naturale e logica per la carne, implica infatti giustamente la conclusione fatale e apocalittica che nessuna società umana del futuro potrà mai vivere in regime di vegetarianismo, e che dunque i macelli e gli spettacoli mozzafiato di tortura, di violenza e di sopraffazione giornaliera su milioni di poveri e ignari ragazzotti a quattro gambe, continueranno ad accompagnare la incivile civiltà umana.
Ma quel craving non è affatto naturale come lui pensa, e dunque tutto il suo ragionamento successivo cade malamente.
Non ha ancora capito, il Danny, che egli necessita urgentemente dell’assistenza tecnica e psicologica di cui ogni drogato ha bisogno, se vuole saltar fuori dalla proteo-dipendenza e dalla carne-dipendenza, se vuole davvero ambire a risalire la china, a raggiungere quel livello di perfezione che gli compete, e a non sprofondare nella mediocrità.

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Non tanto la genetica, quanto il mettere benzina animal-proteica nel motore vegetariano, è il belzebù.

E non ha ancora inteso che, lungi dal risolvere i suoi rischi e le sue paure, i test cui si sottopone regolarmente rappresentano non una garanzia e un motivo di sicurezza personale, ma piuttosto una ulteriore tegola psicologica e fisica sulla testa del suo fisico, imperfetto e inadeguato alla dinamica e invidiabile personalità che lui possiede.
Non ha pure compreso che il cancro, e tutte le altre malattie, che colpiscono in modo particolare e ripetuto certi ceppi familiari, certe comunità, certe nazioni piuttosto che altre, non sono scientificamente attribuibili alle tanto conclamate e generiche motivazioni genetiche, ma piuttosto, e molto di più, all’errore fondamentale di mettere carburante improprio all’interno del proprio apparato gastrointestinale,
all’errore clamoroso e mai abbastanza denunciato e vituperato di mettere benzina animal-proteica all’interno di un motore totalmente fruttariano

Una perfetta conoscenza della sua auto, ma una precaria conoscenza del proprio organismo

Il buon Danny, come la stragrande maggioranza degli uomini di oggi, ha una conoscenza perfetta dell’automobile che lo accompagna nei suoi spostamenti, conosce a menadito come funziona, quale carburante e quale lubrificante darle, che tipo di assistenza e di manutenzione garantirle.
Ma ignora incredibilmente, o percepisce in modo approssimativo e distorto la macchina un milione di volte più importante del proprio corpo, di come è fatta in dettaglio, di quali sostanze precise ha bisogno, di quale carburante sia in grado di bruciare al meglio senza produrre scorie radioattive, putrefazioni, ossidazioni, acidificazioni, avvelenamenti, dispersioni energetiche, sbilanciamenti, malattie gravi.
Ed è chiara e condivisibile a questo punto, quella sua idea pessimistica di fondo poco sopra accennata, sull’utopia irraggiungibile del veganismo.

Non è facile predire il domani, ma siamo sicuramente di fronte a una svolta

Non siamo profeti e non siamo maghi.
Non sappiamo onestamente se, a livello di singolo uomo e a livello di umanità intera, prevarrà la fatalistica previsione di un buddhista quasi perfetto come Danny, o la fondata certezza della scienza che opera per cambiare profondamente lo stato presente delle cose, per rendere possibile la connivenza e la sopravvivenza armoniosa e pacifica di 10 miliardi di persone, di 100 miliardi di altre creature a sangue caldo, e di 1000 miliardi di diverse piante, fiori e frutta, su un pianeta Terra giunto ormai agli sgoccioli, alla resa dei conti, al momento della svolta.

Se l’uomo non impara a vergognarsi profondamente di come si nutre, di cosa pensa, e di come si sta comportando, accadranno diversi fallimenti a catena

Se questo mondo senza principi, senza insegnamenti, senza scuole libere e trasparenti, senza validi punti di riferimento, senza fari di illuminazione per il navigante uomo disorientato e in balia delle onde e dei marosi, non impara a vergognarsi profondamente di come si nutre, di cosa pensa, e di come oggi si sta comportando, allora sì che una certezza ci sovviene, ed è quella che stiamo davvero andando verso la fine della nostra esperienza umana sulla Terra.

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E, in qualità di osservatori imparziali, non dovremo fare altro che registrare il fallimento totale di quanto segue:

1) Della scienza ufficiale, delle scuole e delle università, di tutti gli attuali centri di irradiazione di un
sapere nozionistico e fasullo, di una cultura materialistica, lacunosa e strumentale alle scelte di chi ha
preso piena occupazione del potere.

2) Delle due maggiori religioni del mondo, che, proprio per la loro influenza negativa e nefasta sulla massa,
hanno sequestrato il potere mentale e le spinte ideali degli uomini, allontanandoli anziché avvicinarli alla
verità, caricandoli di falsi miti, di partigiane presunzioni, di schematismi paralizzanti e sterili.

3) Della stessa religione buddhista, la quale, per quanto molto più vicina alla verità rispetto a tutte le altre,
ha finito per incidere troppo poco sulla effettiva trasformazione ed evoluzione dell’umanità asiatica.

4) Della medicina nell’assieme, la quale, anziché diventare la punta di diamante scientifica ed operativa
delle migliori teorie e pratiche impostate correttamente dai padri fondatori Ippocrate e Galeno, si è
trasformata satanicamente in un ricettacolo storico di deviazioni e di errori clamorosi, di travisamenti, di
presunzioni infinite, di contraddizioni, di usurpazioni, di opportunismi, e in una palestra dimostrativa dei
peggiori vizi, delle peggiori vanità, delle più meschine debolezze umane, piuttosto che in una istituzione
filosofica e terapeutica virtuosa e responsabile quale avrebbe dovuto essere.

Drogarsi con la carne è doppio crimine, contro sé stessi e contro le vittime brutalizzate

Fumare, ubriacarsi, drogarsi di hashish, oppio, marijuana, anfetamine, sono tutte cose estremamente negative, dannose e biuasimevoli, vietate per legge al punto di prevedere la pena di morte in quasi tutta l’Asia.
Ebbene, alimentarsi della carne di animali barbaramente allevati, e ancor più barbaramente uccisi, è criminale verso gli animali stessi, ma lo è anche nei riguardi degli autori del crimine, nei confronti del loro corpo e della loro coscienza.
Ed è pure pratica dopante, come abbiamo visto.
Per molti versi è ancora più odiosa e grave dello stesso uso di droga per il quale si manda molta gente al patibolo, in quanto non solo sballa la gente rendendola carne-dipendente ed ammalandola in mille modi atroci, ma lascia per strada disseminata una serie lunghissima di crimini e di sopraffazioni che gridano vendetta a Dio, non al dio comune degli uomini e delle loro attuali meschine religioni, ma al Dio vero creatore, che ci ha fatti in un certo modo e che ha pure creato gli animali perché ci facciano compagnia, e non certo perché diventino oggetto dei nostri massacri quotidiani.

La repressione delle droghe vietate e l’assoluzione implicita della legalizzata droga-carne

Chi si droga con le sostanze stupefacenti fa male e merita la prigione e qualcos’altro.
Ma il male lo fa in genere a posteriori, dopo essersi drogato e istupidito.
A volte non fa addirittura male a nessuno, neanche a una mosca, all’in fuori che a se stesso, salvo che non faccia pure il trafficante.

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Ma chi si droga di carne, il male lo ha fatto prima ancora di assumere il veleno, e lo continua a fare anche dopo, in un processo vizioso e perverso senza capo e senza fine.

La complice e disgraziata latitanza delle leggi umane.
Sarà il Tribunale Celeste Riunito degli Animali, assistito dal vero Dio Creatore, a comminare le pene.

Ma gli stati corrotti della terra, i governi di destra, di sinistra e di centro, i governi islamici e quelli socialisti, i governi vassalli e privi di personalità come i loro rispettivi governanti, mantengono alla droga carne lo status privilegiato di prodotto permesso, accettato, raccomandato e legalizzato.
E, con questo, permettono, accettano, legalizzano, sostengono e sponsorizzano anche le scuri che con cadenza millimetrica, ad ogni scandire del secondo, cadono pesantemente sulla testa innocente di vitellini e manzi, di mucche e buoi, di asini e muli, di cavalli e puledri, di capre e pecore, di caprioli e cinghiali, di galline e anatre, di conigli e lepri, di struzzi e faraone, di tonni e di balene.
In tutti questi casi ci troviamo di fronte al doppio crimine di eccidio di animali indifesi (quindi di omicidi aggravati dalla gratuità, dalla premeditazione, dalla barbarie metodologica), e di consumo impenitente di sostanze droganti che portano a ripetere il crimine e a farlo ripetere da altri.
Crimine individuale dei singoli che lo compiono, e crimine sociale-politico-etico-estetico degli stati che lo permettono e lo sottoscrivono quotidianamente, giorno dopo giorno.
La grandezza di uno stato e di una nazione non si misurano affatto col prodotto interno lordo, o con la ricchezza materiale che le sue industrie riescono a produrre, ma piuttosto col trattamento umano e civile che esse riescono a garantire a tutte le creature che vivono entro i suoi confini.
Queste sono parole significative del Mahatma Gandhi, su cui i nostri governanti farebbero bene a spendere un pensiero.
In tutti questi casi, vista la colpevole, complice e disgraziata latitanza delle leggi disumane vigenti, sarà il Tribunale Celeste Riunito degli Animali a comminare le pene, con la chiara e incondizionata approvazione del Dio Creatore di tutte le anime viventi, inorridito e disgustato nel vedere come la sua creatura più dotata e intelligente si è degenerata al punto tale di diventare il re dei satrapi, dei traditori, degli ipocriti, l’esponente e l’esempio vivente della peggiore delinquenza e della più meschina imbecillità.

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Cuore-cuore o cuore-sangue?

Cuore come organo centrale della circolazione, o come valvola ancella del sangue e dei polmoni?
Cuore che guida la circolazione, come insegna la fisiologia medica, o circolazione sanguigna che dirige il cuore e determina il battito cardiaco?
Non si tratta di giochi di parole o di banali e accademiche disquisizioni.
E’ al contrario importantissimo assumere l’una o l’altra teoria.

E’ importante capire da che parte stiamo

Se mettiamo il cuore al centro della nostra attenzione penseremo ad esso come centro di misteriosi e magici poteri, e lo ammanteremo di contenuti e di funzioni che realmente non ha, per cui avremmo pochissimi spazi operativi e migliorativi su cui agire.
Se mettiamo invece in evidenza il sangue, e la formula ematica più adatta alla salute, nonché i polmoni, come organo respiratorio e quindi come forza motrice della funzione cardiocircolatoria (che il cuore aiuta meccanicamente a regolare e a distribuire), il discorso cambia radicalmente, e si riescono a ipotizzare scelte comportamentali e dietologiche che portano a scenari salutistici assai diversi.

Cardiocircolazione o pneumocircolazione?
Arnold Ehret le ha imbroccate tutte.

