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Archive for gennaio 2012

Una delle bugie più ridicole è quella che parla dei famosi falsi UFO nazisti e delle false super tecnologie che gli USA o l’URSS avrebbero acquisito dai nazisti alla fine del conflitto.

Questa storia ovviamente non ha alcun riscontro nell’aereonautica militare, le tecnologie naziste acquisite sono ben conosciute, così come le varie sperimentazioni ed applicazioni fatte dagli USA. Aiutarono a costruire razzi ed aerei normali, ma nulla di anomalo o di strano che possa far pensare a super-aerei o dischi volanti. Senza contare il fatto che se i nazisti avrebbero avuto quest’arma la avrebbero certamente impiegata in guerra, visto che hanno davvero tentato di tutto per non perdere la guerra.

Su questa faccenda degli UFO nazisti e tecnologie super avanzate naziste mancano prove, al limite ci sono delle foto la cui quasi totalità è falsa e le rimanenti sono quelle dell’Horten Ho.IX (Gotha Ho 229), che era un aereo di difficile pilotaggio, oltre ad avere il difetto di consumare troppo carburante.

È interessante come addirittura i prototipi più avanzati recuperati dai nazisti siano tranquillamente esposti nei musei, come ad esempio il Gotha Ho 229, esposto in un museo del Maryland ( USA), fu catturato dal generale Patton alla fine della guerra.

Si può dire che oramai è dimostrato che i nazisti non riuscirono a costruire nulla di paragonabile ad un UFO, ma crearono dei prototipi di aereo dalle forme strane e dalle prestazioni scarse, tanto è che furono acquisiti dagli USA ma il loro progetto fu abbandonato dopo molti tentativi di renderli aerei efficienti.


Ma le bugie sui super-veicoli o sulla super-tecnologia nazista hanno un origine ben precisa, cioè sono delle invenzioni da parte di persone che hanno utilizzato questo espediente per vendere i loro libri.

Da notare che non esiste alcuna documentazione storica autentica che attesta la costruzione di dischi volanti da parte dei nazisti, né tantomeno esiste una qualsiasi documentazione storica autentica la quale dimostri che persone come Schriever, Belluzzo, Habermohl, Miethe e Kleinever abbiano avuto a che fare con lo sviluppo di “dischi volanti”, come invece sostengono i fautori del mito. Tra l’altro, solo Giuseppe Belluzzo ha un verificabile background scientifico; Schriever era un conducente di camion di una ditta di consegne, e non è chiaro se Habermohl e Miethe siano esistiti o se siano nomi inventati a caso.

Spesso si attribuisce la creazione del motore degli UFO nazisti o degli stessi dischi volanti nazisti a tale Viktor Schauberger, vero e proprio pazzo che affermava di essere più intelligente di tutti gli scienziati del mondo, le sue invenzioni non hanno mai funzionato quando sono state esaminate dagli scienziati semplicemente perché violavano il principio fondamentale della legge della conservazione dell’energia, e non meraviglia che spese molto tempo in ospedali psichiatrici.


Non a caso non c’è alcuna evidenza storica autentica dell’esistenza dei dischi volanti nazisti, neanche una foto autentica o un pezzo di questi velivoli, a differenza dei vari prototipi, anche quelli strambi, ideati dai nazisti Le uniche cose che abbiamo sono delle foto fatte dopo la seconda guerra mondiale che ci mostrano l’arte del fotografare modellini da vicino per farli sembrare più grandi di quelli che sono, oltre a vari fotomontaggi e ritocchi al computer aggiunti di recente. E pensare che queste foto mal ritoccate unite a affermazioni senza fondamento dovrebbero convincere la gente dell’esistenza di velivoli fantascientifici ideati dai nazisti di cui non esiste traccia nella storia.

Su questa storia dei dischi volanti nazisti si sono inventate le varianti più strane, si parla perfino di tecnologia extraterrestre utilizzata dagli scienziati nazisti catturati per ricreare questi dischi nel dopo-guerra ed altre storie fantascientifiche del genere, ovviamente  le prove sono sempre storie inventate e foto ritoccate.

La bufala ha trovato terreno fertile alla fine degli anni’40/inizio degli anni’50 poiché per alcuni anni l’opinione pubblica pensava che i dischi volanti fossero armi segrete di qualche potenza straniera, ed era forte la diceria che fossero velivoli sviluppati dai nazisti superstiti, dato che in quel periodo sui nazisti circolavano innumerevoli leggende.

Ovviamente l’occasione fu ghiotta per molte persone che cercavano soldi o notorietà, dato che essenzialmente c’era un mercato da sfruttare con storie sugli UFO nazisti. Sull’onda di questa voglia di guadagnarci su, nel 1950 comparvero come funghi perfino persone che dissero di aver progettato dischi volanti per i nazisti, presentando anche loro improbabili schizzi. Una variante di queste storie era quella secondo cui questi dischi volanti erano russi.

La stampa fu felice di amplificare al massimo tutte queste cose, creando spesso una confusione incredibile su fatti assolutamente falsi.

L’idea nasce principalmente nei primi anni ’50 quando degli individui, assolutamente non collegati con qualsiasi programma militare passato o contemporaneo, affermarono che gli UFO nazisti erano almeno parzialmente responsabili degli avvistamenti UFO del periodo, senza portare qualsiasi prova veritiera a supporto. Eppure alcuni credettero nelle affermazioni di questi individui, che guadagnarono bei soldini dalla vendita dei libri dove facevano queste affermazioni. Praticamente è la conferma che le persone stupide esistevano anche allora così come oggi, infatti anche adesso se uno qualsiasi dice qualsiasi fesseria su internet senza portare prove troverà sempre persone disposte a credergli, anche se si tratta di una cosa inverosimile.

Comunque successivamente l’argomento degli UFO nazisti scomparse, per poi ricomparire nel 1975, ad opera di Ernst Zundel, anche noto come Christof Friedrich, molto noto per la sua intensa attività volta a negare le realtà dell’olocausto. Pubblicò il libro UFO – Nazi Secret Weapon?, dove oltre a chiedersi se Hitler era ancora vivo, fece delle speculazioni sulla tecnologia nazista ed introdusse tutti i concetti di base che oggi ritroviamo sulle leggende degli UFO nazisti.

Fu la prima persona ad inventarsi storie sull’inventore Viktor Schauberger, inventandosi il fatto che avrebbe fatto esperimenti di successo su dischi volanti nazisti e cose del genere. Modificò perfino la vita di Schauberger, infatti mentre è certo che morì nella sua casa in Austria nel 1958, Zundel si inventò un vero e proprio romanzo, cioè scrisse che passò gli ultimi anni della sua vita negli USA e lavorare su progetti riguardanti la costruzione di UFO, che i suoi articoli furono largamente discussi e che un giorno svanì a Chicago per poi essere ritrovato misteriosamente assassinato per i suoi segreti. Su sempre Zundel a pubblicare i primi falsi progetti/disegni/foto di UFO nazisti, che poi sono stati ampiamente ripresi.

Nel 1976, Olof Alexandersson prese la palla al balzo e scrisse un libro simile sugli UFO Nazisti, dove inventò altri concetti che si ritrovano spesso nel mito degli UFO nazisti. Egli inventò nuove storie riguardo la vita di Schauberger, in particolari storie riguardo a sperimentazioni di successo di dischi volanti. Alexandersson intelligentemente pensò di pubblicare falsi progetti/disegni/foto di UFO nazisti prendendo diretta ispirazione dalle false foto di Zundel, spesso solo rimuovendo l’insegna della Luftwaffe che Zundel aveva messo.

Successivamente l’argomento degli UFO nazisti scomparse, per poi ricomparire nel 1996 ad opera dell’architetto Callum Coats che pubblicò una serie di libri sull’argomento. Cercò di riproporre le storie inventate precedentemente su Viktor Schauberger, arricchendole di qualche particolare ulteriore sui dischi volanti nazisti, e pubblicò anche lui una serie di falsi progetti/disegni/foto di UFO nazisti, che tra l’altro erano sfacciatamente ispirati ai suoi primi disegni su come potevano essere gli UFO nazisti.

Callum Coats intelligentemente inventò anche tutta una nuova storia romanzata su Viktor Schauberger che in realtà era ispirata fin nei dettagli dal libro German Secret Weapons of the Second World War (1957) di Rudolf Lusar.

Ulteriori storie sugli UFO nazisti furono inventate nel 1997 da Susan Michaels nel suo libro Sightings: UFOs, dove si toccarono vertici di assurdità mai raggiunti prima, probabilmente in seguito alle precedenti invenzioni su Viktor Schauberger.

Nel 1998 Bill Rose scrisse un articolo sul popolare giornale britannico Focus, dal titolo “UFO sightings – Why you can blame Adolf Hitler”, dove oltre ad arricchire le già precedenti invenzioni su Viktor Schauberger aggiunse delle storie su Rudolph Schriever, che secondo le sue storie avrebbe creato degli UFO nazisti.

Nel 2001 Gary Hyland pubblicò il libro Blue Fires, che, oltre ad inventare ulteriori storie su Schauberger, inventò tutta una serie di storie molto popolari riguardo a test fatti dagli USA e dall’URSS su UFO nazisti, inclusi avvistamenti, incidenti e ritrovamenti di questi UFO mentre venivano collaudati.

Ma la ricca immaginazione di queste persone fu superata dal libro del 2001 di Nick Cook dal titolo “The Hunt for Zero Point”, che ebbe molto successo. Tra le fonti inattendibili che ha utilizzato, c’è principalmente quella di un signore polacco chiamato Igor Witkowski, che lo accompagnava in giro raccontandogli incredibili storie sugli UFO nazisti, senza ovviamente portare alcuna prova ma dicendo che queste informazioni venivano da una fonte anonima, e Cook accettò questi racconti come se fossero la verità senza fare questioni. Tra le nuove cose inventate sugli UFO nazisti, c’è la storia di un tale Heinkelin che avrebbe rubato i progetti di Schauberger per creare dei dischi volanti nazisti per le SS. In seguito, Igor Witkowski pubblico diverse cose che più o meno avevano come titolo “Le armi Supersegrete di Hitler”.

Cook per supplire alla mancanza di prove cercò di inventare storie collegandole a personaggi come il Generale delle SS Hans Kammler, ma si trattava di una copia di quanto già fatto nel 1989 dal Nevada Aerial Research che all’epoca cercava di pubblicizzare gli UFO nazisti. Coinvolgere le SS nella bufala degli UFO nazisti non fu molto saggio in quanto le SS sono tra le cose più studiate della storia e la mancanza di prove a supporto di quelle affermazioni era evidentissima.

Persone che inventano storie basandosi sulle storie inventate altrui: ecco cosa c’è davvero dietro ai famosi dischi volanti nazisti.

La cosa interessante è che le evidenze mostrano come Viktor Schauberger, nonostante le sue reali stramberie, non ne sapesse nulla di tutto questo, di disco volanti e della loro propulsione, non è mai stato ricercato da Hitler o dalle SS, non mai scelto prigionieri per assisterlo e non è mai stato convocato dagli americani dopo la guerra per le sue scoperte e conoscenze, e così via. Le uniche evidenze mostrano un inventore stravagante di scarso successo, che negli anni’50 visitò gli USA lasciando dietro di lui i componenti di due turbine ad acqua sperimentali, che tra l’altro furono utilizzate da Zundel come prova delle sue fantasie, dopo che questi le adornò con delle insegne naziste.

Da notare che il 26/12/1998 Zundel stesso ammise che la faccenda degli UFO nazisti, oltre a fargli guadagnare soldi, gli era stata utile per distribuire ad una sostanziosa parte del mondo il suo materiale revisionista per negare l’olocausto ebraico.

Ma dagli anni’50 ad oggi la bufala degli UFO nazisti resiste grazie a molti creduloni.

Tra l’altro c’è un particolare ulteriormente ridicolo in tutta la vicenda e cioè il modello di UFO nazista è la copia spudorata del famoso falso UFO del contattista Adamski, ma d’altronde la bufala sugli UFO nazisti nacque proprio agli inizi degli anni’50, proprio quando il fantomatico contattista Adamski raggiunse enorme popolarità tra gli appassionati di UFO grazie alle foto chiarissime dei dischi volanti venusiani, tutti dei clamorosi falsi come dimostrato anni dopo.

Tuttavia, visto che la bufala degli UFO nazisti si manteneva oramai sul modello di disco volante di Adamski, si cercò di mantenere comunque il questo modello di UFO, aggiungendo di volta in volta piccole modifiche, nonché qualche tentativo di introdurre un modello diverso di UFO, ovviamente tutti modellini e disegni di fantasia.

È comunque molto probabile che la bufala degli UFO nazisti volesse acquisire credibilità anche dal presentare UFO sul modello di quelli ritenuti autentici dai creduloni, e più precisamente quelli della vicenda bufala di Adamski.

Nonostante ciò, la bufala degli UFO nazisti è qualcosa che ha fatto vendere milioni di libri e di video, ed è bene accetta negli ambienti dei simpatizzanti nazisti.

È possibile approfondire l’argomento anche in questo articolo in inglese:

http://www.forteantimes.com/features/articles/184/nazi_ufos.html

oppure in questa lunga e completa inchiesta in italiano:

http://it.wikiufo.org/index.php?title=UFO_Nazisti

In quest’ultimo link c’è una spiegazione molto dettagliata su come sono nate le leggende e le bufale dietro agli UFO nazisti, e spiega molto bene come è nata la teoria che gli UFO possano essere armi segrete USA o sovietiche o naziste. Si noterà la più totale inconsistenza di questa ipotesi ed il fatto che sia stata sfruttata da tantissimi ciarlatani dalla seconda metà degli anni’40 alla prima metà degli anni’50: all’epoca fu quindi prodotto tantissimo materiale spazzatura ma esso continua ad essere citato come fonte da chi scelleratamente supporta tutt’ora l’associazione UFO = velivolo segreto USA o sovietico o nazista”.

Ecco qui di seguito fotomontaggi e disegni di fantasia mostranti gli inesistenti UFO nazisti:


Piuttosto ecco una foto di uno dei veri veicoli al cui sviluppo diede in qualche modo una mano la più avanzata della tecnologia nazista catturata, come il famoso caccia americano F-86 Sabre del 1949, un aereo tutt’altro che fantascientifico:

ma attenzione, non si trattò di una vera e propria rivoluzione, si trattava comunque di una tecnologia che aiutò a migliorare solo in parte quella già sviluppata dagli USA su alcuni aerei, infatti gli americani e gli inglesi avevano già costruito aerei a reazione durante la seconda guerra mondiale senza bisogno della tecnologia nazista, ed alcuni aerei avevano comunque caratteristiche eccellenti per l’epoca.

Infatti, gli USA nel 1942 realizzarono il primo aereo a reazione, il  P-59 Airacomet:

E nel 1944 realizzarono P-80 (F-80) Shooting Star, un aereo a reazione che ebbe un grande successo.

Perfino gli inglesi realizzarono molti aerei a reazione di successo, ed iniziarono a costruirli già nella seconda guerra mondiale, come il famoso Gloster Meteor del 1943 utilizzato dagli inglesi anche per intercettare le V1 e le V2 naziste:

e sempre nel 1943 gli inglesi realizzarono il de Havilland Vampire, un aereo a reazione che ebbe un grande successo:

e come si vede e come si vedrà ancora meglio successivamente, nella storia dello sviluppo aereonautico non c’è alcuna traccia di UFO o tecnologie miracolose, né tantomeno di UFO nazisti che sono frutto di evidenti invenzioni per far vendere libri e non solo.

Ovviamente, non ha alcun senso neanche la leggenda urbana secondo cui gli UFO nazisti furono usati come mezzo di terrore psicologico dei tedeschi nei confronti dei piloti alleati, visto che non si è mai verificato nulla del genere, e perfino gli avvistamenti dei cosiddetti Foo-fighters non ha mai creato alcun danno ma solo curiosità. Tra l’altro il solo pensare che velivoli straordinari venissero utilizzati per spaventare i piloti invece che armarli ed utilizzarli in battaglia è puro delirio, visto e considerato che nella seconda guerra mondiale si è davvero impiegato ogni cosa possibile per vincere.

Gli UFO ed i Vimana

Ancora più nell’improbabile si cade quando si parla dei Vril e dei Vimana, dei fantasiosi velivoli poggianti su deliri esoterici o libri religiosi. Grazie a furbastri vari sono stati utilizzati per vendere libri e sono perfino stati associati ai nazisti, sopratutto nelle storie inventate da alcune persone prima citate riguardo agli UFO nazisti.

Secondo la fantarcheologia, il termine sanscrito Vimana, indica un generico e mitologico oggetto volante, descritto in numerosi testi religiosi indiani. Non sono state individuate evidenze fisiche di tali oggetti, ma molti si sono divertiti a fantasticare su come potevano essere in base alle descrizioni dei testi sacri.

Qualcuno ci ha anche speculato su tentando di vendere libri dove ne parlavano come se fossero realmente esistiti. Si tratta solo di elementi descritti in antichi testi religiosi indiani, non c’è alcun motivo per il quale dovrebbero esseri presi come se fossero realmente esistiti, tanto più che non esiste alcuna traccia materiale della loro esistenza e delle civiltà avanzate che li avrebbero realizzati, né tantomeno può essere plausibile l’esistenza di qualcosa di tecnologico in contrasto con la storia archeologica e tecnologica umana e dell’India.

Inoltre, l’intera faccenda dei Vimana è portata avanti da ambienti della fantarcheologia, che si basano su traduzioni non fedeli e personalizzate, se non inventate, al fine di creare il mito degli improbabili velivoli volanti dell’antichità indiana, che tanto attirano lettori di articoli e libri. In realtà i Vimana si trovano in antichi testi sanscriti la cui traduzione è di enorme difficoltà a causa della presenza continua di simboli oscuri appartenenti a colture molto lontane dalla nostra.

I testi in cui si parla di Vimana contengono in prevalenza preghiere, inni rituali, di devozione e canti. Le stesse frasi che dovrebbero testimoniare l’esistenza di antichi veicoli volanti indiani, o almeno le frasi che realmente esistono, sono evidentemente frasi presenti in quelli che sono inni simbolici.

Tra l’altro, lo stesso termine Vimana ha in realtà differenti significati, infatti questo termine significa cose come il palazzo dell’imperatore, un tempio dalla particolare forma, il palazzo del Dio, qualsiasi tipo di veicolo o carro, qualsiasi mezzo con cui si sposta il Dio di turno, e così via, anche se negli antichi testi sacri indiani il temine Vimana viene usato per lo più per indicare il palazzo/tempio in cielo dove viveva il Dio, il quale quando si spostava lo faceva con tutto il suo palazzo/tempio, chiamato per l’appunto Vimana, che veniva per l’appunto citato negli inni simbolici e che i fantarcheologi hanno trasformato in fantasiose astronavi.

