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Archive for novembre 2011

Ha ragione il M°Muti, cantanti e registi che sono residenti nelle famose isole fiscali l’Italia è piena, anche qui a Parma ne sabbiamo qualcosa. Spesso questi cantanti sentenziano anche  regole e ricevono contributi per organizzare manifestazioni culturali. Non sono per bruciarli al rogo, ma diamoci regole chiare come ci sono in Germania dove tutti gli artisti che lavorano e ricevono contributi statali versono direttamente alla fonte la percentuale delle tasse, anche se sei residente a Montecarlo. Naturalmente se sei cittadino Tedesco le tasse ti vengono detratte secondo i tuoi guadagni, quindi non conviene essere cittadino di un altra nazione per evadere le tasse, verresti tassato due volte….. A parte queste considerazioni spero per la Freni che sia solo un errore, magari come quello di Pavarotti che ha pagato in tre rate. Trovo veramente triste che artisti di questo calibro non si rendano conto che usando queste tattiche uccidono l’amore per l’arte e non aiutano certamente i giovani artisti. Come fanno poi artisti come Bocelli a presentarsi alla televisione nazionale e farci anche il predicozzo sull’esistenza di Dio, magari io punterei di più ad avere un vita corretta verso il genere umano, perché li trovi Dio…… con affetto  cF

La soprano Mirella Freni è indagata dalla procura di Bologna per riciclaggio ed esportazione di valuta all’ estero nell’ ambito dell’ inchiesta sulla banca Ber. L’ artista, 76 anni, sarà sentita dagli inquirenti per chiarire la sua posizione in seguito all’ avviso di chiusura indagini inviatole dal sostituto procuratore Scandellari. Per l’ accusa, si sarebbe resa responsabile di esportazione di denaro in violazione delle norme antiriciclaggio. La soprano sostiene di aver avuto un conto alla Ber chiuso dopo che le erano sorti dubbi sulla banca.

ROMA – All’inizio fu Pavarotti. L’anno era il 2000 e il celebre tenore fu rinviato a giudizio con l’accusa di non aver pagato le tasse in Italia approfittando di una residenza, ritenuta fittizia, a Montecarlo. Finì che patteggiò con il fisco e pagò: 25 miliardi di vecchie lire.
Ora è Riccardo Muti a tuonare contro «direttori, registi e cantanti, che non hanno la residenza in Italia». «Io ho la residenza in Italia, molti miei colleghi no. È una loro scelta e ognuno è libero di fare quello che vuole. Però non sopporto chi poi polemizza contro la politica e i ministri. Non si può tenere la residenza fuori dall’Italia e poi sputare sul proprio paese».

Il maestro, che ieri sera ha inaugurato la stagione dell’Opera di Roma con il «Macbeth» per la regia di Peter Stein, presente anche il presidente Napolitano, è intervenuto ai microfoni di Armando Torno per Radio 24. Occasione l’ennesimo premio conferito al musicista napoletano, il «Paolo Borsellino, eroe italiano», «per gli altissimi meriti artistici e morali».

La consegna è prevista mercoledì a Catania. La motivazione parla di Muti come «leggenda vivente della direzione, “a proud italian” che ha sempre considerato l’arte quale veicolo per un militante impegno civile, come attestano le sue tante testimonianze nelle aree martoriate da fame e violenza, a Ground Zero come a Sarajevo fino alle bidonville di Nairobi».

«È chiaro che questo premio verrà tassato ma sono comunque contento di avere la residenza fiscale in Italia», – ha aggiunto Muti nella polemica intervista, senza fare nessun nome.

Ma è noto che nel mondo dello spettacolo sono tanti gli artisti che hanno residenza all’estero. O che hanno avuto problemi con il fisco. Da Andrea Bocelli a Tiziano Ferro a Umberto Tozzi, Katia Ricciarelli, Luca Barbarossa, Giorgio Faletti e Zucchero. Proprio ieri s’è diffusa la notizia che Mirella Freni è indagata dalla procura di Bologna per riciclaggio e esportazione di valuta all’estero nell’ambito dell’inchiesta sulla banca Ber. Il celebre soprano, 76, anni ha detto di aver avuto un conto, chiuso circa un anno e mezzo fa. E s’è detta pronta a chiarire la sua posizione…

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Considerando che la musica più praticata nelle sale da concerto è quella del passato e non quella del presente, è lecito chiedersi se la funzione dell’interprete oggi si svolga ancora allo stesso livello di quello vigente nei decenni passati. Negli anni 30 ad esempio erano ancora attivi come concertisti compositori quali Rachmaninov, Bartok e Prokofiev, negli anni Sessanta Stravinsky dirigeva ancora regolarmente le sue composizioni, per indicare alcuni autori fra gli ultimi a conquistarsi un posto permanente nel repertorio, che nel contempo furono anche interpreti delle loro opere (costringendo gli altri esecutori a tenere conto quindi non solo della loro estetica compositiva ma anche della loro prassi esecutiva). Più addietro troveremmo un Debussy o un Saint-Saëns interpreti delle loro stesse musiche. Anche Brahms come pianista vantava qualità di primo piano che costituirono un referente interpretativo “autoriale”, meritevole di lasciare il segno quanto quello lasciato da grandi interpreti dalle carriere luminose come, per quanto riguarda la sua musica, fu quella di un Joseph Joachim. Tutti i compositori che popolano gli attuali cartelloni concertistici sono invece da tempo defunti. Sui palcoscenici delle sale di concerto le figure “autoriali” sono scomparse, lasciando il posto a interpreti legittimati nel ruolo proprio di mediatori. Di questa mediazione si parla spesso, a fronte dell’instaurazione di un regime che ha praticamente cancellato la contemporaneità creativa declinando la musica ormai al passato, creando con i grandi della storia musicale (Bach, Mozart, Beethoven, ecc.) un rapporto oltre il tempo, come fossero loro quasi i referenti delle nostre esigenze espressive e non già i compositori oggi viventi (sempre più estranei al sentire comune). Al di là delle ragioni di mercato che fomentano questa forma di polarizzazione (non riscontrabile ad esempio nelle arti figurative che, con le esibizioni dei contemporanei, attirano ancora folle nei musei e nelle gallerie), vi è certamente una ragione costitutiva nel modo in cui la musica contemporanea ha imboccato strade che l’hanno allontanata dal pubblico. Non è qui il caso di discettare su queste ragioni. Basta constatare che gli interpreti per la prima volta sono confrontati con problemi di scelta esecutiva di nuovo tipo. L’interesse per la ricostituzione della prassi esecutiva d’epoca, ormai comunemente adottata per quanto riguarda la musica barocca, ne è la spia. Un secolo fa questo non era per niente un problema, non perché non esistessero studi musicologici in grado di orientare sulle diverse modalità interpretative della musica del passato, ma perché essa era percepita non come una realtà distinta (storicizzata) ma come un patrimonio annesso alla musica di quel tempo, con la quale faceva un tutto organico. Nella musica di Mendelssohn si rispecchiava la sua frequentazione di Bach, in Brahms quella di Beethoven, in Reger quella di Bach e di Beethoven insieme [Casella quella di Scarlatti, in Poulenc quella di Couperin e via dicendo]. La mediazione con il passato passava allora attraverso i compositori, attraverso la loro estetica compositiva, più che attraverso gli interpreti. Oggi, venendo a mancare il referente compositivo condiviso, non sono più i compositori a dirigere l’ascolto (men che meno i compositori-interpreti di cui non c’è più traccia), ma gli interpreti tout court, i quali in questo senso vivono una sorta di disorientamento. L’affermarsi della ricostituzione della prassi esecutiva d’epoca ha la funzione di colmare questo vuoto, che non a caso non riguarda più solo la musica del Sei o del Settecento, ma significativamente concerne già Mozart, Haydn, su fino a Beethoven, Mendelssohn, Brahms addirittura, come dimostrano i vari Brüggen, Harnoncourt, Norrington, ecc. Si determina così un paradosso: da una parte nei programmi concertistici attuali troneggiano i grandi di quelle passate stagioni, adottati dal pubblico come se fossero parte del mondo d’oggi a surrogare ciò che come manifestazione contemporanea non arriva più a radicarsi (in pratica a colmare il vuoto lasciato da una musica moderna diventata estranea al sentire dominante), dall’altra gli interpreti chiamati a mediarli si rendono sempre più conto della distanza di concezione estetica che da loro ci separa e che pone problemi di correttezza di lettura. Per quel che riguarda il pianoforte lo possiamo già capire da com’è diventato lo strumento moderno, dalla sonorità potente e modulata quale non era all’origine. Il ripristino occasionale del “fortepiano” ci rende evidente il carattere sovrastrutturale delle esecuzioni moderne di quegli autori, nel senso che la nostra coscienza proietta su di loro una dimensione che non è quella dello ieri bensì quella dell’oggi. Ora, se nella Vienna di fine Settecento l’interesse per Bach e per Händel era coltivato ad esempio da un pioniere della ricerca antiquaria quale fu il Barone van Swieten (con l’incarico a Mozart di rifare la strumentazione del Messia e di altre opere del precedente passato in modo da renderle compatibili con le abitudini del tempo), oggi è maturata una coscienza storica che chiede giustificazione a tale tipo di annessione, un grado di consapevolezza culturale che ha portato a distinguere nettamente i piani estetici.

A un attento esame ci accorgiamo però che il cosiddetto ripristino della prassi esecutiva originale non dipende tanto dall’applicazione di norme interpretative desunte dai trattati d’epoca (dalla cosiddetta filologia), bensì piuttosto da modelli maturati nell’ambito estetico della musica del Novecento, nel versante che da Stravinsky a Bartók, Prokofiev, Poulenc, Milhaud, ecc. ha segnato lo stacco dalla superfetazione espressiva del secolo precedente. In altre parole il vero passaggio è stato effettuato dapprima a livello compositivo, soprattutto grazie alla stagione del “neoclassicismo” degli anni Venti e Trenta deliberatamente confrontata con i modelli del passato, che in seguito su quelle nuove musiche ha formato schiere di interpreti indotti ad adottare uno stile e una maniera improntati a un’idea costruttivistica, tesa a valorizzare i vettori energetici della scrittura anziché psicologistica (cioè incline ad evidenziare i sottintesi emozionali) tipica dell’eredità romantica. Le esasperazioni dinamiche, la ricerca della carica sonora materica, la velocizzazione sono manifestazioni di questo filone, che non solo guida gli interpreti del Barocco nella lettura che ci ostiniamo a definire “filologica” (mentre si tratta soprattutto di un’attualizzazione della musiche di quei tempi lontani), ma orienta anche coloro che affrontano il repertorio ottocentesco sugli stessi strumenti che quel secolo ci ha consegnato (in primis il pianoforte nella specie del “gran coda”), in una ricerca che li sottopone a diversa sollecitazione.

Martha Argerich ne è un esempio supremo per il senso strutturale della sua concezione interpretativa, che nella lettura di un Prokofiev o di uno Sostakovic (dalla nervatura geometrica della loro scrittura) ricava le linee di sviluppo di una conduzione del discorso che nulla concede all’enfasi e all’aura della religione del suono, sempre mantenuto a livello del fisico sentire, della pulsazione della materia sonora. Parlando di questo suo modo di aggredire la tastiera, “selvaggio” ed “esplosivo”, troppo spesso si è insistito sul suo temperamento “leonino” e “demonico”, quasi fosse la manifestazione di un carattere individuale. In verità la sua potente forza d’urto, lo slancio a volte forsennato, il travolgente impulso ritmico delle sue esecuzioni sono soprattutto il risultato del suo essere pienamente donna del Novecento, di un secolo che, attraverso la tecnica, l’urbanizzazione, la moltiplicazione dei rapporti tra le persone, non ha trasformato solo il paesaggio esteriore ma anche quello interiore dell’uomo.

Martha Argerich è l’incarnazione di questa sensibilità, che non solo ne fa l’interprete perfetta degli autori moderni citati ma che la dispone verso il repertorio ottocentesco come artista in grado di riprodurlo a un livello capace di estenderne la portata fino ad attualizzarli. Ascoltando il suo Beethoven o il suo Schumann non ripercorriamo solamente le stazioni di epoche passate, con gli incantamenti della poetica del caso che ella è capace di rivelarci, ma vi troviamo anche quegli aspetti che collegano la loro concezione estetica a ciò che in seguito si sarebbe sviluppato come dimensione compositiva giunta a lasciare dietro di sé la foga passionale del sentimento romantico, i pallidi tremori del decadentismo, l’impalpabile bruma dell’impressionismo, aprendo le coscienze al recupero dei valori strutturali dell’espressione musicale.

Per questa via possiamo affermare che, se la composizione contemporanea ha in un certo senso subìto la messa al bando, nelle sale di concerto non assistiamo necessariamente a un puro fenomeno di restaurazione del passato, ma piuttosto a una sua rilettura in forme che, nel perfetto equilibrio che artisti quali Martha Argerich sono in grado di assicurare in questa complessa dialettica, porta a una sorta di supplenza. Apparentemente al compositore contemporaneo è tolta la possibilità di dominare la ribalta, ma l’estetica contemporanea l’ha comunque vinta, grazie alla maturità dei grandi interpreti che l’hanno assimilata e che la vivificano attraverso la loro lettura moderna dei capolavori del passato.

Carlo Piccardi

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Motivi ambientali, economici, sociali 

Il massiccio consumo di carne e alimenti non vegetariani richiede l’utilizzo di terreni sempre più estesi per la coltivazione dei foraggi o per il pascolo del bestiame. Il pascolo intensivo, non consociato con altre coltivazioni o piantagioni perenni (alberi ecc.) impoverisce velocemente il terreno: lo strato superficiale di humus viene lavato via dalla pioggia o soffiato via dal vento perché non ci sono le radici profonde delle altre piante a trattenerlo, e non viene rimpiazzato perché non ci sono foglie o altre parti caduche delle piante a decomporsi nel terreno. Ben presto i pascoli diventano sterili, e quando la terra è sterile e senza alberi, le nuvole passano più facilmente oltre, e vanno a scaricare la pioggia su zone ricche di boschi.

Questo è precisamente ciò che accade ogni anno nella foresta pluviale dell’Amazzonia, dove centinaia di specie scompaiono per sempre proprio a causa dell’abbattimento degli alberi e della distruzione di un complesso ecosistema, eliminati per far posto ai “pascoli per hamburger”.

Il consumo di risorse alimentari pregiate come soia, grano, mais, arachidi, e di altre risorse, come acqua, concimi, lavoro di uomini e macchinari con il conseguente consumo di carburanti ecc., energie usate per l’allevamento, il trasporto, la macellazione e la preparazione della carne — oltre all’inquinamento che ne deriva direttamente e indirettamente — per la produzione di un chilo di carne è da 10 a 35 volte superiore alla quantità di risorse necessarie per produrre un chilo di proteine vegetali ad alto valore biologico (come la soia, ad esempio). Ne consegue che il principale responsabile della fame nel mondo è proprio il consumo di carne da parte del 20% della popolazione mondiale, che divora le risorse dell’80% dell’intero pianeta.

Come fa dunque l’industria della carne a tenersi a galla? In che modo riesce a mantenere i costi abbordabili dal pubblico? Con i contributi dello Stato, della Comunità Europea, con i finanziamenti speciali: grazie alle tasse che pagano i cittadini. Il costo della carne non è quello che vedete scritto sul listino del macellaio: c’è un prezzo nascosto, che nessuno vi dice, ma che esce dalle vostre tasche comunque sono forma di tasse di vario genere che pagate allo Stato.

Gli allevamenti intensivi rappresentano una delle maggiori cause di inquinamento del pianeta sia dal punto di vista delle acque che dal punto di vista degli scarichi a terra. Il disastro delle alghe nell’Adriatico, e della morte per soffocamento dei fiumi e dei laghi, per eccesso di fosfati che causano una proliferazione eccessiva di alghe, che tolgono l’ossigeno all’acqua: ecco alcuni di risultati degli scarichi degli allevamenti di maiali e bovini da macello.

I migliori appezzamenti di terreno e i migliori raccolti di cereali e legumi dei Paesi in via di sviluppo prendono la via dei grandi allevamenti intensivi occidentali. Infatti nel cosiddetto “terzo mondo” i costi sono ancora abbastanza bassi da permettere dei margini agli allevatori. Non importa se poi quello che resta non è sufficiente per il consumo diretto degli abitanti del paese produttore. Questo provoca ovviamente un forte disagio nelle popolazioni di questi paesi, che sfocia spesso in disordini e in guerre. Massacri, emigrazione di massa, degrado sociale e culturale, terrorismo, delinquenza…. sono collegati anche se indirettamente con la produzione di ciò che mangiamo.

Un altro problema sociale collegato con il consumo di carne e alimenti non vegetariani è la condizione di disagio psico-fisico provocata da una dieta sbagliata, da un eccesso di tossine nel corpo, dall’adrenalina “estranea” introdotta con la carne degli animali macellati, come hanno dimostrato parecchi studi sul comportamento alimentare dei giovani “difficili”.

Motivi igienico-medici

Il contenuto nutritivo della carne è scarso: circa il 70% di acqua, il 10-20% di proteine complesse e quindi più laboriose da digerire e utilizzare, 10% o più di grassi saturi e colesterolo, niente amidi o zuccheri (le sostanze che di solito l’organismo usa per produrre energia). Pochi sali minerali, poche vitamine, niente fibre alimentari. In compenso, molti residui di pesticidi, insetticidi, scorie di lavorazione, concimi chimici, metalli pesanti e altre sostanze inquinanti (che l’organismo animale accumula sia dal cibo che dall’ambiente), oltre ai medicinali (antibiotici, tranquillanti, ormoni, sostanze anemizzanti usate per ottenere una carne “bella bianca” in vitelli e volatili) normalmente aggiunti al foraggio, e alle tossine prodotte dall’organismo stesso degli animali in condizioni di stress e di sofferenza. Un discorso a parte merita l’adrenalina non smaltita dall’animale al momento della morte, e che resta nei tessuti, passando direttamente nell’organismo di chi mangia la carne: l’adrenalina, una delle più potenti endorfine prodotte dagli organismi viventi, è una sostanza neurotrasmettitrice che stimola l’aggressività. Come gli esseri umani, gli animali producono oltre all’adrenalina numerosi altri neurotrasmettitori che inducono le “sensazioni” di sofferenza, disperazione, alienazione e così via.

Ma torniamo alle proteine. Il nostro organismo non è in grado di assimilare e utilizzare le proteine così come sono, ma deve scomporle in aminoacidi essenziali; in questo processo vengono liberate delle tossine e delle sostanze di scarto. Le proteine animali sono più complesse di quelle vegetali, e quindi più difficili da utilizzare. La gamma di aminoacidi essenziali contenuti nella carne si trova anche nelle proteine della soia, delle arachidi e persino dell’ortica individualmente, e in moltissimi altri alimenti vegetali in consociazione tra loro (cereali e legumi, oppure cereali e noci consumati insieme). Il “mito delle proteine” è ormai stato demolito dalla scienza moderna: per un adulto di peso medio sono sufficienti 50 gr. di proteine al giorno, ottenibili in modo completo e facile in un’alimentazione vegetariana varia ed equilibrata.

Comunque, anche se il contenuto nutritivo della carne potesse giustificare un suo consumo regolare, vale la pena di analizzare le differenze fondamentali tra l’organismo degli animali carnivori e quello degli esseri umani. Ricordiamo che le popolazioni tradizionalmente vegetariane sono sempre state le più longeve e le più sane (come gli Hunza del Kashmir), mentre quelle tradizionalmente carnivore (come gli Esquimesi) hanno una vita media molto breve.

1) L’intestino umano è molto più lungo di quello dei carnivori. Un intestino corto permette alle feci contenenti i residui della carne di essere espulsi velocemente, prima che vadano in putrefazione e compromettano la funzionalità e l’integrità dell’organo. Questo è il motivo per cui nei paesi dove si consuma più carne ci sono più casi di cancro all’intestino, coliti, diverticoliti e cc. Inoltre, la mancanza di fibre alimentari nella carne causa sempre stitichezza, con i soliti problemi collegati.

2) L’acido cloridrico prodotto dallo stomaco umano è inferiore come quantità (di 20 volte) rispetto a quello prodotto dallo stomaco di un carnivoro. L’acido cloridrico serve a “sciogliere” i tessuti della carne e a disfarla, altrimenti non potrebbe essere digerita affatto. Un essere umano che mangia carne tende istintivamente ad accompagnarla con alimenti (alcolici, eccesso di zuccheri e carboidrati raffinati) che creano un ambiente estremamente acido nello stomaco. Il problema è che è troppo acido, per il nostro stomaco: da qui ulcere, cattiva digestione e tutti i problemi collegati.

3) Altre caratteristiche anatomiche importanti distinguono l’uomo (e altri animali vegetariani) dagli animali carnivori: il fatto che i carnivori sudano attraverso la lingua e non attraverso la pelle (non hanno pori), il fatto che i carnivori possiedono canini molto più sviluppati e “progettati” per uccidere e sbranare, mentre gli esseri umani — come altri animali vegetariani a preferenza frugivora — hanno grossi molari piatti per schiacciare e macinare frutta, semi e altri cibi vegetali. Inoltre i carnivori hanno una saliva acida e mancano completamente dell’enzima che serve invece a digerire i cereali (ptialina), e ghiandole salivari molto più piccole delle nostre. Infine, la presenza di artigli e la capacità di vedere meglio di notte permettono ai predatori di cacciare meglio. L’uomo non è in grado, anatomicamente e fisiologicamente, di predare e mangiare animali più grossi dei topi. Se vogliamo introdurre la “civilizzazione” come argomento a sostegno delle capacità umane nella caccia, ricordiamo che la cosiddetta “civilizzazione” ci permette anche di ignorare completamente i nostri istinti naturali (i bambini piccoli di solito fanno sempre storie quando viene loro propinata la carne per la prima volta, e nessuno sente l’acquolina in bocca vedendo per strada un gatto morto), fino a farci assumere sostanze estremamente dannose per il nostro organismo (come certe droghe e sostanze psicotrope). Questa stessa “civilizzazione” permette di dar da mangiare a mucche e pecore (animali notoriamente erbivori) scarti della macellazione di altri animali … naturalmente in questo modo si ottengono a lungo andare dei danni genetici, come la famosa encefalite spongiforme, detta “il morbo delle vacche pazze” che distrugge il sistema nervoso e può essere trasmessa anche all’uomo attraverso il consumo della carne dell’animale malato.

4) L’organismo degli animali carnivori sintetizza vitamine che l’essere umano non può sintetizzare, e viceversa. Lo sapevate che i gatti vengono uccisi dalla vitamina C? Un vegetariano può trovare tutto il ferro, le vitamine del gruppo B e le altre sostanze necessarie alla salute in moltissimi alimenti vegetariani, specialmente in quelli integrali. La denutrizione e la malnutrizione non sono caratteristiche dell’alimentazione vegetariana, bensì di una dieta che non comprende neppure gli ingredienti vegetali necessari alla salute. Ci sono molte persone anche obese, che consumano carne e altre sostanze non vegetariane, gravemente sofferenti di carenze alimentari poiché non assumono una quantità sufficiente di frutta e verdura fresca…

Motivi etici, filosofici, religiosi

La violenza inutile perpetrata sui deboli e sugli indifesi porta chi la compie a soffocare in sé il rispetto verso la vita, la sensibilità e la compassione, il senso della misura, il senso della giustizia. Le terribili condizioni di vita e di morte imposte oggi a milioni di animali “da macello” (segregazione, riproduzione artificiale, modificazioni genetiche, allevamenti intensivi, mattatoi) ricordano dolorosamente quelle dei lager nazisti, e non hanno nessuna vera necessità tranne quella del profitto per gli allevatori: perciò rappresentano per i vegetariani “etici” un vero e proprio crimine.

Tutte le grandi religioni consigliano all’uomo di non nutrirsi di morte. Tra i cristiani di oggi gli Avventisti, il movimento cattolico antispecista e tutti quei gruppi che cercano di tornare al cristianesimo delle origini (Vita Universale ecc.); tra gli ebrei numerosi maestri tra cui Pinchas Peli, come spiega esaurientemente la Jewish Vegetarian Society; e naturalmente i buddhisti, i jainisti e infine gli induisti, che sono vegetariani da millenni e che rappresentano la maggioranza dei vegetariani etici sul pianeta. Tanto che negli ultimi venti anni i vari movimenti filoinduisti hanno diffuso notevolmente il vegetarianesimo etico in occidente. Ma anche molti filosofi di ieri e di oggi (che non seguivano una particolare religione) si sono schierati dalla parte dei vegetariani.

Citiamo solo alcuni tra i vegetariani più illustri: Buddha, Clemente di Alessandria, Diogene, Edison, Einstein, Franklin, Gandhi, Kafka, Leonardo da Vinci, Lutero, Ovidio, Origene, Pitagora, Platone, Plotino, Plutarco, Schopenhauer, Seneca, Shaw, Shelley, Socrate, Thoreau, Tolstoy, Voltaire. Anche nel mondo contemporaneo la lista dei personaggi famosi che si sono dichiarati apertamente vegetariani è molto lunga, e comprende sia attori e attrici che musicisti, atleti, uomini politici, scrittori e intellettuali, eccetera.

Motivi edonistici

Sì: essere vegetariani è molto più piacevole che mangiare carne. Spesso i detrattori dell’alimentazione vegetariana parlano di “rinuncia”, “divieti”, “limitazioni”, ma in realtà è possibile godere della vita soltanto quando si è sani, ed è possibile gustare veramente i sapori quando le nostre papille gustative e il nostro olfatto non sono ottusi da sostanze innaturali e dannose per la nostra salute. I cibi dal sapore gradito non mancano affatto nel regno vegetale, anzi, la maggior parte dei sapori caratteristici di carne, pesce e uova possono essere ricreati facilmente, con grande precisione, con alimenti completamente vegetariani. Provate a cuocere in forno delle patate alle erbe aromatiche (salvia, rosmarino, alloro, timo), un cucchiaio di salsa di soia, un cucchiaio di sesamo tritato e margarina vegetale: chi entrerà in casa vostra sarà convintissimo che stiate cucinando del pollo arrosto! La serie dei cosiddetti “sostituti” è quasi infinita: ma perché chiamarli sostituti? Il loro sapore, la loro consistenza, il loro valore nutritivo è fine a sé stesso, e risultano gradevoli anche a coloro che non hanno mai assaggiato la loro “controparte” non vegetariana… semplicemente non gliene evocano il ricordo! Non soltanto: mentre i vegetali sono capaci di interpretare la parte normalmente affidata agli alimenti non vegetariani, non si può dire che gli alimenti non vegetariani possano sostituire decentemente gli alimenti vegetali…

Gli alimenti vegetali sono fonte di gioia e soddisfazione in ogni fase della loro preparazione: dalla coltivazione alla raccolta, al trasporto, all’acquisto, alla pulizia, alla cottura, al consumo… i colori, i profumi, le sensazioni tattili sono invitanti e piacevoli. Certamente non si può dire la stessa cosa degli alimenti non vegetariani…

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QUANDO ANCHE I BRAVI BUDDHISTI SGARRANO

La pigrizia dell’uomo

A nessuno piace il catastrofismo.
Le ipotesi estreme danno sempre un grosso fastidio.
Nessuno ama pure i cosiddetti out-out. Che hanno il sapore di autentici ricatti, da qualunque parte essi provengano.
Ed è per questo che i ricami ripetuti di medici responsabili, di artisti famosi, di scienziati del calibro di Pitagora, di Leonardo da Vinci, di Einstein, vengono spesso giudicati negativamente, vengono evitati e glissati, vengono aggirati con furbizia e noncuranza, quasi fossero ossessioni di gente dalla sensibilità troppo esagerata, e non invece precise indicazioni scientifiche, puntuali ammonimenti prescelti e ispirati dal costruttore dell’universo affinché arrivino alla gente.
L’uomo ama sprofondare nelle sue solite cose, nelle abitudini e nelle pigrizie di ogni giorno, nella continuazione pura e semplice del suo tran-tran quotidiano, delle cose che già sta facendo e di quelle che sta già pensando.
E’ già armato di una sua filosofia spicciola della sopravvivenza, di sue convinzioni sulle quali non è disposto a transigere, di sue esigenze corporali che parlano apparentemente chiaro, di regole che non si debbono nemmeno discutere, poco importa se il suo pacchetto mentale-filosofico-nutrizionistico è lontano mille miglia da quello che dovrebbe veramente essere.
Eppure sono in molti oggi, soprattutto tra gli scienziati, ad ammonire l’umanità che stiamo andando verso una brutta china.
I segnali negativi sono molti, e riguardano l’ambiente, coi ghiacci polari in scioglimento, coi cambiamenti climatici abnormi, con tsunami più che mai distruttivi, con l’insufficienza delle risorse, con la violenza tra gli stati, le religioni e le genti, che a fatica si riesce a contenere, con la crudeltà infinita che viene tuttora riservata agli animali in ogni punto della Terra.
Non sarà forse che, in assenza di immediati e radicali correttivi, ci stiamo avviando verso la fine dell’esperienza umana sulla terra?
Non sarà che siamo vicini o a una nuova era segnata da rivoluzionari cambiamenti correttivi nel vivere umano, o a quella famosa fine del mondo, che pure diverse religioni da tempo predicono?

Il caso significativo di Danny Chong

Tutte queste considerazioni, improntate piuttosto al fatalismo e al pessimismo sull’umanità in genere, non sono per niente applicabili a Danny Chong, imprenditore commerciale singaporiano, di rara precisione mentale ed organizzativa, e dotato pure di sani principi filosofici.

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Egli può al contrario essere considerato una specie insolita di uomo al di sopra della media, uno di quelli che Diogene andava in giro a cercare con la lampada accesa in pieno giorno.
Ha una famiglia che lo ama e lo stima.
Ha un team di collaboratrici e collaboratori affidabili ed affezionati che fanno con impegno, razionalità, dedizione ed efficienza il proprio dovere.
E’ pure sorretto, in modo non fanatico, da una fede religiosa valida come il Buddhismo, dalla quale trae in continuazione motivi e spunti per la sua vita quotidiana.
La sua è una organizzazione tecnico-commerciale prestigiosa ed invidiabile, di cui va giustamente fiero, e che è lo specchio esatto della sua personalità ricca, posata, misurata, attiva ed aggressiva al punto giusto, senza eccesso ed esagerazione.
Confluiscono in lui la saggezza e il self-control, la gentilezza e la misura che derivano dalle filosofie orientali, ma anche la mentalità tecnico-scientifica ed organizzativa derivanti dal lavorare a lungo e a stretto contatto di gomito con ditte tedesche e giapponesi,
E’ infatti riuscito nel corso di un quarto di secolo a concretizzare il suo sogno e il suo progetto di impiantare una azienda apprezzata e stimata sia dai suoi fornitori odierni (italiani e giapponesi) che dai suoi clienti, che comprano da lui ad occhi chiusi tutti i prodotti tecnici (varia utensileria per uso industriale e per l’imprenditoria) che egli propone.
Non una parola negativa nei suoi confronti persino dai concorrenti che, pur temendolo, lo stimano e lo ammirano.
La sua ditta è davvero esemplare.

Più che una azienda, una perla commerciale

Un fabbricato a quattro piani non lontano dal Changi Airport, nell’area commerciale che si trova peraltro ai confini di Geylang, il più famoso distretto a luci rosse di Singapore, dove sono confluite da anni tutte le attività lussuriose-notturne che nei tempi andati stavano nell’ormai mitica Bugis Street.
Questa Geylang è pure dotata di fama negativa da parte di puristi e schizzinosi, da parte ovvia delle famiglie e delle ragazze per bene, timorose di recarvisi da sole la notte e di essere scambiate per lucciole, rimane ugualmente zona pulsante di vita e di umanità varia e verace, nel bene e nel male.
E confortata però da totale assenza di piccola criminalità, come del resto l’intera città-stato singaporiana, nonché, dettaglio non da poco, dai migliori stand di durian e di frutta tropicale della piccola repubblica asiatica.
Al primo piano l’officina meccanica di assistenza e ricambi urgenti, nonché il reparto spedizioni.
Al secondo, lo stock generale di utensili e di parti di ricambio per gli stessi.
Al terzo piano gli uffici ravvicinati, ma razionali ed efficienti, dove ogni dipendente e ogni visitatore lascia le scarpe all’ingresso e indossa le pantofole interne della casa.
Non manca una saletta riunioni, ad uso parlatorio, relax e festeggiamenti, con le pareti tappezzate da foto importanti, da massime filosofiche di vita e di lavoro.
La componente umana consiste di una decina di ragazze di bella presenza, di provata efficienza e personalità, tutte con compiti precisi da assolvere.
Niente di iperbolico e sprecato, ma tutto in ordine meticoloso e rispondente alle esigenze di una piccola azienda che sa fare grandi cose a livello internazionale, di una autentica perla del settore.
Il business esterno viene condotto dal titolare in persona, coadiuvato da un brillante giovane collaboratore di nome Jeremy e da una promotrice commerciale di nome Irene, eccellente nella grazia, nei modi, nei risultati.

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Presenti a tutte le fiere che contano, stanno in costante movimento non solo a Singapore, ma anche in Malaysia ed Indonesia, dove hanno diversi sub-distributori e clienti.
Al quarto piano, c’è un’autentica piccola serra tropicale all’aperto, ovvero un ampio terrazzo ricoperto da piante e fiori di ogni tipo, di bonsai e curiosità floricole da ogni regione del mondo.
Un hobby che il titolare ha da sempre curato, a conferma della sua gentilezza d’animo, e che non ha mai voluto disgiungere dalla sua attività lavorativa basata invece su articoli della meccanica, utili e ottimi sotto ogni punto di vista, ma pur sempre oggetti metallici da contrastare con la vitalità, il colore, il profumo intenso delle sue camelie e delle sue orchidee.

Danny Chong, prototipo di persona asiatica aperta e lungimirante

Ti accorgi subito fin dal primo momento di trovarti di fronte a un uomo speciale, equilibrato, misurato, che emana il fascino di una persona profondamente motivata e felice, sicura di sé, lungimirante, appagata ma tuttora piena di ambizioni e di aperture.
Perché dunque prendere il caso di Danny, persona esemplare e quasi perfetta, in questo ragionamento angosciante sull’inizio di un nuovo mondo o sulla fine di tutto?
Abbiamo prescelto Danny proprio perché prototipo di persona indipendente e aperta, disposta ad ascoltare, a soppesare, a ragionare senza pregiudizi, ovvero di persona non appartenente alla maggioranza, al branco di pecore che obbediscono a qualsiasi comando o tendenza evitando di usare il proprio cervello, preferendo non porsi assolutamente alcun interrogativo e alcun problema, all’insegna del lo fa lui e lo faccio anch’io.
In effetti, questo ragionamento nasce da una domanda che lo stesso Danny si è posto sul domani di una Terra super-affollata, super-sfruttata, e sottoposta a continui attacchi ambientali che portano a calamità naturali incontrollabili, a preoccupanti variazioni di clima che in passato erano molto più attenuate e ragionevoli.

Quando persino la migliore religione non basta

Danny, dicevamo, è buddhista convinto, non fanatico e ottuso, ma discreto e tollerante, come del resto la maggioranza degli orientali in fatto di religiosità.
E quando gli si dice che il corpo umano è per disegno, funzioni, ruolo e intendimento divino, il corpo di una creatura fruttariana-vegetariana, non fa una piega, è convinto al cento per cento che sia così.
Non è che dica Sono d’accordo per concederti fiducia o per farti un piacere, e magari dentro di sé mandarti a quel paese.
Però, proprio in funzione della sua tolleranza buddhista, o meglio del suo concetto personale di tolleranza, del resto estremamente diffuso in tutto il continente asiatico, accetta in modo bonario e acritico quello che il mondo esterno gli propone e gli mette a disposizione.
Il suo concetto, poi, non è estraneo affatto allo stesso mondo occidentale.
Quello che c’è, quello che esiste al mondo, esiste perché così vuole il destino e perché non possiamo farci niente.
In altre parole, l’uomo tende a prefabbricarsi un vero e proprio alibi per giustificare la sua pigrizia mentale ed operativa.
So che le cose vanno malissimo, ma non posso farci niente, e dunque non faccio niente.
Una specie di fatalismo buddhista che invita a rilassarsi e a lasciare le cose come stanno.
Anche perché modificare, resistere, opporsi, contrastare, sono tutte azioni implicanti qualche forma di violenza, qualcosa cioé che non fa parte del suo bagaglio mentale.

– 4 –

L’arrendevolezza e le paure dell’uomo buddhista

Preciso, metodico, impetuoso quando serve, attivo e proponente nel lavoro e nella vita, ma approssimativo e arrendevole nelle sue scelte comportamentali, nutrizionali, filosofiche.
Per lui Buddhismo vuol dire qualche meditazione e qualche preghiera quotidiana, e una impostazione esistenziale il più possibile rilassata e indolore, per sé e per chi gli sta appresso in famiglia, nel business, nella società.
E’ pure timoroso nei riguardi della malattia, variante incontrollabile e minacciosa dei suoi equilibri emozionali e fisiologici.
Specie del cancro, che già gli ha portato via suo padre, un fratello minore e due zii.
Giusto o sbagliato che sia, glielo hanno insegnato certi medici, che alcune malattie importanti arrivano in ogni caso, indipendentemente da quello che fai, per pure motivazioni genetiche.
E, dati i precedenti in famiglia, si sottopone a regolari e periodici controlli, a dolorose colon-scopie, a esami vari dove la medicina avanzata e modernissima di Singapore si distingue come tra le migliori del mondo.
Lo fa in modo convinto, anche se sa benissimo che tali esami gli causano notevoli tensioni e stress, danni precisi e circostanziati.
Ha pure acquisito il concetto che la carne e il pesce non sono l’ideale per la salute, e ha incrementato di molto il consumo di frutta e verdura, soprattutto da un anno a questa parte, ovvero da quando ci siamo conosciuti per motivi di lavoro, da quando lo ho sorpreso rifiutando gli inviti a cena ed accettando con entusiasmo le scorribande lungo le bancarelle di vendita del durian.

Quando arriva il craving, il morso della fame, lo stomaco che rode e reclama sostanza proteica.
Una persona intelligente e tutta d’un pezzo, eppure drogata e proteo-dipendente.

Eppure Danny, nonostante tutto quanto appena detto, non riesce a liberarsi del tutto della carne e del pesce perché, quando gli arriva il craving, ovvero il morso irresistibile della fame, quando il suo stomaco rode e reclama fortemente la sostanza proteica, non c’è frutta e verdura al mondo capace di soddisfarlo.
Non c’è verso di proteggerlo dal vero e proprio ricatto fisiologico della parte medio-bassa del suo corpo, che finisce per fare a pugni col suo cervello e con le sue stesse idee.
D’altra parte, il suo organismo funziona in questo modo da quando egli era bambino, perché, Buddha o non Buddha, il pesce, il granchio, il calamaro, il pollo e il maiale, e negli ultimi anni a volte pure la bistecca di manzo australiano, hanno continuato a fare parte della sua dieta.
Non si rende conto e non sospetta il Danny che, al pari della stragrande maggioranza buddhista e non-buddhista, al pari della popolazione mondiale in genere, lui, pure così equilibrato e attento, pur così positivo e responsabile, pur così tutto di un pezzo, è un vero drogato, una persona proteo-dipendente.
Drogata e dopata non da caffè o tè, da coca cola e zuccheri morti, da alcol e da integratori, o dal micidiale fumo di sigaretta o di sigaro, come ce ne sono a bizzeffe in ogni punto del globo.
Drogata e dopata nemmeno da anfetamine, cocaina, oppio, hashish, o sostanze allucinogene, per le quali esiste tra l’altro la pena di morte in tutti i paesi del Sud-Est Asiatico.
Drogatissima tuttavia da uso prolungato e regolare di una sostanza ufficialmente accettata, prescritta, raccomandata, esaltata, pubblicizzata, benedetta e standardizzata, di una sostanza persino imposta all’interno delle famiglie, delle comunità, delle mense, degli ambulatori e degli ospedali.

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Drogatissima da una sostanza estranea e proibita per il suo organismo umano fruttariano-vegetariano,
ormai abituato ad essa e quindi dipendente da essa, ma pur sempre incapace di utilizzarla e metabolizzarla.
Non si rende conto Danny di essere drogato dalla carne.
Egli pensa che quel craving, quella voglia pazza e incontrollabile di proteina, sia la voce verace di Dio, il segno tangibile della sua natura di vegetariano adattato e conformato all’alto-proteico di origine animale,
il simbolo di una cosa normale, giusta e inevitabile.
Non pensa affatto, come dovrebbe, che quel vuoto allo stomaco è segno di semplice fame di vero cibo energetico naturale e fruttariano, accompagnata ed aggravata però nel suo caso specifico da una fame chimica e psicologica in più di proteina animale, segno preciso della sua malattia e del suo quadro patologico di drogato.

L’obbedienza ai richiami degenerati e il tradimento degli ideali

E così egli, in trasgressione e tradimento dei suoi stessi ideali, delle sue stesse genuine esigenze psico-fisiche prese nell’assieme, obbedisce ai richiami scellerati e dopati di materiale velenoso-carneo.
Richiami che gli arriveranno da uno stomaco non certo divenuto carnivoro ma, questo sì, ormai prono ed allenato all’errore metodico e ripetuto.
Richiami derivanti da un organismo compromesso e allineato agli sbalzi di uricemia, al perfido gioco alternato di putrefazioni e fermentazioni accavallate.
Richiami causati dalla ritmica e quotidiana proliferazione dei linfociti nel sangue, che il suo sistema immunitario è costretto costosamente e faticosamente a produrre in vista di quella scossa e di quella accelerazione cardiaca che serve a mandare giù un bolo chimicamente ingombrante e pestifero per il suo delicato apparato frugivoro, che serve a rendere comunque possibile una digestione lunga e difficile fatta di emergenze ormonali ed enzimiche interne, senza le quali la digestione stessa non avrebbe nemmeno avuto luogo fulminandolo e stecchendolo all’istante.

La doppia gaffe di giudicare il craving come naturale, e il vegetarianismo come appagante utopia

Conoscendo poi come va il mondo, valutando l’imprecisione, la fallacità, la negligenza e la tendenza a disobbedire della razza umana in genere, Danny arriva alla conclusione filosofica che vegetarianismo e fruttarianismo, e con essi pure l’animalismo etico che li accompagna, per quanto giusti, logici e razionali, non riusciranno mai a imporsi o a diventare maggioranza, a divenire regola di comportamento e di pensiero prevalente e generalizzata.
Questa sua previsione pessimistica deriva dal suo errore precedente sulla interpretazione data al craving.
Una fame naturale e logica per la carne, implica infatti giustamente la conclusione fatale e apocalittica che nessuna società umana del futuro potrà mai vivere in regime di vegetarianismo, e che dunque i macelli e gli spettacoli mozzafiato di tortura, di violenza e di sopraffazione giornaliera su milioni di poveri e ignari ragazzotti a quattro gambe, continueranno ad accompagnare la incivile civiltà umana.
Ma quel craving non è affatto naturale come lui pensa, e dunque tutto il suo ragionamento successivo cade malamente.
Non ha ancora capito, il Danny, che egli necessita urgentemente dell’assistenza tecnica e psicologica di cui ogni drogato ha bisogno, se vuole saltar fuori dalla proteo-dipendenza e dalla carne-dipendenza, se vuole davvero ambire a risalire la china, a raggiungere quel livello di perfezione che gli compete, e a non sprofondare nella mediocrità.