Polmoni e sangue dunque maggiori attori protagonisti sulla scena del film reale e quotidiano della circolazione, che diventa più pneumocircolazione e meno cardiocircolazione, con il cuore che agisce dunque da comparsa, da apparato accessorio, da muscolo cardiaco e da valvola regolatrice di una forza che gli arriva dai polmoni.
Sembrerà paradossale e blasfemo, visto che l’uomo ha da sempre guardato al cuore come al suo organo supremo, ma pare proprio che il grande Arnold Ehret abbia visto giusto non solo in generale, ma anche sotto questo particolare aspetto.
Che il cuore sia romanticamente l’organo della passione e dell’amore, per l’immaginario collettivo, nessuno lo nega e nessuno lo intende contestare. Che sia invece il fulcro decisivo e il punto focale del sistema cardiocircolatorio, è tutto da vedere.
Tra le manie della medicina c’è anche la cardiomania

La medicina moderna è affetta da tante magagne e da tante manie, tipo la batteromania, la virusmania, la curomania, la farmacomania, la vaccinomania, la bisturimania, la proteinomania, ora ne abbiamo individuata un’altra ancora, e si chiama cardiomania.
Guardare a un muscolo come ad un organo, a un muscolo come alla sede di tutto fa molto comodo.
Le conviene così. Cosa si può mai fare a un muscolo per renderlo più efficiente? Praticamente niente, se non qualche modesto e improbabile tentativo di correzione, o se non un trapianto dell’organo stesso.

Chiesa medica e chiesa farmaceutica unite nella speculazione

L’immobilismo e il blocco del progresso umano verso la salute, verso l’evoluzione e il miglioramento della conoscenza, sono disgrazie odiose e detestabili, ma a qualcuno stanno comode e convenienti.
Chi guadagna e specula di più, da decenni, sulle sofferenze umane?
Lo sappiamo benissimo. Lo sanno anche gli stessi medici.
I due grandi beneficiari della malattia umana stazionaria e montante sono la chiesa medica e la chiesa farmaceutica. Se la medicina rinsavisse all’improvviso, e mettesse in secondo piano il cuore e la cardiologia, concentrando tutte le sue risorse nel miglioramento del sangue e dei polmoni, ne verrebbero fuori delle belle.

Anche assumendo per buone le asserzioni mediche, si finisce per dare ragione ad Ehret

Lasciamo stare però le nostre riflessioni ed immettiamoci nelle posizioni normali e canoniche della medicina. Anche mantenendo le teorie mediche si finisce, volenti o nolenti, per dare ragione ad Ehret.
Lezaeta, per esempio, parla pure lui del cuore come dell’organo centrale incaricato della circolazione.
Ma subito dopo aggiunge testualmente “Possiamo dire che nessuno si ammala e muore a causa del cuore, ma sempre e solo per colpa del sangue impuro, originato da cronici disturbi digestivi, e dalla deficiente funzione eliminativa della pelle”.

Per il cuore in sé ci sono soltanto palliativi

Per le malattie del cuore non esiste rimedio alcuno ma solo palliativi, essendo esse conseguenza dell’impurità del sangue, condizione non risolvibile coi prodotti farmaceutici e tantomeno con la chirurgia. Esse spariranno però purificando il cuore con aria pura e con buone digestioni capaci di fluidificare il sangue e di attivare le eliminazioni cutanee.

La disgrazia della tachicardia e del respiro corto

La peggiore affezione circolatoria?
E’ l’aumento patologico delle pulsazioni, l’agitazione del polso, la tachicardia misurabile non col termometro ma contando i battiti al polso.
La tachicardia congestiona i polmoni e rende il respiro corto.
Sappiamo tutti, per diretta esperienza, come le respirazioni profonde diano sollievo al cuore.
Nel caso di emozioni, di paure, di entusiasmi, di perturbazioni, di violenti sforzi fisici, se vogliamo un senso di sollievo non c’è altro al mondo da fare, se non ricorrere a respirazioni profonde e ritmate.
Con 70 pulsazioni al minuto, il sangue scorre normalmente dalla testa ai piedi, mentre con 120 o 140 tende a stazionare in zona ventrale a danno delle estremità che rimangono anemizzate, fredde e cadaveriche, prive di flusso vitale.
Le cause di debilitazione cardiaca

La tachicardia implica maggiore fatica e maggior lavoro per il cuore, infiammandolo e gonfiandolo, abbassandone la vitalità.
Le emozioni repentine e prolungate, il mangiare e bere senza sobrietà, il sottostare a farmaci e vaccini, il respirare aria viziata, l’abusare dello sport, la mancanza di riposo e di relax, l’uso di sostanze dopanti, sono tutte cause di debilitazione cardiaca.
I disordini digestivi, e in particolar modo la stitichezza, si ripercuotono immancabilmente sul cuore.
La pressione dei gas stomacali ed intestinali deprime e soffoca l’attività cardiaca.

E’ errato pensare che la circolazione dipenda dal cuore

La respirazione è fondamentale. E’ un errore credere che la circolazione sia opera del cuore.
In realtà sono i polmoni che mantengono costante l’afflusso di sangue a tutte le parti del corpo umano.
La causa poi di tutte le malattie cardiache è il sangue guasto, reso viscoso dal grasso e dai veleni.
Ogni terapeutica rivolta a risolvere le malattie senza una preventiva purificazione del sangue è destinata al fallimento.

Il problema dell’oppio, dell’eroina e dell’anfetamina

Il problema è che viviamo in una società che a parole combatte la droga, mentre nei fatti la promuove, la facilita e la legalizza. Siamo tutti più o meno drogati anche se nessuno ha il coraggio di ammetterlo.
Charles Baudelaire usava hashish e oppio.
Alexander Dumas si univa a lui negli esperimenti con l’hashish. Edgard Allan Poe faceva uso di oppiacei, e parte della sua bizzarria narrativa derivava proprio dai suoi intontimenti.
I primi scritti di Freud furono ispirati dalla cocaina, e lui stesso ne incoraggiò il consumo.
Le sostanze dopanti girano sicuramente, se non a fiumi almeno a rivoli, sia nell’ambiente artistico che in quello sportivo, ma anche altrove.

Stimolazioni ed elettrosmog

Ma questo è niente. Si trattava dopotutto di drogature artistiche e sperimentali.
Niente a vedere con le drogature sistematiche odierne a base di droghe legalizzate, che riguardano la gente comune, dai piccoli ai grandi.
Caffè e sigarette sono due tra i più potenti stimolanti per il corpo umano.
L’elettrosmog, fatto di computermania, telefonini e videogiochi, è da classificarsi tra i più micidiali demolitori della forza vitale umana, quelli che decapitano e svirilizzano la capacità respiratoria.

Una società drogata fino all’intontimento

Altro che cocaina, eroina, hashish, marijuana, anfetamine, tutti veleni da combattere sicuramente, ma circoscritti almeno al disgraziato o vizioso esercito dei drogati specifici.
Tra eccitanti, stimolanti, sedativi, psichedelici, caffeine, theine, teobromine, nicotine, redbull, cole, zuccheri, sali inorganici, aspartami, farmaci, vaccini, integratori, cadaverine, caseine, sonniferi, digestivi, statine, eparine, viagra, cialis, psicofarmaci e tutte le sostanze stupefacenti che assumiamo in modo disinvolto ed inconsapevole, siamo tutti in mora, tutti coalizzati contro il nostro stesso sangue, contro il nostro sistema cardiovascolare, e contro la nostra stessa anima.

Un fortunoso e storico incontro a Città del Capo

Ebbi la fortuna di incontrare Christiaan Barnard (1922-2001) a Città del Capo. Era il 29 Settembre 1972 e il mitico cardiochirurgo aveva sbalordito il mondo intero coi suoi clamorosi trapianti di cuore. Non era facile incontrare una celebrità di quel calibro, in quegli anni, inseguito com’era da giornalisti e fotoreporters in cerca di scoop. Le circostanze e la casualità mi favorirono ed ebbi modo di fare una simpatica e lunga chiacchierata con lui nella hall dell’Herengracht Hotel, di cui conservo tuttora alcune foto a testimonianza. Gli posi domande molto delicate e dovetti promettergli di non passare alcuna informazione alla stampa, cosa a cui mi attenni strettamente, nonostante fossi nella redazione di una piccola rivista storica come Rottura. Se non avessi oggi tali foto, farei fatica a credere a me medesimo.

Né Barnard ieri, né Azzolina oggi,

Persona gentilissima, aperta di mente ed anche molto scherzosa.
Però, a pensarci bene, si fece intorno a lui tanto chiasso per niente. Aveva soltanto trapiantato una valvola, un muscolo cardiaco da una persona ad un’altra, mantenendola sì in vita per giorni o per mesi, ma senza risolvere il problema basilare. Senza risolvere il vero problema che era il mal di cuore, pardon il mal di sangue. Molto più interessante sarebbe stato trapiantare, o meglio sostituire, i 5 litri di sangue viscoso e lipotossico del suo paziente regalandogli un secchio di sangue puro alternativo.
Paradossalmente, in quegli anni, sempre tramite la rivista Rottura, entrai in contatto epistolare col grande chirurgo italiano Gaetano Azzolina, che mandò alla rivista anche un simbolico ma apprezzato contributo, e che meriterebbe ancor più fama e considerazione, non fosse che per il suo brevetto internazionale di cuore artificiale. Ma anche quella, per quanto meno drammatica, è una falsa strada.

Il vero trattamento cardiaco è quello che tende a normalizzare la composizione del sangue con:

1) Aria pura, 2) Buone digestioni, 3) Attiva eliminazione cutanea (sudore e tossine varie),
4) Attiva eliminazione renale (urina e veleni vari), 5) Attiva eliminazione intestinale (feci)
6) Attiva eliminazione polmonare (anidride carbonica)

Sangue, polmoni e arterie

Alla fine, quando si dice di aver cura del cuore e di mantenere i meccanismi cardiaci in perfetta efficienza, non si fa altro che operare una semplificazione.
Si dice cuore ma si intende in realtà sangue e polmoni, nonché stato funzionale delle arterie.
Un fatto consolante è che il 90% delle cellule corporali vengono cambiate e rinnovate nel giro dei 12 mesi, per cui possiamo davvero tornare nuovi, a condizione di comportarci come si deve.

Diete basso-proteiche, con poche proteine provenienti dalle piante

Servono diete basso-proteiche e basso-grasse, con poche proteine provenienti dalle piante e non dagli animali, cioè con abbondanza di frutta e di verdure crude, completate da radici, semi e noci di vario tipo.
Perché provenienti dai vegetali? Per favorire una prevalenza di batteri saprofiti e simbiotici nel colon, e per contrastare i batteri putrefativi e disbiotici causati dalle proteine animali.
Zuccheri e sali commerciali, bevande gassate e dolcificate, caffè, alcol, cibi conservati, cibi surgelati, sono tutte cose da lasciar perdere, se vogliamo bene a noi stessi. La vitalità dei cibi è fondamentale.
La vitamina E e la C hanno qualità riparatorie nei riguardi dei vasi, e tengono a bada il colesterolo, mentre le vitamine del gruppo B aiutano a disgregare e digerire gli oli e i grassi.
Un importante test medico-scientifico condotto in Gran Bretagna

I vegetariani, e soprattutto i vegani, provvedono continuamente alle loro necessità di grassi essenziali Omega3 ricavandoli non dal pesce (come vorrebbe il sistema) ma dai vegetali, cioè da noci, pinoli, semi di lino, ecc. Lo scrive a chiare lettere l’American Journal of Clinical Nutrition, riferendosi a una recente ricerca medico-scientifica condotta in Gran Bretagna.
Il dr Welch e la sua equipe hanno analizzato dapprima 14422 maschi e femmine dai 39 ai 78 anni all’interno dello studio EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition) e, successivamente, hanno selezionato 4902 soggetti nei quali erano stati misurati i livelli plasmatici dei PUFA (polyunsaturated fatty acids, ovvero gli acidi grassi polinsaturi, chiamati Omega3 e Omega6).