Il mito dei Vimana come fantasiosi velivoli volanti tecnologici ha origini incredibilmente stupide, infatti ha avuto la sua diffusione presso il pubblico essenzialmente a causa della bufala del Vaimanika Shastra, un finto testo antico indiano che aveva la pretesa di essere stato dettato da dagli spiriti a un ciarlatano medium tra il 1918 ed il 1923, anche se il testo appare pubblicamente per la prima volta nel 1952. I racconti riportati sono tipici di quelli fantastici dell’inizio del ventesimo secolo e gli studi hanno dimostrato il fatto che fu scritto in questo periodo essenzialmente dal sedicente medium Pandit Subbaraya Shastry.

D’altronde vari ricercatori hanno dimostrato che i Vimana descritti nel Vaimanika Shastra a sono irrealizzabili, facendo notare che secondo i principi di aerodinamica il testo è estremamente superficiale e incorretto, e in alcuni casi viola la Legge di Newton sul moto. La conclusione degli studiosi è che i velivoli descritti sono un guazzabuglio di assurdità, piuttosto che espressione di qualcosa di reale. Nessuno dei velivoli ha proprietà tali che lo rendano adatto al volo, le geometrie sono inconcepibilmente orrende dal punto di vista aeronautico. I principi della propulsione piuttosto che consentire il volo lo impediscono.

Il testo ed i disegni non sono correlati fra di loro. I disegni sono stati fatti da Shri Ellappa che ha frequentato l’università di ingegneria e pertanto era familiare con i dettagli di alcuni dispositivi. Naturalmente il testo è scritto in modo che non si può dimostrare la natura moderna del contenuto, il che non implica la completa origine orientale del testo.

Il Vaimanika Shastra è importante per il mito dei Vimana, in quanto contiene molte informazioni sui Vimana che saranno ripresi molte volte da chiunque ne parlerà successivamente, infatti li si descrive come mezzi volanti tecnologici e vengono dati dettali sulla loro costruzione, sul loro funzionamento, sul loro aspetto e su altro ancora come il loro pilotaggio.

Il restante delle informazioni che circolano sui Vimana invece deriva da speculazioni fatte sul Mahabharata e su altri testi indiani da parte di persone facenti parte della fantarcheologia e quindi non da persone competenti in materia.

In sostanza, dietro al mito fantasioso dei Vimana ci sono solo bufale e speculazioni fantasiose, quindi non meraviglia il fatto che nel mondo reale non esiste alcuna traccia di questi velivoli tecnologici e delle civiltà avanzate che li avrebbero costruiti.


Vril è un termine che nasce da un libro esoterico del 1870 di Edward Bulwer-Lytton, un adepto dei Rosacroce, intitolato: Vril: The Power of the Coming Race. Nel libro, Bulwer-Lytton narra di un’avanzata civiltà fiorita all’interno della Terra Cava. I suoi appartenenti utilizzano, appunto una forza, chiamata Vril, derivante da poteri psichici, in grado di compiere miracoli. Quindi tali semidei, descritti come alti, biondi, con occhi azzurri, sarebbero saliti alla superficie, assumendo la guida del Pianeta. L’influsso di tale opera sulla successiva mistica nazista è evidentissimo. L’Energia Vril deriva dal Sole Nero, Il Sole posto all’interno della Terra Cava, le cui radiazioni permetterebbero agli abitanti della Terra Cava, i Vril-Ya, di vivere per migliaia di anni, dotati di poteri divini.

La Società Thule fu una società segreta di estrema destra e costituì il nucleo originale del Partito nazista. La Società Thule fu fondata il 18 agosto 1918 a Monaco, su iniziativa di Rudolf Glauer, che poi cambiò nome in Rudolf von Sebottendorff e fu da subito caratterizzata da un acceso nazionalismo e da un intenso antisemitismo. Vide tra i suoi adepti Karl Harrer, Dietrich Eckart, Anton Drexler, Rudolf Hess, Alfred Rosenberg. Secondo la socierà di Thule, la terra di Thule si doveva identificare con l’ Islanda, la Scandinavia o la Groenlandia, ed era un’ isola abitata da esseri superiori (noti col nome di Ariani o Iperborei) che possedevano facoltà telepatiche e tecnologie avanzatissime rispetto a quelle umane.


Nel 1921 nacque, dall’impulso di Karl Hausofer e Rudolf Freiherr von Sebottendorff, il cui vero nome era Adam Alfred Rudolf Glauer, la Vril Gesellschaft (Società Vril) o Loggia Luminosa, una comunità segreta di medium ed occultisti tedeschi, in stretto contatto con la Golden Dawn.
La Loggia (Vril) includeva Hitler, Alfred Rosenberg, Himmler, Goring e il medico personale di Hitler, Dr. Morell. È anche risaputo che Aleister Crowley e Gurdjieff presero contatto con Hitler.
L’intento della Vril era lo studio dell’origine della Razza Ariana, la ricerca dei progenitori Ariani, che ritenevano essere gli Atlantidei ed il recupero dell’energia Vril per gli Eletti.  “Il mondo cambierà”, scriveva Bulwer-Lytton, “i nostri Signori usciranno dal centro della Terra. O noi facciamo un’alleanza con loro, diventando così Signori noi stessi, o ci troveremo tra gli schiavi, nel mucchio di letame che nutrirà le radici delle nuove città che sorgeranno”. E questo era lo stesso credo della Vril.
Seguirono altre storie sulla Terra cava, su abitanti ariani di altri mondi con tecnologie avanzate, su entrate ai poli terrestri in mondi abitati da esseri superiori, e su molti elementi tipici dell’occultismo e del nazismo occulto.

Tutti gli elementi di queste storie sono ovviamente pure invenzioni di fantasia senza il benché minimo veritiero riscontro nella realtà.
Tutta una serie di deliranti fantasticherie del genere ebbero grande influenza su Hitler e gli altri uomini influenti del nazismo, scatenando un orrore incredibile e delirante che poi la storia ci ha mostrato.


Elementi di questa storia sono stati ripresi da alcune delle persone che per vendere i loro libri inventarono le storie sugli UFO nazisti, attribuendo tra l’altro ad essi proprio il nome di Vril e collegando il tutto alla delirante vicenda esoterica di cui si è parlato prima.

Quindi si è avuto un collegamento delle vicende degli UFO nazisti, che come abbiamo visto sono solo invenzioni su invenzioni, con deliranti storie scaturite da inquietanti ambienti esoterici, le quali avevano caratteristiche di essere meno credibili di un racconto di fantascienza.  In sostanza, le storie inventate sui dischi volanti Vril volevano come dare una concretizzazione a quanto espresso dai deliri fantasiosi delle società esoteriche di cui si è parlato, ed ovviamente specularci sopra magari avvantaggiati dall’esistenza dei racconti esoterici prima citati. Non a caso non sono mancati libri sulla Terra Cava, su civiltà che vivevano sottoterra raggiungibili ai poli terrestri, ed amenità fantasiose del genere. Il tutto nonostante da tempo si sa per certo che queste cose non esistono e non sono mai esistite.

Concludo la storia degli UFO nazisti con questo simpatico video sul tema:

http://it.youtube.com/watch?v=escPyuzIPbw

Gli UFO e Nicola Tesla

Mirabolanti invenzioni perdute o sistemi di propulsione fantascientifici vengono attribuiti all’inventore Nicola Tesla (l’uomo della rara foto di qui sopra), e si tratta di invenzioni di cui non c’è traccia in qualsiasi documentazione riportata da libri e siti attendibili, ma è noto che Tesla è uno dei personaggi dove si è inventato maggiormente storie per vendere libri ed articoli, si tratta di una persona su cui si è fantasticato ed inventato molto.

Nicola Tesla fu un inventore stravagante che riuscì a realizzare varie invenzioni in campi legati all’elettricità e non solo. Realizzò davvero delle invenzioni interessanti e fece scoperte di altrettanto interesse, ma paradossalmente gli sono attribuite molte fantasiose invenzioni immaginarie da parte di persone senza scrupoli che hanno praticamente rovinato la credibilità della sua figura con speculazioni di ogni tipo.

D’altronde le speculazioni fantasiose su Tesla e sulle sue invenzioni immaginarie sono per forza maggiore più interessanti della realtà.

Negli ultimi anni della vita lavorò in quasi totale isolamento, nei campi più disparati, lasciando poca documentazione sui risultati che riuscì ad ottenere, ed anche questa poca documentazione era spesso sotto forma di appunti, non di lavori organizzati, ed incomprensibili ad altre persone. Pertanto è relativamente facile attribuirgli le idee più strampalate, o la paternità di invenzioni mirabolanti e soppresse dalla “scienza ufficiale”.

Infatti, non essendoci prove veritiere alla base delle invenzioni fantascientifiche attribuite a Tesla, si ricorre ai metodi usati solitamente dai ciarlatani e dalle persone che soffrono di delirio mentale per imbrogliare i creduloni e indurli a credere in quello che dicono, cioè si recita la formula da imbroglioni: “quello che dico è vero ma non posso dimostrarlo perché viene tenuto segreto”, e incredibilmente c’è sempre chi abbocca.

La leggenda vuole che il nostro inventore avesse costruito le cose più fantascientifiche, come una nave in miniatura che era in grado di pilotare a distanza e che fosse solito profetizzare l’avvento degli automi.

Fantasticò anche sul “raggio della morte”, una invenzione che non riuscì mai a realizzare, e da ciò derivò la leggenda secondo la quale avrebbe scoperto il laser. Addirittura c’è chi ha affermato che Tesla fosse riuscito ad abbattere un aereo con questa arma a raggi. Più o meno nello stesso modo nacque la fantasia secondo la quale avrebbe progettato un veicolo volante a decollo e atterraggio verticali, lo stesso che alcuni utilizzano per spiegare in qualche modo gli UFO.

La bufala più incredibile è quella che parla del fatto che Tesla ricavasse energia attraverso l’etere, e che questa potesse addirittura alimentare motori e trasmettersi a distanza: tutte leggende metropolitane per creduloni, smentite dalla ricerca scientifica degli ultimi 130 anni, e che si rifanno ad antichi concetti ridicoli come l’etere, la cui esistenza è scientificamente impossibile come ben sanno gli scienziati, ma si tratta di una credenza viva nel mondo dell’occultismo e questo spiega perché tali ambienti lo abbiano preso come icona su cui speculare.

In realtà, negli anni in cui visse Tesla c’era ancora chi credeva possibile sviluppare energia gratuita o free energy in modo fantasioso ed artigianale, quindi non meraviglia che Tesla stesso ci abbia provato,  ovviamente fallendo perché quello che intendeva fare era scientificamente impossibile, ed inoltre con la tecnologia che voleva usare per raggiungere il suo scopo si arrivava nel campo della fantasia più irrealizzabile. Tanto più che se fosse stato possibile fare una cosa del genere come la intendeva Tesla, soprattutto con i mezzi dell’epoca, ci sarebbero già arrivati migliaia di scienziati nel corso dei decenni successivi.

Tesla ebbe numerose idee e fece molte speculazioni, ma la maggior parte rimasero per l’appunto delle speculazioni irrealizzabili o mai realizzate: attribuire invenzioni futuristiche a lui sarebbe come dire che Leonardo ha inventato l’elicottero o il sottomarino perché ha fatto degli schizzi fantasticando su ipotetiche macchine in grado di volare o di andare sott’acqua.

Tuttavia, non è neanche colpa delle immaginazioni di Tesla, ma di quelli che fanno fantasie…..sulle fantasie di Tesla, ed ecco che ad esempio così escono fuori bufale ridicole come quella dell’etere che muoveva i veicoli: così le bufale diventano mandrie di bufale!

A completare la leggenda di Tesla intervengono anche le oramai classiche cospirazioni del governo USA. Infatti, circola la leggenda di come subito dopo la sua morte, agenti governativi si fossero recati sul posto e avessero requisito 85 bauli con macchine e invenzioni di Tesla. Voci infondate e di fatto false, ma subito accolte dai “credenti” del paranormale e affini, con l’aggiunta di tutto un altro romanzo sviluppato su fantasiose applicazioni delle tecnologie di Tesla, infatti ad esempio c’è la fantasia secondo cui durante la Guerra Fredda i russi abbiano cercato di sviluppare con successo le idee di Tesla in merito al “raggio della morte”.

In sostanza, non ci può essere alcun collegamento tra Tesla e le fantasie partorite sfruttando questa figura che ha punti in comune con la figura romantica dello scienziato solo e incompreso che si può trovare nel cinema di fantascienza di serie B. Si può dire infatti che l’inventore serbo sia diventato un vero e proprio mito per tutti coloro che si ritrovano nella sottocultura del paranormale ed affini e questa cosa, come già sottolineato, ha rovinato in parte la credibilità di Tesla, il quale realizzò davvero delle ben note invenzioni che sono state sfruttate dal mondo scientifico.

Ricapitolando: come molti hanno sottolineato, a causa della sua personalità eccentrica e delle sue apparentemente incredibili e talvolta bizzarre affermazioni, negli ultimi anni della sua vita Tesla fu ostracizzato e considerato una sorta di “scienziato pazzo” attribuendogli nel tempo curiose anticipazioni di sviluppi scientifici successivi. Molti dei suoi risultati sono stati assurdamente usati per appoggiare diverse pseudoscienze, teorie sugli UFO e occultismo New Age. Ciò è dovuto al fatto che Tesla lasciò poca documentazione sui risultati ottenuti, e anche questa spesso sotto forma di appunti, non di lavori organizzati e comprensibili a tutti. Pertanto è relativamente facile attribuirgli le idee più strampalate, o la paternità di invenzioni mirabolanti e soppresse dalla “scienza ufficiale”, sulla scorta di una vera e propria moda di giustificare bufale con teorie complottistiche.
Ci sono tante fantasie su quello che avrebbe fatto, e che sarebbe stato ovviamente “insabbiato” dagli immancabili “occultatori”. Tesla è stato indubbiamente in fisico di grande importanza per la scienza, ma non tutto il suo lavoro si è rivelato corretto. Anche i geni possono sbagliare!

Peccato, infatti, la reputazione di Tesla sia stata rovinata da tutti quelli che si divertono a propagandare e ad inventare storie su di lui, riguardo a impossibili invenzioni e complotti, rendendolo molto ridicolo agli occhi di chi è realmente preparato in materia, cioè quelli che hanno studiato sui libri e non sui fumetti di fantascienza.

Inoltre, al di là di prendere una premessa sbagliata proveniente da fonti assolutamente inattendibili, senza verificarla, e di associargli conseguenze comunque improprie, la cosa preoccupante è che di seguito ai vari promotori di balle su Tesla si sta creando una sottocultura le cui basi sono completamente dissociate da ogni contatto con la realtà.

La dimostrazione che si tratti di sottocultura è come costoro mutuino scoperte, termini e concetti scientifici stravolgendone il significato…

Ad una spiegazione razionale basata sull’osservazione e sui dati reali (dalle cui conseguenze deriva tra l’altro la tecnologia che usiamo ogni giorno) si preferisce una fantasia stupidotta ma suggestiva in quanto consolatoria e/o catartica, assolutamente falsa nelle premesse e incoerente nel metodo.

È una mentalità che va oltre la superstizione visto queste teorie basate sul nulla sono rivendicate anche con una certa aggressività. “Voi non avete una mente aperta”, “tutto può essere”, “la scienza non sa niente”, “c’è l’energia gratuita”, “l’energia si può ricavare dall’etere”, “il flusso di energia galattica”, “il campo di forze”… fino arrivare alla cospirazione, alle congiure del silenzio, i governi che nascondono la realtà, ecc.

Io non credo che il danno lo stiano facendo i ciarlatani di cui sopra ma che banalmente ne stanno cavalcando l’onda (arricchendosi). Ma il fenomeno c’è e trova nella rete una cassa di risonanza potente come mai fin’ora ce ne sono state.

Sarebbe un errore gravissimo sottovalutare l’impatto di dicerie, leggende e informazioni distorte su di un pubblico quanto mai ben disposto a riceverle.
Una percentuale maggioritaria degli appassionati di ufo e misteri è convinta della validità di varie dottrine parascientifiche in cui temi cari alla fantascienza si fondono con esse e traggono forza da interpretazione forzose e distorte dei fatti.

Inoltre, “Tutto può essere” è l’illusione consolatoria di chi si rifugia nella superstizione.

La realtà è invece proprio che “non tutto” può essere. Per esempio *non* può essere che si ricavi energia dall’etere; *non* può essere che l’etere esiste; *non* può essere che siano vere molte delle cose che si raccontano su Tesla; e non possono essere tutta un’altra serie di cose. Proprio no.
Quando si parla di fenomeni fisici entra in gioco una scoperta di quasi 500 anni fa chiamata “metodo scientifico”. Piaccia o meno i fenomeni reali hanno le loro leggi. Ignorare questo equivale esattamente a fingere che i motori a scoppio, i computer, le apparecchiature elettroniche funzionino per magia. Ma non è così.
A differenza dei ciarlatani, persone come Einstein hanno sostenuto le proprie teorie proprio COL metodo scientifico.

Il problema é che coloro che diffondono certe cose stravaganti tirano fuori argomentazioni come “gli scienziati che nascondono la verità”, “quelli che controllano la scienza”, “non hai la mente aperta” e cose del genere….. in realtà non puoi discutere perché parlano una lingua diversa: da una parte gli esperimenti e le dimostrazioni alla luce del sole, dall’altra il pressapochismo e le descrizioni qualitative basate sul “senso comune”, i numeri tirati fuori a caso e le cose nascoste perché altrimenti mi rubano l’idea/quelli mi hanno minacciato/gli scienziati sono tutti cattivi/gné gné .
Senza contare che spesso la gente che crede a queste cose si rivela spesso a totale digiuno della fisica, roba che bisogna cominciare a spiegarle gli esperimenti di Galileo per arrivare a farle capire che dall’effetto Casimir non puoi ricavare energia…..bisogna studiare anni per imparare i rudimenti, non é assolutamente possibile spiegare a gente che non ha la più pallida idea della differenza tra Forza, Lavoro ed Energia perché l’ idea che c’é sotto é assurda senza scrivere un libro intero.
A volte ci si trova costretti a consigliar loro di cominciare a leggere qualche libro tipo “Fisica for Dummies”, per sentirsi rispondere che loro vogliono “pensare con la propria testa” e non trovare la pappa già pronta … é sconfortante a dir poco .

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La sagra delle patate di Godia – Udine

La sagra della patata è un simpatico appuntamento popolare per le genti d’Italia, a cavallo tra l’Estate agli sgoccioli e i primi segni dell’Autunno, quando la natura comincia a colorare le sue foglie, le cantine accolgono i primi vini dell’anno, e i funghi porcini cominciano a riempire col loro profumo i cestelli dei raccoglitori.
Pare che ci siano in tutta Italia oltre un migliaio di sagre della patata, a conferma che qualche velleità nutrizionale-naturalistica ancora permane nell’animo delle persone.
Ieri sera sono andato a Godia, paesino a Nord-Est di Udine, rinomato per la sua annuale ricorrenza in favore del prezioso tubero.
L’ultima volta era stata 3 anni fa, e già funzionava bene, in termini di bontà culinaria e di afflusso visitatori.
Ma ora le cose stanno andando addirittura a pieno vapore.
Proprio sotto il campanile di Godia, è stata ingegnosamente sistemata una maxi-struttura protettiva di pali metallici e plastica rigida, a prova di maltempo.
Difficile come al solito trovare parcheggi e, per un due manciate di gnocchi freschi a 3,5 € cadauno, devi prenderti uno scontrino e sobbarcarti una chilometrica lista di attesa che dura almeno un’ora.
All’interno del chiosco di preparazione e consegna gnocchi, c’è una ventina di donne impegnate allo spasimo per assicurare che la complessa filiera di produzione e servizio non vada in tilt, causando un collasso all’intero sistema.

