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3. IL SAPERE MUSICALE DEGLI INSEGNANTI

*Ricercatrice in Musicologia, docente di Met. dell’educazione musicale – Università di Bologna

In questo articolo saranno presentati alcuni risultati di un progetto di ricerca con- dotto presso l’Università di Bologna sul sapere musicale degli insegnanti in servizio e in corso di formazione. In particolare verrà illustrata l’indagine empirica condotta con gli studenti universitari dei corsi di laurea in Scienze della Formazione primaria e di Educatore di Nido e di Comunità infantile, gli studenti cioè che diventeranno i futuri insegnanti degli asili nido, della scuole dell’infanzia e della scuola primaria.

Il progetto rappresenta il contributo italiano al network europeo EuroTEAM, composto da circa 10 paesi europei, la cui finalità è quella di sviluppare un modello europeo di formazione degli insegnanti di musica che individui le competenze e integri le identità, le storie e le specifiche qualità di ciascun paese partner e delle differenti tradizioni di ciascuna istituzione. L’EuroTEAM ha partecipato con un proprio symposium alla 9th International Conference of Music Perception and Cognition, l’evento internazionale che raccoglie ogni due anni i massimi esperti nel campo della psicologia e delle scienze cognitive musicali e che quest’anno si è tenuto a Bologna dal 22 al 26 agosto 2006. Nel symposium sono stati presentati i risultati dei progetti finora realizzati in Svezia, Gran Bretagna, Austria, Polonia e Italia (in Baroni et Al. 2006).

L’articolo è sintesi della relazione italiana (Addessi, Carugati, Selleri, Baroni 2006)24.

I saperi ‘impliciti’ e la formazione degli insegnanti di musica

Il progetto di ricerca nasce all’interno dei corsi di Metodologia dell’Educazione musicale tenuti presso la Facoltà di Scienze della Formazione di Bologna, e si basa sull’osservazione che i saperi ‘impliciti’ e ‘taciti’ sulla musica (Olsson 1997, 2006) pos- seduti dagli studenti sembrano influenzare il loro concetto di educazione musicale e il loro modo di intendere il proprio futuro ruolo professionale.

La necessità di delineare un profilo professionale dell’insegnante della scuola pri- maria (Emiliani, Addessi 2002, Addessi 2005) ci ha condotto ad approfondire il modo in cui gli stessi insegnanti, e nel nostro specifico caso, gli studenti che frequentano un corso di laurea per diventare insegnanti, pensano la musica e l’educazione musicale, qual è, cioè, il concetto di musica e di educazione musicale, implicito o esplicito, da es- si posseduto.

Le domande, quindi, che sono alla base del nostro progetto sono le seguenti: qual è il tipo di sapere musicale posseduto dagli studenti che si accingono a diventare inse- gnanti di musica? Qual è il concetto di musica e di educazione musicale implicito da

24 Si ringrazia il Dott. Carlo Tomasetto per l’elaborazione dei grafici.28

PARTE I – DIDATTICA DELLA MUSICA E FORMAZIONE

essi posseduto? Come questi concetti interagiscono tra loro? Che rapporto intercorre tra le concezioni implicite di ‘musica’, ‘musicalità’, ‘bambino musicale’ possedute dagli studenti ed il concetto e la pratica dell’educazione musicale? L’ipotesi generale che guida il nostro progetto di ricerca è che le concezioni implicite, o ‘ingenue’ della musi- ca, funzionano come valori sociali musicali (Baroni 1993, Bourdieu 1983) e come ‘rappresentazioni sociali’ che influenzano le pratiche dell’insegnamento e dell’educa- zione musicale (Addessi 2004).

Gli studi sul sapere musicale degli insegnanti di musica si sono basati su teorie e metodi provenienti in genere da campi disciplinari differenti, in particolare dalla teoria del costrutto personale (Olsson 1997), dalle teorie sull’identità professionale (Bouji 1998; Ferrari 1994; Hargreaves ed altri 2003), dalla teoria socio-costruzionista (Hallam & Shaw 2002), e negli ultimi anni dalle teorie epistemologiche basate sull’analisi del di- scorso (Kruger 1998, Lindgren 2005).

Noi abbiamo deciso di studiare questo problema alla luce e con gli strumenti teori- ci e metodologici forniti dalla teoria delle rappresentazioni sociali, una teoria socio- cognitiva dello sviluppo della conoscenza e del sapere umano, nata in Francia (Mo- scovici 1981).

Il sapere musicale come rappresentazione sociale

L’ipotesi alla base del nostro progetto è che il ‘sapere musicale’ possa essere studia- to in quanto costrutto sociale e psicologico così come descritto dalla teoria delle rap- presentazioni sociali (Moscovici 1981; Mugny-Carugati 1989, Emiliani 1995). Lo sco- po principale è studiare l’effetto delle rappresentazioni sociali della musica sugli inse- gnanti ed in particolare sugli studenti che studiano per diventare insegnanti di musica. La teoria delle rappresentazioni sociali è stata elaborata dal sociologo francese Serge Moscovici (1981). Il nostro progetto si riferisce in particolare alla ricerca effettuata in Italia e in Svizzera da Mugny & Carugati (1989), i quali hanno studiato le rappresenta- zioni sociali dell’intelligenza possedute dai genitori e dagli insegnanti, ed hanno defini- to le rappresentazioni sociali come “atteggiamenti ordinari e quotidiani, che sono spes- so meno naïf di quanto appaiano” (p. IX).

L’indagine empirica sulle rappresentazioni musicali degli studenti

Abbiamo scelto di focalizzare la ricerca sui seguenti campi di indagine: musica, musicalità, il bambino musicale, l’insegnante di musica e l’educazione musicale. Gli obiettivi principali della ricerca sono quelli di descrivere le rappresentazioni che di questi concetti hanno gli studenti, osservare le possibili correlazioni tra questi concetti e le teorie implicite che li sostengono, studiare come e dove si formano e osservarne i cambiamenti, in particolare i cambiamenti che intervengono durante il periodo di formazione universitaria. L’indagine con gli insegnanti in servizio ha lo scopo di stu- diare in che modo le pratiche didattiche sono correlate ai saperi musicali impliciti pos- seduti dagli stessi insegnanti.

IL SAPERE MUSICALE DEGLI INSEGNANTI

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Metodo

Un questionario aperto è stato somministrato agli studenti all’inizio e alla fine dei corsi di Metodologia dell’Educazione musicale e di Educazione al Sonoro delle Uni- versità di Bologna e di Modena e Reggio Emilia, durante gli anni accademici che van- no dal 2002-03 al 2005-06. Sono stati raccolti 912 questionari. Agli studenti veniva chiesto di completare alcune frasi (“La musica è…”; “La musicalità è…”) e di rispon- dere ad alcune domande relative al bambino musicale, alla musicalità degli adulti e dei bambini, alle competenze dell’insegnante che insegna musica, alle finalità dell’educa- zione musicale nella scuola di base.

Analisi dei dati

Abbiamo classificato le risposte in categorie differenti. In particolare abbiamo ana- lizzato alcuni prototipi posseduti dagli studenti riguardo ai concetti di ‘bambino musi- cale’ e di ‘insegnante di musica’. Successivamente è stata effettuata un’analisi della fre- quenza delle parole e un’analisi della corrispondenza multipla per mezzo di un softwa- re specifico. L’analisi della corrispondenza multipla è stata effettuata per analizzare la co-occorrenza delle parole.

Risultati

I risultati finora ottenuti permettono di individuare e analizzare alcuni ‘campi se- mantici’ delle rappresentazioni sociali della musica possedute dai nostri studenti. In Addessi (2004), abbiamo mostrato alcuni prototipi di ‘bambino musicale’ e di ‘inse- gnante di musica’ posseduti dagli studenti e come essi siano particolarmente articolati e complessi. In questo articolo saranno mostrati i risultati e i grafici ottenuti dall’analisi della corrispondenza multipla, che permette di osservare la co-occorrenza delle parole presenti nelle risposte degli studenti. Nei grafici è possibile osservare il grado di co- occorrenza mediante la vicinanza/lontananza tra le parole, e quindi la relazione di queste parole con alcune variabili controllate che sono indicate con delle sigle in maiu- scolo il cui significato è spiegato nelle legende.

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PARTE I – DIDATTICA DELLA MUSICA E FORMAZIONE

“La musica è…”

GRAFICO n. 1: “La musica è…

Addessi, Carugati, Selleri, Baroni 2006

LLegenda

CHYes = Il bambino musicale esiste CHNo = Il bambino musicale non esiste

CH+Yes: il bambino più musicale esiste CH+No: il bambino più musicale non esiste

≠Yes = la musicalità dei bambini è differente da quella degli adulti ≠No = la musicalità dei bambini non è different da quella degli adulti

e

In questo grafico possiamo osservare le diverse aree nelle quali si collocano le pa- role usate dagli studenti per completare la frase “la musica è…”. Nel centro troviamo le parole utilizzate da tutti gli studenti: armonia, insieme, comunicare, mezzo, forma, emozioni, arte. La definizione di musica comune a tutti gli studenti sembra quindi ca- ratterizzata da una serie di termini che rinviano ad un insieme armonico di elementi (armonia, insieme, forma), utilizzati a fini comunicativi (comunicare), in particolare per comunicare emozioni (emozioni), in una dimensione estetica (arte). Se osserviamo l’asse delle ordinate nella parte di sinistra troviamo le parole che sottolineano la fun- zione comunicativa della musica: comunicare, espressione, linguaggio; a destra invece troviamo le parole che definiscono la musica con categorie analitiche e strutturali: ar- monia, melodia, note, ritmo. Possiamo osservare che la concezione comunicativa della musica (quella che appare a sinistra) è posseduta dagli studenti che affermano che non c’è differenza fra la musicalità dei bambini e la musicalità degli adulti (≠No), e che non esistono bambini musicali (CHNo), né bambini più musicali di altri (CH+No). Invece la concezione strutturale (lato destro) è posseduta dagli studenti che affermano che e- sistono bambini più musicali di altri (CH+Yes). Questo risultato è particolarmente in- teressante perché indica che il concetto di ‘bambino musicale’ posseduto dagli studenti che hanno partecipato all’indagine è basato sul concetto di abilità musicale e meno su quello di espressività musicale: in poche parole il ‘bambino musicale’ sarebbe il bam- bino che mostra di possedere particolari abilità tecniche nel cantare, suonare, e non quello che sa esprimersi e comunicare attraverso il suono e la musica. In questo grafi-

IL SAPERE MUSICALE DEGLI INSEGNANTI

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co osserviamo anche l’assenza di parole che rinviano alla dimensione storica e sociale della musica. Il concetto di musica posseduto da questi studenti sembra quindi essere connotato più dalla dimensione psicologica che da quella sociologica e storica. Per concludere l’analisi di questo primo grafico, osserviamo la presenza di una zona collo- cata nella parte inferiore a destra (cerchio verde), dove troviamo due parole: melodia e vita. La dimensione psicologica presente nelle altre aree sembra essere qui sostituita da una dimensione biologica e naturalistica della musica, nella quale la melodia assume una funzione trainante, così come, infatti, avviene in alcuni generi musicali molto familiari agli studenti, quali la new age.

“La musicalità è…”

Nel grafico 2 sono riportate le parole usate dagli studenti per completare la frase “la musicalità è…”. Nella zona centrale leggiamo le seguenti parole: melodia, musica, suono, orecchi, ascolto, essere capace di, persona. È interessante notare la prevalenza di parole che connotano l’esperienza dell’ascolto, rispetto a quella della produzione, probabilmente perché l’ascolto è l’esperienza musicale più familiare agli studenti di Scienze della Formazione che sono per la maggior parte non musicisti. Osserviamo quindi due aree: nella parte inferiore a sinistra, nel cerchio blu, troviamo le parole pre- disposizione, attitudine, ritmo, seguire, musicale. Gli studenti che sono disposti in questa zona hanno risposto che esistono bambini più musicali di altri (CH+Yes). Per questi studenti quindi la musicalità sembrerebbe essere un’attitudine e una predisposi- zione. In alto a sinistra, nel cerchio verde, troviamo le seguenti parole: chiunque, quali-

Grafico n. 2: “La musicalità è….”

Addessi, Carugati, Selleri, Baroni 2006

LLegenda

␣␣␣ CHYes = Il bambino musicale esiste ␣ CHNo = Il bambino

musicale non esiste

␣ CH+Yes: il bambino più musicale esiste ␣ CH+No: il bambino

più musicale non esiste

␣ ≠Yes = la musicalità dei bambini è

differente da quella

degli adulti ␣ ≠No = la musicalità

dei bambini non è differente da qeulla degli adulti

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PARTE I – DIDATTICA DELLA MUSICA E FORMAZIONE

tà, musicalità, riconoscere, produrre. Troviamo qui gli studenti che hanno affermato che non esistono bambini più musicali di altri (CH+No). Per questi studenti quindi sembra dominare una dimensione individuale della musicalità, secondo la quale ogni bambino possiede una propria musicalità.