L’importanza di un fegato pulito alimentato con cibi vivi, naturali e inclusivi di vitamina F

L’acido alfa-linolenico ALA (precursore degli Omega 3 a lunga catena), una volta introdotto nell’organismo con l’alimentazione viene trasformato e metabolizzato in EPA e DHA, entrambi votati alle basilari funzioni organiche di ricostruzione tessuti-membrane-sangue-cellule.
La lecitina è una delle sostanze fondamentali per la disintegrazione e la digestione del colesterolo.
Un fegato pulito e funzionante, assistito da cistifellea pulita, e alimentato con cibi crudi e naturali, contenenti vitamina F, fabbrica da sé la sua lecitina.
Il sale invece va eliminato in quanto trattiene i liquidi nel corpo aumentando così lo stress cardiaco.
I cibi naturali contengono i giusti livelli di sali veri e di zuccheri veri, dosati in quantità bilanciate.
La rutina del grano saraceno ricostruisce le cellule e abbassa la pressione sanguigna.

L’imbroglio planetario degli Omega3 da pesce

Sbagliatissimo associare gli Omega3 al pesce, come evidenziato dall’American Heart Association.
Sia in qualità che in quantità, gli Omega3 stanno nella frutta secca e nei semini.
L’olio di lino contiene 57 g di Omega3 per 100 grammi, i semi di lino 17 g per 100 g, le noci 6,2 g per 100 g (idem gli altri frutti da guscio), i semi di zucca 5 g per 100 g (idem i semi di sesamo e di girasole). Salmoni, aringhe e pesce spada, tanto per fare un raffronto, contengono 1,1-1,9 g per 100 g, il merluzzo ancora meno, stando a 0,15 g su 100 g, e le aragoste, come tutti i crostacei, ne hanno ancora meno, con 0,07 g per 100 g.
Eppure, si continua a bombardare la gente con falsi messaggi, quasi che il pesce scoppiasse di Omega3 e quasi che l’uomo, senza carne e senza pesce, fosse incapace di vivere sano, forte e felice. La realtà è che le istituzioni, le scuole, i governi, le industrie, i media, tifano due cose ben precise: carne-pesce-uova-formaggi-farmaci-integratori da un lato e uomo-debole-malato-schiavo dall’altro.

Un olio denso e giallo chiamato vitamina F

La pseudo-vitamina F, o PUFA, o fattore F, o acidi grassi polinsaturi Omega3-Omega6, è costituito dai grassi acidi polinsaturi, ovvero dall’acido alfa-linolenico ALA, dall’acido gamma-linolenico GLA, dall’acido eicosapentaenoico EPA, dall’acido docosaesaenoico DHA, dall’acido cis linoleico LA e dall’acido arachidonico AA.
Trattasi di un olio denso di colore giallo vivace.
La vitamina F si trova nell’olio di soia, di lino, di girasole, di vinacciolo, ma anche in tutta la frutta secca e nei semini. Penetra facilmente nella pelle. All’aria si ossida facilmente.
Il fattore F all’interno del corpo attiva la sintesi delle prostaglandine, acidi ciclopentanoici derivati dall’acido arachidonico, presenti anche nel liquido seminale, e svolgenti un importante ruolo come mediatori flogistici a contrasto delle infiammazioni.

L’ateroma e l’aterosclerosi, malattia dei maschi occidentali, ma anche dei neri e degli asiatici occidentalizzati

Quando si parla di malattie cardiache viene in testa immediatamente l’ateroma, una diffusa patologia delle arterie, dove le membrane ed i rivestimenti delle pareti arteriose diventano segnate e sfregiate dai depositi grassi di colesterolo.
La circolazione viene impedita e, se le coronarie sono coinvolte in questi fenomeni, si arriva all’angina pectoris, ad attacco cardiaco e a infarto.
Trattasi di condizione prevalente nei maschi del mondo occidentale, dove prevale una dieta ricca di grassi animali saturi, dove si fa poco esercizio fisico, dove si fuma e si è obesi.
L’aterosclerosi è una malattia delle arterie, associata a depositi grassi di colesterolo.

Il by-pass alle coronarie

Le coronarie sono quelle arterie che dall’aorta convogliano il sangue al cuore. Sono le prime ad essere esposte e colpite dall’aterosclerosi, rimpicciolendo progressivamente la loro portata per causa delle placche e degli ateromi.
Le operazioni di bypass alle coronarie sono ormai pratica corrente e di relativo successo, in quanto ripristinano entro certi limiti la qualità della vita.
Si prende una sezione di vena dalla gamba del paziente, e la si utilizza inserendola al posto del vaso ostruito.

Un agonizzante dolore al petto

La trombosi alle coronarie è un blocco improvviso di una delle arterie coronarie da parte di un trombo, di un grumo, di un embolo, di un coagulo.
Alla vittima viene un agonizzante dolore al petto, accompagnato da nausea e vomito, e collassa letteralmente. La sua pelle diventa pallida, sudaticcia ed appiccicosa, la temperatura si alza e ha gravi difficoltà respiratorie. La parte del cuore che subisce l’interruzione rifornitiva del sangue subisce una necrosi, cioè muore, causando quello che si chiama infarto al miocardio.

Statistiche da brivido

Le cifre parlano chiaro. Si parla di 10 milioni di malati nel mondo, di cui quasi 2 milioni negli USA.
Per gli attacchi cardiaci si hanno 225.000 nuovi casi/anno di cui 24.000 negli USA.
Le cardiopatie rappresentano nel mondo occidentale, ed anche in Italia, la causa prima di mortalità.
I fattori specifici di rischio sono l’ipercolesterolemia, l’ipertensione, il diabete, il fumo, l’iperomocisteinemia.

Il fumo di sigaretta è quanto di peggio possa esistere al mondo

Il fumo è tremendo in quanto abbassa la capacità vitale e respiratoria. E’ causa di eventi trombotici e di aritmie ventricolari, in quanto fa aumentare il tono simpatico, riducendo la soglia di fibrillazione ventricolare.
Il monossido di carbonio prodotto dal fumo può causare ischemia, in quanto riduce la capacità di trasporto ossigenante dell’emoglobina, trasformandola in carboemoglobina.

L’esacerbazione dei sintomi in sede di richiesta d’ossigeno

I malati di cardiopatie acute sono asintomatici fino a quando l’ostruzione dell’arteria malata non produce segnali di ischemia (esempio angina, claudicatio, ictus), o finchè non si verifica una reale complicanza tipo trombo, embolo o aneurisma. L’inizio dei sintomi è graduale, poiché l’arteria si restringe gradualmente.
L’esacerbazione acuta dei sintomi tende a verificarsi nei picchi di richiesta di ossigeno, come ad esempio in una fatica sportiva. Spesso l’insorgenza può essere drammatica in quanto l’arteria si occlude improvvisamente, magari a causa di un’intensa emozione allo stadio, o di un’eccitazione di carattere ancora diverso in camera da letto.

Una nuova malattia chiamata iper-omocisteinemia

L’iperomocisteinemia è una condizione patologica multifattoriale. Il fatto che il medico americano Ray D. Strand, uno dei medici più specializzati nel combatterla, abbia evocato la necessità di alimentarsi non come Cambridge (5 pasti di frutta al giorno) ma assai meglio (7 pasti di frutta almeno), fa capire meglio le sue origini e le sue cause.
L’iperomocisteinemia, da sola e di per sé, non rappresenta un fattore di rischio-trombotico, ma è la compresenza di alto colesterolo LDL che rende il tutto complicato.
L’omocisteina alta può anche essere disordine ereditario nel metabolismo dell’aminoacido metionina.
Tra le concause troviamo il tabagismo, il caffè, l’alcol, l’alimentazione carnea, la gastrite, l’inattività fisica, le carenze vitaminiche associate di B6-B9-B12, l’ipotiroidismo, l’insufficienza renale, il diabete la psoriasi, la celiachia, le neoplasie mammarie, ovariche e pancreatiche, l’uso di farmaci antagonisti all’acido nicotinico o vitamina B6 (tipo ciclosporina, teofillina, colestiramina, tiazide).

La rilevante scoperta di Kilmer McCully e la quota normale di 5-15 micromolecole/L

L’omocisteina è un aminoacido non proteico, prodotto dal metabolismo della metionina.
Venne scoperta nel 1968 da Kilmer McCully, mentre stava facendo ricerche su una rara malattia genetica, chiamata poi ipercisteinuria.
Ai bambini colpiti da questa malattia mancava l’enzima trasformante la tossica omocisteina in sostanze utili ed innocue, per cui morivano in giovane età per infarto o colpo apoplettico.
La quota considerata normale è di 5-15 umol/L (micromolecole o unità molecolari per litro di sangue).

La medicina nutrizionale-integrativa del dr Strand, più doping che cibo

Meglio però se si sta sotto il livello 7, mentre andando oltre il 12 può già essere problematico, secondo Ray Strand, nel suo best seller dal titolo alquanto allarmistico “What your doctor doesn’t know about nutritional medicine may be killing you” (Quello che il tuo dottore non sa sulla medicina nutrizionale può ucciderti).
Il problema del dr Strand è che, pur sapendo che vitamine sintetiche e integratori minerali-ormonali richiedono dipendenza totale e crescente a vita, pena crollo del’intero castello artificiale assemblato a sostegno, ha scelto ciononostante questa via terapeutica della medicina cosiddetta nutrizionale, basata cioè sulla nutrizione a base di pasticche integratrici, o meglio di stampelle biochimiche.
Una nutrizione che non è dunque nutrizione ma dopatura bella e buona, cioè anti-nutrizione per antonomasia. La cosa buona di Ray Strand è che lo riconosce e lo dice con chiarezza. Chi si droga di vitamine sintetiche, e di integratori minerali ed ormonali, deve continuare a farlo a vita, se non vuole ritrovarsi bloccato per strada con gli stessi problemi iniziali più l’aggravio degli interessi passivi.

Tutto parte dalle eresie storiche sulle proteine nobili e sugli aminoacidi essenziali.

Del resto l’omocistena è considerata oggi uno dei più importanti fattori di rischio cardiovascolare.
L’aminoacido cistina, suo precursore, è dannoso per l’organismo poiché può causare disfunzione dell’endotelio vascolare (la parte che ricopre i vasi sanguigni), con formazione di radicali liberi dell’ossigeno e interferenza con la funzione vasodilatatrice.
L’omocisteina alta è fattore di ipercoagulazione, e comporta sempre più spesso il ricorso a terapie anticoagulanti a base di eparina di maiale (esclusività mondiale della Pfizer).
In un organismo ben funzionante l’omocisteina viene di nuovo ritrasformata in metionina, producendo pure glutatione (fattore antianemico formato da acido glutammico, cisteina e glicina) e SAMe (ormoni steroidei e creatine).