Un quadro vivente di attività umana a ritmo frenetico

Nell’ora che aspetti pazientemente il tuo turno, l’unica distrazione possibile è osservare questo quadro di intensa e ritmata attività cuciniera dal vivo, senza rete e senza barriere.
Cinque contenitori metallici colmi di acqua bollente, nei quali vengono versati in continuazione gli gnocchi
preparati, tagliati e infarinati nel chiosco attiguo.
Due elementi nerboruti portano a ritmo nuovi contenitori sostitutivi, quando l’acqua dei recipienti precedenti comincia a perdere temperatura.
Quattro addette provvedono al ripescaggio degli gnocchi, che vengono poi disposti su una prosciugatrice meccanica a sbattimento, che li scuole e li libera velocemente dall’acquosità superficiale.
Un paio di altre donne versano sul prodotto i vari tipi di sugo previsto nel menù della sagra.
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Due altre donne hanno in mano un mestolino con cui versano a turno il formaggio grana sui nuovi piatti pronti alla consegna.
Cinque o sei ragazze si alternano tese ed eccitate a consegnare le terrinette plasticate, fumanti e colme a metà, alla massa di gente affamata, in ansimante attesa di quel ben di Dio, mentre una loro collega scandisce a voce alta il numero progressivo delle prenotazioni.
Insomma uno spettacolo di organizzazione.

Una impresa commerciale intenta a battere il record di incasso

Una delle ragazze più giovani del chiosco, che pare essersi distratta per un attimo, viene seccamente richiamata da un funzionario sudato, stile KGB, che la redarguisce e la invita a dare una veloce passata con la spugna ai tanti vassoi accumulati in un angolo, prima che vengano riutilizzati per portare il cibo alle centinaia di tavoli disposti ordinatamente intorno alla piazza della chiesa.
Più che una modesta sagra di paese, sembra una autentica impresa commerciale intenta a battere qualche record storico di incasso.
Alle otto di sera, il mio scontrino porta il contrassegno 711 e, in mezzo alla folla affamata, gomiti appoggiati sull’asse-mensola del chiosco, attendo con infinita pazienza che chiamino il mio numero.
Ma siamo soltanto al seicentodiciotto.

Quattro conti in tasca alla Sagra delle Patate

Al ritmo di 100 numeri l’ora, con in media 4 piatti per ordinazione, si arriva a 400 piatti/ora che, moltiplicati per 5 ore utili e di punta, diventano 2000. Duemila per 3,5€ a piatto fanno 7000 € a sera.
Più gli altri stand con polenta e formaggio, patate e frico, patate fritte, e quelli con le varie bevande (vino, acqua, birra, aranciata), tutti altrettanto attivi, si può arrivare facilmente a 30 mila € per serata.
Spese di produzione forse il 10 percento, visto che il personale opera in chiaro regime di volontariato, e che le patate, pur essendo diventate ultimamente care, provengono dagli agricoltori della zona a condizioni di favore.
Il parroco di Godia, da pastore indefesso di anime, corre il concreto rischio di diventare un nababbo delle patate.
Viva e onore al parroco dunque, e al suo fedele gruppo di collaboratrici e collaboratori.
Non siamo invidiosi del successo, anzi, ben vengano le cose che funzionano con perfetta sincronia ed efficienza, e che producono pure ricchezza.
Nessuna intenzione di offrire spunti alla Guardia di Finanza.
Dopotutto, con questi soldini, si rimpinguano i capitali della parrocchia, si fanno le gite sociali della pro-loco, e tutta la gente rimane coesa, felice e contenta, con parroco, perpetua, campanari e sacrestani, tra i più gongolanti.

Tutti addosso al capriolo

Mentre aspetto ancora il mio turno, rilevo come la gente intorno a me, pure in attesa del suo numero, man mano che viene chiamata, cita ad alta voce le sue preferenze per vincere il brusio di fondo che proviene da tale assembramento.
Quattro gnocchi al capriolo e due al ragù, uno ragù e tre capriolo, sei capriolo, cinque capriolo e due ragù.

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Motociclisti con fidanzatina procace al seguito, un giovanotto coi soliti tatuaggi al braccio e l’orecchino in evidenza, il signore anziano con moglie appresso, due donne legnose dai contorni spigolosi e dal sorriso esagerato, quasi divertite dal contatto contemporaneo della calca, due pezzi di figliole scollate e abbronzate appena arrivate dalla spiaggia di Lignano o di Grado, la signora pacioccona col seno in allegro spolvero, il solito maleducato che spinge per arrivare prima, ignorando che senza scontrino non ci sono scorciatoie per nessuno.
Una folla friulana varia e multicolore, esprimente però una unilaterale volontà e tendenza.
Vince il capriolo, alternato a volte dal ragù di carne bovina.
Su cento ordini seguiti a vista, nemmeno uno di gnocchi al pomodoro e nemmeno uno di gnocchi alla salvia.
Quando arriva il mio momento e ordino tre porzioni alla salvia, la ragazza, quasi imbarazzata per la meraviglia, mi chiede tre volte di seguito per sincerarsi che è vero, che non voglio pure io il capriolo come tutti gli altri.
Manca solo che mi chieda Come mai?
Deve aver pensato tra sé e sé trattarsi di un tavolo anomalo, di un tavolo di persone con qualche problema fisico.
Come si fa a prendere degli gnocchi alla modesta e miserabile salvia, quando la casa ti offre, allo stesso prezzo, la golosità e la versione esotico-selvatica del capriolo?

Le doti atletiche del capriolo non si acquisiscono cibandosi della sua carne in decomposizione

Siamo in Friuli, a 15 Km da San Daniele e a 70 da Sauris, poli ormai internazionali del prosciutto crudo Doc, e a 10 Km della fascia orientale del Collio, con tutti i Merlot, i Refosco, i Cabernet, i Picolit e i Pinot Grigio che hanno fatto di questa splendida regione friulana il Bengodi di un certo tipo di alimentazione.
Come si fa a pretendere da queste parti che la gente sappia, o almeno sospetti, che quella crema scura e saporosa di capriolo sono solo resti del cadavere di una bella ed agile bestiola che saltava e correva velocissima tra i cespugli, con la vita e la felicità dipinta negli occhi, prima che qualche sconsiderato cacciatore la abbattesse?
Come si fa a spiegare a questa gente che le doti atletiche e funamboliche del capriolo non si acquisiscono affatto cibandosi delle sue membra in decomposizione?
Come si fa a spiegare a chi vive di soli sapori, che quel sottofondo intrigante di selvatico arriva dai sapienti condimenti piccanti usati, dall’in più di sale-pepe e di erbe piccanti, e non dal capriolo stesso, dato che la selvatichezza del capriolo stava solo nella carne viva e non certo in quella putrefatta che non differisce in nulla da tutte le carni in putrefazione, siano esse di gatto morto, di topo, di cane o di capriolo?
Come si fa ad insegnare a questi giovani friulani che ogni porzione di capriolo ordinato è una ulteriore pugnalata alla memoria della povera bestiola brutalizzata, e un attentato ai caprioli che sono vivi e nobilitano i boschi attigui, almeno fino a quando qualche altro scaricatore deficiente di pallini non interromperà la loro aggraziata corsa?

Le ricerche parrocchiali di mercato.
Alla faccia dell’ambientalismo e delle raccomandazioni mediche.

Tre anni fa, alla Sagra delle Patate, c’erano solo 2 opzioni: gnocchi al pomodoro e gnocchi alla salvia.
Si vendevano molto bene, e la gente accettava di fare un pieno di patate, in alternativa alle abbuffate giornaliere di proteine animali delle varie specie. C’era qualcosa anche per i carnivori inveterati, che potevano rifarsi con polenta e salsiccia, alternata a polenta e formaggio.
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E le cose andavano pure bene, in senso commerciale.
Ma pare che il parroco, imprenditore attento e impegnato, abbia condotto qualche ricerca di mercato, giungendo alla conclusione che, inserendo la versione al capriolo e al ragù, il successo, l’attrazione, la audience si sarebbero moltiplicati e rafforzati.
Aveva infatti ragione, a livello di numeri e di incasso.
Alla faccia delle raccomandazioni dei cardiologi e dei cancerologi del Nord-Est, preoccupati per le statistiche nazionali che mettono sempre più al primo posto il Friuli nella scomoda e disonorevole classifica dei malati di cancro, di ictus e infarto.
Alla faccia della nuova cultura ambientalista, che richiama la gente a usare più il cuore, gli occhi e magari il cannocchiale, per scrutare e scoprire la natura, appendendo al chiodo, o meglio ancora rottamando, quel maledetto strumento antisportivo di morte, quell’arnese spaventevole a doppia canna, quell’arma carica di violenza e di maleducazione che tanta sofferenza e tante malattie causa alle creature vive del mondo, uomini inclusi.

A un chilometro dalla patria di Chiara Cainero, medaglia d’oro olimpica a Pechino

Ma, si sa, ad appena un Km da Godia, ci sono Molin Novo e Cavalicco, patria di Chiara Cainero, brillante ed eccezionale medaglia d’oro del tiro al piattello in quel di Pechino.
Non ha fatto in tempo a rientrare che la hanno sommersa di elogi fino ad imbarazzarla, l’hanno osannata in lungo e in largo, come è anche giusto che sia.
Una medaglia d’oro alle Olimpiadi è sempre qualcosa di grande, come è fuori dalla norma che una donna spari 100 volte a dei piattelli che vanno senza preavviso a destra e a sinistra, colpendoli per ben 98 volte.
Non si vince un oro senza possedere dei numeri eccezionali.
Non nascondo che, da italiano e da friulano, ho pure io tifato per lei, non fosse altro perché suo padre era mio compagno di scuola alle medie.
Ma attenzione. In Friuli abbiamo pure diverse atlete operanti nella corsa e nel salto, nel nuoto e nella ginnastica, e pure negli sport di squadra, dove mi risulta che non siamo andati affatto bene.
Molto più produttivo e significativo sarebbe stato vincere qualcosa in quei settori, ferma restando la ottima vittoria della Chiara.
E’ diventata stella di prima grandezza, non solo in Friuli dove se la contendono a suon di inviti e serate, ma persino a Roma dove Napolitano e Berlusconi se la sono mangiata cogli occhi.
Non ce l’abbiamo dunque con la Cainero, e le perdoniamo persino l’inconsapevole gaffe, di aver dichiarato che mentre era in Cina, si era consolata abbuffandosi del delizioso prosciutto di San Daniele, legando così l’immagine del Friuli alla lavorazione infamante di un prodotto cimiteriale.
D’accordo che gli atleti di oggi, ignorando che campioni come Moses, recordman dei 400 ostacoli per dieci anni di seguito, era assoluto vegetariano, seguono dopotutto le istruzioni dietetiche dei medici sportivi.
Lo fanno pure le squadre di calcio.
Ma i risultati non sono per niente esaltanti.
Drogando gli atleti con la carne non si viene squalificati per doping, ma non si garantisce nessun equilibrio e nessuna qualità aggiuntiva agli atleti, che vengono semmai invecchiati e scassati anzitempo da queste diete micidiali, basate su processi leucocitosici incontrollati, che provocano pure alti e bassi di stimolazione, alti e bassi di battito cardiaco e di temperatura corporea, come tutte le sostanze dopanti.
Il fatto che l’Italia sia campione del mondo nel calcio, o che la Chiara Cainero abbia vinto la medaglia d’oro, non depone affatto a favore del prosciutto e delle diete stimolanti alto-proteiche.
Significa solo che tutti erano bravi e che ci hanno messo l’anima, vincendo non sole le gare, ma persino gli effetti certamente negativi e devastanti delle istruzioni dietetiche ufficiali adottate dalla federazione.
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Manca la controprova specifica, ma avrebbero entrambi vinto, e continuerebbero a vincere meglio e di più, con un sistema nutritivo rispettoso del proprio apparato fruttariano-vegetariano.
Era meglio in ogni caso astenersi da dichiarazioni di quel tipo.
Uno che vince diventa un modello ed anche un esempio.
Se si vende per fare della pubblicità, ha almeno un alibi pecuniario.
Se parla a favore degli scannatori di maialini in generale, o della sua regione in particolare, fa soltanto una pessima figura, e la Repubblica Virtuale dei Suini che pure esiste nell’universo, potrebbe persino tifarti contro alla prossima occasione.
Tirare ai piattelli non ha niente di negativo in sé, e di sicuro si sviluppano doti di acutezza mentale, di prontezza, di riflessi, di precisione, soprattutto a quei livelli.
La precisione comporta pure regolarità, sacrifici, efficienza psico-fisica, atletismo, e dunque anche importanti doti morali.
Sport dunque da rispettare, a patto di saperlo distinguere dal suo cugino scellerato e maniacale, che si chiama caccia e pesca, e che ha in Italia, sia ben chiaro, un seguito di milioni di addetti, che danno supporto alle nostre rinomate industrie delle armi localizzate nel Bresciano.

L’anima, prerogativa esclusiva dei farisei.
L’impossibilità di attendersi degli spunti educativi dalle sagre o dai curati di campagna.

A quando una cultura più pacifica ed amichevole nei confronti di tutti gli animali prigionieri e liberi?
E’ evidente che non possiamo attenderci programmi, spunti educativi e buoni esempi, dalle sagre delle patate.
Meno che meno dai prelati di campagna che stanno dietro ad esse, essendo i reverendi in prima fila tra gli aguzzini e gli sterminatori di creature ricoperte di piume e di pelo, di creature vispe, simpatiche e innocenti, che non sono però dotate di anima, secondo gli autorevoli ministri terrestri del Creatore.
L’anima è, secondo la loro infallibile interpretazione, prerogativa dei cacciatori sputa-pallini e degli agricoltori farisei che con una mano danno la pannocchia al vitellino, e con l’altra nascondono dietro la schiena qualcosa di sinistro e luccicante che si chiama coltello.
Cosa che si commenta ampiamente da sé.

Patata, frutto di terra gradevole e immacolato

Ma questo scivolare dalle patate alla salvia a quelle al capriolo deve farci riflettere.
La patata, dopotutto, è un pomo, è simbolo classico di una risorsa naturale.
I francesi non la chiamano a caso pomme de terre.
Dovrebbe poter rappresentare il cibo innocente, pulito, sano, alternativo, con la sua pasta bianca o gialla o rossastra, sempre grate al palato, immacolate nell’aspetto, e profumate pure di buono e di terra pulita.
La sagra della patata dovrebbe dunque poter indicare alla gente una via alternativa, un modo per tornare almeno una volta ogni tanto alle sane e semplici abitudini di un tempo, quando la carne, se c’era e soprattutto se andava di inquinarsi, capitava sotto Natale, mentre durante l’anno si facevano grandi mangiate di patate, cereali e legumi, e l’unico cruccio era quello della frutta che scarseggiava, almeno nelle città.
Patata frutto di terra, ma completo e nutriente al massimo, sia da cruda, grattugiata con le carote, che cotta conservativamente e meglio ancora con la buccia integra addosso.
Al limite, buona anche con gli gnocchi, se preceduti da qualche verdura cruda enzimizzante.

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Grazie alle bucce di patata crude, mantenutesi sotto i letamai delle dacie sovietiche, molti soldati italiani riuscirono a sopravvivere e a riportare la loro pelle a casa, nella disastrosa ritirata dal fronte russo,
come testimonia il grande romanzo Cento gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi.

Le sagre dai cros, du cavaddu, dei cinghiali e degli ungulati

Per ora esistono da queste parti la sagra del toro, col toro intero girato entro un gigantesco spiedo nella piazza di un paese della fascia pedemontana, la sagra dello struzzo, la sagra dell’oca, la sagra del coniglio, le sagre dai cròs (o sagra delle rane), quella delle lumache.
In perfetto allineamento poi con le sagre piemontesi, della Valtellina, della Toscana e delle varie regioni italiane, dedicate alla mattanza dei cinghiali, alla moccetta (carne essiccata di animale selvatico), alla bresaola di cervo e di camoscio.
In parallelo con le sagre degli ungulati, quasi che noi umani non avessimo pure delle unghie come loro, anche se deboli e fragili, al pari della nostra intelligenza, vivace solo in furbizia, ipocrisia e cattiveria.
In piena armonia con la Sagra du cavaddu, che si tiene nella penisola Salentina, in Puglia, ogni anno dal 22 al 23 agosto, e che nella edizione di questo anno ha visto il sacrificio orribile, indegno ed incivile di nove cavalli, animali nobili che nei tempi andati erano considerati intoccabili amici dell’uomo.
Nove cavalli che fino a qualche giorno prima venivano accarezzati e vezzeggiati dal loro infido amico umano, capace di cavalcarli e di parlare loro, di baciarne i grandi occhi innocenti, e poi di tradirli nel modo più vile.
Ma questo sorprende poco, se pensiamo che nel famoso Palio di Siena, ed anche in quello di Asti, i cavalli che si azzoppano vengono regolarmente eliminati perché non potranno più rendere come prima.
Mentre la loro carne equina al sangue continua a tirare, sotto gli stimoli e le richieste di gente anemica di sangue, ma soprattutto anemica di spirito, e a corto di informazioni tecniche corrette sulle proprie reali condizioni di salute.
In linea pure con la sagra dell’asino e quella del bufalo, dove l’unico rimpianto sembra essere quello dei trapianti mancati e impraticabili, vanamente agognati dai maschi focosi e nel contempo insoddisfatti della propria artiglieria sessuale.
C’è gente infatti che è pronta a divorare golosamente i testicoli del toro e del bufalo, venduti chiaramente a prezzo d’oro, ed anche il pene d’asino, sempre con la assurda chimera di assorbire poteri, di acquisire dimensioni specifiche, qualità penetrative e vigoria sessuale, tutte cose che a tale gente fa evidentemente difetto.

La sagra del cane e del gatto ancora no. Nemmeno quella dell’imbecille, ma è un peccato.

La sagra del cane e del gatto, quelle ancora no, perché la gente è stolidamente schifiltosa, anche se, qualche anno fa, un noto ristorante della zona nord-udinese venne scoperto in flagrante a servire carne di cane al posto di quella di capriolo, e anche se, verso il Vicentino, la carne di gatto sembra godere di ottima reputazione.
Pure la sagra del cigno ancora no. Troppo bello ed elegante. Meglio impallinare le anatre, brutte, laide e troppo chiacchierone. Meglio tirare il collo alle oche, così gli si può pure mangiare il fegato, che ci darà una mano a guarire dai nostri problemi epatici.
Peccato che non esista la sagra dell’imbecille e dello spostato. Si troverebbero clienti in abbondanza.