Le caratteristiche del bambino musicale, nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria

Il grafico 3 mostra le risposte degli studenti che hanno risposto positivamente alla domanda “A suo parere la musicalità dei bambini ha qualità diverse da quella degli a- dulti?”. A questi studenti è stato quindi chiesto di “descrivere le caratteristiche della musicalità del bambino”, facendo distinzione tra i bambini della scuola dell’infanzia e i bambini della scuola primaria. Nella parte sinistra del grafico, contrassegnata dal cer- chio blu, troviamo alcune parole che definiscono le caratteristiche del bambino musi- cale in maniera disciplinare, con termini cioè tecnici quali strumento, cantando, ascol- tare, canzoni, musica. Troviamo in questa zona i bambini della scuola primaria (CHPrim). Nella zona contrassegnata dal cerchio verde la musicalità del bambino è de- finita da parole quali corpo, movimento, spontaneo: qui sono collocati i bambini della scuola dell’infanzia (CHKin). Emerge dunque un prototipo, non sempre esplicitato e razionalizzato, secondo il quale i bambini della scuola dell’infanzia esprimerebbero la propria musicalità attraverso il corpo e il movimento, mentre quelli della scuola prima- ria attraverso delle abilità di tipo disciplinare specifico.

Grafico n. 3: “Quali sono le caratteristiche del bambino musicale?”

LLegenda

␣␣ CHKin= bambini della scuola del’infanzia ␣␣ CHPri= bambini della scuola

primaria

AAddessi, Carugati, Selleri, Baroni 2006

IL SAPERE MUSICALE DEGLI INSEGNANTI

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Quali competenze deve possedere un insegnante di base che insegna musica?

L’ultimo grafico mostra le risposte riguardo alle competenze che gli insegnanti del- la scuola di base dovrebbero possedere per insegnare musica. Troviamo qui una pola- rità significativa fra le competenze che gli studenti attribuiscono agli insegnanti della scuola primaria e quelle che essi attribuiscono agli insegnanti della scuola dell’infanzia. A sinistra sono raccolte le parole che denotano competenze musicali disciplinari e tec- niche: suonare, pentagramma, strumento, note, essere capaci di. In questa area sono collocati gli insegnanti della scuola primaria (TPri). A destra invece abbiamo le parole: bambino, attività, per mezzo di, bambini, abilità, ascolto, sapere, coinvolgere; osser- viamo una prevalenza di parole che denotano competenze educative e pedagogiche generali. In questa area sono collocati gli insegnanti della scuola dell’infanzia (TKin). I dati di questo grafico, insieme a quelli mostrati nel grafico n. 3, sembrano riflettere il modello di apprendimento/insegnamento più diffuso in Italia, osservabile anche nei programmi e negli orientamenti ministeriali, che vede nella scuola dell’infanzia un mo- dello educativo di tipo globale ed espressivo, secondo una prospettiva costruzionista vygotskiana dello sviluppo dell’apprendimento, e che attribuisce invece alla scuola primaria il compito di dare inizio alla formazione disciplinare del bambino.

Conclusioni

In questo articolo ho presentato il metodo ed alcuni risultati di un progetto di ri- cerca condotto all’Università di Bologna sulla formazione degli insegnanti di musica.

Grafico n.4: “Quali dovrebbero essere le competenze di un insegnante che insegna musica ?”

LLegenda

␣␣ TKin = insegnanti

della scuola

dell’infanzia ␣␣ TPri =

insegnanti della scuola primaria

AAddessi, Carugati, Selleri, Baroni 2006

34

PARTE I – DIDATTICA DELLA MUSICA E FORMAZIONE

Il nostro scopo è studiare i saperi impliciti e taciti sulla musica posseduti dagli stu- denti che seguono i corsi di Educazione musicale ed analizzare come la loro cono- scenza di musica cambia durante il percorso di studi universitari. Pensiamo che la teo- ria delle rappresentazioni sociali dia degli strumenti teorici e metodologici utili ed effi- caci per studiare questo problema. I risultati finora ottenuti ci mostrano che il modo in cui concepiamo la musica, la musicalità, e il bambino ‘musicale’, determina anche il nostro modo di intendere l’educazione musicale e di fare educazione musicale.

La prima parte della nostra ricerca ha riguardato l’individuazione e l’analisi del ‘campo semantico’ delle rappresentazioni sociali della musica possedute dai nostri stu- denti. I risultati analizzati finora mostrano la ricchezza del vocabolario e dell’uso delle parole, in relazione ai concetti di ‘musica’ e di ‘musicalità’ e ai prototipi del ‘bambino’ e dell’’insegnante di musica’. Stiamo ora analizzando i questionari compilati al termine dei corsi, per valutare se durante le attività universitarie sono intervenuti dei cambia- menti e dei ‘punti di svolta’. Uno degli obiettivi del progetto è quello di definire un curricolo di formazione musicale universitaria che tenga conto dei saperi musicali im- pliciti ed espliciti posseduti dagli studenti, in relazione al profilo professionale promos- so da ciascun corso di laurea. Crediamo che l’esplicitazione e l’analisi delle proprie rappresentazioni sociali sulla musica dia agli studenti ed insegnanti una maggiore con- sapevolezza del proprio ruolo professionale. Parafrasando il concetto di Schön sul ‘professionista riflessivo’ (1983), vorremmo usare il termine di ‘insegnante di musica professionista riflessivo’, per indicare quegli studenti ed insegnanti che sviluppano un sapere musicale e delle competenze professionali, riflettendo ed operando allo stesso tempo, in un continuo processo a spirale tra teoria e pratica.

Una riflessione sui curricoli di musica e sullo stato dell’arte dell’educazione musica- le nella scuola dell’infanzia e primaria, non può esimersi dal porsi la domanda relativa alla formazione e al sapere musicale degli insegnanti, alle modalità attraverso le quali questi saperi prendono forma, si sviluppano, interagiscono con le realtà scolastiche, locali e nazionali, e con gli altri soggetti coinvolti, dai bambini ai genitori. Il problema della formazione musicale degli insegnanti della scuola primaria è un argomento am- piamente dibattuto, ed è spesso accompagnato da un taciuto senso di impotenza di fronte al vuoto ‘musicale’ che continuiamo ad avere in Italia nella formazione di base. Un’indagine, quale quella qui sinteticamente presentata, rappresenta un contributo ne- cessario per delineare un quadro profondo del sapere musicale e pedagogico degli stu- denti e degli insegnanti, e contribuisce a creare le basi all’elaborazione di curricoli for- mativi e di profili professionali specifici, nei quali possano essere formulate in maniera appropriata le competenze di base e tecnico-professionali che un insegnante di base dovrebbe possedere per l’insegnamento della musica.

Alla luce dei risultati ottenuti il progetto prevede la somministrazione del questio- nario agli insegnanti in servizio. Alla data di pubblicazione del contributo l’indagine si sta svolgendo nei nidi delle province di Bologna e di Ferrara. È in previsione un’indagine comparativa mediante la somministrazione del questionario negli altri pae- si europei aderenti al network EuroTEAM.

IL SAPERE MUSICALE DEGLI INSEGNANTI

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Bibliografia

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PARTE I – DIDATTICA DELLA MUSICA E FORMAZIONE

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Tonino Guerra e Pennabilli: “Luoghi dell’anima”

Antonio (Tonino) Guerra, nato a Santarcangelo di Romagna il 16 marzo 1920, inizia a comporre poesie in lingua romagnola durante la sua prigionia nel campo di concentramento di Troisdorf, in Germania, poesie poi raccolte nel volume I scarabocc (’46). Esordisce quindi come scrittore nei Gettoni diretti da Elio Vittorini per Einaudi: è l’inizio degli anni ’50 e Guerra soggiorna assai frequentemente a Roma, dove finisce per stabilirsi a partire dal ’53.

L’Orto dei frutti dimenticati
Nato da un’idea di Tonino Guerra, che ha voluto un “museo dei sapori utile a farci toccare il passato”, l’Orto dei frutti dimenticati è stato realizzato a Pennabilli nel 1990 dalle associazioni Mostra Mercato Nazionale d’Antiquariato, Amici della Valmarecchia, Pro Loco, in collaborazione con l’Amministrazione comunale. Si trova in magnifica posizione nel centro storico, in un terreno abbandonato da decenni, già orto del convento dei frati missionari.
Esso consiste in una “raccolta” di alberi da frutto appartenenti alla flora spontanea delle campagne appenniniche, presenti nei vecchi orti delle case contadine ma che oggi, non essendo più coltivati, vanno scomparendo: svariate specie di mele, pere selvatiche, bacche e frutti di bosco che la moderna agricoltura ha allontanato quasi anche dalla memoria. Tra i più insoliti: l’Azzeruolo (piccole bacche rosse o gialle con grossi semi e poca polpa dal sapore di mela), la pera Cotogna, la Corniola (una sorta di ciliegia allungata), il Giuggiolo (che produce delle “olive” dolciastre), l’Uva Spina, la Ciliegia Cuccarina, il Biricoccolo (susina blu con la buccia vellutata come quella dell’albicocca).

All’interno dell’Orto si trovano anche:

· la “Meridiana dell’incontro”, che ci permette di “incontrare” l’immagine di Federico Fellini e Giulietta Masina quando, nel pomeriggio, l’ombra di due colombi in bronzo diventa quella dei profili dei due personaggi (omaggio di Tonino Guerra ai due grandi amici scomparsi);

· la “Meridiana umana” in cui la persona si deve sostituire allo “gnomone” (l’asticella degli orologi solari), posizionandosi al centro del grande quadrante orizzontale per vedere indicata con la sua ombra l’ora solare;

· la “Porta delle lumache”, opera del ceramista faentino Aldo Rontini, chiusa nella facciata di una cappella costruita con le pietre di chiese scomparse della Valmarecchia;

· il “Bosco incantato”, un labirinto dell’anima formato da steli in pietra serena scolpite con i simboli della pigna e della ghianda, dove puoi perdere la memoria e ricordare solo il giorno più bello della tua vita, al centro del quale, una lumaca in bronzo invita alla lentezza e alla riflessione. Ad esso si accede varcando l'”Arco delle favole per gli occhi dell’infanzia”, un arco trionfale rivestito in ceramica multicolore realizzato da Giovanni Urbinati;

· “Il gelso della pace”, l’albero messo a dimora il 15 giugno 1994 dal XIV Dalai Lama del Tibet, in ricordo

· della sua visita a Pennabilli effettuata in occasione del 250° anniversario della morte di Padre Francesco Orazio Olivieri, missionario cappuccino in Tibet e orientalista pennese;

· la fontana “La Voce della foglia”, in cui l’acqua, come linfa, zampilla gorgogliando da una foglia in legno alta tre metri, per ricadere sulla pietra circolare di un vecchio mulino ed essere raccolta da bianchi sassi di fiume;

· il vecchio lavatoio, un tempo luogo di ritrovo e di lavoro per le donne del paese, oggi ospita, alle pareti, le dodici targhe in ceramica con ‘Le Parole dei mesi’:

GENNAIO coi rumori che lasciano impronte sulla neve
FEBBRAIO i colori dei vestiti che ballano
MARZO i fiori dei mandorli per le api affamate
APRILE con tutta la fantasia che ha sonno
MAGGIO i petali di rosa che ridono
GIUGNO coi piedi scalzi a toccare l’acqua
LUGLIO il sole rovente caduto a terra
AGOSTO col mare dentro agli occhi
SETTEMBRE la musica della pioggia negli orecchi
OTTOBRE i tappeti di foglie secche sotto i piedi
NOVEMBRE con le sciarpe di nebbia attorno al collo
DICEMBRE con le parole delle favole sul fuoco.

Il Santuario dei pensieri
Il Santuario dei pensieri è un luogo di meditazione vagamente orientale e molto suggestivo. E’ stato realizzato nel borgo di Penna, con un restauro di tipo conservativo e di valorizzazione che ha riportato alla luce i muri perimetrali di un’antichissima casa del guasto malatestiano. All’interno, nell’erba, sono state sistemate sette enigmatiche sculture che suscitano echi nel cuore, nella mente e nell’anima del visitatore.