L’unica cosa nobile ed essenziale è un organismo pulito e funzionante

Non è possibile parlare di queste cose senza demonizzare il bordello storico delle proteine nobili e degli aminoacidi essenziali.
Nobili? Nobili prese per i fondelli. Tutto grazie a un certo dr Rose che trascorse la sua vita a sezionare scimmie e topolini, e che confuse le esigenze proteiche dei sorci bianchi con quelle umane.
Essenziali? Essenziali per mandare la gente nei reparti di cardiologia, di dialisi e di cancerologia.

Non esisterebbe un problema metionina-omocisteina senza una folle dieta alto-proteica

La metionina è un aminoacido solforato introdotto con la dieta iperproteica (carne, latte, uova), ed è un lipotropico dei grassi metabolici (aiuta a catalizzare la disintegrazione), come lo sono la colina, la biotina e l’inositolo (epatoprotettori ed antidegenerativi epatici che stanno nella frutta, negli spinaci, nei cavoli, nei cereali, nelle noci, e che sono utili assai più della metionina per l’utilizzazione e lo smaltimento del grasso e del colesterolo).

Omocisteina e sistema renale

Il metabolismo dell’omocisteina si svolge in gran parte nel rene per remetilazione o per transulfurazione.
Nella remetilazione c’è utilizzo di enzimi come la metionina-sintasi e la betaina-sintasi, e si ha come catabolita finale ancora la metionina.
Alla remetilazione ci si arriva con due processi che sono il ciclo dei folati (B2-B9-B12) più l’enzima metionina-sintasi, e il ciclo della betaina (con l’enzima betaina-sintasi).
Nella transulfurazione, grazie al fattore CBS cistationina-B-sintetasi della B6, la cistationina coadiuvata dal coenzima B6, catalizza la reazione condensante tra omocisteina e serina (neurotrasmettitore-inibitore), con formazione di cistationina che viene degradata a cistina.

Dna e chimica di trasferimento cellulare

Tutti i meccanismi di invecchiamento hanno come comune tracciato finale dei cambiamenti strutturali del Dna. Se è elegante il processo di traduzione del codice triplo di un gene in una proteina completata, ancor più sofisticato è osservare come una cellula sappia quale dei suoi 100.000 geni trascrivere, quante copie trascrivere e in quale frequenza. Il più importante singolo principio organizzativo cellulare viene realizzato tramite la chimica di trasferimento del gruppo metilico CH3. Il gruppo metilico CH3, radicale monovalente, dice alla cellula quali parti del Dna non trascrivere onde evitare l’invecchiamento precoce o aberranti crescite cancerogene.

Vietato perdere gruppi metilici CH3

Le ultime ricerche in biochimica suggeriscono che il comune tracciato finale dell’invecchiamento è la perdita graduale di metili o gruppi metilici CH3 da parte del Dna, tramite meccanismi come lo stress ossidativo, la tossiemia interna, le deficienze vitaminiche (tutti acceleratori di perdita metilica).
Trattasi di perdita organizzativa-informativa, sia nella replicazione dei tessuti che nella sorveglianza immunitaria. Una perdita del 40% circa dei gruppi metilici rispetto ai livelli di nascita viene associata al crollo degenerativo dell’organismo.
Rallentare, fermare ed invertire la perdita e la continua emorragia metilica dal Dna è un processo che rallenta, ferma ed inverte l’invecchiamento corporale.

Alta omocisteina uguale accorciamento telomeri e metilazione indebolita

Il segnale della chimica del sangue che indica una metilazione indebolita del Dna è proprio l’elevazione dell’omocisteina. Alti livelli di omocisteina accelerano infatti l’accorciamento dei telomeri, che sono i terminali dei cromosomi (dal greco telos, che significa fine).
Ad ogni divisione cellulare, la sequenza inizialmente lunga dei filamenti telomerici tende a scheggiarsi, a sfilacciarsi e ad accorciarsi.

L’importanza di mantenere l’omocisteina non nel range 5-15 ma ai minimi livelli

L’omocisteina diventa dunque il barometro funzionale del corpo umano.
Il suo livello offre una lettura generale della condizione metilica, ovvero della condizione della chimica di trasferimento di gruppo metilico nel corpo.
Quanto più alto sopra il livello di 6,3 è il livello di omocisteina, tanto più povera è la metilazione del Dna, e tanto più alti sono i rischi per la salute.

Alimentazione intossicante caseo-carneo-ittica uguale omocisteina alta

L’omocisteina è un prodotto residuo del dissesto metabolico dell’aminoacido metionina.
L’omocisteina alta è il segnale che abbiamo usato carburante fasullo, carburante cadaverico.
E’ necessario avere un minimo di omocisteina nel sangue per il suo ruolo nei cicli vitali metabolici, ma essa, oltre una bassa soglia, diventa sempre più tossica e va a combinarsi col colesterolo LDL per promuovere ossidazione.
Il colesterolo non ossidato sembra essere innocuo per i vasi sanguigni, persino ad alti livelli, ma basta una piccola ossidazione per trasformarlo in micidiale agente di aterosclerosi.
L’omocisteina elevata incrementa pure la tendenza del sangue a coagularsi e a precipitare acute trombosi vascolari, ed accelera l’accorciamento dei telomeri nelle cellule degli interni vascolari, e indebolisce la produzione di ossido nitrico endoteliale, importante neurotrasmettitore.

Aumento esponenziale del rischio cardiovascolare e del rischio Alzheimer

Sulla base di quanto sopra, i rischi cardiovascolari crescono in modo esponenziale.
Se a un livello omocisteinico 6,3 si ha un rischio cardiaco uguale a 1, al livello 10 si ha rischio uguale a 2, al livello 15 si va a rischio uguale a 4 e, a livello 20, il rischio passa addirittura al punto 9.
Recenti studi condotti alla Boston University hanno confermato che, a un livello di omocisteina 15, il rischio cardiaco è 4 volte superiore alla media generale, e per l’Alzheimer il rischio è 2 volte superiore alla media.

Ridurre il livello di omocisteina significa ripristinare la salute

L’omocisteina elevata si accumula nelle cellule tumorali e le trasforma in maligne bloccando loro il flusso metabolico e causando cachessia e cancro. Negli studi specifici condotti, l’abbassamento intenso dell’omocisteina ha rinormalizzato le cellule, e ha pure invertito il restringimento dei vasi sanguigni affetti da aterosclerosi. Ogni caduta di un punto in omocisteina riduce il rischio cardiaco del 10%.
E’ di moda parlare di chelazione, di cattura ed espulsione di minerali velenosi dal corpo.
Esiste la chelazione anche per l’omocisteina? Ci si può disintossicare da essa? Sicuramente.

Metodi per disintossicarsi dall’omocisteina

Ci sono soluzioni, tanto teoriche e scadenti le 1 e la 2, quanto concrete e potenti invece la 3 e la 4:

1) Transulfurazione mediante vitamina B6 (piridossina) e zinco, per convertire l’omocisteina prima in cistationina e poi nella benefica cistina aminoacida solforosa, che si sintetizza poi nel potente antiossidante e anticancerogeno glutatione.
2) Remetilazione mediante acido folico B9 e cobalamina B12.
3) Alimentazione mediante trimetilglicina (TMG) o betaina.
4) Chiusura rubinetto veleni e stop all’alimentazione alto-proteica.

La scoperta della trimetilciclina nelle umili e preziose bietole

La TMG o trimetilciclina o betaina sta in abbondanza nella pianticella chiamata beta vulgaris.
Le comuni erbette possiedono infatti 3 gruppi metilici da donare (da cui il nome trimetil).
Non a caso fanno venire l’urina temporaneamente rossa. Non a caso mezzo litro di succo fresco abbassa la pressione del sangue nel giro di un’ora, dopo 3-4 ore l’abbassa ulteriormente, e conferma la tendenza anche dopo le 24 ore. La TMG, tramite uno specifico enzima epatico (transferasi-metilina) elargisce un gruppo metilico all’omocisteina e fa aumentare la produzione di SAMe e di S-adenosil-metionina.
Tutti gli enzimi che reintegrano i gruppi metilici nel Dna usano SAMe come esclusivo elargitore di gruppo metilico. I gruppi metilici vengono usati per fare serotonina, melatonina e altri neurotrasmettitori che supportano la mielinazione dei nervi e la ricostruzione dei tessuti nelle giunture.

Classificate dai romani come cibo afrodisiaco per il boro

In un saggio dal tipolo Hypertension, pubblicato recentemente dall’American Heart Association, si ricorda come le bietole (erbette) e anche la beta vulgaris, al tempo dei romani fossero considerate afrodisiache. In effetti hanno abbondanza di boro, minerale basilare per la produzione di ormoni sessuali. In più, sono ricche di buoni nitrati che inducono rilassamento endoteliale, vasodilatazione e aumento del flusso sanguigno. Qualche limitazione? Sì, contengono ossalati, come gli spinaci.

L’importanza della chimica organica ormonale

Due parole le meritano anche i neurotrasmettitori, che possono essere eccitatori (come la dopamina, la noradrenalina e l’epinefrina), o inibitori (come la serotonina, la melatonina e la serina), colinergici (come l’acetilcolina) e dopaminergici (come la dopamina), semplici (come l’acido gamma-aminobutirrico GABA e l’acido glutammico, i più diffusi nel cervello) e biogeni (seratina, dopamina, acetilcolina e noradrenalina, i più diffusi nel sistema nervoso periferico), neuropeptidi o neuromediatori (endorfine, sostanza P, neurotensina, encefalina).

Precursori, cofattori e congiunzioni

Tra i neurotrasmettitori ci sono pure le sostanze nootrope, che forniscono al corpo i precursori e i cofattori di cui ha bisogno per le sue sinapsi, per le sue congiunzioni cellulari, per i suoi microscambi.
E c’è pure la ATP adesina trifosfato, nucleotide usato nelle cellule come coenzima ed unità molecolare nel trasferimento dell’energia intracellulare.

Per la salute cardiocircolatoria serve bassa omocisteina e alta funzionalità ormonale

Quando si dice salute in generale, e salute cardiaca in particolare, non si dice solo omocisteina bassa, ma anche neurotrasmettitori funzionanti al meglio, e dunque buon equilibrio neurovegetativo e buon equilibrio endocrino-ghiandolare.
I neurotrasmettitori sono dunque tra le sostaze chimiche organiche fondamentali del sistema nervoso.
La loro complessità, la loro stupefacente e disarmante logica, testimonia la meravigliosa armonia che serve per far funzionare al meglio la macchina umana.
Un motivo in più per vivere in coerenza e non in conflitto con le esigenze del nostro organismo.