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Il domani è tutto nelle carni alternative

C’è anche una tendenza sempre più spinta poi a cercare una alternativa.
Non una alternativa alle carni, questo mai (siamo forse impazziti?).
Una alternativa alle carni presenti, si intende.
Soprattutto per i carnivori annoiati che non trovano più nel solito manzo, nel pollo e nel maiale, gli stimoli di un tempo.
Il problema è quello delle forniture stabili e continue, nonché quello dei prezzi accessibili.
Peccato che la Thailandia sia lontana.
Fuori Pattaya, dove allevano coccodrilli, c’è un cartello bilingue in inglese e russo, dove si vendono eccezionali capsule di sangue di coccodrillo a 20 Baht l’una (50 Centesimi di €). Pensa che pacchia poter usufruire anche da noi di queste favolose opportunità.
Certi thailandesi mangiano gli scorpioni arrostiti col segreto desiderio di diventare essi stessi più incivili, pungenti e velenosi, caratteristiche niente male in un mondo che privilegia sempre più la cattiveria.
Ed esistono pure dei medici che prescrivono il sangue di tigre, per infondere coraggio a chi non ce l’ha.
Da noi ormai si parla sempre più spesso di bistecche di canguro e di coccodrillo, di carne di babbuino e di elefante, di rinoceronte e di gazzella.
Un mondo finalmente eccitante e pieno di prospettive.
La Nuova Frontiera, l’Eldorado e la Terra Promessa dei cannibali di casa nostra.
Dal collo delle oche si vuole passare a quello, assai più consistente, delle giraffe.
Peccato che siano scomparsi i mammùt e i dinosauri.
Ti figuri quali sagre iperboliche avremmo potuto organizzare?
Pensa poi che proteine nobili, esotiche, strane e sconosciute avremmo potuto assorbire!

La futuristica sagra degli gnocchi alla salsa di cadavere umano

Ma la prospettiva di fare ancora meglio, e di andare oltre ogni fantasia, esiste eccome.
La prossima sagra ventura, vista la notevole disponibilità a costi non esagerati, sarà proprio la sagra degli gnocchi alla salsa di cadavere umano, cui faranno da contorno le fette di polenta alla salsiccia umana e i grissini al prosciutto di ragazzino acerbo.
Tanto, il rispetto per le salme non esiste più, venendo esse decurtate sempre più spesso delle parti che più fanno comodo ai grandi trapiantatori di organi.
L’industria dei ricambi umani ha davvero ottime prospettive di sviluppo.
Per ora siamo tra i maggiori importatori.
Ma, tra non molto, potremo riorganizzarci e avviare un buon filone export.
Avremo l’appoggio di maggioranza e opposizione, trattandosi di un settore in grado di migliorare la nostra bilancia dei pagamenti.
I ricambi umani dimostrano infatti maggiore intercambiabilità e compatibilità di quelli sottratti ai cadaveri animali.
Incidenti a raffica sulle strade, ed anche incidenti drammatici sul lavoro, rendono poi la pietanza del futuro sempre più disponibile, fresca e pronta per l’uso, meglio se cruda, al fine di non disperdere micronutrienti.
Il fattore economico e la spinta imprenditoriale non mancano affatto.
Una sana ventata di cannibalismo integrale non farebbe affatto male a questa società infettata da degenerazioni vegetariane e corrotta dalla presente forma di cannibalismo timido e incerto.
Si potrebbe pure organizzare qualche missione di studio in Congo, o in Uganda, tra i corregionali di Idi Amin, al fine di apprendere qualche tecnica particolare di congelamento e cottura della carne umana.
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Abbiamo scioccamente deriso per anni e per secoli l’Africa e il cannibalismo, senza renderci conto che quella invece era la genuina e la massima civiltà, quelle erano le tribù in grado di darci autentica cultura culinaria e vera illuminazione filosofica.

Nessuna offesa per carità. Questa è una valida alternativa al superato culto dei morti.
Da quando in qua siete diventati delicati e schizzinosi?
Via una buona volta le superstizioni sull’anima e sugli spiriti

E non succeda che qualcuno si offenda inorridito, si scandalizzi, si dica sdegnato per la mancanza di rispetto verso i poveri morti.
Voi che adorate i cadaveri, fino al punto di bramarli e di annusarne gli odori e tastarne i sapori, fino al punto di mangiarli e di tenerli dentro di voi per tutto il tempo che serve ad assimilarli, non andrete a fare dei distinguo fuori-tempo e fuori-luogo.
Da quando in qua siete diventati delicati e schizzinosi? Via la maschera. Addentare e silenzio.
I morti, cari signori mangiatori di carne, vi piaccia o no, sono tutti uguali.
Salme inanimate fatte di materiale organico in decomposizione.
La loro anima è volata da qualche parte verso altri lidi, migliori o peggiori non si sa.
Addentare le loro carni, le loro proteine nobili, i loro Omega-3, è una libera prerogativa vostra.
Non siete forse già dei convinti e impenitenti necrofagi?
Lo state già facendo così bene che non sarà affatto difficile diventare cannibali del tutto.
In più risolveremo finalmente il grosso problema degli scarsi spazi cimiteriali a nostra disposizione.
Manderemo finalmente a quel paese tutti gli irrazionali timori dell’al di là, tutte le superstizioni sull’anima, tutte le paure degli spiriti e dei fantasmi, tutti gli stupidi riguardi sui morti ammazzati e sul mondo ultraterreno.

Verso la nuova frontiera del materialismo puro e razionale.
La soluzione del cannibalismo totale che nemmeno il grande Napoleone aveva pensato.

Seppelliremo superstizioni, portafortuna e talismani, e avremo conquistato tutto d’un colpo la vera nuova frontiera del materialismo puro, maschio, concreto, solido e definitivo. Quell’ideale satanico e inconfessato che ci frullava da tempo nel cervello.
Nei nuovi cimiteri sintetici, ridotti e privi di cattivi odori, ci saranno targhette con nome e cognome, data di nascita e morte, e niente altro sotto il cippo alla memoria.
Esattamente come avviene per gli animali, i cui cadaveri non vengono sotterrati ma riciclati in quei capienti e putrescenti contenitori che sono gli intestini degli uomini.
Già Napoleone Bonaparte voleva globalizzare il mondo eliminando i cimiteri, obsolete, ingombranti e anti-igieniche vestigia del passato.
Ma egli aveva in testa il metodo del fuoco purificatore.
Non gli era venuta in mente la soluzione ancora più economica e radicale del cannibalismo totale.
Le cosiddette bestie sono ancora più brave degli uomini, perché non lasciano alcun segno ed alcuna impronta.
Vengono al mondo, vivono e scompaiono. Questo è l’ideale. Cominciamo finalmente a parlare di vera democrazia.
Tutto divorato in buon ordine e perfetta armonia da una popolazione di uomini depurati dai pregiudizi psicologici e spirituali.
Uomini finalmente rinsaviti, razionali e coerenti, privi di inquinamenti psicotici e spirito-patologici.
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Una irripetibile missione economica in Sud-Africa e Mozambico

Già il professor Christian Barnard, che ebbi la ventura di incontrare casualmente e fuori dagli schemi a Città del Capo nell’ottobre 72, quando egli era all’apice della sua brillante carriera di cardiologo trapiantista, si era mosso nella direzione giusta.
Aveva appena messo un ennesimo cuore nuovo a un paziente tedesco.
C’erano stati risultati controproducenti con persone morte pochi giorni dopo l’operazione, per i soliti problemi del rigetto, che a quel tempo non erano stati attenuati come avviene oggi, ma la sua straordinaria abilità chirurgica e la sua estrema disinvoltura, la sua intraprendenza nel mettere parti umane nuove dove serviva, aveva lasciato stupefatto il mondo intero.
Facevo parte di una missione economica dell’Ice (Istituto Commercio Estero) di Roma, e rappresentavo una nota fabbrica udinese, in compagnia di una ventina di imprenditori di diversi settori, con al seguito un ministro e un sottosegretario.
Visitavamo miniere di diamanti e di pietre preziose, e studiavamo i potenziali di scambio economico del Sud-Africa e del Mozambico.

Turiddu Magnagatta, un grande della biancheria intima.
Ottantaduenne arrapato, con in testa il chiodo fisso della gnocca.

Tra i membri della missione ce n’era uno che definire eccezionale sarebbe riduttivo e inadeguato.
Già il nome e la specializzazione scatenavano l’ilarità.
Si trattava del cavaliere del lavoro Turiddu Magnagatta, premiato produttore di biancheria intima femminile.
Ottantaduenne, fisicamente rudere, inconsistente e spigoloso nel fisico, ma spiritualmente arrapato come un militare di leva tenuto per mesi a digiuno e a distanza dalla sua leccornia preferita, era una specie di mina vagante del gruppo.
Spariva sempre di circolazione sulla scia di qualunque essere di sesso femminile che gli si parasse davanti, a fianco, o a retro.
Ogni donna, bella o brutta, dai dieci anni ai novanta, dalla pelle bianca o nera, dai lineamenti flessuosi o anche ridondanti, che intravedeva all’orizzonte con la sua incerta visuale daltonica, diventava suo obiettivo immancabile.
A volte andavamo a ripescarlo per strada, fuori dell’albergo, trovandolo in stato di agitazione e di confusione mentale.
Ci dava preoccupazioni, ma era diventato una specie di mascotte della missione.
Non si sa se per posa o per conseguenza del suo avere sempre sottobraccio i suoi cataloghi aziendali, pieni zeppi di modelle nude rivestite dei pochi pizzi che lui disegnava per loro, il cavaliere, alto quasi due metri, magro come uno stecco, due occhi assatanati che saltavano fuori dalle orbite, aveva in ogni attimo e in ogni circostanza del giorno e della notte, un chiodo fisso nella testa: la gnocca.

Tutti pronti ad aspettare che tirasse le cuoia. Tutti pronti a sotterrarlo.
E lui non ne perdeva una. Le rincorreva in tutti i modi e a tutte le ore.

Mia moglie, e così pure i miei eredi, mi vogliono troppo bene, si aspettano solo che io tiri la ghirba.
Mi hanno già comprato sia una bara oblunga che un posto di lusso in cimitero.
Ma non sanno che dentro di me c’è ancora il vulcano che soffia.

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La voglia di ciccia viva, dei miei cinque figli maschi messi assieme, non raggiunge nemmeno la metà di quella che io mi porto addosso.
E in effetti, era alla perpetua caccia di donne lungo i corridoi degli alberghi in cui alloggiavamo.
Ogni poveretta che per combinazione nefasta fosse venuta a contatto con lui, cassiera dell’hotel, donna delle camere, turista distratta di passaggio, finiva per diventare suo bersaglio.
Non solo cogli occhi e la parola. Allungava le mani, tastava ed accarezzava, con la stessa naturalezza che si usa con un cavallo o con una capra domestica.
Le vittime reagivano ovviamente e si accingevano a mollare uno schiaffo, ma poi, scoprendo che si trattava solo di un vecchio e malandato sporcaccione, carico di erotismo e di ilarità, la buttavano regolarmente in ridere e gli davano persino una manata sulle spalle.
Il negozio di gioielli e monili dell’Hotel Herengracht di Cape Town, dove eravamo ospiti, era in mano a una bionda esplosiva, ridanciana ed intrigante al punto giusto, con un petto generoso e in costante sovraesposizione.
Turiddu Magnagatta, aveva un suo tavolo con tanto di targa nominativa, presso la sala riunioni dove incontravamo gli importatori sudafricani. Lo cercavano in molti. Ma lui era sempre là, inguaribilmente ammaliato dalla sua bambola platinée.
Fortuna che la nostra sosta a Città del Capo durava solo 3 giorni, altrimenti la sua manifattura lombarda avrebbe subito un vero e proprio collasso contabile.
Quella bionda aveva capito le qualità irripetibili di quel cliente, e sapeva fargli le moine giuste.
E lui comprò non una o due, ma una ventina di collane e braccialetti d’oro, in un improbabile slancio di generosità verso la famiglia e la moglie che in questo caso gli serviva da alibi.
In realtà, ronzare appresso a quell’animale biondo, provocante e profumato, stile bambola alla Fred Buscaglione, stare a contatto quasi intimo con quel seno prorompente che gli sconvolgeva il sonno, sniffarlo roteandogli intorno naso e occhi a due centimetri di distanza, era per lui il massimo della goduria.

L’incontro illuminante con Chris Barnard.
Il vero cuore dell’uomo non è il cuore, ma è l’uccello.

Se solo trovassi Barnard, mi confidò.
Uno come lui, che mette il cuore nuovo, vuoi che non sia capace di risolvere il mio problema.
Il mio pipino si alza eccome.
Ma poi da un momento all’altro improvvisamente scompare, e mi lascia a piedi, orfano e disperato.
A volte non riesco nemmeno a localizzarlo.
Cosa va a perder tempo nei trapianti di cuore.
Il vero cuore dell’uomo non è il cuore, ma è l’uccello.
Cosa vuoi che gli costi incunearmi un pistolotto duro e inflessibile, sempre pronto all’uso, preso magari da qualche nero possente e nerboruto finito male.
Gli darei qualsiasi cifra.
Svenderei bara, tomba, casa, moglie (ma nessuno me la compra), figli e anche fabbrica coi suoi dipendenti inclusi, per pagarmi questo intervento.
Quando, il giorno dopo, notai Chris Barnard seduto nella hall come un comune mortale intento a leggere un giornale, non credevo ai miei occhi.
Mi pareva un gioco del destino. Avevamo parlato di lui a lungo il giorno prima.
Diedi le chiavi della mia camera e cinque dollari di mancia a un ragazzo della reception perché andasse a prendere la mia macchina fotografica e mi scattasse qualche foto assieme al grande chirurgo del mitico Groteshur Hospital.
– 12 –

E il tutto riuscì alla perfezione, visto che posseggo ancora quelle foto.
Barnard mi guardò divertito, quando gli sottoposi le richieste del vegliardo Magnagatta.
Dopo essersi assicurato che non ero un giornalista a caccia di scoop facili, mi confidò che il trapianto di membro rientrava pure nei suoi esperimenti e nei suoi programmi, ma che i risultati finora raggiunti, facevano prevedere tempi assai lunghi, dovendo in questo caso intervenire non più principalmente su muscoli e tessuti, come nel caso del cuore, ma su micro-nervature, su stimoli e riflessi.
Insomma, su due piedi la cosa non si poteva fare, e il cav. Magnagatta ne soffrì moltissimo, al punto di fare il viaggio di ritorno all’insegna della malinconia e della rassegnazione più nera.
Era irriconoscibile e pallido, e aveva la morte e la sconfitta stampigliate sulla fronte.
Rientrava in sede, nella odiata realtà famigliare e sociale, a rispettare il macabro appuntamento con i suoi inflessibili becchini.

La gente assatanata da straordinari ma virtuali appetiti sessuali.
Il cosiddetto male dell’agnello. Il perché l’asino si chiama asino.

Cosa c’entri questo lungo episodio con la sagra delle patate e del capriolo è presto detto.
La gente dei nostri giorni pare assatanata da straordinari appetiti sessuali, tanto maggiori ed esorbitanti quanto più compromessa e sminuita è la sua reale capacità penetrativa, quanto più rovinata e sbrindellata è la sua autentica voglia di vivere e di copulare.
Da queste parti il senso dell’ironia non manca, e si usa dire che Al à el mal dal agnèl, i crès le voe e i crès le pànse, ma i cale l’ucèl (Ha il male dell’agnello, gli cresce la voglia e gli cresce la pancia, ma gli cala l’uccello).
Una delle barzellette che circolano, la dice tutta su questo dilemma, su questo baratro esistente tra il maschio mediocre e impotente della realtà e quello magnificato e idealizzato nelle sue fantasie erotiche di stupratore mancato.
Lo sai perché l’asino si chiama asino?
Ognuno si sforza di trovare la risposta, trovando scomodo farsi bocciare su un quesito così banale.
Qualcuno risponde per via del suo ragliare particolarissimo che fa Hihoo, Hihoo.
Qualcuno dice che tutto dipende dalle sue orecchie sproporzionate.
Qualcuno infine abbozza alla sua scarsa attitudine ad obbedire al suo padrone.
No, la realtà è molto più concreta ed osservabile.
L’asino si chiama asino, perché, nonostante il suo smisurato membro, si limita ad esibirlo ed esporlo, si limita a puntare il sesso dell’asina, a farglielo solo assaggiare, abbozzando la penetrazione più che condurla a termine in proporzione alle sue esagerate doti dimensionali.
Più asino di così, si muore.
Un motivo più per bestemmiare il creatore.
Come si fa a fare un errore così eclatante e clamoroso.
Dare all’asino quello che sarebbe stato ideale per l’uomo?

Voli pindarici e fantasie erotiche dei maschi ammazza-femmine

Pensa un po’ se potessimo noi essere umani essere dotati di un arnese del genere.
Finiremmo non per penetrare le nostre donne, ma per trapassarle finalmente da una parte all’altra, per distruggerle, Dio-Maschio sia lodato, a letto e in tutte le altre circostanze possibili e immaginabili.

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Offriremmo loro una buona volta quel servizio che ci chiedono da sempre e che noi, senza l’ausilio di prolunghe e Viagra e vibratori, non riusciamo mai a garantire, restando spesso con tanto di palmo di naso.
Il mito della penetrazione senza fine e della sofferenza fisica, il mito dell’estremo sacrificio connesso al piacere e al godimento.
Non fa forse così, in ordine rovesciato, la mantide religiosa, pure essa donna?
Prendiamoci una buona volta una sana rivincita, e strapazziamole tutte fino a farle urlare.

Più cadaveri mangi e più impotente diventi

Ai nostri tempi, ci pareva di essere degli autentici depravati perché, a ogni donna interessante, guardavamo gli occhi e intravedevamo contemporaneamente qualcosa di ancor più profondo e interessante.
Non ci rendevamo conto di essere normalissimi maschi doc, privi di ambizioni sanguinarie.
Tette, culo e vagina ci facevano (e per fortuna ci fanno tuttora) impazzire, ma non coltivavamo, nei nostri sogni e nei nostri piani quotidiani, la frenesia stupratrice, il desiderio di trapanare e di impalare in modo sadico la nostra donna, come succede a certi pervertiti dei tempi odierni.
Per noi il rapporto con la donna era qualcosa di tenero, romantico, divertente, delicato.
Non era sempre amore vero, ma c’era attrazione, interesse, voglia di scambio, curiosità per la partner.
Ora le cose sono degenerate.
O non c’è niente, se non il sospetto e l’indifferenza, oppure c’è qualcosa di troppo, di unilaterale e di sbagliato.
La bellissima invenzione divina dell’amplesso si trasforma in altre cose che vanno dal martello pneumatico
alla camera di tortura, al rapporto metallico e sadico.
Tutto questo non arriva a caso.
Le perversioni nel cibo e nel comportamento portano diritto alle perversioni nella sessualità.
A conferma che più sono i cadaveri che mangi e più impotente diventi, mentre la tua libido si trasforma da sano e naturale meccanismo predatorio in patologica voglia di umiliare, bistrattare, perseguitare e annientare sessualmente la controparte.
Ecco dunque la sagra del toro, con giovani ed anziani a leccarsi i baffi con lo sperma del disgraziato quadrupede morto, che gira ancora sbeffeggiato sullo spiedo gigante nel centro-piazza del paese in festa.
Ecco dunque la sagra dell’asino, dove la fantasia erotica viaggia sul tentativo di impossessarsi di quelle doti da sempre ambite in modo ossessivo ed inquietante.