La Strada delle meridiane
Dal 1991 il centro storico di Pennabilli si è arricchito di 7 meridiane artistiche collocate lungo un itinerario che attraversa tutto il borgo di Penna.
La prima si trova all’interno dell’ Orto dei frutti dimenticati: ad indicare l’orario è lo stesso visitatore che, posizionandosi al centro del quadrante orizzontale, può far cadere la sua ombra sulle cifre in ceramica. Le altre sei, applicate sulle facciate di altrettanti edifici, sono opera del pittore Mario Arnaldi che ha riprodotto dipinti esistenti inserendovi, con la collaborazione del prof. Giovanni Paltrinieri, la funzione di orologio.
Nel “San Sebastiano” di Antonello da Messina, per esempio, a rappresentare le ore sono le frecce conficcate nel costato del martire; lo gnomone (ovvero l’asticella che proietta l’ombra) è invece una vera freccia in metallo inserita
nel quadro tra quelle dipinte. Gli altri soggetti sono ispirati ad un “trompe d’oeil” del Mantegna e ad opere di Giulio Turci, Tullio Pericoli, Rabuzin, Tonino Guerra.
Le sette meridiane rappresentano i diversi metodi con cui si è misurato il tempo nei vari secoli: quelle ad “ore europee o oltramontane” suddividono il tempo nello stesso modo che ancora oggi noi usiamo (ventiquattro ore di cui la dodicesima coincide con il mezzogiorno); quella ad “ore planetarie o ineguali” divide il giorno dall’alba al tramonto in dodici ore delle quali la sesta rappresenta il mezzogiorno (da cui il detto “fare la siesta”, ovvero il riposino dopo il pasto), quella ad “ore italiche” (che conta le unità temporali a partire dal tramonto) ci permette di individuare con un semplice calcolo quante ore di luce restano dal momento in cui viene consultata.

Il Giardino pietrificato
Alla base di una torre millenaria a base quadrata che domina la Valmarecchia, in località Bascio di Pennabilli, nel 1992 sono stati collocati dall’arch. Rita Ronconi sette “tappeti” in ceramica artistica, opera di Giovanni Urbinati, dedicati da Tonino Guerra ad altrettanti personaggi storici passati nella valle:
Giotto “che dal Montefeltro vide lontanissimi i primi bagliori azzurri dell’Adriatico”;
Dante “che vide questa torre fuggendo da Firenze per raggiungere il rumore del mare a Ravenna”;
Uguccione della Faggiola “grande capitano di ventura che da questi colli vedeva i confini dell’Italia e tanto fu ammirato da Dante che gli dedicò l’Inferno”;
Bonconte da Montefeltro “perché il Tappeto delle piramidi sognate sia tomba del suo corpo valoroso scomparso nel fiume della battaglia”;
Ezra Pound “il poeta che disse del Marecchia «dove la melma è piena di sassi» e una volta si inginocchiò davanti agli elefanti neri di Sigismondo nel Tempio di Rimini”;
Fanina dei Borboni di Francia che “pazza di solitudine, su questo colle dov’era sposa al capitano dei Carpegna, di tanto in tanto saliva in cima alla torre per gridare al vento: «Paris, Paris, aiuto!»”;
fra’ Matteo da Bascio, ispiratore dell’ordine dei Cappuccini che “per tutto il mondo andava esclamando e riprendendo ogni sorta di persona, gridando «All’inferno, all’inferno, peccatori!»”.

L’Angelo coi baffi
Nella ex Chiesetta dei Caduti di Pennabilli,
il più piccolo, sguarnito e poetico museo del mondo, costituito da un’unica installazione multimediale, illustra la delicata storia di un angelo “che non era capace di far niente”.
I versi di Guerra (in italiano e romagnolo), il grande dittico di Luigi Poiaghi, gli uccelli impagliati e i cinguettii diffusi nella piccola cappella dall’intervento sonoro di Sergio Valentini, ci raccontano di come un sogno, da tutti ritenuto impossibile, è diventato realtà.
La semplice ma significativa vicenda di questo messo divino, che, differente dalle rappresentazioni dell’iconografia classica, conserva un aspetto, un’età, e soprattutto una capacità di sognare che lo avvicinano fortemente agli esseri umani, ci invita a rincorrere instancabilmente tutti i nostri desideri ‘irraggiungibili’ e ci incoraggia a portare a termine anche i più ardui progetti.

Pennabilli e i luoghi dell’anima di Tonino Guerra sono proposti da IncomingMarche in alcuni itineari per individuali e gruppi.

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Un progetto davvero importante, e con grandi prospettive di sviluppo futuro, che vede collaborare la stessa istituzione musicale della montagna e la Fa.Ce – Famiglie Cerebrolesi di Reggio Emilia, e che rientra nell’ambito di una grande iniziativa internazionale a cui partecipano soggetti musicali dalla Francia, dalla Cina, dalla Germania e, per l’Italia, appunto il Merulo. È stato presentato mercoledì 7 aprile nella sede dell’Istituto Musicale “Claudio Merulo” di Castelnovo Monti alla presenza del direttore dell’Istituto Giovanni Mareggini, della presidente della Fa.Ce Alma Zanni, e dei docenti del Merulo Stefano Bonilauri ed Ezio Bonicelli. Ha spiegato Mareggini: “Sono ormai alcuni anni che portiamo avanti corsi ed attività musicali insieme ai ragazzi diversamente abili, che fanno riferimento alla Fa.Ce. Nel corso del tempo questa attività si è sviluppata ben oltre le previsioni iniziali. I corsi vengono seguiti da Ezio Bonicelli insieme a Laura Magnani ed sono diventati sempre di più i ragazzi che con cadenza settimanale si ritrovano con la semplice idea di fare musica. Grazie a Stefano Bonilauri ora questa nostra attività è entrata in contatto con il gruppo francese delle “Percussions de Treffort”, diretto da Alain Goudard, che ha sede vicino a Lione, e si è avviato un rapporto che pensiamo possa strutturarsi negli anni: il primo passo sarà la settimana prossima, nei giorni dal 14 al 16 aprile, una serie di attività che abbiamo intitolato “Oltre i confini”, con la presenza a Castelnovo di Goudard ed alcuni suoi ragazzi. Si tratta per noi della partenza di una attività internazionale già esistente, che comprende realtà che lavorano con ragazzi disabili in Francia, in Cina, in Germania. Il sogno che abbiamo per il futuro è che possa nascere un ensemble che metta insieme ragazzi diversamente abili e studenti del Merulo normodotati. Siamo molto fieri di come è stata gestita negli anni questa attività, che ci rende l’unico conservatorio in Italia, nonostante siamo il più piccolo in assoluto, ad avere una attività strutturata per ragazzi diversamente abili”. Il calendario delle attività dal 14 al 16 aprile prevede visite del gruppo francese ai centri diurni dell’Appennino, incontri con i ragazzi della Fa.Ce e con il gruppo di lavoro del Merulo che opera con loro, e una serata di presentazione pubblica dell’iniziativa e l’esecuzione di brani musicali, giovedì 15 alle 21 nella sala concerti dell’Istituto”. Ha aggiunto Alma Zanni: “L’idea da cui eravamo partiti, 4 anni fa, per questo lavoro con il Merulo, era di far fare ai nostri ragazzi qualcosa che gli piacesse, lontano da idee di musicoterapia, ma semplicemente perché avessero l’opportunità di divertirsi e stare bene. Siamo partiti con un sentimento di avventura, ed anche un po’ di paura, perché per il Merulo era il primo approccio con la disabilità, ma poi la cosa è cresciuta, sono emerse idee sempre nuove, e da un gruppo iniziale di 7-8 ragazzi, oggi a frequentare i corsi sono 18. E’ stato molto bello vedere come hanno reagito gli altri studenti del Merulo, che inizialmente si interrogavano su cosa facessero questi ragazzi, poi pian piano si sono avvicinati alla loro attività ed oggi ci sono 4 o 5 ragazzi che collaborano costantemente ai corsi. Ora in questa nuova iniziativa crediamo tantissimo, abbiamo visto come lavora l’ensemble francese, in cui insieme ragazzi disabili normodotati e disabili producono musica di alto livello. La loro è una esperienza che va avanti da 20 anni, ed i nostri ragazzi a volte presentano disabilità più gravi di quelli che lavorano nell’ensemble, ma devo dire che sono molto bravi anche i nostri, per cui ci aspettiamo una ottima collaborazione”. Stefano Bonilauri ha raccontato l’esperienza dell’Ensemble di Lione: “Ci sono molti aspetti che rendono interessante questa collaborazione: i percussionisti di Treffort sono nati da subito con l’idea di creare un ensemble professionale, e in Francia c’è grande attenzione per questi gruppi che lavorano con compositori contemporanei, che spesso creano nuove partiture apposta per loro. Sono stati direttamente loro a venirci incontro per una partnership, anche a livello di finanziamenti, perché Goudard era molto interessato a conoscere i nosri progetti con i ragazzi disabili. Quando si incontrano metodi e realtà diverse che si prefiggono obiettivi comuni, ne emerge sempre un arricchimento”.

Ha concluso Ezio Bonicelli: “Quando siamo partiti a lavorare con questi ragazzi non sapevamo bene quale approccio seguire. Dopo una fase in cui lavoravamo sulla riproduzione di canzoni e musiche esistenti, abbiamo dato più spazio alla composizione, ed è emersa da parte loro l’esigenza di usare la musica come un nuovo linguaggio di comunicazione, non verbale, con il quale gradualmente hanno imparato sempre più a raccontarsi ed aprirsi. Oggi buona parte delle idee e proposte su cui lavoriamo vengono direttamente da loro, in un momento che è per loro gioioso e divertente. Sarà una nuova sfida riuscire ad usare questo linguaggio per comunicare con questi ragazzi francesi, sulla base di strumenti, suoni e ritmo”.

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L’anima e musica…

La musica come  attività ed esperienza  afferra l’anima nella misura in cui questa si apre alla sua influenza.  Vi è chi ascolta musica con la  testa, la mente, ed è sempre teso a  capire  razionalmente  quanto ode: ma così non  vive  la musica, ma la  pensa.  E vi è chi invece sperimenta i suoni con la sua più profonda interiorità, a tutta prima come  sensazione , non riuscendo a formulare il benché minimo pensiero su di essi. Questo significa che nel primo caso viene coinvolta soltanto l’anima intelligente,  che, in verità, assolve un modesto ruolo nella sperimentazione artistica. Nel secondo. invece, l’anima sensitiva o senziente, principale strumento di attività estetica vissuta.  Con altre parole, i poli del  sentire  e del  volere  – ed il polo del pensare  in misura non proprio marginale ma diversa   – vengono coinvolti ed impegnati in ogni fatto artistico, segnatamente se musicale.
Vorremmo ora proporre un modo di ascolto più coinvolgente del normale, in quanto più preparato e consapevole, basato empiricamente sulla  realtà sensibile timbrica  del suono: cioé su ciò che  si ode.  E’ necessario soltanto acquisire sufficienti conoscenze sull’azione dei vari gruppi strumentali, anche se in modo generale, diciamo globale. Tali gruppi sono formati – ab origine – dalle medesime forze che hanno organizzato il  pensare del capo, il sentire ritmico del torace ed il volere delle membra e del ricambio  nell’uomo. Così, tali sistemi si pongono in movimento al suono degli strumenti corrispondenti.
In questo modo, tutta l’anima vibra coi suoni che ode, sia partitamente per ogni gruppo strumentale, sia in collaborazione con gli altri. Questo significa che il  pensare, sentire e volere, possono venire sperimentati attraverso gli strumenti che li rappresentano e di cui sono espressione.  Una conoscenza più specifica sulla genesi e ruolo dei vari strumenti è certamente consigliata affinché il processo di coinvolgimento possa divenire  cosciente;  e si possa seguire l’ingresso sonoro, o l’uscita, dei vari strumenti. Il che significa, al contempo, attivare parallelamente le forse dell’anima corrispondenti.  A questo scopo, possiamo consigliare il nostro libro “L’anima della  musica” –  Arnia & Ludi Editori – Milano..
Il processo avviene in questo modo:
– il  pensare  viene coinvolto ed attivato  nelle sue forze – e non nel suscitare  pensieri, tutt’al più  immagini –  dai suoni degli strumenti  a fiato in legno, chiamati “legni” o “strumentini”: flauto, oboe, clarinetto e fagotto;
– il  sentire  – e quindi la sfera ritmica cuore-polmoni – dai suoni degli “archi”: violino, viola, violoncello e contrabbasso
– il  volere cosciente delle membra viene impulsato fortemente dal suono degli “ottoni”: tromba, trombone, tuba
–  il   volere inconscio del ricambio,  dai suoni-rumori delle “percussioni”: timpani, tamburi, piatti vari, ecc.
Qualsiasi brano musicale, trova veste sonora attraverso gli strumenti sopra citati, il cui suono-timbro, pone in movimento le forze spirituali dei sistemi di cui sopra.
Vorremmo ora proporre un’esperienza particolare con l’ascolto del Preludio dal I° atto del  “Parsifal”  di Richard Wagner; e conseguire un’esperienza veramente singolare delle proprie facoltà dell’anima, che vengono sollecitate in modo eccezionale dall’evento sonoro-musicale, ad una viva partecipazione artistico-estetica. E’ come se venissero portate alla ribalta della scena dell’anima e si muovessero coi movimenti conferiti all’aria dai suoni, ritmi, intervalli, frasi, periodi, ecc, della musica. Entrano in scena come attori, offrono la loro collaborazione e poi escono; per ritornare subito dopo in compagnia, oppure ancora soli,  fino a scomparire del tutto, alla fine del brano.
Da queste  azioni del suono, l’anima può venire plasmata e di nuovo riplasmata, configurata e ordinata  secondo le leggi cosmiche del suono.  Ne consegue un’esperienza di trasformazione, purificazione, elaborazione catartica, sulla base non più ora dei propri sentimenti, decisioni ed azioni soggettive, ma da qualcosa di esterno, di oggettivo, che interviene su di essa quale potenza cosmica del suono. Si sperimenta in modo mirabile ed unico, la potenza catartica del suono musicale:  e nel caso consigliato – preludio del Parsifal – tale catarsi ha luogo secondo le più alte e potenti forze cristiche sperimentabili.  Questo è dovuto al carattere stesso della musica: e, nel caso  specifico, dal contenuto sommamente redentore e spiritualizzante di essa. Per una maggiore comprensione dei retroscena spirituali di questo “Preludio”, ne abbiamo trattato ampiamente nel capitolo: IX° “L’esperienza dell’incarnazione del Cristo nella musica. Il Parsifal di Richard Wagner”,  del libro  “La musica come mistero del suono”   Nardini Editore Firenze.
Non tutte le musiche, ovviamente, hanno tale potere liberatore, per opera delle  forze più sante dell’universo.   Altre, ad esempio, possono indurre esperienze del tutto diverse, quali: gioia, entusiasmo, calore, freddo animico, malinconia, forza o disperazione, pianto o violenza, ecc.; e coinvolgere l’anima in zone diverse del mondo spirituale sonoro: anche “negative”: vale a dire,  precipitarla in un “sabbath orgiastico delirante”, come in tante musiche moderne da intrattenimento.
Siccome non tutti sanno leggere una partitura musicale per orchestra, ci limiteremo al solo ascolto  Abbiamo diviso il Preludio in esame in vari episodi, corrispondenti allo svolgimento delle varie frasi musicali, che, in genere, procedono a ondate: ogni episodio un’ondata, quindi facile da riconoscere.
Per maggiore chiarezza espositiva – e conseguente riconoscimento dei vari episodi – dividiamo il brano in otto episodi, come  graficamente esposto qui sotto:
– 1 – Tema della  “Cena o dell’Amore”  realizzato, in modo maggiore, sopratutto dagli “archi”  (diciamo “sopratutto” in quanto vi è il concorso di qualche “legno”):  viene attivato il   sentire.   Terminata l’esposizione iniziale di questo straordinario motivo, mentre gli “archi”  compiono degli arpeggi, entrano gli  “ottoni”, nel registro grave-medio, onde creare un solido fondamento, sul quale la  tromba  ripete il tema della Cena all’ottava superiore. L’ultima parte di questo tema costituisce gli incisi noti come: motivo della “Lancia”, della  “Figura dolorosa” e “Lamento del Salvatore”.  Al  sentire  si aggiunge il  volere.   Il tema si conclude salendo verso l’acuto e si risolve al suono dei “legni”:  il che significa la partecipazione del  pensare. Tutto l’uomo con le sue tre facoltà animiche è  presente un questo accadimento musicale