Bassa-proteina è lo slogan: come dire la rivincita del grande Pitagora

“Low-protein food is recommended”, è l’ultimo slogan delle libere autorità nutrizionali statunitensi, quasi parafrasando il principio-base del grande Pitagora sulla necessità umana di stare sempre sulle diete basso-proteiche nella salvaguardia della salute.
Low-protein per disintossicarsi dall’omocistena.
Low-protein per sconfiggere il colesterolo ossidato e i radicali liberi.
Low-protein per fluidificare il sangue e rendere la circolazione un vantaggio e non un problema.
Low-protein significa dieta vitale a base di frutta multicolore in prevalenza, e verdura cruda a foglia verde in abbondanza, senza scordare radici, semini, cereali e frutta secca da guscio.

Spero nella bonarietà del professor Barnard

Siamo partiti parlando di cuore, ed è giusto concludere tornando ad esso.
Abbiamo spaziato sul sangue, sulle coronarie, sul respiro, sui polmoni, sul colesterolo, sull’eparina, sull’omocisteina, sui metili e sui neurotrasmettitori. Su tutto fuorchè sulle statine. Su tutto fuorchè sulla cardiochirurgia. Su tutto fuorchè sui trapianti.
Non me ne voglia il professor Christiaan Barnard, passato nel frattempo a migliore vita. Serbo di lui un ottimo ricordo come persona. La sua opera è stata ugualmente grande. Gli errori di percorso, anche i più clamorosi come il suo, finiscono prima o poi per trasformarsi in cruciali insegnamenti.

Il cuore è un falso problema. La lezione di Graziano Ganzit.

E non me ne vogliano i tanti pazienti in lista di attesa di un cuore nuovo. Nulla ho contro la loro voglia di guarire e di agganciarsi, in qualunque modo possibile, al treno della vita. Sto solo dicendo che il più delle volte il cuore è un falso problema, e che la riconquista della salute tramite trapianto può essere miraggio e niente altro che miraggio. Esistono strade alternative.
Il mio grande amico Graziano Ganzit ha capito la situazione meglio di chiunque altro (vedi tesina Una vita artificiale, cioè priva di morte, del 26/1/11).

Valdo Vaccaro – Direzione Tecnica AVA-Roma e ABIN-Bergamo

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Cancella strisce per disabili per parcheggiare, denunciato

Il dipendente di una cooperativa che si occupa della manutenzione della segnaletica stradale, per avere un posto auto direttamente sotto casa, ha dipinto di bianco le strisce gialle orizzontali riservate alla sosta dell’auto di una persona disabile. Per avere piu’ spazio, il quarantunenne ha inoltre ristretto le strisce bianche della sosta gia’ esistenti e ha messo una ‘X’ in corrispondenza del portone della sua abitazione: in questo modo ha impedito ai concittadini di parcheggiare e ha creato un posto auto ‘esclusivo’ per la sua famiglia. L’uomo, che risiede a San Donaci, piccolo Comune della provincia di Brindisi, e’ stato denunciato a piede libero dai carabinieri. Fonte: Ansa 23 / 08 / 2010

Che fortuna essere invalidi!

Salve sono Casolaro Rosa una persona invalida di San Giorgio a Cremano. Percepisco solo 500 euro di pensione al mese mentre mio marito ne percepisce solo 200 al mese in quanto anche lui invalido. Abito in piazza Trieste e Trento N 10. Parlo a tutela di tutte le persone invalide di San Giorgio a Cremano. Da oggi la nuova società strisce blu ha deciso che noi invalidi possiamo solo parcheggiare sul singolo posto invalidi (precisando che c’è un solo posto invalidi ogni 40 posti macchine), e se lo troviamo occupato, dobbiamo parcheggiare sulle strisce blu e pagare (fortunatamente solo 40 cent rispetto a 1 euro che paga il comune cittadino… che fortuna esse invalidi si risparmia sulle strisce blu 60 cent). Se trovo poi il posto invalidi occupato sotto casa mia, ovviamente la devo parcheggiare come dicevo sulle strisce blu e la nuova societa’ ha deciso che ogni ora l’invalido siccome gode di ottima salute deve scendere ogni ora per mettere il grattino, mettendo in conto che io abito al 8° piano e se l’ascensore si guasta io siccome sono appunto sana come un pesce devo scendere a piedi e risalire a piedi ogni ora. Io mi reputo fortunata ad avere l’ascensore, pensate a quanti invalidi devo scendere e salire a piedi non avendo l’ascensore. Mi chiedo una giornata tipo dove esco e mi accompagnano con l’auto al mercato per fare la spesa, trovo il posto invalidi occupato e quindi per parcheggiare pago le strisce blu, poi mi reco alla posta idem e pago, poi all’Asl, idem… ma insomma questi pochi soldi al mese li devo spendere per pagare i parcheggi?Vi ricordo che noi invalidi abbiamo la macchina non per lusso, ma per necessità, (non mensionando poi l’assicurazione, il bollo e le altre spese per essere in regola. D’altronde il parcheggio della vesuviana dove abito si paga anche di notte, cosa inesaudita, non si è mai sentito che un parcheggio è a pagamento anche di notte. Noi invalidi non solo abbiamo problemi fisici e nel mio caso anche economico, ma dobbiamo anche essere presi in giro in questo modo con articoli su internet ‘agevolazioni STRISCE BLU per invalidi a San Giorgio, ma quali agevolazioni se non veniamo tutelati da nessuno, io mi sento trscurata dalle autorita’ che invece dovrebbero venire incontro ai problemi del cittadino in generale. Siccome la situazione e’ molto grave e nessuno ha cercato di evitare tutto questo disagio alle categorie deboli, io vado avanti e chiamero’ in causa tutte le autorita’ competenti di San giorgio a Cremano. E mettero’ in evidenzia ai giornali regionali e se necessita Striscia la notizia, mi manda rai 3 tutta la vergogna e l’assurdita che si attua nei confronti di coloro che sono deboli da parte di amministrazioni che non hanno un briciolo di umanita’ e sensibilita’ nei confronti dei cittadini che hanno difficolta’.,con la speranza di trovare qualcuno con più sensibilita’ nei nostri riguardi. Spero che si risolva la situazione nel piu’ breve tempo possile altrimenti non mi fermero’ davanti a niente e a nessuno. RICORDADEVI L’INVALIDO NON SI TOCCA, PER NESSUN MOTIVO. Ci dicono di aspettare ancora giorni per prendere una decisione al riguardo al nostro comune, ma intanto noi dobbiamo pagare, come possiamo fare?
Rosa Casolaro

Sei anni fa, in seguito ad una sepsi, Pascal da Silva, un trentanovenne girondino del comune di Camarsac, è statoamputato di una parte delle sue dita e di due gambe. E’ quindi unportatore di handicap. “Ho un’invalidità all’80%, ho una carta che lo dimostra.” Un documento essenziale anche se certo il giovane girondino non vorrebbe dimostrarlo in situazioni di piena umiliazione, quello che gli è successo venerdì scorso. Ha dovuto mostrare le sue protesiper giustificare il parcheggio nel posto riservato a chi è un disabile.

L’Ikea obbliga un disabile a mostrare le protesi per avere un parcheggio

SHOCK ALL’IKEA – Probabilmente farà causa contro un vigilante dell’Ikea di Bordeaux. Alle 20 e 30 di ieri, quando è andato al centro commerciale per acquistare un divanetto, Pascal ha parcheggiato la sua macchina nel posto auto riservato ai disabili.  Ha messo la sua carta che certifica il suo status sotto il parabrezza e si è incamminato con moglie e figlia presso l’Ikea, quando è stato fermato da un’agente di sicurezza che voleva verificare la regolarità del suo parcheggio. Secondo il direttore del negozio, Bruno Salasc, l’eccesso di zelo è dipeso dal fatto che Pascal era arrivato al centro commerciale guidando lui stesso la macchina. L’agente non ha visto nessuna persona apparentemente portatrice di handicap e ha così fermato Pascal, accusandolo di volerlo fregare dopo che gli aveva mostrato i suoi documenti.

UMILIAZIONE IN PUBBLICO – ” Dopo aver avvertito i colleghi via radio mi ha detto di seguirlo in ufficio, mentre mia figlia piangeva perchè vedeva trattato suo padre come un ladro. L’agente di sicurezza mi diceva che non ero un vero portatore di handicap, perchè avevo solo un paio di dita tagliate. I suoi modi erano oltremodo volgari, oltre che violenti. ” Per essere convinto l’agente allora ha voluto una prova, e ha costretto Pascal a mostrare le sue protesi in pubblico, alzando i pantaloni. “Un’umiliazione terribile”, come afferma il trentanovenne girondino.

CAUSA ALL’AGENTE – Per i toni aggressivi e per l’umiliazione subita in pubblico Pascal ha deciso di denunciare la catena svedese. Una decisione presa anche perchè Pascal da Silva non sopporta come vengono trattate le persone come lui. “Sono un concessionario d’automobili, vivo bene, ma nell’immaginario collettivo i portatori d’handicap devono essere persone sofferenti, povere, che vivono male. Invece io voglio essere come gli altri, e godere la vita per quanto posso. Non mi vergogno affatto per quello che sono, e non capisco perchè dovrei. Solo perchè cammino grazie alle protesi, non avrei il diritto di parcheggiare in un posto riservato alle persone disabili?”.

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Si parla ormai solo di spread, azioni, borsa….ma la verità è che l’Italia è lontana dallo standard di altri paesi dell’Europa, io è da anni che lotto con barriere architettoniche, stazione ferroviarie che sono dei veri trabocchetti, marciapiedi, scale, insomma qui da noi non c’è un minimo di sensibilità e cultura. Pubblico questo articolo di Sabrina perché è veramente molto bello e ci rivela lo stato disastrato in cui viviamo tutti i giorni, allego la legge che purtroppo esiste ma non viene messa in pratica. Così tutte le città Italiane sono una vera tragedia, come le ferrovie, i treni con scalini che sfidano l’intelligenza umana. I fondi ci sono ma vengono accantonati per altre cose, questo è ancora più vergognose, l’Europa ci da delle possibilità, ma non non le usiamo. Siamo all’ultimo posto, io credo che prima dovremmo iniziare da qui la nostra risalita, non dallo spread o azioni. La cultura di un paese si misura qui non nelle altre situazioni. Spero tanto che se ci sarà una rinascita parta da questo gradino….scusate scivolo……cF

Disabili

Barriere architettoniche. Le nostre città?  Un percorso a ostacoli   di Sabrina Bachini 

Scale, marciapiedi, intercapedini e gradoni. Le nostre città diventano un percorso a ostacoli per i ‘disabili’ e il completo abbattimento delle barriere architettoniche è ancora una meta lontana. Per capirlo, immaginiamo la giornata tipo di una persona disabile a Roma.

Senso civico, solidarietà e abbattimento delle barriere: queste componenti sono le fondamenta portanti per la costruzione della società.

Nel 2010 l’Italia non è ancora riuscita a tenere il passo con le altre nazioni europee per quanto riguardal’abbattimento delle barriere architettonicheche impediscono alle persone disabili di usufruire delle strutture e dei servizi come dovrebbero. Esistono ancora dei limiti per queste persone, nonostante il governo prometta di stanziare fondi per la costruzione di strutture per la risoluzione del problema.