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Non tanto la genetica, quanto il mettere benzina animal-proteica nel motore vegetariano, è il belzebù.

E non ha ancora inteso che, lungi dal risolvere i suoi rischi e le sue paure, i test cui si sottopone regolarmente rappresentano non una garanzia e un motivo di sicurezza personale, ma piuttosto una ulteriore tegola psicologica e fisica sulla testa del suo fisico, imperfetto e inadeguato alla dinamica e invidiabile personalità che lui possiede.
Non ha pure compreso che il cancro, e tutte le altre malattie, che colpiscono in modo particolare e ripetuto certi ceppi familiari, certe comunità, certe nazioni piuttosto che altre, non sono scientificamente attribuibili alle tanto conclamate e generiche motivazioni genetiche, ma piuttosto, e molto di più, all’errore fondamentale di mettere carburante improprio all’interno del proprio apparato gastrointestinale,
all’errore clamoroso e mai abbastanza denunciato e vituperato di mettere benzina animal-proteica all’interno di un motore totalmente fruttariano

Una perfetta conoscenza della sua auto, ma una precaria conoscenza del proprio organismo

Il buon Danny, come la stragrande maggioranza degli uomini di oggi, ha una conoscenza perfetta dell’automobile che lo accompagna nei suoi spostamenti, conosce a menadito come funziona, quale carburante e quale lubrificante darle, che tipo di assistenza e di manutenzione garantirle.
Ma ignora incredibilmente, o percepisce in modo approssimativo e distorto la macchina un milione di volte più importante del proprio corpo, di come è fatta in dettaglio, di quali sostanze precise ha bisogno, di quale carburante sia in grado di bruciare al meglio senza produrre scorie radioattive, putrefazioni, ossidazioni, acidificazioni, avvelenamenti, dispersioni energetiche, sbilanciamenti, malattie gravi.
Ed è chiara e condivisibile a questo punto, quella sua idea pessimistica di fondo poco sopra accennata, sull’utopia irraggiungibile del veganismo.

Non è facile predire il domani, ma siamo sicuramente di fronte a una svolta

Non siamo profeti e non siamo maghi.
Non sappiamo onestamente se, a livello di singolo uomo e a livello di umanità intera, prevarrà la fatalistica previsione di un buddhista quasi perfetto come Danny, o la fondata certezza della scienza che opera per cambiare profondamente lo stato presente delle cose, per rendere possibile la connivenza e la sopravvivenza armoniosa e pacifica di 10 miliardi di persone, di 100 miliardi di altre creature a sangue caldo, e di 1000 miliardi di diverse piante, fiori e frutta, su un pianeta Terra giunto ormai agli sgoccioli, alla resa dei conti, al momento della svolta.

Se l’uomo non impara a vergognarsi profondamente di come si nutre, di cosa pensa, e di come si sta comportando, accadranno diversi fallimenti a catena

Se questo mondo senza principi, senza insegnamenti, senza scuole libere e trasparenti, senza validi punti di riferimento, senza fari di illuminazione per il navigante uomo disorientato e in balia delle onde e dei marosi, non impara a vergognarsi profondamente di come si nutre, di cosa pensa, e di come oggi si sta comportando, allora sì che una certezza ci sovviene, ed è quella che stiamo davvero andando verso la fine della nostra esperienza umana sulla Terra.

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E, in qualità di osservatori imparziali, non dovremo fare altro che registrare il fallimento totale di quanto segue:

1) Della scienza ufficiale, delle scuole e delle università, di tutti gli attuali centri di irradiazione di un
sapere nozionistico e fasullo, di una cultura materialistica, lacunosa e strumentale alle scelte di chi ha
preso piena occupazione del potere.

2) Delle due maggiori religioni del mondo, che, proprio per la loro influenza negativa e nefasta sulla massa,
hanno sequestrato il potere mentale e le spinte ideali degli uomini, allontanandoli anziché avvicinarli alla
verità, caricandoli di falsi miti, di partigiane presunzioni, di schematismi paralizzanti e sterili.

3) Della stessa religione buddhista, la quale, per quanto molto più vicina alla verità rispetto a tutte le altre,
ha finito per incidere troppo poco sulla effettiva trasformazione ed evoluzione dell’umanità asiatica.

4) Della medicina nell’assieme, la quale, anziché diventare la punta di diamante scientifica ed operativa
delle migliori teorie e pratiche impostate correttamente dai padri fondatori Ippocrate e Galeno, si è
trasformata satanicamente in un ricettacolo storico di deviazioni e di errori clamorosi, di travisamenti, di
presunzioni infinite, di contraddizioni, di usurpazioni, di opportunismi, e in una palestra dimostrativa dei
peggiori vizi, delle peggiori vanità, delle più meschine debolezze umane, piuttosto che in una istituzione
filosofica e terapeutica virtuosa e responsabile quale avrebbe dovuto essere.

Drogarsi con la carne è doppio crimine, contro sé stessi e contro le vittime brutalizzate

Fumare, ubriacarsi, drogarsi di hashish, oppio, marijuana, anfetamine, sono tutte cose estremamente negative, dannose e biuasimevoli, vietate per legge al punto di prevedere la pena di morte in quasi tutta l’Asia.
Ebbene, alimentarsi della carne di animali barbaramente allevati, e ancor più barbaramente uccisi, è criminale verso gli animali stessi, ma lo è anche nei riguardi degli autori del crimine, nei confronti del loro corpo e della loro coscienza.
Ed è pure pratica dopante, come abbiamo visto.
Per molti versi è ancora più odiosa e grave dello stesso uso di droga per il quale si manda molta gente al patibolo, in quanto non solo sballa la gente rendendola carne-dipendente ed ammalandola in mille modi atroci, ma lascia per strada disseminata una serie lunghissima di crimini e di sopraffazioni che gridano vendetta a Dio, non al dio comune degli uomini e delle loro attuali meschine religioni, ma al Dio vero creatore, che ci ha fatti in un certo modo e che ha pure creato gli animali perché ci facciano compagnia, e non certo perché diventino oggetto dei nostri massacri quotidiani.

La repressione delle droghe vietate e l’assoluzione implicita della legalizzata droga-carne

Chi si droga con le sostanze stupefacenti fa male e merita la prigione e qualcos’altro.
Ma il male lo fa in genere a posteriori, dopo essersi drogato e istupidito.
A volte non fa addirittura male a nessuno, neanche a una mosca, all’in fuori che a se stesso, salvo che non faccia pure il trafficante.

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Ma chi si droga di carne, il male lo ha fatto prima ancora di assumere il veleno, e lo continua a fare anche dopo, in un processo vizioso e perverso senza capo e senza fine.

La complice e disgraziata latitanza delle leggi umane.
Sarà il Tribunale Celeste Riunito degli Animali, assistito dal vero Dio Creatore, a comminare le pene.

Ma gli stati corrotti della terra, i governi di destra, di sinistra e di centro, i governi islamici e quelli socialisti, i governi vassalli e privi di personalità come i loro rispettivi governanti, mantengono alla droga carne lo status privilegiato di prodotto permesso, accettato, raccomandato e legalizzato.
E, con questo, permettono, accettano, legalizzano, sostengono e sponsorizzano anche le scuri che con cadenza millimetrica, ad ogni scandire del secondo, cadono pesantemente sulla testa innocente di vitellini e manzi, di mucche e buoi, di asini e muli, di cavalli e puledri, di capre e pecore, di caprioli e cinghiali, di galline e anatre, di conigli e lepri, di struzzi e faraone, di tonni e di balene.
In tutti questi casi ci troviamo di fronte al doppio crimine di eccidio di animali indifesi (quindi di omicidi aggravati dalla gratuità, dalla premeditazione, dalla barbarie metodologica), e di consumo impenitente di sostanze droganti che portano a ripetere il crimine e a farlo ripetere da altri.
Crimine individuale dei singoli che lo compiono, e crimine sociale-politico-etico-estetico degli stati che lo permettono e lo sottoscrivono quotidianamente, giorno dopo giorno.
La grandezza di uno stato e di una nazione non si misurano affatto col prodotto interno lordo, o con la ricchezza materiale che le sue industrie riescono a produrre, ma piuttosto col trattamento umano e civile che esse riescono a garantire a tutte le creature che vivono entro i suoi confini.
Queste sono parole significative del Mahatma Gandhi, su cui i nostri governanti farebbero bene a spendere un pensiero.
In tutti questi casi, vista la colpevole, complice e disgraziata latitanza delle leggi disumane vigenti, sarà il Tribunale Celeste Riunito degli Animali a comminare le pene, con la chiara e incondizionata approvazione del Dio Creatore di tutte le anime viventi, inorridito e disgustato nel vedere come la sua creatura più dotata e intelligente si è degenerata al punto tale di diventare il re dei satrapi, dei traditori, degli ipocriti, l’esponente e l’esempio vivente della peggiore delinquenza e della più meschina imbecillità.

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Cuore-cuore o cuore-sangue?

Cuore come organo centrale della circolazione, o come valvola ancella del sangue e dei polmoni?
Cuore che guida la circolazione, come insegna la fisiologia medica, o circolazione sanguigna che dirige il cuore e determina il battito cardiaco?
Non si tratta di giochi di parole o di banali e accademiche disquisizioni.
E’ al contrario importantissimo assumere l’una o l’altra teoria.

E’ importante capire da che parte stiamo

Se mettiamo il cuore al centro della nostra attenzione penseremo ad esso come centro di misteriosi e magici poteri, e lo ammanteremo di contenuti e di funzioni che realmente non ha, per cui avremmo pochissimi spazi operativi e migliorativi su cui agire.
Se mettiamo invece in evidenza il sangue, e la formula ematica più adatta alla salute, nonché i polmoni, come organo respiratorio e quindi come forza motrice della funzione cardiocircolatoria (che il cuore aiuta meccanicamente a regolare e a distribuire), il discorso cambia radicalmente, e si riescono a ipotizzare scelte comportamentali e dietologiche che portano a scenari salutistici assai diversi.

Cardiocircolazione o pneumocircolazione?
Arnold Ehret le ha imbroccate tutte.

Polmoni e sangue dunque maggiori attori protagonisti sulla scena del film reale e quotidiano della circolazione, che diventa più pneumocircolazione e meno cardiocircolazione, con il cuore che agisce dunque da comparsa, da apparato accessorio, da muscolo cardiaco e da valvola regolatrice di una forza che gli arriva dai polmoni.
Sembrerà paradossale e blasfemo, visto che l’uomo ha da sempre guardato al cuore come al suo organo supremo, ma pare proprio che il grande Arnold Ehret abbia visto giusto non solo in generale, ma anche sotto questo particolare aspetto.
Che il cuore sia romanticamente l’organo della passione e dell’amore, per l’immaginario collettivo, nessuno lo nega e nessuno lo intende contestare. Che sia invece il fulcro decisivo e il punto focale del sistema cardiocircolatorio, è tutto da vedere.
Tra le manie della medicina c’è anche la cardiomania

La medicina moderna è affetta da tante magagne e da tante manie, tipo la batteromania, la virusmania, la curomania, la farmacomania, la vaccinomania, la bisturimania, la proteinomania, ora ne abbiamo individuata un’altra ancora, e si chiama cardiomania.
Guardare a un muscolo come ad un organo, a un muscolo come alla sede di tutto fa molto comodo.
Le conviene così. Cosa si può mai fare a un muscolo per renderlo più efficiente? Praticamente niente, se non qualche modesto e improbabile tentativo di correzione, o se non un trapianto dell’organo stesso.

Chiesa medica e chiesa farmaceutica unite nella speculazione

L’immobilismo e il blocco del progresso umano verso la salute, verso l’evoluzione e il miglioramento della conoscenza, sono disgrazie odiose e detestabili, ma a qualcuno stanno comode e convenienti.
Chi guadagna e specula di più, da decenni, sulle sofferenze umane?
Lo sappiamo benissimo. Lo sanno anche gli stessi medici.
I due grandi beneficiari della malattia umana stazionaria e montante sono la chiesa medica e la chiesa farmaceutica. Se la medicina rinsavisse all’improvviso, e mettesse in secondo piano il cuore e la cardiologia, concentrando tutte le sue risorse nel miglioramento del sangue e dei polmoni, ne verrebbero fuori delle belle.

Anche assumendo per buone le asserzioni mediche, si finisce per dare ragione ad Ehret

Lasciamo stare però le nostre riflessioni ed immettiamoci nelle posizioni normali e canoniche della medicina. Anche mantenendo le teorie mediche si finisce, volenti o nolenti, per dare ragione ad Ehret.
Lezaeta, per esempio, parla pure lui del cuore come dell’organo centrale incaricato della circolazione.
Ma subito dopo aggiunge testualmente “Possiamo dire che nessuno si ammala e muore a causa del cuore, ma sempre e solo per colpa del sangue impuro, originato da cronici disturbi digestivi, e dalla deficiente funzione eliminativa della pelle”.

Per il cuore in sé ci sono soltanto palliativi

Per le malattie del cuore non esiste rimedio alcuno ma solo palliativi, essendo esse conseguenza dell’impurità del sangue, condizione non risolvibile coi prodotti farmaceutici e tantomeno con la chirurgia. Esse spariranno però purificando il cuore con aria pura e con buone digestioni capaci di fluidificare il sangue e di attivare le eliminazioni cutanee.

La disgrazia della tachicardia e del respiro corto

La peggiore affezione circolatoria?
E’ l’aumento patologico delle pulsazioni, l’agitazione del polso, la tachicardia misurabile non col termometro ma contando i battiti al polso.
La tachicardia congestiona i polmoni e rende il respiro corto.
Sappiamo tutti, per diretta esperienza, come le respirazioni profonde diano sollievo al cuore.
Nel caso di emozioni, di paure, di entusiasmi, di perturbazioni, di violenti sforzi fisici, se vogliamo un senso di sollievo non c’è altro al mondo da fare, se non ricorrere a respirazioni profonde e ritmate.
Con 70 pulsazioni al minuto, il sangue scorre normalmente dalla testa ai piedi, mentre con 120 o 140 tende a stazionare in zona ventrale a danno delle estremità che rimangono anemizzate, fredde e cadaveriche, prive di flusso vitale.
Le cause di debilitazione cardiaca

La tachicardia implica maggiore fatica e maggior lavoro per il cuore, infiammandolo e gonfiandolo, abbassandone la vitalità.
Le emozioni repentine e prolungate, il mangiare e bere senza sobrietà, il sottostare a farmaci e vaccini, il respirare aria viziata, l’abusare dello sport, la mancanza di riposo e di relax, l’uso di sostanze dopanti, sono tutte cause di debilitazione cardiaca.
I disordini digestivi, e in particolar modo la stitichezza, si ripercuotono immancabilmente sul cuore.
La pressione dei gas stomacali ed intestinali deprime e soffoca l’attività cardiaca.

E’ errato pensare che la circolazione dipenda dal cuore

La respirazione è fondamentale. E’ un errore credere che la circolazione sia opera del cuore.
In realtà sono i polmoni che mantengono costante l’afflusso di sangue a tutte le parti del corpo umano.
La causa poi di tutte le malattie cardiache è il sangue guasto, reso viscoso dal grasso e dai veleni.
Ogni terapeutica rivolta a risolvere le malattie senza una preventiva purificazione del sangue è destinata al fallimento.

Il problema dell’oppio, dell’eroina e dell’anfetamina

Il problema è che viviamo in una società che a parole combatte la droga, mentre nei fatti la promuove, la facilita e la legalizza. Siamo tutti più o meno drogati anche se nessuno ha il coraggio di ammetterlo.
Charles Baudelaire usava hashish e oppio.
Alexander Dumas si univa a lui negli esperimenti con l’hashish. Edgard Allan Poe faceva uso di oppiacei, e parte della sua bizzarria narrativa derivava proprio dai suoi intontimenti.
I primi scritti di Freud furono ispirati dalla cocaina, e lui stesso ne incoraggiò il consumo.
Le sostanze dopanti girano sicuramente, se non a fiumi almeno a rivoli, sia nell’ambiente artistico che in quello sportivo, ma anche altrove.

Stimolazioni ed elettrosmog

Ma questo è niente. Si trattava dopotutto di drogature artistiche e sperimentali.
Niente a vedere con le drogature sistematiche odierne a base di droghe legalizzate, che riguardano la gente comune, dai piccoli ai grandi.
Caffè e sigarette sono due tra i più potenti stimolanti per il corpo umano.
L’elettrosmog, fatto di computermania, telefonini e videogiochi, è da classificarsi tra i più micidiali demolitori della forza vitale umana, quelli che decapitano e svirilizzano la capacità respiratoria.

Una società drogata fino all’intontimento

Altro che cocaina, eroina, hashish, marijuana, anfetamine, tutti veleni da combattere sicuramente, ma circoscritti almeno al disgraziato o vizioso esercito dei drogati specifici.
Tra eccitanti, stimolanti, sedativi, psichedelici, caffeine, theine, teobromine, nicotine, redbull, cole, zuccheri, sali inorganici, aspartami, farmaci, vaccini, integratori, cadaverine, caseine, sonniferi, digestivi, statine, eparine, viagra, cialis, psicofarmaci e tutte le sostanze stupefacenti che assumiamo in modo disinvolto ed inconsapevole, siamo tutti in mora, tutti coalizzati contro il nostro stesso sangue, contro il nostro sistema cardiovascolare, e contro la nostra stessa anima.

Un fortunoso e storico incontro a Città del Capo

Ebbi la fortuna di incontrare Christiaan Barnard (1922-2001) a Città del Capo. Era il 29 Settembre 1972 e il mitico cardiochirurgo aveva sbalordito il mondo intero coi suoi clamorosi trapianti di cuore. Non era facile incontrare una celebrità di quel calibro, in quegli anni, inseguito com’era da giornalisti e fotoreporters in cerca di scoop. Le circostanze e la casualità mi favorirono ed ebbi modo di fare una simpatica e lunga chiacchierata con lui nella hall dell’Herengracht Hotel, di cui conservo tuttora alcune foto a testimonianza. Gli posi domande molto delicate e dovetti promettergli di non passare alcuna informazione alla stampa, cosa a cui mi attenni strettamente, nonostante fossi nella redazione di una piccola rivista storica come Rottura. Se non avessi oggi tali foto, farei fatica a credere a me medesimo.

Né Barnard ieri, né Azzolina oggi,

Persona gentilissima, aperta di mente ed anche molto scherzosa.
Però, a pensarci bene, si fece intorno a lui tanto chiasso per niente. Aveva soltanto trapiantato una valvola, un muscolo cardiaco da una persona ad un’altra, mantenendola sì in vita per giorni o per mesi, ma senza risolvere il problema basilare. Senza risolvere il vero problema che era il mal di cuore, pardon il mal di sangue. Molto più interessante sarebbe stato trapiantare, o meglio sostituire, i 5 litri di sangue viscoso e lipotossico del suo paziente regalandogli un secchio di sangue puro alternativo.
Paradossalmente, in quegli anni, sempre tramite la rivista Rottura, entrai in contatto epistolare col grande chirurgo italiano Gaetano Azzolina, che mandò alla rivista anche un simbolico ma apprezzato contributo, e che meriterebbe ancor più fama e considerazione, non fosse che per il suo brevetto internazionale di cuore artificiale. Ma anche quella, per quanto meno drammatica, è una falsa strada.

Il vero trattamento cardiaco è quello che tende a normalizzare la composizione del sangue con:

1) Aria pura, 2) Buone digestioni, 3) Attiva eliminazione cutanea (sudore e tossine varie),
4) Attiva eliminazione renale (urina e veleni vari), 5) Attiva eliminazione intestinale (feci)
6) Attiva eliminazione polmonare (anidride carbonica)

Sangue, polmoni e arterie

Alla fine, quando si dice di aver cura del cuore e di mantenere i meccanismi cardiaci in perfetta efficienza, non si fa altro che operare una semplificazione.
Si dice cuore ma si intende in realtà sangue e polmoni, nonché stato funzionale delle arterie.
Un fatto consolante è che il 90% delle cellule corporali vengono cambiate e rinnovate nel giro dei 12 mesi, per cui possiamo davvero tornare nuovi, a condizione di comportarci come si deve.

Diete basso-proteiche, con poche proteine provenienti dalle piante

Servono diete basso-proteiche e basso-grasse, con poche proteine provenienti dalle piante e non dagli animali, cioè con abbondanza di frutta e di verdure crude, completate da radici, semi e noci di vario tipo.
Perché provenienti dai vegetali? Per favorire una prevalenza di batteri saprofiti e simbiotici nel colon, e per contrastare i batteri putrefativi e disbiotici causati dalle proteine animali.
Zuccheri e sali commerciali, bevande gassate e dolcificate, caffè, alcol, cibi conservati, cibi surgelati, sono tutte cose da lasciar perdere, se vogliamo bene a noi stessi. La vitalità dei cibi è fondamentale.
La vitamina E e la C hanno qualità riparatorie nei riguardi dei vasi, e tengono a bada il colesterolo, mentre le vitamine del gruppo B aiutano a disgregare e digerire gli oli e i grassi.
Un importante test medico-scientifico condotto in Gran Bretagna

I vegetariani, e soprattutto i vegani, provvedono continuamente alle loro necessità di grassi essenziali Omega3 ricavandoli non dal pesce (come vorrebbe il sistema) ma dai vegetali, cioè da noci, pinoli, semi di lino, ecc. Lo scrive a chiare lettere l’American Journal of Clinical Nutrition, riferendosi a una recente ricerca medico-scientifica condotta in Gran Bretagna.
Il dr Welch e la sua equipe hanno analizzato dapprima 14422 maschi e femmine dai 39 ai 78 anni all’interno dello studio EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition) e, successivamente, hanno selezionato 4902 soggetti nei quali erano stati misurati i livelli plasmatici dei PUFA (polyunsaturated fatty acids, ovvero gli acidi grassi polinsaturi, chiamati Omega3 e Omega6).

L’importanza di un fegato pulito alimentato con cibi vivi, naturali e inclusivi di vitamina F

L’acido alfa-linolenico ALA (precursore degli Omega 3 a lunga catena), una volta introdotto nell’organismo con l’alimentazione viene trasformato e metabolizzato in EPA e DHA, entrambi votati alle basilari funzioni organiche di ricostruzione tessuti-membrane-sangue-cellule.
La lecitina è una delle sostanze fondamentali per la disintegrazione e la digestione del colesterolo.
Un fegato pulito e funzionante, assistito da cistifellea pulita, e alimentato con cibi crudi e naturali, contenenti vitamina F, fabbrica da sé la sua lecitina.
Il sale invece va eliminato in quanto trattiene i liquidi nel corpo aumentando così lo stress cardiaco.
I cibi naturali contengono i giusti livelli di sali veri e di zuccheri veri, dosati in quantità bilanciate.
La rutina del grano saraceno ricostruisce le cellule e abbassa la pressione sanguigna.

L’imbroglio planetario degli Omega3 da pesce

Sbagliatissimo associare gli Omega3 al pesce, come evidenziato dall’American Heart Association.
Sia in qualità che in quantità, gli Omega3 stanno nella frutta secca e nei semini.
L’olio di lino contiene 57 g di Omega3 per 100 grammi, i semi di lino 17 g per 100 g, le noci 6,2 g per 100 g (idem gli altri frutti da guscio), i semi di zucca 5 g per 100 g (idem i semi di sesamo e di girasole). Salmoni, aringhe e pesce spada, tanto per fare un raffronto, contengono 1,1-1,9 g per 100 g, il merluzzo ancora meno, stando a 0,15 g su 100 g, e le aragoste, come tutti i crostacei, ne hanno ancora meno, con 0,07 g per 100 g.
Eppure, si continua a bombardare la gente con falsi messaggi, quasi che il pesce scoppiasse di Omega3 e quasi che l’uomo, senza carne e senza pesce, fosse incapace di vivere sano, forte e felice. La realtà è che le istituzioni, le scuole, i governi, le industrie, i media, tifano due cose ben precise: carne-pesce-uova-formaggi-farmaci-integratori da un lato e uomo-debole-malato-schiavo dall’altro.

Un olio denso e giallo chiamato vitamina F

La pseudo-vitamina F, o PUFA, o fattore F, o acidi grassi polinsaturi Omega3-Omega6, è costituito dai grassi acidi polinsaturi, ovvero dall’acido alfa-linolenico ALA, dall’acido gamma-linolenico GLA, dall’acido eicosapentaenoico EPA, dall’acido docosaesaenoico DHA, dall’acido cis linoleico LA e dall’acido arachidonico AA.
Trattasi di un olio denso di colore giallo vivace.
La vitamina F si trova nell’olio di soia, di lino, di girasole, di vinacciolo, ma anche in tutta la frutta secca e nei semini. Penetra facilmente nella pelle. All’aria si ossida facilmente.
Il fattore F all’interno del corpo attiva la sintesi delle prostaglandine, acidi ciclopentanoici derivati dall’acido arachidonico, presenti anche nel liquido seminale, e svolgenti un importante ruolo come mediatori flogistici a contrasto delle infiammazioni.

L’ateroma e l’aterosclerosi, malattia dei maschi occidentali, ma anche dei neri e degli asiatici occidentalizzati

Quando si parla di malattie cardiache viene in testa immediatamente l’ateroma, una diffusa patologia delle arterie, dove le membrane ed i rivestimenti delle pareti arteriose diventano segnate e sfregiate dai depositi grassi di colesterolo.
La circolazione viene impedita e, se le coronarie sono coinvolte in questi fenomeni, si arriva all’angina pectoris, ad attacco cardiaco e a infarto.
Trattasi di condizione prevalente nei maschi del mondo occidentale, dove prevale una dieta ricca di grassi animali saturi, dove si fa poco esercizio fisico, dove si fuma e si è obesi.
L’aterosclerosi è una malattia delle arterie, associata a depositi grassi di colesterolo.

Il by-pass alle coronarie

Le coronarie sono quelle arterie che dall’aorta convogliano il sangue al cuore. Sono le prime ad essere esposte e colpite dall’aterosclerosi, rimpicciolendo progressivamente la loro portata per causa delle placche e degli ateromi.
Le operazioni di bypass alle coronarie sono ormai pratica corrente e di relativo successo, in quanto ripristinano entro certi limiti la qualità della vita.
Si prende una sezione di vena dalla gamba del paziente, e la si utilizza inserendola al posto del vaso ostruito.

Un agonizzante dolore al petto

La trombosi alle coronarie è un blocco improvviso di una delle arterie coronarie da parte di un trombo, di un grumo, di un embolo, di un coagulo.
Alla vittima viene un agonizzante dolore al petto, accompagnato da nausea e vomito, e collassa letteralmente. La sua pelle diventa pallida, sudaticcia ed appiccicosa, la temperatura si alza e ha gravi difficoltà respiratorie. La parte del cuore che subisce l’interruzione rifornitiva del sangue subisce una necrosi, cioè muore, causando quello che si chiama infarto al miocardio.

Statistiche da brivido

Le cifre parlano chiaro. Si parla di 10 milioni di malati nel mondo, di cui quasi 2 milioni negli USA.
Per gli attacchi cardiaci si hanno 225.000 nuovi casi/anno di cui 24.000 negli USA.
Le cardiopatie rappresentano nel mondo occidentale, ed anche in Italia, la causa prima di mortalità.
I fattori specifici di rischio sono l’ipercolesterolemia, l’ipertensione, il diabete, il fumo, l’iperomocisteinemia.

Il fumo di sigaretta è quanto di peggio possa esistere al mondo

Il fumo è tremendo in quanto abbassa la capacità vitale e respiratoria. E’ causa di eventi trombotici e di aritmie ventricolari, in quanto fa aumentare il tono simpatico, riducendo la soglia di fibrillazione ventricolare.
Il monossido di carbonio prodotto dal fumo può causare ischemia, in quanto riduce la capacità di trasporto ossigenante dell’emoglobina, trasformandola in carboemoglobina.

L’esacerbazione dei sintomi in sede di richiesta d’ossigeno

I malati di cardiopatie acute sono asintomatici fino a quando l’ostruzione dell’arteria malata non produce segnali di ischemia (esempio angina, claudicatio, ictus), o finchè non si verifica una reale complicanza tipo trombo, embolo o aneurisma. L’inizio dei sintomi è graduale, poiché l’arteria si restringe gradualmente.
L’esacerbazione acuta dei sintomi tende a verificarsi nei picchi di richiesta di ossigeno, come ad esempio in una fatica sportiva. Spesso l’insorgenza può essere drammatica in quanto l’arteria si occlude improvvisamente, magari a causa di un’intensa emozione allo stadio, o di un’eccitazione di carattere ancora diverso in camera da letto.

Una nuova malattia chiamata iper-omocisteinemia

L’iperomocisteinemia è una condizione patologica multifattoriale. Il fatto che il medico americano Ray D. Strand, uno dei medici più specializzati nel combatterla, abbia evocato la necessità di alimentarsi non come Cambridge (5 pasti di frutta al giorno) ma assai meglio (7 pasti di frutta almeno), fa capire meglio le sue origini e le sue cause.
L’iperomocisteinemia, da sola e di per sé, non rappresenta un fattore di rischio-trombotico, ma è la compresenza di alto colesterolo LDL che rende il tutto complicato.
L’omocisteina alta può anche essere disordine ereditario nel metabolismo dell’aminoacido metionina.
Tra le concause troviamo il tabagismo, il caffè, l’alcol, l’alimentazione carnea, la gastrite, l’inattività fisica, le carenze vitaminiche associate di B6-B9-B12, l’ipotiroidismo, l’insufficienza renale, il diabete la psoriasi, la celiachia, le neoplasie mammarie, ovariche e pancreatiche, l’uso di farmaci antagonisti all’acido nicotinico o vitamina B6 (tipo ciclosporina, teofillina, colestiramina, tiazide).

La rilevante scoperta di Kilmer McCully e la quota normale di 5-15 micromolecole/L

L’omocisteina è un aminoacido non proteico, prodotto dal metabolismo della metionina.
Venne scoperta nel 1968 da Kilmer McCully, mentre stava facendo ricerche su una rara malattia genetica, chiamata poi ipercisteinuria.
Ai bambini colpiti da questa malattia mancava l’enzima trasformante la tossica omocisteina in sostanze utili ed innocue, per cui morivano in giovane età per infarto o colpo apoplettico.
La quota considerata normale è di 5-15 umol/L (micromolecole o unità molecolari per litro di sangue).

La medicina nutrizionale-integrativa del dr Strand, più doping che cibo

Meglio però se si sta sotto il livello 7, mentre andando oltre il 12 può già essere problematico, secondo Ray Strand, nel suo best seller dal titolo alquanto allarmistico “What your doctor doesn’t know about nutritional medicine may be killing you” (Quello che il tuo dottore non sa sulla medicina nutrizionale può ucciderti).
Il problema del dr Strand è che, pur sapendo che vitamine sintetiche e integratori minerali-ormonali richiedono dipendenza totale e crescente a vita, pena crollo del’intero castello artificiale assemblato a sostegno, ha scelto ciononostante questa via terapeutica della medicina cosiddetta nutrizionale, basata cioè sulla nutrizione a base di pasticche integratrici, o meglio di stampelle biochimiche.
Una nutrizione che non è dunque nutrizione ma dopatura bella e buona, cioè anti-nutrizione per antonomasia. La cosa buona di Ray Strand è che lo riconosce e lo dice con chiarezza. Chi si droga di vitamine sintetiche, e di integratori minerali ed ormonali, deve continuare a farlo a vita, se non vuole ritrovarsi bloccato per strada con gli stessi problemi iniziali più l’aggravio degli interessi passivi.

Tutto parte dalle eresie storiche sulle proteine nobili e sugli aminoacidi essenziali.

Del resto l’omocistena è considerata oggi uno dei più importanti fattori di rischio cardiovascolare.
L’aminoacido cistina, suo precursore, è dannoso per l’organismo poiché può causare disfunzione dell’endotelio vascolare (la parte che ricopre i vasi sanguigni), con formazione di radicali liberi dell’ossigeno e interferenza con la funzione vasodilatatrice.
L’omocisteina alta è fattore di ipercoagulazione, e comporta sempre più spesso il ricorso a terapie anticoagulanti a base di eparina di maiale (esclusività mondiale della Pfizer).
In un organismo ben funzionante l’omocisteina viene di nuovo ritrasformata in metionina, producendo pure glutatione (fattore antianemico formato da acido glutammico, cisteina e glicina) e SAMe (ormoni steroidei e creatine).

L’unica cosa nobile ed essenziale è un organismo pulito e funzionante

Non è possibile parlare di queste cose senza demonizzare il bordello storico delle proteine nobili e degli aminoacidi essenziali.
Nobili? Nobili prese per i fondelli. Tutto grazie a un certo dr Rose che trascorse la sua vita a sezionare scimmie e topolini, e che confuse le esigenze proteiche dei sorci bianchi con quelle umane.
Essenziali? Essenziali per mandare la gente nei reparti di cardiologia, di dialisi e di cancerologia.

Non esisterebbe un problema metionina-omocisteina senza una folle dieta alto-proteica

La metionina è un aminoacido solforato introdotto con la dieta iperproteica (carne, latte, uova), ed è un lipotropico dei grassi metabolici (aiuta a catalizzare la disintegrazione), come lo sono la colina, la biotina e l’inositolo (epatoprotettori ed antidegenerativi epatici che stanno nella frutta, negli spinaci, nei cavoli, nei cereali, nelle noci, e che sono utili assai più della metionina per l’utilizzazione e lo smaltimento del grasso e del colesterolo).

Omocisteina e sistema renale

Il metabolismo dell’omocisteina si svolge in gran parte nel rene per remetilazione o per transulfurazione.
Nella remetilazione c’è utilizzo di enzimi come la metionina-sintasi e la betaina-sintasi, e si ha come catabolita finale ancora la metionina.
Alla remetilazione ci si arriva con due processi che sono il ciclo dei folati (B2-B9-B12) più l’enzima metionina-sintasi, e il ciclo della betaina (con l’enzima betaina-sintasi).
Nella transulfurazione, grazie al fattore CBS cistationina-B-sintetasi della B6, la cistationina coadiuvata dal coenzima B6, catalizza la reazione condensante tra omocisteina e serina (neurotrasmettitore-inibitore), con formazione di cistationina che viene degradata a cistina.

Dna e chimica di trasferimento cellulare

Tutti i meccanismi di invecchiamento hanno come comune tracciato finale dei cambiamenti strutturali del Dna. Se è elegante il processo di traduzione del codice triplo di un gene in una proteina completata, ancor più sofisticato è osservare come una cellula sappia quale dei suoi 100.000 geni trascrivere, quante copie trascrivere e in quale frequenza. Il più importante singolo principio organizzativo cellulare viene realizzato tramite la chimica di trasferimento del gruppo metilico CH3. Il gruppo metilico CH3, radicale monovalente, dice alla cellula quali parti del Dna non trascrivere onde evitare l’invecchiamento precoce o aberranti crescite cancerogene.

Vietato perdere gruppi metilici CH3

Le ultime ricerche in biochimica suggeriscono che il comune tracciato finale dell’invecchiamento è la perdita graduale di metili o gruppi metilici CH3 da parte del Dna, tramite meccanismi come lo stress ossidativo, la tossiemia interna, le deficienze vitaminiche (tutti acceleratori di perdita metilica).
Trattasi di perdita organizzativa-informativa, sia nella replicazione dei tessuti che nella sorveglianza immunitaria. Una perdita del 40% circa dei gruppi metilici rispetto ai livelli di nascita viene associata al crollo degenerativo dell’organismo.
Rallentare, fermare ed invertire la perdita e la continua emorragia metilica dal Dna è un processo che rallenta, ferma ed inverte l’invecchiamento corporale.

Alta omocisteina uguale accorciamento telomeri e metilazione indebolita

Il segnale della chimica del sangue che indica una metilazione indebolita del Dna è proprio l’elevazione dell’omocisteina. Alti livelli di omocisteina accelerano infatti l’accorciamento dei telomeri, che sono i terminali dei cromosomi (dal greco telos, che significa fine).
Ad ogni divisione cellulare, la sequenza inizialmente lunga dei filamenti telomerici tende a scheggiarsi, a sfilacciarsi e ad accorciarsi.

L’importanza di mantenere l’omocisteina non nel range 5-15 ma ai minimi livelli

L’omocisteina diventa dunque il barometro funzionale del corpo umano.
Il suo livello offre una lettura generale della condizione metilica, ovvero della condizione della chimica di trasferimento di gruppo metilico nel corpo.
Quanto più alto sopra il livello di 6,3 è il livello di omocisteina, tanto più povera è la metilazione del Dna, e tanto più alti sono i rischi per la salute.

Alimentazione intossicante caseo-carneo-ittica uguale omocisteina alta

L’omocisteina è un prodotto residuo del dissesto metabolico dell’aminoacido metionina.
L’omocisteina alta è il segnale che abbiamo usato carburante fasullo, carburante cadaverico.
E’ necessario avere un minimo di omocisteina nel sangue per il suo ruolo nei cicli vitali metabolici, ma essa, oltre una bassa soglia, diventa sempre più tossica e va a combinarsi col colesterolo LDL per promuovere ossidazione.
Il colesterolo non ossidato sembra essere innocuo per i vasi sanguigni, persino ad alti livelli, ma basta una piccola ossidazione per trasformarlo in micidiale agente di aterosclerosi.
L’omocisteina elevata incrementa pure la tendenza del sangue a coagularsi e a precipitare acute trombosi vascolari, ed accelera l’accorciamento dei telomeri nelle cellule degli interni vascolari, e indebolisce la produzione di ossido nitrico endoteliale, importante neurotrasmettitore.

Aumento esponenziale del rischio cardiovascolare e del rischio Alzheimer

Sulla base di quanto sopra, i rischi cardiovascolari crescono in modo esponenziale.
Se a un livello omocisteinico 6,3 si ha un rischio cardiaco uguale a 1, al livello 10 si ha rischio uguale a 2, al livello 15 si va a rischio uguale a 4 e, a livello 20, il rischio passa addirittura al punto 9.
Recenti studi condotti alla Boston University hanno confermato che, a un livello di omocisteina 15, il rischio cardiaco è 4 volte superiore alla media generale, e per l’Alzheimer il rischio è 2 volte superiore alla media.

Ridurre il livello di omocisteina significa ripristinare la salute

L’omocisteina elevata si accumula nelle cellule tumorali e le trasforma in maligne bloccando loro il flusso metabolico e causando cachessia e cancro. Negli studi specifici condotti, l’abbassamento intenso dell’omocisteina ha rinormalizzato le cellule, e ha pure invertito il restringimento dei vasi sanguigni affetti da aterosclerosi. Ogni caduta di un punto in omocisteina riduce il rischio cardiaco del 10%.
E’ di moda parlare di chelazione, di cattura ed espulsione di minerali velenosi dal corpo.
Esiste la chelazione anche per l’omocisteina? Ci si può disintossicare da essa? Sicuramente.

Metodi per disintossicarsi dall’omocisteina

Ci sono soluzioni, tanto teoriche e scadenti le 1 e la 2, quanto concrete e potenti invece la 3 e la 4:

1) Transulfurazione mediante vitamina B6 (piridossina) e zinco, per convertire l’omocisteina prima in cistationina e poi nella benefica cistina aminoacida solforosa, che si sintetizza poi nel potente antiossidante e anticancerogeno glutatione.
2) Remetilazione mediante acido folico B9 e cobalamina B12.
3) Alimentazione mediante trimetilglicina (TMG) o betaina.
4) Chiusura rubinetto veleni e stop all’alimentazione alto-proteica.

La scoperta della trimetilciclina nelle umili e preziose bietole

La TMG o trimetilciclina o betaina sta in abbondanza nella pianticella chiamata beta vulgaris.
Le comuni erbette possiedono infatti 3 gruppi metilici da donare (da cui il nome trimetil).
Non a caso fanno venire l’urina temporaneamente rossa. Non a caso mezzo litro di succo fresco abbassa la pressione del sangue nel giro di un’ora, dopo 3-4 ore l’abbassa ulteriormente, e conferma la tendenza anche dopo le 24 ore. La TMG, tramite uno specifico enzima epatico (transferasi-metilina) elargisce un gruppo metilico all’omocisteina e fa aumentare la produzione di SAMe e di S-adenosil-metionina.
Tutti gli enzimi che reintegrano i gruppi metilici nel Dna usano SAMe come esclusivo elargitore di gruppo metilico. I gruppi metilici vengono usati per fare serotonina, melatonina e altri neurotrasmettitori che supportano la mielinazione dei nervi e la ricostruzione dei tessuti nelle giunture.

Classificate dai romani come cibo afrodisiaco per il boro

In un saggio dal tipolo Hypertension, pubblicato recentemente dall’American Heart Association, si ricorda come le bietole (erbette) e anche la beta vulgaris, al tempo dei romani fossero considerate afrodisiache. In effetti hanno abbondanza di boro, minerale basilare per la produzione di ormoni sessuali. In più, sono ricche di buoni nitrati che inducono rilassamento endoteliale, vasodilatazione e aumento del flusso sanguigno. Qualche limitazione? Sì, contengono ossalati, come gli spinaci.

L’importanza della chimica organica ormonale

Due parole le meritano anche i neurotrasmettitori, che possono essere eccitatori (come la dopamina, la noradrenalina e l’epinefrina), o inibitori (come la serotonina, la melatonina e la serina), colinergici (come l’acetilcolina) e dopaminergici (come la dopamina), semplici (come l’acido gamma-aminobutirrico GABA e l’acido glutammico, i più diffusi nel cervello) e biogeni (seratina, dopamina, acetilcolina e noradrenalina, i più diffusi nel sistema nervoso periferico), neuropeptidi o neuromediatori (endorfine, sostanza P, neurotensina, encefalina).

Precursori, cofattori e congiunzioni

Tra i neurotrasmettitori ci sono pure le sostanze nootrope, che forniscono al corpo i precursori e i cofattori di cui ha bisogno per le sue sinapsi, per le sue congiunzioni cellulari, per i suoi microscambi.
E c’è pure la ATP adesina trifosfato, nucleotide usato nelle cellule come coenzima ed unità molecolare nel trasferimento dell’energia intracellulare.

Per la salute cardiocircolatoria serve bassa omocisteina e alta funzionalità ormonale

Quando si dice salute in generale, e salute cardiaca in particolare, non si dice solo omocisteina bassa, ma anche neurotrasmettitori funzionanti al meglio, e dunque buon equilibrio neurovegetativo e buon equilibrio endocrino-ghiandolare.
I neurotrasmettitori sono dunque tra le sostaze chimiche organiche fondamentali del sistema nervoso.
La loro complessità, la loro stupefacente e disarmante logica, testimonia la meravigliosa armonia che serve per far funzionare al meglio la macchina umana.
Un motivo in più per vivere in coerenza e non in conflitto con le esigenze del nostro organismo.

Bassa-proteina è lo slogan: come dire la rivincita del grande Pitagora

“Low-protein food is recommended”, è l’ultimo slogan delle libere autorità nutrizionali statunitensi, quasi parafrasando il principio-base del grande Pitagora sulla necessità umana di stare sempre sulle diete basso-proteiche nella salvaguardia della salute.
Low-protein per disintossicarsi dall’omocistena.
Low-protein per sconfiggere il colesterolo ossidato e i radicali liberi.
Low-protein per fluidificare il sangue e rendere la circolazione un vantaggio e non un problema.
Low-protein significa dieta vitale a base di frutta multicolore in prevalenza, e verdura cruda a foglia verde in abbondanza, senza scordare radici, semini, cereali e frutta secca da guscio.