– 2 –  Viene ripetuto lo stesso tema – questa volta in  modo minore –  una 3^ sopra: vale a dire 3 suoni più acuto. Entrano in collaborazione gli stessi strumenti e, verso la fine di esso, si può sperimentare un’intensissima commozione:  il sentimento che accompagna lo svolgersi dei suoni lo saprà riconoscere.

– 3 – Dopo una breve pausa, segue il tema del  “Graal” o dell”Amore”. Questo motivo non è originale di Wagner, ma è stato tratto dal cosidetto  “Amen di Dresda” – corale luterano già adoperato da F.Mendelsohn nella sua V^ sinfonia “La Riforma”. E’ il simbolo musicale della  Comunità del fedeli che accoglie il  Sacrificio  che si attua nella  Cena.
Questo tema è molto breve, di cinque misure, divise fra due gruppi strumentali: il primo , di tre misure, è reso dagli  “ottoni”, – che impegnano il  volere.  Il secondo, di due sole misure, dai  “legni”  che ora esprimono il  pensare,  nella piena trasparenza dei loro timbri e  leggerezza  della loro natura.

– 4 – Dopo una pausa molto significativa e colma di attesa, si  dispiega dinanzi alla nostra anima, l’episodio centrale che ora coinvolgerà le sue tre forze in modo progressivo, incalzante e sorprendente, nell’esprimere e dare voce al motivo della  “Fede”, affidato quasi interamente ai “fiati”: “legni e ottoni”.
Questo tema, dominante il centro del brano – che possiamo vedere come la navata principale della basilica-tempio di suoni che si sta formando , ora nel tempo e non più nello spazio – è costituito da tre brevi frasi: a, b, c: tema della “Fede”-  ripetuto tre volte, seguite da un breve ritorno del tema del  “Graal” o Comunità dei fedeli”- d – di sole quattro misure affidate ai soli “archi”, di una delicatezza e leggerezza di sentire straordinarie – che quindi coinvolgono il solo   sentire .  Segue subito – dopo un respiro – la ripresa del motivo della  “Fede”,  che prima  era stato esposto dalla famiglia degli  “ottoni”  e delle  “percussioni”, che pongono in essere nel modo più potente ed esaltante  la  volontà,  sia  cosciente  che  inconscia, ma questa volta in modo da coinvolgere progressivamente l’intero essere umano.  Inizia con i  “legni” – a – pensare  – seguito, senza soluzione di continuità, dagli “archi”- b –   sentire –  ai quali seguono i  “corni”- c – (strumenti in ottone, la cui caratteristica e natura li pone al confine fra i legni  e gli  ottoni, realizzando uno spazio sonoro mediano, che coinvolge le due sfere dell’anima) e dopo tre sole batture l’entrata poderosa e massiccia degli  “ottoni e percussioni”- d – nel registro dinamico del  fortissimo  orchestrale – segno del totale coinvolgimento delle forze del  volere.  L’episodio , la grande ondata sonora, si conclude con la leggera e trasparente partecipazone dei  “legni” – e –   pensare  –  che conducono alla terza parte del brano.
La forma complessiva di questo “Preludio”, è costituita da tre episodi, suddivisi poi in altri minori.  Inizio: episodi 1, 2 e 3, nei quali viene esposto il motivo della “Cena e del Graal”.  L’episodio centrale di cui stiamo parlando: 4, in cui domina il motivo della “Fede”, con al centro un brevissimo richiamo al tema del “Graal”. E poi la terza parte – che fa riscontro speculare alla prima – dove si celebra, ancora di nuovo, il motivo della  “Cena”:  motivo fondamentale di questo Preludio.
Potremmo, con un’immagine, vedere questo intenso episodio, come la struttura tripartita di una basilica-tempio romanico-gotica, che si sta formando – come già accennato sopra, ma ora non più nello spazio, bensì nel tempo – dove le navate laterali sono costituite dai periodi a,b c  iniziali e poi  a, b, c, d, e  successive al motivo centrale – d – del “Graal”   che udiamo al suono degli  “archi”, del complessivo episodio 4.  Ma, al di sopra di questo “Tabernacolo” tripartito, sta la grande volta – ancora tripartita – delle grandi navate della cattedrale.

5 –  Quanto segue, vede un  “con-sonare”  di tre motivi: la  “Cena”, la “Lancia” e la “Figura dolorosa” o “Motivo della piaga”. Il primo motivo; dagli  “archi” e  “legni”; il secondo; dagli  “archi”; il terzo dai “corni ed ottoni” Tutto questo viene ripetuto tre volte: a, b c, alla distanza di una 3^ minore acuta, in tre ondate sonore, dove la terza ripete successivamente, quattro volte, il tema del  “Lamento del Salvatore”,  fondamentalmente al suono degli “archi”:sentire –  mentre nei brevi episodi precedenti venivano coinvolti, successivamente, il pensare, il sentire ed il volere,  – che ora lentamente si calma ed acqueta,  preparando la conclusione del brano, che si sta avviando alla chiusura.,

– 6  –  Episodio di chiusura di otto misure. Sul fondamento del suono del  “Timpano – percussione” e delle armonie degli  “ottoni” – volere cosciente ed inconscio  – si snoda verso l’alto l’inciso iniziale del tema della  “Cena”, prodotto dal suono dei  “legni” –  pensare  – sostenuto dalle armonie degli  “archi” –  sentire.

Non esiste, al mondo, brano musicale che agisca così potentemente, in modo  catartico-cristico  sull’anima umana: a parte il  “Lohengrin”, sempre di Wagner, ma senza la caratteristica  sacrale-cristica  particolare del  “Parsifal”. Esso rappresenta quanto di più alto e sublime sia stato creato dall’uomo in fatto di  evento musicale.  Si potrebbero dire tantissime parole in merito: ma non vale nulla “raccontare” la musica: essa va  sperimentata e vissuta.
Possiamo concludere dicendo: beati coloro che, nella loro vita, hanno potuto avere l’occasione di ascoltare quegli accenti dalla incomparabile magia sonora. Godranno di un sostanziale, forte ed illuminante viatico nella vita dopo la morte. Vita alla quale, sempre ed in ogni caso, adduce l’arte musicale.
Queste considerazioni vorrebbero indurre a soffermarsi a lungo sulla propria esperienza musicale e metamorfosi interiore che ne consegue, in modo che in terapia si sappia  cosa si vuol fare ed a cosa-chi ci si vuole dirigere.
Queste ultime parole sono di un’importanza fondamentale, in quanto oggi, con la moda della terapia musicale, proprio appunto perché moda, si procede con un infantile e sprovveduto dilettantismo, laddove invece bisognerebbe procedere con la massima serietà e religiosità, sostenuta da un’adeguata conoscenza sia della Musica che dell’Uomo che si vorrebbe curare.

articolo di: Claudio Gregorat

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LETTERA

 

LE MIE ESPERIENZE DI CUOCA MI DICEVANO GIA’ CHE LA CARNE NON ANDAVA BENE

 

Ciao carissimo Valdo, sono una donna di 50 anni e sto seguendo i tuoi consigli da circa 3-4 mesi.

Ti ho conosciuto casualmente o forse no. Il mio percorso salutistico è iniziato anni fa ed è passato in varie fasi. Sentivo da sempre, a livello intuitivo, che certe cose facevano male. Mi bastava vedere il grasso, quando cuoceva la carne, che si raffreddava nei tegami sporcando e contaminando il contenitore, e che anche dentro di me avrebbe prodotto gli stessi deteriori fenomeni, gli stessi miasmi e gli stessi fetori.

HO PRESO COSCIENZA DI ESSERE NEL GIUSTO

Ma quello che ho scoperto con letture e ricerche varie ha solidificato la mia scelta, prima vegetariana e poi vegana. Solo recentemente il mio cammino mi ha portata da te in modo a dir poco illuminante.

Con te ho capito in modo chiaro e forte che ero corretta e saggia nel mio atteggiamento fondamentalista che gli altri criticavano come un gran difetto. Solo tu sei stato determinante nel farmi sentire che ero invece sulla strada giusta.

A quel punto non è stato per nulla difficile abbandonare le ultime incertezze e dedicarmi solo a frutta e a cibo crudo. A volte penso di scrivere un diario, per non perdere i continui miglioramenti e cambiamenti che si verificano nel mio corpo.

Credo che lo farò, se non altro per lasciare ai miei figli un’esperienza decisamente preziosa.

SONO RIMASTA CATTURATA

Che dire poi della scoperta in te di tutte le conoscenze sul club Bilderberg, sull’industria della morte, sul Codex, sulle farmaceutiche, sulla protezione degli animali, sulla difesa della natura e dell’universo tutto, e sulla tua visuale spirituale dell’esistenza. Sono rimasta catturata, io che avevo già scoperto tutto ciò prima di sapere che tu esistessi, e che non potevo parlare facilmente di tutto questo, per non apparire presuntuosa e saccente. Se uno percorre strade poco battute, gli altri gli tirano spesso dei sassi.

Ma è troppo bello essere diversi nella appropriata direzione. Ora più che mai ci sei tu nella mia vita.

DA UNA DIFESA INTUITIVA A UNA DIFESA MOTIVATA DELLA FRUTTA

Da piccola, ricordo discussioni varie in famiglia dove io difendevo la frutta come un elemento importante.

La difendevo in modo intuitivo. Quando ho letto di te e del tuo libro poi, ho capito che già conoscevo il potere di essa. Tu sei solo stato la mia conferma.

Ora dovrei dirti tutto quello che mi è accaduto finora.

Dovrei illustrare come il cibo ci possa trasformare nel corpo e nell’anima.