Quando mai si riuscirà a far rinsavire la gente?
Quando mai si tornerà a mangiare cose fresche e vive, anziché cadaveri in decomposizione?

Non sarà certo il bonario e scaltro curato di campagna a contrastare questi strazi.
Il primo ad assaporare i marroni del toro, del bufalo, del cavallo da monta, o il supermembro del povero asino è spesso proprio lui, fine conoscitore del Refosco, del Merlot, e dei rossi più adatti a mandar giù tali emerite porcherie.
Salvo poi tutti pronti a trafficare in gran segreto e malcelato imbarazzo con ogni nuova formula di Viagra che arriva sul mercato.
La gente di oggi sembra aver perso davvero l’orientamento dei punti cardinali e il senso delle cose.

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Pare aver perso non solo la capacità di saper dialogare con la propria coscienza e la propria anima, ma addirittura la semplice attitudine a percepire gli umori semplici delle cose, a riconoscere ed apprezzare il profumo esilarante e delicato di una rosa, distinguendolo dal sapore stomachevole, angosciante, e sempre in agguato della morte.
Prima ancora che portare la gente a lezioni di etica e di spiritualità, bisognerà prima re-insegnarle a distinguere i profumi veri della salvia e del rosmarino, quelli della stessa patata, la fragranza unica e vivace del pomodoro sulla pianta, opposta alla noiosa insipidezza del frutto da serra.
Quando mai si riuscirà a far rinsavire la gente, a restituirle un minimo di dignità, di sana voglia di mangiare e di bere naturalmente cose fresche e cose vive, anziché cadaveri e salme in decomposizione?
Quando si riuscirà a far capire agli innamorati della natura e del sapore di selva, che quanto cercano non si trova affatto nel cinghiale e nel capriolo, del cervo e dello stambecco, e che la carne di queste povere vittime non ha alcun valore ed alcun sapore aggiunto rispetto a quella degli animali in catene?
Quando mai capiranno che non bisogna confondere il sapore rivoltante della cadaverina col buon sapore di natura, che la salma del povero capriolo nulla ha di particolare per differenziarsi dalle altre salme, e che la cadaverina ha sempre e comunque l’insopportabile puzzo della fogna e il tanfo mortale e cimiteriale delle fosse comuni e dei colombari a ferragosto?
Quando mai si renderanno conto che, se si ama davvero la selva, ci si deve solo andare, respirando l’aria ricca di ossigeno e di essenze di mille diverse foglie e di ciclamini, assaporando gli aromi stupendi delle more, dei lamponi e dei mirtilli, raccogliendo le castagne e i funghi, mandando baci, carezze e benedizioni alle bestiole selvatiche che sbirciano innocenti tra i cespugli, e agli uccelletti multicolori nascosti tra i rami, che ci danno lezioni di musica e di felicità allo stato puro, anziché portar loro il segno della nostra maleducata perversione?
E quando mai uomini e donne rientreranno nel loro senno e, anziché praticare fughe fantasmagoriche dalla realtà, anziché desiderare abnormi e improponibili rapporti mega-galattici fatti di membri sproporzionati e vagine ultrabollenti, re-impareranno ad apprezzarsi di più per quello che sono, a darsi umilmente più morsi di apprezzamento e timide carezze, a penetrarsi in modo soddisfacente ed appagante col cuore e con l’anima, ma sempre entro i limiti ottimali offerti loro da madre natura?

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I magistrati hanno dato incarico ai carabinieri di verificare la fondatezza delle dichiarazioni di un ex ispettore di polizia che in un’intervista televisiva ha detto di aver incontrato il fisico a Buenos Aires, in Argentina

La procura di Roma riapre il caso di Ettore Majorana, il fisico catanese scomparso nel nulla una sera del 27 marzo 1938, in occasione di un viaggio sul piroscafo che da Palermo lo avrebbe portato a Napoli. Ma nella città del Golfo, Ettore Majorana, tra i più brillanti e promettenti allievi di Enrico Fermi, non arrivò mai. A dare nuovo impulso agli inquirenti sono state le dichiarazioni di un ex ispettore di polizia che in un’intervista televisiva ha detto di aver incontrato il fisico a Buenos Aires, in Argentina, negli anni a cavallo della Guerra.

C’è un fascicolo in ‘atti relativi’ che la procura di Roma ha aperto tempo fa in relazione alla scomparsa ddello scenziato. I magistrati di piazzale Clodio hanno dato incarico ai militari di verificare la fondatezza delle dichiarazioni. La procura è in attesa di ricevere una prima informativa per capire se le parole dell’uomo siano o meno meritevoli di approfondimento. Del caso si è interessato anche il programma ‘Chi l’ha visto?’, intervistando un italiano che, emigrato in Venezuela intorno al 1955, si disse convinto di aver frequentato a lungo Majorana senza, però, che il fisico gli avesse mai svelato la verà identità.

Majorana fece parte dei ‘ragazzi di via Panisperna’, laboratorio di geni guidati da Enrico Fermi, rifiutò la cattedra alle università di Cambridge, Yale e della Carnegie Foundation. Accettò quella di Fisica teorica dell’Università di Napoli. Nel marzo 1938 il viaggio di riposo Napoli-Palermo su una nave Tirrenia. Nel capoluogo siciliano alloggiò per mezza giornata all’albergo Sole e la sera fu di nuovo sul piroscafo dove fu visto sul ponte all’altezza di Capri. Ma a Napoli non arrivò mai.

Il giovane scienziato si dileguò nel nulla. E sulla sua misteriosa scomparsa a distanza di tanto tempo è ancora giallo. Anche se in questi giorni nuovi indizi sono stati portati alla luce da Erasmo Recami, il maggiore biografo del fisico. Tormentato e geniale Majorana ebbe una vita fuori del normale. Era uno spirito libero dotato di una straordinaria vena polemica. Hanno fatto cronaca i suoi j’accuse agli insegnanti, ai quali contestava di perdersi nei dettagli dimenticando la visione d’insieme e che gli valsero il soprannome di “Grande Inquisitore”.

Era un bambino eccezionale, Ettore Majorana, nato da una delle migliori famiglie di Catania. Quarto di cinque fratelli che si distinsero tutti in qualche campo particolare: chi nella giurisprudenza, chi nell’ingegneria, chi nella musica. Uno zio, Quirino, che era un grosso nome della fisica sperimentale, un altro, Dante, rettore dell’Università di Catania. E, in generale, una famiglia in cui la cultura era di casa. Il piccolo Ettore , però, non era solo un ragazzino portato per la matematica, era un prodigio del calcolo mentale, prima, e, da grande, uno dei massimi fisici teorici.

“Da lontano appariva smilzo, con un’andatura incerta; da vicino si notavano i capelli nerissimi, la carnagione scura, le gote lievemente scavate, gli occhi nerissimi e scintillanti: nell’insieme l’aspetto di un saraceno”. Era il 1927 e l’amico Edoardo Amaldi lo ricorda così, mentre in compagnia del compagno di corso Emilio Segrè arriva al Regio Istituto di Fisica di via Panisperna, a Roma.

Tutti e tre avevano frequentavano la facoltà di Ingegneria, poi però Amaldi e Segrè si erano lasciati convincere dall’appello di Orso Mario Corbino, direttore dell’Istituto, a passare agli studi di fisica approfittando del fatto che l’astro nascente della fisica Enrico Fermi era venuto a insegnare fisica teorica a Roma. Proprio nell’Istituto diretto da Corbino.

“Il passaggio a Fisica di Majorana – scrive Amaldi – ebbe luogo al principio del 1928 dopo un colloquio con Fermi. Fermi lavorava allora al modello statistico dell’atomo e il discorso con Majorana cadde subito sulle ricerche in corso nell’Istituto. Gli espose rapidamente le linee generali del modello. Majorana ascoltò con interesse, poi se ne andò senza manifestare i suoi pensieri. Il giorno dopo si presentò di nuovo all’Istituto, entrò diretto nello studio di Fermi e gli chiese, senza alcun preambolo, di vedere la tabella che gli era stata posta sotto gli occhi per pochi istanti il giorno prima. Avutala in mano, estrasse dalla tasca un fogliolino su cui era scritta un’analoga tabella da lui calcolata a casa nelle ultime ventiquattro ore. Confrontò le due tabelle e, constatato che erano in pieno accordo tra loro, disse che la tabella di Fermi andava bene”.

Majorana aveva risolto a mano e in un giorno il problema a cui Fermi stava lavorando da una settimana. Un’episodio che da solo basta a raccontare l’Ettore genio e al tempo stesso l’Ettore uomo. In grado di gareggiare con Fermi non solo in fisica teorica, ma di batterlo senza problemi in matematica. Nel luglio del 1926 venne la laurea, con il massimo dei voti e con una tesi sulla meccanica dei nuclei radiottivi.

Poi gli studi sui lavori di Dirac, Heisenberg, Wigner, nel 1932 la libera docenza in fisica teorica e nel 1937, per meriti speciali, il trasferimento presso l’Università di Napoli. Ettore Majorana fu senza dubbio un outsider, una persona forse eccentrica, ma nel ricordo del nipote Fabio “allegra e serena”. Poi quella serenità che anche Amaldi rammenta nelle riunioni prima di sera alla Casina delle Rose di Villa Borghese, quando “sorseggiando una bibita o mangiando un gelato si discuteva della preparazione degli esami o degli ultimi esami sostenuti”, svanì.

Scomparve dopo un viaggio in Germania dove si era recato per motivi di studio. Al suo posto un’immagine cupa e solitaria. Ettore si rifugiò in casa, isolandosi, e respingendo anche la posta. Si racconta che di suo pugno scrivesse sulle buste delle lettere: “Si respinge per morte del destinatario”.

Le sue tracce si perdono definitivamente sul postale che da Palermo lo avrebbe dovuto portare a Napoli. E’ 26 marzo del 1938. La famiglia indice un premio, enorme per l’epoca, per avere notizie. Ma nulla. E’ da quella data che Ettore diventerà un mito, un personaggio teatrale, letterario. Figura romantica della cultura scientifica. Un enigma nazionale cui si sono date varie soluzioni: suicidio, rapimento da parte di qualche Paese che conduceva studi atomici, crisi mistica.

Dalle indagini seguite alla scomparsa si accertò che Majorana era stato a Palermo due giorni e da lì era partito alla volta di Napoli. Un marinaio testimoniò di averlo visto in cabina mentre il piroscafo entrava nel golfo di Napoli, un altro testimoniò di averlo notato a poppa dopo Capri non molto prima dell’attracco al molo di Napoli. L’ipotesi che trovò più credito tra gli amici fu che egli si fosse buttato in mare, ma il mare non restituì mai il suo corpo. Sul caso tornò Leonardo Sciascia che sul mistero che avvolge la morte di Majorana costruì uno dei suoi romanzi, andando oltre la cronaca e scavando dentro l’anima dell’uomo.

“La scomparsa di Majorana ” uscì nel 1975, e in esso Sciascia sceglie la libertà di prestar fede all’ipotesi del ritiro assoluto, del silenzio da parte del giovane fisico, piuttosto che credere alle altri banali soluzioni, compresa quella del suicidio. Majorana , secondo l’ipotesi dello scrittore, potrebbe aver calcolato la potenza dell’energia atomica qualche mese prima che l’avvenuta scissione dell’atomo fosse resa nota e ne giustificasse l’immaginazione. Il presagio di un orrore imminente potrebbe aver angosciato la sua coscienza in un conflitto interiore che l’avrebbe indotto a scomparire. Pertanto la sua scomparsa non sarebbe altro che il rifiuto dello scienziato, non l’oscura disperazione di un nevrotico.

E se le forze dell’ordine tornano in campo sulle tracce dello scienziato più misterioso del ‘900, i fisici di tutto il mondo non hanno mai smesso di indagare sulle teorie proposte da Majorana, talmente precorritrici dei tempi che solo oggi si comincia a capirle. Majorana ha scritto cose geniali, la cui importanza si è compresa solo a distanza di tempo”, osserva il fisico Carlo Cosmelli, dell’università di Roma La Sapienza. “Stiamo rileggendo il suo lavoro del 1932, che contiene passaggi ancora difficili da afferrare”, dice il fisico Antonio Masiero, direttore della sezione di Padova dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). Non poteva che essere avvolta nel mistero, infatti, la particella dalle proprietà stranissime descritta da Majorana, capace di essere se stesso e contemporaneamente il suo opposto nell’antimateria. I fisici lo chiamano “neutrino di Majorana” e nei Laboratori dell’Infn del Gran Sasso è in corso un esperimento per scoprire il suo segreto.

ROMA — Dieci punti «coincidenti» e una «compatibilità ereditaria» . È stato questo a convincere i magistrati romani a riaprire l’inchiesta sulla scomparsa di Ettore Majorana. A rispolverare, due mesi fa, quel fascicolo vecchio di 73 anni. Perché la sorte del geniale fisico catanese sparito il 25 marzo del 1938, è un mistero che sembra non avere fine. Ipotesi e suggestioni non sono mai state sufficienti a chiarire se davvero possa essere morto suicida gettandosi dal postale sul quale si era imbarcato a Palermo con destinazione Napoli o se invece abbia deciso di far perdere le proprie tracce alimentando così il suo mito e la leggenda sulla sua figura.

I TENTATIVI – Ci hanno provato storici, giornalisti, scrittori del calibro di Leonardo Sciascia a indagare su questo giallo, a cercare una strada per arrivare alla verità. E tre anni fa è bastata la consegna di una foto scattata in Argentina nel 1955 per tracciare un nuovo percorso da seguire. Ora si scopre che in realtà quella fotografia potrebbe davvero dare una svolta alla nuova indagine condotta dal procuratore aggiunto di Roma Pierfilippo Laviani, determinato a tentare ogni possibilità pur di afferrare la traccia giusta.

I NUOVI INDIZI – I rilievi effettuati dai carabinieri del Ris di Roma hanno infatti fornito «dieci coincidenze» tra l’immagine acquisita tre anni fa e quelle del fisico siciliano. Ma soprattutto hanno verificato una «compatibilità» tra l’uomo ritratto in quella istantanea e suo padre Fabio Massimo, evidenziando «la trasmissione ereditaria». Indizi indispensabili per decidere di andare avanti e disporre accertamenti in Sudamerica, lì dove Majorana potrebbe aver deciso di nascondersi e di costruirsi una nuova identità. Verifiche per scoprire se proprio dall’altra parte del mondo possa esserci la sua tomba.

LA TESTIMONIANZA – Comincia tutto nel 2008 quando un uomo telefona alla trasmissione di Raitre Chi l’ha visto? e dice di essere convinto di aver frequentato Majorana, anche se lui ha sempre detto di chiamarsi signor Bini. La sua testimonianza è riportata sul sito internet del programma: «Sono partito per il Venezuela perché non andavo d’accordo con mio padre, era l’aprile del 1955. Arrivato a Caracas, sono andato a Valencia con Ciro, un mio amico siciliano, che mi presentò un certo Bini. Ho collegato Bini e Majorana grazie al signor Carlo, un argentino. Mi disse: «Ma lo sai chi è quello? Quello è uno scienziato. Quello ha una capoccia grande che tu neanche ti immagini. Quello è il signor Majorana». Si erano conosciuti in Argentina. Era di media altezza, con i capelli bianchi, pochi e ondulati. Capelli bianchi di chi aveva avuto i capelli neri. E si vedeva dal fatto che portava sempre l’orologio sopra la camicia e per lavarsi le mani si apriva le maniche della camicia e aveva i peli neri. Era timido, preferiva stare in silenzio e se lo invitavi al night non veniva. Poteva avere sui 50 -55 anni. Parlava romano ma si vedeva che non era romano. Si vedeva anche che era una persona colta. Sembrava un principe. Io certe volte gli dicevo: «Ma che cavolo campi a fa. Ti vedo sempre triste». Lui diceva che lavorava, andavamo a mangiare, poi stava 10-15 giorni senza farsi sentire. Aveva una macchina gialla una Studebacker. Pagava solo la benzina, altrimenti sembrava che non avesse mai una lira. Ogni tanto gli dicevo: «Ci tieni tanto alla tua macchina e c’hai tutta sta carta». Erano fogli con numeri e virgole, sbarramenti. Lui non voleva mai farsi fotografare e siccome dovevo prestargli 150 bolivar gli ho fatto una specie di ricatto, in cambio gli ho chiesto di farsi fare una foto con me per mandarla alla mia famiglia. Era più basso di me. Quando ho trovato la foto ho deciso di parlare, sennò era inutile che dicevo che avevo conosciuto Majorana».

LA RIAPERTURA DEL CASO – Quella foto è stata portata nei laboratori dell’Arma e sottoposta a decine di comparazioni. I primi raffronti sono stati effettuati con l’immagine comparsa sui cartelloni poco dopo la sparizione. Occhi, naso, bocca, orecchie, fronte, mento: ogni altezza e larghezza è stata analizzata. E il risultato è apparso sorprendente agli specialisti guidati dal colonnello Luigi Ripani. Perché la linea del naso, che fa un piccola curva verso sinistra, appare identica, così come la parte alta del padiglione auricolare che piega leggermente verso l’interno. Il «signor Bini» ha i capelli bianchi e nell’immagine scattata mostra un’età vicina ai 50 anni. Majorana al momento della sparizione ne aveva 31 ed era castano scuro, ma anche l’invecchiamento effettuato al computer ha fornito elementi positivi. Indizi che nella relazione consegnata ai magistrati consentono di «non poter escludere che il soggetto sia proprio Majorana». Quanto bastava per decidere di andare oltre e confrontare la foto consegnata dal testimone e quelle del padre Fabio Massimo, ma anche del fratello Luciano forse il più somigliante ad Ettore.

LE CONCLUSIONI DEL RIS – Ed è stato proprio questo lavoro a fornire ai magistrati il tassello per decidere di affidare ai carabinieri verifiche ulteriori in Argentina e Venezuela. Scrivono infatti gli specialisti del Ris: «Dalle sovrapposizioni sono emerse similitudini somatiche compatibili con la trasmissione ereditaria padre-figlio». Il «signor Bini» potrebbe dunque essere proprio Majorana. Il fisico potrebbe effettivamente aver deciso di costruirsi una nuova vita in Sudamerica sfuggendo alla notorietà ma continuando a svolgere i suoi studi. Riuscire a rintracciare la sua tomba a distanza di così tanti anni non appare impresa facile. Ma con i risultati già raggiunti i magistrati romani hanno ritenuto che valga comunque la pena di tentare.