Spero nella bonarietà del professor Barnard

Siamo partiti parlando di cuore, ed è giusto concludere tornando ad esso.
Abbiamo spaziato sul sangue, sulle coronarie, sul respiro, sui polmoni, sul colesterolo, sull’eparina, sull’omocisteina, sui metili e sui neurotrasmettitori. Su tutto fuorchè sulle statine. Su tutto fuorchè sulla cardiochirurgia. Su tutto fuorchè sui trapianti.
Non me ne voglia il professor Christiaan Barnard, passato nel frattempo a migliore vita. Serbo di lui un ottimo ricordo come persona. La sua opera è stata ugualmente grande. Gli errori di percorso, anche i più clamorosi come il suo, finiscono prima o poi per trasformarsi in cruciali insegnamenti.

Il cuore è un falso problema. La lezione di Graziano Ganzit.

E non me ne vogliano i tanti pazienti in lista di attesa di un cuore nuovo. Nulla ho contro la loro voglia di guarire e di agganciarsi, in qualunque modo possibile, al treno della vita. Sto solo dicendo che il più delle volte il cuore è un falso problema, e che la riconquista della salute tramite trapianto può essere miraggio e niente altro che miraggio. Esistono strade alternative.
Il mio grande amico Graziano Ganzit ha capito la situazione meglio di chiunque altro (vedi tesina Una vita artificiale, cioè priva di morte, del 26/1/11).

Valdo Vaccaro – Direzione Tecnica AVA-Roma e ABIN-Bergamo

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Cancella strisce per disabili per parcheggiare, denunciato

Il dipendente di una cooperativa che si occupa della manutenzione della segnaletica stradale, per avere un posto auto direttamente sotto casa, ha dipinto di bianco le strisce gialle orizzontali riservate alla sosta dell’auto di una persona disabile. Per avere piu’ spazio, il quarantunenne ha inoltre ristretto le strisce bianche della sosta gia’ esistenti e ha messo una ‘X’ in corrispondenza del portone della sua abitazione: in questo modo ha impedito ai concittadini di parcheggiare e ha creato un posto auto ‘esclusivo’ per la sua famiglia. L’uomo, che risiede a San Donaci, piccolo Comune della provincia di Brindisi, e’ stato denunciato a piede libero dai carabinieri. Fonte: Ansa 23 / 08 / 2010

Che fortuna essere invalidi!

Salve sono Casolaro Rosa una persona invalida di San Giorgio a Cremano. Percepisco solo 500 euro di pensione al mese mentre mio marito ne percepisce solo 200 al mese in quanto anche lui invalido. Abito in piazza Trieste e Trento N 10. Parlo a tutela di tutte le persone invalide di San Giorgio a Cremano. Da oggi la nuova società strisce blu ha deciso che noi invalidi possiamo solo parcheggiare sul singolo posto invalidi (precisando che c’è un solo posto invalidi ogni 40 posti macchine), e se lo troviamo occupato, dobbiamo parcheggiare sulle strisce blu e pagare (fortunatamente solo 40 cent rispetto a 1 euro che paga il comune cittadino… che fortuna esse invalidi si risparmia sulle strisce blu 60 cent). Se trovo poi il posto invalidi occupato sotto casa mia, ovviamente la devo parcheggiare come dicevo sulle strisce blu e la nuova societa’ ha deciso che ogni ora l’invalido siccome gode di ottima salute deve scendere ogni ora per mettere il grattino, mettendo in conto che io abito al 8° piano e se l’ascensore si guasta io siccome sono appunto sana come un pesce devo scendere a piedi e risalire a piedi ogni ora. Io mi reputo fortunata ad avere l’ascensore, pensate a quanti invalidi devo scendere e salire a piedi non avendo l’ascensore. Mi chiedo una giornata tipo dove esco e mi accompagnano con l’auto al mercato per fare la spesa, trovo il posto invalidi occupato e quindi per parcheggiare pago le strisce blu, poi mi reco alla posta idem e pago, poi all’Asl, idem… ma insomma questi pochi soldi al mese li devo spendere per pagare i parcheggi?Vi ricordo che noi invalidi abbiamo la macchina non per lusso, ma per necessità, (non mensionando poi l’assicurazione, il bollo e le altre spese per essere in regola. D’altronde il parcheggio della vesuviana dove abito si paga anche di notte, cosa inesaudita, non si è mai sentito che un parcheggio è a pagamento anche di notte. Noi invalidi non solo abbiamo problemi fisici e nel mio caso anche economico, ma dobbiamo anche essere presi in giro in questo modo con articoli su internet ‘agevolazioni STRISCE BLU per invalidi a San Giorgio, ma quali agevolazioni se non veniamo tutelati da nessuno, io mi sento trscurata dalle autorita’ che invece dovrebbero venire incontro ai problemi del cittadino in generale. Siccome la situazione e’ molto grave e nessuno ha cercato di evitare tutto questo disagio alle categorie deboli, io vado avanti e chiamero’ in causa tutte le autorita’ competenti di San giorgio a Cremano. E mettero’ in evidenzia ai giornali regionali e se necessita Striscia la notizia, mi manda rai 3 tutta la vergogna e l’assurdita che si attua nei confronti di coloro che sono deboli da parte di amministrazioni che non hanno un briciolo di umanita’ e sensibilita’ nei confronti dei cittadini che hanno difficolta’.,con la speranza di trovare qualcuno con più sensibilita’ nei nostri riguardi. Spero che si risolva la situazione nel piu’ breve tempo possile altrimenti non mi fermero’ davanti a niente e a nessuno. RICORDADEVI L’INVALIDO NON SI TOCCA, PER NESSUN MOTIVO. Ci dicono di aspettare ancora giorni per prendere una decisione al riguardo al nostro comune, ma intanto noi dobbiamo pagare, come possiamo fare?
Rosa Casolaro

Sei anni fa, in seguito ad una sepsi, Pascal da Silva, un trentanovenne girondino del comune di Camarsac, è statoamputato di una parte delle sue dita e di due gambe. E’ quindi unportatore di handicap. “Ho un’invalidità all’80%, ho una carta che lo dimostra.” Un documento essenziale anche se certo il giovane girondino non vorrebbe dimostrarlo in situazioni di piena umiliazione, quello che gli è successo venerdì scorso. Ha dovuto mostrare le sue protesiper giustificare il parcheggio nel posto riservato a chi è un disabile.

L’Ikea obbliga un disabile a mostrare le protesi per avere un parcheggio

SHOCK ALL’IKEA – Probabilmente farà causa contro un vigilante dell’Ikea di Bordeaux. Alle 20 e 30 di ieri, quando è andato al centro commerciale per acquistare un divanetto, Pascal ha parcheggiato la sua macchina nel posto auto riservato ai disabili.  Ha messo la sua carta che certifica il suo status sotto il parabrezza e si è incamminato con moglie e figlia presso l’Ikea, quando è stato fermato da un’agente di sicurezza che voleva verificare la regolarità del suo parcheggio. Secondo il direttore del negozio, Bruno Salasc, l’eccesso di zelo è dipeso dal fatto che Pascal era arrivato al centro commerciale guidando lui stesso la macchina. L’agente non ha visto nessuna persona apparentemente portatrice di handicap e ha così fermato Pascal, accusandolo di volerlo fregare dopo che gli aveva mostrato i suoi documenti.

UMILIAZIONE IN PUBBLICO – ” Dopo aver avvertito i colleghi via radio mi ha detto di seguirlo in ufficio, mentre mia figlia piangeva perchè vedeva trattato suo padre come un ladro. L’agente di sicurezza mi diceva che non ero un vero portatore di handicap, perchè avevo solo un paio di dita tagliate. I suoi modi erano oltremodo volgari, oltre che violenti. ” Per essere convinto l’agente allora ha voluto una prova, e ha costretto Pascal a mostrare le sue protesi in pubblico, alzando i pantaloni. “Un’umiliazione terribile”, come afferma il trentanovenne girondino.

CAUSA ALL’AGENTE – Per i toni aggressivi e per l’umiliazione subita in pubblico Pascal ha deciso di denunciare la catena svedese. Una decisione presa anche perchè Pascal da Silva non sopporta come vengono trattate le persone come lui. “Sono un concessionario d’automobili, vivo bene, ma nell’immaginario collettivo i portatori d’handicap devono essere persone sofferenti, povere, che vivono male. Invece io voglio essere come gli altri, e godere la vita per quanto posso. Non mi vergogno affatto per quello che sono, e non capisco perchè dovrei. Solo perchè cammino grazie alle protesi, non avrei il diritto di parcheggiare in un posto riservato alle persone disabili?”.

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Si parla ormai solo di spread, azioni, borsa….ma la verità è che l’Italia è lontana dallo standard di altri paesi dell’Europa, io è da anni che lotto con barriere architettoniche, stazione ferroviarie che sono dei veri trabocchetti, marciapiedi, scale, insomma qui da noi non c’è un minimo di sensibilità e cultura. Pubblico questo articolo di Sabrina perché è veramente molto bello e ci rivela lo stato disastrato in cui viviamo tutti i giorni, allego la legge che purtroppo esiste ma non viene messa in pratica. Così tutte le città Italiane sono una vera tragedia, come le ferrovie, i treni con scalini che sfidano l’intelligenza umana. I fondi ci sono ma vengono accantonati per altre cose, questo è ancora più vergognose, l’Europa ci da delle possibilità, ma non non le usiamo. Siamo all’ultimo posto, io credo che prima dovremmo iniziare da qui la nostra risalita, non dallo spread o azioni. La cultura di un paese si misura qui non nelle altre situazioni. Spero tanto che se ci sarà una rinascita parta da questo gradino….scusate scivolo……cF

Disabili

Barriere architettoniche. Le nostre città?  Un percorso a ostacoli   di Sabrina Bachini 

Scale, marciapiedi, intercapedini e gradoni. Le nostre città diventano un percorso a ostacoli per i ‘disabili’ e il completo abbattimento delle barriere architettoniche è ancora una meta lontana. Per capirlo, immaginiamo la giornata tipo di una persona disabile a Roma.

Senso civico, solidarietà e abbattimento delle barriere: queste componenti sono le fondamenta portanti per la costruzione della società.

Nel 2010 l’Italia non è ancora riuscita a tenere il passo con le altre nazioni europee per quanto riguardal’abbattimento delle barriere architettonicheche impediscono alle persone disabili di usufruire delle strutture e dei servizi come dovrebbero. Esistono ancora dei limiti per queste persone, nonostante il governo prometta di stanziare fondi per la costruzione di strutture per la risoluzione del problema.

Il nostro Paese si conferma sempre ‘il fanalino di coda’della Comunità Europea, restando arretrato sotto molti punti di vista. Non esistono fondi sufficienti, a fatica vengono varate leggi in merito, non vengono realizzate sufficienti strutture accessibili a tutti e persino i mezzi pubblici, spesso, non possiedono la pedana per consentire l’entrata a persone disabili.

Bisognerebbe essere presenti e cercare di muovere le coscienzedi chi ha potere di cambiare questa situazione e ha la colpa di non volerlo fare. Perché se si vuole si può.

Immaginando la giornata tipo di una persona disabile, ci si può rendere conto di quanto si deve ‘lottare’ per sopravvivere.

Come accennato sopra, a Roma i mezzi pubblici non sono ancora dotati delle strutture sufficienti affinché tutti possano accedervi. Per arrivare a San Pietro, ad esempio, occorre fare un percorso diverso da quello che di solito si consiglia di fare. Non ci sono ascensori e montascale nella stazione della metropolitana più vicina per giungere a Città del Vaticano. Sulla linea A sono attualmente in servizio solo 39 treni attrezzati anche per il trasporto di disabili su sedia a ruote, dotati di avvisatore acustico di fermata e sistema automatico di apertura/chiusura porte in sicurezza, ma dovrebbero esisterne di più e da più tempo.

metro roma
A Roma sono solo 11 le stazioni della linea A dotate di percorsi e mappe tattili per i disabili visivi, le restanti 15 sono dotate solo di un codice di arresto pericolo lungo la banchina

Sono solo 11 le stazioni della linea A dotate di percorsi e mappe tattili per i disabili visivi, le restanti 15 sono dotate solo di un codice di arresto pericolo lungo la banchina. Tutti gli ascensori presenti sono dotati di pulsantiera in Braille, di annunciatore di sintesi vocale (italiano/inglese) che informa sulle varie fasi di funzionamento e sul piano servito, mentre sono installati impianti montascale nelle tre stazioni prive di ascensori.

Purtroppo, però, questiascensori spesso non sono funzionanti e non hanno il pulsante di chiamata attivo. L’ascensore esterno della stazione Subaugusta è quasi sempre fuori servizio. Un disabile che deve prendere la metropolitana da lì, è costretto spesso a restare fuori senza riuscire a comunicare con il personale di servizio per accedere ai treni della metro. In questo caso, ci deve essere una persona di accompagno che possa scendere al gabbiotto al piano di sotto, chiamare il personale e farsi aiutare.

Capita che i responsabili della stazione Subaugusta lavorino al capolinea Anagnina, per cui devono arrivare da lì, capire il problema per cui non funziona il pulsante di chiamata dell’ascensore e quindi risolverlo. Il tempo minimo che passa per effettuare tutte queste operazioni è di almeno 30 minuti. E non sempre si ha la fortuna di trovare qualcuno nei gabbiotti delle stazioni della metropolitana.

Le stazioni della linea B, invece, sono tutte dotate di ascensori e montascale, tutte provviste di mappe tattili e di ascensori con pulsantiera in Braille e annunciatore di sintesi vocale. Ma è ancora in fase di attuazione un piano per l’installazione ex novo o l’adeguamento di percorsi tattili e mappe, secondo il modello realizzato nella stazione Manzoni. È ancora in corso il progetto di ristrutturazione del ‘nodo Termini’ secondo i criteri di accessibilità sicurezza. Questo progetto doveva essere già stato attuato, ma i tempi di realizzazione e di attesa sono sempre infiniti. E questo crea molte difficoltà di accesso dalla linea A alla B.

autobus pedana
Molti autobus non sono dotati di pedane per consentire il facile accesso ai disabili sulla sedia a ruote

Molti autobus non sono dotati di pedane per consentire il facile accesso ai disabili sulla sedia a ruote; i pochi che ci sono fanno un percorso limitato al centro di Roma, mentre la periferia è scarna di bus attrezzati.

Il problema si estende anche alle abitazioni e ai negozi. Molti palazzi, soprattutto quelli costruiti prima del 2000, spesso non hanno l’ascensore fino alla fine della rampa delle scale, impedendo al disabile di arrivare al piano terreno senza dover trovarsi di fronte una serie di gradini che dividono il piano con l’accesso esterno.

Per quanto riguarda i mezzi di locomozione, anche moltecompagnie aeree presentano difficoltà.

Un disabile che prenota un biglietto aereo, spesso, è costretto ad attendere giorni interi per avere la conferma della prenotazione del posto. Si deve sempre comunicare agli addetti della compagnia l’imbarco della sedia a ruote e attendere la conferma della disponibilità e della presenza di posti (ogni aereo, normalmente, ha solo 2 posti a disposizione per i disabili). L’attesa si prolunga al momento della comunicazione, da parte dell’agenzia viaggi alla compagnia, per il bisogno di accompagno di cui necessita la persona disabile per accedere all’imbarco in areo dalla postazione del check in.

Gli aeroporti sono dotati di pullman che agevolano l’ingresso all’area imbarco, ma spesso il conducente si fa attendere oppure costringono la persona ad entrare con un largo margine di anticipo, costringendo la persona a stancarsi e a non poter usufruire di nessuna struttura per poter passare il tempo in attesa della partenza del volo.

Basterebbero alcune regole di buona condotta e sicuramente più fondi a disposizione per l’abbattimento di queste barriere, insieme al senso civico e alla sensibilità che deve essere in ognuno di noi per far presente questo ‘limite’ che ancora caratterizza negativamente il nostro paese. In questo modo non ci saranno più quelle situazioni di disagio e gli spiacevoli inconvenienti che continuano pesantemente a voler sottolineare il differente ‘trattamento’ fra le persone meno fortunate e quelle che invece non si domandano nemmeno se esiste questa realtà.

DISCIPLINA DELLE BARRIERE ARCHITETTONICHE ALLA LUCE DELLA RECENTE GIURISPRUDENZA Del tema delle barriere architettoniche si sono occupati, ciascuno per le proprie competenze, i giudici ordinari, amministrativi e contabili. Va subito premesso che le decisioni non sono tutte univoche nel riconoscere la prevalenza dei diritti del disabile anche se, a onor del vero, le pronunce di segno negativo rappresentano la netta minoranza (circa il 15%) rispetto alle sentenze conosciute, derivano, per quanto consta, solo da giudici ordinari e, in ogni caso, negli ultimi tre-quattro anni la giurisprudenza si è sempre più orientata verso il riconoscimento dei diritti del disabile.

I giudici soprattutto nell’applicazione dell’art. 2 della L. 13/89 (in materia di eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati) si sono trovati spesso di fronte al bivio del bilanciamento dei contrapposti interessi: quello del portatore di handicap all’eliminazione delle barriere (diritto, questo, riconosciuto dalla legge ordinaria e che trova la consacrazione, perlomeno indiretta, negli articoli 2, 3, 32 e 38 Cost.) e quello, pure rilevante, della proprietà privata, anch’esso sancito a livello costituzionale (art. 42 Cost.). La stessa L. 13/89, nell’art. 2, comma 3, fa salva la norma contenuta nell’art. 1120, comma 2, cod. civ. che vieta quelle innovazioni che rechino pregiudizio alla stabilità o alla sicurezza del fabbricato, che ne alterino il decoro architettonico o che rendano talune parti comuni dell’edificio inservibili all’uso o al godimento anche di un solo condomino.

*** In linea di massima i (pochi) precedenti negativi (di svariata

provenienza, da qualche Pretura e Tribunale alle Corti d’Appello di Napoli e Genova e fino alla Cassazione, in una pronuncia del 1994) hanno negato al portatore di handicap il diritto di realizzare, anche a proprie spese, una rampa di accesso e finanche l’ascensore, dando invece di volta in volta la prevalenza alle contrapposte esigenze di conservazione dell’estetica dell’immobile e del suo sfruttamento comune da parte di tutti i condomini (Pret. Milano 18/4/89) oppure a quelle del singolo condomino (in caso di intollerabile pregiudizio o anche di danno apprezzabile per quest’ultimo: Trib. Napoli 13/11/91); in qualche occasione i giudici (e tra questi la Cassazione con la citata sentenza del 1994) sono arrivati perfino a pronunciare la nullità delle delibere di assemblee condominiali che avevano già autorizzato le innovazioni con le speciali maggioranze previste dall’art. 2 della L. 13/89 ritenendo che tali delibere determinassero per i condomini una sensibile menomazione dell’utilità derivante dall’originaria comunione immobiliare o un sensibile deprezzamento dell’unità immobiliare anche di un solo condomino (Cass. 25/6/94 n. 6109; App. Genova 27/12/97; App. Napoli 27/12/94). Ancora, è stato negato ad un disabile un provvedimento d’urgenza volto all’eliminazione delle barriere architettoniche in quanto si trattava di un disabile non residente nell’immobile (Trib. Savona 26/5/94). Infine, più recentemente il T.A.R. della Lombardia ha autorizzato l’apertura di un ambulatorio odontoiatrico privo dei requisiti ex d.m.

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n. 236/1989 in materia di eliminazione delle barriere architettoniche, basandosi sulla specialità della normativa sanitaria che si sovrappone a quella generale a favore dei disabili (T.A.R.Lombardia Milano, sez. I, 17 gennaio 2001, n. 97).

*** Tuttavia, a fronte di queste poche sentenze di segno negativo per il disabile, sta un panorama giurisprudenziale sostanzialmente favorevole in materia di barriere architettoniche fin dal periodo

immediatamente successivo all’emanazione della L. 13/89. Infatti è stato più volte ritenuto che l’installazione ex novo dell’ascensore non costituisca un’innovazione vietata ma piuttosto una modificazione necessaria per il miglior godimento della cosa comune, anche se incidente sul compossesso degli altri condomini (Trib. Milano 14/5/89; Pret. Catania 14/5/91; Pret. Pordenone 14/6/94) e anche se comportante il restringimento del vano scala comune (App. Genova 3/2/99), che l’interesse del disabile sia prioritario rispetto al modesto sacrificio dei condomini (Trib. Foggia 29/6/91), che prevalgono le esigenze di tutela dei principi di uguaglianza e di solidarietà (Trib. Milano 7/5/92) e il diritto ad una normale vita di relazione (Trib. Firenze 19/5/92). E’ stato altresì imposto in via di urgenza ad un ente proprietario di un edificio pubblico in cui risiedeva un disabile di predisporre un mezzo adeguato di salita e discesa (Trib. Roma 18/4/98). In ogni caso è necessario che il portatore di handicap dimostri la sua condizione secondo le imprescindibili modalità ex art. 4 L. 104/1992 (ovvero

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tramite l’accertamento delle apposite Commissioni mediche), a pena di applicazione delle più rigide maggioranze dell’art. 1136, 5° comma, c.c. (anziché quelle minori cui rinvia l’art. 2 L. n.13/1989)per l’approvazione della delibera condominiale autorizzativa dell’ascensore (Cass., sez.II, 30 gennaio 2002, n. 1197). Infine, si è sottolineato che la Sopraintendenza per i Beni Ambientali ed Architettonici non possa negare l’autorizzazione all’installazione di un ascensore per soddisfare le esigenze di mobilità dei disabili se non prova il “reale e dimostrabile” pregiudizio all’interesse di cui l’amministrazione è portatrice (T.A.R. Lazio, sez. II, 15 febbraio 2002, n. 1061).

Quanto alle norme sulle distanze previste dal codice civile, la giurisprudenza ha interpretato la deroga di cui all’art. 3 della L. 13/89 nel senso che tali norme non si applicano agli impianti indispensabili ai fini della reale abitabilità dell’appartamento e nemmeno alle unità comprese nello stesso condominio (Pret. Catania 20/3/92) e che le maggiori distanze previste dai regolamenti condominiali comunque non si applichino, anche in assenza di spazi o di aree di proprietà o di uso comune (Trib. Genova 13/11/97). Quanto, poi, ai presupposti per poter richiedere l’eliminazione delle barriere, è stato più volte affermato che non occorre la presenza o la residenza nell’edificio di portatori di handicap (Trib. Milano 19/9/91; Trib. Milano 26/4/93), essendo sufficiente la visitabilità dello stesso da parte di tutti coloro che hanno occasione di accedervi, per es. parenti o amici disabili (Trib. Milano 26/4/93;

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Trib. Milano 22/3/93). La L. 13/89, inoltre, è stata ritenuta applicabile anche agli ultrasessantacinquenni (Trib. Napoli 14/3/94; Pret. Roma 15/5/96). Va altresì precisato che, sempre secondo la giurisprudenza, al portatore di handicap non compete alcuna azione di condanna ad un facere (eliminazione delle barriere) nei confronti del Condominio o degli altri comproprietari ma soltanto un’azione di accertamento del proprio diritto ad eseguire, a proprie spese, le opere necessarie per l’abbattimento delle barriere stesse (Pret. Roma 15/5/96).

Quanto, poi, alla Pubblica Amministrazione e, più in generale, alla giurisprudenza amministrativa e contabile, – è stato ritenuto colpevole (e quindi condannato per il reato di omissione di atti d’ufficio) un sindaco che non ha provveduto entro il termine di un anno di cui all’art. 32, comma 21, L. 41/86 a far approvare dagli organi comunali competenti il piano di abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici esistenti (Pret. Firenze 13/12/89);

– durante la costruzione della nuova linea della metropolitana di Roma è stato ordinato in via d’urgenza al Comune di Roma di rimuovere le barriere che impedivano agli handicappati l’accesso alle stazioni e l’uso della metropolitana stessa (Pret. Roma 4/6/90);

– è stato accolto il ricorso del disabile avverso la sanzione amministrativa inflittagli per aver parcheggiato sul marciapiede a causa della presenza di barriere architettoniche costituite dalla

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mancanza di scivoli sul gradino del marciapiede entro un raggio di 200 mt. (Pret. Forlì 7/3/94); – ai fini del conseguimento della pensione di reversibilità è stata ritenuta causa di forza maggiore giustificativa dell’interruzione della convivenza, l’impedimento ad accedere all’abitazione dei genitori (stante la presenza di barriere architettoniche) dell’orfano poliomelitico accolto presso una famiglia di amici (Corte Conti, sez. III, 5/8/93 n. 70358);

– è stato ritenuto legittimo l’affidamento, da parte di una USL ad un’associazione di volontariato a favore di portatori di handicap, dell’incarico di redigere un progetto per l’eliminazione delle barriere architettoniche nei locali della stessa USL (Corte Conti, sez. III, 27/2/97 n. 18), così come l’affidamento dell’incarico all’I.A.C.P. di progettazione delle opere per l’abbattimento delle barriere architettoniche nel contesto del territorio comunale (Cons. Stato, sez. VI, 28/4/98 n. 549);

– al fine di conseguire l’eliminazione delle barriere architettoniche sono state consentite deroghe agli strumenti urbanistici vigenti anche in zone sottoposte a vincoli di tutela integrale in attuazione della normativa in materia di Piani Territoriali Paesistici (T.A.R. Sardegna 27/5/99 n. 695);

– è stata ritenuta sussistere responsabilità contabile a carico del direttore sanitario e del responsabile dell’ufficio tecnico di una USL per aver espresso parere favorevole alla locazione di un immobile, destinato a sede della Commissione invalidi civili, mai utilizzato per

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la presenza di barriere architettoniche, in relazione al danno conseguente al pagamento, da parte dell’ente, dei relativi canoni di locazione (Corte Conti reg. Sicilia, Sez. giurisdizionale, 15/6/99 n. 162) o al mancato uso (Corte Conti Sicilia, Sez. giurisdizionale, 4/6/01 n.105/A).

La giurisprudenza si è pronunciata anche in tema di disciplina processuale e soggetti disabili. Infatti è stato affermato che, in base all’art. 7 L.205/2000, sussiste la giurisdizione ordinaria (e non amministrativa) e la competenza per materia del giudice del lavoro per la controversia instaurata tra un alunno disabile e un istituto scolastico con barriere non ancora eliminate (Trib.Chieti, 30 gennaio 2001).

*** Una via di mezzo tra le decisioni di segno negativo e quelle favorevoli per il portatore di handicap è rappresentata dall’ordinanza del Tribunale di Piacenza del 22/5/2001 che, pur rigettando il ricorso proposto in via di urgenza dal portatore di handicap (che chiedeva di ordinare al Condominio di autorizzare il ricorrente ad installare un ascensore esterno sul lato nord dell’edificio), ha affermato l’interessante principio che, “in generale, è riconoscibile il diritto del condominio a far installare a sue spese un ascensore che consenta un comodo accesso nell’unità immobiliare, sita in edificio sprovvisto di esso, a persona portatrice di handicap, non in forza delle disposizioni di legge relative all’abbattimento delle barriere architettoniche, ma per la

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immediata precettività di norme costituzionali, e tra esse, in particolare, dell’art. 32 Cost”. Nel caso di specie, come detto, il Tribunale ha disposto il rigetto della domanda del disabile in quanto il Condominio non si era opposto tout court all’installazione dell’ascensore (anzi, ne aveva già autorizzato la collocazione all’esterno, ma sul lato ovest dell’edificio), opponendosi soltanto alla sua realizzazione sul lato nord sia per ragioni di decoro dell’immobile sia, e soprattutto, perchè in quel lato il passaggio dell’ascensore oscurava le finestre di alcuni condomini e disturbava il riposo diurno di un condominio che lavorava nelle ore notturne.

Il Tribunale di Piacenza ha concluso affermando che il ricorso

“potrebbe essere ritenuto meritevole di accoglimento, soltanto se i resistenti si fossero opposti tout court all’installazione dell’ascensore, senza valide ragioni mentre nel caso di specie i condomini hanno prestato già da tempo il consenso nei termini sopra detti, adducendo ragionevoli giustificazioni alla loro parziale opposizione e mettendo a disposizione, oltre agli spazi comuni, anche porzioni di loro proprietà esclusiva (cantine)”.

Come si può notare, una decisione dalle tinte chiaroscure. ***

In questa sede è opportuno soffermarsi su quattro recenti sentenze che meritano attenzione e per il contenuto e per l’importanza dell’Autorità da cui promanano.

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Il discorso vale innanzitutto per la sentenza della Corte Costituzionale n. 167 del 10/5/99, che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 1052, comma 2, del codice civile nella parte in cui non prevede che il passaggio coattivo di cui al primo comma (ossia il passaggio previsto ex lege a favore del proprietario che abbia già un accesso alla via pubblica ma questo sia inadatto o insufficiente ai bisogni del fondo e non possa essere ampliato) possa essere concesso dall’autorità giudiziaria anche quando questa riconosca che la domanda risponda alle esigenze di accessibilità – di cui alla legislazione relativa ai portatori di handicap – degli edifici destinati ad uso abitativo.

Il caso deciso prende origine dalla richiesta – formulata in via di urgenza da un portatore di handicap – di ottenere l’autorizzazione al passaggio sino alla via pubblica attraverso un orto (di proprietà di terzi) confinante con lo stabile condominiale dove il disabile risiedeva, in quanto l’accesso normale era costituito da una scalinata di 75 gradini.

Due erano le condizioni poste dalla legge prima dell’intervento della Corte Costituzionale per ottenere il passaggio coattivo de quo: – la non ampliabilità del passaggio insufficiente, che si ha non solo nei casi di materiale impossibilità di rendere il passaggio adeguato ma anche quando ciò risulti eccessivamente oneroso o difficoltoso;

– le esigenze dell’agricoltura o dell’industria. Estranee, dunque, erano le esigenze abitative.

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La Corte Costituzionale, richiamate espressamente la L. 13/89, la L. quadro n. 104/92 e l’art. 2 del D.M. n. 236/89 (in tema di accessibilità agli edifici privati) e muovendo dal rilievo che la normativa anti-barriere talora potrebbe essere in concreto insufficiente rispetto al fine perseguito (laddove le innovazioni risultino in concreto impossibili o quantomeno eccessivamente onerose o comunque di difficile realizzazione), ha affermato che “la impossibilità di accedere alla pubblica via, attraverso un passaggio coattivo sul fondo altrui, si traduce nella lesione del diritto del portatore di handicap ad una normale vita di relazione, che trova espressione e tutela in una molteplicità di precetti costituzionali: evidente essendo che l’assenza di una vita di relazione, dovuta alla mancanza di accessibilità abitativa, non può non determinare quella disuguaglianza di fatto impeditiva dello sviluppo della persona che il legislatore deve, invece, rimuovere.

L’omessa previsione della esigenza di accessibilità, nel senso già precisato, della casa di abitazione, accanto a quelle, produttivistiche, dell’agricoltura e dell’industria rende, pertanto, la norma denunciata in contrasto sia con l’art. 3 sia con l’art. 2 della Costituzione, ledendo più in generale il principio personalista che ispira la Carta costituzionale e che pone come fine ultimo dell’organizzazione sociale lo sviluppo di ogni persona umana”.

La Corte Costituzionale, inoltre, ha ulteriormente motivato la propria decisione con l’affermazione che “la norma denunciata, impedendo od ostacolando la accessibilità dell’immobile abitativo e,

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quale riflesso necessario, la socializzazione degli handicappati, comporta anche una lesione del fondamentale diritto di costoro alla salute intesa quest’ultima nel significato, proprio dell’art. 32 della Costituzione, comprensivo anche della salute psichica, la cui tutela deve essere di grado pari a quello della salute fisica”.

Infine la Corte, ai rilievi mossi dall’Avvocatura dello Stato in favore della conservazione della vecchia formulazione dell’art. 1052 cod. civ., ha replicato che “nè, d’altronde, la previsione della servitù in parola può trovare ostacolo nella garanzia accordata al diritto di proprietà dall’art. 42 della Costituzione. Come osservato dal rimettente, infatti, il peso che in tal modo si viene ad imporre sul fondo altrui può senz’altro ricomprendersi tra quei limiti della proprietà privata determinati dalla legge, ai sensi della citata norma costituzionale, allo scopo di assicurarne la funzione sociale”. La sentenza della Corte Costituzionale (che per la prima volta in questa occasione ha esaminato la disciplina delle barriere architettoniche negli edifici privati) assume senz’altro grande valenza sotto il profilo dell’enunciazione di principio (avendo essa, nell’affrontare lo specifico problema della servitù di passaggio, enunciato e ribadito principi fondamentali in materia di portatori di handicap) e sotto l’aspetto dei soggetti destinatari degli effetti della pronuncia (da ritenersi non solo i portatori di handicap ma, in generale, tutti i soggetti, anche non disabili, che si trovano nelle condizioni previste dalla norma, dovendosi avere riguardo alla qualità dei fondi – se di passaggio adeguato o meno per l’accessibilità anche dei visitatori – e non solo alle condizioni personali di chi vi abita).

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Sotto il profilo strettamente pratico, invece, nella decisione in questione si ravvisano luci ed ombre. Tra gli aspetti positivi va annoverata la possibilità di scelta per il disabile tra l’eliminazione delle barriere architettoniche con gli strumenti approntati dal legislatore e la richiesta di passaggio coattivo. Ed è pur vero che si devono osservare, nell’applicazione dell’art. 1052 del cod. civ., i limiti stabiliti dall’art. 1051 cod. civ. e, quindi, l’esenzione dal passaggio coattivo in genere delle case, cortili, giardini e aie (che sono così esclusi dalla sottoposizione al servizio dei fondi interclusi); tuttavia è altresì fuor di dubbio che tale esclusione non è assoluta ma limitata al solo caso in cui il proprietario del fondo intercluso abbia la possibilità di scegliere tra più fondi dove esercitare il proprio passaggio, di cui almeno uno non costituito da case, cortili, giardini ed aie. In caso contrario tale limite non trova applicazione, comportando l’interclusione conseguenze ben più pregiudizievoli rispetto al disagio costituito dal transito attraverso case, cortili, giardini, aie (Cass. 14/12/88 n. 6814; id. 24/10/83 n. 6230).

Per quanto riguarda le ombre, essendo la servitù un peso a carico di un fondo per l’utilità di un altro fondo di diverso proprietario (ed involgendo, quindi, un rapporto tra fondi e non tra fondo e persona), è evidente che nel caso di edificio condominiale il rapporto di servitù si instaura tra fondo (di terzi) e condominio. Quindi è il condominio legittimato a richiedere al Giudice la costituzione della servitù, il che avverrà in concreto soltanto se il portatore di handicap

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(o il familiare di quest’ultimo), ivi residente e quindi direttamente interessato, si accollerà tutte le spese legali, il pagamento dell’indennità prevista dall’art. 1053 cod. civ. per la costituzione della servitù di passaggio, l’imposta di registro e quella ipocatastale, senza nemmeno poter portare in detrazione, ai fini dell’imposta sul reddito, quanto pagato a titolo di indennità, in assenza di qualsiasi normativa al riguardo.

La minore onerosità della servitù rispetto all’adozione delle misure previste dalla legge (es. installazione di un macchinario) appare pertanto più postulata che dimostrata. Altra decisione degna di rilievo è quella pronunciata dalla Cassazione (III sez. penale) in data 3/9/2001 che, sulla base dell’art. 24 L. 104/92, ha confermato la precedente condanna a lire 20 milioni di ammenda con sospensione per tre mesi dall’albo professionale e condanna ai danni morali di un architetto che, in qualità di direttore dei lavori finalizzati alla realizzazione di due sale cinematografiche, non aveva osservato le disposizioni dirette all’eliminazione delle barriere architettoniche omettendo, in particolare, la realizzazione di un ascensore per il raggiungimento della sala cinematografica posta al primo piano.

Nella fattispecie in esame il ricorrente è stato ritenuto responsabile del reato previsto dall’art. 24 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, in quanto, nella sua qualità di direttore delle opere, aveva ingiustificatamente modificato l’iniziale progetto che prevedeva la realizzazione di un ascensore atto a consentire agli handicappati

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l’accesso alla sala cinematografica superiore. Per giustificare la predetta modifica, l’imputato aveva dichiarato nel certificato di collaudo che alcune opere previste nel progetto originario (fra cui, appunto, l’ascensore) non erano state realizzate a causa dell’adeguamento imposto dal comando provinciale dei vigili del fuoco (autorità preposta alla prevenzione degli incendi), mentre in realtà era risultato dagli atti acquisiti dai vigili predetti (tavole di progetto e relazione tecnica) che il parere di questi venne rilasciato con riferimento ad un progetto che non prevedeva nè l’ascensore, nè il bagno per i disabili. Pertanto dagli atti acquisiti in giudizio non è mai emersa la sussistenza di una qualsiasi ragione tecnica comportante l’impossibilità di rispettare la normativa nella specie violata; da qui è derivata la condanna del ricorrente.

Si tratta di una sentenza che si limita all’applicazione di una norma di legge molto chiara e la cui interpretazione non dà adito a dubbi di sorta ma è indicativo il fatto che la Cassazione abbia confermato una decisione non tenerissima verso il professionista, che verosimilmente era alla sua prima condanna nella materia specifica e che pertanto poteva beneficiare del minimo della pena (ammenda di 10 milioni anzichè 20 e sospensione dall’albo per 1 mese anzichè 3).

Con ciò la Suprema Corte ha mostrato di valorizzare l’apparato legislativo approntato a tutela dei portatori di handicap e, quindi, il ruolo della persona umana e la eliminazione delle situazioni che generano disuguaglianza.

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Va anche segnalata un’altra recentissima sentenza della Cassazione (III sez. penale), la n. 3376 del 30/1/2002, che ha annullato la condanna in contumacia, in entrambi i precedenti gradi del giudizio, per abuso edilizio di un imputato disabile che non è stato messo nelle condizioni di accedere autonomamente nell’aula dove si dibatteva il processo, pur avendone fatta espressa richiesta, stante la presenza di barriere architettoniche. Va detto che in primo grado il Pretore aveva condannato in contumacia il disabile affermando che questi non aveva prestato quelle forme di adesione e collaborazione che avrebbero potuto agevolare il superamento dell’ostacolo (per esempio un accompagnamento “a braccia” da parte dei messi dell’Ufficio). La Corte, richiamata la filosofia complessiva e le specifiche leggi a tutela dei disabili, contenenti l’obbligo per le istituzioni di attivarsi affinchè questi possono esercitare i loro diritti nel rispetto della dignità umana e con la massima autonomia possibile, richiamata altresì la sentenza della Corte Costituzionale n. 167 del 10/5/99, ha motivato la propria decisione osservando che “una volta che l’autorità giudiziaria abbia convocato il cittadino a comparire in giudizio, spetta in via generale all’amministrazione garantire che per le persone disabili siano assicurate modalità di accesso ai locali rispettose dell’eguaglianza e della pari dignità di tutti i cittadini. Pertanto, il permanere di barriere architettoniche che impediscono all’imputato di accedere ai locali d’udienza rende nulla l’ordinanza che ne dichiara la contumacia”.

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Nella decisione in esame la Corte di Cassazione ha più volte criticato il giudice di primo grado sia per aver posto a carico dell’imputato un onere di attivazione positiva per rimediare alle mancanze – contrastanti con precisi precetti normativi – della P.A. sia per non aver verificato la possibilità di celebrare il processo in locali diversi agevolmente accessibili dall’imputato sia comunque per non aver rinviato il processo al fine di consentire l’assunzione delle iniziative necessarie a garantire all’imputato di esercitare in forme dignitose il proprio diritto di difesa.

La decisione della Corte contiene una precisa indicazione: alle istituzioni perchè prevengano situazioni di inaccessibilità come quella oggetto della sentenza in esame; ai giudici perchè, nell’impossibilità di garantire le modalità di accesso e di immediati interventi volti all’eliminazione delle barriere architettoniche, valutino di trasferire il processo in un luogo diverso ed idoneo (nello stesso senso si veda anche: Cass. Pen, sez.III, 17 dicembre 2001, n. 3508; id., 17 dicembre 2001, n. 3376; id., 17 novembre 2001, n. 3376, secondo la quale “gli interventi di rimozione degli ostacoli devono essere preventivi rispetto al manifestarsi dell’esigenza della persona disabile e i problemi di questa non possono essere oggi considerati come problemi individuali, bensì vanno assunti dall’intera collettività. Spetta all’amministrazione pubblica garantire alle persone disabili modalità di accesso ai locali rispettose dell’uguaglianza e della pari dignità di tutti i cittadini”)

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Infine, va segnalata la recentissima sentenza del Tribunale di Roma del 19 maggio 2003, che crea una nuova figura risarcibile, quella del danno morale “da vacanza rovinata” a favore del soggetto disabile che abbia dovuto fare i conti con barriere architettoniche presenti nel villaggio vacanze.

Nella fattispecie, un disabile e la sua famiglia avevano acquistato un soggiorno vacanze in Sardegna; il tour operator aveva garantito loro l’insussistenza di barriere architettoniche in loco, come espressamente chiesto dal cliente. Il tour operator è stato, dal tribunale capitolino, ritenuto contrattualmente responsabile per la mancata presenza di una camera atta alle difficoltà della persona non deambulante e, quindi, condannato al risarcimento del danno. La pronuncia in esame si segnala per la chiarezza con cui statuisce in ordine al regime di responsabilità gravante sull’organizzatore del pacchetto turistico (tour operator) ex art. 14 D.Lsg. n. 111/1995 (“Attuazione della direttiva 90/314/CEE concernente i viaggi, le vacanze ed i circuiti tutto compreso”), in base al quale, in caso di mancato o inesatto adempimento delle obbligazioni assunte con la vendita del pacchetto turistico, l’organizzatore/venditore è tenuto al risarcimento. Tale responsabilità, presunta iuris tantum, non è esclusa dal fatto che il danno sia stato materialmente causato dal prestatore di servizi (in questo caso, l’albergatore), di cui il tour operator si è avvalso, salva rivalsa nei confronti di questo, né dal fatto di aver fornito la prova della diligenza impiegata nell’esecuzione degli impegni contrattuali. Infatti, in base al decreto

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citato, solo l’impossibilità della prestazione per causa non imputabile può elidere tale regime di responsabilità, altrimenti il venditore risulta, comunque e sempre, tenuto a risarcire il danno causato. Quest’ultimo può essere di natura patrimoniale (pari al costo del viaggio inutilmente sostenuto) o morale (stress, minor godimento della vacanza), ritenuto, nel caso di specie, risarcibile anche in assenza di un fatto-reato, riecheggiando la sentenza della Cassazione n. 8827/03, secondo cui il danno morale è dovuto anche al di fuori dei limiti ex art. 2059 c.c., se l’illecito abbia leso interessi di rango costituzionale della persona. Per il giudice romano tale danno è risarcibile in via equitativa , tenendo conto del fatto che il personale del villaggio era stato solerte nel fare il possibile per ridurre al minimo i disagi, che la vacanza è stata portata a termine, che l’anno successivo la famiglia è ritornata nel medesimo villaggio. ***

In conclusione, l’orientamento della giurisprudenza resta di massima sicuramente influenzato dalla tendenza solidaristica della legislazione di tutela, mostrando di condividere lo scopo del pieno sviluppo dell’individuo portatore di handicap nella scia dell’affermazione del principio secondo cui la diversità non deve creare emarginazione ma pretende forme adeguate di partecipazione all’organizzazione sociale ed ai rapporti che in essa si svolgono. E ciò può essere raggiunto solo con la conquista della pari dignità e della libertà di movimento.