Il nostro Paese si conferma sempre ‘il fanalino di coda’della Comunità Europea, restando arretrato sotto molti punti di vista. Non esistono fondi sufficienti, a fatica vengono varate leggi in merito, non vengono realizzate sufficienti strutture accessibili a tutti e persino i mezzi pubblici, spesso, non possiedono la pedana per consentire l’entrata a persone disabili.

Bisognerebbe essere presenti e cercare di muovere le coscienzedi chi ha potere di cambiare questa situazione e ha la colpa di non volerlo fare. Perché se si vuole si può.

Immaginando la giornata tipo di una persona disabile, ci si può rendere conto di quanto si deve ‘lottare’ per sopravvivere.

Come accennato sopra, a Roma i mezzi pubblici non sono ancora dotati delle strutture sufficienti affinché tutti possano accedervi. Per arrivare a San Pietro, ad esempio, occorre fare un percorso diverso da quello che di solito si consiglia di fare. Non ci sono ascensori e montascale nella stazione della metropolitana più vicina per giungere a Città del Vaticano. Sulla linea A sono attualmente in servizio solo 39 treni attrezzati anche per il trasporto di disabili su sedia a ruote, dotati di avvisatore acustico di fermata e sistema automatico di apertura/chiusura porte in sicurezza, ma dovrebbero esisterne di più e da più tempo.

metro roma
A Roma sono solo 11 le stazioni della linea A dotate di percorsi e mappe tattili per i disabili visivi, le restanti 15 sono dotate solo di un codice di arresto pericolo lungo la banchina

Sono solo 11 le stazioni della linea A dotate di percorsi e mappe tattili per i disabili visivi, le restanti 15 sono dotate solo di un codice di arresto pericolo lungo la banchina. Tutti gli ascensori presenti sono dotati di pulsantiera in Braille, di annunciatore di sintesi vocale (italiano/inglese) che informa sulle varie fasi di funzionamento e sul piano servito, mentre sono installati impianti montascale nelle tre stazioni prive di ascensori.

Purtroppo, però, questiascensori spesso non sono funzionanti e non hanno il pulsante di chiamata attivo. L’ascensore esterno della stazione Subaugusta è quasi sempre fuori servizio. Un disabile che deve prendere la metropolitana da lì, è costretto spesso a restare fuori senza riuscire a comunicare con il personale di servizio per accedere ai treni della metro. In questo caso, ci deve essere una persona di accompagno che possa scendere al gabbiotto al piano di sotto, chiamare il personale e farsi aiutare.

Capita che i responsabili della stazione Subaugusta lavorino al capolinea Anagnina, per cui devono arrivare da lì, capire il problema per cui non funziona il pulsante di chiamata dell’ascensore e quindi risolverlo. Il tempo minimo che passa per effettuare tutte queste operazioni è di almeno 30 minuti. E non sempre si ha la fortuna di trovare qualcuno nei gabbiotti delle stazioni della metropolitana.

Le stazioni della linea B, invece, sono tutte dotate di ascensori e montascale, tutte provviste di mappe tattili e di ascensori con pulsantiera in Braille e annunciatore di sintesi vocale. Ma è ancora in fase di attuazione un piano per l’installazione ex novo o l’adeguamento di percorsi tattili e mappe, secondo il modello realizzato nella stazione Manzoni. È ancora in corso il progetto di ristrutturazione del ‘nodo Termini’ secondo i criteri di accessibilità sicurezza. Questo progetto doveva essere già stato attuato, ma i tempi di realizzazione e di attesa sono sempre infiniti. E questo crea molte difficoltà di accesso dalla linea A alla B.

autobus pedana
Molti autobus non sono dotati di pedane per consentire il facile accesso ai disabili sulla sedia a ruote

Molti autobus non sono dotati di pedane per consentire il facile accesso ai disabili sulla sedia a ruote; i pochi che ci sono fanno un percorso limitato al centro di Roma, mentre la periferia è scarna di bus attrezzati.

Il problema si estende anche alle abitazioni e ai negozi. Molti palazzi, soprattutto quelli costruiti prima del 2000, spesso non hanno l’ascensore fino alla fine della rampa delle scale, impedendo al disabile di arrivare al piano terreno senza dover trovarsi di fronte una serie di gradini che dividono il piano con l’accesso esterno.

Per quanto riguarda i mezzi di locomozione, anche moltecompagnie aeree presentano difficoltà.

Un disabile che prenota un biglietto aereo, spesso, è costretto ad attendere giorni interi per avere la conferma della prenotazione del posto. Si deve sempre comunicare agli addetti della compagnia l’imbarco della sedia a ruote e attendere la conferma della disponibilità e della presenza di posti (ogni aereo, normalmente, ha solo 2 posti a disposizione per i disabili). L’attesa si prolunga al momento della comunicazione, da parte dell’agenzia viaggi alla compagnia, per il bisogno di accompagno di cui necessita la persona disabile per accedere all’imbarco in areo dalla postazione del check in.

Gli aeroporti sono dotati di pullman che agevolano l’ingresso all’area imbarco, ma spesso il conducente si fa attendere oppure costringono la persona ad entrare con un largo margine di anticipo, costringendo la persona a stancarsi e a non poter usufruire di nessuna struttura per poter passare il tempo in attesa della partenza del volo.

Basterebbero alcune regole di buona condotta e sicuramente più fondi a disposizione per l’abbattimento di queste barriere, insieme al senso civico e alla sensibilità che deve essere in ognuno di noi per far presente questo ‘limite’ che ancora caratterizza negativamente il nostro paese. In questo modo non ci saranno più quelle situazioni di disagio e gli spiacevoli inconvenienti che continuano pesantemente a voler sottolineare il differente ‘trattamento’ fra le persone meno fortunate e quelle che invece non si domandano nemmeno se esiste questa realtà.

DISCIPLINA DELLE BARRIERE ARCHITETTONICHE ALLA LUCE DELLA RECENTE GIURISPRUDENZA Del tema delle barriere architettoniche si sono occupati, ciascuno per le proprie competenze, i giudici ordinari, amministrativi e contabili. Va subito premesso che le decisioni non sono tutte univoche nel riconoscere la prevalenza dei diritti del disabile anche se, a onor del vero, le pronunce di segno negativo rappresentano la netta minoranza (circa il 15%) rispetto alle sentenze conosciute, derivano, per quanto consta, solo da giudici ordinari e, in ogni caso, negli ultimi tre-quattro anni la giurisprudenza si è sempre più orientata verso il riconoscimento dei diritti del disabile.

I giudici soprattutto nell’applicazione dell’art. 2 della L. 13/89 (in materia di eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati) si sono trovati spesso di fronte al bivio del bilanciamento dei contrapposti interessi: quello del portatore di handicap all’eliminazione delle barriere (diritto, questo, riconosciuto dalla legge ordinaria e che trova la consacrazione, perlomeno indiretta, negli articoli 2, 3, 32 e 38 Cost.) e quello, pure rilevante, della proprietà privata, anch’esso sancito a livello costituzionale (art. 42 Cost.). La stessa L. 13/89, nell’art. 2, comma 3, fa salva la norma contenuta nell’art. 1120, comma 2, cod. civ. che vieta quelle innovazioni che rechino pregiudizio alla stabilità o alla sicurezza del fabbricato, che ne alterino il decoro architettonico o che rendano talune parti comuni dell’edificio inservibili all’uso o al godimento anche di un solo condomino.

*** In linea di massima i (pochi) precedenti negativi (di svariata

provenienza, da qualche Pretura e Tribunale alle Corti d’Appello di Napoli e Genova e fino alla Cassazione, in una pronuncia del 1994) hanno negato al portatore di handicap il diritto di realizzare, anche a proprie spese, una rampa di accesso e finanche l’ascensore, dando invece di volta in volta la prevalenza alle contrapposte esigenze di conservazione dell’estetica dell’immobile e del suo sfruttamento comune da parte di tutti i condomini (Pret. Milano 18/4/89) oppure a quelle del singolo condomino (in caso di intollerabile pregiudizio o anche di danno apprezzabile per quest’ultimo: Trib. Napoli 13/11/91); in qualche occasione i giudici (e tra questi la Cassazione con la citata sentenza del 1994) sono arrivati perfino a pronunciare la nullità delle delibere di assemblee condominiali che avevano già autorizzato le innovazioni con le speciali maggioranze previste dall’art. 2 della L. 13/89 ritenendo che tali delibere determinassero per i condomini una sensibile menomazione dell’utilità derivante dall’originaria comunione immobiliare o un sensibile deprezzamento dell’unità immobiliare anche di un solo condomino (Cass. 25/6/94 n. 6109; App. Genova 27/12/97; App. Napoli 27/12/94). Ancora, è stato negato ad un disabile un provvedimento d’urgenza volto all’eliminazione delle barriere architettoniche in quanto si trattava di un disabile non residente nell’immobile (Trib. Savona 26/5/94). Infine, più recentemente il T.A.R. della Lombardia ha autorizzato l’apertura di un ambulatorio odontoiatrico privo dei requisiti ex d.m.

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n. 236/1989 in materia di eliminazione delle barriere architettoniche, basandosi sulla specialità della normativa sanitaria che si sovrappone a quella generale a favore dei disabili (T.A.R.Lombardia Milano, sez. I, 17 gennaio 2001, n. 97).

*** Tuttavia, a fronte di queste poche sentenze di segno negativo per il disabile, sta un panorama giurisprudenziale sostanzialmente favorevole in materia di barriere architettoniche fin dal periodo

immediatamente successivo all’emanazione della L. 13/89. Infatti è stato più volte ritenuto che l’installazione ex novo dell’ascensore non costituisca un’innovazione vietata ma piuttosto una modificazione necessaria per il miglior godimento della cosa comune, anche se incidente sul compossesso degli altri condomini (Trib. Milano 14/5/89; Pret. Catania 14/5/91; Pret. Pordenone 14/6/94) e anche se comportante il restringimento del vano scala comune (App. Genova 3/2/99), che l’interesse del disabile sia prioritario rispetto al modesto sacrificio dei condomini (Trib. Foggia 29/6/91), che prevalgono le esigenze di tutela dei principi di uguaglianza e di solidarietà (Trib. Milano 7/5/92) e il diritto ad una normale vita di relazione (Trib. Firenze 19/5/92). E’ stato altresì imposto in via di urgenza ad un ente proprietario di un edificio pubblico in cui risiedeva un disabile di predisporre un mezzo adeguato di salita e discesa (Trib. Roma 18/4/98). In ogni caso è necessario che il portatore di handicap dimostri la sua condizione secondo le imprescindibili modalità ex art. 4 L. 104/1992 (ovvero

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tramite l’accertamento delle apposite Commissioni mediche), a pena di applicazione delle più rigide maggioranze dell’art. 1136, 5° comma, c.c. (anziché quelle minori cui rinvia l’art. 2 L. n.13/1989)per l’approvazione della delibera condominiale autorizzativa dell’ascensore (Cass., sez.II, 30 gennaio 2002, n. 1197). Infine, si è sottolineato che la Sopraintendenza per i Beni Ambientali ed Architettonici non possa negare l’autorizzazione all’installazione di un ascensore per soddisfare le esigenze di mobilità dei disabili se non prova il “reale e dimostrabile” pregiudizio all’interesse di cui l’amministrazione è portatrice (T.A.R. Lazio, sez. II, 15 febbraio 2002, n. 1061).