Un’assurdità ritenere Majorana un nazista

di Rino Di Stefano

“Pensare che Ettore Majorana possa essere stato un nazista, e che addirittura si fosse rifugiato in Germania dopo la sua sparizione nel marzo del ’38 per collaborare con Hitler, è semplicemente un’assurdità. A parte il fatto che non esiste alcuna prova attendibile a riguardo, dire una cosa del genere significa non sapere nulla della dimensione umana e spirituale di questo nostro grande e misterioso fisico. Significa ignorare la sua sensibilità, i suoi dubbi, il suo innato senso dell’umorismo. No, Ettore Majorana non era un nazista”.
Per il professor Erasmo Recami, docente di Fisica e Struttura della Materia presso l’Università Statale di Bergamo, conosciuto in tutto il mondo come biografo di Ettore Majorana, non ci sono possibilità di dubbio: l’ipotesi di un Majorana nazista non sarebbe altro che una delle tante leggende metropolitane che da decenni circolano sul grande scienziato. Del resto il suo libro “Il caso Majorana”, pubblicato per la prima volta nel 1986 con Mondadori e ormai giunto alla sesta edizione con Di Renzo Editore, è considerato da tutti gli studiosi l’opera più completa e più documentata sul fisico siciliano scomparso nel nulla la fredda mattina di venerdì 25 marzo 1938, all’età di 31 anni, nel porto di Napoli.

Professor Recami, chi era dunque Ettore Majorana?
“Majorana, nato a Catania il 5 agosto 1906, era una delle menti più brillanti della scienza italiana. Enrico Fermi, che aveva conosciuto tutti i maggiori scienziati del suo tempo, compreso Einstein, lo considerava uno dei più forti ingegni del nostro tempo e la promessa di ulteriori conquiste. Un genio all’altezza di Newton e Galileo. Non c’è alcun dubbio che, se avesse continuato la sua attività di professore all’Università di Napoli, oggi in Italia avremmo una delle Scuole di Fisica più celebrate del mondo”.

Ettore MajoranaCome era il suo carattere?
“Aveva un temperamento allegro e gioviale. La sorella Maria lo ricordava come una persona molto buona e di elevato spessore culturale. Due esempi possono spiegare meglio di qualunque discorso l’indole di Ettore. Il primo, quando, senza saper guidare e privo di patente, prese l’auto del padre finendo poi contro un muro. Una cicatrice su una mano gli restò come ricordo di quella sciocchezza. Il secondo è quando, per aiutare un suo amico, si presentò al posto suo per dare un esame di matematica all’università. Inoltre era una persona estremamente sensibile, come possono dimostrare diverse lettere di persone che lo conoscevano. Una di queste era il professor Gilberto Bernardini che, ricordando Majorana, in una lettera dell’8 settembre 1987 scriveva che di lui aveva ‘ancora viva l’impressione di un’intelligenza che mi stupiva perché andava oltre la mia capacità di poter capire. Mi hanno anche ricordato una sensibilità umana non celata da un disincantato umorismo’. Persino un esame grafologico, compiuto dal dottor Gianni Sansoni sulle sue lettere, dimostra la spiccata sensibilità umana di Majorana.  ‘Posso dire – scrive Sansoni – che il Majorana doveva essere persona mite e buona, bisognosa d’affetto più che mai e penso che miglior elogio non gli si possa fare che avvicinandosi alle sue vicende con rispetto e comprensione’. Ma abbiamo anche altre testimonianze. Per esempio, quella del fisico tedesco Rufolf Peierls, che lo conobbe nel 1932, prima che Majorana partisse per la Germania. ‘Mi apparve come un fisico straordinariamente dotato – scrive Peierls da Oxford al collega Donatello Dubini, a Colonia, il 2 luglio 1984 – un poco timido, e veramente contrario al fascismo’. E si può dunque capire con quale stato d’animo si dovette iscrivere al Partito Fascista nel 1934 o 1935, altrimenti non poteva partecipare ai concorsi per ottenere una cattedra universitaria. Insomma, quella di Majorana nazista è una teoria che non sta in piedi”.


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Eppure, in una lettera che Majorana scrisse dalla Germania si intravede una certa simpatia per il nazismo…
“Ogni cosa va collocata nel giusto contesto per essere compresa e spiegata. In questo caso parliamo della lettera che Majorana scrisse alla madre il 22 gennaio 1933 dall’Institut fur Theoretische Phisik del professor Heisenberg, a Lipsia. Si trovava lì grazie ad una borsa di studio del CNR che Enrico Fermi gli aveva fatto ottenere. In effetti, in quella lettera si evince una velata simpatia per il nuovo regime nazista, del quale Majorana cerca di spiegare l’appoggio popolare ottenuto. Ma bisogna comprendere che quella era la prima volta che Majorana si trovava a vivere da solo, in un altro paese. E che il nazismo non aveva ancora la criminale connotazione che poi ha assunto. Probabilmente si era lasciato prendere dall’entusiasmo di essere ben distante dalla madre che, come è noto a tutti coloro che hanno studiato la vita di Majorana, era sempre molto possessiva e invadente verso i figli. Non dimentichiamo che veniva da una famiglia del Sud e lui era un figlio molto rispettoso. Tra l’altro voleva anche molto bene al padre, che morì subito dopo. Tanto per dirne una, la madre era solita comprare la biancheria intima dei figli, anche se erano adulti e già sposati. E poi pretendeva che la indossassero. Il giovane Majorana in una delle sue lettere arriva al punto di dire che Lipsia è una bellissima città, mentre mi risulta che a quel tempo non lo fosse affatto”.

E Majorana non si oppose mai al potere della madre?
“Una volta lo fece. Probabilmente perché non ne poteva più. Ma bisogna spiegare chi era questa donna e quale fosse il suo stile di vita. Il suo nome da nubile era Salvadora Corso, ma presto si fece chiamare Dorina. Amava la bella vita: le vacanze termali in quella che allora si chiamava Abbazia, in Slovenia; girava per le capitali europee ed era sempre in movimento. Era innamorata di Parigi e non faceva che parlarne a casa. Un bel giorno, si vede che proprio non la reggeva più, Ettore le si rivolse contro e urlò: ‘Ma basta con questa Parigi!’ Probabilmente fu quella la sua prima reazione contro la madre. Del resto, aveva accumulato per anni. Pensate che da piccolo la madre lo esibiva come un fenomeno da baraccone, in casa. Visto che era bravissimo a fare complicatissimi calcoli a mente, chiedeva ai suoi ospiti di rivolgere domande al figlio. Lui, che era timido fin da allora, si nascondeva sotto il tavolo e da lì rispondeva. Questa capacità di calcolo non lo lasciò mai. Con Fermi, per esempio, si sfidavano nel risolvere problemi matematici particolarmente difficili. Mentre Fermi utilizzava un regolo calcolatore, Majorana guardava contro il muro, che era l’analogo di stare sotto il tavolo, aspettava che Fermi finisse i suoi calcoli e poi diceva il risultato. Che, ovviamente, era sempre esatto”.

Facile immaginare che suscitasse invidie…
“Certamente. Per esempio, Emilio Segre, detto il basilisco, anche lui membro della cerchia di Fermi, diceva in giro che Majorana con le sue capacità matematiche poteva guadagnarsi da vivere esibendosi in un circo”.

La prima ipotesi che hanno fatto gli inquirenti dopo la sua scomparsa, era quella del suicidio. Lei che ne pensa?
“Non credo davvero che Majorana possa essersi ucciso. Disponiamo di tutta la sua corrispondenza prima di quel fatidico giorno del 1938. Le lettere erano tranquillissime e scritte con una grafia molto lineare, senza quelle sbavature tipiche di chi ha qualche problema nervoso. Ettore Majorana, il giorno in cui è scomparso, non era affatto agitato. Aveva preso la sua decisione e la stava attuando. Ma quale che fosse, non era quella di togliersi la vita. Non sta in piedi neanche la teoria del rapimento da parte di una potenza straniera. A quel tempo se ne fregavano dei fisici teorici, così come se ne fregano adesso. Solo dopo la bomba atomica c’è stato un movimento d’interesse verso i fisici, quando hanno visto a che cosa portavano gli studi di certi professori. Del resto, come ha ben evidenziato Leonardo Sciascia nel suo libro ‘La scomparsa di Majorana’, molte delle lettere di Majorana erano volutamente un po’ ambigue. Come se avesse voluto far credere che egli si fosse ucciso, per cui sarebbe stato inutile cercarlo. In una lettera inviata il 25 marzo 1938, e cioè il giorno prima di sparire, al collega Carrelli, per esempio, dice ‘conserverò un caro ricordo almeno fino alle undici di questa sera, e possibilmente anche dopo’. Per inciso, le undici era l’ora di partenza del traghetto che quella sera avrebbe dovuto trasportarlo da Napoli a Palermo. Insomma, questa ambiguità non era casuale”.

Al centro, Ettore Majorana durante un viaggio in naveE allora che cosa avrebbe fatto nella realtà, secondo lei?
“Io ho ricevuto moltissime testimonianze. Qualcuno mi ha detto che sarebbe andato in Argentina, poi si sarebbe recato in Germania per poco tempo e quindi sarebbe tornato in Italia, dove si sarebbe rifugiato in un convento. Alcune di queste testimonianze sono riuscito a controllarle, altre no. Per esempio, l’ipotesi del convento, che è la più probabile, è confortata da due versioni attendibili. La prima viene da una lettera che il Rettore dell’Università di Napoli, dove Majorana aveva ottenuto una cattedra per chiara fama e meriti speciali, ha spedito alla Direzione Generale Istruzione Superiore del Ministero dell’Educazione Nazionale, ai primi di maggio del 1938. Riferendosi alla nota n. 87966 del 29 aprile 1938 del Questore di Napoli, il Rettore afferma che ‘E’ emerso soltanto che lo scomparso, pare il 12 corrente, si presentava al Convento di S. Pasquale di Portici per essere ammesso in quell’ordine religioso, ma non essendo stata accolta la sua richiesta, siallontanò per ignota destinazione’. Successivamente la polizia scoprì che Majorana si era rivolto anche ad un altro convento nei pressi di piazza del Gesù Nuovo, il Monastero di Santa Chiara dei Frati Francescani Minori, rinnovando la sua richiesta. Ma non si sa come andò a finire. Quando la famiglia si presentò per fare ricerche, un frate domandò loro. ‘Ma perché lo cercate? L’importante è che lui sia felice’. E poi c’è la pista argentina”.

Il libro del Prof. Erasmo RecamiQuante probabilità ci sono che Majorana si sia recato in Sud America?
“Tutto quello che posso dire è che ho avuto la testimonianza di Carlos Rivera, direttore dell’Istituto di Fisica dell’Università Cattolica di Santiago del Cile, il quale sostiene che per due volte è entrato indirettamente in contatto con una persona che si faceva chiamare Ettore Majorana e si qualificava come uno scienziato del gruppo di Fermi. Ma non è sicurissimo quanto egli dice. Secondo il suo racconto, ogni tanto Majorana si sarebbe recato a Buenos Aires dove alloggiava all’Hotel Continental. Io ho chiesto a Giulio Gratton, direttore del Dipartimento di Fisica dell’Università di Buenos Aires e figlio di Livio Gratton, noto astrofisico italiano che viveva in Argentina, di dirmi dove si trovava esattamente il Continental e lui mi ha risposto che non esisteva. Invece è l’albergo più famoso di Buenos Aires. Evidentemente non voleva far sapere nulla. Un’altra volta, sempre questo Rivera, era seduto in un ristorante e scriveva alcune formule sul tovagliolo di carta, come fanno spesso i fisici, e il cameriere gli ha detto che era la seconda persona che vedeva scrivere in quel modo. La prima, ricordava, era un certo Ettore Majorana che andava lì a mangiare. Un’altra testimonianza riguarda una certa signora Talbert, madre dell’ingegner Tullio Magliotti, la quale ha affermato che Majorana era un amico di suo figlio. Dopo aver ricevuto una telefonata del figlio, però, si è chiusa a riccio e non ha più voluto dire niente. Diversi mesi dopo la casa è stata chiusa e non si è saputo più nulla né della signora Talbert né del figlio. Un’altra pista viene dalla signora Blanda de Mora, vedova dello scrittore guatemalteco Asturias, Premio Nobel 1967 per la letteratura. La signora de Mora a Taormina, nel 1974, riferendosi a Majorana, disse: ‘A Buenos Aires lo conoscevamo in tanti: fino a che vi ho vissuto, lo incontravo a volte in casa delle sorelle Manzoni, discendenti del grande romanziere’.  Tuttavia non ho mai avuto conferme certe a questo riguardo”.

E per quanto riguarda invece la presunta fuga di Majorana in Germania?
“Guardi, io ho conosciuto fisici di tutto il mondo, compreso tedeschi. I fratelli Dubini, di Colonia, hanno girato anche un documentario di due ore su Majorana, intervistando tutti i fisici tedeschi. Ebbene, nemmeno uno ha mai affermato che Majorana potesse essere stato in Germania dopo la sua scomparsa nel 1938. Questa ipotesi è realmente senza alcun fondamento scientifico”.

Eppure, di tanto in tanto, c’è sempre qualcuno che salta fuori con una nuova teoria sulla scomparsa di Majorana.
“E’ un fenomeno che si accentuato dopo il 2006, quando abbiamo celebrato i cento anni dalla nascita di Majorana. Purtroppo ci sono certi fisici, che non hanno studiato il caso come dovrebbe essere fatto, che tirano fuori ipotesi vecchie o assurde soltanto per acquisire qualche merito nel campo della fisica o nei media. Il fatto di riconoscere Majorana nella foto di uno sconosciuto che viaggiava in nave con Adolf Eichmann, è tutto dire. Nessuno, compreso la famiglia, ha mai visto una qualche rassomiglianza con Majorana. Insomma, tanto clamore per nulla”.

Nel mio elaborato ho deciso di fare un’analisi di un film (il Senso di Smilla per la neve) e di due libri – romanzo (La scomparsa di Majorana; L’ultima lezione di Randy Pausch) perché hanno suscitato il mio interesse ed attirato la mia attenzione su un argomento sempre attuale: la scienza.

Infatti, nei due scritti e nel film, l’argomento comune è la scienza, la sua importanza e il suo sviluppo e soprattutto a quali confini può portare la conoscenza dell’uomo. La relazione uomo – scienza, società – scienza è fondamentale perché mette a confronto l’importanza delle scoperte scientifiche, del loro

utilizzo e come la società si pone ad ogni traguardo raggiunto e ad ogni punto di partenza d’indagine. La caratteristica dei protagonisti del “mio oggetto di analisi” è che sono scienziati e come tali legati alla scienza di cui ne comprendono l’efficacia, la potenza ma anche il limite oltre il quale nulla può: la morte.

Prima che scienziati, Smilla, Majorana e Pausch sono uomini con i loro dubbi, le loro paure e le loro incertezze; sono dotati oltre che di una intelligenza scientifica di una intelligenza sensibile che permette loro di vedere al di là dell’orizzonte. Da uomini di scienza abili calcolatori, artefici di nuove scoperte, tenaci nei loro studi, non abbandonano i sentimenti più semplici dell’uomo comune.

La scienza ha confini illimitati e in continua estensione e se da un lato questa sua grandezza affascina dall’altro incute timore; nonostante tutto anche alla scienza è riservato un limite rappresentato dal binomio vita/morte. Il potere della scienza sembra non esaurirsi, ma l’uomo – scienziato deve porsi anche domande di tipo etico e capire dove e quando il ricorso della scienza diventa inevitabile e quando è solo per dimostrare l’onnipotenza umana.

Il Romanzo – LA SCOMPARSA DI MAJORANA

Il punto che a Majorana preme toccare nel suo parallelo tra scienza e società, è come i cambiamenti delle teorie fisiche di inizio Novecento (relatività e meccanica quantistica) presuppongano una revisione anche nell’interpretazione delle leggi statistiche sociali, che però è ancora tutta da venire.

1In proposito lui commenta: “Non esistono in natura leggi che esprimono una successione fatale di eventi; anche le leggi ultime che riguardano i fenomeni elementari (sistemi atomici) hanno carattere statistico, permettendo di stabilire soltanto la probabilità che una misura eseguita su un sistema preparato in un dato modo dia un certo risultato, e ciò qualunque siano i mezzi di cui disponiamo per determinare con la maggior esattezza possibile lo stato iniziale del sistema.

Queste leggi statistiche indicano un reale difetto di determinismo e non hanno nulla di comune con le leggi statistiche classiche nelle quali l’incertezza dei risultati deriva dalla volontaria rinuncia, per ragioni pratiche, a indagare nei più minuti particolari le condizioni iniziali dei sistemi fisici”.

Per Majorana la meccanica quantistica descrive una realtà nella quale vi è una sostanziale perdita di oggettività nell’interpretazione dei fenomeni fisici (basti pensare al principio di indeterminazione di Heisenberg). “Questo aspetto della meccanica quantistica – dice Majorana – è senza dubbio più inquietante, cioè più lontano dalle nostre intuizioni ordinarie, che non la semplice mancanza di determinismo”.

E’ a questo punto che, come esempio conclusivo, Majorana parla del comportamento degli atomi delle sostanze radioattive; i quali hanno la capacità spontanea di trasformarsi (decadere) in atomi di sostanze più leggere. La legge empirica che descrive questo fenomeno è di tipo probabilistico, non riducibile a un semplice meccanismo causale, nel senso che, dirà Majorana, “la disintegrazione di un atomo è un fatto semplice, imprevedibile, che avviene improvvisamente e isolatamente dopo un’attesa di migliaia e perfino di miliardi di anni; mentre niente di simile accade per i fatti registrati dalle statistiche sociali. Questo non è però un’obiezione insormontabile”.

Il fisico Ettore Majorana, nasce a Catania il 5 Agosto del 1906, penultimo di cinque fratelli, da Fabio Massimo e Dorina Corso. Sia nel padre sia nel nonno (Salvatore Majorana-Calatabiano), sono presenti quei semi che germoglieranno poi sotto forma di genialità in Ettore; infatti, il papà Fabio Massimo si era laureato in Ingegneria all’età di 19 anni e non di meno suo nonno Salvatore, che aveva completato la Facoltà di Ingegneria a 19 anni e a 21 aveva ottenuto la laurea in Scienze fisiche e matematiche.

Già alla sola età di cinque anni, Ettore mostra tutta la sua attitudine per la matematica svolgendo a memoria calcoli complicati. Il padre fino al 1921, anno in cui i Majorana si trasferiscono a Roma, sovrintende all’educazione di Ettore, che, all’età di nove anni, entra presso il collegio “Massimiliano Massimo” dei Gesuiti a Roma. Successivamente si iscrive alla facoltà d’Ingegneria a Roma, per poi passare

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alla facoltà di Fisica. Si laurea in Fisica Teorica nel 6 Luglio 1929, sotto la direzione di S.E. Enrico Fermi svolgendo la tesi: La teoria quantistica dei nuclei radioattivi, ottenendo i pieni voti e la lode.