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Cosa dire quando succedono cose del genere…..rimani senza parole e la delusione per il genere umano è grande. In questo paese dove per difendere i tuoi diritti di disabile devi continuamente discutere con persone che se ne fregano, se esiste l’evasione fiscale, la mafia, la politica che non difende i valori umani cosa possiamo fare?  La risposta è Amare anche queste persone che abusano di forza e prepotenza, non porgiamo l’altra guancia, ma amiamo queste persone che sbagliano perchè il loro cervello, cuore, anima è carente, carente di amore e quindi conoscono solo la violenza, la bruttura, quindi aiutiamo questi animali inferiori a percorrere una strada migliore. Sono disabili nel cervello, disabili nell’anima, disabile nel cuore, disabili nei sentimenti, sono carenti e così rimarranno nella loro vita e nella loro morte. Non sapranno mai della bellezza della vita…..bisogna capire che sono veramente povere persone….cF

Guido Gremmi, 76 anni, è stato travolto e ucciso in pieno centro a Cremona dopo una lite per un parcheggio che era destinato alla compagna disabile Bruna Dondi, 79 anni. L’investitore è fuggito.

La lite, finita con la morte del pensionato, e’ avvenuta attorno attorno alle 18, in via Capra Plasio, non molto distante da dove si sta tenendo la tradizionale Festa del Torrone, fiera che attrae moltissimi visitatori.

La vittima, Guido Gremmi, 76 anni, originario di Bobbio (Piacenza), da cinque residente nella stessa via dove e’ stato investito ed ucciso, stava rincasando in macchina con la sua convivente, Bruna Dondi, invalida al cento per cento, dopo aver fatto la spesa.

Secondo una prima ricostruzione, appena imboccata via Capra Plasio , un senso unico, la coppia trova una vettura di grossa cilindrata che occupa il posteggio riservato ai disabili e assegnato alla donna circa un mese fa.

I due conviventi accostano la Fiat Punto verde metallizzato e portano i sacchetti della spesa in casa. Quando il pensionato ridiscende per sistemare l’auto, trova il parcheggio ancora occupato. Con il telefonino chiama il comando della polizia locale, per chiedere l’intervento di un agente. L’operatore del comando invia una pattuglia. A questo punto che tutto precipita.

Lite

Il proprietario della vettura che occupa il posteggio torna. Tra lui e Gremmi inizia da subito un alterco che ben presto degenera. I due alzano la voce, probabilmente si accapigliano. Dagli appartamenti vicini c’e’ chi sente, oltre alle urla, il tonfo di pugni su una carrozzeria.

Poi, la follia: l’uomo che parte a tutta velocita’, investe il pensionato e si dilegua. Gremmi resta a terra, immobile. Per lui non c’e’ piu’ niente da fare. Ora l’automobilista e’ braccato in tutto il nord Italia con l’accusa di omicidio volontario.

Omicidio a Cremona, investito e ucciso Guido Gremmi

Si è costituito ai carabinieri l’uomo che ha ucciso il 19 novembre un uomo, investendolo, per via di una lite per un posto d’auto per disabili a Cremona. Si tratterebbe di un imprenditore di 60 anni di Bassano bresciano che si è costituito nel tardo pomeriggio a Brescia.

LA LITE E L’OMICIDIO – E’ un piacentino la vittima dello sconvolgente omicidio avvenuto il 19 novembre in pieno centro a Cremona. Guido Gremmi, pensionato 76enne di Bobbio ma da qualche anno residente nella città del Torrazzo, è stato investito da un automobilista alla guida di un Suv al culmine di una lite per un parcheggio. L’assassino in preda all’ira, alla guida di un Audi Q5 nero attualmente ricercato in tutta Italia, avrebbe infatti deliberatamente travolto e ucciso l’anziano piacentino, che è morto sul colpo davanti agli occhi della moglie disabile e di alcuni vicini di casa che hanno assistito alla scena e hanno chiamato la polizia.

Da una prima ricostruzione sembra che il piacentino insieme alla moglie, a bordo della loro Fiat Punto, intorno alle 18 siano tornati dal supermercato dove avevano appena fatto spesa. Davanti alla loro abitazione di via Plasio c’è uno spazio auto per disabili fatto mettere appositamente per la donna. Al loro arrivo però il posteggio delimitato dalle righe gialle e con l’apposito cartello era occupato dal Suv. Mentre scaricavano la spesa davanti alla porta di casa, il piacentino ha chiamato la polizia municipale per far rimuovere l’Audi, ma proprio in quel momento è arrivato un uomo, descritto dai testimoni come di mezza età, che è salito a bordo del Q5.

Gremmi gli ha fatto subito notare che aveva occupato abusivamente uno spazio per disabili, e tra i due è nata una lite violenta e sembra che siano anche arrivati alle mani. Poi però lo sconosciuto è salito sul Suv, ha ingranato la prima ed è partito a tutta velocità travolgendo il 76 enne che è morto sul colpo. Sul posto sono arrivate subito le pattuglie della polizia municipale e della stradale di Cremona insieme alla squadra mobile.

Testimoni
Ma a una parte di quella scena hanno assisto un paio di testimoni: il loro racconto potrebbe rivelarsi decisivo per prendere l’omicida. Stessa cosa vale per le immagini fissate dalle telecamere del circuito di videosorveglianza installate in zona. Le prime indicazioni date alle pattuglie delineano un uomo di eta’ media (c’e’ una parziale descrizione), l’auto di grossa cilindrata e parte della targa.

Lite per parcheggio disabile 
travolto e ucciso un pensionato
Un pensionato di 76 anni, Guido Gremmi, è stato travolto e ucciso in pieno centro a Cremona dopo una lite per un parcheggio che era destinato alla compagna disabile. L'investitore è fuggito e le forze dell'ordine gli stanno dando la caccia. Secondo le prime informazioni si tratterebbe di un uomo di mezza età a bordo di un'Audi Q5 di colore nero. Per lui si prefigura il reato di omicidio volontario
Foto di repertorio (LaPresse)

CREMONA -Travolto e ucciso dopo la lite per un parcheggio. E’ una fine assurda quella toccata ieri sera intorno alle 18, nel cuore di Cremona, a Guido Gremmi, 76 anni, originario di Bobbio (Piacenza), da cinque residente in via Plasio, a venti metri dal luogo dove un automobilista, ora braccato in tutto il Nord Italia con l’accusa di omicidio volontario, lo ha investito ammazzandolo.

In un appartamento li’ davanti la convivente di Gremmi, invalida al cento per cento, ha sentito le urla ed è scesa. Si è trovata davanti un paio di ragazzi che le hanno detto di non avvicinarsi a quell’uomo appena travolto da un’auto. Consiglio respinto: pochi passi e si è trovata di fronte al suo uomo ormai senza vita.

Gremmi e la convivente, Bruna Dondi, stavano rincasando dopo aver fatto la spesa. Appena imboccata via Capra, un senso unico, trovano una vettura di grossa cilindrata che occupa il posteggio a righe gialle per disabili assegnato alla donna circa un mese fa. I due accostano la Fiat Punto verde metallizzato, portano le sporte in casa. Quando il pensionato ridiscende per sistemare l’auto, trova il parcheggio riservato ancora occupato. Con il telefonino chiama il comando della polizia locale, affinchè un agente intervenga per far liberare il posto. L’operatore del
comando invia una pattuglia.

E’ a questo punto che tutto precipita. Il proprietario della vettura che occupa irregolarmente il posteggio torna. Tra lui e Gremmi inizia da subito un alterco che ben presto degenera. I due alzano la voce, probabilmente si accapigliano. Dagli appartamenti vicini c’è chi sente, oltre alle urla, il tonfo di pugni su una carrozzeria. Poi, la follia: l’uomo che sale in auto, parte a tutta velocità, investe il pensionato e si dilegua. Gremmi resta a terra, immobile. Per lui non c’è più niente da fare. E’ morto.

Ma a una parte di quella scena hanno assisto un paio di testimoni: il loro racconto potrebbe rivelarsi decisivo per prendere l’omicida. Stessa cosa vale per le immagini fissate dalle telecamere del circuito di videosorveglianza installate in zona. A lanciare l’allarme alle altre centrali operative sono gli agenti della polizia locale che si trovano davanti al corpo senza vita del 76enne a pochi passi dal parcheggio vuoto e dalla Fiat Punto della coppia lasciata pochi metri prima. Nell’arco di pochi minuti gli agenti della squadra volante chiudono la strada con le transenne. I loro colleghi della squadra mobile e quelli della scientifica raccolgono ogni elemento utile per identificare e rintracciare lo sconosciuto: sentono i testimoni, scaricano le immagini registrate della videocamere, restano in contatto continuo con la polstrada, che ha fatto scattare decine di posti di controllo. La nota di ricerca arriva in decine di province, a cominciare da quelle di Brescia, Piacenza, Parma e Mantova. Le prime indicazioni date alle pattuglie delineano un uomo di età media (c’è una parziale descrizione), l’auto di grossa cilindrata e parte della targa.

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LETTERA

IL MITO DELL’ACQUA IONIZZATA ED ALCALINIZZATA

Carissimo Valdo, sono un medico di Medicina Olistica che vive a Syndey e tutti i santi giorni riceve bombardamenti di studi, dicono scientifici, sull’uso necessario di un’acqua ionizzata ed alcalinizzata.
Tutte informazioni che non mi persuadono e che ritengo basate soprattutto sulla vendita dei dispositivi ionizzanti-alcalinizzanti.
Nel mio convincimento, ritengo questo uso antieconomico, quando invece si potrebbero ottenere gli stessi risultati (ovvero quelli decantati da Laura Perin & Company) cambiando semplicemente l’alimentazione.

I DETTAMI DELLA BIOELETTRONICA NON COLLIMANO CON L’IDRO-ALCALINISMO

Secondo i dettami della bioelettronica, ci sono incongruenze tra ciò che gli assertori dell’acqua alcalina dicono e le regole della bioelettronica stessa, circa il pH sanguigno ed urinario.
Molto più saggio per me modificare le errate scelte nutrizionali della gente, e non buttar via soldi in aggeggi che non risolvono in alcun modo i problemi del pH corporale.
Ti sarei veramente grato se tu mi potessi dare lumi in merito.
Dr Claudio Capozza, Holistic Medicine-Sydney

*****
RISPOSTA

IGNORANZA, CORRUZIONE E DISEDUCAZIONE SULL’ACQUA E SUL PH

Ciao Claudio, ti sono grato di questo messaggio dall’Australia, perché mi permette una volta di più di fare dei chiarimenti basilari sia sull’acqua, che sulle cole, che sul succo d’arancia e l’acidificazione del sangue. Ti ho allegato le mie tesine sull’acqua e ti renderai conto che quasi tutti i giorni sono bombardato da messaggi che chiedono chiarezza.
In pratica dovrei scrivere una tesina al giorno sull’acqua ed una sull’arancia, tanta è la diseducazione, sia per ignoranza che per corruzione, che circola su questi argomenti.
Mi dirai cosa mai cosa abbiano a che fare le arance con l’acqua. C’entrano eccome. E’ sempre un discorso che riguarda i minerali, la dieta, le integrazioni.

L’ACIDIFICAZIONE NON SI CONTRASTA CON LE ACQUE ALCALINE

Cominciamo con l’acqua. Ho ricevuto anch’io messaggi dalla Laura Perin, a cui bisognerebbe dare un premio Nobel come ottima promotrice commerciale di un progetto sbagliato.
Sono d’accordissimo con le tue osservazioni critiche. L’acidificazione si contrasta con la dieta e solo con quella. Non certo col sistema delle acque alcaline (nota bene alcaline e non alcalinizzanti, che è cosa diversa), o rese tali dai dispositivi vari in commercio. Non è questione soltanto di spreco economico, ma anche di immaginabili effetti collaterali, oltre che di inconvenienti di altro tipo.
Non si va mai contro natura senza conseguenze negative soprattutto nel lungo periodo.

BASTA UN DISPOSITIVO CHIAMATO ALCALINIZZATORE E SEI IN PARADISO

Nella pubblicità relativa a questi aggeggi, si parla di cose giustissime, quali la normalizzazione della glicemia e della pressione, lo scioglimento dei calcoli renali, la normalizzazione del colesterolo,
il ritrovamento della forma fisica, la perdita del grasso superfluo, la diminuzione della ritenzione idrica, la scomparsa della sindrome premestruale, la sconfitta dei fastidiosi sintomi della menopausa nelle donne. Ci mancava solo di aggiungere il diabete, la dialisi renale, la cardiopatia e il cancro.
Insomma, basta l’alcalinizzatore applicato sul rubinetto è il mondo torna a correre felice e contento.
Magari fosse così semplice.

IL CORPO NON E’ UN RIMPIAZZATORE MA UN TRASFORMATORE DI SOSTANZE

Alimentarsi con acqua alcalina significa produrre le stesse sottili alterazioni provocate dagli integratori minerali e dalle vitamine sintetiche.
La biochimica ha dimostrato da tempo che il corpo è un trasformatore di sostanze e non un rimpiazzatore. La proteina non proteinizza affatto il corpo umano, il prodotto alcalino morto e inorganico non alcalinizza affatto il sangue o il corpo, il latte non apporta affatto maggiore capacità caseo-emuntoria, la vitamina sintetica non vitaminizza affatto il corpo ma lo stimola, lo dopa e lo schiavizzza soltanto, al pari di una tazza di caffè.
Integratori e vitamine sintetiche sono accettabili esclusivamente in sede di pronto soccorso e mai come cura, non c’è Linus Pauling che tenga su queste cose basilari.

LA DISINFORMAZIONE CHE VIENE DALL’INTERNO

Più sbraito e più dico, e più la gente viene a piagnucolare che ha letto questo e ha letto quello.
La disinformazione impera. E quel che è peggio, arriva da fonti che si definiscono vegetariane e vegane, e si permettono di usare i nomi di Ehret, di Shelton, Di Armando D’Elia, azichè quelli di Pinocchio o della Coca-Cola direttamente.

PRENDO AD ESEMPIO UN SITO MASCHERATO DI PSEUDO-VEGANISMO

C’è ad esempio su internet (http://contiandrea.wordpress.com/2011/01/05/l’arancia-il-limone-i-denti-e-la-monodieta/) un articolo che definire fuorviante è riduttivo. Parte con una bella premessa: SALUTE E LIBERTA’ SI CONQUISTANO OGNI GIORNO.
Il titolo è esplicito: GLI EFFETTI DANNOSI DI UNA DIETA FRUTTARIANA A BASE DI FRUTTA ACIDA.
Le cavolate che contiene sono eclatanti, e fanno pure un danno tremendo. Mi stanno scrivendo delle mamme preoccupate, con frasi tipo: “Sto dando arance alla mia bambina, non le rovinerò i dentini?”

MILIONI DI SDENTATI AL MONDO, SENZA MAI TOCCARE UN’ARANCIA

La mia risposta in sintesi ad Andrea Conti, se è lui che scrive (l’articolo non porta la firma), è che il mondo è strapieno di gente sdentata che non ha mai toccato un’arancia in vita sua.
Ed è pure strapiena di gente sdentatissima che tutti i giorni si acidifica con latticini e carni.
Il gioco degli intrufolati, dei guastatori, degli attentatori, delle spie, degli agenti segreti e dei cavalli di Troia, esiste dacchè mondo è mondo. Non mi permetto di fargli delle accuse in tal senso, non avendo prove. Ma la solerzia, la determinazione e la costanza con cui questo filone farabutto penetra su internet e in tutta la cultura truffaldina dei nostri giorni, risulta perlomeno sospetta.
Di certo che le opzioni sono due soltanto. O profonda ignoranza o pesante corruzione.
Non esistono alternative.

LA PUBBLICITA’ MASCHERATA DEI VEGANI TRAVESTITI

La controparte ha capito benissimo che un Cremonini non può parlar bene della carne ed essere nel contempo creduto. Ha capito che una Coca-Cola non può elogiare le bollicine ed essere creduta.
Ha capito che un Illy non può inneggiare scientificamente al caffè, ed essere creduto. Si renderebbero non solo scontati e banali, ma anche ridicoli. La sottigliezza pubblicitaria sta sì nel parlar male dei vegetali, ma da parte dei vegetariani. E sta pure nel parlar male della frutta più nobile, (limone e arancia intendo), ma da parte dei fruttariani, e magari dall’AVA stessa, o da gente che ha frequentato l’AVA o che si dà protezione con uno scudo di nome AVA.

RISPOSTE ASSURDE E COL TRUCCO, IN PARTE VERE MA SOSTANZIALMENTE FALSE

Ma vediamo di rispondere punto per punto alle argomentazioni del Conti.
“In molti mi pongono domande tipo Sei fruttariano? Puoi darmi dei consigli per diventarlo?
La mia risposta è sempre la stessa: il percorso è personalissimo, si deve imparare ad ascoltare il proprio corpo e non si può mangiare solo frutta dall’oggi al domani, senza un minimo di conoscenze basilari su cibo acidificante/alcalinizzante, sul pH, sulla confusione delle ceneri digestive, ecc”.

IL PERCORSO E’ COMUNE, CON QUALCHE MINIMA PERSONALIZZAZIONE

Il percorso non è affatto personalissimo. Sette miliardi di bipedi equivale a sette miliardi di fruttariani per disegno e costituzione biochimica, inclusi quelli che divorano 21000 animali nell’arco della vita, finendo nella trafila ospedaliera-onoranze vent’anni prima e nel peggiore dei modi. Si parla di conoscenze basilari per mangiare la frutta? Ridicolo. Nessuno dice di fare attenzione all’alimentazione carnelattistica. Tanto quella non fa male, apparentemente. Nemmeno lo zucchero, il the, il caffè, le mentine, i panettoni e le merendine, fanno male, sempre e solo apparentemente.

L’UMANITA’ E’ IN GRAN PARTE ROVINATA DAGLI STATI PUTREFATTIVI DEL COLON

La realtà è che la stragrande maggioranza ha un sistema gastrointestinale fruttariano più o meno rovinato dalla disbiosi intestinale creata dai batteri putrefattivi (bacteroides, bacillus suispestifer, helicobacter pylori, bacillus enteridis, bacillus Breslay, bacillus streptococcus bovis, prione mucca pazza, salmonella) provenienti esclusivamente dalle proteine animali. Batteri putrefattivi e disbiotici che colonizzano il colon e prevalgono di gran lunga sui batteri saprofiti di provenienza vegetale (bifidobacterium bifidis, citrobacter, lactobacillus), che per sopravvivere pretendono ossigeno, e che non si sviluppano in situazione anaerobica come fanno i colibatteri patologici.

LA DIFFERENZA ESISTE E SI MISURA IN METRI QUADRI ASSIMILATIVI

E’ solo questo che distingue un soggetto dall’altro. C’è da un lato gente che ha un colon normalizzato e pulito, un campo da tennis assimilativo funzionante, e un duodeno libero da riflussi, miasmi ed helicobacter. E c’è, dall’altro lato, gente intasata e piena di problemi, per cui se le metti dentro una fetta di anguria, una manciata di ciliegie, un grappolo d’uva, un vasetto di mirtilli o un’elettrizzante spremuta d’arancia, va in angoscioso tilt allergico. Quanto alla confusione ed alla lacunosità sul pH e sulle ceneri digestive essa esiste fortissima ed evidente proprio in questo malaugurato articolo, che parla di salute e di consapevolezza, non sapendo nemmeno cosa esse vogliano dire.

LA FRUTTA ACIDOGNOLA NON E’ AFFATTO ACIDIFICANTE

L’autore, che ha letto troppo in fretta e superficialmente D’Elia, Ehret, e persino Shelton, si avventura a fare delle precisazioni sulla frutta acida, sul dimagrimento, sulle problematiche dentistiche causate, dice, “da cibi fortemente acidificanti, che molti crudisti utilizzano ancora oggi in gran quantità (semi oleosi, frutta essicata e frutta acida in primis), pensando di sopperire così all’assenza dei vecchi cibi cotti”.
Non esistono intanto in natura, inteso nei prodotti vegetali vivi, delle sostanze fortemente acidificanti.
Il limone è soltanto acidognolo in partenza, similmente all’arancia. Acidognolo significa disposto a reagire facilmente coi vari minerali presenti nell’intestino tenue e nella stessa frutta disgregata in zona duodenale.

CENERI ALCALINE SIGNIFICA SALI NEOFORMATI ALCALINIZZANTI

Quando si parla di ceneri alcaline, si intende sali minerali alcalinizzanti che vengono prontamente assorbiti dal sangue tramite la vena porta nel giro di mezz’ora dal momento dell’assunzione in bocca.
Gli acidi tipici della frutta sono in realtà acidi deboli (malico, citrico, tartarico, borico, ecc), dispostissimi a formare sali alcalini come i citrati di sodio, di potassio, di boro, di magnesio, ecc., tutti preziosi alcalinizzanti ed alleati della salute.
Vi sono alcuni soggetti che hanno difficoltà a metabolizzare tali acidi? Sicuramente. Trattasi di quelle persone che soffrono di diverticoliti, di rettocoliti, di stitichezza e di disbiosi intestinale.

SERVE PULIRE L’INTESTINO E RIDIVENTARE DEGNI DEL NOSTRO CIBO ELETTIVO

I danni fermentativi in quel caso non sono imputabili alla frutta, ma alle condizioni patologiche del soggetto in questione, superabili con breve digiuno purificante e con progressiva reintroduzione del cibo elettivo dell’uomo, che è la frutta dalla A alla Z.
Non sono estranei a queste difficoltà gli apparati renale, cutaneo e polmonare, i quali, quando sono in forma ed in salute, danno luogo a sistemi tampone e a meccanismi compensativi basati cui carbonati.
I polmoni, grazie alla respirazione, e la pelle con la traspirazione, eliminano i cosiddetti acidi volatili,
i quali danno origine all’anidride carbonica che è eliminata dall’uomo ad ogni respiro.

NEL PH C’ENTRANO GLI ENZIMI, LA VITALITA’ ATOMICA E LE VIBRAZIONI ANGSTROM

Il pH è un concetto complesso, trattandosi della misura concentrativa degli idrogenioni, per cui si deve sempre parlare di rapporto quantità/volume, di caratteristiche qualitative e non di sola quantità.
Gli idrogenioni, o idrossoni o protoni, hanno come formula bruta H3O e si trovano in tutte le sostanze anfotere (acide e basiche nel contempo), in tutti gli acidi organici ed inorganici, forti e deboli, responsabili di effetto acidificante o alcalinizzante a seconda delle soluzioni in cui operano.

COMPORTAMENTO ANFOTERO DI MOLTI ELEMENTI

Hanno comportamento anfotero anche l’acqua, gli aminoacidi e gli ossidi, in quanto possono sia cedere lo ione H+, che acquisirlo.
Molti metalli come zinco, stagno, alluminio, berillio, possiedono ossidi anfoteri.
L’ossido di zinco ZnO reagisce in modo diverso a seconda delle soluzioni in cui si trova.
Con pH acido dà luogo a 2 ioni positivi di zinco più 3 molecole d’acqua, ma con pH basico sviluppa idrato di zinco bivalente negativo.

GLI AGRUMI SONO ALCALINIZZANTI PER ANTONOMASIA

Non servono troppi discorsi su questo.
Le prove che il limone e l’arancia, nonché tutti gli agrumi e tutta la frutta acidognola-acquosa, alcalinizzano il sangue e il corpo umano stanno in tutte le salse scientifiche di questo mondo.
Stanno soprattutto nelle esperienze che ognuno di noi può fare giornalmente.
Le bevande alla cola hanno un 2.5 di pH, e sono corrosive al massimo.
Non solo e non tanto per il pH in sé, ma per la loro struttura inorganica e priva di enzimi catalizzanti.

LA COCA-COLA CORRODE E IL LIMONE NO, PERCHE’?

Il succo di limone invece, pur stando a 2.4, non acidifica e non corrode affatto, ma è addirittura il maggior alcalinizzante naturale.
Come mai? La risposta è che trattasi di alimento vivo, che il corpo umano (non però quello del gatto ad esempio) sa metabolizzare al meglio.
Senza contare che servirebbero 30 limoni per eguagliare il livello di acidità dello stomaco.
Stesso discorso per le pesche (3.8), le pere (4.1), il succo d’arancia (3.7) le carote (5.2), i fichi (5.0), l’uva e i mirtilli.

IMPORTANZA FONDAMENTALE DI SEMI, FRUTTA SECCA E CEREALI

Per i cereali, è inutile riferirsi a Ehret o a Hilton Hotema, come si trattasse di divinità infallibili.
Erano degli umani e giustamente ce l’avevano contro le industrie cerealicole di allora, che stavano imbastendo i primi grandi silos a sostegno degli allevamenti intensivi di bestiame.
Quanto poi alla frutta da guscio, tipo mandorle, noci, noccioline, pinoli, pistacchi e anacardi, è dimostrata la sua enorme importanza in termini di vitamine del gruppo B e in termini di acidi grassi insaturi, o di vitamina F (Omega3). Le proteine vegetali non acidificano quanto quelle animali, ed in più non producono batteri putrefattivi ma batteri simbiotici e saprofiti, grazie alle loro fibre vegetali.

VEGANI IN GRAVE PERICOLO E CARNIVORI SANI COME PESCI

L’articolo in questione prosegue dicendo, nota bene in neretto, che “esistono 4 pericoli specialmente per fruttariani, crudisti e vegan: la frutta acida (a cominciare dalle arance), i succhi di frutta (compresi centrifugati, spremute e frullati), le monodiete di frutti diversi dalla mela, e i digiuni dei vegani che innescano sempre acidosi”. Concede che “per quanto riguarda frutta acida e succhi di frutta, non è necessario eliminarli completamente ma bisogna ridurli al minimo, ovvero non più di una volta alla settimana”. Chissà perché una volta, poi. Meglio mai, se una cosa fa così male!
Come dire carne e latte, più due mele da lunedì a sabato, e un’arancetta o un succo di domenica.
Come dire niente digiuni, ma farmaci, integratori, operazioni e trapianti.

LIBERTA’ DI OPINIONE, A PATTO CHE I TRAVESTITI SI TOLGANO LA MASCHERA

La miglior formula sottoscrivibile da Big Pharma, dalle multinazionali, dal Codex e dalla McDonald’s.
Musica soave per la Pfizer, la Monsanto, la Unilever, la Nestlè, l’Eridania, nonché per Motta ed Alemagna.
Il tutto da un sito camuffato di veganismo, e condito ad arte di pseudo-ehretismo e di pseudo-sheltonismo. Un terrorismo sofisticato e pungente.
Una pubblicità antivegana, anticrudista ed antinaturale che nemmeno il peggior Giorgio Calabrese televisivo si sognerebbe mai di imbastire.

TEORIA DEMENZIALE CON CREDIBILITA’ SCIENTIFICA ZERO

Che tipo di credibilità concedere a una teoria demenziale di questa portata? Zero e niente più di zero.
Preferisco parlare con chi mangia carne da mattina a sera, che con un melista di questa portata.
Le mele le mangio eccome, ma non più di una al giorno.
Le arance le consumo personalmente a livelli industriali, e ho sempre goduto di struttura ossea eccellente e di base dentaria fortissima. Ricordo di un dentista che, anni addietro, dopo una radiografia a un molare cariato e da estrarre, mi propose di spezzarlo in 4 parti e di sfilarmi le radici una ad una (cosa che non accettai e risolsi con una normale estrazione, che dimostrò la dimensione e la durezza eccezionale dei miei denti). Qualche carie di troppo la lamentai invece fin da giovanotto, quando purtroppo non consumavo arance ma formaggio in abbondanza.

OPINIONI INSENSATE SU SCELTE INSENSATE

Viene poi aggiunta la foto e la testimonianza di un dentista come Stanley Bass che, pur avendo frequentato le riviste di Shelton, scrive cose insensate su sue scelte altrettanto insensate.
“Dopo essermi cibato esclusivamente di succo di pompelmo, imbottigliato e senza zuccheri, per oltre due settimane, ho notato che le mie gengive sanguinavano e i miei denti ballavano, e tutto questo mi spaventò”, dice Bass.

QUI C’E ANCHE DA RIDERE

Quanto sopra è ai limiti dell’umorismo.
Primo, nessuno al mondo dotato di comune cervello propone questi obbrobri, con due settimane esclusivamente a succo di pompelmo, innanzitutto.
Secondo punto, i succhi imbottigliati, anche senza zucchero, vengono notoriamente pastorizzati, e quindi acidificano davvero.
Noi siamo beninteso per l’operazione “spremi e bevi all’istante”, che è la regola cardine ed inequivocabile dell’alcalinizzazione e della salute.

SE UNO FA 70 GIORNI A SUCCO D’ARANCIA O 35 GIORNI A SUCCO D’UVA, NON E’ LA FRUTTA DA BIASIMARE, MA IL SUO BACATO CERVELLO

Il medesimo Bass, indice intellettivo basso ben oltre il suo cognome, non contento della gaffe precedente, decide di fare 70 giorni a succo d’arancia, e niente altro che quello. Capirai che dieta.
E poi, ciliegina sulla torta, passa a 35 giorni di succo d’uva.
“In quel momento si rese conto che c’era qualcosa di sbagliato con la dieta di frutta”. Io direi piuttosto che avrebbe fatto bene a farsi ricoverare in una clinica psichiatrica, per imbecillità manifesta.

NON POSSONO MAI MANCARE L’INTELLIGENZA, IL BUON SENSO E L’ETICA

In qualsiasi circostanza umana, in qualsiasi pensiero, ragionamento ed azione, non può mai mancare il supporto del buon senso, dell’intelligenza e dell’etica.
Se devo dire la pura verità, mi danno fastidio tutte le etichette, persino quella di vegano o di crudista.
Persino quella di maschio, anche se non ho nessuna tentazione di passare a sponde diverse, visto che sono stato criticato da una lettrice lesbica per l’attrazione che provo e dichiaro per la bellezza femminile.
Le ho chiesto di perdonarmi se ho il limite di essere degeneratamente e banalmente eterosessuale.
Massimo rispetto però per chi non lo è, anche se in qualche tesina mi è forse sfuggita qualche frase che sarebbe stato meglio evitare.

SONO UNA PERSONA NORMALE IN TUTTO E PER TUTTO

Sono una persona normale che cerca di ragionare in modo libero, logico e trasparente, senza farsi condizionare da niente e da nessuno, se non dai fatti, dalle leggi divine e dai sentimenti.
Non pretendo che la gente ragioni con la mia testa, o mi creda sulla parola, o diventi valdiana.
Preferisco che ognuno si faccia le sue riflessioni e arrivi per conto proprio alla verità, senza agganciarsi a falsi miti, senza seguire il gregge o il santone di turno (non sono un santone e nemmeno un poeta), e senza inchiodarsi a dogmi sballati.
E’ ora di finirla di leggere A e il contrario di A, B e il contrario di B, C e il contrario di C, finendo disorientati e col mal di testa.
Non posso tornare sugli stessi argomenti ogni due o tre giorni.

ACQUA NEUTRA, MELE RIPULENTI, ARANCE ALCALINIZZANTI E MANDORLE A COMPLETAMENTO

Spero di essere stato chiaro e conto su un buon passa parola, per questo importante documento.
Acqua a 7.0 di pH, cioè distillata e priva di dannosi minerali inorganici, o comunque acqua leggera e vicina a tale conformazione.
Frutta di tutti i tipi e succhi (solo freschi e vivi) di tutti i tipi, 5 o 12 volte al giorno, ma da noi bastano 5 volte, soprattutto d’inverno.
Cura migliore per il rafforzamento di denti e gengive? Il limone e l’arancia, naturalmente, senza mai scordarsi delle mandorle e dei semini.
La mela invece quale regolatrice della peristalsi e scopa intestinale, oltre che buon dentifricio finale.

Valdo Vaccaro (AVA-Roma e ABIN-Bergamo)

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Tutte le spiritualità hanno evidenziato le ambivalenze e le ambiguità dell’amore. Le sue molteplici nature e i suoi due volti. L’amore è una scuola iniziatica dove si impara a crescere, a elevarsi e quindi ad essere liberi, ma l’amore può anche finire per essere una prigione in cui si vedono le proprie catene moltiplicarsi, dove si sprofonda, ci si perde e si finisce nella dipendenza totale. Gli insegnamenti universali delle spiritualità, delle filosofie e di tutte le religioni si congiungono qui e formulano in fondo le stesse verità : l’individuo trova nell’amore ciò che è andato a cercarvi, perché l’amore è il suo specchio e la sua rivelazione. Chiuso nell’emozione, il desiderio e il bisogno di possesso, l’amore si ritorce contro la persona stessa e genera sofferenza per il senso di mancanza e prigionia del cuore. Abitato e vivificato dalla spiritualità e dal dominio di sé, l’amore fa evadere dall’io e raggiungere la pienezza dell’essere e del dono di sé. Così l’amore è come l’educazione, bisogna “andare con” e imparare a staccarsi con una coscienza sempre più approfondita dell’ambivalenza delle cose e della necessità di equilibrio, sempre così difficile e fragile. Conoscersi, amarsi un minimo, amare molto, imparare ad amare meglio, a offrire e ad offrirsi e a perdonare sono degli insegnamenti della vita mai completati, mai realizzati pienamente, da rinnovare sempre. Amare senza diventare dipendenti e amare senza far dipendere da sé, sono le due disposizioni-attitudini che richiedono all’essere umano di sviluppare un discernimento acuto e di armarsi delle qualità profonde dell’essere e del cuore. Amare la vita e osservarla, allontanarsene, amarsi senza illudersi su se stessi, amare i propri amori nel cuore del tempo che li governa: amare senza idolatrare, amare con la coscienza della relatività di ogni cosa. E’ questo il senso profondo dell’amore-compassione che libera nella tradizione buddista così come quello dell’ Unicità di Dio nelle tradizioni monoteistiche. Si tratta di essere liberi dalle sue illusioni, dalla falsa adorazione dei suoi desideri e degli idoli della sua intimità, per accedere ad un amore-lucidità in ricerca di una vicinanza che sa discernere la misura della distanza in rapporto all’assoluto. Questa è esperienza mistica che al-Jilânî (11 e 12 ° secolo) e Rûmî (13 ° secolo) hanno cercato di tradurre in sintonia con tutte le esperienze mistiche e spirituali. Il Profeta di Gibran riassunse questa uscita da se stesso nell’amore di Tutto e / o di Dio, dicendo: “Quando si ama, non si dovrebbe dire: ‘Dio è nel mio cuore’, ma piuttosto, ‘Io sono nel cuore di Dio “. Amare senza dipendenza. Niente è così difficile e richiede un lungo apprendistato, esigente e talvolta doloroso. Si tratta di amare senza illusioni. Ciò è ancora più difficile in quanto abbiamo l’impressione talvolta che amare invece significhi proprio potersi illudere. Come poter crescere dall’illusione dell’amore alla lucidità dell’amore? Come staccarsi da ciò che, per definizione, ci lega? Lo stesso profeta di Gibran disse: “L’amore non possiede né vuole essere posseduto”, ma che ne è di quelle e quelli che ‘l’amore rende ciechi’ e prigionieri? Come uscire dal proprio io per fondersi nel cuore di Tutto o nella luce dell’Unico? L’amore è certamente una promessa di bene, di bellezza e di benessere, ma questa promessa è sempre stata accompagnata da molteplici lacrime, da tanta sofferenza e tanto dolore. Vivere è soffrire, vivere è amare … amare è soffrire. Per vivere dobbiamo allora imparare ad amare la sua sofferenza fino alla morte che ne consegue? L’amore che trascende l’amore è un amore che libera. Esso offre la pienezza con il senso della contingenza. E’ quindi essenziale educare la propria coscienza e il proprio cuore ad amare nell’assoluto dell’istante e nella coscienza del tempo: essere là e sapere che ce ne andiamo. Amare imparando ad andarsene: l’amore più bello non dimentica mai la separazione, e ancora meno la morte. L’amore e la morte formano la coppia più umana che c’è: l’amore umano più profondo non cerca di illudersi sul carattere ineluttabile della morte. Questa fragilità è la sua forza. Il potere dell’umiltà lambisce i margini di questa consapevolezza – nell’amore – della morte. Tornare all’origine. I testi sacri, le antiche tradizioni e tutte le filosofie, in ogni epoca, orientano il nostro sguardo e la nostra attenzione verso la natura, le sue bellezze, i suoi cicli, caducità ed eternità. Amiamo naturalmente, essi però ci insegnano ad amare meglio, consapevolmente, spiritualmente, e imparare a capire il senso nel distacco. Dobbiamo fare una scelta, tra la riserva di Kant e la passione di Nietzsche, tra la via del Buddha e quella di Dioniso, tra l’amore di Dio e l’amore del Desiderio. Tra un’idea della libertà e la gestione dei bisogni, tra indipendenza e dipendenza, tra distacco e schiavitù. Non si sceglie di amare, ma si può scegliere il proprio modo di amare. La Natura è lo specchio davanti al quale dobbiamo alzare il nostro volto, cercare vicino e lontano, sapendo che se oggi noi siamo pienamente presenti, la terra domani, offrirà ad altri, e senza di noi, la stessa pienezza sul un mondo che avrà accettato la nostra assenza Lo specchio del tempo e degli spazi infiniti lo riflettono, il sé liberato lo capisce, l’Unico lo ripete: amare è essere là, vicino allo straordinario dell’ordinario e offrire, dare, perdonare. Amare è sposare la presenza dei sedentarie e le migrazioni dei nomadi … le radici degli alberi e la forza dei venti. Amare è ricevere e imparare a lasciar andare gli esseri. Amare è donare e imparare ad andarsene. E viceversa. traduzione di Patrizia Khadija Dal Monte

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Sette pensieri per i nuovi Tecnici del Presidente Monti…….Non c’è nuovo governo che tenga………

• Ricchezza senza lavoro
• Piacere senza coscienza
• Conoscenza senza virtù
• Commercio senza morale
• Scienza senza umanità
• Adorazione senza sacrificio
• Politica senza princìpi

“La crisi va pagata da chi l’ha provocata”. E’ lo slogan che oggi accompagna le manifestazioni organizzate in 24 citta’ d’Italia dalle associazioni studentesche insieme ai Cobas.
A Roma, i sindacati di base hanno atteso l’arrivo del corteo degli studenti, proveniente dall’universita’ La Sapienza, in Piazza della Repubblica, per incamminarsi verso il centro della capitale. Obiettivo avvicinarsi il piu’ possibile a Palazzo Madama dove oggi i Senatori votano la fiducia al neo nato Governo Monti.
“Un Governo che – ha osservato Piero Bernocchi, segretario dei Cobas Lazio – continuera’ a colpire i lavoratori salariati e le fasce piu’ deboli della popolazione, primi fra tutti i giovani condannati a un futuro di precariato. Certamente – ha sottolineato – siamo contenti che Berlusconi se ne sia andato ma siamo anche preoccupati del fatto che questo nuovo Governo proseguira’ nella stessa politica disastrosa e, con il pacchetto Vaticano-settore privato che lo compone, accelera’ la caduta del Paese nel burrone della crisi e dell’assenza di crescita e sviluppo”.
Bernocchi ha ricordato che sono molti i settori dai quali si potrebbero reperire risorse per risollevare il Paese e risanarne il debito. A partire dai cinquemila miliardi di euro, il 55 per cento della ricchezza del Paese, detenuti dal 10 per cento degli italiani e che basterebbe passare con una patrimoniale dell’1% per ottenere una “finanziaria” da cinquanta miliardi. Oppure la lotta all’evasione fiscale il cui recupero, anche solo del 20 per cento, porterebbe nelle casse dello Stato 60 miliardi di euro. “I soldi ci sono – ha ribadito il segretario dei Cobas Lazio – ma Monti non li prendera’ li”.
Le preoccupazioni relative al programma di Governo – ha tenuto ha precisare Bernocchi – dipendono anche dalla composizione dei ministri, all’interno del quale compaiono nomi legati al settore privato e che, quindi, “trovo difficile capire come potranno operare nel pubblico. Come ad esempio – ha ricordato – il ministro dell’Istruzione, Rettore del Politecnico di Torino che si vanta di aver aperto 105 imprese all’interno dell’Ateneo e secondo il quale gli studenti devono essere anche imprenditori. Tutto questo dimostra che anche se Berlusconi se ne e’ andato – ha concluso Bernocchi – la sostanza del problema non e’ solo questa”.

A Termini, nel piazzale davanti la stazione di Roma, c’è già penuria di taxi. Alle 8 e 25, sotto la metropolitana, una voce all’altoparlante annuncia che è in arrivo l’ultimo treno partito da Anagnina. La gente spinge e pare già insofferente. Il sonno è già dimenticato. C’è lo sciopero dei mezzi. E’ giovedì 17 novembre. Quanti ce ne sono già stati dall’inizio di settembre? Tanti, troppi. Non solo a Roma, comunque. Tutte le grandi città oggi sono coinvolte. E’ già da ieri sera che è partita la protesta. E durerà fino a stasera. A Bologna i mezzi sono fermi dalle otto e mezza fino alle quattro e mezza del pomeriggio e poi dalle diciannove e trenta fino alla fine del servizio. A Milano dalle 8 e 45 fino alle 15 e poi dalle 18. A Napoli, fermi dalle 8 e 30 fino alle 17 e poi dalle 19 e 30 fino a fine servizio.

Ma è a Roma che la situazione sembra davvero più complicata. Due gli scioperi indetti. Il primo si estende per tutta la giornata e riguarda i mezzi pubblici della cità. Il secondo è quello relativo ai trasporti regionali che andrà dalle 8 e 30 alle 12 e 30. Per tutta la giornata saranno a rischio gli autobus, comprese le 73 linee periferiche gestite da Roma Tpl, i tram, la metro e le ferrovie urbane Roma-Lido, Termini-Giardinetti e Roma-Civitacastellana-Viterbo.

Alle nove del mattino la metro era già chiusa. Sia la linea A che la linea B. Così come il trenino per Ostia. Riapriranno solo alle diciassette fino alle venti. E’ l’orario di garanzia previsto dalla legge. Di certo, per molti, non sarà semplice tornare a casa.

La giornata in città si preannuncia difficile. Allo sciopero dei mezzi pubblici, si aggiunge il corteo degli studenti universitari e medi e dei Cobas decisi a dare un segnale al nuovo governo in concomitanza del voto di fiducia al al Senato. Il corteo partirà alle nove e mezzo del mattino da piazzale Aldo Moro, di fronte all’università La Sapienza. Il sindacato invece sfilerà a partire dalle 10 da piazza della Repubblica fino a piazza Santi Apostoli. I due cortei dovrebbero ricongiungersi per poi sfilare insieme su via Cavour e via dei Fori Imperiali. Tante saranno le linee dei bus che verranno deviate (H, 5, 14, 16, 30 Express, 36, 38, 40 Express, 44, 46, 53, 60 Express, 61, 62, 63, 64, 70, 71, 75, 80Express, 80L, 81, 84, 85, 87, 90Express, 90D, 105, 117, 119, 160, 170, 175, 271, 360, 492, 571,590, 628, 630, 649, 714, 715, 716, 780, 781, 810, 850, 910, 916, 110 Open, Archeobus).