LA CRONISTORIA DI UN PERCORSO

All’inizio è accaduto tutto per una scelta di salute, cominciando a eliminare la carne e tutti i derivati, poi i dolci, le birre, ecc. E fin qui ci furono già dei miglioramenti, confermati pure dalle analisi del sangue.

In seguito ho conosciuto i cereali integrali e il cibo bio. Poi sono passata a un’alimentazione più frugale, poiché centellinare le quantità ha la sua importanza. Di passo in passo acquistavo sempre più benessere, con tanta energia, migliore umore e gioia di vivere. Il cambiamento era eccellente. Ma non disponevo delle conoscenze attuali. Avevo ancora delle riserve mentali, e questo comportava l’assunzione di integratori vitaminici e di grassi essenziali (vitamina C, omega3, magnesio, ecc) con aumento di peso, depressione, perdita capelli, gengive infiammate, fragilità venosa.

IL SEGRETO DI ESSERE BELLE A CINQUANT’ANNI

Poi, col successivo conoscerti, con più frutta, semi, insalate, germogli, mandorle, ho eliminato anche gli integratori. Nove-dieci porzioni di frutta al giorno e riduzione notevole dell’acqua bevuta. Ho anche un fruttivendolo, che è un tuo fan, e che mi fornisce direttamente a domicilio, portandomi settimanalmente due casse di frutta incluso quella esotica. Arance, banane, mele, kiwi, pompelmi, mango, avocado, meloni, papaia. Mi sento bene, forte, positiva.

Sul mio viso e sulla mia pelle si vedono consistenti risultati. La mia pelle è splendida e levigata. Qualcuno mi chiede il segreto di tanta bellezza alla mia età.

DETOSSIFICAZIONI INIZIALI E RIADATTAMENTI STAGIONALI

Ho avuto solo in fase iniziale un forte e prolungato raffreddore che ha interessato naso e occhi, con fuoriuscita di muco e infiammazione di tutto il viso, cosa che non accadeva da 10 anni. Poi, con l’eliminazione degli integratori, ho avuto la patina sulla lingua per alcune settimane, ed anche una ovvia fiacchezza fisica.

Li assumevo da almeno 4 o 5 anni. Credi si trattasse di crisi eliminativa?

In questo momento primaverile ho un po’ di difficoltà digestiva. Se mangio cibo cotto, o cibo diverso dal solito, mi sento un peso sullo stomaco ed anche un po’ di acidità gastrica.

SONO SULLA VIA DELL’ECCELLENZA

Avevo tanta voglia di scriverti e mi piacerebbe sapere dove trovarti nel caso avessi bisogno di consulti.

Ho regalato il tuo libro ad amici che si stanno avvicinando.

Credo proprio di aver eliminato in modo significativo i veleni del mio corpo col cibo giusto e naturale.

Sento che, dopo anni di incertezze, sono sulla via dell’eccellenza, e ti ringrazio di questo.

Spesso ho avuto l’impeto di abbracciarti.

Mi sento molto vicina a te per quello che fai e come lo fai, elmetto e baionetta, come dici spesso.

IL MIO PIANO ALIMENTARE GIORNALIERO

Ora vorrei elencarti il mio menu quotidiano:

Mattino al risveglio:   Spremuta di un pompelmo, più arancia e mezzo limone

Metà mattina:              Frullato di banana e latte di mandorle (a volte vi aggiungo un kiwi o del mango)

Pranzo:                        Terrina di insalata mista (lattuga, scarola, radicchio), con finocchi, cetrioli,

                                    carciofini, semi di girasole, di zucca, di sesamo, o con frutta secca, uvetta, noci,

                                    pinoli, mandorle, oppure con tofu, seitan, olive, germogli.

Pomeriggio:                 Frutta a volontà (arance, banana, mela, carote, a volte anche pop-corn)

Cena serale:                 Insalatona come a pranzo e poi frutta secca, prugne, fichi o albicocche. A volte

                                    consumo pure del cibo cotto come riso, cereali, legumi.

CONSAPEVOLEZZA E TRASFORMAZIONE SPIRITUALE

Gradirei sapere da te se va bene o se serve qualche correzione.

Sarei felice se tu mi rispondessi.

Sappi che ti voglio molto bene. Sono felice che tu esista a illuminare il mio cammino.

Anche a livello di consapevolezza e spiritualità ci sono state delle metamorfosi.

Guardando indietro non sono più la stessa persona.

Sento di ridiventare quello che sono sempre stata e che mi è stato impedito di essere.

RISULTATI CONCRETI IN SOLI 3-4 MESI DI IGIENISMO

Riepilogo infine i miei risultati in soli 3-4 mesi di igienismo:

–       Capelli sani e luminosi (niente più forfora)

–       Pelle splendida e levigata

–       Occhi brillanti più che mai

–       Gengive non più infiammate

–       Umori fisici inesistenti

–       Niente più dolori articolari

–       Mani e piedi sgonfi

–       Ciclo senza dolori

–       Energia fisica raddoppiata

–       Livello mentale attivo

–       Livello spirituale profondo

–       Che dire ancora? Non sono mai stata meglio di così neppure a 30 anni, e la mia forza vitale si è amplificata nel complesso.

Spero di sentire presto la tua risposta.

Lorella con amore. Grazie.

                                                             *****

RISPOSTA

 

STAI INTERPRETANDO AL MEGLIO L’IGIENISMO NATURALE

 

Ciao Lorella, intanto ti ringrazio per il messaggio importante e dettagliato, oltre che carico di gentilezza, che va ad aggiungersi alle testimonianze positive in arrivo da più parti.

Mi pare che tu non abbia grossi problemi. Sei già brava ad autogestirti e a interpretare correttamente i principi dell’igienismo. Se c’è qualche piccola cosuccia da limare, la puoi trovare facendo un confronto con la tesina “Schema nutrizionale vegano tendenzialmente crudista”, del 16/4, che ti allego.

Ma, tutto sommato, penso che le diversità esistenti siano davvero minime, ed inquadrabili in quel discorso di flessibilità interpretativa, di personalizzazione e di adattamento, che sempre suggerisco ed auspico, in quanto ognuno ha i suoi gusti, i suoi tempi e le sue esigenze particolari.

IL CORPO ALLEGGERITO PORTA SEMPRE ALLA DETOSSFICAZIONE

Il forte raffreddore che hai sperimentato in fase iniziale era chiaramente una classica ed inevitabile crisi detossificante, che è servita ad espellere l’acidificazione accumulata e il relativo muco di accompagnamento.

La patina bianca alla lingua e la stanchezza fisica, conseguenti alla rinuncia degli integratori, rappresentano pure esse chiari sintomi eliminativi.

PIU’ FRAGOLE, ASPARAGI ED ERBE SELVATICHE IN ATTESA DELLE CILIEGIE

Le difficoltà digestive causate dai cibi cotti, in questo frangente di forte variazione climatica stagionale, sono pure comprensibili. Ti consiglio di incrementare il consumo di fragole e kiwi, di asparagi e di erbe selvatiche (selene, tarassaco, acetosa, ortiche, crescione, punte di luppolo, punte di pungitopo, punte di felce, ecc). Il tutto in attesa dei primi regali che la natura ci sta confezionando, e mi riferisco all’uva ribes, alle more di gelso, ai lamponi, alle fragoline di bosco, alle ciliegie e alle albicocche.

NESSUN PROSELITISMO, MA IL BUON ESEMPIO CULTURALE E PRATICO SI’

Posso solo dirti che questa tua importante esperienza, questo tuo percorso lungo la strada dell’eccellenza, deve giustamente responsabilizzarti.

Hai la possibilità di fare del bene non solo in famiglia, ma anche nei riguardi di chi ti sta intorno.

Senza diventare fanatici o missionari, è giusto dare il buon esempio, ma solo a chi è pronto a riceverlo.

Il nostro è un importante lavoro culturale, e niente abbiamo a che fare con sette o con organizzazioni religiose che fanno opera di proselitismo.

Ma anche qui non servono grandi raccomandazioni.

Sei troppo squisita e intelligente per darti indicazioni stilistiche o comportamentali.

Valdo Vaccaro  (AVA-Roma e ABIN-Bergamo)

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Siamo finalmente al primo posto in tutto, anche nell’inquinamento, nella vivisezione e tra poco quando entrerà in funzione l’inceneritore toccheremo i vertici anche sulla salute pubblica. Poi ci mancano anche le proposte musicali da integralisti di Pertusi e Rolli….. Forza e coraggio gente sotto a chi tocca…….. Parma nel mondo…..ecco come ci vedono e scrivono:

PARMA – Rubavano tutti, di tutto, su tutto. Tutti, secondo l’accusa: dal capo dei vigili al capo dello staff del sindaco. Di tutto: le tangenti venivano pagate non solo in denaro – spesso sul conto di mogli e fidanzate -, ma con assunzioni e favori, lavori in giardino e nelle case al mare, e anche un iPad, un impianto a gas sull’auto dell’anziano genitore, una moto da trial per il figlio. Su tutto: i pasti dei bambini nelle mense scolastiche, le rose per le fioriere sul torrente – 180 mila euro di rose -, le luminarie di Natale, costate solo 15 mila euro; peccato che nessuno le abbia viste. Fino a quando non è arrivato il Di Pietro di Parma, Gerardo Laguardia, a scoperchiare il sistema, far dimettere il sindaco, indagare undici assessori su tredici; il dodicesimo, Giovanni Paolo Bernini, è stato direttamente arrestato; il tredicesimo, Roberto Ghiretti, ex giocatore di volley, è il prossimo candidato sindaco.

Il parmigiano e il Parmigianino, il prosciutto di Parma e «La Certosa di Parma», «Sangue a Parma» di Ferrata e Vittorini e il profumo Acqua di Parma, «La Favorita del Duca di Parma» e «Gialloparma», il Parmacotto e il Ris di Parma; per tacere di Parmalat. Parma medievale, dove Benedetto Antelami scolpì la fatica dell’uomo mese per mese, luglio miete, settembre vendemmia, novembre ammazza il maiale. Parma francese, con il suo modo di arrotare la erre, un accento tutto suo diverso da quello emiliano; le vie del centro non si chiamano vie ma strade e borghi, al mare non si va a Rimini ma alle Cinque Terre. Parma capitale, del Granducato e della musica: nel giro di qualche chilometro sono nati Paganini, Verdi, Toscanini, Renata Tebaldi. Ognuno dei 180 mila parmigiani avrebbe il suo motivo per sentirsi orgoglioso di una piccola patria dalla forte personalità, così importante per definire l’identità italiana. Proprio per questo sono così arrabbiati nel vedere la città degradata a capitale degli scandali. Non era ancora sanata la grande truffa Parmalat, che è esploso lo scandalo del Comune.

Il viaggio a Parma comincia nella procura della Repubblica. Tra un interrogatorio e l’altro, il procuratore Laguardia racconta come tutto è cominciato. Ad accendere la scintilla del rogo fu un negoziante, che vide il vicino gettare nella spazzatura un vecchio computer, e i camion dell’Enia, la municipalizzata, portarlo via come se non fosse un rifiuto speciale, da smaltire a parte. Il procuratore cominciò a indagare. Era il 2009. Trovò un ex funzionario, «mi pare si chiamasse Ferrari, il ragionier Ferrari», disposto a parlare. Fece nascondere nella sede dell’Enia le telecamere, che filmarono il pagamento di una tangente. Ordinò i primi arresti. L’operazione fu chiamata Green Money: fatture gonfiate per lavori di manutenzione del verde pubblico, inutili o mai eseguiti. Poi l’operazione ha cambiato nome: Easy Money. I magistrati hanno prima pescato i pesci piccoli, funzionari comprati per pochi euro o qualche favore. Sono stati loro ad accusare i veri beneficiari, i padroni del Comune. Così sono finiti in carcere i principali collaboratori del sindaco Pietro Vignali, l’ex capo di gabinetto Carlo Iacovini e il responsabile del settore ambiente Manuele Moruzzi. La procura ha poi indagato l’intera giunta, per la delibera che doveva stravolgere l’antico ospedale del ‘400 con una serie di lavori, compresa l’apertura di un albergo. Alla seduta mancavano gli assessori Bernini e Ghiretti e il sindaco Vignali, non indagato ma ribattezzato «Vignavil» per l’ostinazione con cui è rimasto attaccato alla poltrona sino al settembre scorso, e anche «Svignali» per le fughe precipitose dal palazzo comunale assediato da centinaia di parmigiani inferociti.