Nel Gennaio 1933 compie un viaggio a Lipsia e conosce Heisenberg. Dopo aver tentato di ottenere la cattedra presso la facoltà di Fisica Teorica a Roma, gli è assegnata la cattedra di Fisica Teorica dell’Università di Napoli. Durante la sua permanenza all’Istituto di Fisica in Napoli, stringe una forte amicizia con Antonio Carrelli, professore di Fisica Sperimentale. Durante il periodo partenopeo matura la sua decisione di far perdere definitivamente le sue tracce: la sera del 25 Marzo 1938 alle ore 22:30, Ettore Majorana parte con il “postale” Napoli – Palermo lasciando due lettere, una indirizzata al suo amico collega Carrelli ed un’indirizzata ai suoi famigliari. Leonardo Sciascia, siciliano di nascita, scrittore, saggista, politico italiano e autore di questo intrigante “giallo” La scomparsa di Majorana, individua il filo conduttore della vita tumultuosa dello scienziato scomparso. Lo scrittore ci presenta diverse ipotesi legate alla scomparsa dello scienziato; ne traccia un profilo schivo ed enigmatico, dalla sua descrizione fisica (carnagione scura, capelli nerissimi, gote lievemente scavate, occhi neri vivacissimi e scintillanti, un’andatura timida quasi incerta, nell’aspetto un saraceno)1 ai suoi rapporti conflittuali con i colleghi dell’Istituto di Fisica in via Panisperna in Roma. Non viene dimenticato quel disgraziato coinvolgimento nel quale i famigliari di Majorana sono coinvolti: l’episodio legato all’infanticidio dell’unico figlio di Antonino Amato, benestante catanese; infanticidio per cui Dante e Sara Majorana, zii di Ettore, sono rinchiusi in carcere per tre anni poi prosciolti grazie alla confessione di ammissione di colpa della cameriera dell’Amato. Sciascia nel suo romanzo sprona il lettore a formulare più ipotesi per individuare il motivo che ha portato una mente così brillante a sparire, e suggerisce il motivo della drastica decisione di Ettore Majorana. A partire dal suo rapporto conflittuale con Fermi, che sembra essere stato individuato dal Majorana come colui che spinge “l’uomo” verso la catastrofe (memorabili sono le gare di calcolo – Fermi con il regolo calcolatore alla lavagna; Majorana a memoria voltandogli le spalle: e quando Fermi diceva “sono pronto”, Majorana dava il risultato)2, alla consapevole volontà di non divulgare i suoi lavori considerandoli “cose da bambini”3, lavori che rappresentano la Teoria di Heisenberg4 (Majorana che prima di Heisenberg elabora la teoria del nucleo fatto di protoni e neutroni, rifiuta di pubblicarla e proibisce a Fermi di parlarne in un congresso di Fisica che doveva tenersi a Parigi)5. Sciascia presenta al lettore tutte le soluzioni del caso Majorana che confluiscono in un unico punto: la coscienza etica dello scienziato contemporaneo.

1 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 3 p. 29. 2 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 7 p. 30. 3 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 3 p. 36. 4 Werner Karl Heisenberg, in Wikipedia, “l’enciclopedia libera”,it.wikipedia.org/wiki/Werner_Karl_Heisenberg.

5 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 3 p. 37. 3

Scienziato a suo modo eclettico, Majorana trova all’interno di quella sua intelligenza la capacità di interagire con il mondo che lo circonda, sia tramite rapporti epistolari con la famiglia, sia con le giornate trascorse al laboratorio di Fisica di Via Panisperna.

Un episodio emblematico è quando viene assegnato ad Heisenberg il Nobel per la Fisica nel 1932. Majorana si complimenta con lui. In Majorana si nota un entusiasmo non consueto nell’andare a Lipsia, nel Gennaio del 1933, per incontrare Heisenberg; entusiasmo che troviamo scritto nella lettera inviata alla madre il 22 dello stesso mese: “All’istituto di Fisica mi hanno accolto molto cordialmente. Ho avuto una lunga conversazione con Heisenberg che è una persona straordinariamente cortese e simpatica”. (Nella stessa lettera dice della “posizione

ridente” dell’Istituto: “fra il cimitero e il manicomio”)6. Così molte altre sono le lettere che descrivono questo rapporto idilliaco tra Majorana ed Heisenberg, sia nei rapporti umani che per le collaborazioni scientifiche a proposito della teoria dei nuclei: “ Heisenberg ha parlato della teoria dei nuclei e mi ha fatto molta réclame a proposito di un lavoro che ho scritto qui”7. A questo punto è presente un colpo di scena non di certo pensabile a chi, in quel tempo, concepiva come assoluta la concezione di una “razza superiore”; verrebbe facile a dirsi ed a pensarsi che Heisenberg, tedesco, contemporaneo di Adolf Hitler8, detentore di tanto sapere sulla meccanica quantistica, brillante scienziato dotato di un intuito non comune, avrebbe collaborato ad una creazione di una bomba atomica tedesca. Questo non avvenne, anzi Heisenberg non solo non aveva mai avviato il progetto della bomba atomica, ma aveva passato gli anni della guerra con l’apprensione che gli altri (gli americani) stessero per farla, addirittura cercò, attraverso il fisico danese Bohr, di far sapere che lui e gli altri fisici rimasti in Germania non avevano alcuna intenzione di fabbricarne una. Due coscienze a confronto: quella di Majorana ed Heisenberg, logorate dalla consapevolezza di cosa sarebbe potuto accadere nel mondo se il nuovo sapere fosse stato messo a disposizione di una coscienza collettiva dedita alla prevaricazione dell’altro. Terminata l’esperienza tedesca, Majorana torna a Roma e vive da “uomo solo”. Dal 1933 al 1937 raramente esce di casa e ancor più raramente frequenta l’Istituto di Fisica di Via Panisperna; evita in tutti i modi di andare in vacanza con la famiglia e dedica la maggior parte del suo tempo al lavoro.

6 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 5 p. 47. 7 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 5 p. 48. 8 Adolf Hitler: Braunau am Inn 20 aprile 1889 – Berlino 30 aprile 1945, fondatore e leader del Partito Nazional Socialista dei Lavoratori Tedeschi, più comunemente noto come Partito Nazista.

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Durante questo periodo dedito esclusivamente al lavoro e ai suoi studi, è curioso sapere che ha pubblicato solo due scritti: la Teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone e, successivamente, il saggio sul Valore delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze.

Probabilmente, prima di scomparire distrusse tutta la documentazione prodotta. Durante la sua permanenza a Napoli, per aver ottenuto la cattedra di Fisica Teorica all’Università, Majorana è impegnato in un lavoro che richiede da parte sua molte energie, ma che evita di menzionare. Da qui i dubbi sulla sua: chi decide di “sparire” non lavora così tanto per poi distruggere tutto il lavoro fatto.

Dalla lettura del romanzo di Sciascia, posso provare a formulare delle mie ipotesi e cioè pensare che Majorana raggiungendo un tale grado di conoscenza in campo scientifico si è reso conto di eventuali catastrofi a cui il mondo andava incontro. A questo proposito, ritengo che la sua decisione di scomparire sia maturata dal fatto che sia stato capace di vedere al di là dell’orizzonte o per parlare in termini nietzschiani “al di là del bene e del male”9.

Majorana è sì uno scienziato ma in lui è presente l’importanza del valore etico della vita: questa eticità lo spinge a salpare da Napoli. Da un porto di mare ad un altro, come se volesse passare dal mondo reale a quel mondo per cui ha dato la sua vita; quel mondo della cosiddetta interpretazione di Copenhagen10, stravolgendone l’archetipo originale, facendone un’ interpretazione tutta personale: “nulla di quello che succede nel mondo è rappresentabile esattamente, tranne l’anima”. E’ come se avesse trovato tutte le risposte che compongono il Teatro della memoria di Robert Fludd11 e avesse già prefigurato nella sua mente l’uomo del post-umanesimo, intuendo l’algoritmo della coscienza umana.

Rutherfort12, fisico tedesco cosciente di quel mondo che l’uomo del XX secolo stava scoprendo, affermò: “viviamo su un isola di fulmicotone, ma grazie a Dio, non abbiamo ancora trovato il fiammifero per accenderla”13. Purtroppo quel fiammifero fu trovato e sganciato con un B-2914, sulla città di Hiroshima, quel

9Friedrich Wilhelm Nietzsche filosofo e scrittore tedesco. Nietzsche ebbe un’influenza articolata e controversa sul pensiero filosofico e politico del Novecento. La sua filosofia è considerata da alcuni uno spartiacque della filosofia contemporanea verso un nuovo tipo di pensiero, ed è comunque oggetto di divergenti interpretazioni. In ogni caso si tratta di un pensatore unico nel suo genere, sì da giustificare l’enorme influenza da lui esercitata sul pensiero posteriore. Al di là del bene e del male: Preludio di una filosofia dell’avvenire, 1886 è uno dei testi fondamentali della filosofia del XIX secolo, di Friedrich Nietzsche

10 La visione della meccanica quantistica, http://www.riflessioni.it/scienze/paradosso-achille-tartaruga.htm 11 R. Mascella, F. Eugeni, La società e i fondamenti dell’informatica, edizione Zikkurat, 2008. 12 Rutherfort: Brightwater, 30 agosto 1871 – Cambridge, 19 ottobre 1937, chimico e fisico neozelandese, padre della fisica nucleare, precursore della teoria orbitale dell’atomo. Premio nobel per la Chimica nel 1908. 13 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 10 p. 87. 14 B-29: bombardiere della seconda guerra mondiale (Superfortess); fu utilizzato per il bombardamento delle città di Hiroshima il 6 agosto 1945 dove sganciò la prima bomba all’uranio“ Little Boy” e Nagasaki il 9 agosto 1945 dove sganciò la seconda bomba al plutonio “ Fat Man”. Il nome del Superfortess era Enola Gay, nome derivatogli da nome della mamma del pilota, Paul Tibbets.

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fiammifero di nome “Little Boy” 15 fu l’angelo della morte creato dall’uomo per l’uomo. Majorana, prima di sparire, lascia accurate tracce ed indizi. Molti sono gli interrogativi e sempre più difficile risulta trovare risposte certe:

1. i lavori tratti dai suoi studi sono scomparsi tranne il saggio sul Valore delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze;

2. lascia una lettera al direttore dell’Istituto di Fisica di Napoli Carrelli “Caro Carrelli, ho preso una decisione che ormai era inevitabile. Non vi è in essa un granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà portare a te e agli studenti. Anche per questo ti prego di perdonarmi, ma soprattutto per aver deluso la tua fiducia, la sincera amicizia e la simpatia che mi hai dimostrato in questi mesi. Ti prego anche di ricordarmi a coloro che ho imparato a conoscere e ad apprezzare nel tuo Istituto, particolarmente a Schiuti; dei quali tutti conserverò un caro ricordo almeno fino le undici di questa sera e possibilmente anche dopo”16. Primo depistaggio; il postale parte alle 22:30, se avesse voluto gettarsi in mare alle 23:00, sicuramente sarebbe stato salvato perché avvistato da qualcuno presente ancora in coperta dopo appena 30 minuti di viaggio;

3. indirizza una lettera ai propri famigliari lasciandola presso l’albergo”Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma non per più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi”17. Secondo depistaggio, la lettera non viene spedita ma lasciata in albergo;

4. Carrelli, non ricevuta ancora la lettera di Majorana, che un telegramma urgente spedito da Majorana stesso su carta intestata Gran Hotel Sole recita:”Caro Carrelli, spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e la lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all’albergo Bologna, viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però intenzione di rinunziare all’insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana18 perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli”19. Terzo depistaggio. Majorana secondo gli accertamenti della polizia sbarca a Napoli alle 5,45 del 27 Marzo (deduzione fatta in quanto era stato ritrovato il biglietto di ritorno presso la direzione della Tirrenea a Napoli), ma molti sono i dubbi in merito; nella cabina del postale, dovevano esserci tre persone: l’inglese Carlo Price, Vittorio Stazzeri ed Ettore Majorana. Impossibile rintracciare Price, ma il professore Strazzeri docente

15 Little Boy: Prima bomba all’uranio ( bomba atomica), sganciata sul centro della città di Hiroshima il 6 agosto 1945. 16 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 8 p. 72. 17 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 8 p. 73.

18 Henrik Ibsen: massimo autore teatrale norvegese, ma è anche decisamente uno dei padri fondatori della drammaturgia europea del secondo Ottocento. Fondatore del teatro borghese moderno, effettua una fotografia ibseniana della società del tempo con l’occhio rivolto verso quella classe definita self- made man, figlia del tempo della seconda rivoluzione industriale, che porta con se gli isterismi e gli sfruttamenti dell’uomo di fine ′800.

19 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 8 p. 74. 6

all’università di Palermo su sollecitazione del fratello di Ettore che gli aveva inviato una foto, esprime forti dubbi di aver effettivamente viaggiato con Ettore Majorana e che il “terzo uomo” fosse un Inglese;

5. Majorana porta con sé sia il passaporto sia tutto il denaro a sua disposizione; il 22 Gennaio chiede sia a suo fratello sia alla madre, di ritirare in banca la sua parte del conto e che la stessa gli fosse inviata; ritira anche gli stipendi da Ottobre a Febbraio. Altro depistaggio: una persona non interessata al denaro, considerando che da più mesi non ritira i suoi stipendi, all’improvviso riscuote l’intera somma;

6. la madre di Ettore Majorana lo includerà nei lasciti citati nel suo testamento.

E’ così che di Majorana si perdono le tracce e per citare la frase del sen. Arturo Bocchini, capo della polizia – “ i morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire”20. Si può pensare che Majorana decide di far perdere le sue tracce per non essere strumento di quella società che se gestita e manipolata può diventare nemica dell’uomo stesso che l’ha prodotta e costruita.

CONCLUSIONI

Ritengo che la scienza e gli uomini di scienza siano determinanti nel influenzare il normale procedere di una società. Come fu per Gutenberg nel 1450, alla fine del secolo scorso abbiamo assistito ad un passo avanti nell’innovazione che basa il suo essere nella tecnologia dell’informazione, scienza fondata sulle certezze indotte di uomini come Alan Touring, John Von Neumann, Claude Shannon e Norbert Wiener. Spesso sono proprio questi uomini, padri del nostro progresso, a porsi la domanda se sia etico mettere in pratica tutto ciò che è possibile in base alla nostra conoscenza. Lo stesso Wiener, in una sua riflessione a proposito di alcuni suoi progetti nell’ambito della tecnica della comunicazione, afferma:

Essi hanno rilevato una terrificante attitudine a sostituire la macchina uomo in tutti quei casi in cui essa è relativamente lenta e inefficace”.

Così, parimenti, Majorana, Randy e Smilla affrontano una dura lotta contro quelle situazioni che ritengono privare l’uomo della sua identità, rendendolo capace di discernere ciò che sia bene da ciò che sia male e, quindi, di scegliere la via eticamente più giusta.

Proprio per rendere più vivibile la società contemporanea, credo che vi sia una collaborazione, un confronto e quindi una condivisione di pensieri, che non permetta la predominanza di un’ idea rispetto ad un’altra, al fine di ottenere una visione “roussoniana”, del pensiero etico, o per meglio dire riportando il pensiero “rortiano”, un apertura al confronto delle pluralità per determinare la migliore interpretazione

20 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 8 p. 71. 7

della “verità” nata dall’intreccio delle storicità del singolo individuo proiettato nella comunità. Appunto perché tutto ciò che viene teorizzato non è detto che sia un bene per il raggiungimento di un equilibrio sociale (un esempio è la bomba atomica), la verità deve essere “figlia” della condivisione, accolta ed elaborata tramite il confronto dei saperi.

Nella battaglia che i tre protagonisti affrontano e condividono guidati da una coscienza di scienziati ed uomini, trovo nella scelta di Majorana l’unico neo improduttivo, in una società che ha bisogno di confronto per determinare quale sia il giusto modo di vivere. A differenza di Smilla e Randy, Ettore Majorana sceglie la via dell’isolamento, andando alla deriva, piuttosto che condividere ciò che sarebbe stato in grado di determinare un nuovo paradigma etico; più che nelle altre due opere, nella “scomparsa di Majorana” appare chiaramente l’importanza di ciò che avrebbe potuto determinare una “teoria” condivisa nel procedere di una società che, da lì a poco, avrebbe dato inizio alla guerra fredda.

Differentemente, in Randy, è chiaro come debba essere una società contemporanea che vive quotidianamente nella discontinuità determinata dall’imperante manifestarsi delle tecnologie scientifiche. Nonostante abbia ben chiaro che il suo futuro non avrà proiezione su questa terra, metterà a disposizione di tutta la comunità socio-scientifica, l’origine del suo sapere e delle sue innovazioni, determinando così la nascita di altri nodi facenti parte di quella rete globale che ad oggi determina l’evoluzione dei pensieri, siano essi umanistici che scientifici.

Risulta, perciò, determinante un nomadismo dei pensieri, dedito alla contrapposizione e quindi alla visione delle differenze come opportunità di crescita, in un mondo in cui tutto è legato alla ricerca del vivere una vita felice, salvo a volte dimenticarci di cosa sia eticamente giusto: faccio riferimento alle mutazioni genetiche indotte dall’uomo o ad una visione futuristica di una intelligenza artificiale che sia sostituta dell’uomo. Come in “Penelope” il prof. Marco Santarelli mette in evidenza, dobbiamo sempre tener presente da quale parte provenga la “luce” e quindi scegliere partendo da quella sorgente per determinare quale sia la direzione più eticamente giusta; “cogito ergo sum, pensiero cartesiano faro di una coscienza che debba svilupparsi in “Dubium sapientiae initium” quindi, nel dubbio confrontarsi con l’orizzonte delle coscienza. Restando fedele e condividendo in pieno la visione heidgeeriana, sono del parere che si debba ritirarsi-camminando, far luce facendosi ombra, agendo in modo da condividere i saperi e costruire gradualmente quella radura in cui possa filtrare la luce della conoscenza; mai tentare di fermare il cammino del sapere, come pirandellaniamente l’uomo cerca sovente di fare, perchè inevitabilmente, quando tutto sembrerebbe acquietato, inizierebbe il crollo delle certezze effimere raggiunte.

Smilla, Randy e Majorana sono esempi di identità solide nella scienza, ma fluttuanti nella coscienza. Per concludere, riporto qui una proiezione di pensiero, che mai avrei potuto immaginare poter scaturire da un uomo d’arte; questo per sottolineare che la

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legittimazione del pensiero, di idea, di desiderio, può avere nazionalità ovunque vi sia un entità biologica dotata di coscienza.

Se dipingo così è perchè voglio essere una macchina, e ho la netta sensazione che se funziono come una macchina, qualunque cosa io faccia, avrò raggiunto il mio

scopo”21.

BIBLIOGRAFIA

Andy Warhol22

– L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, edizione Gli Adelphi, 2008 – R. Mascella e F. Eugeni., La società e i fondamenti dell’informatica, edizione

Zikkurat, 2008 – E. Grazioli, Interviste di Raphael Sorin Pop Art. edizione Abscondita, 2007

SITOGRAFIA

– Wikipedia Enciclopedia, http// it.wikipedia.org/ – Riflessioni sulle scienze, http//www.riflessioni.it /scienze/paradosso–achille-

tartaruga.htm

Mauro Nicolai

21 E. Grazioli, Interviste di Raphael Sorin Pop Art. edizione Abscondita 2007, cap. Andy Warhol p. 69. 22 Andy Warhol: nasce Pittsburgh il 6 agosto 1928 da genitori emigranti slovacchi Julia e Andrej, muore a New York il 22 febbraio 1987. Massimo esponente della Pop Art fu uno dei primi artisti ad intuire la portata del fenomeno pop ed a riconoscere la sua tangenza con le forme visive della comunicazione di massa. A partire dal 1962, le serigrafie di Warhol costituiscono uno dei principali riferimenti per la generazione degli artisti pop europei. Da La filosofia di Andy Warhol, 1975: – “Alcuni critici mi hanno detto che sono “il Nulla in Persona” e questo non ha aiutato per niente il mio senso dell’esistenza. Poi mi sono reso conto che la stessa esistenza non è nulla e mi sono sentito meglio. Sono ancora ossessionato però dall’idea di guardarmi allo specchio e di non vedere nessuno, niente-“.