Senza dire del fatto che sempre oggi, a Roma, i veicoli più inquinanti non potranno circolare nella fascia verde. Il divieto va dalle 7 e 30 fino alle 20 e 30. Secondo quanto stabilito dal Comune, non potranno circolare neppure le auto a benzina Euro 1 che si vanno ad aggiungere alle auto a benzina Euro 0, le auto diesel Euro 0/1/2, i ciclomotori e motoveicoli a due, tre, quattro ruote 2 e 4 tempi Euro 0 e anche microcar diesel Euro 0/1.

Stretta in questa morsa, la gente si ingegna per accompagnare i figli a scuola, raggiungere la sede di lavoro, partire. Altro che mobility manager. In tutto questo, fa fatica persino a capire le ragioni degli studenti o quelle dei Cobas. E soprattutto quelle dei dipendenti dell’Atac. Nel caos quotidiano riversato contro i cittadini anche dalla incapacità degli amminstratori a gestire le emergenze, ciascuno viene lasciato da solo e quasi spinto a passare dalla solidarietà all’insofferenza. Dalla comprensione al fastidio. Ma soprattutto si tende alla rassegnazione. Soprattutto in giorni come questi.

In queste mattine prese d’assalto, in cui ciascuno si ritrova ancora una volta impreparato, la domanda che passa di bocca in bocca è sempre quella: perché è impossibile avere dei mezzi pubblici efficienti a Roma? Mentre si cerca ancora la risposta, da tenere a mente anche al momento delle elezioni comunali, si finisce per vagheggiare l’acquisto di una moto lucente e non inquinante, veloce e leggera, con cui sfidare il proprio destino sulla tangenziale, sul raccordo e sulle complanari.

Roma assediata su tre fronti, oggi. Cortei dei Cobas, manifestazioni studentesche e scioperi della viabilità interesseranno la Capitale per protestare contro il neo nato Governo Monti, accusato di star mettendo in atto politiche capitaliste e liberiste. La giornata, per la circolazione, si preannuncia nera, in una città già provata dalla recente alluvione e dai disordini di Piazza San Giovanni

Gli studenti dell’Università La Sapienza muoveranno da Piazza Aldo Moro e sfileranno per le vie della città fino al palazzo del Senato. «Opporremo i nostri book block ad ogni divieto, raggiungeremo Mario Monti perché del suo governo tecnico non ci fidiamo», hanno fatto sapere gli organizzatori del corteo universitario. I Cobas, invece, scendono in strada per manifestare contro “il Governo bipartisan e il suo programma ultraliberista”. L’intenzione è quella di fermare le nuove misure anti-crisi, che minacciano di rio percuoter si sui lavoratori e sull’occupazione giovanile

Partendo da Piazzale della Repubblica, il secondo gruppo attenderà il primo a cui si unirà alle 10, nel piazzale del Senato. Nel pomeriggio, poi, col permesso della questura, una delegazione di circa 300 persone metterà in atto un sit-in di protesta davanti a Palazzo Madama, subito dopo che il senato avrà votato la fiducia al programma di governo. A questo si aggiunga lo sciopero di 24 ore dei mezzi di trasporto, con le linee metropolitane A e B chiuse all’utenza e il coinvolgimento di alcune sigle sindacali per il trasporto di superficie.

Ma manifestazioni e proteste oggi interesseranno tutto il territorio nazionale. Gli studenti, riuniti in quella che è stata definita come la “Rete della Conoscenza”, si mobiliteranno, per il diritto allo studio e al libero accesso ai saperi e contro i tagli trasversali di questi anni, in oltre 60 città italiane. I Cobas, invece, manifesteranno in 24 piazze.

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Da gennaio i siti web delle sale cinematografiche pagano per trasmettere i trailer dei film: secondo alcune voci la SIAE sta chiedendo lo stesso compenso anche a magazine come Mymovies, Movieplayer, Cineblog, Screenweek, Badtaste. No trailer? No cinema! L’immagine risale al 2008 ed al caso di Lionsgate che negli Usa censurò il trailer del documentario Religious.

Questa volta però non c’entra la censura ma la presunta ed italiana difesa della cultura e del diritto d’autore online. Tutto nasce all’inizio di quest’anno quando SIAE e AGIS si accordano per far pagare i diritti dei trailer dei film che vengono trasmessi sui siti web delle sale cinematografiche.  La novità riguarda tutti quei trailer dei film che vengono pubblicati e quindi trasmessi da magazine come Mymovies, Movieplayer, Cineblog, Screenweek, Badtaste: la SIAE starebbe per applicare le tariffe anche a questi siti web chiedendo, per ora attraverso alcune telefonate, il pagamento di 450 euro a trimestre per pubblicare circa 30 trailer.

Alcuni siti per cautelarsi hanno già cominciato a chiudere le sezioni video che ospitavano i trailer dei film. Per pubblicare video in streaming bisogna compilare questa domanda e per le opere non intere ed inferiori ai 45 secondi la licenza dello streaming è a titolo gratuito.

Un Delirio. Molti lettori ci hanno segnalato, in questi giorni, l’iniziativa della Siae di far pagare chi pubblica trailer online. La voce girava da gennaio ma ecco la comunicazione ufficiale (27 ottobre 2011):

Diritto d’autore anche per le musiche dei trailer
La polemica oggi presente su newsletter e blog riguardo ai diritti sulla musica contenuta nei trailer, accende il faro su una regola da sempre contenuta nella legge italiana e nei trattati internazionali, per cui se una musica viene utilizzata l’autore di quella musica ha diritto ad un compenso. La SIAE è solo lo strumento attraverso il quale questa regola viene fatta rispettare. Ricordiamo brevemente il contesto. In questi giorni la SIAE ha invitato numerosi siti di trailer a carattere commerciale a regolarizzare la propria posizione poiché diffondere al pubblico colonne sonore senza aver assolto i diritti rappresenta una violazione della legge. Nell’interesse di tutta la filiera cinematografica (incluse le riviste on line che si dedicano all’audiovisivo) è importante diffondere la cultura del rispetto dei diritti degli autori anche su Internet. I magazine e i blog cinematografici on line e gli altri siti aumentano la loro attrattività verso gli utenti (e quindi verso gli inserzionisti pubblicitari) arricchendo con i trailer e con la musica in genere i loro contenuti. E’ una bella opportunità offerta dal digitale con costi che, grazie alle soluzioni tecnologiche disponibili, come embedding e deep link, sono ormai alla portata di moltissimi siti e blog. In questo modo la rete è un vivaio di iniziative e di idee ed è anche un motore di sviluppo economico. Chi riesce ad azzeccare l’idea commercialmente più valida e a veicolarla ad un pubblico sempre più vasto, ha la possibilità di beneficiare economicamente della sua attività e del suo spirito imprenditoriale. La musica è chiaramente tra le materie prime dei contenuti audiovisivi come i trailer. Dov’è la sorpresa se un’impresa deve pagare quando si procura le materie prime per fare business? Grazie ai produttori e ai distributori cinematografici i trailer arrivano pronti all’uso ai siti e alle riviste on line che trattano dell’argomento. L’unico diritto da pagare è quello per le colonne sonore. Chi le utilizza dovrebbe trovare tutti i titolari delle varie musiche, ma con la licenza della SIAE gli utenti risolvono il problema con un unico pagamento. La licenza della SIAE è quindi una soluzione pratica per chi vuole rispettare la legge. La questione dei trailer e più in generale dei contenuti audiovisivi promozionali è stata trattata con l’AGIS e con l’ANICA, che rappresenta produttori e distributori, ovvero coloro che sono anche i proprietari originali dei trailer.

Come responsabile di Cineblog non avevo ancora affrontato il problema (perché di problema si tratta!) per non entrare nel panico e volevo prima capire cosa avrebbero deciso le case di distribuzione. Proprio stamattina ho chiesto ad una società che ci fornisce i trailer e le clip e mi ha spiegato che le case stesse si stanno mobilitando: il canale youtube della 20thFox dovrebbe chiudere all’istante, per farvi un esempio! Non sappiamo ancora con sicurezza cosa succederà e se il numero dei trailer da mettere online sarà limitata (per la Siae ora il pagamento dovrebbe essere di 450 euro a trimestre per pubblicare circa 30 trailer!!! Fatevi i conti…).

In ogni caso l’iniziativa della Siae stia facendo inferocire il web. Sul gruppo Facebook della Siae i commenti e gli insulti stanno aumentando di ora in ora e a 5.342 persone (me compresa) piace il gruppo Non canto sotto la doccia e non fischio per strada per paura della SIAE e 12.181 persone (me compresa) sono iscritte alla pagina NO ALLA TASSA SIAE.

Ma proseguiamo il nostro viaggio. Il nostro lettore Munky ci manda poco fa questa mail:

Gentile redazione, non so se ne siete al corrente, ma vorrei segnalarvi questa intervista di PuntoInformatico al direttore dell’ufficio multimedialità della SIAE: A quanto pare condividere trailer di film non è più concesso, a meno che non si paghi una licenza. Su Leganerd è già partita una protesta (pacifica) e come segnale hanno tolto tutti i video da loro condivisi in 2 anni di vita. Spero informiate anche voi gli utenti di questa davvero assurda situazione, affinchè venga alla luce l’idiozia e la profonda ignoranza di certa gente che per monetizzare qualsiasi cosa, ammazza il libero scambio di informazioni, che non danneggiano proprio nessuno, anzi, aiutano proprio le case cinematografiche a diffondere i loro film.

C’era una volta internet. Con i suoi protocolli, la sua libertà, i suoi plug in per vedere video, i suoi codici embed per diffonderli, tutti contenti, autori, editori, utenti.

Poi è arrivata la SIAE e ha detto no. Vi siete dimenticati di un dettaglio: mi dovete pagare.

Se vi siete persi le puntate precedenti, tutto è cominciato un paio di giorni fa, quando la SIAE ha contattato telefonicamente Fantascienza.com informandoci che eravamo illegali, perché per poter pubblicare trailer sul nostro sito dovevamo pagare una licenza apposita presso la SIAE stessa. Noi abbiamo indagato e abbiamo appurato che non si trattava dell’eccesso di solerzia di un impiegato ma della politica ufficiale della società. Che ha deciso di dare un bel giro di vite alla rete.

Dopo le nostre proteste online altri siti si sono occupati dell’argomento, Punto Informatico aveva la notizia come argomento principale di oggi. Ma in particolare Il Post ha pubblicato un articolo molto completo che riporta anche dichiarazioni della SIAE stessa, nella persona di Stefania Ercolani, responsabile SIAE per la multimedialità. Che è molto importante, perché finora c’era solo la nostra testimonianza e le nostre supposizioni. Qualcuno dopo aver letto gli articoli nostri e di Horror.it o quando riportato su altri siti aveva avuto reazioni di incredulità (simili del resto alle nostre alla comunicazione della SIAE). Ora queste sono le parole della SIAE, nero su bianco.

Varrà la pena di sottolineare alcuni punti:

“l’operazione è volta semplicemente a regolarizzare situazioni esistenti di siti che pubblicano da anni video musicali, trailer cinematografici e altri contenuti multimediali che contengono musica protetta dal diritto d’autore” (parole della Ercolani): quindi non si parla solo di trailer ma di qualunque video contenente musica.

Dice l’articolo del Post: “Secondo quanto stabilisce la SIAE, per pubblicare video in streaming è necessario compilare un’apposita domanda che presenta due categorie separate: da una parte streaming a richiesta gratuito e downloading gratuito di opere intere, dall’altra streaming a richiesta gratuito di frammenti di opere inferiori a 45′;. Considerato che la maggior parte dei trailer cinematografici ha una lunghezza superiore ai 2 minuti, quindi superiore ai 45 secondi massimi del frammento, questi ricadono sotto la classificazione diopere intere.”

“Il documento non fa mai riferimento a testate registrate, ma solo a generici siti, quindi si può presumere che non esista differenza, per la SIAE, tra una testata giornalistica, un sito personale che ricava profitti dalla pubblicità e un sito personale amatoriale” dice ancora il Post. “Lo conferma la stessa Ercolani, spiegando che per la SIAE non esiste differenza tra siti personali e commerciali, conta solo la tutela del diritto d’autore.” Insomma, tutto ciò vale anche per blog e siti amatoriali.

“Inoltre non viene fatta alcuna differenza tra i trailer caricati sui propri server e quelli caricati su YouTube e inseriti su un’altra pagina attraverso il codice embed: YouTube ha sottoscritto una licenza con la SIAE per i contenuti dei video pubblicati dagli utenti, siti esterni che incorporano gli stessi video devono regolarizzare la loro posizione indipendentemente.”

Nulla d’altra parte impedisce di linkare trailer pubblicati su altri siti. Né è censurabile il webmaster che scelga di linkare siti esteri, in modo da non correre il rischio che la SIAE possa percepire qualcosa ugualmente.

In sostanza quindi chiunque posti video più lunghi di 45 secondi con musica deve pagare la SIAE.

Quanto?

Si va da 250 euro a trimestre per siti generici a 450 euro a trimestre per magazine e siti generalisti o musicali. Questi sono in realtà compensi minimi: il valore reale andrebbe calcolato in percentuale sugli “introiti lordi” (in assenza dei quali scatta il minimo indicato). Il tutto per poter pubblicare un massimo di 30 video.

 La preoccupazione nel mondo editoriale di internet è palpabile, e certo ci saranno altre puntate della vicenda.

Un paio di annotazioni conclusive. Qualcuno sostiene che possa valere un diritto di cronaca o di critica che solleva dall’obbligo di pagare diritti. Ci sembra che tale diritto permetta di pubblicare stralci o citazioni, non opere intere come la SIAE considera i trailer.

 Seconda annotazione: in tutto questo discorso non rientra la pubblicità. Per la quale la disciplina è del tutto diversa. Infatti qui nel nostro sito vedrete ancora qualche trailer e qualche filmato, negli spot pubblicitari.

Insomma, il problema si risolve da solo: signori della Disney, della Sony, della Universal: i trailer ve li possiamo ancora pubblicare, basta che ci pagate. Solo percependo soldi da voi non siamo obbligati a pagare la SIAE.

 E poi qualcuno crede ancora che l’Italia sia un paese normale?

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Susanna Magistretti, da anni lei promuove corsi di giardinaggio a Milano nel suo centro “Attraverso il giardino”, uno dei pochissimi luoghi in città in cui si trattano temi di questo tipo, ed è una profonda conoscitrice del mondo verde, oltre a occuparsi anche di lavoro con i detenuti nella serra del carcere di Bollate.

Che cosa ne pensa del verde pubblico milanese, come lo trova?
“Diciamo bruttino, per non dire qualcosa di peggio”.

Che cosa intende per bruttino?
“Mi pare un verde totalmente privo di pensiero. Continuano a ripetere questa storia che a Milano c’è bisogno di più verde e poi il verde rimane una categoria astratta, mentre invece è qualcosa di molto concreto. Già il fatto che la quantità di verde sia sempre collegata alla quantità di metri quadri di cemento fa capire che non ci siamo, che si parte con il piede sbagliato”.

Può fare un esempio del verde che definisce “privo di pensiero”?

“Guardi, passavo l’altro giorno nel quartiere Qt8, e lì ci sono valangate di verde senza pensiero. Tra una serie di casermoni, dei pratoni con quattro alberi e due panchine, tantissimi spazi verdi totalmente privi di vita. Il verde non pensato è quello che viene messo lì senza essere finalizzato a qualche cosa, a parte i recinti per cani. Invece il verde pensato spinge le persone ad usarlo, diventa un posto dove le famigliole vanno volentieri a fare il pic-nic”.

E a Milano non esiste un parco così?

“C’è il Sempione, per esempio, e infatti lì dentro ci sono delle cose, c’è una biblioteca, è un parco vissuto come luogo di aggregazione. Mentre passavo per il Qt8 pensavo proprio “ma perché qui non si può fare un parco così?” L’amministrazione comunale dovrebbe andare a vedere le esperienze di verde pubblico a Parigi o in Inghilterra e imparare qualcosa da loro”.

Perché il verde ha sempre bisogno di una finalizzazione? Non può essere semplicemente fine a se stesso? 

“Se si fa uno spazio verde non è per riempire dei buchi, bisogna invece creare le condizioni per portare lì la gente, piano piano. L’ esperienza francese del “pollice verde” è molto interessante. Gruppi di cittadini che individuano un’area abbandonata e la gestiscono, facendola diventare un giardino di zona condiviso e autogestito, grazie ad un accordo con il Comune che fornisce acqua e recinzione. Zero vandalismi, zero problemi, tutto il quartiere che crea e condivide un giardino. Finalizzazione vuol dire mettere in atto un meccanismo di riappropriazione al di là della proprietà”.

Di ciò che si fa qui non salva nulla?
“Non c’è una cosa che uno vede e dice “ma guarda che carina!”. Prendiamo le rotonde: riempirle di piante non ha senso. Come le usi le rotonde? Semplicemente non le puoi usare. E allora, invece di metterci insensati fiorellini che cambi quattro volte l’anno, meglio usare i quattrini in un altro modo”.

Ma i fiori hanno anche una funzione estetica, non trova? Lei che cosa ci metterebbe, nelle rotonde?
“Un bell’albero, gigantesco, da non potare mai, che va da solo. Cambiare i fiorellini a ogni stagione è una soluzione di quint’o rdine, un modo per buttare dalla finestra il pubblico denaro. Quelle aiuolette le trovo disgustose, un dispendio di piante e di denaro poco rispettoso per i milioni di piante che si buttano via ogni anno. È una questione di civiltà. Costa meno, ed è più bello, un albero, magari con un cartellino, così la gente capisce che cosa sta guardando. Non tutti hanno la casa in campagna e certamente i milanesi hanno diritto ad avere spazi verdi veri, bucolici. Ma far passare una rotonda con quattro fiori per uno spazio verde, come nei conteggi dell’amministrazione comunale, è una presa per i fondelli”.

È Susanna Magistretti la vincitrice dell’edizione 2011 del Premio San Martino, il riconoscimento che la Provincia di Parma assegna ogni anno a persone che si sono distinte per la tutela e la valorizzazione della biodiversità. Dopo Libereso Guglielmi, Carlo Petrini e Vandana Shiva, la scelta della Provincia è dunque caduta sulla “maestra giardiniera di Bollate”, fondatrice e presidente di una cooperativa in cui giardinieri liberi e detenuti lavorano insieme in carcere coordinati da lei e da altri esperti; duplice l’obiettivo: da un lato costruire un vivaio di piante erbacee e arbusti con essenze rare e antiche (un vivaio che si autosostenti anche economicamente, che sia cioè anche un’attività economica), e dall’altro svolgere la funzione di “recupero sociale” dei detenuti fornendo loro una professionalità da spendere in ambito agricolo e florovivaistico.
Susanna Magistretti riceverà il Premio San Martino sabato 12 novembre all’Auditorium del Carmine (via Duse, 1) dalle mani del vice presidente della Provincia Pier Luigi Ferrari. Lo farà nel corso di una mattinata interamente dedicata alla biodiversità, nella quale converserà davanti al pubblico presente con il giornalista Massimo Cirri, conduttore di Caterpillar di Radio 2 (trasmissione che promuove da sempre iniziative legate alla tutela ambientale) sul tema “La passione etica della biodiversità”.
Con loro ci saranno anche gli agricoltori e allevatori custodi di Parma, impegnati a recuperare, con il sostegno della Provincia, l’infinita varietà di frutti, animali e vegetali di cui il Parmense era ricco. I rappresentanti dell’Associazione Agricoltori e allevatori custodi consegneranno a Susanna Magistretti i semi della biodiversità parmense.
La mattinata prenderà il via alle 10 con i saluti dell’assessore alle Pari opportunità della Provincia di Parma Marcella Saccani. Alle 10,30 la consegna del premio a Susanna Magistretti. Alle 11 la conversazione di Susanna Magistretti e Massimo Cirri. L’appuntamento si concluderà alle 12 con la proiezione del video “Viaggio nella biodiversità parmense”, curato dalla Provincia.

Susanna Magistretti
Laureata in Storia Moderna nel 1976, Susanna Magistretti nel 1990 lascia il mestiere di pubblicitaria per fare quello di giardiniera, insegnando pratica del giardinaggio: la passione per il “suo giardino” la porta a sperimentare e conoscere situazioni nuove, anche a livello internazionale, in materia di biodiversità agraria e ornamentale, e lavorando sul campo si forma ad una cultura che le cambierà la vita.
Nel 1999 fonda l’Associazione “Attraverso il giardino”, che si occupa di divulgazione nel settore del giardinaggio. Collabora con numerose riviste specializzate del settore e dal 2002 si dedica alla formazione in carcere, prima a San Vittore, poi a Bollate, dove lavora tuttora.
Nel 2007 avvia la cooperativa sociale “Cascina Bollate”, della quale è presidente; qui giardinieri liberi e detenuti lavorano insieme con l’obiettivo di costruire un vivaio di piante erbacee perenni e soprattutto formare veri esperti giardinieri e non solo semplici esecutori.
Inoltre, nell’area esterna del carcere, viene messo in opera un giardino didattico, dove è possibile mettere in pratica gli insegnamenti teorici appresi nei corsi.
Il lavoro della “Cascina” in questi anni ha portato ad un “capitale” di piante rare, in via di estinzione e antiche che si aggira intorno alle 70mila unità, oltre ad essere diventato un centro di riferimento per formazione e divulgazione su queste tematiche. In tutto ciò Susanna Magistretti ha mostrato come la salvaguardia della biodiversità possa essere anche un momento di rinascita sociale.

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Cremonini torna tutta italiana
LETTERA

RITRASMETTO LE TUE TESINE NEL MIO “PICCOLO” BLOG

Caro Valdo,
sono contento di sentirti e di sapere che sei in oriente, certamente a
raccontare le tue stupende idee salvifiche con quel linguaggio delfico che solo
un grande artista può fare, a mo’ di una melodia di Mozart che entra nella
nostra anima.
Non finirò mai di ringraziarti per tutte le tue tesine che cerco di diffondere
con il mio piccolo blog. Ti ringrazio per le tue lodi ma credimi sono poca cosa
rispetto a quello che riesci a trasmettere tu. Vorrei essere sempre così chiaro
e incisivo come le tue parole che mi colpiscono e ci aiutano ogni giorno.

LA FORZA ETICA DEL VEGANISMO MI HA CONTAGIATO L’ANIMA E IL CUORE

Ormai è quasi un anno che ho intrapreso il crudismo vegano, dire che sono
felice è poca cosa. Sai anche nella mia musica la vitalità della scelta alla
frutta si sente, sono pieno di energie positive e penso che la mia musica possa
aiutare chi ascolta. La vita ridà vita, l’energia si trasmette nel flauto, non
più cadaveri, cose morte, ma sopra ogni cosa rispetto per i nostri simili amici
di questo pianeta, con cui dividiamo l’infinita terra.
In questi momenti di crisi economica mondiale io continuo ad essere felice
perchè questa forza mi ha contagiato l’anima e il cuore, mi rende sereno il
respiro e profondo il suono che genera la nostra anima.

RINASCERE A 57 ANNI E PUNTARE AI 114

Da due anni ero vegetariano e animalista, ma mi mancava qualcosa e ora che
vivo di frutta e crudismo sono rinato alla mia veneranda età di 57 anni. Il
rammarico è di non esserci arrivato prima, mi vergogno del mio passato
carnivoro, ma sono felice di esserci ora e lo difendo con tutta l’energia che
mi è nata da questa scelta.
Spero di poter passare i 114 anni per avere la stessa quantità di anni
dedicati ai nostri fratelli animali. Con questo mi assumo le mie
responsabilità, non mi voglio nascondere dietro ad accuse e ingiustizie, io ci
sono arrivato ora e sono felicissimo che la spallata mi è arrivata dal tuo
libro Alimentazione Naturale, è stato un colpo di fulmine, un tuono armonico e
fluente che mi ha folgorato dentro, rimbalzando in ogni direzione del cuore e
neutralizzando il passato.

UNO SCUDO UMANO CON LA LANCIA DEL SUONO

Grazie ancora veramente di tutto quello che ci insegni, sei maestro e quando
uno cerca il maestro il maestro appare.
Spero di sentirti presto in qualche conferenza, un bacione e forza Valdo io
sono con te
e se hai bisogno di uno scudo umano io sono pronto con la mia lancia di suono.
A presto.
Claudio Ferrarini

*****
RISPOSTA

NESSUN BANALE SCAMBIO DI FAVORI

Ciao Claudio, lo scambio di favori e di complimenti ha sempre un sapore
melenso e sguaiato.
Ma nessuno potra’ mai pensare che un artista internazionale del tuo livello
abbia bisogno dei miei complimenti per risultare ancora piu’ noto e piu’
grande.
Chiunque si porta a casa un tuo CD, capisce il valore puro ed incorruttibile
dell’armonia.
Esporsi pubblicamente, come fai tu, puo’ comportare piuttosto rischi,
grattacapi e fastidi indesiderati, da un punto di vista professionale.
Ecco allora dove sta l’importanza e la genuinita’ del tuo messaggio.

UN MONDO IN CAMBIAMENTO, CON MOSTRI E DRAGHI PRODIANI E SOROSIANI

Il mondo sta sicuramente cambiando. Non siamo per niente sicuri che stia
cambiando in meglio.
Ma faremo di tutto per  esorcizzare i Draghi e gli Obama, i Mostri Prodiani e
Sorosiani, per scongiurare insomma disastri peggiori.
L’importante e’ che la gente impari ad informarsi e a sensibilizzarsi, a non
buttare via il proprio tempo prezioso nelle boiate e nei “Grande Fratello”.
L’importante e’ che la gente, invece di sedersi di fronte al televisore, con a
fianco un frigorifero cadaverale, pieno di ossobuco e coscie di pollo, e con
dei cioccolatini zuccherati a portata di mano, per esorcizzare il sapore del
sangue che rigurgita nei riflussi putrefattivi, smuova il sedere e vada una
volta per settimana a visitare una stalla, un impianto di allevamento volatili,
e soprattutto un macello.

I NOSTRI PROGETTI PER IL FUTURO

“Cosa farai da grande, o magari nei prossimi 5 anni”, mi ha chiesto l’altro
ieri un arguto imprenditore singaporiano, mentre stavamo seduti di fronte al
solito baracchino esotico dei durian.
Vorremmo ancora fare dei goal, compiacere donne ammiccanti, conquistarne altre
difficiline, riconquistare magari le attenzioni e l’interesse inevitabilmente
sbiadito delle nostre mogli (una basta e avanza, ovviamente), stabilire dei
record in qualcosa, magari nella raccolta di monete e di francobolli, se non
piu’ nella corsa, nel salto e nel sollevamento, che piu’ non si addicono alle
nostre stagionate membra.
Vorremmo continuare a mangiare dei manghi e dei durian, inondandoli col
magnifico latte di cocco, intercalando qualche piatto di miglio e qualche buon
panino rivitalizzante alle verdure fresche.
Vorremmo vedere i nostri figli crescere al meglio nel fisico e nel morale, in
continuazione con quanto avvenuto finora.
Cose semplici e banali insomma, senza mai dimenticare la prioritaria lotta
all’ignoranza, alla crudelta’, all’ingiustizia, che sono parte centrale e non
marginale della nostra vita. Questo gli ho detto.

L’IMPORTANZA DELL’AUTOSTIMA

Di certo non siamo interessati a titoli e ad eventuali riconoscimenti, quando
il mondo prendesse la direzione giusta e le nostre teorie diventassero idee-
forza del nuovo potere.
Il riconoscimento piu’ importante sta dentro di noi. La soddisfazione di
essere coerenti e giusti, di non fare le cose che non ci sentiamo di fare, di
non pensare le cose che non ci sentiamo di pensare.
Chi non ha mai provato la salute del corpo e dell’anima, non riesce a capire
l’importanza che ha nella vita il poter sorridere senza riserve e senza
compromessi, la famosa autostima, la coscienza di aver fatto il massimo e di
aver dato comunque il massimo, ognuno nel suo campo, ognuno nei suoi limiti,
ognuno nel suo fato, ognuno insomma nella sua pelle o pellaccia che dir si
voglia.

CI VOGLIONO PURE I SOLDI, MA NON FRODATI, NON INSANGUINATI, NON ESAGERATI

I soldi sono sempre importanti, nessuno lo puo’ negare. Se il mio messaggio vi
arriva, lo fa in quanto ho dato dei dollari alle compagnie aeree che mi hanno
portato qui, agli hotel che mi garanrtiscono un letto per la notte, ai negozi
che mi hanno venduto del cibo naturale, all’Internet Cafe’ che mi ospita in
questo istante in Hongkong.
Ma, a parte tutto questo, rimane il fatto che “Ci saranno soldi che noi non ci
saremo”.
L’accumulazione di danaro fine a se stessa, e’ una delle peggiori stupidita’
dell’uomo moderno.

LE GRANDI LEZIONI DI ROBBINS E HYMAN

Lo ha capito fin dal primo istante John Robbins, erede designato al trono
dell’imperatore del gelato, autodiseredatosi in ossequio all’amore acquisito
per le mucche del padre.
Lo ha capito, in ritardo, ma sempre in tempo utile, Mr Hyman, grande
allevatore di bestiame del Montana, diventato finanziatore felice e  del
movimento vegano, non appena capiti per filo e per segno i meccanismi che
portano carne e latte ad insidiare ed avvelenare la salute di grandi e piccini,
dopo aver tormentato e torturato inutilmente tante povere anime di animali
quadrupedi incappati nel vile tradimento umano.

CHI NON HA CAPITO UN BEL NIENTE RIMANE L’ESIMIO CAVALIER CREMONINI

Non lo ha invece per niente capito il cavalier Cremonini che, non soddisfatto
di essere ormai da anni il Duce Nazionale delle Carni Italiane, l’esponente di
spicco dell’Agroalimentare Italiano, il costruttore del piu’ grande macello
mondiale nei dintorni di Mosca, il fornitore ufficiale della McDonald’s in
Italia ed in altri paesi, sta continuando ad allargare il suo dominio nelle
stazioni ferroviarie e negli aeroporti.
I bar colorati di rosso portano inequivocabilmente il colore del sangue. Se
uno prova a chiedere un panino vegetariano, gli rideranno in faccia, o al
massimo tireranno fuori dal frigo-espositore, semisommerso da cento panini alla
mortadella, un anemico e biancastro panino allo strutto, con fetta di formaggio
e foglia di lattuga strozzata, profumante di morte al pari delle pizze al tonno
e al prosciutto, al pari delle piadine al salame e al fegato d’oca.

FAI ANCORA IN TEMPO A REDIMERTI

A volte l’ambizione gioca brutti scherzi. Napoleone Bonaparte aveva molte
qualita’, ma e’ finito a Sant’Elena.
Se sei davvero cosi’ bravo come organizzatore e imprenditore, caro cavaliere
del lavoro, lascia in pace gli animali che niente ti hanno fatto, chiedi loro
perdono fin che sei in rtempo a farlo, e mettiti a coltivar patate, carote,
carciofi, miglio e grano saraceno, con letame rigorosamente di foglie,
ovviamente, e senza piu’ il micidiale Round-Up della Monsanto.
E fa pure in modo che i tuoi bar nelle stazioni, che i tuoi grill nelle
autostrade, offrano panini alle verdure fresche con noci e pinoli, al radicchio
e alle melanzane, alla valeriana e ai ravanelli, ai carciofi e alla rucola,
sempre conditi con pomodoro secco e crema di olive, e preceduti da centrifugati
freschi di arancia, di mele, di carote, di pompelmi e di melograni.
Tutto fuorche’ sangue. Quel sangue che imbratta, ferisce, sporca, ammala,
annienta ed impoverisce.
A quel punto, e solo allora, potrai anche inserire le armonie del grande
Claudio Ferrarini.

Valdo Vaccaro

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Rudolf Hametovic Nureyev, indimenticabile ballerino, è indubbiamente
il personaggio che ha rivoluzionato il ruolo maschile nella danza.

Nato il 17 marzo 1938 su un treno in una regione del lago di Baikal, durante un viaggio che la madre aveva intrapreso per raggiungere il marito a Vladivostock (trasferito per ragioni di lavoro), comincia a prendere lezioni di danza all’età di undici anni da un’anziana insegnante, la signora Udeltsova, che aveva fatto parte nientemeno dei leggendari “Ballets Russes” di Diaghilev (gli stessi che avevano collaborato con personalità artistiche del calibro di Stravinskij, Ravel, Matisse, ecc.). Nel 1955 entra a far parte della prestigiosa scuola di ballo del Teatro Kirov di Leningrado e tre anni dopo è ammesso in compagnia.
Durante una tournée in Europa, come molti artisti suoi compatrioti, chiese asilo politico alla Francia, per sfuggire all’oppressivo regime sovietico, alle sue imposizioni e gerarchie.
Correva l’anno 1961 e nella storia quella è una data che vuol dire solo una cosa, guerra fredda. La contrapposizione, basata sul precario equilibrio nucleare, fra le due superpotenze allora vigenti, l’Unione Sovietica appunto e gli Stati Uniti

In quel clima già rovente, quando gli anticomunisti non perdono occasione per denunciare le infami condizioni di vita instaurate nel paese del socialismo reale, si scatena un vero caso internazionale. Il suo nome finisce su tutti i giornali, non sempre per i nobili motivi legati alla danza, ma per quelli più terreni della politica e questo lo porta, volente o nolente, ad essere conosciuto da un più vasto pubblico, non necessariamente interessato all’arte e al ballo.

Comincia così la sua carriera in Occidente con la compagnia del Marchese di Cuevas,con il Balletto Reale Danese di Erik Bruhn e poi con il Royal Ballet di Londra dove fra l’altro instaura un celebre sodalizio con Margot Fonteyn, con la quale forma la mitica coppia destinata ad incantare il pubblico di tutti i teatri del mondo.
Nel corso della sua vita, Nureyev ha interpretato decine di ruoli, sia classici che moderni, sempre con enormi potenzialità tecniche e di immedesimazione. Ciò significa che, al pari dei cantanti lirici che per essere tali a tutti gli effetti non devono limitarsi a saper cantare, il ballerino era anche un grande attore, capace di coinvoleger il pubblico e trascinarlo nel vortice delle storie raccontate in musica dai grandi compositori.
Infine, non bisogna dimenticare che crearono per lui tutti i massimi geni della coreografia, fra i quali vanno annoverati Ashton, Roland Petit, Mac Millian, Bejart e Taylor.

Grazie a talento, bellezza e fascino gli vennero perdonate molte cose, ma nemmeno la fama riuscì a migliorare il suo temperamento.
Nureyev era notoriamente impulsivo e aveva poca tolleranza verso le regole, le limitazioni e l’ordine gerarchico.
Alcuni vedevano in questo atteggiamento mancanza di fiducia e maleducazione nei confronti delle persone con le quali Nureyev lavorava. Nureyev frequentò Jacqueline Kennedy Onassis, Mick Jagger e Andy Warhol, e si fece la reputazione di intollerante nei confronti delle persone comuni; nonostante ciò mantenne vecchie amicizie dentro e fuori il mondo della danza classica per decenni, comportandosi come un fedele e generoso amico.
I suoi interessi erano ampi e amava discutere di tutte le tematiche, mostrando una incredibile ricchezza di conoscenze in molti campi.

Con il compimento dei 40 anni alla fine degli anni ’70, iniziò l’inevitabile declino della straordinaria potenza fisica di Nureyev. Egli tuttavia continuò per molto tempo ancora ad interpretare ruoli da protagonista nei grandi balletti classici, causando in particolare dalla seconda metà degli anni ’80 la disapprovazione di molti dei suoi ammiratori.

Nureyev fu molto influente nell’ambito della danza classica: da un lato egli accentuò l’importanza dei ruoli maschili, che a partire dalle sue produzioni vennero sviluppati con molta maggiore cura per la coreografia che nelle produzioni precedenti; dall’altro grazie a lui venne abbattuto il confine tra balletto classico e danza moderna.
Nureyev infatti danzò entrambi gli stili, pur essendo stato formato come ballerino classico, cosa che oggi è assolutamente normale per un ballerino, ma nella quale Nureyev fu precursore e che gli causò molte critiche ai tempi.

Quando l’AIDS fece la sua comparsa in Francia e nel mondo intorno al 1982, Nureyev vi prestò poca attenzione, come del resto fecero molti uomini omosessuali francesi. Nureyev contrasse l’HIV probabilmente proprio intorno a quegli anni. Per un po’ di tempo egli semplicemente negò che ci fosse qualcosa di strano riguardo alla sua salute, e quando nel 1990 si ammalò senza ombra di dubbio, finse di avere diverse altre malattie, rifiutando qualsiasi trattamento fosse disponibile ai tempi.
Alla fine, comunque, dovette affrontare il fatto che stava morendo.

Riconquistò l’ammirazione di molti dei suoi detrattori grazie al coraggio con il quale affrontò questi momenti.
La perdita della prestanza e della bellezza fisica colpirono molto Nureyev, che tuttavia continò a lottare e ad apparire pubblicamente.

Alla sua ultima uscita pubblica, per la produzione del 1992 di The Bayadère a Palais Garnier, Nureyev fu accolto da una emozionante standing ovation del pubblico. Il Ministro della Cultura Francese, Jack Lang, gli conferì la più alta onorificenza culturale francese, il Chevalier de l’Ordre des Artes et Lettres.
Morì a Parigi, alcuni mesi dopo, all’età di 54 anni, il 6 gennaio 1993.

 “L’amore”, scrive Anton Checov, “mostra all’uomo come dovrebbe essere”. E fu la forza dell’amore a mostrare a Rudolf Nureyev che, per essere veramente se stesso, doveva lasciare l’Unione Sovetica, fuggendo in Occidente. La clamorosa defezione del grande ballerino russo, a Parigi, nel 1961, era stata influenzata, discussa e pianificata in lunghe conversazioni con un giovanissimo amante, un ballerino tedesco che studiava danza con lui al teatro Kirov di Leningrado, come San Pietroburgo era chiamata in epoca comunista. Senza l’incitamento di Teja Kremke, questo il nome del suo innamorato, forse Nureyev non si sarebbe deciso a compiere un passo così rischioso in piena Guerra Fredda.

Una delle sue prime telefonate, quando si sentì al sicuro in Francia, fu a Kremke, intanto tornato nel proprio paese, a Berlino est. Nureyev gli chiese di raggiungerlo a Parigi. “Hai fatto bene ad andartene”, commentò il tedesco; ma da parte sua, preso dall’incertezza, chiese tempo. Poco dopo la Germania Orientale innalzò il muro di Berlino, intrappolandolo dietro la cortina di ferro, e i due non si rividero mai più.

Per il resto della sua vita, Kremke venne indagato e pedinato dal Kgb, la sua carriera si arenò, si sposò e divorziò due volte, quindi si diede all’alcol. Morì a trentasette anni, in circostanze misteriose.

A fare luce su questo piccolo ma significativo episodio è una nuova biografia del ballerino russo,Rudolf Nureyev, the life, che sarà pubblicata in Gran Bretagna il 27 settembre prossimo. L’autrice, Julie Kavanagh, ha scoperto l’importanza della relazione fra Nureyev e Kremke intervistando familiari e amici di entrambi. Tra i materiali rinvenuti è emerso anche un rudimentale filmato in cui si vede Nureyev che danza in preparazione per le apparizioni col Kirov. Il film verrà trasmesso dalla Bbc fra tre settimane, nell’ambito di un documentario ispirato dalla biografia. Intitolato, appropriatamente, Dalla Russia con amore. Il Times di Londra ne anticipava ieri la più ghiotta rivelazione.

Kremke aveva 18 anni e studiava danza presso il Kirov di Leningrado, quando conobbe il 21enne Nureyev, allora una stella nascente del balletto russo, destinato a diventare uno dei più grandi ballerini di danza classica di tutti i tempi. I due diventarono amanti, fratelli di sangue e collaboratori artistici. Ma Kremke giocò anche un altro ruolo decisivo: convinse Nureyev che le autorità sovietiche avrebbero impedito al suo talento di fiorire a livello internazionale, dove lui meritava di essere.

“Kremke alimentò l’ambizione di Nureyev di diventare una stella mondiale, ammonendolo però che i suoi viaggi sarebbe stati ristretti da Mosca, perché era giudicato troppo controverso e ribelle”, dice al Times John Bridcut, regista e sceneggiatore del documentario della Bbc. Così la decisione fu presa.

Nel maggio ’61, il Kirov andò a Parigi in tournè. Da lì doveva proseguire per Londra, ma l’Urss, con varie scuse, ordinò a Nureyev di rientrare in patria. Il 16 giugno, all’aeroporto di Le Bourget, il ballerino si allontanò dai suoi sospettosi accompagnatori, gettandosi fra le braccia dei poliziotti francesi e gridando: “Voglio essere libero”. Libero sarebbe stato, nei trent’anni successivi, eccome, calcando i teatri di tutto il mondo, fino alla morte, di Aids, nel ’93. Ma senza avere al suo fianco l’amante che lo aveva incitato ad andarsene, il tedesco Teja Kremke

Ballerino sublime (con Nižiskij, il più grande del ‘900), coreografo, avventuriero, dandy, lavoratore instancabile, a sedici anni dalla scomparsa Rudolf Nureyev continua ad esercitare un fascino a cui è difficile sottrarsi. D’altra parte la sua vita assomiglia a un romanzo, in cui bellezza, talento, ribellione, nostalgia e solitudine si intrecciano inesorabilmente.
Rudolf nasce giovedì 17 marzo 1938, su un vagone della Transiberiana da Farida Nureeva, vicino a un paese chiamato Razdol’naja, diverse ore di viaggio dopo Irkutsk. Della nascita a bordo della Transiberiana, sotto il segno di Allah e della stella rossa, Rudolf farà uno dei simboli forti della propria movimentata vita.
Dopo esperienze passate nella città di Ufa in ambito folcloristico, il sogno di Rudolf si realizza: la famosa scuola Mariinskij di San Pietroburgo gli apre le porte il 17 agosto 1955. Purtroppo è quasi al limite di età per entrare nella scuola: Vera Segeevna Kostrovitskaja pronuncia un verdetto pessimista, tuttavia lo ritiene degno di entrarci. In pochi anni Rudolf diviene uno dei ballerini più famosi della Russia, ballando per il teatro Kirov, dove debutta con il passo a tre di Il lago dei cigni ed eseguendo Laurencia, Don Chiscotte, Il corsaro, Giselle. Nel 1961 si ricorda il suo fortunato e rocambolesco passaggio all’Ovest.

Nureyev fu molto influente nell’ambito della danza classica: da un lato egli accentuò l’importanza dei ruoli maschili, che a partire dalle sue produzioni vennero sviluppati con molta maggiore cura per la coreografia che nelle produzioni precedenti; dall’altro grazie a lui venne abbattuto il confine tra balletto classico e danza moderna. Nureyev infatti danzò entrambi gli stili, pur essendo stato formato come ballerino classico, cosa che oggi è assolutamente normale per un professionista, ma nella quale Nureyev fu precursore molto criticato ai tempi.