Il procuratore Laguardia è un milanese arrivato a Parma a 15 anni. Fu lui, appena entrato in magistratura, a smascherare lo scandalo edilizio del ’75, il primo dell’Italia consociativa. Anche allora – racconta – rubavano tutti: la giunta socialista e comunista, e l’opposizione democristiana. Però rubavano per il partito. A un certo punto Psi, Pci e Dc decisero di costruire il centro direzionale e di intestarselo: crearono così una società in cui ognuno aveva il suo prestanome. Adesso, spiega Laguardia, si ruba per sé e per i propri cari. Il capo dei vigili, per esempio: Giovanni Maria Jacobazzi, ex tenente dei carabinieri, chiamato in città dopo lo scandalo del 2008, quando un ragazzo africano di nome Bonsu, scambiato per uno spacciatore, fu picchiato e umiliato dai vigili. Per rimediare, il Comune contribuì a finanziare un film riparatore, «Baciato dalla fortuna», con Vincenzo Salemme nei panni di un vigile di Parma, ovviamente buono. E si affidò a Jacobazzi. Accusato ora di aver venduto informazioni riservate per 4 mila euro a un investigatore privato di Monza. C’è poi un’intercettazione in cui si scusa con il signor Parmacotto, Marco Rosi, per una multa da 150 euro – occupazione abusiva di suolo pubblico, colpa dei tavolini del suo locale -: «Signor Rosi, sono mortificatissimo e incazzatissimo, lavoro con un branco di imbecilli…». In carcere è finito anche un imprenditore, Alessandro Forni, con l’accusa di aver comprato l’appalto per un’area addestramento di cani poliziotto, mai realizzata. Il procuratore Laguardia ha chiesto conto a Jacobazzi dei giri in macchina a fianco di Forni, che guidava la sua Aston Martin con la patente scaduta: «Ma lei non lo sapeva?». «Certo che lo sapevo: sono il capo dei vigili». «E perché gli consentiva di guidare senza patente?». «Be’, non ero mica in servizio…».

Piccole cose. Segni di uno stile, di un costume, come le «attrici» che comparivano alle prime del Regio accanto al sindaco, una sera Rossella Brescia, un’altra Sara Tommasi (quando però i giornali ipotizzarono che avesse portato lui Nadia Macrì ad Arcore, il sindaco ebbe un moto di ribellione: «Ma vi pare che Berlusconi abbia bisogno di me per conoscere belle donne?»). L’inchiesta ora punta sulle grandi opere, sui veri affari. Il ponte a Nord, opera faraonica per scavalcare un torrente, fortunatamente incompiuta (il progetto prevedeva una copertura con i negozi). Il cantiere infinito della stazione, degno di una metropoli. Lo Stu-Pasubio, un intero quartiere tipo Vele di Scampia da ridisegnare. Non si faranno invece la metropolitana, il Palasport, il centro anziani. Il procuratore sospetta che fossero pretesti per lucrare sul denaro pubblico. Il Comune è gravato dai debiti – l’opposizione dice 630 milioni -, e non poteva spendere. Così costituiva società miste, per potersi permettere consigli d’amministrazione ben retribuiti e consulenze da scambiare con altri favori. Le indagini sono talmente numerose che Laguardia non ha più uomini. E incombono i processi per l’altro grande scandalo: Parmalat. Tre sostituti se ne sono andati. Ne restano quattro. A maggio arriva un uditore. Ma il processo contro Deutsche Bank e Morgan Stanley dovrebbe cominciare il mese prossimo, e rischia di saltare.

Calisto Tanzi, almeno lui, ha pagato. Trentasette anni e 11 mesi di carcere. Dovesse farli tutti, uscirebbe a 111 anni (ne ha 73). Ora è ricoverato in ospedale, nel reparto detenuti, accanto a un pensionato che ha strangolato la moglie. Rifiuta il cibo, lo nutrono con una sonda. I suoi avvocati sostengono che sta morendo e chiedono i domiciliari; il tribunale deciderà il 6 marzo. Finora ha sempre detto no, anche a causa della collezione d’arte su cui Tanzi ha investito sino all’ultimo, lasciando l’azienda al proprio destino. Il genero Stefano Strini, marito di Laura Tanzi, la terzogenita, avrebbe confessato alla procura di aver nascosto lui i quadri, nel 2003; ora ha cambiato vita, fa il kebabbaro. La collezione Tanzi è stata anche recensita da Sgarbi: il «Ritratto di donna» di De Nittis vale 600 mila euro, il «Ritratto di contadina» del Favretto può arrivare a 800 mila; l’«Autoritratto» di Antonio Ligabue è tra i 500 e i 700 mila, la «Ballerina di Degas», matita su carta, non più di 200 mila. Poi ci sono i disegni di Severini e Modigliani, l’incisione di Grosz, l’acquerello di Cezanne, il pastello di Pizarro, la gouache di Utrillo. I pezzi forti sarebbero i due Van Gogh, il Manet, il Gauguin, il Picasso: roba da decine di milioni. Secondo Sgarbi, però, sono falsi. A Parma preferiscono pensarli autentici. Qualcuno racconta che le perle della collezione sarebbero tuttora nascoste nei sotterranei di una chiesa. Per il resto, i Tanzi sono stati disconosciuti da tempo: non sono neppure di Parma, ma di Collecchio. Parmalat nel frattempo è diventata francese, e la città non ha certo alzato barricate per difenderla. I veri signori qui sono i Barilla: 7 mila dipendenti in Italia, 2 mila sul posto. Dice Elvio Ubaldi, sindaco per nove anni dal ’98 al 2007, che «i Barilla si fanno i fatti propri». In realtà anche loro sono dispiaciuti per quel che è successo alla città. Capita ad esempio di incontrare per strada Paolo Barilla, che racconta con un sorriso amaro della rotonda sotto casa, trasformata dalla giunta in un tripudio di aiuole tipo giardino dell’eden.

Ubaldi governò senza Lega, con i centristi e le liste civiche. Racconta che la città è sempre stata politicamente moderata, né reazionaria né rivoluzionaria, poco fascista e non troppo comunista. La sinistra cercava il compromesso con la borghesia e candidava ingegneri o notai. La destra ha candidato lui, un democristiano. Le grandi opere sono iniziate con la sua giunta, però. E Vignali è stato per nove anni suo assessore. «Non avevo capito chi fosse davvero» assicura Ubaldi. Si vota a maggio. Alle primarie qui il Pd ha vinto, con l’ex presidente della Provincia, Vincenzo Bernazzoli. Il Pdl punta su Ghiretti. Ubaldi non ha ancora deciso se candidarsi: «È come se una vena di pazzia avesse colto gli amministratori. La protervia del potere, l’abisso della corruzione. Dobbiamo uscirne».

In passato è accaduto di peggio. Parma giunse ad accusare la sua sovrana, Maria Luigia, di zooerastia, l’amore innaturale per un animale, il cavallo Alexandre. Alberto Bevilacqua ha scritto un libro di 300 pagine su «Parma degli scandali», dal crac Salamini al giro di tangenti scoperto dal giovane Laguardia: uno degli accusati si chiamava Giuseppe Verdi, quando il suo nome rimbombava in tribunale erano tutti a disagio, anche il giudice. Poi venne il caso di Bubi Bormioli, industriale, amico dell’attrice Tamara Baroni, marito della marchesa Maria Stefania Balduino Serra. Sulla vetreria Bormioli scrissero: «Bubi, non tamareggiare». Dell’omicidio di un altro industriale, Carlo Mazza, fu accusata una ballerina dell’Est, Katharina Miroslava.

Racconta Bevilacqua che la città sa essere feroce. Quando nel 1734 vi entrò l’armata tedesca, subito fu ammazzato l’attendente del comandante, poi il principe di Wirtemberg al seguito delle truppe, infine il comandante in persona. Quando arrivarono i fascisti di Italo Balbo, Guido Picelli nascose i suoi uomini sui tetti dell’Oltretorrente, e mise in fuga le squadracce dopo una battaglia sanguinosa. Qui, nel quartiere popolare, si stabilirono Dickens, Leopold Mozart e Byron, che si calava zoppo al lume di una lanterna nella Camera del Correggio. Oltretorrente viveva Francesco Mazzola detto Parmigianino, prima di abbandonare la pittura per l’alchimia. Il professore di storia dell’arte di Bevilacqua era Attilio Bertolucci, il poeta, padre di Bernardo, il regista. Pure il negozio del genero di Tanzi – Pfk: pizza focaccia kebab – è nell’Oltretorrente, in borgo Coccone; ma anche lui deve passarsela male, le serrande sono sempre chiuse.

Poi ci sono le cose che funzionano. L’Authority sull’alimentare. Il collegio europeo. Le cucine Scic, il gruppo chimico Chiesi. L’università si considera la più antica d’Europa (discende dallo studio fondato nel 960 dal vescovo Oddone), la Gazzetta di Parma è in edicola dal 1735. Ma la vera forza della città è la commistione tra spirito e carne, la cultura della musica – Parma Lirica, il Club dei Ventisette, il Circolo Falstaff – e quella del cibo. Il culatello di Zibello, il salame di Felino, la spalla cotta di San Secondo, la culatta di Fontanellato, e poi gola, pancetta, gambetto, gambettino, fiocco, fiocchetto, strolghino, coppa, prete, ciccioli, e ovviamente il prosciutto di Parma: 4.781 allevamenti, 9 milioni di prosciutti, un miliardo e mezzo di fatturato. Il vero miracolo, però, è il parmigiano. Un distretto che comprende anche Reggio, Modena, la provincia di Mantova a Sud del Po, quella di Bologna a Ovest del Reno. Foraggi e latte solo della zona, 383 caseifici, 3.500 stalle, 244 mila mucche, un consorzio che porta in tribunale chiunque si azzardi a chiamare un formaggio «parmesan», «parmeso», «parmetta». Il parmigiano quello vero ormai lo fanno i sikh, guidati dal casaro, che di solito è ancora italiano. Ma adesso c’è anche il primo casaro indiano, Singh Sarabjit, 42 anni. Non porta il turbante ma il cappellino con la scritta «consorzio parmigiano reggiano». Nato in Punjab, dove i contadini hanno dimestichezza con le mucche, qui ha imparato a rompere la cagliata, coagulare il latte con lo «spino», raccogliere con la pala la massa caseosa, lavorare le forme, farle invecchiare, marchiarle a fuoco, dar seguito alla fatica secolare dei parmigiani, che né le bizzarrie di Maria Luigia, né gli imbrogli di Tanzi, né i latrocini comunali potranno mai interrompere.
http://blog.aldocazzullo.it

Aldo Cazzullo

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 Astenetevi a usare prodotti che sono stati testati da altri esseri viventi…..Non comprate, non usate, ma ditelo ai vostri amici, no,no,no…. è la nostra risposta. Usate l’anima e il cuore…..

Le 104 scimmie destinate alla vivisezione e che si trovano nello stabilimento della multinazionale Harlan di Correzzana (Monza) potrebbero essere prese in consegna dall’ex ministro del Turismo, on. Michela Vittoria Brambilla (Pdl), per essere poi liberate in oasi o parchi. Lo ha reso noto la stessa Brambilla che oggi ha incontrato David Broker, presidente della multinazionale per il settore Ricerca e Servizi.

«Sono molto soddisfatta di quanto ottenuto anche se Broker chiaramente non poteva decidere da solo – ha detto Michela Vittoria Brambilla all’ANSA – Gli ho comunque ricordato quali sono non solo le norme ma il sentimento comune degli italiani verso la vivisezione e, soprattutto, che in Lombardia è in corso di approvazione una legge che vieta sul territorio regionale gli allevamenti di animali destinati alla vivisezione».
Le 104 scimmie che si trovano a Correzzana fanno parte del lotto di 900 scimmie attese in questi giorni nello stabilimento. Ieri Brambilla aveva ottenuta la garanzia che le altre non arriveranno mai in Italia.
«Ho molto apprezzato che Broker abbia preso un aereo per venire a parlare con me e ascoltare le mie ragioni, che poi sono quelle della maggior parte degli italiani, in apprensione per la sorte di questi animali», ha aggiunto Brambilla. L’ex ministro ha incontrato Broker nel pomeriggio in un colloquio che è durato circa due ore. «Gli ho anche chiesto di poter fare entrare telecamere e giornalisti per documentare come vengono tenuti gli animali – ha spiegato Michela Vittoria Brambilla – Anche per questa richiesta mi ha detto che dovrà parlarne con gli altri responsabili della multinazionale».
Durante l’incontro tra l’ex ministro e il manager Harlan, all’esterno dello stabilimento è proseguito il presidio degli animalisti e degli ambientalisti che sostengono la battaglia (Enpa, Lav, Leidaa, Lndc, Oipa, 100% animalisti). «Broker si è preso due settimane di tempo per decidere della sorte delle 104
scimmie – ha detto il portavoce di 100% animalisti, Paolo Mocavero – ma sono sicuro che presto saranno libere e anche noi siamo disponibili a trovare una sistemazione per alcune di loro». «E’ stata una grossa vittoria anche sul fronte dell’opinione pubblica – ha aggiunto – anche perchè è facile commuoversi e mobilitarsi per dei beagle, un pò meno per dei macachi, invece abbiamo constatato che l’interesse per gli animali è molto più diffuso di quello che si pensa».