Quanto alle norme sulle distanze previste dal codice civile, la giurisprudenza ha interpretato la deroga di cui all’art. 3 della L. 13/89 nel senso che tali norme non si applicano agli impianti indispensabili ai fini della reale abitabilità dell’appartamento e nemmeno alle unità comprese nello stesso condominio (Pret. Catania 20/3/92) e che le maggiori distanze previste dai regolamenti condominiali comunque non si applichino, anche in assenza di spazi o di aree di proprietà o di uso comune (Trib. Genova 13/11/97). Quanto, poi, ai presupposti per poter richiedere l’eliminazione delle barriere, è stato più volte affermato che non occorre la presenza o la residenza nell’edificio di portatori di handicap (Trib. Milano 19/9/91; Trib. Milano 26/4/93), essendo sufficiente la visitabilità dello stesso da parte di tutti coloro che hanno occasione di accedervi, per es. parenti o amici disabili (Trib. Milano 26/4/93;

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Trib. Milano 22/3/93). La L. 13/89, inoltre, è stata ritenuta applicabile anche agli ultrasessantacinquenni (Trib. Napoli 14/3/94; Pret. Roma 15/5/96). Va altresì precisato che, sempre secondo la giurisprudenza, al portatore di handicap non compete alcuna azione di condanna ad un facere (eliminazione delle barriere) nei confronti del Condominio o degli altri comproprietari ma soltanto un’azione di accertamento del proprio diritto ad eseguire, a proprie spese, le opere necessarie per l’abbattimento delle barriere stesse (Pret. Roma 15/5/96).

Quanto, poi, alla Pubblica Amministrazione e, più in generale, alla giurisprudenza amministrativa e contabile, – è stato ritenuto colpevole (e quindi condannato per il reato di omissione di atti d’ufficio) un sindaco che non ha provveduto entro il termine di un anno di cui all’art. 32, comma 21, L. 41/86 a far approvare dagli organi comunali competenti il piano di abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici esistenti (Pret. Firenze 13/12/89);

– durante la costruzione della nuova linea della metropolitana di Roma è stato ordinato in via d’urgenza al Comune di Roma di rimuovere le barriere che impedivano agli handicappati l’accesso alle stazioni e l’uso della metropolitana stessa (Pret. Roma 4/6/90);

– è stato accolto il ricorso del disabile avverso la sanzione amministrativa inflittagli per aver parcheggiato sul marciapiede a causa della presenza di barriere architettoniche costituite dalla

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mancanza di scivoli sul gradino del marciapiede entro un raggio di 200 mt. (Pret. Forlì 7/3/94); – ai fini del conseguimento della pensione di reversibilità è stata ritenuta causa di forza maggiore giustificativa dell’interruzione della convivenza, l’impedimento ad accedere all’abitazione dei genitori (stante la presenza di barriere architettoniche) dell’orfano poliomelitico accolto presso una famiglia di amici (Corte Conti, sez. III, 5/8/93 n. 70358);

– è stato ritenuto legittimo l’affidamento, da parte di una USL ad un’associazione di volontariato a favore di portatori di handicap, dell’incarico di redigere un progetto per l’eliminazione delle barriere architettoniche nei locali della stessa USL (Corte Conti, sez. III, 27/2/97 n. 18), così come l’affidamento dell’incarico all’I.A.C.P. di progettazione delle opere per l’abbattimento delle barriere architettoniche nel contesto del territorio comunale (Cons. Stato, sez. VI, 28/4/98 n. 549);

– al fine di conseguire l’eliminazione delle barriere architettoniche sono state consentite deroghe agli strumenti urbanistici vigenti anche in zone sottoposte a vincoli di tutela integrale in attuazione della normativa in materia di Piani Territoriali Paesistici (T.A.R. Sardegna 27/5/99 n. 695);

– è stata ritenuta sussistere responsabilità contabile a carico del direttore sanitario e del responsabile dell’ufficio tecnico di una USL per aver espresso parere favorevole alla locazione di un immobile, destinato a sede della Commissione invalidi civili, mai utilizzato per

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la presenza di barriere architettoniche, in relazione al danno conseguente al pagamento, da parte dell’ente, dei relativi canoni di locazione (Corte Conti reg. Sicilia, Sez. giurisdizionale, 15/6/99 n. 162) o al mancato uso (Corte Conti Sicilia, Sez. giurisdizionale, 4/6/01 n.105/A).

La giurisprudenza si è pronunciata anche in tema di disciplina processuale e soggetti disabili. Infatti è stato affermato che, in base all’art. 7 L.205/2000, sussiste la giurisdizione ordinaria (e non amministrativa) e la competenza per materia del giudice del lavoro per la controversia instaurata tra un alunno disabile e un istituto scolastico con barriere non ancora eliminate (Trib.Chieti, 30 gennaio 2001).

*** Una via di mezzo tra le decisioni di segno negativo e quelle favorevoli per il portatore di handicap è rappresentata dall’ordinanza del Tribunale di Piacenza del 22/5/2001 che, pur rigettando il ricorso proposto in via di urgenza dal portatore di handicap (che chiedeva di ordinare al Condominio di autorizzare il ricorrente ad installare un ascensore esterno sul lato nord dell’edificio), ha affermato l’interessante principio che, “in generale, è riconoscibile il diritto del condominio a far installare a sue spese un ascensore che consenta un comodo accesso nell’unità immobiliare, sita in edificio sprovvisto di esso, a persona portatrice di handicap, non in forza delle disposizioni di legge relative all’abbattimento delle barriere architettoniche, ma per la

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immediata precettività di norme costituzionali, e tra esse, in particolare, dell’art. 32 Cost”. Nel caso di specie, come detto, il Tribunale ha disposto il rigetto della domanda del disabile in quanto il Condominio non si era opposto tout court all’installazione dell’ascensore (anzi, ne aveva già autorizzato la collocazione all’esterno, ma sul lato ovest dell’edificio), opponendosi soltanto alla sua realizzazione sul lato nord sia per ragioni di decoro dell’immobile sia, e soprattutto, perchè in quel lato il passaggio dell’ascensore oscurava le finestre di alcuni condomini e disturbava il riposo diurno di un condominio che lavorava nelle ore notturne.

Il Tribunale di Piacenza ha concluso affermando che il ricorso

“potrebbe essere ritenuto meritevole di accoglimento, soltanto se i resistenti si fossero opposti tout court all’installazione dell’ascensore, senza valide ragioni mentre nel caso di specie i condomini hanno prestato già da tempo il consenso nei termini sopra detti, adducendo ragionevoli giustificazioni alla loro parziale opposizione e mettendo a disposizione, oltre agli spazi comuni, anche porzioni di loro proprietà esclusiva (cantine)”.

Come si può notare, una decisione dalle tinte chiaroscure. ***

In questa sede è opportuno soffermarsi su quattro recenti sentenze che meritano attenzione e per il contenuto e per l’importanza dell’Autorità da cui promanano.

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Il discorso vale innanzitutto per la sentenza della Corte Costituzionale n. 167 del 10/5/99, che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 1052, comma 2, del codice civile nella parte in cui non prevede che il passaggio coattivo di cui al primo comma (ossia il passaggio previsto ex lege a favore del proprietario che abbia già un accesso alla via pubblica ma questo sia inadatto o insufficiente ai bisogni del fondo e non possa essere ampliato) possa essere concesso dall’autorità giudiziaria anche quando questa riconosca che la domanda risponda alle esigenze di accessibilità – di cui alla legislazione relativa ai portatori di handicap – degli edifici destinati ad uso abitativo.

Il caso deciso prende origine dalla richiesta – formulata in via di urgenza da un portatore di handicap – di ottenere l’autorizzazione al passaggio sino alla via pubblica attraverso un orto (di proprietà di terzi) confinante con lo stabile condominiale dove il disabile risiedeva, in quanto l’accesso normale era costituito da una scalinata di 75 gradini.

Due erano le condizioni poste dalla legge prima dell’intervento della Corte Costituzionale per ottenere il passaggio coattivo de quo: – la non ampliabilità del passaggio insufficiente, che si ha non solo nei casi di materiale impossibilità di rendere il passaggio adeguato ma anche quando ciò risulti eccessivamente oneroso o difficoltoso;

– le esigenze dell’agricoltura o dell’industria. Estranee, dunque, erano le esigenze abitative.

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La Corte Costituzionale, richiamate espressamente la L. 13/89, la L. quadro n. 104/92 e l’art. 2 del D.M. n. 236/89 (in tema di accessibilità agli edifici privati) e muovendo dal rilievo che la normativa anti-barriere talora potrebbe essere in concreto insufficiente rispetto al fine perseguito (laddove le innovazioni risultino in concreto impossibili o quantomeno eccessivamente onerose o comunque di difficile realizzazione), ha affermato che “la impossibilità di accedere alla pubblica via, attraverso un passaggio coattivo sul fondo altrui, si traduce nella lesione del diritto del portatore di handicap ad una normale vita di relazione, che trova espressione e tutela in una molteplicità di precetti costituzionali: evidente essendo che l’assenza di una vita di relazione, dovuta alla mancanza di accessibilità abitativa, non può non determinare quella disuguaglianza di fatto impeditiva dello sviluppo della persona che il legislatore deve, invece, rimuovere.

L’omessa previsione della esigenza di accessibilità, nel senso già precisato, della casa di abitazione, accanto a quelle, produttivistiche, dell’agricoltura e dell’industria rende, pertanto, la norma denunciata in contrasto sia con l’art. 3 sia con l’art. 2 della Costituzione, ledendo più in generale il principio personalista che ispira la Carta costituzionale e che pone come fine ultimo dell’organizzazione sociale lo sviluppo di ogni persona umana”.

La Corte Costituzionale, inoltre, ha ulteriormente motivato la propria decisione con l’affermazione che “la norma denunciata, impedendo od ostacolando la accessibilità dell’immobile abitativo e,

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quale riflesso necessario, la socializzazione degli handicappati, comporta anche una lesione del fondamentale diritto di costoro alla salute intesa quest’ultima nel significato, proprio dell’art. 32 della Costituzione, comprensivo anche della salute psichica, la cui tutela deve essere di grado pari a quello della salute fisica”.

Infine la Corte, ai rilievi mossi dall’Avvocatura dello Stato in favore della conservazione della vecchia formulazione dell’art. 1052 cod. civ., ha replicato che “nè, d’altronde, la previsione della servitù in parola può trovare ostacolo nella garanzia accordata al diritto di proprietà dall’art. 42 della Costituzione. Come osservato dal rimettente, infatti, il peso che in tal modo si viene ad imporre sul fondo altrui può senz’altro ricomprendersi tra quei limiti della proprietà privata determinati dalla legge, ai sensi della citata norma costituzionale, allo scopo di assicurarne la funzione sociale”. La sentenza della Corte Costituzionale (che per la prima volta in questa occasione ha esaminato la disciplina delle barriere architettoniche negli edifici privati) assume senz’altro grande valenza sotto il profilo dell’enunciazione di principio (avendo essa, nell’affrontare lo specifico problema della servitù di passaggio, enunciato e ribadito principi fondamentali in materia di portatori di handicap) e sotto l’aspetto dei soggetti destinatari degli effetti della pronuncia (da ritenersi non solo i portatori di handicap ma, in generale, tutti i soggetti, anche non disabili, che si trovano nelle condizioni previste dalla norma, dovendosi avere riguardo alla qualità dei fondi – se di passaggio adeguato o meno per l’accessibilità anche dei visitatori – e non solo alle condizioni personali di chi vi abita).