La vita di Nureyev è segnata anche da forti passioni amorose: ricordiamo il ballerino danese Erik Bruhn, direttore del Balletto reale svedese, che divenne suo amante e protettore.

Il pregio di questo grande artista è sempre stata la determinazione. La promiscuità nei rapporti sessuali e la non conoscenza della pericolosità di questi, portò alle tragedie derivate dallo scoppio dell’AIDS anche in campo artistico, incominciando nel 1983 con Klaus Nomi. Secondo il dott. Michel Canesi, Nureyev probabilmente è diventato sieropositivo all’inizio degli anni ’80.
A seguito della diagnosi, il ballerino incomincia le pesantissime cure sperimentali di HPA23 e di AZT: il fisico di Rudolf regge, continua a danzare, nonostante il peso degli anni, l’inevitabile affaticamento e la malattia latente. Dal 1983 al 1989 è direttore di danza all’Opera di Parigi. Nel 1991 invece tenta, con scarso successo di critica e pubblico, di diventare direttore d’orchestra pur non avendone le competenze specifiche. A partire dal 1992 l’artista si ritrova ad affrontare il periodo più difficile e doloroso della sua malattia; si rimette in maniera a dir poco straordinaria, e dirige Romeo e Giulietta a New York danzato da Silvie Giullem e Laurent Hilaire. Il 4 gennaio 1993, avvolto nel suo pigiama di pura lana dalle tonalità ocra, Rudolf entra in coma e si spegne serenamente il 6 gennaio 1993, alle tre e trenta del mattino, il giorno del natale russo. Al funerale, (12 gennaio), il finale brutale della Fuga XIII di Bach diviene il simbolo di quella vita spezzata dall’AIDS.
Sotto un sole freddo simile a quello della Russia ognuno si chiude in un assorto raccoglimento. Poi gli ammiratori si avvicinano per gettare un giglio bianco sul feretro di colui che, attraversando il mondo di corsa, fu l’ultimo zar della danza. di Pasquale Antonio Signore

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Conferenza di Colognola-Bergamo, chiesa sconsacrata di San Sisto, dell’8/10/11)

UN MODO DI PENSARE NON CONVENZIONALE

Le cose che scrivo sul blog e sui miei libri, ed anche quelle che esprimo nelle mie conferenze, non contengono nulla di trascendentale, di fantascientifico, di stonato o di provocatorio. 

Eppure c’è sempre qualcuno che continua a cogliere qualcosa di settario, di rivoluzionario, di partigiano, di carbonaro, e persino di non-scientifico, in questa mia attività culturale e divulgativa da filosofo della salute. Posso essere d’accordo sul fatto che le mie posizioni siano a tratti “unconventional”, come dicono gli inglesi, ovvero fuori dalle righe, ma non esiste in esse nulla di falso, di dannoso, di estremistico e di offensivo.

E’ più estremistico dire che il caffè fa male o dire che esso faccia bene?

E’ più estremistico dire che la caseina fa male o dire che essa rinforzi le ossa?

E’ più estremistico dire che la medicina odierna diffonde terrorismo o dire che essa trasmetta serenità?

UN CERTO TRAMBUSTO SU INTERNET

Su internet c’è poi diversa gente che mi cita, che fa da cassa di risonanza alle mie tesine, o che le fa girare in una specie di tam-tam, al punto che non sono assolutamente in grado di quantificare e presumere quante persone le leggono. So soltanto che mi arrivano lettere da Valencia, da Parigi, da Londra, da Berlino, da Sydney, da Pechino, da New York, da Los Angeles, da Città del Capo.

Non parlo solo di giornali “on-line”, tipo Luigi Boschi, Medicina Naturale, Liquida, e altri ancora, ma pure di musicisti, di cantanti, di sportivi, di naturopati, di terapeuti, di docenti universitari, di medici, e persino di ex-ministri della salute, visto che lo stesso professor Veronesi ha espresso i suoi apprezzamenti sul mio articolo “Zona tumore, zona cancro”.

DISINTERESSE VERSO UNA NOTORIETA’ AD PERSONAM

Forse non esagero a dire che c’è un pizzico di “valdomania” in giro per l’Italia.

Sarei ipocrita a dire che non mi piace l’idea che la gente legga ed apprezzi il più delle volte i miei scritti.

L’uomo è vanitoso per natura e non voglio nemmeno pensare di fare eccezione alla regola.

Ho presente questo rischio. La cosa però non la ho inseguita e tutto sommato non mi interessa più di tanto. Sono un tipo tranquillo e non vado in cerca di notorietà “ad personam”.

Non avrei nemmeno le qualità e la statura morale del guru, dell’eroe, del mito, del fenomeno.

TANTE COSE DA DIRE E DA INSEGNARE

L’intera faccenda non va vista dunque sul piano individuale.

Trattasi piuttosto del riaffermarsi storico ed inevitabile di una scuola straordinaria, tenuta troppo a lungo in disparte, silenziata per secoli con tamponi alla bocca da parte della medicina dominante.

Trattasi del rilancio indilazionabile di una scuola comportamentale civica e salutistica che ha tante cose importanti da dire e da insegnare.

UNA SCUOLA TUTTORA IGNORATA, MA RICCHISSIMA DI SCIENZA E DI ETICA

Parlo della Scuola Pitagorica-Ippocratica-Galenica, parlo del Salutismo Anti-Medicale Romano, parlo della Scuola Medica Salernitana, della Scuola Etico-Animalistica Francescana-Antoniana, della Scuola Spirituale-Filosofica dei Savonarola e dei Giordano Bruno, della Scuola Scientifica Galileiana-Leonardesca-Voltairiana, della Scuola Naturopatica Ehretiana e Kuhniana, della Scuola Termica Lezaetiana, della Scuola Igienistica Sheltoniana, ed anche delle Scuole Olistiche dei nostri giorni, che criticano aspramente sia la medicina specialistica odierna, quella che divide il corpo umano a compartimenti stagni, che la medicina genetica, ammalata com’è di fissità e di dogmatismo, non riuscendo essa nemmeno a percepire che il Dna umano non è immutabile ma modifica in continuazione la sua struttura a seconda degli stimoli emotivi che riceve.

LE REFERENZE DI PARACELSO

Tra gli amici più illustri che mi scrivono c’è un eminente docente universitario, membro dell’Accademia delle Scienze di Londra e di New York, che ama chiedermi spesso, tra il serio e il faceto, da dove io ricavi le mie certezze sulle proteine, sulla B12, sull’Aids e tutto il resto. Da quali riferimenti bibliografici, da quali fonti.

“Certamente non dalla cultura ufficiale, tomistica o televisiva”, gli ho appena scritto.

“Certamente non da quanto appreso sui giornali, sui banchi di scuola o su quelli dell’università”.

“Le cose più importanti le ho apprese non negli ambienti accademici, ma piuttosto dai barbieri, dalle prostitute, dai mendicanti, dagli zingari e dai boia!”. Questo disse Theophrastus Bombastus von Hohenheim, detto anche Paracelso (1493-1541), grande medico, filosofo e naturalista svizzero.

I COMIZI ESILARANTI DI CHECO PIGAN

Non mi illudo di valere una singola unghia di Pitagora, di Ippocrate, di Leonardo o di Paracelso, ma anche io posso dire che, quanto so, l’ho imparato dalla cultura underground, dagli uomini giusti ma anche da quelli sbandati, dagli amici animali, o da simpatici bevitori di vino come ad esempio Checo Pigàn. Quello che malediva comicamente pievani, chierici, vescovi, cardinali e papi, chiamandoli “sporchi, ludri, falsi e farisei”, mentre sua madre recitava il rosario e si faceva il segno di croce almeno 10 volte al giorno. Quello che al termine dei suoi comizi, dei suoi soliloqui esilaranti fino al mal di pancia, chiudeva regolarmente con un “Io bòe, cuant che o mur iò, no vignaràn fur viàrs ma sarpìns” (Quando muoio io, salteranno fuori non vermi ma serpenti!).

LA CULTURA SALUTISTICA RAPPRESENTA UN GROSSO FASTIDIO PER BIG PHARMA

C’è vivo interesse ed entusiasmo intorno alla nostra cultura salutistica, a questa alternativa allo strapotere medico. E’ ovvio che tutto questo dia parecchio fastidio.

Non ho tempo di seguire quello che scrivono su di me, né di rispondere agli appelli su facebook e su altre rubriche simili, né di ribattere regolarmente ai commenti che i lettori fanno alle mie singole tesine.

C’è pure qualcuno che, atteggiandosi a difensore ufficiale della struttura sanitaria, non ne può più dei miei scritti sul diabete e si propone di oscurare il blog, di denunciarmi per lesa maestà della medicina e dell’insulina.

Non ho né il tempo né la voglia di prestare attenzione a corbellerie di questo tipo.

A VOLTE C’E’ ANCHE ISTERISMO E MALEDUCAZIONE

Costoro, che si firmano con nomi di fantasia e che traspirano per motivi che non conosco bava ed odio ad ogni loro parola, ignorano che l’articolo 21 della Costituzione Italiana garantisce la libertà di espressione, e non quella di diffamazione (nella quale essi brillano), ed ignorano che l’art 32 tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e della collettività.

Salute significa benessere, armonia, serenità di giudizio, tutte cose che le persone isteriche non sanno nemmeno cosa siano.

Essere in disaccordo ideologico ci può anche stare, e pensarla diversamente non è un reato. Ma la cattiveria e il malanimo sono cose molto brutte, sono segno di grave intossicazione interna. Critica sì, ma sempre con un minimo di rispetto.

NON SIAMO FINANZIATI O SPALLEGGIATI DA NESSUNO

Ci sono alcuni che, vedendosi sfuggire gli antichi privilegi, il predominio e l’esclusiva a cui erano abituati, perdono le staffe, perdono la tramontana. Passano alle intemperanze, alla maleducazione e alle minacce, digrignano i denti come il cane a cui qualcuno tenta di sottrargli l’osso.

Non hanno capito di mettersi così fuori tempo e fuori luogo, di rappresentare più che mai un freno e un peso sociale, un lato mediocre, meschino e marcescente della società.

E qui occorre toccare pure il tasto politico.

Ribadisco che dietro l’igiene naturale, o dietro la ABIN di Bergamo e l’AVA di Roma, non esistono supporter e finanziatori noti o segreti, non esistono gruppi di potere, agenzie, interessi diretti o indiretti di alcun genere. Operiamo per la libertà di parola e per la libertà di cura. La nostra cultura deve mantenersi libera, indipendente e trasparente, se non vuole finire fagocitata.

VIVIAMO IN UN’EPOCA ANTIDEMOCRATICA, ANTILIBERALE, ANTISOCIALE

Questo nostro stare apolitici non ci impedisce di fare dure critiche alla cosiddetta democrazia e al cosiddetto liberismo.

A parte la facciata, a parte le apparenze, viviamo infatti in un’epoca quanto mai antidemocratica, antiliberale, antilibertaria, antisociale, antisalutistica, antiumana, anti-infanzia, antianimale e antinaturalistica.

L’intossicazione è generalizzata a 360 gradi.

UNA LUCE ROSSA GENERALIZZATA

Quando si parla di deficit, viene in mente l’allarme e il lampeggiare della luce rossa.

Viviamo in una società infida, dominata da poteri striscianti e occulti che tramano e si nascondono.

Viviamo in condizioni di deficit democratico.

I concetti di democrazia, di libertà, di fratellanza universale sono finiti nuovamente sotto i tacchi.

CRISI VOLUTE E PIANIFICATE A TAVOLINO

Esiste non una discrepanza ma un autentico baratro tra gli interessi dei popoli e la politica dei governanti di destra, di sinistra e di centro. Quello del libero mercato è un mito illusorio.

Il mondo attuale è percorso da crisi finanziarie, da crisi economiche e monetarie, da crisi climatiche ed ambientali, da crisi energetiche e petrolifere, da crisi alimentari.

Crisi non strutturali o casuali o congiunturali, ma manovrate a tavolino, pianificate e volute da ben precisi e identificati gruppi di potere.

GLI OCULATI ARCHITETTI DELLA POLITICA

Succede però che, indipendentemente dai governi che si alternano al vertice, ci si mascheri sempre di democrazia, di liberismo, di socialismo, mentre si continuano a socializzare i costi delle crisi, scaricandoli sulla depotenziata popolazione, e a privatizzare i guadagni e le speculazioni, incanalandoli a favore dei circoli opulenti. E’ indispensabile smantellare l’edificio delle illusioni.

I principali architetti della politica operano sempre e solo a salvaguardia dei propri interessi.

LE TIRANNIE DEI TEMPI ANDATI NON ARRIVAVANO A TANTO

Niente di nuovo sotto il sole. Questa non è una novità. Questo lo sappiamo troppo bene. Ma oggi siamo arrivati a situazioni impensabili e intollerabili.

Le tirannie dei tempi andati ne facevano di tutti i colori, ma non arrivavano a creare le strisce chimiche sulla testa dei sudditi, e non si sognavano di cambiare i climi, di causare siccità e uragani, di scatenare terremoti e tsunami, di prefabbricare incidenti e attentati per crearsi alibi repressivi e scuse guerrafondaie, di inventare pesti, contagi, Aids, aviarie e suine, al fine di scaricare più farmaci e più vaccini sulla gente.

CARRETTE DEL MARE FATTE AFFONDARE CARICHE DI RIFIUTI TOSSICI

Le tirannie dei tempi andati non arrivavano al punto di scaricare container di rifiuti tossici in ogni dove, o al punto di affondare vecchie navi cariche di rifiuti radioattivi lungo le nostre coste.

Le tirannie dei tempi andati non deliravano sulla possibilità di invadere il mondo intero con le proprie sementi esclusive, con le proprie coltivazioni OGM e coi propri micidiali fertilizzanti e anticrittogamici.

Volete forse che il movimento salutista non parli di queste cose, temendo di andare fuori tema?

Se non facciamo in modo che i nostri governanti abbiano nella testa e nel cuore, innanzitutto, le priorità della salute e del benessere del popolo, continueremo a vivere in un pianeta velenoso, intossicante e intossicato.

TUTTO VIENE TRADOTTO E TRASFORMATO IN BUSINESS

Ma le tirannie di oggi riescono a capitalizzare e a sfruttare ogni nuova opportunità.

La gente produce troppi rifiuti? Ecco allora che l’immondizia diventa una speculazione sovranazionale.

Le industrie producono scorie pericolose e radioattive? Ecco allora che i residui ultratossici diventano un autentico filone d’oro.

La gente si ammala? Ecco che la malattia diventa il business del secolo.

La gente ha pochi soldi da spendere? Ecco che col sistema bancario e con le politiche monetarie viene manovrata sempre più a piacimento delle lobby al potere.

UN REGIME CHE FA PENSARE ALLO SCHIAVISMO

E’ ovvio che noi igienisti siamo per la democrazia e per la libertà, a patto però che siano vere e genuine.

Andando avanti di questo passo saremo costretti a rivalutare i grandi dittatori del passato.

Qui ci stanno facendo precipitare nel mondo della fame, dello schiavismo e della implosione economica.

Ci stanno polverizzando faticose conquiste storiche, costituzioni, lotte risorgimentali e persino diritti basilari dell’uomo sanciti dalla Magna Charta.

Vi rendete conto o no che viviamo tutti sotto un regime di pluto-farmacocrazia planetaria?

NIENTE PATOLOGIA E NIENTE CURA MA RICERCA DELLE CAUSE

Ma torniamo a noi, alla nostra scuola salutistica e comportamentale.

Il nostro sistema non prende parte in assoluto alla patologia e alla terapeutica, che sono le basi della medicina ufficiale.

I patologi vivono in funzione della malattia, stanno quasi in simbiosi con essa.

La nostra scuola trascura i sintomi della malattia e concentra tutte le sue forze verso le cause della malattia stessa e verso la salute.

PUNTIAMO TUTTO SULL’EQUILIBRIO

Salute è per noi normalità funzionale. Insegniamo a conservare l’omeostasi, l’equilibrio funzionale, ed anche a recuperarlo mediante l’equilibrio termico (Lezaeta), l’equilibrio lipidico (Pritikin, Kousmine), l’equilibrio immunitario naturale (Metchnikoff), l’equilibrio leucocitico (Kouchakoff), l’equilibrio enzimatico (Howell), l’equilibrio emotivo (Hamer), l’equilibrio vibrazionale (Simoneton), l’equilibrio etico-spirituale (Leonardo, Giordano Bruno, Voltaire), l’equilibrio psico-fisico (Ehret-Kuhne-Shelton), l’equilibrio integrale (scuole olistiche integrali). L’igiene naturale è per definizione una sintesi del meglio-del-meglio, scartando ogni cosa innaturale, offensiva, lesiva, non-innocente.

IL VERO MEDICO DI OGGI

Esiste una sola vera malattia al mondo ed è l’ignoranza generalizzata dei fattori di salute.

L’unico rimedio alla malattia è pertanto la corretta istruzione. Il vero medico ideale di oggi non è uno che ha in tasca il bisturi, le fiale, le pillole e gli integratori. Il vero medico di oggi è un medico-istruttore.

Un medico che spinge la gente verso una vita sana fatta di tre cose basilari come la buona respirazione dell’aria, la buona digestione del cibo e l’attiva e pronta eliminazione dei residui, dopo una corretta assimilazione delle sostanze nutrienti.

TUTTO E’ FUNZIONALE E NIENTE E’ MICROBICO

La salute è il risultato logico della sommatoria degli atti di ogni giorno.

E’ indispensabile saper selezionare i cibi, prima ancora di trovarseli sul tavolo e portarli alla bocca.

E’ necessario masticare bene, fare esercizio, attivare la pelle, mantenere la normalità nutrizionale- eliminativa (anabolica-catabolica), il ritmo intox-detox. Tutto è funzionale e niente è microbico, batterico, virale, fungino, allergenico, genetico (fatte sempre le debite eccezioni).

Salute equivale ad attività funzionale dell’organismo.

Malattia equivale a depressione funzionale dell’organismo. Morte equivale a paralisi funzionale dell’organismo.

IL SANGUE PURO, LE PULSAZIONI E LA TEMPERATURA

Con una serie virtuosa di buone digestioni siamo in grado di generare sangue puro, condizione sine-qua-non per superare qualsiasi intossicazione ed infiammazione interna.

Con una attiva eliminazione da parte del sistema emuntorio (intestino, reni, polmoni e soprattutto pelle) si espellono gli umori malsani e pregiudizievoli.

La respirazione normale di un adulto richiede 70 pulsazioni al minuto, affinché il flusso sanguigno si muova normalmente nei polmoni, e questo è possibile solo con 37° di temperatura, tanto alla superficie del corpo quanto all’interno della mucosa intestinale (zona delicatissima e spesso surriscaldata e congestionata da troppo sangue).

SENZA LA SALUTE NON SI COMBINA UN ACCIDENTE

“Quando manca la salute, la saggezza non vale, l’arte non si può esercitare, la forza della mente e dello spirito latita, e la ricchezza non ha più nessun valore”, sono parole di Herofilo, 300 aC.

“Massima felicità è possedere la salute? No, massima felicità è sapersi conservare sani, sapersi riequilibrare. Ammalarsi e non saper auto-guarire è offendere Dio. Stare sani e recuperare prontamente la salute persa è onorarlo”, dice Padre Taddeo di Wiesent (1858-1926), parafrasando il nostro Leonardo.

Salute significa conoscere i principi. Salute significa conoscere la verità, comprendere a fondo la verità, realizzare la verità, mettendola in pratica.

La strada per arrivare alla salute? E’ la conoscenza delle leggi naturali.

GUIDARE L’AUTO SENZA IL MANUALE ISTRUZIONI

La sapienza esiste solo nella natura, nell’opera del Creatore chiunque esso sia, e non nel laboratorio farmaceutico. Ignorando la salute l’uomo è impotente di fronte a tutti i dolori che gli tendono un agguato ad ogni istante della sua vita. Se consegnassimo a un inesperto viaggiatore una nuova auto per un lungo viaggio, senza dargli adeguate istruzioni tecniche, non arriverebbe, se non per miracolo, alla fine del viaggio.

I padri e le madri impreparati, che sono purtroppo la quasi-totalità, credono che per temprare i loro figli al viaggio della vita basti consegnarli alla scuola. Lanciano così i ragazzi nella vita con un organismo che non conoscono come funziona, come si alimenta, come si guasta, come si ripara.

L’IGNORANZA DELLE LEGGI NATURALI

L’uomo, nella sua nera ignoranza, rende persino Iddio responsabile delle proprie disgrazie, dimenticando che ognuno ha ciò che si merita.

Noi non ci ammaliamo per opera di forze estranee, bensì per i nostri eclatanti e spropositati errori, per il nostro sbagliato modo di vivere.

Le stesse leggi che stabiliscono l’orbita degli astri, che regolano il funzionamento dell’atomo, che presiedono la vita del regno animale, dall’elefante al microbo, sono le leggi naturali.

LA GERONTOLOGIA E IL GIARDINIERE DI CASA REALE BRITANNICA

La legge naturale ha stabilito la durata della vita, per le varie razze dei mammiferi, in un periodo pari a 6-7 volte il loro tempo di sviluppo.

Se un cavallo impiega 5 anni dalla nascita per completarsi a livello cellulare, la sua vita sarà di 30-35 anni.

L’uomo impiega 25 anni per completarsi, e dunque la sua vita normale e attiva dovrebbe essere 150-175 anni almeno, come confermato del resto dal celebre giardiniere della Casa Reale inglese Thomas Parr (1483-1635), che sopravvisse a Enrico VII, Enrico VIII, Maria Tudor la Sanguinaria, Elisabetta I e Carlo I di Inghilterra, morendo a 152 anni per colpa del re che lo avvelenò col cibo iper-proteico di corte, pretendendo poi l’autopsia da parte del celebre

dr William Harvey. L’ultima sua condanna per stupro di tre ancelle reali l’aveva subita a 130 anni.

Esistono al mondo molti altri casi in cui si parla di 200, 300 e 400 anni. Ma quello di Thomas Parr è sicuro al 100% per i precisi e documentati riferimenti storici.

UN OMAGGIO ALLA CITTA’ DI BERGAMO E A CARMELO SCAFFIDI

Questo mio intervento odierno vuole essere un omaggio speciale a voi tutti, 250 contati, venuti da ogni parte d’Italia, ed anche dalla vicina Svizzera, a riempire questa chiesa di San Sisto, alla magnifica città di Bergamo, ai grandi nomi del salutismo italiano qui presenti, e in particolare a Carmelo Scaffidi, militare-igienista-lezaetiano e soprattutto galantuomo, oltre che presidente dell’ABIN, dotato di una qualità niente affatto comune come quella di essere umili, di amare la gente e di farsi amare da essa, dalla Sicilia alla Lombardia, dal Friuli al Piemonte. In lui i piccoli difetti vengono sommersi dagli enormi meriti.

UN BACIO DI TROPPO

Qualche erbetta di troppo, qualche incoerenza igienistica di troppo, qualche magnesio di troppo, qualche accentramento organizzativo di troppo, persino qualche effusione di troppo?  Tutte cose che lo rendono ancora più umano e simpatico. Una mia amica di Bologna ha mosso un’obiezione. Un abbraccio non troppo innocente da parte di Carmelo. “Non dirmi che ti ha messo le mani addosso, perché non ci credo!” “No, non dico questo, ma un bacio sì”. “E allora?” le ho detto, “mica sei rimasta incinta!”

Un bacio spontaneo è una manifestazione di affetto, non è mica un pugno nello stomaco. E’ una trasmissione di vitalità, di energia biochimica, di alte vibrazioni Angstrom all’infrarosso.

LA PACE DEI SENSI LA LASCIAMO AGLI ASCETI

Siamo tutti degli ex-monelli disinibiti e scherzosi, che però mai hanno fatto del male a una mosca, e mai hanno mancato di rispetto a una donna. Vecchietti demotivati e devitalizzati? Col cavolo!

Perdiamo flessibilità e sprint? Perdiamo la chioma? Perdiamo qualche dente? Ma non perdiamo la voglia, il drive, la propensione a farlo, vivaddio! La pace dei sensi è al di là da venire, e non è che ci interessi molto. Lo spettacolo di un grazioso seno femminile ci emoziona, ci affascina, ci turba, ci stimola come sempre e più di sempre, ed è anche per questo che difendiamo a spada tratta gli attributi muliebri dagli insulti dei paurologi, dai pericolosi brividi delle mammografie, e dal bisturi facile e scontato.

I PRECETTI NATURALI SONO CHIARI PER TUTTI

L’elenco dei precetti naturali è quello di sempre:

1)    Aria pura

2)    Alimentazione naturale

3)    Sobrietà

4)    Unica bevanda eventuale l’acqua

5)    Massima pulizia esterna ma soprattutto interna

6)    Dominio e controllo passioni

7)    Attività appagante e non ozio

8)    Riposo e rilassamento

9)    Vestiario sciolto e leggero

10) Coltivare le virtù, l’allegria, l’autoironia, ma anche l’autostima

SAPER RESPIRARE E SAPER MANGIARE

“L’aria pura è il primo alimento”, ci ricorda Ippocrate. Nei campi, nei boschi, in montagna e al mare, si vive principalmente di aria e secondariamente di alimenti per lo stomaco. L’aria entra per i polmoni e per la pelle (che è secondo polmone e secondo rene del corpo). Perché la pelle assolva le sue funzioni, è indispensabile che sia a contatto con l’aria (massima importanza del nudismo, dei bagni d’aria, di sole e d’acqua, soprattutto acqua salata di mare). Più sappiamo alimentarci d’aria e meno alimenti stomacali (acquei e solidi) ci servono. Questo è dimostrato dai tisici, affetti da insufficienza polmonare. Essi sviluppano infatti grande attività digestiva ed appetiti mai soddisfatti. Come per una buona digestione serve saper mangiare, per una buona respirazione occorre saper respirare.

SI PARLAVA DI CRUDISMO GIA’ AI TEMPI DI LUCREZIO

L’ordine naturale stabilisce che il regno minerale alimenta il regno vegetale, e che il regno vegetale alimenta il regno animale. L’analogia fisiologica e biologica dell’uomo con la scimmia è una verità senza vero contradditorio. L’uomo è un primate, quindi frugivoro o fruttariano.

“Facendosi cuoco l’uomo si è ammalato, ha cambiato la sua integrità biologica, ha abbreviato la sua esistenza”. Non sono parole mie, ma frasi che si pronunciavano ai tempi di Lucrezio, un secolo prima di Cristo. Quali i vantaggi di un regime fruttariano? Evitare le malattie ed auto-curarle, contare sul raziocinio mentale, sulla freschezza e sulla chiarezza intellettuale. Il sangue, immune da tossine e da viscosità, irriga ed alimenta le cellule nervose e persino quelle spirituali.

LA VERITA’ SULLA CARNE E LE PROTEINE NOBILI

La carne non è, non sarà e non è mai stata, alimento umano. E’ droga eccitante che possiede veleni pericolosi tipo la creatina, la creatinina, la cadaverina, la putrescina, la schifina e la voltastomachina, gli indoli, i fenoli, le ammoniache, le purine e gli acidi urici (28 grammi di purine per 1 kg di carne e 30 grammi per 1 kg di pesce). Tanto micidiale è la carne in un corpo fruttariano o vegano che, iniettando piccole dosi del cocktail sopra citato, si causa la moria fulminea di un coniglio.

Basti pensare che il reale fabbisogno proteico non può eccedere i 24 grammi al giorno, oltre i quali si manda il sangue umano (alcalino con pH 7.30-7.50) in acidificazione. Ventiquattro grammi proteici che qualsiasi dieta vegana, anche la più distratta, è in grado di coprire.

UN MONDO DOMINATO DALLA MENZOGNA

La menzogna è un ingrediente assai diffuso nella nostra civilizzazione. E’ la menzogna dell’alimento carneo, quella dell’alimento cotto, quella della proteina che fa proteina, del sangue che fa sangue, del fegato che fa fegato, del muscolo che fa muscolo, del latte che fa latte, della vitamina sintetica che fa vitamina, dell’integratore inorganico che fa minerale organicato, dell’acqua che fa acqua.

E’ la menzogna del vaccino che protegge e non danneggia, quella del farmaco, del bisturi e della chemio che sconfiggono le malattie umane.

QUALI VALORI ALIMENTARI CI ASPETTIAMO MAI DI TROVARE IN UNA SALMA?

Cosa andiamo mai a cercare nel corpo del povero manzo, del bovino che il Carducci ci insegnava ad amare (“T’amo o pio bove, e mite un sentimento di vigore e di pace al cuor m’infondi”)?

Se il bove forma e mantiene il suo corpo con le sostanze estratte dalla debole foglia, o dall’umile stelo d’erba, tanto meglio l’uomo potrà alimentarsi con le sostanze più ricche e concentrate della frutta, dei semi, delle radici, dove per 6-9 mesi c’è un accumulo di autentica energia solare, magnetica, elettrica, vibrazionale, più altre qualità sconosciute estratte alla terra e all’atmosfera.

LA CARNE CHIAMA ALCOL PER ESSERE MANDATA GIU’

Gli eccessi calorici da cibo alto-proteico provocano fermentazioni malsane che sviluppano prodotti tossici avvelenatori del sangue, mentre coi cibi crudi vegetali è assai difficile eccedere.

Mangiare solo se e quando l’atmosfera è piacevole e rilassante. L’atmosfera è importante almeno quanto il cibo stesso. Quale atmosfera, quale feeling ci può mai essere in una persona che mangia un cadavere?

L’uomo, sia ben chiaro a tutti, rimane un fruttariano anche se al limite trangugia 10 bistecche al giorno.

C’è qualcuno che si diverte col sangue altrui? Le pessime abitudini lo hanno evidentemente trasformato più in necrofago e vampiro che in essere umano pensante e senziente.

Non è affatto casuale che la carne richieda alcol, caffè, digestivi per essere in qualche modo digerita.

C’è qualcuno che si diverte davvero col sangue altrui? Le pessime abitudini lo hanno evidentemente trasformato in disinvolto necrofago e vampiro.

LE CANDELE SPORCHE E IL CIBO IN ECCESSO

La fame insaziabile, la necessità di mangiare a tutte le ore perché ci si sente deboli, è indice di gravi disfunzioni digestive, dove il corpo non assimila, avendo ridotto i suoi due campi da tennis assimilativi a un piccolo sgabuzzino di sopravvivenza. Ciò succede perché il soggetto non usufruisce affatto di quanto mangia, avendo un indice di combustione imperfetto, un motore dalle candele sporche che mangia benzina e olio a vuoto, in eccesso). Il digiuno, una volta a settimana, o una volta al mese, favorisce l’eliminazione del materiale tossico accumulato.

L’IDROTERAPIA TEDESCA DERIVATA DAI ROMANI

L’unica bevanda offerta dalla natura a piene mani è l’acqua. Acqua, aria, luce solare e terra sono i 4 elementi-base indispensabili per la vita vegetale ed animale. Acqua, aria e luce li prendiamo direttamente. La terra la prendiamo coi vegetali La salute tramite l’acqua fredda è tipica dell’idroterapia germanica (derivata dall’idroterapia delle Terme romane e di Asclepiade) di Vincenzo Priessnitz (campagnolo austriaco), di Sebastian Kneipp (abate), di Louis Kuhne (mobiliere di Lipsia), di Padre Taddeo di Wiesent (discepolo di Kneipp). “Dopo Dio, solo a questo umile religioso devo la vita e devo la salute”, disse Manuel Lezaeta su Padre Taddeo.

ACQUA, ACQUA ED ACQUA ANCORA

Acqua viva, carica di effluvi magnetici ed elettrici, non acqua morta di pozzo.

Acqua purgante, un sorso ogni ora.

Acqua che facilita l’eliminazione delle tossine negli ammalati (gli ammalati sono in realtà degli intossicati). Acqua da bersi lontano dai pasti o almeno 1-2 ore prima.

Acqua che non serve troppo se consumiamo frutta a acquosa e crudità.

Acqua per nuotarci, visto che il nuoto è ottima ginnastica, ma non bisogna trattenersi a lungo in acqua perché si raffredda la superficie esterna (anemizzazione) e si congestionano di sangue le viscere.

UN MOTORE PULITO GARANTISCE MASSIMO RENDIMENTO

Un motore è potente quando è ben pulito, ma perde efficienza e rendimento quando è sporco (vedi concetto ehretiano V = P-O, vitalità uguale potenza meno ostruzione).

Come ci si lava la faccia, è giusto lavare pure il corpo.

Priessnitz diceva che le malattie si curano meglio per di fuori che per di dentro.

Si prenda un  asciugamano e lo si immerga in acqua fresca, lo si strofini poi dai piedi fino al collo.

E’ incredibile come, con una pratica tanto semplice e banale, si ottengano magnifici effetti curativi, mantenendo il corpo agile, leggero, resistente.

COME MASSIMIZZARE IL PROPRIO BENESSERE

La casa deve essere il più possibile arieggiata e soleggiata.

Dove entra il sole, coi raggi o con la frutta (che è ricettacolo di sole), non entra il dottore.

Colazioni e merende a base di frutta, pranzi e cene a base di verdure, di tuberi, semi e cereali, evitando sistematicamente la cottura prolungata, le proteine animali, il fumo, l’alcol, i sottaceti, il caffè, il the e le bevande fermentate, queste le regole per massimizzare il proprio benessere.

VIETATO INDEBOLIRE IL SISTEMA NERVOSO

Essendo il nostro sistema nervoso l’agente trasmettitore dell’energia vitale, qualsiasi alterazione delle sue funzioni può diventare patologica. Tutte le malattie infatti presuppongono una enervazione, una alterazione nervosa, un indebolimento nervoso.

Tenere a posto i nervi significa dominare le passioni e non lasciarsi trascinare da esse.

Per dominare le passioni serve forza mentale.

Alla forza mentale si devono fenomeni come l’ipnotismo, il magnetismo animale, la trasmissione del pensiero (telepatia).

EVITARE LE FORTI EMOZIONI

Per mantenere l’equilibrio nervoso si devono evitare le forti emozioni.

Vita tranquilla e senza spropositate ambizioni, libera da intense preoccupazioni, è condizione indispensabile per conservare una buona salute.

Odio, invidia, presunzione, arroganza, eccessivo orgoglio, vanità, sono qualità negative che avvelenano il sangue. La lussuria e gli eccessi sessuali sono pure negativi.

Ma anche la castità indesiderata o forzata può fare molto male. Se siamo dotati di un apparato sessuale, evidentemente ci sono dei motivi.

IL MOVIMENTO FISICO E L’IMPEGNO MENTALE PER CONTRASTARE LA RUGGINE

Il moto è logica fisiologica. Il darsi da fare è legge morale (mangerai il pane col sudore della tua fronte).

Il lavoro è sorgente di benessere morale e materiale.

L’ozio è causa di miseria fisica e di depravazione morale. Il movimento è vita, l’inazione è morte.

Dobbiamo muoverci, operare, sudare, spremerci le meningi, trovare soluzioni a tutti i rebus, perché senza impegno il corpo si impigrisce e si ammala, e non espelle nemmeno i residui del suo consumo organico. Una macchina che non lavora arrugginisce e si consuma prima del tempo.

RIPOSARE COME SI DEVE

La legge naturale suggerisce il riposo, la ricarica delle batterie, al fine di ripristinare le energie consumate mediante l’attività. Le ore più favorevoli al sonno sono quelle prima della mezzanotte.

L’eccesso di sonno snerva e intossica. Il letto deve essere duro, con materasso preferibilmente di crine vegetale o di gomma naturale, orientato verso nord per trarre migliore profitto dai flussi magnetici. Finestra aperta d’estate (con zanzariera) e socchiusa d’inverno (mai tappata ermeticamente).

CINQUE MILIONI DI PORI CHE RESPIRANO, TRASPIRANO E DETOSSIFICANO

Attraverso la pelle eliminiamo residui organici in una proporzione di circa il 30% rispetto a quella renale. Oltre alla funzione eliminatoria, la pelle ha capacità assorbitive di tipo simil-polmonari.

E’ una vera spugna che cattura l’aria, il calore e la luce solare, nonché le emanazioni magnetiche ed elettriche dell’ambiente. La pelle deve essere libera di respirare e traspirare, ha bisogno del suo bagno quotidiano di luce, di aria, di sole, di frizioni d’acqua fredda per ripristinarne le funzioni.

Sulla pelle usare solo indumenti leggeri (filo o cotone, non fibre sintetiche). Solo così si facilita il lavoro traspirativo dei nostri 5 milioni di pori. Nemmeno la lana, per quanto protettiva dalle intemperie, risulta essere ideale. Le scarpe siano comode e di materiale poroso. Sconsigliate le suole di gomma perché impediscono il passaggio delle correnti magnetiche che elettrizzano e vivificano il corpo.

SCIENZA DELLA SALUTE E MEDICINA, UNO SCONTRO FRONTALE

La medicina naturale, o scienza della salute, è nata con l’uomo. Fu praticata dai sacerdoti Egiziani e Caldei, e coltivata pure dai filosofi dell’antichità (Parmenide, Pitagora, Talete).

Ippocrate ha formulato le regole della vera arte curativa con la frase “La Natura è sovrana medicatrice dei mali”, principio dimenticato dai medici che, col loro agire innaturale, mutilano il corpo, lo drogano, lo fanno diventare una farmacia ambulante. Ippocrate ha pure detto “Primo non nuocere”, che significa soprattutto “primo non spaventare”, mentre i medici fanno esattamente l’opposto, terrorizzando la gente per poterla dominare meglio.

I PEGGIORI NEMICI DEL SISTEMA IMMUNITARIO SONO I FARMACI

L’azione tossica dei veleni di farmacia è precisamente l’agente che deprime e annulla la forza curativa e naturale del corpo, l’azione del sistema immunitario. Le forze della natura non possono agire su di un corpo che si trovi sotto l’azione medicamentosa dei farmaci, dato che le droghe sopprimono i sintomi (sintomi che sono parte costituente della difesa organica o del sistema immunitario).

LA MAGIA NERA DI STREGONI, FATTUCCHIERI ED ESORCISTI

A fronte delle attività medico-salutistiche di filosofi e sacerdoti virtuosi che agivano alla luce del sole impiegando agenti naturali (magia bianca), agivano pure i fattucchieri, gli stregoni e gli esorcisti, quelli che creavano nella penombra la diabolica e misteriosa arte chiamata medicina nera, prescrivendo agli infermi l’uso di tossici, stimolanti, calmanti a base di punture di serpenti, di rospi e di scorpioni, a base di escrementi e di immondizie.

LA NASCITA DELLA NATUROPATIA TEDESCA

Contro la magia nera (che influenzò e rovinò pure quella bianca) reagirono non solo i medici e i terapeuti, ma gli stessi infermi.

E infermi furono Priessnitz, Kneipp, Kuhne, Rikli, Just, Ehret, Padre Taddeo e Lezaeta, prima di diventare dei celebri salutisti.

Infermi ribelli a tutto ciò che è pregiudizio e falsità. Tant’è che abbandonarono la routine medica e cercarono il cammino della salute in null’altro che nei lumi della loro ragione.

LO STRAPOTERE DELLA PIOVRA SANITARIA MONDIALE

Cosciente delle fragili basi e della precaria sorgente delle proprie conoscenze, e necessitando di imporre una autorità e un prestigio a sé medesima, la medicina moderna si è organizzata in associazioni dalla disciplina ferrea, sia nei singoli paesi che a livello internazionale (OMS, WHO, CDC, FDA, ecc).

La forza legale e politica dell’ordine medico va a supplire il potere della scienza che gli manca totalmente.

Di fronte a questo potere dell’ordine, in complicità con l’ignoranza, l’invadenza e il fanatismo interventista insiti nel sistema sanitario, l’individuo si trova senza riparo ed è impotente nel salvaguardare la sua stessa salute e la sua stessa vita.

Anche i governi e la politica si sentono diretti e dominati dall’Ordine Medico che si è incuneato nei meandri del potere. Ordine Medico Internazionale che trova ormai nei Ministeri della Salute dei singoli paesi vere e proprie filiali, oltre che casse di risonanza e braccio armato-legale delle proprie politiche sanitarie.

L’INCONTRO TRA LEZAETA E PADRE TADDEO

Nel 1899, anno in cui studiavo alla Facoltà di Medicina di Santiago, fui vittima della malattia sociale più maledetta di allora, che era la sifilide, e fui costretto ad interrompere gli studi.

Venni curato da professori e specialisti che furono bravi solo ad aggravare la mia malattia.

Mi demoralizzai al punto di rassegnarmi a morire.

All’uscita di un hotel, in un paesetto a sud della capitale cilena, mi imbattei in un frate cappuccino che, scrutandomi e osservando il mio viso rovinato, mi chiese: “Sei forse venuto a vedermi?”

“No, padre, perché mai avrei dovuto?”

“Ebbene, devi venire, perché sei molto malato”.

La Divina Provvidenza mi aveva messo in contatto con lui.

Mi prescrisse dieta vegana crudista e camminate a piedi nudi sull’erba, oltre che getti di acqua fredda sul corpo in diverse ore della giornata e fasciature umide intorno al corpo.

CAMBIO DIETA E IMMEDIATA CRISI ELIMINATIVA

Dopo due settimane riapparve la blenorragia, ovvero il fluido uretrale che i medici mi avevano curato anni prima, soffocandone l’espulsione dal corpo, ed obbligando il mio corpo a ritenere questo materiale corrosivo che mi causò una infiammazione prostatica, con restringimento dell’uretra e il ristagno di urina.

Col ritorno della blenorragia, si gonfiarono pure le mie ghiandole inguinali, le ghiandole ascellari e quelle del collo, mentre su tutto il corpo apparvero nuove eruzioni e nuove piaghe.

Mi spaventai a morte e corsi dal frate per dirgli che mi aveva ulteriormente rovinato.

STAPPIAMO LO CHAMPAGNE

“Padre Taddeo, sto morendo! Non sono mai stato così male. Ho la pipì di colore bianco, e il viso orribilmente gonfio!”. “Ragazzo mio, queste sì che sono grandi notizie! Possiamo stappare una bottiglia di champagne e festeggiare. Ti dichiaro guarito! Sei salvo, ora vai pure ad espellere liberamente la patologia iatrogena che i medici ti hanno costretto a ritenere nel sangue!”

UN ANNO DI ESPULSIONI TOSSICHE

Per più di un anno, il mio corpo espulse attivamente attraverso l’uretra, attraverso le piaghe e le pustole, il luridume accumulato, senza accusare alcuna complicazione.

Avvertivo che si trattava di sollievo e di rinascita.

Ero praticamente marcio, ma il mio corpo si stava detossificando intensamente. La mia guarigione fu perfetta e definitiva.

Da allora decisi di dedicare la mia vita allo studio, alla pratica e alla diffusione della verità. Studiai per 9 anni a fianco di Padre Taddeo, apprendendo le pratiche dei suoi grandi maestri, come Louis Kuhne e l’abate Kneipp.

IL RIEQUILIBRIO TERMICO

L’iride umano, se interpretato correttamente, rivela la salute o gli squilibri esistenti nell’intero corpo.

La vita civilizzata porta l’uomo allo squilibrio della temperatura corporale, febbricitando le viscere con i cibi cotti e debilitando la pelle con vesti e indumenti eccessivi o sbagliati.

“Non esiste infermo senza febbre interna non rivelata dal termometro”, diceva Kuhne.

“Tutte le alterazioni della salute non sono atro che la conseguenza di una pelle indebolita ed inattiva”, diceva Kneipp.