Un carico di 104 scimmie provenienti dalla Cina è giunto lo scorso 21 febbraio all’aeroporto di Fiumicino. Le scimmie sono state sottoposte a controlli veterinari e il giorno successivo sono state quindi trasportate presso la ditta Harlan di Correzzano (Monza). Lo rende noto il ministero della Salute.
I Nas hanno ispezionato: lo stabilimento di San Pietro al Natisone (Udine), dove sono utilizzati esemplari di topo e ratti; lo stabilimento di Bresso (Milano), dove vengono anche utilizzati topi e ratti e lo stabilimento di Correzzana (Monza), dove sono giunte le 104 scimmie.

Le scimmie non presentavano situazioni di stress da viaggio e tutti i documenti erano corrispondenti alle norme ministeriali.L’autorizzazione all’importazione degli animali alla ditta Harlan è garantita da un decreto del ministero della Salute del 31 gennaio 2012 e prevede l’importazione in Italia di 900 scimmie in lotti di massimo 156 esemplari per volta. Le scimmie  sono della specie Macaca Fascicularis e Mulatta e provengono dalla Cina e dalla Isole Mauritius. L’autorizzazione ha validità di un anno. Anche lo scorso anno la Harlan ha chiesto un’analoga autorizzazione per l’importazione di 900 scimmie, ma ne sono state importate solo 312.

LEGGETICI E DIFFONDETE LE INFORMAZIONI PER FERMARE LA VIVISEZIONE.

Lo scandalo di un’ordinaria follia, alcune riflessioni sull’arrivo di macachi ad Harlan

In questi giorni l’arrivo di un carico di 104 macachi diretto allo
stabilimento Harlan di Correzzana (MB) ha sollevato una grande attenzione e tanta indignazione. Ma quello che è accaduto non è nulla fuori dalla norma del mondo della vivisezione. Purtroppo di carichi come questo ne partono e ne arrivano ogni settimana in tutti i paesi europei. Ed è
proprio l’ordinarietà di questo orrore senza limiti che ci lascia spesso
senza parole.

Ma non sempre le cose vanno allo stesso modo. Per fortuna in questi tempi
il tema vivisezione è diventato un tema delicato e di alta attenzione
pubblica, che ha scosso la sensibilità di milioni di italiani, finora
ignari della presenza di allevamenti come Green Hill o Harlan e di ben 600
laboratori disseminati in tutte le regioni.

Per fortuna questo carico non è passato inosservato e dalle prime voci di corridoio si è passati ad una voce alta e corale che ha gridato allo scandalo. Perché nonostante le rassicurazioni del Ministro della salute Balduzzi, che ha fatto fare delle ispezioni dentro gli stabilimenti
Harlan, questo è e rimane uno scandalo.

 non lo è per le condizioni di viaggio, o per le gabbie sporche che sono
state fotografate qualche anno fa dentro gli stabulari della Harlan dal
Fronte Liberazione Animale. E’ uno scandalo perché a Correzzana sono
arrivati 104 individui e altri 750 potrebbero arrivare nel corso del 2012.

ono esseri viventi intelligenti, sensibili, capaci di tutte le emozioni e sensazioni che proviamo noi, ma vengono trattati come schiavi, come oggetti. Vengono strappati alle loro famiglie nella foresta, imprigionati, inscatolati e impacchettati su degli aerei, per finire poi tra le mani deivivisettori di tutto il mondo.
In questo caso il loro destino sarà forse dentro alcuni dei centri di
vivisezione che in Italia utilizzano primati, come l’università di Parma,
dove il professor Giacomo Rizzolatti e la sua equipe continuano a tormentare i cervelli di macachi ogni anno e con queste torture prendono premi nobel.

ppure al San Raffaele di Milano, dove i neurochirurghi si sbizzarriscono
sui cervelli dei macachi e sono stati modificati per renderli portatori di
una forma di distrofia muscolare e quindi perfetta cavia per le ricerche.
Oppure ancora alla Glaxo di Verona, adesso rilevata da Aptuit, dove
vengono usati per esperimenti di tossicologia sui farmaci, o ai laboratori
Chiron di Siena, dove vengono usati per sperimentare e produrre vaccini.
Purtroppo la lista è lunga.

In Italia i primati utilizzati ogni anno nei laboratori autorizzati dal
Ministero sono tra i 500 e i 600, quasi tutti macachi.
Il giro di affari per aziende come Harlan o per Bioculture, allevamento
delle Mauritius che li esporta tramite aerei AirFrance, è enorme. Si stima
che il prezzo si aggiri tra i 3.000 e i 4.000 euro ad animale. Harlan
opera sul territorio italiano da qualche decennio e da sempre è principale
riferimento in merito ai primati. Sui loro cataloghi presentano diverse
decine di ceppi di roditori, anche transgenici, e diverse tipologie di
operazioni che possono compiere, tra cui asportazioni di organi o parti
del corpo. Qualunque cosa su richiesta dei vivisettori. Tutto perfettamente in regola e legalizzato.

Questo caso che ha raggiunto la ribalta ci porta ad alcune riflessioni che
riteniamo importanti:- Ci teniamo ancora una volta a ribadire la necessità di modificare le
normative che sono in preparazione sia a livello nazionale che regionale,
che vieterebbero l’allevamento di cani, gatti e primati, ma non ne
vieterebbero la vendita.
Se passa una legge a metà non chiuderà Green Hill e non si andrà ad
intaccare il lavoro di Harlan, non si potranno fermare le importazioni di
questi macachi e il commercio che queste multinazionali fanno sul
territorio italiano. Si tratterebbe dell’ennesimo inganno a danno degli
animali

– L’arrivo di questi macachi apre di nuovo la spinosa questione delle
compagnie aeree coinvolte nel business della vivisezione. Ricordiamo che
da un anno è attiva una campagna internazionale contro AirFrance,
principale trasportatore di macachi e altri animali in tutto il mondo.
Solamente dalle Mauritius sono 10.000 i macachi che AirFrance porta nelle
stive dei suoi aerei ogni anno. Dobbiamo far sapere a tutta Italia e a
tutto il mondo che AirFrance e AirChina lucrano sulla vita di animali
destinati alle peggiori torture, invitare al boicottaggio e alle proteste!
Per maggiori informazioni:
http://www.fermaregreenhill.net/wp/boicottaggio-internazionale-contro-air-france-klm

– Il problema vivisezione non si ferma all’allevamento Green Hill, non si
ferma ai cani e non si fermerà solo con la chiusura di alcuni allevamenti.
E’ ora di far luce sugli esperimenti che vengono condotti nei centri di
ricerca e nelle università e fermarli, bloccare i finanziamenti,
ostacolare la tortura in ogni modo possibile.
Soprattutto nelle università risulta necessario aprire comunicazione con
gli studenti e cominciare a parlare con quelli che potrebbero essere i
vivisettori del domaniAggiungi un nuovo appuntamento per domani.

I laboratori sono ovunque attorno a noi.
La loro forza sta nella segretezza: cominciamo a renderli visibili e a
rendere più difficile il loro lavoro!

Green Hill, l’azienda di Montichiari (Brescia) che alleva cani beagle destinati alla vivisezione, potrebbe presto chiudere i battenti: fanno infatti ben sperare in tal senso gli sviluppi parlamentari di una vicenda che ha visto schierati in prima linea cittadini ed associazioni in difesa dei diritti degli animali. Il caso Green Hill ha infatti riacceso i riflettori sullo scottante tema della vivisezione, già oggetto di polemiche in occasione, nel 2010, dell’approvazione della direttiva europea che ha aperto le porte all’utilizzo anche di cani e gatti randagi come cavie. L’Italia dei Valori, che si schierò e si schiera tuttora contro la vivisezione, promuove, proprio in occasione della giornata mondiale del Gatto, un incontro dal titolo “La sicurezza ambientale – Test di tossicità e sperimentazione su animali: i metodi alternativi alla vivisezione e il caso Green Hill”. Il relatore dell’incontro sarà il Dottor Massimo Tettamanti, coordinatore del Centro I-Care, Centro Internazionale per le Alternative, direttore del Nutrition Ecology International Center e membro del Comitato Scientifico Link Italia”. L’appuntamento è fissato per il 17 Febbraio alle ore 19 presso la Corale Verdi, in Vicolo Asdente, 1.

Il Giornale ha sposato tout court la campagna animalista. Come l’ex ministro Michela Vittoria Brambilla, il quotidiano di via Negri è partito anche oggi all’attacco della sperimentazione animale, con un articolo di Oscar Grazioli (disponibile anche on line) che racconta, alla fine di un lunghissimo articolo, la sua esperienza (che risale ad “appena” 25 anni fa):

Io ci sono stato in quel tipo di laboratori (non quelli della Harlan). Circa 25 anni fa, quando ero uno dei pochi veterinari che curava scimmie ,ci andai per imparare alcune tecniche di diagnosi. Quello che ho visto mi sveglia ancora di notte, sudato. I cercopitechi schiacciati dalla parete mobile di lamiera contro le sbarre che perdevano bava e urina e schizzavano feci ovunque, per il terrore. Uno aveva la testa rivolta verso di me e l’occhio ricadeva dall’ orbita, mentre le urla perforavano i timpani. «Tanto ne hai per poco», il commento dell’addetto. Dopo un’ora era sul tavolo, accanto a un macaco cui dovevano togliere i reni. Dopo l’incisione sull’addome, gettava fuori le viscere dal corpo. L’anestesia era un po’ superficiale. Amen. Passavi tra le gabbie dei Resi e, se acuivi l’olfatto, potevi sentire, nell’oscurità, il profumo del terrore. Non serviva acuire l’udito per sentire i gemiti di chi era tenuto in vita perché l’esperimento lo richiedeva. Una volta uscito all’aria, ho vomitato. Tutto questo si verifica ancora, in tutto il mondo e la ragione umanitaria per cui questi sacrifici sono «necessari»rappresenta la più tragica balla che vi hanno mai raccontato.

Storie agghiaccianti che però sembrano appartenere al passato. La dott.ssa Marta Piscitelli, laureata in Medicina Veterinaria e attualmente ricercatrice presso l’ENEA, nonché membro del Comitato Bioetico per la sperimentazione animale nella ricerca biomedica -, qualche tempo fa ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande di Giornalettismo a proposito della sperimentazione animale. Tra queste, si diceva che tra i motivi per cui la sperimentazione animale godeva di brutta fama c’erano:

La pessima fama della sperimentazione animale si è consolidata per diversi motivi tra i quali:
a) la totale mancanza di attenzione al dolore animale che si è perpetuata per diverso tempo;
b) l’aver effettuato alcune sperimentazioni cruente che non hanno portato risultati rilevanti;
c) la segregazione continua ed eccessiva di animali tipicamente sociali;
d) la non applicazione di metodi statistici adeguati che ha portato all’uso di un eccessivo numero di animali;
e) l’uso degli animali al posto della possibilità di utilizzare dati epidemiologici per evidenziare fenomeni di correlazione tra causa ed effetto.

E ha spiegato:

Nella ricerca, nella maggior parte dei casi dove è stato possibile sostituire gli animali, questo è stato immediatamente fatto e molto si sta facendo. Gli anticorpi monoclonali, ad esempio, sono molecole specifiche derivate dal sistema immunitario dei vertebrati che si legano ad uno specifico bersaglio molecolare (sia esso un recettore o una proteina coinvolta in processi di cancerogenesi, o ancora un metabolita). Questa classe di molecole biologiche (cioè non derivate da sintesi chimica) hanno rivoluzionato le tecniche di laboratorio, dalla biologia molecolare alla diagnostica e costituiscono il prodotto biofarmaceutico di base delle nuove terapie antitumorali (ad es. Trastuzumab, Nimotuzumab, Rituximab etc). Gli anticorpi monoclonali in una fase iniziale venivano prodotti su larga scala tramite purificazione di liquido ascitico murino (ovvero di liquido prodotto da un’infiammazione a livello addominale nel topo). Al giorno d’oggi vengono prodotti mediante purificazione da terreno di coltura cellulare (liquido) in cui vengono riversati come prodotti di secrezione cellulare. In alcuni casi, inoltre, viene abolito l’uso dell’immunizzazione dell’animale e le molecole vengono identificate e isolate da cosiddetti repertori anticorpali sintetici. Come ulteriore esempio, vale la pena ricordare che alcuni test sugli animali sono già stati sostituiti da metodi alternativi. Molto noto è il test di gravidanza che in passato veniva effettuato tramite l’iniezione di urina di donna in una giovane coniglia. La coniglia, sacrificata, in caso di positività e quindi di gravidanza in atto, mostrava una maturazione dei follicoli ovarici dovuta all’influenza di particolari ormoni presenti nelle urine umane. Ora, grazie alla tecnica degli anticorpi monoclonali messa a punto con e sui topi, è possibile effettuare il test con un kit acquistabile in qualsiasi supermercato.