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Sotto il profilo strettamente pratico, invece, nella decisione in questione si ravvisano luci ed ombre. Tra gli aspetti positivi va annoverata la possibilità di scelta per il disabile tra l’eliminazione delle barriere architettoniche con gli strumenti approntati dal legislatore e la richiesta di passaggio coattivo. Ed è pur vero che si devono osservare, nell’applicazione dell’art. 1052 del cod. civ., i limiti stabiliti dall’art. 1051 cod. civ. e, quindi, l’esenzione dal passaggio coattivo in genere delle case, cortili, giardini e aie (che sono così esclusi dalla sottoposizione al servizio dei fondi interclusi); tuttavia è altresì fuor di dubbio che tale esclusione non è assoluta ma limitata al solo caso in cui il proprietario del fondo intercluso abbia la possibilità di scegliere tra più fondi dove esercitare il proprio passaggio, di cui almeno uno non costituito da case, cortili, giardini ed aie. In caso contrario tale limite non trova applicazione, comportando l’interclusione conseguenze ben più pregiudizievoli rispetto al disagio costituito dal transito attraverso case, cortili, giardini, aie (Cass. 14/12/88 n. 6814; id. 24/10/83 n. 6230).

Per quanto riguarda le ombre, essendo la servitù un peso a carico di un fondo per l’utilità di un altro fondo di diverso proprietario (ed involgendo, quindi, un rapporto tra fondi e non tra fondo e persona), è evidente che nel caso di edificio condominiale il rapporto di servitù si instaura tra fondo (di terzi) e condominio. Quindi è il condominio legittimato a richiedere al Giudice la costituzione della servitù, il che avverrà in concreto soltanto se il portatore di handicap

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(o il familiare di quest’ultimo), ivi residente e quindi direttamente interessato, si accollerà tutte le spese legali, il pagamento dell’indennità prevista dall’art. 1053 cod. civ. per la costituzione della servitù di passaggio, l’imposta di registro e quella ipocatastale, senza nemmeno poter portare in detrazione, ai fini dell’imposta sul reddito, quanto pagato a titolo di indennità, in assenza di qualsiasi normativa al riguardo.

La minore onerosità della servitù rispetto all’adozione delle misure previste dalla legge (es. installazione di un macchinario) appare pertanto più postulata che dimostrata. Altra decisione degna di rilievo è quella pronunciata dalla Cassazione (III sez. penale) in data 3/9/2001 che, sulla base dell’art. 24 L. 104/92, ha confermato la precedente condanna a lire 20 milioni di ammenda con sospensione per tre mesi dall’albo professionale e condanna ai danni morali di un architetto che, in qualità di direttore dei lavori finalizzati alla realizzazione di due sale cinematografiche, non aveva osservato le disposizioni dirette all’eliminazione delle barriere architettoniche omettendo, in particolare, la realizzazione di un ascensore per il raggiungimento della sala cinematografica posta al primo piano.

Nella fattispecie in esame il ricorrente è stato ritenuto responsabile del reato previsto dall’art. 24 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, in quanto, nella sua qualità di direttore delle opere, aveva ingiustificatamente modificato l’iniziale progetto che prevedeva la realizzazione di un ascensore atto a consentire agli handicappati

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l’accesso alla sala cinematografica superiore. Per giustificare la predetta modifica, l’imputato aveva dichiarato nel certificato di collaudo che alcune opere previste nel progetto originario (fra cui, appunto, l’ascensore) non erano state realizzate a causa dell’adeguamento imposto dal comando provinciale dei vigili del fuoco (autorità preposta alla prevenzione degli incendi), mentre in realtà era risultato dagli atti acquisiti dai vigili predetti (tavole di progetto e relazione tecnica) che il parere di questi venne rilasciato con riferimento ad un progetto che non prevedeva nè l’ascensore, nè il bagno per i disabili. Pertanto dagli atti acquisiti in giudizio non è mai emersa la sussistenza di una qualsiasi ragione tecnica comportante l’impossibilità di rispettare la normativa nella specie violata; da qui è derivata la condanna del ricorrente.

Si tratta di una sentenza che si limita all’applicazione di una norma di legge molto chiara e la cui interpretazione non dà adito a dubbi di sorta ma è indicativo il fatto che la Cassazione abbia confermato una decisione non tenerissima verso il professionista, che verosimilmente era alla sua prima condanna nella materia specifica e che pertanto poteva beneficiare del minimo della pena (ammenda di 10 milioni anzichè 20 e sospensione dall’albo per 1 mese anzichè 3).

Con ciò la Suprema Corte ha mostrato di valorizzare l’apparato legislativo approntato a tutela dei portatori di handicap e, quindi, il ruolo della persona umana e la eliminazione delle situazioni che generano disuguaglianza.

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Va anche segnalata un’altra recentissima sentenza della Cassazione (III sez. penale), la n. 3376 del 30/1/2002, che ha annullato la condanna in contumacia, in entrambi i precedenti gradi del giudizio, per abuso edilizio di un imputato disabile che non è stato messo nelle condizioni di accedere autonomamente nell’aula dove si dibatteva il processo, pur avendone fatta espressa richiesta, stante la presenza di barriere architettoniche. Va detto che in primo grado il Pretore aveva condannato in contumacia il disabile affermando che questi non aveva prestato quelle forme di adesione e collaborazione che avrebbero potuto agevolare il superamento dell’ostacolo (per esempio un accompagnamento “a braccia” da parte dei messi dell’Ufficio). La Corte, richiamata la filosofia complessiva e le specifiche leggi a tutela dei disabili, contenenti l’obbligo per le istituzioni di attivarsi affinchè questi possono esercitare i loro diritti nel rispetto della dignità umana e con la massima autonomia possibile, richiamata altresì la sentenza della Corte Costituzionale n. 167 del 10/5/99, ha motivato la propria decisione osservando che “una volta che l’autorità giudiziaria abbia convocato il cittadino a comparire in giudizio, spetta in via generale all’amministrazione garantire che per le persone disabili siano assicurate modalità di accesso ai locali rispettose dell’eguaglianza e della pari dignità di tutti i cittadini. Pertanto, il permanere di barriere architettoniche che impediscono all’imputato di accedere ai locali d’udienza rende nulla l’ordinanza che ne dichiara la contumacia”.

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Nella decisione in esame la Corte di Cassazione ha più volte criticato il giudice di primo grado sia per aver posto a carico dell’imputato un onere di attivazione positiva per rimediare alle mancanze – contrastanti con precisi precetti normativi – della P.A. sia per non aver verificato la possibilità di celebrare il processo in locali diversi agevolmente accessibili dall’imputato sia comunque per non aver rinviato il processo al fine di consentire l’assunzione delle iniziative necessarie a garantire all’imputato di esercitare in forme dignitose il proprio diritto di difesa.

La decisione della Corte contiene una precisa indicazione: alle istituzioni perchè prevengano situazioni di inaccessibilità come quella oggetto della sentenza in esame; ai giudici perchè, nell’impossibilità di garantire le modalità di accesso e di immediati interventi volti all’eliminazione delle barriere architettoniche, valutino di trasferire il processo in un luogo diverso ed idoneo (nello stesso senso si veda anche: Cass. Pen, sez.III, 17 dicembre 2001, n. 3508; id., 17 dicembre 2001, n. 3376; id., 17 novembre 2001, n. 3376, secondo la quale “gli interventi di rimozione degli ostacoli devono essere preventivi rispetto al manifestarsi dell’esigenza della persona disabile e i problemi di questa non possono essere oggi considerati come problemi individuali, bensì vanno assunti dall’intera collettività. Spetta all’amministrazione pubblica garantire alle persone disabili modalità di accesso ai locali rispettose dell’uguaglianza e della pari dignità di tutti i cittadini”)

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Infine, va segnalata la recentissima sentenza del Tribunale di Roma del 19 maggio 2003, che crea una nuova figura risarcibile, quella del danno morale “da vacanza rovinata” a favore del soggetto disabile che abbia dovuto fare i conti con barriere architettoniche presenti nel villaggio vacanze.

Nella fattispecie, un disabile e la sua famiglia avevano acquistato un soggiorno vacanze in Sardegna; il tour operator aveva garantito loro l’insussistenza di barriere architettoniche in loco, come espressamente chiesto dal cliente. Il tour operator è stato, dal tribunale capitolino, ritenuto contrattualmente responsabile per la mancata presenza di una camera atta alle difficoltà della persona non deambulante e, quindi, condannato al risarcimento del danno. La pronuncia in esame si segnala per la chiarezza con cui statuisce in ordine al regime di responsabilità gravante sull’organizzatore del pacchetto turistico (tour operator) ex art. 14 D.Lsg. n. 111/1995 (“Attuazione della direttiva 90/314/CEE concernente i viaggi, le vacanze ed i circuiti tutto compreso”), in base al quale, in caso di mancato o inesatto adempimento delle obbligazioni assunte con la vendita del pacchetto turistico, l’organizzatore/venditore è tenuto al risarcimento. Tale responsabilità, presunta iuris tantum, non è esclusa dal fatto che il danno sia stato materialmente causato dal prestatore di servizi (in questo caso, l’albergatore), di cui il tour operator si è avvalso, salva rivalsa nei confronti di questo, né dal fatto di aver fornito la prova della diligenza impiegata nell’esecuzione degli impegni contrattuali. Infatti, in base al decreto

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citato, solo l’impossibilità della prestazione per causa non imputabile può elidere tale regime di responsabilità, altrimenti il venditore risulta, comunque e sempre, tenuto a risarcire il danno causato. Quest’ultimo può essere di natura patrimoniale (pari al costo del viaggio inutilmente sostenuto) o morale (stress, minor godimento della vacanza), ritenuto, nel caso di specie, risarcibile anche in assenza di un fatto-reato, riecheggiando la sentenza della Cassazione n. 8827/03, secondo cui il danno morale è dovuto anche al di fuori dei limiti ex art. 2059 c.c., se l’illecito abbia leso interessi di rango costituzionale della persona. Per il giudice romano tale danno è risarcibile in via equitativa , tenendo conto del fatto che il personale del villaggio era stato solerte nel fare il possibile per ridurre al minimo i disagi, che la vacanza è stata portata a termine, che l’anno successivo la famiglia è ritornata nel medesimo villaggio. ***

In conclusione, l’orientamento della giurisprudenza resta di massima sicuramente influenzato dalla tendenza solidaristica della legislazione di tutela, mostrando di condividere lo scopo del pieno sviluppo dell’individuo portatore di handicap nella scia dell’affermazione del principio secondo cui la diversità non deve creare emarginazione ma pretende forme adeguate di partecipazione all’organizzazione sociale ed ai rapporti che in essa si svolgono. E ciò può essere raggiunto solo con la conquista della pari dignità e della libertà di movimento.

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