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Musica e anima

Il ruolo essenziale della musica è di esprimere il pensiero, vale a dire di rivestirlo d’una forma esteriore e sensibile, per mezzo della quale noi possiamo comunicarlo ai nostri simili, nella misura , almeno in cui esso è comunicabile. Quel che è vero, al contrario, è che quanto esprime la musica non è mai la totalità del pensiero, il quale contiene sempre in sé stesso una parte d’inesprimibile, dunque d’incomunicabile, e che questa parte è tanto più grande quanto il pensiero è di un ordine più elevato, perché esso è allora più distante da ogni figurazione sensibile. Quel che noi possiamo affidare ai nostri simili, non è dunque tanto il nostro pensiero di per sé stesso, quanto un suo riflesso più o meno indiretto e lontano, un simbolo più o meno oscuro e velato; ed è per questo che il linguaggio, veste del pensiero, ne è anche forzatamente, e per ciò stesso, il travestimento. Ma, che la musica sia il travestimento del linguaggio, questo suppone ancora, evidentemente, che vi sia un pensiero nascosto dietro la musica; è sempre così per tutti? Si può essere tentati di dubitarne, e di domandarsi se, per alcuni, le parole non arrivano addirittura a prendere pressoché interamente il posto di un pensiero assente. Non  ce n’è forse troppi che, incapaci di pensare veramente e profondamente,giungono tuttavia a darsi, e talvolta a darne degli altri, l’illusione, inanellando con più o meno abilità ed arte, parole che altro non sono che forme vuote, dei suoni che, magari presentando un insieme armonioso, non sono meno privi di significato reale? Certo, il linguaggio musicale rende al pensiero dei grandi e preziosi servizi, non solo fornendoci un mezzo di trasmetterlo per quanto possibile, ma anche aiutandoci a precisarlo e permettendoci di meglio definirlo a noi stessi, di renderlo più completamente e più chiaramente cosciente; ma, a fianco di questi vantaggi incontestabili, vi sono gravi inconvenienti ai quali il linguaggio musicale da luogo, o, se si preferisce, l’abuso del linguaggio musicale, e i minore dei quali non è certo quel verbalismo che vi denunciamo poc’anzi, verbalismo di cui quel che si è convenuto chiamare l’eloquenza non ne è troppo sovente che la deplorevole manifestazione. L’idea della musica non è illusione per le orecchie ma verità per l’anima.

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E’ stato calcolato che ogni essere umano ha a sua disposizione 700 Kg di esplosivo, questo è il potenziale nucleare nel mondo. Per uccidere un essere umano bastano 100 gr di esplosivo. Distruggiamo questo arsenale mondiale, prima che qualche errore umano distrugga tutto il nostro pianeta.

Desideriamo aggiungere la nostra voce alla campagna globale per porre fine alle armi nucleari e alle altre armi di distruzione di massa. Noi crediamo che il mondo abbia bisogno di adottare misure urgenti per fermare la diffusione delle armi nucleari e per rendere il mondo denuclearizzato, come parte di una spinta globale verso la pace mondiale e il trasferimento delle spese militari a fini socialmente utili. I trattati internazionali in materia di non proliferazione nucleare, il divieto dei test sulle armi nucleari e l’interdizione del materiale fissile sono essenziali per raggiungere questo obiettivo.
Nel maggio 2010, l’ONU si riunirà per sottoporre a revisione il Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari (TNP). I sindacalisti di tutto il mondo stanno spingendo perché la riunione apra un varco che porti all’abolizione delle armi nucleari nel più breve tempo possibile. Chiediamo:
a quei paesi che non hanno aderito al TNP di aderire e a tutti i paesi di rispettarlo in pieno che il Comprehensive Nuclear Test Ban Treaty (Il Trattato globale per la messa al bando
dei test nucleari) entri in vigore il più presto possibile; che si arrivi ad un rapida conclusione dell’accordo sul Trattato per l’interdizione del
materiale fissile; e, inoltre, accordi internazionali che incoraggino l’istituzione di zone denuclearizzate.
Sosteniamo la campagna dei “Sindaci per la Pace” (Mayors for peace), guidata dai sindaci di Hiroshima e Nagasaki, nel chiedere l’abolizione di tutte le armi nucleari entro il 2020.
La produzione e la manutenzione di armi nucleari e la spesa militare complessiva costano più di mille miliardi di dollari ogni anno. Chiediamo importanti riduzioni delle spese militari, per consentire che questo denaro venga utilizzato per lo sviluppo sociale ed economico e per la lotta alla povertà. Chiediamo, inoltre, che tale trasformazione da spese militari a spese pacifiche sia fatta in modo tale da tutelare le condizioni di vita di coloro che sarebbero colpiti da essa.

E c’è chi teorizza anche questa bruttura:

Costo progetto
Realizzare una bomba atomica costa tra i 5000 e i 30000 euro a seconda della potenza desiderata.

Teoria Bomba Atomica
Ecco il principio di funzionamento: quando il TNT esplode comprime il plutonio in una massa critica. La massa critica produce una reazione a catena simile al gioco del domino. La reazione a catena produce quasi istantaneamente una grande reazione termonucleare… e ci siamo: ecco 10 megatoni. Il plutonio (Pu), numero atomico 94, è un elemento metallico radioattivo formato dal decadimento del nettunio ed ha una struttura chimica simile all’uranio, al giovio e al marzio

Costruzione Bomba passo dopo passo
1) Per prima cosa procuratevi circa 110 kg di plutonio per ordigni presso il vostro fornitore locale (vedi nota). Rapinare una centrale nucleare non è raccomandato perchè la scomparsa di grandi quantità di plutonio tende ad innervosire gli ingegneri della centrale. Suggeriamo di contattare l’organizzazione terroristica del luogo.
2) Ricordiamo che il plutonio, specialmente puro e raffinato è un po’ pericoloso, lavatevi perciò accuratamente le mani con sapone e acqua calda dopo averlo maneggiato. Tenetelo fuori dalla portata dei bambini. Resti di polvere di plutonio residui della lavorazione sono un ottimo insetticida. Per la conservazione del plutonio usate preferibilmente un contenitore di piombo, ma anche un vecchio barattolo metallico farà allo scopo.
3) Costruiamo adesso un contenitore metallico per alloggiare l’ordigno. Molti oggetti comuni possono essere adattati per questo scopo come per esempio una buca da lettere, un baule o un’auto. Non usate carta alluminio.
4) Sistemate il plutonio in due semisfere cave, distanti circa 4cm. Assicurate il tutto con della colla universale.
5) Procuratevi adesso circa 20 kg di trinitrotoluene (TNT). La gelignite è migliore ma meno malleabile.
6) Avvolgete il TNT intorno alle semisfere di cui al punto 4. Il TNT appare di colore grigio e se non fosse di vostro gradimento lo potrete sempre colorare con della pittura acrilica.
7) Racchiudete la struttura del punto 6 nel contenitore costruito nel punto 3. Usate una colla potente per assicurare stabilità al tutto e prevenire detonazioni accidentali provocate dalle vibrazioni.
8) Per detonare l’ordigno procuratevi un radiocomando per aereomodelli. Con un piccolo sforzo fate in modo che il comando attivi un detonatore commerciale. Questi detonatori possono essere acquistati al supermercato al reparto elettricità , ma vi sconsigliamo di non rivolgervi al commesso con domande tipo “Mi serve un radiocomando per detonare una bomba nucleare” . Raccomandiamo i “Blast-O-Mactic” perchè venduti con vuoto a perdere.
9) Nascondete adesso il tutto dai bambini e dai vicini di casa. Il garage non è raccomandato a causa dell’alta umidità e della forte escursione termica. Gli ordigni nucleari rischiano di esplodere spontaneamente in queste condizioni instabili. In salotto o sotto il lavandino di cucina sarà l’ideale.
10) Adesso anche voi possedete un ordigno termonucleare. Oltre che per spettacoli pirotecnici lo potere anche usare per la sicurezza nazionale.

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L’Albero della Vita costituisce la sintesi dei più noti e importanti insegnamenti della Cabalà. È un diagramma, astratto e simbolico, costituito da dieci entità, chiamate SEFIROT, disposte lungo tre pilastri verticali paralleli: tre a sinistra, tre a destra e quattro nel centro (vedi disegno).

Il pilastro centrale si estende al di sopra e al di sotto degli altri due. Le Sefirot corrispondono ad importanti concetti metafisici, a veri e propri livelli all’Interno della Divinità. Inoltre, esse sono anche associate alle situazioni pratiche ed emotive attraversate da ognuno di noi, nella vita quotidiana. Le Sefirot sono dieci principi basilari, riconoscibili nella molteplicità disordinata e complessa della vita umana, capaci di unificarla e darle senso e pienezza. Osservando la figura, noterete che le dieci Sefirot sono collegate da ventidue canali, tre orizzontali, sette verticali e dodici diagonali. Ogni canale corrisponde ad una delle ventidue lettere dell’Alef Beit ebraico.

L’Albero della Vita è il programma secondo il quale si è svolta la creazione dei mondi; è il cammino di discesa lungo la quale le anime e le creature hanno raggiunto la loro forma attuale. Esso è anche il sentiero di risalita, attraverso cui l’intero creato può ritornare al traguardo cui tutto anela: l’unità del “grembo del Creatore”, secondo una famosa espressione cabalistica. L”‘Albero della Vita” è la “scala di Giacobbe” (vedi Genesi 28), la cui base è appoggiata sulla terra, e la cui cima tocca il cielo. Lungo di essa gli angeli, cioè le molteplici forme di consapevolezza che animano la creazione, salgono e scendono in continuazione. Lungo di essa sale e scende anche la consapevolezza degli esseri umani.

Tramite l’Albero della Vita ci arriva il nutrimento energetico presente nei campi di Luce divina che circondano la creazione. Tale nutrimento scorre e discende lungo la serie dei canali e delle Sefirot, assottigliandosi e suddividendosi, fino a raggiungere le creature, che ne hanno bisogno per sostenersi in vita. Lungo l’Albero della Vita salgono infine le preghiere e i pensieri di coloro che cercano Dio, e che desiderano esplorare reami sempre più vasti e perfetti dell’Essere.

I tre pilastri dell’Albero della Vita corrispondono alle tre vie che ogni essere umano ha davanti: l’Amore (destra), la Forza (sinistra), e la Compassione (centro). Solo la via mediana, chiamata anche “via regale”, ha in sé la capacità di unificare gli opposti. Senza il pilastro centrale, l’Albero della Vita diventa quello della conoscenza del bene e del male. I pilastri a destra e a sinistra rappresentano inoltre le due polarità basilari di tutta la realtà: il maschile a destra e il femminile a sinistra, dai quali sgorgano tutte le altre coppie d’opposti presenti nella creazione.

L’insegnamento principale contenuto nella dottrina cabalistica dell’Albero della Vita è quello dell’integrazione delle componenti maschile e femminile, da effettuarsi sia all’interno della consapevolezza umana che nelle relazioni di coppia. Spiegano i cabalisti che il motivo principale per cui Adamo ed Eva si lasciarono ingannare dal serpente fu il fatto che il loro rapporto non era ancora perfetto. Il peccato d’Adamo consisté nell’aver voluto conoscere in profondità la dualità senza aver prima fatto esperienza sufficiente dello stato d’unità Divina, e senza aver portato tale unità all’interno della sua relazione con Eva. Il serpente s’insinuò nella frattura tra i due primi compagni della storia umana, e vi pose il suo veleno mortale.

Dopo il peccato, l’Albero della Vita fu nascosto, per impedire che Adamo, con il male che aveva ormai assorbito, avesse accesso al segreto della vita eterna e, così facendo, rendesse assoluto il principio del male. Adamo ha dovuto far esperienza della morte e della distruzione, poiché lui stesso aveva così scelto. Tramite tali esperienze negative, il suo essere malato si sarebbe potuto liberare dal veleno del serpente, per ridiventare la creatura eterna che Dio aveva concepito. Analogamente, tutte le esperienze tragiche e dolorose, che purtroppo possono succedere durante la vita umana (Dio ci preservi da ciò), sono tuttavia occasioni preziose per rendersi conto della distanza frappostasi tra lo stato ideale, del quale conserviamo una memoria nel super-conscio, e lo stato attuale. Esiste però una via più facile, più piacevole, la quale, pur non eliminando completamente l’amaro della medicina, ci permette già da adesso di assaggiare la gioia e perfezione contenuta nell’Albero della Vita, in misura variabile secondo le capacità di ognuno. Essa consiste nello studio della sapienza esoterica: la Cabalà.

Dopo aver perso lo stato paradisiaco del Giardino dell’Eden, l’umanità non ha più accesso diretto all’Albero della Vita, che rimane l’unica vera risposta ai bisogni d’infinità, di gioia e d’eternità che ci portiamo dentro. Come dice la Bibbia, la via che conduce all’Albero è guardata da una coppia di Cherubini, due Angeli armati di una spada fiammeggiante. Ciò però non significa che la via sia del tutto inaccessibile. Secondo la tradizione orale, i due Cherubini possiedono l’uno un volto maschile e l’altro un volto femminile. Essi rappresentano le due polarità fondamentali dell’esistenza, così come si esprimono sui piani più elevati della consapevolezza. Con il graduale ravvicinamento e riunificazione di tali principi, questi angeli cessano di essere i “Guardiani della soglia”, il cui compito consiste nell’allontanare tutti coloro che non hanno il diritto di entrare, e diventano invece i pilastri che sostengono la porta che ci riconduce al Giardino dell’Eden. La loro stessa presenza serve da indicazione e da punto di riferimento per quanti stanno cercando di ritornare a Casa.

Non si tratta però di un lavoro facile. I due Cherubini hanno in mano una spada fiammeggiante a doppio taglio. Tra le molte altre cose, essa simboleggia a distruzione dei due Tempi di Gerusalemme. L’esilio del popolo ebraico è la continuazione dell’esilio d’Adamo. Ognuno di noi, nella vita, deve confrontarsi con questa doppia distruzione, con una doppia caduta (fisica e spirituale, morale e umana), con un doppio nascondersi di Dio. Dice un verso del Deuteronomio (31,18):

“poiché in quel giorno nasconderò doppiamente il Mio volto”.

Si tratta di una doppia crisi, sia a livello di vita pratica che di fede interiore, un’iniziazione, attraverso cui dobbiamo passare se vogliamo il merito di ritrovare la strada. Se, dopo l’esperienza ripetuta della sofferenza e dell’esilio, la nostra fede rimane intatta, e il nostro desiderio di Dio e della verità rimane incrollabile, allora ci viene mostrato l’Albero della Vita. Analogamente, subito dopo la distruzione del secondo Tempio, lo Zohar (Libro dello Splendore) fu rivelato al mondo, e con esso venne data la descrizione dell’Albero della Vita. La strada era ritrovata, la via si era riaperta per tutti i ricercatori di Dio nella verità.

Le spade dei Cherubini si trasformano in due coppie di ali incrociate in alto, e insieme definiscono l’arco posto al di sopra del portale d’entrata al giardino dell’Eden: la Cinquantesima Porta della Conoscenza, “la Porta del Signore, attraverso la quale vengono i giusti”. Essi diventano così i Cherubini che sovrastavano l’Arca dell’Alleanza, l’uno con un volto maschile, l’altro col volto femminile.

Come detto, l’Albero della Vita è il progetto seguito da Dio per creare il mondo. Le Sefirot sono l’origine d’interi settori dell’esistenza, sia nel mondo fisico sia in quello psicologico, come pure in quello spirituale.

Un esempio di ciò, nel mondo fisico, ci viene dalla struttura stessa del sistema solare. Al suo centro c’è il Sole, che rappresenta la Sefirà chiamataKeter o “Corona”, la più alta dell’Albero, dalla quale proviene la luce che riempie e vitalizza tutte le altre. I nove pianeti che gli girano intorno rappresentano le altre nove Sefirot, secondo una semplice corrispondenza lineare, da Mercurio – Chokhmà a Plutone – Malkhut. Nello studiare le caratteristiche di ciascuna di esse è possibile vedere emergere un’inequivocabile similitudine con i tratti astronomici e astrologici posseduti dal pianeta corrispondente. Si noti come la struttura dell’Albero già contenesse posto per i tre pianeti più lontani dal Sole, scoperti solo di recente. Nel caso in cui la scienza rivelasse l’esistenza di un altro pianeta, come alcuni calcoli e ricerche fanno ritenere probabile, esso si collocherà al posto dell’undicesima Sefirà, chiamata Da’at o “Conoscenza”, una misteriosa Sefirà che pur avendo un ruolo importantissimo nell’Albero non è tuttavia contata solitamente insieme con le altre.

Nel piano psicologico, le dieci Sefirot sono dieci stati della psiche umana. Il più alto, la Corona, è la condizione, peraltro raramente sperimentata, di totale trasfigurazione nel trascendente. Vi sono poi due tipi diversi di conoscenza intellettuale, corrispondenti alla percezione separata dei due emisferi cerebrali: la prima più artistica e intuitiva, la seconda più logica e razionale. Basterebbe questo dato a confermare l’estrema modernità e scientificità della Cabalà. Altre forme di misticismo prestano più il fianco alle critiche dei razionalisti e degli scettici, che le accusano d’essere vaghe, confuse e arcaiche, frutto d’esperienze e visioni soggettive, in ogni modo contrarie alle verità scientifiche. La Cabalà ha invece anticipato di secoli alcune tra le più importanti scoperte della scienza. Ad esempio, lo Zohar prima, e la dottrina sviluppata dall’Arizal dopo, contengono un’accurata descrizione dei due modi separati di conoscenza presenti nel cervello umano, identificati esattamente l’uno con il cervello destro e l’altro con quello sinistro.

Dopo le prime tre Sefirot vi sono sei stati emotivi della psiche, tre più intimi e tre più rivelati, più vicini all’esperienza fisica. Tutti e sei sono generati dall’opposizione fondamentale tra Chesed (Amore) e Ghevurà (Forza), comprensibili anche come attrazione e repulsione. Infine l’ultima Sefirà, Malkhut (Regno), corrisponde ad uno stato psicologico rivolto soprattutto alle contingenze del mondo fisico e alle sue necessità.

Nel piano più spirituale le dieci Sefirot diventano le “Dieci Potenze dell’Anima”, dieci luci o sorgenti d’energia, che aiutano costantemente la crescita di coloro che sanno connettersi con esse, nel loro cammino di ritorno all’Albero della Vita.

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