LA DOTTRINA TERMICA DI MANUEL LEZAETA

La mia dottrina termica permette di stabilire, grazie all’esame dell’iride, la necessità per ogni infermo di febbricitare (stimolare) la pelle e di rinfrescare le viscere surriscaldate.

Tutta la forza e l’organizzazione della medicina pasteuriana si basa sulla teoria microbica.

La forza del naturismo deve basarsi sulla teoria termica.

La dottrina termica è quella scienza che insegna il modo di mantenere la salute o recuperarla mediante l’equilibrio tra le temperature esterne ed interne del corpo umano.

L’IDROTERAPIA GERMANICA

Sulle orme di Priessnitz, padre dell’idroterapia germanica, Kneipp con i suoi bagni freddi risveglia la reazione termica della pelle, produce febbre artificiale su di essa e, nel contempo, rinfresca e decongestiona le viscere febbricitanti che esistono in tutti i malati.

Si ristabilisce così l’equilibrio termico e circolatorio caratteristico di ogni corpo sano.

Con i suoi bagni freddi al basso ventre, Kuhne rinfresca l’interno del colon e, indirettamente, ristabilisce il calore normale della pelle.

Risultati analoghi si ottengono con i bagni d’aria di Rikli, con le fasciature di terra di Just e con i bagni di vapore e di sole, sempre alternati ad applicazioni fredde.

Questo alternarsi di caldo e freddo produce una specie di lavaggio interno del sangue.

IL CONTRASTO DELL’INFIAMMAZIONE E DELLA CONGESTIONE SANGUIGNA

Mentre Kuhne combatte la febbre interna, punto di partenza e di appoggio di tutte le malattie, e Kneipp fa reazionare la pelle fredda ed inattiva dei malati, la pelle resa anemica dallo squilibrio, la dottrina termica di Lezaeta fa una sintesi e insegna a combattere sia la febbre interna che la sotto-febbre esterna.

L’arte di conservare e ristabilire la salute è questione di temperatura e non di medicamenti.

La febbre interna è un fenomeno di natura infiammatoria e congestiva intestinale. Si origina per reazione nervosa e circolatoria quando i nervi sono irritati e stressati.

La febbre interna altera e disattiva le funzioni nutritive ed eliminative dei polmoni, perché accelera l’attività del cuore, costretto ad inviare con eccessiva frequenza l’onda sanguigna (congestionando il tessuto polmonare e riducendo la capacità pneumatica).

La febbre (o meglio la sorgente della febbre) si deve combattere in tutti gli infermi e in tutte le patologie, e non certo il microbo, batterio o virus che sia.

L’IMPORTANZA BASILARE DELL’APPARATO DIGERENTE

Sono le buone digestioni sistematiche, e non le iniezioni o le pillole, a costituire il percorso curativo che trionferà in ogni malattia.

La sana digestione richiede temperatura normale dell’apparato digerente.

L’agente che realizza il ritorno alla salute è la forza vitale ed enzimatica del malato, la sua reattività immunitaria

Questa forza si mantiene attiva soltanto con buone digestioni e buone eliminazioni (intestinali, renali, cutanee e polmonari).

RIASSUNTO DELLA DOTTRINA TERMICA

1)    La salute è la normale funzionalità dell’organismo nei processi di nutrizione ed eliminazione che si

      realizzano simultaneamente nell’apparato digerente, nei polmoni e nella pelle.

2)    La malattia è non-salute, ed è di natura puramente tossica e funzionale, non di natura microbica.

3)    Le infermità non si curano ma spariscono mediante il recupero della normalità funzionale (qui Lezaeta, come gli capita quasi sempre, è in perfetta linea con la cura-della-non cura dell’igiene naturale).

4)    Le diverse patologie classificate sono solo una convenzione. Non esistono malattie ma malati.

5)    Tutte le malattie sono caratterizzate da febbre gastro-intestinale e da stato anemico periferico. La febbre interna è il nemico numero uno e la vera causa di morte. Non esistono malati senza forte febbre interna.

6)    La febbre è fenomeno di natura infiammatoria e congestiva. Si origina per reazione nervosa e circolatoria quando i nervi sono irritati o stressati (vedi enervazione nella teoria di John Tilden).

7)    La febbre che giunge alla superficie esterna del corpo è curativa perché favorisce l’eliminazione delle impurità. Basta controllarla con applicazioni fredde di acqua o di terra. (vedi “Datemi la potenza della febbre e saprò fare mirabilie” di Parmenide).

8)    La febbre interna, al contrario, indebolisce ed annienta le sue vittime per denutrizione ed intossicazione, alterando i processi di nutrizione ed eliminazione.

9)    Man mano che il calore aumenta internamente, si altera la digestione-assimilazione e degenera in putrefazione, diventando fonte di veleni intossicanti. Con una deficiente circolazione si riducono le funzioni di secondo rene e secondo polmone della pelle. Ecco spiegato come la febbre interna causa denutrizione e intossicazione progressiva e mortale.

10) Tutte le malattie sono di carattere generale e non locale, funzionali e non microbiche.

11) I microbi sono agenti di vita e di salute, giammai di malattia e di morte. Contribuiscono all’armonia e all’ordine dell’universo. Vivono in perfetta sinergia con noi.

12) L’agente che realizza la cura, che permette il ritorno a normalità funzionale, è la forza vitale del malato (la sua potenza enzimatica ed immunitaria).

13) Il sistema nervoso è il motore vero della vita. La forza vitale è energia nervosa e dipende dalla salute dei nervi che sono nutriti dal sangue. Sangue puro uguale nervi sani. Sangue impuro e denso uguale potenza nervosa indebolita. Farmaci, vaccini, iniezioni, droghe, radium, chirurgie, deprimono tutte l’attività nervosa ed accorciano la vita per intossicazione-degenerazione-mutilazione.

LA DOTTRINA TERMICA NON FA DIAGNOSI PATOLOGICHE MA VA SUBITO AL PUNTO

La dottrina termica non fa diagnosi di malattia, non dà medicine e tanto meno cura. Essa si disinteressa della patologia e della terapeutica medica, e si dirige a normalizzare le funzioni digerenti ed eliminative del malato, febbricitando la pelle esterna e rinfrescando le viscere, sempre per ottenere l’equilibrio termico che risulta alterato in tutte le malattie.

MEDICINA NATURALE E MEDICINA UFFICIALE

La medicina naturale, o scienza della salute, è parte integrante delle leggi naturali e punta al benessere dell’uomo rispettandone i poteri autoguaritivi (l’organismo tende sempre al riequilibrio e alla salute).

La medicina allopatica ufficiale è una invenzione, un business, un’attività commerciale e mercantilistica umana, e arreca beneficio solo a chi la pratica, non a chi la subisce.

La medicina naturale, l’igiene naturale in tutte le sue forme, difende la salute e i malati, e tende a togliere clienti alla medicina stessa. Ovvio dunque che l’igienismo sia sotto tiro costante da parte della medicina.

Per la medicina è un male avere il vaiolo, il morbillo, l’eruzione cutanea, il raffreddore, il catarro, i flussi (emorragia, diarrea). Secondo il criterio medico, la salute perfetta sarebbe quella del cadavere, dove non ci sono fenomeni di alcun tipo. Al contrario, per la scienza della salute, qualsiasi sintomo rappresenta una attività difensiva e salvatrice dell’organismo colpito.

LE VARIE TEMPERATURE DEL CORPO

Il nostro corpo ha due rivestimenti: la pelle esterna che ci isola dall’ambiente circostante, e la mucosa (o pelle interna) che ricopre le cavità dell’organismo. La salute, ossia la normalità funzionale, dipende dall’equilibrio tra pelle e mucosa.

Come rilevato dall’iride, più accentuata è la congestione (sangue e surriscaldamento) nelle viscere del corpo, più deficiente è la circolazione del sangue nella pelle, nelle estremità e nel cervello.

Nelle affezioni acute, e in un corpo funzionale, la febbre (originata sempre all’interno dell’intestino) si propaga a tutto l’organismo, causando reazioni salutari.

La febbre interna invece, quella nascosta che non viene alla superficie, è caratteristica di tutti i malati cronici, ed è causa di denutrizione e di intossicazione, visto che favorisce le le putrefazioni intestinali.

LA MEDICINA PROLUNGA E CRONICIZZA LA MALATTIA

Con la febbre esterna alla superficie si manifesta la reazione salvatrice.

Con la febbre interna, che raffredda e anemizza la pelle, le estremità ed il cervello, si manifesta l’indebolimento organico e la malattia.

Sembrerà paradossale, ma la medicina si disinteressa di tutto questo e punta anzi a stoppare la febbre esterna con antipiretici e antibiotici, prolungando e cronicizzando la malattia.

Come le dermatiti sono uno scarico eliminativo di tossiemia, così la febbre esterna non è altro che uno scarico di accumulo termico.

DIGESTIONI IMPOSSIBILI E BLOCCO CUTANEO I DIAVOLI DA COMBATTERE

Il vestirsi fa già male di per sé alla pelle, essendo essa un organo che respira e traspira, che assorbe ed emette.

Il vestirsi aderente e pesante, a maggior ragione, è dannoso in quanto effemina, assottiglia ed indebolisce l’epidermide.

La pelle, sottratta continuamente al conflitto termico che l’atmosfera, l’aria, l’acqua e il sole ci offrono, si indebolisce e si raffredda progressivamente.

Alimentazione indigesta e vestiario pesante generano surriscaldamento intestinale.

Pertanto, la febbre interna che consuma e accorcia la vita della gente ha due cause principali che sono:

A)   Congestione apparato digerente-assimilativo-evacuativo (continui sforzi giornalieri per digerire cibi inadeguati scelti senza principio e senza criterio).

B)   Indebolimento pelle o apparato emuntorio di emergenza (continua sottrazione della pelle alle sue funzioni, al conflitto con gli agenti atmosferici).

PIU’ FIORISCE IL MALE SULLA PELLE E PIU’ CHELAZIONE PURIFICANTE AVVIENE

Il raffreddore, ad esempio, è un acuto squilibrio termico caratterizzato da freddo esterno e febbre viscerale interna.

Nel moribondo lo squilibrio termico arriva al suo massimo grado poiché, mentre il freddo si impossessa della sua pelle e delle sue estremità, la febbre lo consuma internamente, come comprovato dal battito al polso, e dalla infiammazione interna che si riflette nell’iride degli occhi.

Malattie eruttive come rosolia, vaiolo, scarlattina, morbillo, herpes, psoriasi, sono tutte destinate a purificare l’organismo che si trova in stato di infermità cronica.

Più fiorisce il male sulla pelle e più si scaricano le materie morbose, i veleni, i vecchi farmaci e i vecchi vaccini mai assimilati e mai espulsi.

SOFFOCARE LE ERUZIONI E LE CRISI INFLUENZALI E’ OPERA DEMENZIALE

Al contrario, quando si soffocano le eruzioni epidermiche (e soprattutto quando si prevengono con le demenziali vaccinazioni), i veleni cercano altre vie di uscita attraverso le mucose, producendo gravissime congestioni ed infiammazioni nei tessuti polmonari, bronchiali, renali, nonché nel circuito circolatorio e nervoso.

E’ per questo che le affezioni acute senza febbre esterna sono le più gravi e le più difficili da guarire.

Nel caso di infermi cronici, estremamente indeboliti, la cui vitalità è decurtata per intossicazione (sforzi difensivi soffocati dai farmaci), il termometro segna spesso 35 °C, mentre la febbre viscerale sta a 40.

In questi casi il termometro non serve.

Basta però controllare e contare il polso che tocca 120 battiti al minuto, tipici della febbre a 40.

Il polso infatti è la guida più sicura, non certo il termometro.

Esiste anche la febbre circoscritta e localizzata.

Ad esempio, nei paraggi di una spina, l’infiammazione è alta, e così pure la temperatura locale è elevata.

IL POLSO E LA TEMPERATURA INTERNA

Il freddo abituale della pelle, con mani e piedi gelati, denuncia febbre interna, con deficiente circolazione sanguigna alle estremità e al derma esterno. Questo succede perché il sangue è stagnante in zone interne ventrali.

Polso inferiore ai 70 battiti? Puoi essere un grande sportman, ma puoi anche soffrire di debolezza nervosa, o di intossicazione cronica intestinale, o di accumuli di residui farmaco-vaccinatori.

Le pulsazioni normali stanno a 150 battiti/minuto nei neonati, a 100 battiti per il bimbo di 3 anni, a 75 per quello di 14, a 70 per quello di 20. Risale a 80 battiti per il sessantenne, visto che la pelle degli anziani si anemizza. Personalmente ne ho 68 di anni, ma il battito sta a 70, come ai vent’anni, e il peso sta a 75, come quando ne avevo 18, e c’è anche qualcos’altro che funziona ancora alla perfezione.

IL FATTORE CIBO RESTA FONDAMENTALE

Il cibo è importante? Certo che lo è. Tre pasti al giorno significa già 1000 pasti/anno e 50 mila pasti in 50 anni, con 50 mila digestioni o indigestioni, 50 mila creazioni di sangue sano o di sangue malato, 50 mila atti amichevoli o 50 mila attentati contro il nostro corpo e la nostra anima. Mettere dentro di sé 25 mila animali in un anno, come fa l’americano medio, avrà un certo significato, oppure no? Quindici anni di vita in meno rispetto ai vegani, come accertato dalle recenti statistiche del “The China Study”, dicono tanto, ma non dicono tutto. La vita non è soltanto questione di numeri, ma anche di livello qualitativo. Intendo dire che, se per assurdo mangiando carne si vivesse di più, il problema non cambierebbe.

E’ SEMPRE IL NOSTRO ORGANISMO AD AGIRE

Le magie positive o negative non esistono nelle sostanze assunte ma stanno tutte nel nostro organismo, nella capacità del nostro sistema immunitario di guarire, e di non andare mai contro se stesso. E’ sempre il corpo che conduce le danze in un senso o nell’altro. La magia sta nel corpo e nelle leggi della natura.

Stesso discorso per il farmaco, il vaccino e l’integratore. Nulla di magico possiedono. Non sono loro ad agire. E’ sempre il corpo che, al loro contatto si stimola, si inibisce e ha le sue varie reazioni.

LE SOSTANZE VANNO SCELTE CON CRITERIO

Fatta questa precisazione emerge la necessità assoluta di dare a corpo sempre e solo sostanze che gli permettano di lavorare e funzionare in pieno equilibrio, sostanze pertanto che abbiano le seguenti caratteristiche:

1)    Sostanze compatibili. Compatibili col particolare disegno strutturale e biochimico, col disegno mentale, emozionale, percettivo, gustativo, etico ed estetico.

2)    Sostanze vive e vitali. Non cotte, non lavorate, non devitalizzate, non prive dei loro enzimi naturali, e quindi alte nella scala vibrazionale Simoneton.

3)    Sostanze a basso costo digestivo. Se 1000 calorie di proteine animali costano 1200 calorie in dispendio enzimatico-immunitario-digestivo (leucocitosi, acidificazioni, disbiosi, ecc) non ci siamo.

Se il miglior succo di 5 arance, fatto anche bene ma pastorizzato, mi dà 100 calorie totali, ma ne ruba 80 nella cessione di micronutrienti in fase digestiva (mentre 5 arance vere mi danno 100 calorie tutte utili e non gravate da debito enzimatico-minerale-vitaminico-ormonale), non ci siamo.

4)    Sostanze innocenti. Innocenti significa non provenienti da macelli e da penitenziari animali).

5)    Sostanze prive di effetti collaterali (non intasanti, non droganti e dopanti, non pregiudizievoli per la salute).

MASSIMO RISPETTO PER LE PERSONE SINGOLE

Ero a Catania il 30 di Settembre scorso, al Teatro dell’Istituto Salesiano, saletta piena e buon successo, con un pubblico davvero eccezionale, sia per preparazione che per passione ed entusiasmo. Il tema era preciso “Igiene Naturale e Medicina, un inevitabile conflitto”.

Avevo premesso che non sono un mangia-medici, e che ho il massimo rispetto per tutti, non solo perché ho medici in famiglia e nella cerchia degli amici, ma anche perché la stessa igiene naturale è intrisa di partecipazione medica, con Ippocrate, Asclepiade, Galeno, Paracelso, la Scuola Medica Salernitana, la Scuola Igienistica Americana, Oliver Wendell Holmes, Robert Mendelsohn, Albert Schweitzer, eccetera.

IL CONFLITTO TRA IGIENE NATURALE E MEDICINA E’ OGGETTIVO

Eppure un paio di medici presenti hanno lasciato la sala con un gesto polemico, trovando evidentemente sgradevole un tratto critico della mia esposizione.

Il documento sta pubblicato sul blog e ognuno è in grado di rileggerlo e valutarlo.

Per alcuni potrà pure risultare piccante. Se non ho saputo circoscrivere con chiarezza la mia critica nella direzione giusta, e cioè contro la parte marcia della medicina moderna, quella collusa con Big Pharma, quella dalle motivazioni speculative più che genuinamente terapeutiche e professionali, chiedo scusa.

Le mie intenzioni erano, sono e saranno sempre, quelle di chiarire e non di offendere.

Il conflitto storico tra igiene naturale e medicina è, in ogni caso, un fatto concreto, non l’ho di certo inventato io.

IL CONTRASTO E’ CON LE ISTITUZIONI E COL PERCORSO BISLACCO DELLA MEDICINA A

Il mio contrasto non è mai contro le persone singole che lavorano, sudano, soffrono, si sacrificano e si impegnano in buona fede (e la maggioranza dei medici è probabilmente così), ma contro determinate istituzioni (OMS, FDA, Ordine Medico, Ministeri, ecc) e contro specificamente la Medicina Contemporanea, che accuso di essere sfacciatamente anti-ippocratica, anti-Salernitana, chimica ed innaturale. Vado anche oltre.

La medicina odierna non è solo quello, ma ha da tempo superato i limiti di tolleranza e di sopportazione.

DA CORPORAZIONE CHIUSA AD ARROGANTE REGIME SANITARIO MONDIALE

L’Ordine Medico non è più una corporazione chiusa che fa quadrato egoistico intorno a sé e si difende con gli artigli e con le radiazioni, ma si è trasformato in un regime sanitario mondiale, in un regime arrogante e prendi-tutto che pretende il diritto di esclusiva sulla salute, sulla nascita, sulla vita e sulla morte dei cittadini. Un regime che, non pago delle troppe malattie vere o presunte in circolazione, non pago delle malattie iatrogene o medico-causate, va ad inventarne delle altre in continuazione.

Questo è troppo. Questo significa gettare persino la maschera.

Questo significa non solo farsi odiare, ma anche delegittimarsi di fronte alla gente, andare fuori legge.

LA SALUTE APPARTIENE ALLA GENTE

La salute appartiene alla gente e non alla medicina. La salute è pertinenza del popolo, è un bene personale incedibile e non delegabile. Nessuna laurea in medicina potrà mai sostituirsi al nostro diritto alla salute, al benessere, alla serenità.

LA FORMULA DELLA SALUTE IN DUE PAROLE

I medici non hanno diritto di interferire, di spaventare, di dominare e di legiferare, con cure finalizzate non tanto alla salute quanto agli interessi dei loro padroni, dei loro datori di lavoro, dei loro elargitori di status privilegiato.

Esiste  la formula della salute?

Certo che esiste: “Conosci te stesso e vivi in linea armonica e non conflittuale col tuo corpo, la tua psiche e la tua anima”. Anche qui la medicina ha ben poco da dire.

RESTINO CORTESEMENTE IN  SALA MEDICI, CARNIVORI E MACELLAI

Ribadisco in ogni caso che non facciamo banale razzismo contro nessuno, e che non giudichiamo per categorie. Prego dunque i medici presenti di voler cortesemente restare in sala.

Prego pure i carnivori di restare. Condanniamo più la domanda di carne da parte del mercato, che i macellai disposti a fornire.

Non è indifferente comportarsi bene o comportarsi male, stare da una parte o dall’altra della barricata.

Ma non siamo dei manicheisti che dividono il mondo tra buoni e cattivi. Le pecorelle smarrite le accogliamo con tutte le attenzioni possibili. Il mondo preferiamo dividerlo in caso tra chi ha colto la verità e chi si è perso nei meandri della mediocrità.

OGNI PERSONA FA CASO A SE’

Anche se il veganismo fa bene, migliora, rinvigorisce e sensibilizza l’essere umano, essere vegani non è di per sé garanzia automatica di essere migliori dei carnivori.

Anche se l’igiene naturale è il non plus ultra in fatto di salute, di etica e di estetica, essere igienisti non è assolutamente di per sé garanzia automatica di essere migliori dei medici che critichiamo.

Non abbiamo il diritto di giudicare a priori. Ogni persona fa caso a sé.

AI FILOSOFI DELLA SALUTE NON SERVONO LAURE INTEGRATIVE IN MEDICINA

Ma nessuno si permetta di spingerci a diventare medici come si trattasse di colmare una  lacuna.

Non siamo interessati al sezionare cadaveri, e non vogliamo perdere tempo con la farmacologia, la batteriologia, la virologia e l’allergologia.

Ci interessa la salute e i ci interessano i percorsi per recuperarla appieno.

Sono i medici che devono togliersi il saio, devono spretarsi, smantellare quanto appreso, e diventare igienisti. Non viceversa.

Noi abbiamo sicuramente l’obbligo di studiare e d approfondire. La stessa popolazione dovrà essere più attenta a cosa impara, dovrà responsabilizzarsi e rendersi indipendente su questi problemi.

IL VALORE PIU’ IMPORTANTE NON VIENE NEMMENO RILEVATO

Visite, mammografie, ecografie, colonscopie, prove del sangue?

Tutto pur di inchiodare i pazienti su qualche valore carente.

Questa è un’altra delle loro farse.

Il valore più importante e decisivo, che è la viscosità del sangue, non viene nemmeno previsto (e si potrebbe solo decifrare con complessi calcoli combinati comprendenti il colesterolo LDL, i trigliceridi, le piastrine, la B6, la B9, la B12 e l’omocisteina).

Sfidate il vostro medico a confrontare le vostre analisi con le sue e vi renderete conto che spesso il sangue più denso, viscoso e difettoso, è proprio il suo, visto che la categoria dei medici è notoriamente quella più malaticcia e stitica, secondo le statistiche.

FUORILEGGE LA MEDICINA, MA SIAMO FORSE IMPAZZITI?

Dura lex sed lex (legge dura è legge saggia), dicevano gli antichi romani, che seppero creare cultura, civiltà, strade, acquedotti, terme, codici, standard di vita, nel mondo di 2000 e più anni fa.

Tanto dura e saggia quella legge che misero fuori legge la medicina in toto, con tutti i suoi farmakon, i suoi bisturi e i suoi veleni.

Fuori legge la medicina?

Ma che siamo fuori di testa? Come si fa a vivere senza medici?

Sarà stato un episodio casuale, un provvedimento strano di un Nerone impazzito, o l’editto di un giudice incavolato con un medico che lo aveva cornificato!

LA MASSIMA CIVILTA’ DELLA STORIA 600 ANNI SENZA MEDICI

No, nessun caso e nessun episodio. Seicento e più anni consecutivi senza nemmeno un medico, e senza sentirne la minima necessità, e mai la Civiltà Romana dei Cesari fu più sana, potente, costruttiva, coi suoi legionari che marciavano e dominavano dovunque, dall’Inghilterra alla Germania, dall’Asia Minore all’Egitto, su ogni costa del Mediterraneo. Legionari che applicavano poi le regole dei mitici spartani.

IL CAVOLO CRUDO COME SIMBOLO DELLA SALUTE

La salute innanzitutto, e il cavolo issato come icona e come simbolo di benessere, assieme all’aria, all’acqua, al sole, al movimento e alla motivazione.

Cavolo che non era solo cavolo, ma che faceva da capostipite per il carciofo, la cicoria, il dattero, l’uva, l’oliva, il sesamo, il girasole, la zucca, l’orzo e il farro.

E un imperatore come Marco Aurelio che scriveva perle salutistiche, tuttora lette e seguite dai palati fini in America e nel solo.

IL MONDO SI E’ LETTERALMENTE ROVESCIATO

Vigendo il divieto di esistere per la medicina, nessuno poteva delegare ad altri il proprio benessere, ed era obbligatorio per la gente di avere buona cura di se stessa, di essere sana e in forma.

La gente non poteva permettersi di essere ignorante e negligente, di non conoscere i cibi, di digerire male. Era vietato ammalarsi di malattie gravi. Oggi il mondo è ribaltato. Oggi i Cesari sono i medici.

La Natura non è Sovrana Medicatrice di mali. I sovrani sono loro e prendono ordini dal loro Dio che è Big Pharma, nonché dai potenti galoppini che sono le multinazionali. Oggi è letteralmente vietato essere sani. Un eventuale sano cercheranno di convogliarlo in ospedale o al più vicino manicomio.

NOSTALGIA PER ROMA ANTICA

Tanto di cappello agli antichi romani: cavolo crudo, carciofi, datteri, fichi, meloni e vespasiani.

Qui da noi ci sono invece degli imbecilli, degli incompetenti e dei farabutti che stanno demolendo sistematicamente i servizi igienici delle stazioni ferroviarie. E stanno diradando le toelette pure sui treni.

Quasi che la minzione fosse un lusso da concedersi una tantum.

Quasi che la diuresi fosse una vergogna e una bestemmia.

PROPAGATORI INDEFESSI DI DIABETE E DIALISI

Ci costringono a mangiare pane bianco allo strutto, spalmato di burro e marmellata, o accompagnato da grana e mortadella.

Ci dirigono invariabilmente verso i Chef’s Bar della Cremonini e verso i McDonald’s.

Questi figli di buona donna, questi propagatori indefessi di diabete e di dialisi renale, ci obbligano ad avvelenarci e a intrattenere nel corpo i veleni.

Se ci azzardiamo a consumare una terrina di radicchio o una bella e diuretica fetta di anguria o di melone, andiamo ai servizi 3 volte nel giro di un’ora, e ognuna di esse ci costa 1 € (2000 lire insomma, contro una moneta da 50 lire di qualche anno fa).

Un attentato contro chi ha la ventura di essere sano e non stitico.

I CIRCENSES CE LI HANNO TOLTI ORMAI DA UN PEZZO

Tanto di cappello a Giulio Cesare: moneta, panem et circenses.

Qui da noi i circenses ce li hanno tolti da 30 anni i pederasti americani del CDC, con l’invenzione di una peste contagiosa Aids, esistente soltanto nella loro bacata e corrotta fantasia.

Il panem integrale ce lo stanno togliendo progressivamente dalla bocca, imponendoci in alternativa sangue, frattaglie, caseina, frattaglie, panettoni, Coca-cola, olio di pesce marcio chiamato Omega3, e integratori B12.

La moneta ce la stanno prosciugando, sequestrado e svalutando, puntando alle carte di credito microchippate per un controllo totale delle nostre spese e dei nostri movimenti individuali.

L’economia la stanno facendo implodere, puntando alla rapida riduzione della popolazione mondiale, pallino ideologico di Henry Kissinger, dei soci Bilderberg e del NWO (New World Order).

FARMACI, VACCINI, PROTEINE ANIMALI E INTEGRATORI AL CENTRO DELL’ATTENZIONE

L’immagine più realistica ce la offre oggi la televisione, quel mezzo infido che entra in ogni casa creando pseudo-cultura e dando pseudo-informazione.

Ogni telegiornale è nel contempo un bollettino medico-nutrizionale, dove si annunciano con dovizia e tempismo i prossimi ceppi virali in arrivo da Hongkong o dalla Nuova Caledonia, e dove si magnificano in continuazione le qualità organolettiche della carne italiana, del grana, del caffè, del vino doc, dei panettoni e dei gelati.

Ogni scarica di spot televisivi ne contiene 4 dedicati ai farmaci e al caffè, 3 alle proteine animali  e 2 agli integratori.

OCCORRE PURE INTRATTENERE I CLIENTI E FARLI UN PO’ RIDERE

Per intrattenere la massa cloroformizzata, anatrizzata ed impecorita, occorre pure farla anche ridere.

Ecco allora che si coinvolgono gli artisti più bravi del momento.

Come il caso di David Ottolenghi, in arte Gioele Dix, che viene indotto a sparare contro i maniaci della salute ad ogni costo, quelli che lo esortano a non bere il suo toccasana privato, che è il caffè di mattina, o quelli che lo spingono a non mangiarsi il suo tirami-su preferito, o magari il panino bianco infarcito di burro, mortadella, salame, prosciutto e fegato d’oca.

GIOELE DIX E L’INTOCCABILE CAFFE’

Gioele che, se c’è una cosa che odia fare è proprio quella di scansare il caffè mattiniero e di alzarsi un’ora prima per prepararsi una “maledetta” spremuta che gli brucia pure sulla lingua.

Quello che ama la sua dieta libera e disordinata, essendo allergico alla Zona e ai Gruppi Sanguigni che qualche maniaco della dieta cerca di propinargli (e qui l’artista ha tutte le buone ragioni per ribellarsi).

Ecco allora che si mobilitano quelli di “Striscia la Notizia”, sempre a caccia di lazzaroni, di gabba-popolo e di ciarlatani.

Fanno anche bene, Greggio e Iacchetti. Peccato però che non si siano ancora resi conto di un fatto basilare, ossia che i ciarlatani veri si annoverino spesso nello stesso ambito della medicina.

PER NOSTRA FORTUNA C’E’ ANCORA PINO CARUSO

Televisione incapace di dire cose vere e cose serie, ma incapace persino di far ridere, oggi che Raimondo Vianello se n’è andato e che Paolo Villaggio si fa sentire troppo poco.

Molto più istruttivo ascoltare un siciliano doc come Pino Caruso.

“Mangiar carne è omicidio premeditato. Digerirla è occultamento di cadavere!”

C’ ancora qualcuno in circolazione che è degno di Pitagora, di Dante e di Leonardo.

C’è ancora qualcuno che mi offre motivo per amare questa magnifica terra di nome Italia.

Valdo Vaccaro

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Il ruolo che la musica gioca nella filosofia di Leibniz non è facilmente riassumibile o schematizzabile. Se da una parte è noto l’interesse del filosofo di Hannover nei confronti di problemi molto specifici riguardanti la teoria musicale, l’acustica e le pratiche esecutive, la musica rientra d’altro canto nel suo sistema logico e metafisico come una sorta di termine di paragone privilegiato, di analogon del rapporto tra logico e sensibile. 

1) Per quanto riguarda il primo aspetto, è di fondamentale importanza la corrispondenza di Leibniz con il matematico e musicologo Conrad Henfling sul problema del temperamento, e quella con Christian Goldbach, che verte invece sul problema del rapporto tra struttura matematica e fruizione estetica dell’oggetto musicale. In entrambe, ad una analisi algebrica delle strutture intervallari si accompagna la consapevolezza che tali strutture non rappresentano in sé la bellezza e la perfezione dell’oggetto musicale, e che questo esiste innanzitutto come oggetto uditivo, passibile di una fruizione estetica. 

Nella lettera a Goldbach del 17 aprile 1712 è contenuta la celebre definizione della musica come aritmetica incosciente: “musica est exercitium arithmeticae occultum nescientis se numerare animi” (la musica è una pratica occulta dell’aritmetica, nella quale l’anima non si rende conto di calcolare). La definizione apre la strada ad una serie di nodi teorici fondamentali nel sistema leibniziano: in primo luogo, il legame tra musica e matematica non è visto, come nella tradizione pitagorico-cabalistica, in senso mistico o esoterico. La struttura numerica sottostante la musica è innanzitutto il suo principio costruttivo, il quale tuttavia non viene analizzato nella pratica dell’ascolto, ma solo intuito come molteplicità organizzata. In una tavola allegata alla corrispondenza con Henfling, risalente al 1709, troviamo una significativa definizione del bello musicale come “osservabilità del molteplice”, atto di sintesi che coglie una molteplicità strutturata aritmeticamente senza la necessità di analizzarne le singole componenti e le loro relazioni. L’analisi – compito del teorico della musica – non serve a disvelare verità rimaste occulte all’ascoltatore, ma a portare alla luce le ragioni che sottostanno al fatto uditivo. 

Nella definizione della musica come calcolo inconsapevole è inoltre contenuto un richiamo alla teoria delle piccole percezioni, che, non essendo esse stesse oggetto di esperienza cosciente, garantiscono la continuità dell’esperienza fornendole una struttura relazionale. L’analisi del teorico, che porta alla luce le regole del comporre, ha dunque una innegabile importanza per Leibniz, ma non nega la spontaneità della creazione artistica. Questa anzi, – fa notare il filosofo in un frammento preparatorio ai Preceptes pour avancer les sciences, del 1680 – è determinata da un’applicazione più o meno inconscia dei principi regolatori dell’arte musicale, da parte di un soggetto che si trova in una sorta di corrispondenza immediata con le regole dell’armonia: l’autentica opera d’arte è determinata dalla convergenza tra l’attività analitica della ragione e quella sintetica dell’immaginazione. 

2) Gli studi filosofici e scientifici non devono riguardare, per Leibniz, solo i loro oggetti propri, ma mirare a universalità di ordine superiore. Fine della ricerca è, in ultima analisi, la comprensione di quel principio armonico che governa il mondo. Ecco quindi che la musica assume il ruolo di illustrazione privilegiata della struttura armonica dell’universo. Il bello musicale viene in ultima analisi a coincidere con la comprensione intuitiva dell’ordine sotteso alla composizione, e tale definizione si applica nella filosofia leibniziana al concetto generale di bellezza. Ciò che determina il piacere sensibile è “sentire harmoniam” (Confessio philosophi, 1672), e quest’ultima non è altro che il principio unificatore della varietà. L’armonia sarà peraltro tanto maggiore, quanto maggiore sarà la varietà delle componenti che essa struttura. 

Su questa base, dunque, come in una composizione tonale la presenza di dissonanze ha un fondamentale ruolo dinamizzatore, in quanto crea tensione verso la risoluzione consonante e con questa la possibilità di uno sviluppo armonico, così ogni contrasto interno all’armonia del mondo viene ricondotto da Leibniz ad una apparenza, originatasi da una concezione della realtà non abbastanza comprensiva. La varietà è condizione fondamentale dell’armonia, tanto sul piano estetico che su quello metafisico, e gli elementi apparentemente dissonanti contribuiscono al suo arricchimento. L’ars inveniendi che guida il compositore è analoga all’attività combinatoria che Dio esercita su una varietà infinita di elementi, obbligandoli “ad accordarsi tra di loro” (Discorso di metafisica). 

3) Sia l’ars inveniendi sia l’arte combinatoria divina esprimono una analoga razionalità universale. La sua chiave viene rappresentata dalle leggi dell’ars combinatoria. Ed è proprio nei tentativi del giovane Leibniz di elaborare una lingua artificiale che la musica inizia ad assumere quel ruolo privilegiato che caratterizzerà il suo intero sistema filosofico. Importante, in questo senso, è la corrispondenza che il ventiquattrenne filosofo di Hannover intrattenne, nel 1670, con l’allora celebre teorico gesuita Athanasius Kircher, autore di una vasta opera di teoria musicale dal titolo Musurgia Universalis. Leibniz inviò a Kircher la sua opera giovanile De arte combinatoria, per ottenerne un giudizio che in realtà il religioso – per mancanza di tempo – non formulò che in modo vago. Più che il giudizio di Kircher su Leibniz, è interessante il fatto che il giovane filosofo conoscesse le opere del gesuita, ed in particolare apprezzasse il suo tentativo di elaborare un sistema combinatorio finalizzato alla composizione di contrappunti a più voci anche da parte di chi fosse totalmente sprovvisto di cognizioni specifiche di tecnica musicale (tale sistema, cui Kircher dà il nome di Arca musarithmica, è esposto nell’ottavo libro della Musurgia e rappresenta un interessante tentativo di applicazione di un sistema algoritmico alla composizione musicale). Il fondamentale punto in comune tra i due studiosi è costituito dalla nozione di simbolicità del linguaggio musicale, che rappresenta l’ordine dell’universo, e – conseguentemente – dalla concezione del bello musicale come percezione della struttura numerica costituente l’armonia. 

Strutturata aritmeticamente e dotata di una valenza simbolica che le deriva anche dalla sua natura espressiva (espressione, afferma Leibniz nello scritto Quid sit idea, del 1678, è “ciò in cui sussistono le strutture che corrispondono alle strutture analoghe della cosa da esprimere”), la musica ha dunque le caratteristiche che la rendono adatta a divenire strumento di costruzione della lingua universale, ovvero di un sistema logico relazionale, e non gerarchico, la cui base è costituita da pochi elementi da cui dedurne infiniti altri “come supplementi” sulla base di un metodo combinatorio. 

L’immagine principale di cui Leibniz si serve per illustrare tale sistema relazionale è quella dell’organo, che richiede per la propria costruzione calcoli matematici e dà origine a combinazioni contrappuntistiche molto complesse, realizzando una sorta di combinatoria dei timbri e delle qualità sonore. Dall’immagine dell’organo si passa sempre nel De Arte combinatoria, a tentativi di elaborazione della Characteristica universalis attraverso le note musicali. Nella sua opera giovanile, Leibniz adotta un modello aritmetico che si serve dei numeri primi a simbolizzare le nozioni semplici e della moltiplicazione per la formazione delle idee complesse. In seguito alla rilevazione di una non universale corrispondenza tra simboli e significati, pensò di integrare tale sistema esprimendo i numeri per mezzo degli intervalli musicali, integrando in tal modo il problema aritmetico con la valenza espressiva delle combinazioni degli intervalli In altri scritti di argomento logico, il linguaggio musicale viene strutturato al partire dal sistema binario (sistema che fa uso di due sole cifre: l’1 e lo 0): rappresentando l’1 con il tono e lo 0 con il semitono, si può esprimere il posto delle cifre con il posto di questi due elementi nella scala musicale. 

I tentativi di fare della musica una lingua universale vennero messi da parte, e la volontà di Leibniz di costituire un catalogo di nozioni primitive correlate ad una organizzazione sintattica in grado di far derivare da esse l’intero sapere venne meno con la crescente esigenza di specializzazione delle scienze. La musica, tuttavia, rimane la pietra di paragone del suo sistema logico e metafisico, la sola arte in grado di esprimere compiutamente la fitta tessitura che tiene insieme, nel sistema leibniziano, il piano della elaborazione razionale e quello della percezione sensibile, e il fatto che a quest’ultima è riservato, in ultima analisi, il coglimento della verità, come l’orecchio dell’ascoltatore attento coglie, in un brano musicale, la presenza di un ordine immanente. 

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sesso-perfetto durata-rapportoAddio al mito delle notti di fuoco, addiofantasticherie sul macho ideale instancabile e capace di regalare ore d’amore e di passione.
Volete la verità? Se dura più di una decina di minuti il sesso diventa noioso per entrambi i partner.
E’ questa la conclusione a cui è giunto uno studio della Society for Sex Therapy and Research, un team di cinquanta specialisti tra psicologi e sessuologi che ha chiesto a centinaia di pazienti statunitensi e canadesi di quantificare la durata di un rapporto soddisfacente, preliminari esclusi. I risultati, che hanno creato un certo stupore e hanno ridimensionato un bel po’ di luoghi comuni, sono i seguenti:

  • un rapporto che duri più di 13 minuti è decisamente noioso
  • tra 7 e 13 minuti l’incontro può definirsi desiderabile
  • da 3 a 7 minuti il rapporto è adeguato
  • meno di 3 minuti: insoddisfacente

Insomma, la maggioranza del campione “si accontenta”, per dirla in base al pensare comune, di un rapporto abbastanza breve e rifugge lemaratone del sesso. Anzi, queste potrebbero rivelarsi controproducenti inducendo il partner a rinunciare all’impresa accampando varie scuse, come il classico  mal di testa.
Possono dunque mettersi il cuore in pace gli uomini che soffrono di ansia da prestazione e che hanno sempre aspirato, senza successo, a  eguagliare le imprese di Rocco Siffredi e dei suoi colleghi: tutte preoccupazioni sprecate. Lo stesso vale per quelle donne che almeno una volta hanno sognato che il partner dedicasse loro più tempo in quei momenti: inutile, si sarebbero annoiate mortalmente.
L’importante, evidenzia lo studio, è avereaspettative realistiche e non crearsi falsi miti. E soprattutto – aggiungiamo noi- divertirsi, possibilmente tenendo lontano il cronometro dal letto.

Ebbene sì. La “durata” conterebbe, ma fino ad un certo punto. Questo è quanto scoperto dall’equipe, che per arrivare a questa conclusione ha intervistato 50 “esperti del sesso” facenti capo alla “Society for Sex Therapy and Research”. I risultati sono i seguenti: un rapporto sessuale che non supera i 2 minuti non è molto apprezzato dalla partner femminile, dai 3 ai 7 minuti diventa “accettabile”,oltre i 13 minuti diventa sgradevole e noioso.

La durata perfetta si aggirerebbe attorno ai 10 minuti, in barba agli stereotipi e alle leggende metropolitane sui “tour de force” sessuali che durano tutta la notte (ed oltre) e che donano momenti di impareggiabile piacere e passione alla coppia interessata.

Il Dott. Corty ha spiegato che questi dati sono soltanto delle stime e che, per essere soddisfacente, un rapporto sessuale avrebbe bisogno di altri elementi (come i sentimenti provati per l’altro, la fiducia reciproca, l’intimità raggiunta, e molto altro) per funzionare alla perfezione. L’esperto ha anche aggiunto che la consapevolezza di alcuni “limiti fisiologici” e la perfetta intesa tra i partner molto spesso permette di superare i problemi relativi alla durata, una delle principali fonti di preoccupazione per gli uomini di ogni età.

Il sesso è bello quando dura poco: così potremmo dire parafrasando un vecchio proverbio, per riassumere il risultato emerso da un’indagine condotta fra 50 specialisti che si occupano di coppia e sessualità, componenti della Society for Sex Therapy and Reserch, pubblicata su una rivista scientifica, il Journal of Sexual Medicine.

Avete capito bene: le maratone sessuali spesso sbandierate tra amici, di cui magari si può mettere in dubbio anche la veridicità, non rappresentano l’ideale dell’amplesso. Anzi, stancano e annoiano. Gli esperti, sulla base dell’esperienza maturata negli anni di terapia sessuale, ascoltando e parlando con numerosissime coppie, non hanno dubbi: un rapporto che supera i 13 minuti rischia di essere poco soddisfacente e noioso (ma non hanno specificato se la noia colpisce entrambi i partner o solo uno).
Considerato che anche un rapporto troppo fast non è certo soddisfacente, come regolarsi per effusioni erotiche ideali? Gli autori dello studio specificano in questo modo: uno o due minuti sono decisamente troppo pochi, dai 3 ai 7 il lasso di tempo è accettabile, 10 minuti è la durata perfetta. Una precisione cronometrica che non può non lasciare qualche dubbio: sarà vero per tutti e, soprattutto, non sarebbe meglio buttare via l’orologio quando si è travolti dalla passione, duri quel che duri?

Ad ogni modo probabilmente questa sarà una buona notizia per quanti, nel segreto della loro alcova, sono ben consapevoli di non potersi permettere certe performance. E per tutti gli altri, l’ideale di un’intera notte di sesso, tra le fantasie erotiche più diffuse, potrebbe essere destinata a rimanere tale per mantenere intatto il proprio potere eccitante.