Sempre ricordando che uno dei punti presi in carico dalla ricerca scientifica è proprio che gli animali soffrano il meno possibile durante questi test:

Sono sicura che, laddove la legge è stata letta, compresa e condivisa si sia fatto di tutto per diminuire il numero di animali utilizzati e per migliorare le condizioni di mantenimento e le procedure sperimentali. Mi auguro invece che, laddove persistano superficialità, ignoranza e indifferenza alla sofferenza animale, il potere ispettivo e sanzionatorio degli organi deputati al controllo faccia il suo percorso e agisca senza indugio.

Tratto da La Pelle” di Curzio Malaparte

Un giorno Febo uscì, e non tornò più. Lo aspettai fino a sera, e scesa la notte corsi per le strade, chiamandolo per nome. Tornai a casa a notte alta, mi buttai sul letto, col viso verso la porta socchiusa.
Ogni tanto mi affacciavo alla finestra, e lo chiamavo a lungo, gridando. All’alba corsi nuovamente per le strade deserte, fra le mute facciate delle case che, sotto il cielo livido, parevano di carta sporca. Non appena si fece giorno, corsi alla prigione municipale dei cani. Entrai in una stanza grigia, dove, chiusi in fetide gabbie, gemevano cani dalla gola ancora segnata dalla stretta del laccio del chiappino. Il guardiano mi disse che forse il mio cane era rimasto sotto una macchina o era stato rubato, o buttato a fiume da qualche banda di giovinastri. Mi consigliò di fare il giro dei canai, chi sa che Febo non si trovasse nella bottega di qualche canaio?
Tutta la mattina corsi di canaio in canaio, e finalmente un tosacani, in una botteguccia di Piazza dei Cavalieri, mi domandò se ero stato alla Clinica Veterinaria dell’Università, alla quale i ladri di cani vendono per pochi soldi gli animali destinati alle esperienze cliniche. Corsi all’Università, ma era già passato mezzogiorno, la Clinica Veterinaria era chiusa. Tornai a casa, mi sentivo nel cavo degli occhi un che di freddo, di liscio, mi pareva di aver gli occhi di vetro.
Nel pomeriggio tornai all’Università, entrai nella Clinica Veterinaria. Il cuore mi batteva, non potevo quasi camminare, tanto ero debole e oppresso dall’ansia. Chiesi del medico di guardia, gli dissi il mio nome. Il medico, un giovane biondo, miope, dal sorriso stanco, mi accolse cortesemente e mi fissò a lungo prima di rispondermi che avrebbe fatto tutto il possibile per aiutarmi.
Apri una porta, entrammo in una grande stanza nitida, lucida, dal pavimento di linoleum azzurro. Lungo le pareti erano allineate l’una a fianco dell’altra, come i letti di una clinica per bambini, strane culle in forma di violoncello: in ognuna di quelle culle era disteso sul dorso un cane dal ventre aperto, o dal cranio spaccato, o dal petto spalancato:
Sottili fili di acciaio, avvolti intorno a quella stessa sorta di viti di legno che negli strumenti musicali servono a tender le corde, tenevano aperte le labbra di quelle orrende ferite: si vedeva il cuore nudo pulsare, i polmoni dalle venature dei bronchi simili a rami d’albero, gonfiarsi proprio come fa la chioma di un albero nel respiro del vento, il rosso, lucido fegato contrarsi adagio adagio, lievi fremiti correre sulla polpa bianca e rosea del cervello come in uno specchio appannato, il groviglio degli intestini districarsi pigro come un nodo di serpi all’ uscir dal letargo. E non un gemito usciva dalle bocche socchiuse dei can i crocifissi.
Al nostro entrare tutti i cani avevano rivolto gli occhi verso di noi, fissandoci con uno sguardo implorante, e al tempo stesso pieno di un atroce sospetto: seguivano con gli occhi ogni nostro gesto, ci spiavano le labbra tremando. Immobile in mezzo alla stanza, mi sentivo un sangue gelido salir su per le membra: a poco a poco diventavo di pietra. Non potevo schiuder le labbra, non potevo muovere un passo. Il medico mi appoggiò la mano sul braccio, mi disse: “coraggio”. Quella parola mi sciolse il gelo delle ossa, lentamente mi mossi, mi curvai sulla prima culla. E di mano in mano che progredivo di culla in culla, il sangue mi tornava al viso, il cuore mi si apriva alla speranza. A un tratto, vidi Febo.
Era disteso sul dorso, il ventre aperto, una sonda immersa nel fegato. Mi guardava fisso, e gli occhi aveva pieno di lacrime. Aveva nello sguardo una meravigliosa dolcezza. Non mandava un gemito, respirava lievemente, con la bocca socchiusa, scosso da un tremito orribile. Mi guardava fisso, e un dolore atroce mi scavava il petto. “Febo” dissi a voce bassa. E Febo mi guardava con una meravigliosa dolcezza negli occhi. Io vidi Cristo in lui, vidi Cristo in lui crocifisso, vidi Cristo che mi guardava con gli occhi pieni di una dolcezza meravigliosa. “Febo” dissi a voce bassa, curvandomi su di lui, accarezzandogli la fronte. Febo mi baciò la mano, e non emise un gemito.
Il medico mi si avvicinò, mi toccò il braccio: “Non potrei interrompere l’esperienza” , disse, “è proibito. Ma per voi… Gli farò una puntura. Non soffrirà”.
Io presi la mano del medico fra le mie mani, e dissi, mentre le lacrime mi rigavano il viso: “Giuratemi che non soffrirà”.
“Si addormenterà per sempre”, disse il medico, “vorrei che la mia morte fosse dolce come la sua”.
Io dissi: “Chiuderò gli occhi. Non voglio vederlo soffrire. Ma fate presto, fate presto!”.
“Un attimo solo” disse il medico, e si allontanò senza rumore, scivolando sul molle tappeto di linoleum. Andò in fondo alla stanza, apri un armadio.
Io rimasi in piedi davanti a Febo, tremavo orribilmente, le lacrime mi solcavano il viso. Febo mi guardava fisso, e non il più lieve gemito usciva dalla sua bocca, mi guardava fisso con una meravigliosa dolcezza negli occhi. Anche gli altri cani, distesi sul dorso nelle loro culle, mi guardavano fisso, tutti avevano negli occhi una dolcezza meravigliosa, e non il più lieve gemito usciva delle loro bocche.
A un tratto un grido di spavento mi ruppe il petto: “Perchè questo silenzio?”, gridai, “che è questo silenzio?”.
Era un silenzio orribile. Un silenzio immenso, gelido, morto, un silenzio di neve.
Il medico mi si avvicinò con una siringa in mano: “Prima di operarli”, disse, “gli tagliamo le corde vocali”. Un giorno Febo uscì, e non tornò più. Lo aspettai fino a sera, e scesa la notte corsi per le strade, chiamandolo per nome. Tornai a casa a notte alta, mi buttai sul letto, col viso verso la porta socchiusa.
Ogni tanto mi affacciavo alla finestra, e lo chiamavo a lungo, gridando. All’alba corsi nuovamente per le strade deserte, fra le mute facciate delle case che, sotto il cielo livido, parevano di carta sporca. Non appena si fece giorno, corsi alla prigione municipale dei cani. Entrai in una stanza grigia, dove, chiusi in fetide gabbie, gemevano cani dalla gola ancora segnata dalla stretta del laccio del chiappino. Il guardiano mi disse che forse il mio cane era rimasto sotto una macchinai o era stato rubato, o buttato a fiume da qualche banda di giovinastri. Mi consigliò di fare il giro dei canai, chi sa che Febo non sj trovasse nella bottega di qualche canaio?
Tutta la mattina corsi di canaio in canaio, e finalmente un tosacani, in una botteguccia di Piazza dei Cavalieri, mi domandò se ero stato alla Clinica Veterinaria dell’Università, alla quale i ladri di cani vendono per pochi soldi gli animali destinati alle esperienze cliniche. Corsi all’Università, ma era già passato mezzogiorno, la Clinica Veterinaria era chiusa. Tornai a casa, mi sentivo nel cavo degli occhi un che di freddo, di liscio, mi pareva di aver gli occhi di vetro.
Nel pomeriggio tornai all’Università, entrai nella Clinica Veterinaria. Il cuore mi batteva, non potevo quasi camminare, tanto ero debole e oppresso dall’ansia. Chiesi del medico di guardia, gli dissi il mio nome. II medico, un giovane biondo, miope, dal sorriso stanco, mi accolse cortesemente e mi fissò a lungo prima di rispondermi che avrebbe fatto tutto il possibile per aiutarmi.
Apri una porta, entrammo in una grande stanza nitida, lucida, dal pavimento di linoleum azzurro. Lungo le pareti erano allineate l’una a fianco dell’altra, come i letti di una clinica per bambini, strane culle in forma di violoncello: in ognuna di quelle culle era disteso sul dorso un cane dal ventre aperto, o dal cranio spaccato, o dal petto spalancato.
Sottili fili di acciaio, avvolti intorno a quella stessa sorta di viti di legno che negli strumenti musicali servono a tender le corde, tenevano aperte le labbra di quelle orrende ferite: si vedeva il cuore nudo pulsare, i polmoni dalle venature dei bronchi simili a rami d’albero, gonfiarsi proprio come fa la chioma di un albero nel respiro del vento, il rosso, lucido fegato contrarsi adagio adagio, lievi fremiti correre sulla polpa bianca e rosea del cervello come in uno specchio appannato, il groviglio degli intestini districarsi pigro come un nodo di serpi all’uscir dal letargo. E non un gemito usciva dalle bocche socchiuse dei cani crocifissi.
Al nostro entrare tutti i cani avevano rivolto gli occhi verso di noi, fissandoci con uno sguardo implorante, e al tempo stesso pieno di un atroce sospetto: seguivano con gli occhi ogni nostro gesto, ci spiavano le labbra tremando. Immobile in mezzo alla stanza, mi sentivo un sangue gelido salir su per le membra: a poco a poco diventavo di pietra. Non potevo schiuder le labbra, non potevo muovere un passo. Il medico mi appoggiò la mano sul braccio, mi disse: “coraggio”. Quella parola mi sciolse il gelo delle ossa, lentamente mi mossi, mi curvai sulla prima culla. E di mano in mano che progredivo di culla in culla, il sangue mi tornava al viso, il cuore mi si apriva alla speranza. A un tratto, vidi Febo.
Era disteso sul dorso, il ventre aperto, una sonda immersa nel fegato. Mi guardava fisso, e gli occhi aveva pieno di lacrime. Aveva nello sguardo una meravigliosa dolcezza. Non mandava un gemito, respirava lievemente, con la bocca socchiusa, scosso da un tremito orribile. Mi guardava fisso, e un dolore atroce mi scavava il petto. “Febo” dissi a voce bassa. E Febo mi guardava con una meravigliosa dolcezza negli occhi. Io vidi Cristo in lui, vidi Cristo in lui crocifisso, vidi Cristo che mi guardava con gli occhi pieni di una dolcezza meravigliosa. “Febo” dissi a voce bassa, curvandomi su di lui, accarezzandogli la fronte. Febo mi baciò la mano, e non emise un gemito.
Il medico mi si avvicinò, mi toccò il braccio: “Non potrei interrompere l’esperienza” , disse, “è proibito. Ma per voi… Gli farò una puntura. Non soffrirà”.
Io presi la mano del medico fra le mie mani, e dissi, mentre le lacrime mi rigavano il viso: “Giuratemi che non soffrirà”.
“Si addormenterà per sempre”, disse il medico, “vorrei che la mia morte fosse dolce come la sua”.
Io dissi: “Chiuderò gli occhi. Non voglio vederlo soffrire. Ma fate presto, fate presto!”.
“Un attimo solo” disse il medico, e si allontanò senza rumore, scivolando sul molle tappeto di linoleum. Andò in fondo alla stanza, apri un armadio.
Io rimasi in piedi davanti a Febo, tremavo orribilmente, le lacrime mi solcavano il viso. Febo mi guardava fisso, e non il più lieve gemito usciva dalla sua bocca, mi guardava fisso con una meravigliosa dolcezza negli occhi. Anche gli altri cani, distesi sul dorso nelle loro culle, mi guardavano fisso, tutti avevano negli occhi una dolcezza meravigliosa, e non il più lieve gemito usciva delle loro bocche.
A un tratto un grido di spavento mi ruppe il petto: “Perchè questo silenzio?”, gridai, “che è questo silenzio?”.
Era un silenzio orribile. Un silenzio immenso, gelido, morto, un silenzio di neve.
Il medico mi si avvicinò con una siringa in mano: “Prima di operarli”, disse, “gli tagliamo le corde vocali”.

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