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L’amore, nel suo ideale romantico, dovrebbe durare per sempre. Il sesso solo 10 minuti.

1 o 2 minuti sarebbero  troppo pochi.
Dai 3 ai 7 minuti la durata sarebbe “accettabile”.
Circa 10 minuti sono perfetti e bastano per essere soddisfatti. Anzi, avanzano anche visto che oltre i 13 si rischierebbe di sconfinare nella noia e in una ginnastica da camera troppo faticosa.

Almeno, questo è quanto emerge daun’indagine pubblicata sul “Journal of Sexual Medicine” condotta fra 50 specialisti, componenti della Society for Sex Therapy and Reserch che, sulla base dell’esperienza maturata, hanno quantificato la giusta durata di un rapporto sessuale.

Ora, mi perdoneranno gli specialisti e chi concorda con loro, ma anche se questi risultati possono sembrare benefici (e probabilmente lo sono), umani e un vero sollievo per chi soffre di ansie da prestazione, di aspettative irrealistiche e ha il  tarlo delle maratone di sesso, io non riesco a crederci. Perché il cronometro non è un sex toy, a meno che non si tratti di sesso veloce. Soprattutto, non riesco a credere che fare l’amore – rapporto sessuale è un termine troppo distaccato, impersonale, che si può usare per 10 minuti al massimo – possa in qualche modo essere noiosoFaticoso magari sì,  spiacevole, in alcuni casi, anche. Ma noioso mai.

L’unica spiegazione che riesco a darmi per l’esito di questa ricerca è che forse la maggior parte dei rapporti sessuali non sono fare l’amore, godere, donarsi, offrirsi, mischiarsi, ma qualcosa d’altro. Un favore. Una trattativa. Una masione domestica.

E poi – scusate la franchezza – com’è che in 10  minuti sono tutti soddisfatti e contenti, quando è noto che la sessualità femminile è spesso slow orgasm e che a molte donne 10 minuti vanno bene come riscaldamento?

Ma forse c’è una scappatoia, un graffio nello specchio a cui potersi aggrappare: forse, qualcosa si è perso nella  traduzione, o nel giro delle agenzie stampa. Forse, in questa indagine si parla di “10 minuti di coito. Preliminari esclusi”. Siamo i soliti, sempre a lucrare su quegli optional quasi indispensabili alla funzionalità della macchina, da pagare extra. Ma non è questo il punto.

Il punto è che se sentiamo il ticchettare dell’orologio, invece del ritmo irregolare della passione, molto probabilmente, non ci stiano divertendo abbastanza. E a quel punto, anche 10 secondi sarebbero decisamente troppi.

Per cominciare bene la giornata, niente di meglio che del sano e buon sesso. Se finora questo era risaputo solo a livello “popolare”, arriva la scienza a darne conferma. Pare infatti che le coppie che hanno un rapporto sessuale di prima mattina, prima di inziare la giornata, oltre a essere più rilassate e produttive, ne taraggano anche benefici al sistema immunitario. Insomma, le coppie che preferiscono questo metodo per iniziare la giornata piuttosto che marmellata e biscotti, risultano essere, secondo alcune ricerche,più forti, sane e felici. Pare che, oltre a essere meno inclini a prendere un raffreddore o ad ammalarsi, abbiano anche capelli e pelle più luminosi oltre a unghie più forti. Ma il vantaggio non si ferma qui: altri studi dell’Università di Belfast hanno dimostrato che fare sesso almeno tre volte la settimana può ridurre il rischio di infarto.

Anche se hanno impegni lavorativi, famiglia, figli a cui badare, due partner non dovrebbero mai rinunciare alla loro vita privata di coppia e alimentarla. Diversi terapisti che si occupano di problemi matrimoniali, affermano che il mattino è il momento migliore per dedicarsi a fare l’amore perché il fatto di essere di fretta mette in circolo l’adrenalina che rende il rapporto più intenso. Molte donne hanno paura di chiedere al partner di fare sesso la mattina, per timore di un rifiuto. Invece si stupiranno nello scoprire quanto lui lo gradisca e come sarà passionale. Mentre l’uomo dorme, infatti, il testosterone che gli servirà per il giorno dopo si accumula. Al mattino, quando si sveglia, ha un vero e proprio picco ormonale.

L’amore più è breve, meglio è! Sembra voler dirci questo una recente ricerca condotta da cinquanta specialisti della Society for Sex Therapy and Reserch e pubblicata sul Journal of Sexual Medicine. Amore ovviamente qui sta per sesso. Gli specialisti hanno cercato di capire quanto tempo serve per essere felici sotto le lenzuola, ed il loro responso è chiaro, e quantomeno singolare. Sfatando ogni mito, abbattendo ogni pregiudizio, gli studiosi parlano chiaro: un rapporto sessuale perfetto dura 10 minuti, 13 al massimo se si vuole strafare. Qualcuno tirerà un sospiro di sollievo! Cadono così tutte le teorie che vogliono un rapporto sessuale soddisfacente solo se accompagnato da lunghi preliminari. Il mito dell’amore consumato con lentezza e calma, le pratiche tantriche per prolungare il piacere sono inutili lungaggini, che anzi hanno un effetto negativo sul rapporto. Oltre i dieci minuti infatti scatta la noia. Questo almeno sostengono gli studiosi, portando i seguenti argomenti a sostegno della loro teoria: il rapporto sessuale ideale dura dieci minuti, tempo in cui i livelli di attenzione sono altissimi e ci si concentra solo sul piacere, ma trascorso questo intervallo, il cervello comincia a vagare altrove. Secondo gli studiosi (psicologi, terapisti di coppia, medici, assistenti sociali che negli ultimi anni hanno analizzato numerosi casi di coppie con problemi sessuali) due minuti sono troppo pochi per un rapporto, da tre a sette un tempo accettabile ma superare i 13 minuti è decisamente troppo. Il rapporto sessuale perfetto, dunque è quello che, orologio alla mano, oscilla tra i sette e i tredici minuti. Uno dei ricercatori autori dello studio, Eric Corty, psicologo della Penn State University ha affermato che ”molti credono erroneamente alla fantasia di notti di sesso continuo e prolungato. Speriamo che il nostro studio incoraggi uomini e donne ad avere aspettative più realistiche”.

La tradizione Giudeo- Cristiana ha dato vita in occidente ad un senso di colpa che ingloba le attività umane nel concetto di peccato, tale senso di colpa ha limitato la conoscenza e lo studio di svariate qualità umane tra cui in particolar modo quella sessuale del maschio e della femmina, per tali motivi ai più parlare di sesso e sessualità può apparire del tutto offensivo o lesivo verso la dignità “comune”.

Al contrario, secondo il pensiero taoista, le attività naturali dell’uomo quali: la “guerra”, il mangiare, il sesso ed il riposo appaiono così prive di qualsiasi intervento maligno, infatti essi sono la principale manifestazione terrena dei principi universali: Ying e Yang. In particolar modo i taoisti o Tao Ren  (letteralmente: uomo che segue il tao) considerano il sesso indispensabile per la salute ed il raggiungimento dell’immortalità, come la pioggia che cadde sui campi lo è per le piante.

Per prima cosa dobbiamo cercare di capire che non vi è differenza in sesso sacro o profano, tale concezione è soltanto un eredità lasciata dalle maggiori religioni occidentali, il seguace taoista potrà al massimo stabilire la differenziazione in abitudini sane (quindi favorevoli) e non sane (spesso sfavorevoli, ma non totalmente).

Il Taoista come ben sappiamo è l’uomo che ha deciso di seguire il tao, cioè la via della natura, in questo modo egli non può reprimere i suoi istinti naturali, ma bensì può canalizzare tali impulsi verso il raggiungimento della santità, seguendo determinati principi. Nel suo percorso di studio e auto conoscenza il seguace taoista si avvale di ogni mezzo necessario per il raggiungimento dell’immortalità, la quale dà la possibilità di ricongiungersi con il tao stesso:  maggiore è il tempo vissuto, e maggiore sarà la possibilità per unirsi alla Via, in questo modo, la tradizione taoista ha sviluppato nell’arco di 4000 anni di tradizione, diversi metodi in grado di aiutare l’adepto.

Abbiamo visto come questi metodi per il mantenimento della salute ed il raggiungimento dell’immortalità attraversino le attività umane in lungo ed in largo, dando qualità allo studioso quali: apertura mentale e metodo di ricerca scientifica, in questo modo i medici taoisti hanno dato un lungo e attento sguardo alle attività sessuali registrando le loro scoperte in diari e libri dando vita ad una vasta conoscenza del sesso di oltre 3000 anni, divenendo i più astuti osservatori e cultori della sessualità umana.Tao vuol dire “La Via” e l ‘insieme delle diverse correnti taoiste mira, attraverso metodiche e tecniche igieniche, dietetiche, corporee e sessuali e raggiungere l’armonia olistica ed arrivare “all’immortalità”.

Secondo la teoria anatomo-fisiologica taoista la base di tutto sta nell’“energia vitale” (Qi). Infatti il Qi è la forza che è alla base di ogni mutazione dell’Universo, del susseguirsi delle stagioni, della vita e dell’evoluzione dell’individuo. Con esercizi e tecniche specifiche è possibile preservare e nutrire il Qi e non disperderlo inutilmente.

Il mitico Imperatore Giallo ha probabilmente scritto il testo più importante di sessuologia: Il Classico della Signora Bianca. Sono tutte tecniche di Lunga Vita che implicano il concetto di conservare il propriojing (potenza sessuale o anche seme), per godere in modo pienamente appagante della sessualità.
Proprio dagli antichi maestri taoisti deriva il concetto che le ghiandole sessuali erano il fulcro della procreazione e della forza, della potenza della costruzione della vita. Infatti organi e ghiandole sessuali erano definiti “i fornelli” dove viene riscaldato il Qi. Da qui partirono per rafforzare questi organi e ghiandole ed indirettamente prevenire l’invecchiamento.

Rifacendoci alla sessuologia taoista, il pene in un uomo cresce per tutta la vita, anche se non è fondamentale la dimensione quanto la sua forma a fungo (glande grosso ed asta stretta) e l’adattabilità alla vagina.
Premere con forza dalla base fino al glande, premere poi sull’asta fino ad ottenere un significativo indurimento.
Utile per mantenere l’erezione >>> seduti con le gambe divaricate fate oscillare il pene tra i muscoli delle cosce.
Questi 3 semplici esercizi modificheranno il pene “a fungo” e permettono di prevenire l’eiaculazione precoce.

L’Atto del “gettare fuori” e del “gettare dentro”
Quando il pene è in erezione stimola la prostata che si rigonfia di liquido prostatico fino all’orgasmo e al“gettare fuori” (eiaculazione). 
Durante le contrazioni prostatiche pre-orgasmiche viene prelevato la sperma dalle vescichette seminali e le contrazioni normalmente vanno dalle 5 alle 18, 20.

Il seme (jing) contiene la maggior quantità di energia vitale (Qi) ed anche recenti studi hanno dimostrato che ha altissimi valori nutrizionali.
Proprio per questo gli antichi taoisti consigliano vivamente di “non disperdere il jing” e di praticare la ritenzione del seme (“gettare dentro”).
Quindi la raccomandazione è di provare orgasmi intensi senza emissione spermatica.

Vediamo come si può emettere all’interno, invece che all’esterno.
L’Atto: premere con un dito sul punto che è posto fra l’ano e lo scroto, al centro dell’area chiamata perineo.
Questo punto premuto prima dell’orgasmo, fa si che lo sperma non vada verso il canale uretrale per l’espulsione, ma viene riimmesso in circolo e assorbito dal sangue. L’orgasmo si prova ugualmente poiché la prostata si contrae ma il jing non si disperde.
Ricordate infine che “Se riuscite a fare l’amore cento volte senza eiaculare vivrete lunga vita”. 

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Steve Jobs denaroLETTERA   1

 

LA SCOMPARSA A 56 ANNI DELL’INVENTORE DI APPLE

Caro Valdo, il 5 Ottobre scorso è morto in America Steve Jobs, l’inventore di Apple e del suo famoso e indovinato marchio, la mela addentata.

La cosa ha fatto scalpore non solo per la notorietà di questo bizzarro e straricco personaggio di successo, ma anche perché è morto di cancro al pancreas a soli 56 anni.

LE  ODIOSE SPECULAZIONI SULLE SCELTE BUDDHISTE E IGIENISTICHE DI JOBS

Egli affermava di essere buddista e vegetariano, e perciò, una volta scoperta la sua malattia, avrebbe rifiutato di affidarsi alla medicina ufficiale, per seguire le cure naturali.

Come c’era da aspettarselo, in molti si sono buttati a capofitto su questo ghiotto dettaglio per pontificare che Jobs sarebbe morto proprio per aver dato retta ai guru dell’igienismo e della naturopatia, anziché farsi saggiamente curare dai medici specialisti, dagli oncologi, da quelli che in casi del genere ricorrono senza indugi al taglia-e-cuci, seguito dall’immancabile knock-out chemioterapico.

TRA I VEGANI NON ESISTONO PATOLOGIE METABOLICHE, E TANTO MENO PROBLEMI DI PANCREAS

Chissà cosa c’è di vero in tutta questa storia. Certo è che il cancro al pancreas o all’apparato digerente è estremamente raro in chi vive e si nutre da sempre secondo i dettami del vero igienismo, perciò non è lì che va cercata la causa di un decesso tanto precoce. E’ così o mi sbaglio?

FILIPPO ONGARO E LA FIERA MONDIALE DELLA VANITA’

Altro argomento meritevole di un tuo commento. Sul sito http://www.21min.org/, vera fiera mondiale della vanità, vi è anche un medico, Filippo Ongaro, che si fregia di un numero impressionante di titoli accademici e onorificenze. La sua asserita specialità è far vivere la gente fino a tardissima età (potenzialmente anche 150 anni), e sempre in perfetta salute.

Splendido! Peccato solo che la dieta raccomandata da costui non sia per niente diversa da quella sostenuta e praticata con convinzione dal dr Carlo Cannella, morto recentemente e non certo centenario, e di un “bel” cancro allo stomaco.

CAVE CANEM E CAVE ONGARUM

I romani scrivevano all’ingresso delle loro ville “Cave canem” (guardati dal cane).

Sarebbe proprio il caso di scrivere “Cave Ongarum” sul portone d’entrata della sontuosa clinica privata del nostro “Medico di fiducia degli astronauti della NASA”.

Spero di averti dato lo spunto per esercitare la tua pungente ironia contro i “villains” di turno.

Antonio da Venezia

                                                                   *****

LETTERA    2

 

CASO DI PANCREATITE ACUTA E SCARICA DI FARMACI

 

Ciao carissimo Valdo, non ti scrivo per me, ma per un amico al quale hanno diagnosticato una pancreatite acuta, riempiendolo pure di farmaci e di cortisone. Lui si sta convincendo che la strada dell’igienismo è forse l’unica da percorrere. Puoi darci un tuo consiglio? Ciao e grazie.

Antonio F.

                                                                   *****

LETTERA     3

 

LA TELEVISIONE ITALIANA, STRUMENTO IN MANO AGLI ACCOPPATORI INCALLITI ED IMPENITENTI DI BAMBINI A QUATTRO ZAMPE

 

Ciao Valdo, ieri ho avuto la pessima idea di sintonizzarmi sul TG5 all’ora di pranzo, nonché la ventura di imbattermi nella rubrica “Gusto”. La notizia del giorno riguardava la “Salumoterapia”, disgustosa iniziativa promossa dallo chef Gianfranco Vissani e benedetta dall’Agroalimentare Italiano.

In sé la cosa aveva un aspetto comico. Era buffo vedere gli avventori col capo coperto da una tovaglia, nella classica postura di chi fa i fumenti, atti a sniffare e ad inalarsi i vapori dei salumi Doc.

Però il tema è sempre quello. I mass-media promuovono sempre e solo la trippa e il latte, il cotechino e il formaggio, il prosciutto e la mortadella, tutte cose notoriamente micidiali per il corpo umano.

LODI ALLA CARNE, E NESSUN CENNO ALLE EPATITI, ALL’ISUFFICIENZA RENALE, AL DIABETE E AL CANCRO AL PANCREAS

La cosa, come giovane padre di famiglia, mi turba perché certi messaggi hanno pesanti ripercussioni sulla nutrizione dei bambini, per i quali risulta sempre più difficile e complicato dar da mangiare qualcosa di sano. Passato poi a RAI 1, la musica non è affatto cambiata. C’era il solito gruppetto formato da una mediocre nutrizionista (ma in compenso una buona ed appariscente gnocca) in rappresentanza del solito Agroalimentare nostrano, e da mediocri paraculi laureati che tessevano in lungo e in largo le lodi alla buona carne, ai suoi magnifici pregi, esaltandone le virtù, sia nella forma tritata che nella classica versione fettina.

Nessun cenno alla pericolosità dell’alimentazione carnea, ai blocchi renali, al diabete, al cancro al pancreas e al colon, e a tutte le risultanze raggelanti emerse dal “The China Study”.

Ti ringrazio per la pazienza e per il tuo enorme lavoro.

Francesco da Roma

                                                                       *****

RISPOSTA 

 

UNA CONSISTENTE TESINA SUL PANCREAS

 

Ciao Antonio e Antonio, uno da Venezia e uno da non ricordo dove, ma entrambi accomunati dall’argomento pancreas, e ciao anche a Francesco da Roma. In realtà ci sono anche altri lettori che hanno toccato questo tasto, sollecitandomi a commentare la fine di Steve Jobs.

In effetti non ho mai scritto un articolo specifico sul pancreas, anche perché ne ho dedicati almeno 20 al diabete e all’insulina.

Ma il pancreas è molto di più che insulina e glucagone. E’ l’occasione buona per farlo.

DESCRIZIONE DEL PANCREAS E SUE FUNZIONI

Il pancreas è una ghiandola di forma allungata annessa al sistema digerente, situata posteriormente allo stomaco. E’ costituita da due distinte sezioni  e da due tipi di ghiandole.

Ghiandole soprattutto esocrine (a secrezione esterna), per il 95%, che producono succo pancreatico, una preziosa sostanza carica di enzimi proteolitici (lipsina), lipolitici (steapsina) e amilotici (amilopsina), che servono a digerire proteine, grassi ed amidi.

Sostanza che viene rilasciata tramite i dotti pancreatici nella parte alta dell’intestino tenue (duodeno), fondendosi coi succhi giallo-verdastri della bile, provenienti dalla cistifellea o colecisti col preciso ruolo di favorire la buona e completa digestione dei cibi.

Ma anche importanti ghiandole endocrine (a secrezione interna), per il restante 5%, costituite dagli isolotti o “Isole di Langerhans” che rilasciano ormoni glucoriduttori (insulina) ed ormoni glucostimolatori (glucagone) per un equilibrio strategico del carburante corporale chiamato glucosio.

INDIVISIBILITA’ ED INTOCCABILITA’ DEL CORPO UMANO

Già due cose si evincono da quanto sopra.

Prima cosa, la sinergia tra la zona epatica, a cui appartiene la cistifellea, e la zona pancreatica, a conferma di quanto interrelate e interdipendenti siano le diverse parti del corpo, e di quanto sciocco sia affrontare queste situazioni con approcci di tipo specialistico e divisorio

Seconda cosa, la complessità biochimica e la precisione stupefacente del corpo umano, che meriterebbe non dico di non essere mai toccato e violato da strumenti metallici e da porcherie vaccinatorie e farmacologiche,  ma che dovrebbe addirittura essere rispettato al punto di non avvicinarsi mai ad esso se non per un tocco amorevole ed una carezza.

PRENDIAMO IN CASTAGNA SIA I MEDICI CHE I PAZIENTI

I medici si infurieranno a sentire tutto questo, abituati come sono a intrufolarsi, scrutare, radiografare, mammografare, ecografare, sondare, penetrare, invadere, bruciare, cauterizzare, recidere ed asportare. Ma dovrebbero risentirsi soprattutto i pazienti, per la loro incredibile incuria, per la loro imperizia nel guidare la propria macchina, nell’alimentarla male e nel ripulirla peggio.

“La salute umana parte dal colon”, è il titolo di una delle mie più richieste tesine.

Il concetto è giusto, ma perché si realizzi una buona digestione, è fondamentale che dai dotti pancreatici e biliari arrivino tutti gli enzimi necessari alla disgregazione ed all’assimilazione dei cibi che abbiamo ingerito.

Insomma ogni meccanismo deve funzionare a puntino. Ma tutte queste sincronie non avvengono affatto se ci alimentiamo usando i piedi al posto del cervello.

FILIPPINE, PAESE DAGLI ESPERIMENTI FACILI

Per far capire l’importanza del pancreas, ricordo di aver letto anni fa un articolo importante che scioccamente mi scordai di ritagliare e classificare come referenza. Mi trovavo in Filippine, paese dove certi esperimenti è facile farli, visto che la vita vale poco e la morte ancora di meno, per cui il prezzo dei permessi a sezionare i cadaveri da parte dei parenti è irrisorio.

UN PANCREAS IPERTROFICO ALL’INVEROSIMILE

Detta ricerca, supportata da un intenso lavoro in sala di anatomia, su una cinquantina di corpi di filippini deceduti, aveva lasciato i ricercatori sbalorditi. La media dei filippini, persone che non pesano in genere più di 50 kg, risultava avere un pancreas di dimensioni e peso esagerati. Un pancreas superiore addirittura di quello degli americani che pesano quasi il doppio, e che non sono degli stinchi di santo in fatto di diete.

UNA DIETA A BASE DI RISO BIANCO STRACOTTO

Come spiegare tutto questo? Il rebus venne ben presto sbrogliato verificando la dieta tipica dei filippini, basata su riso bianco stracotto preso sistematicamente a colazione, pranzo e cena, in accompagnamento a carne e pesce acidificanti, con addolcimento a base di dessert cremosi e supercarichi di zucchero di canna, innaffiati ovviamente non dal magnifico latte di cocco, quanto da Coca-Cola, da Pepsi-Cola e da Birra San Miguel, le cui bottiglie o lattine mai scarseggiano sui loro tavoli.

RECORD MONDIALE DI RISORSE NATURALI E JUNK FOOD IN CUCINA

Un paese straricco di risorse naturali, col record mondiale di varietà in frutti e verdure, ma paradossalmente condizionato dalle diete americane e dai fast food.

Avere degli organi gonfi e sovradimensionati, ovvero degli organi ipertrofici, non è mai una cosa auspicabile. E’ il segnale netto che qualcosa non va, che ci sono delle congestioni sanguigne, delle situazioni infiammatorie cronicizzate, delle cisti e degli eventuali processi tumorali in formazione.

La pancreatite infatti, altro non è se non una infiammazione del pancreas.

E sappiamo benissimo che per arrivare all’infiammazione si parte dalla enervazione, dalla intossicazione e dall’irritazione dell’organo, ed è pure noto che, continuando tranquillamente di quel passo, dallo stato infiammatorio si passa alla ulcerazione, all’indurimento e alla possibile carcinogenesi.

LA SCOMPARSA DI UN CARO AMICO

Il fatto gravissimo poi è che nel pancreas gli avvertimenti specifici scarseggiano, o comunque vengono colpevolmente sottovalutati, per cui il passaggio dalla fase tumorale a quella cancerogena è piuttosto rapido oltre che asintomatico, e quando viene diagnosticato il tumore, il più delle volte esso si è già evoluto verso la cachessia e il cancro terminale. Ricordo la recente scomparsa di un caro amico, sempre attivo e sorridente, aitante e di ottimo aspetto fisico. Mi aveva salutato qualche mese prima, con un “Mandi Valdooo” volante, passando in mountain-bike per la stradina di campagna prospiciente il mio cortile e scomparendo lungo la rapida discesa verso i boschi e i campi sottostanti, seguito dai suoi due ragazzini. L’immagine vivente della salute.

UN “MANDI VALDO” (CIAO VALDO, IN FRIULANO) CHE ANCORA MI RIECHEGGIA IN TESTA

Quel “Mandi Valdo” mi è rimasto impresso nel cuore e nella mente.

Anche perché non seppi più nulla di lui, se non quando mi dissero che il giorno dopo c’era il suo funerale. Manco a dirlo per cancro al pancreas. Qualcosa di imprevisto, di agghiacciante e di drammatico. Le cure in ospedale non erano servite a niente.

Neanche il tempo di sapere che si era ammalato, ed era già finito in situazione terminale. Ben messo, 50 anni, sportivo, con magnifica famiglia, casa solare in mezzo alla campagna, due orticelli che teneva ben curati assieme ai genitori tuttora attivi.

Più che scomparso, strappato repentinamente e violentemente alla vita, agli amici, ai figli in età scolastica.

Roba da far venire il brivido e il magone. Roba  da restare sbigottiti e senza parole.

Del resto, anche il grande Luciano Pavarotti se ne andò per colpa del pancreas, e a nulla valsero i suoi soldi, le sue conoscenze, gli illustri luminari alternatisi nelle cure.

IL PERCHE’ E I SINTOMI DELLE PANCREATITI

I problemi pancreatici sorgono per malfunzionamento del fegato e della cistifellea che, come già visto, sono strettamente collegati al pancreas.

Anche le ulcere duodenali, le deficienze di acido cloridrico e la carenza di cromo nella dieta, sottoforma di minerale organicato di traccia, possono presagire o accompagnare situazioni di stress e di sofferenza pancreatica.

Un malato di pancreatite soffre di sintomi da indigestione acida, con frequenti imbarazzi gastrici, nausea, dolore, gas. Le sue feci possono essere abbondanti e chiare, tendenti pure al diarroico, riflettenti comunque una cattiva digestione dei grassi.

Ha dei problemi digestivi perché il suo pancreas e la sua cistifellea non secernono le appropriate quantità di enzimi.

Come in tutti i malassorbimenti alimentari, non manca l’indebolimento e la perdita repentina di peso.

GLI ACERRIMI NEMICI DEL PANCREAS

Nemici implacabili del pancreas sono tutti i farmaci e i vaccini, capaci di innescare, al pari di una sbornia alcolica, una pancreatite acuta nel giro di due giorni.

Se poi la pancreatite diventa modo di vivere, si trasforma in pancreatite cronica, con danni irreversibili che portano in definitiva al cancro pancreatico.

Nemici del pancreas sono tutti i cibi denaturati, le combinazioni sbagliate, lo zucchero, la farina bianca, i conservanti, il riso bianco, la pasta bianca, il pane bianco allo strutto, i grissini allo strutto, le carni, il pesce, le uova e i latticini.

CORPO VEGANO SIGNIFICA GHIANDOLE VEGANE

In un corpo vegano, è ovvio che organi e ghiandole interne non possano non essere  pure essi vegani, e quindi maldisposti verso gli insulti, le acidificazioni e le putrefazioni provocate dalle proteine animali.

Ovvio che si raccomandi una dieta vegana di tipo crudista spinto, con ampio uso di meloni, tarassaco, cicoria, acetosa, carciofi, finocchi, mirtilli e chi ne ha più ne metta.

Valgono poi per il pancreas tutte le attenzioni e i consigli che diamo su fegato e cistifellea, con divieto totale per bevande alcoliche, nervine, zuccherate e gassate.

LE FUNZIONI DEL MINERALE ORGANICO DI TRACCIA  CHIAMATO CROMO

Il cromo ha la sua importanza. Parliamo del minerale organico e non del cromo tipico degli impianti di cromatura, notoriamente velenoso. Il cromo organicato risulta importante nel metabolismo dei grassi e nello stimolo alla sintesi del colesterolo. E’ pure basilare nella disintegrazione metabolica dell’insulina.

Aiuta a regolare la quota di glucosio nel sangue e all’interno delle cellule, e possiede azione penetrativa

nei riguardi delle membrane cellulari.

PURE IL CROMO DEVE FARE I CONTI CON SOSTANZE COMPATIBILI E SOSTANZE ANTITETICHE

Antitetico al cromo è il carbonato di calcio, e quindi i cibi cotti in genere e le acque dure e le acque alcaline. Gli integratori al cromo sono particolarmente pericolosi. Provocano irritazioni alle narici, problemi respiratori, asma, anemia, danni allo stomaco e all’intestino.

Nemici pure i cortisonici e i corticosteroidi. Tanto che esiste una nota forma di diabete indotto e  iatrogeno, determinata da perdita di cromo causata dai corticosteroidi prescritti dai medici.

DOVE TROVARE IL CROMO IN  FORMA ORGANICATA

Dove trovare un buon cromo assimilabile?

La domanda si potrebbe fare 1000 volte per altrettanti minerali diversi, per altrettante vitamine diverse. E la risposta sarebbe sempre la stessa: tutto si trova sempre e solo nei vegetali allo stato crudo.

Il cromo dunque sta nei vegetali crudi e in particolare nei tuberi, nei ravanelli, nelle rape, nelle carote, nelle bietole, nello zenzero, nelle patate normali e in quelle dolci, nello yam e nella manioca (da cui si ricava la tapioca), nei cereali integrali, nei semini e nel lievito di birra.

In particolare nel topinambur grosso e giallo da orto, ed ancor di più in quello minuto e selvatico di colore rossastro (si raccoglie in questi giorni d’autunno).

L’IMPORTANZA PRIORITARIA DEL GRUPPO VITAMINICO B

Diversi studi indicano l’importanza delle vitamine B6 (piridossina), B9 (folati), e B12, ma, nota bene, non come integratori sintetici a problematica assimilazione, bensì come cibo naturale di derivazione vegetale-cruda, visto che la B12, contrariamente a quanto sostengono gli arroganti ignoramus della nutrizione, è presentissima in tutte le associazioni di vitamine B raggruppate, e quindi in tutti i vegetali, anche se in quantità impercettibili e proporzionate al fabbisogno umano che, nel caso della B12 è risibile. B6, B9 e B12 stanno nel germe di grano, negli oli vegetali ricavati a freddo, nei cereali integrali, nei semini, nei cavoli e nelle foglie verdi scure, nelle rape, nelle bietole, negli agrumi, nei legumi, nei funghi e nei tartufi.

LA MORTALITA’ MEDICA DELL’ADENOCARCINOMA

Come già detto in precedenza, i tumori al pancreas hanno spesso esito tragico, proprio per la loro forma asintomatica e per il loro iter silenzioso.

La responsabilità del fumo di sigaretta, attivo e passivo, riguarda il 20-30% dei cancri pancreatici. Solo l’1% è rappresentato da carcinomi delle cellule insulari. Il 95% dei tumori al pancreas sono definiti come adenocarcinomi del sistema esocrino. “Adènos” in greco significa ghiandola, mentre carcinoma significa semplicemente tumore a esito maligno che trae origine dai tessuti dell’epitelio.

L’HYGIENE HA BUONI MOTIVI PER CREDERE NEI POTERI AUTOGUARITIVI

L’hygiene naturale non accetta comunque questa visuale fatalistica, basata su casi medici trattati con sistemi medici. Essa crede nella capacità di ripresa di ogni paziente che sia dotato di reattività immunitaria, purché ci sia nel contempo un repentino cambiamento alimentare in direzione vegano-crudista e uno stop a tutti i farmaci, circostanze del tutto ignorate ed aliene alla medicina.

Non è poi una questione di credere o non credere, ma un semplice attenersi alle leggi della natura che garantiscono una costante capacità autoguaritiva del corpo umano.

Pur non sottovalutando la patologie pancreatiche, vale per l’igienismo la regola del “Finché c’è vita c’è speranza”, ma sempre a patto di fare prontamente le cose giuste, le cose sensate e le cose naturali, e non quelle solite della medicina, di tipo invasivo, ansiogeno, iatrogeno (effetti collaterali causanti nuove patologie) e sintomatologico (dove si toglie il sintomo lasciando intatte al loro posto, o addirittura si incrementano, le aberranti abitudini alimentari del paziente).

LE STATISTICHE E I CONSIGLI DELLA AMERICAN CANCER SOCIETY

L’America è il paese delle statistiche. Ed esse dicono che la sopravvivenza media non supera la quota di 3-6 mesi massimo. Il tumore al pancreas è infatti considerato quello a più alto grado di fatalità.

Mancano però del tutto le statistiche di coloro che non sottoponendosi alle cure mediche senza speranza, ricorrono a una corretta strategia alternativa, come appena detto nel precedente paragrafo.

Ogni anno vengono diagnosticati in USA 42470 nuovi casi, e 35240 muoiono nel giro di pochi mesi.

I superstiti, quelli capaci di raggiungere i 5 anni di sopravvivenza, sono inferiori al 5% del totale.

La ACS (American Cancer Society), che in passato non brillava certo come suggeritrice di diete vegane, raccomanda oggi grande consumo di frutta e di verdura cruda, quasi in concorrenza con gli eredi di Shelton. Come dire, “ci stanno arrivando”, magari con qualche decennio di ritardo.

SU STEVE JOBS CI MANCANO TROPPI DETTAGLI PER ESPRIMERE UN GIUDIZIO

Come osserva Antonio da Venezia, Steve Jobs non è certamente morto per mancanza di cure mediche tradizionali e canoniche, visto che la medicina ufficiale niente ti dona e tanto ti ruba, consentendo al massimo una sopravvivenza di qualche mese, dopo averti però massacrato con tagli, ricuciture, chemioterapie e altre cose da brivido.

Non abbiamo dettagli sufficienti per giudicare cosa sia successo a Jobs, e come mai una persona così ricca, potente e intelligente, non abbia trovato modo di pararsi in tempo da tale scioccante epilogo.

Non sappiamo nemmeno come fosse in realtà la sua dieta, e da quando egli avesse iniziato ad essere vegetariano o vegano.

NON FACCIAMO GOFFE SPECULAZIONI SUL CHI MUORE PRIMA E SUL CHI VIVE DI PIU’,

SIAMO DALLA PARTE DELLA RAGIONE E NON CI SERVONO TRUCCHI

Possiamo però giudicare le goffe speculazioni degli antivegani, le meschine manovre degli sciacalli di turno. D’accordo, anche noi non stiamo zitti quando muore male un carnivoro. Ma lo facciamo solo a ragion veduta e non certo per imbrogliare le carte, come fa l’antiveganismo.

Se un Robert Atkins, pretende di diffondere il suo verbo e di dare il buon esempio a suon di bistecche ed integratori, e muore malamente a 63 anni “died on his own diet”, (rovinato dalla sua stessa dieta), come dicono di lui a New York, è legittimo segnalarlo al pubblico (mentre in America tentarono invano di insabbiare addirittura la sua scomparsa). Se un Michel Montignac, pretende di insegnare salute a mezza Europa con le sue sballate diete antiglicemiche, e muore malamente a 66 anni, non si può non parlarne.

Se il dottor Carlo Cannella lo troviamo ancora in decine di video, tutto intento a magnificare le doti salutistiche e nobili della carne di manzo e di vitello, e poi scompare nel fiore degli anni, siamo sì o no chiamati a commentare?

TUTTI SCIACALLI? FORSE SI’, MA CON LA BASILARE DIFFERENZA CHE NOI LO FACCIAMO A FIN DI BENE, E NON PER IMBROGLIARE LE CARTE.

Non auguriamo a nessuno, amico o nemico, di morire giovane o di morire comunque. Magari avessimo un Thomas Parr carnivoro che vive per 152 anni, dopo essere stato processato per stupro contro tre donzelle di corte alla tenera età di 130 anni! Facciamo informazione e non sciacallaggio. Preferiremmo onestamente avere il professor Cannella tuttora fra noi, onde poterlo contestare meglio e di più, come già del resto stavamo facendo in alcune nostre tesine.

Al limite, se il parlarne soltanto è maleducazione o mancanza di rispetto per uno che non può più ribattere o rispondere, essendo passato a migliore vita, siamo tutti maleducati, tutti sciacalli, tutti meschini, ma con una importantissima differenza qualitativa. Noi lo facciamo davvero a fin di bene, a favore della salute individuale e pubblica. Gli antivegani lo fanno invece per interesse pecuniario e politico, o comunque per imbrogliare le carte, se non per colpevole e pervicace ignoranza.

I DATI PARLANO CHIARO E SONO INEQUIVOCABILI

Le ultime ricerche in fatto di gerontologia, in linea con precedenti studi sugli Hunza, i Georgiani, i Vilacamba e altre popolazioni particolarmente longeve, parlano chiaro, mettono una pietra definitiva su questo trito e ritrito argomento. Il portentoso “The China Study” del dr Colin Campbell ha evidenziato come i vegetariani vivano in media 7 anni più, e i vegani 15 anni in più dei carnivori.

Il suo cliente più famoso, l’ex-presidente Bill Clinton, ex-divoratore di quadrupedi, ha eliminato carne, uova e latticini, altrimenti non sarebbe arrivato ai 65 anni, con tutti i suoi by-pass coronarici.

Il suo tardivo rinsavimento gli ha fatto perdere una decina di chili e lo ha pure ringiovanito.

UMBERTO VERONESI E I VEGANI ULTRACENTENARI DI OKINAWA

Il professor Veronesi, ex-ministro della Sanità, quasi 90 anni portati in modo superlativo, porta nel suo ultimo libro “Verso la scelta vegetariana” la sua personale testimonianza, sostenendo senza mezzi termini che i vegetariani vivono di più e meglio. E cita l’esempio degli abitanti giapponesi dell’isola di Okinawa, da sempre fedeli a una dieta ipocalorica, vegetariana e ricca di curcumina, sostanza antitumorale presente nel curry. Essi producono oggi la percentuale più alta di ultracentenari al mondo.

LE COMICHE AMBIZIONI DEL DOTTOR ONGARO

Quindici anni in più come media statistica non è cosa da poco, è una enormità.

Eppure non è su queste basi che intendiamo misurarci. Ci preme soprattutto il confronto etico, ambientale, spirituale, animalistico. Ci interessa il confronto di qualità, ammesso che sia sensato raffrontarsi col vampirismo, col cannibalismo, con la necrofagia e il cadaverismo.

Il dr Ongaro arriva a far vivere la gente felice e sana fino a tardissima età?

Fino ai 150 anni? E lo fa pure con la dieta carnea del professor Cannella? Ci credete davvero?

Più che medico di fiducia degli astronauti della NASA, lo potremmo nominare medico di fiducia degli asini che volano!

Valdo Vaccaro

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Potrebbe capitare anche a noi qui in Italia. Sono d’accordo di non svendere opere d’arte, ma mi chiedo se a Firenze ci sono più di 2000 opere nei sotterranei mai esposte, a cosa servono esattamente. Se mettete insieme tutte queste opere di tutti i musei Italiani si raggiunge una stima incalcolabile, allora cosa possiamo fare per vederle? Se la vendita è una garanzia perché l’opera visibile, allora è meglio vedere e con il ricavato sanare situazioni insostenibili. Con il ricavato si possono fare progetti vitali a Musei spenti e noiosi. Viviamo in un paese dove il vero oro è la cultura, mettiamo in relazione tutte le nostre forze culturali. Siamo l’unico Paese del mondo che nella sua costituzione ha un articolo (9) che dice:

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

E allora mettiamolo in pratica solo rispettando questo articolo si posso risolvere tutti i problemi economici, non ci vuole nessun Tremonti del piffero…..

NEW YORK – Nell’ America della recessione crolla l’ ultimo tabù. Per pagare i debiti i musei smembrano le loro preziose collezioni e mettono in vendita i capolavori un tempo considerati «intoccabili», scatenando un putiferio di polemiche che ha spaccato in due il mondo dell’ arte, provocando l’ intervento dei legislatori. «Dopo l’ espansione selvaggia degli ultimi anni, i musei americani sono in crisi di liquidità per il declino nelle rendite finanziarie e la perdita di contributi da parte di fondazioni e privati», lancia l’ allarme sul «New York Times»Judith H. Dobrzynski, celebre giornalista d’ arte.

Per correre ai ripari molte istituzioni hanno ridotto il personale e il numero delle mostre, bloccando le nuove acquisizioni. Quando ciò non è bastato, un numero crescente di musei ha deciso di ricorrere alla vendita di opere per fare cassa. Afflitta da un passivo di 10 milioni di dollari all’ inizio del 2009 la Brandeis University annunciò la decisione di smantellare il suo Rose Art Museum e di mettere in vendita gli oltre 6.000 pezzi della collezione permanente che comprende opere di Andy Warhol, Jasper Johns, Willem de Kooning, Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg e Max Weber.

Ma in seguito allo sdegno generale degli appassionati d’ arte, la decisione fu poi ritirata e il presidente del college, Jehuda Reinharz, fu costretto a dimettersi. L’ anno prima, la National Academy, la scuola-museo di New York creata 185 anni fa, aveva venduto in maniera del tutto riservata due dipinti della Hudson River School: La Magdalena di Frederic Edwin Church del 1854 e il Monte Mansfield, Vermont di Sanford Robinson Gifford, del 1859. La transazione fu criticata dall’ Associazione dei Direttori dei Musei d’ Arte, tra i più feroci detrattori del nuovo trend, che da tempo richiede ai musei di non cedere le loro collezioni – a meno che non utilizzino i proventi per acquistare nuove opere – e proibisce espressamente la cessione di quadri per finanziare le spese capitali e correnti. «L’ Academy ha violato il principio museale cardine – tuonò il portavoce della Associazione -, trattando la propria collezione come un asset finanziario, piuttosto che un patrimonio del genio umano da tramandare ai posteri».

Mentre per eludere le critiche molte istituzioni svolgono in segretezza queste transazioni, spesso con acquirenti privati, il Museo di Indianapolis ha deciso di lanciare una crociata per la trasparenza, pubblicando sul sito web la lista completa dei quadri venduti dal 2007 in poi. «Il problema è il possibile abuso di questa pratica – mette in guardia la Dobrzynski -, una volta che fosse concesso di vendere opere d’ arte per coprire i costi operativi, in tempi di magra i musei ricorreranno subito a questo espediente».

Contro la vendita di opere d’ arte per finanziare i musei si è levata l’ autorevole voce di James N. Wood, presidente e amministratore delegato del Paul Getty Trust, che gestisce il Paul Getty Museum. «La responsabilità del consiglio di amministrazione dei musei è di natura filantropica, non finanziaria» tuona in una lettera al «New York Times» Wood, secondo il quale i musei rischiano di diventare «enti orientati al profitto». Ma non tutti sono d’ accordo. David Gordon del Milwaukee Art Museum e Richard Armstrong, direttore del Guggenheim Museum di New York, sono scesi in campo per dire che secondo loro «è sbagliato porre dei limiti alla vendita di opere d’ arte da parte dei musei». Per non chiudere il suo Vanderbilt Museum assillato dai debiti, la direttrice Carol Ghiorsi Hart si è appellata ai politici della sua contea. «Mi hanno consigliato di vendere qualche quadro – spiega -. Ho risposto che rischierei di perdere credito».

L’ ultima parola spetta adesso al Congresso di Albany che ha all’ esame una legge per obbligare i musei a catalogare – o vendere subito – tutte le opere delle loro collezioni. Una volta iscritte nei registri, le opere non possono essere messe in vendita a meno che non siano più in sintonia con la missione culturale del museo. E i proventi della vendita dovrebbero, comunque, essere reinvestiti per acquistare altre opere d’ arte. «Dobbiamo evitare che la crisi sfoci nella privatizzazione selvaggia del nostro patrimonio artistico – mette in guardia il deputato democratico Richard Brodsky, artefice della legge -. Le collezioni sono custodite per il bene del pubblico e non possono essere riserve di capitale da usare in caso di emergenze».

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