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Archive for aprile 2012

Le sostanze sane ma leggermente urticanti dell’ananas

Ciao Valdo, è un po’ che non mi faccio sentire. Ho letto le tue ultime tesine.
Vorrei dire alla ragazza romana di Una vegetariana alle prime armi che il pizzicore alla lingua causato dall’ananas è cosa normale.
Questo favoloso frutto contiene delle sostanze impercettibilmente urticanti.
Basta evitare di entrare in contatto con la parte dura e centrale, e tutto va al meglio.

Una fotografia, ovvero uno spaccato della vita sociale di ogni giorno

Vorrei inviarti un tipo particolare di fotografia.
Non quella in technicolor, digitalizzata e perfetta, che adesso anche i nostri telefonini sanno fare.
Intendo una fotografia descrittiva di un istante particolare riguardante la mia vita di questi giorni.
L’ambiente è quello di un locale tipo bar. In realtà è una ludoteca, dove la gente va a giocare (a Risiko, a Monopoli, ecc) ed anche a bere qualcosa.
Il momento però non è quello operativo col pubblico. Siamo sul mezzogiorno.
Nel locale ci sono 4 persone: io, il titolare, un operaio che è entrato per un paio di panini in pausa pranzo, e una donna di età imprecisata, amica del titolare, che lo sta aiutando pure nella pulizia del locale. Io sono in tenuta da moto, cioè particolarmente vestita e protetta, per il freddo polare.

L’orgoglio e il vanto di avere un ictus

La ragazza delle pulizie tossisce a ripetizione, ma non esita a tenere tra le dita una sigaretta.
Le chiedo come mai fuma, con quella tosse poi. E lei mi risponde: Non rinuncio per nulla al mondo alla mia sigaretta. Poi aggiunge: Ogni tanto leggo sui pacchetti che il fumo fa venire il cancro, l’ictus e simili. Ma io ho già dato. A me l’ictus è già venuto.
Intanto sorride, come se fosse fiera di aver già esperito tale disgrazia e di averla superata.
I medici mi dicono che ho il sangue di legno, ma intanto sono qui a raccontarla, e vado avanti.
Non so dare l’età a questa donna. Potrebbe averne 30 come 45.
Mi impressiona tantissimo il fatto che abbia avuto un ictus, che sia strapiena di catarro, e che continui a fumare convinta, imperterrita.

Mai pregiudicare i piaceri della vita, conditi da un litro di caffè espresso al giorno

Intanto, nella stessa foto, si vede l’operaio col suo pasto, fatto di due panini ben farciti al prosciutto crudo. Ascolta quanto diciamo e non commenta. Mario, il titolare del locale, sta su una sedia che lo contiene a malapena. E’ parecchioo in sovrappeso.Lo conosco bene. Ha da poco avuto un infarto, ed è stato salvato per un pelo. Dopo la malattia, aveva smesso di fumare, poi ha ricominciato.
Quanto alla dieta, tutti gli dicono di evitare i dolci e di contenersi, ma lui non ce la fa.
Mi dice sempre che preferisce vivere di meno, ma non pregiudicarsi i piaceri della vita che per lui sono i dolci e le mangiate in compagnia. In più, per non perdere la carica, beve circa 15 caffè al giorno.

Meglio stare zitti, quando non c’è un filo di speranza

Mi chiede se voglio un caffè. Rispondo con un pizzico di ironia: Mario, lo sai che ho smesso da anni col caffè e che ho tutti i peggiori difetti del mondo: non prendo caffè, non mangio dolci e sono pure vegana.
L’operaio, che fino a quel momento era stato zitto, si anima: Che male c’è a mangiare il prosciutto?
Mentre parla, riesco a vedere i suoi denti. Sembrano i petali di una margherita a cui sia stato praticato il m’ama-non-m’ama. Chissà quali malattie potrà serbare il corpo di costui.
La fotografia si ferma qui, perché ho rinunciato a rispondere al tizio. Non avevo voglia di incanalarmi in un discorso polemico e contrastato, magari suscitando emozioni negative. A volte capti la situazione, quando non c’è speranza, ed ogni tua parola può diventare superflua e dannosa.

L’aliena extraterrestre, un pesce fuor d’acqua

Questa istantanea del momento trascorso, mi è poi rimasta nella mente.
Ho riflettuto e mi sono detta che è mostruoso vivere in un mondo di questo tipo.Gente cieca, che veste un corpo malandato. Gente che continua pedissequamente nel solco dell’errore di massa.
Pecore che per tutta la vita non vedono altro che il sedere della pecora davanti. Persone che masticano quello che è stato masticato da altri e non pensano minimamente di modificare qualcosa.
Nella foto però c’ero anch’io: un’aliena, un’extraterrestre con spoglie da essere umano.
Il bello è che queste persone non hanno minimamente notato questa mia estraneità, non hanno colto il fatto che io non vado dal medico da una vita, non vedo il dentista da secoli (con giovamento anche del portafogli). Si sono limitate a considerarmi un po’ stramba, o forse una che vuole farsi notare per i suoi modi singolari.

Viviamo nel nuovo Medioevo, con meno demoni ma tanta più paura

Viviamo in un medioevo perenne, e la gente non lo sa.
L’era dell’ignoranza, dell’oscurantismo, della cecità non è affatto terminata con l’Illuminismo. Persevera ancora. Ora non ci sono più i roghi, ma ci sono i bisturi dei medici.
Non ci sono i demoni, ma aleggia ovunque il terrore del cancro, dell’infarto, dell’ictus, della pandemia.
La gente non sa come evitarli, e non lo vuole nemmeno sapere.
E se glielo dici a chiare lettere, preferisce il gozzovigliare ansimante di oggi al benessere sereno dei giorni a venire.
Non vedo un rimedio. Forse devono passare altri secoli ancora perché il lumen si possa accendere veramente.
Spero tanto di sbagliarmi. Con imperitura stima.

Priscilla
Speriamo di sbagliarci

Grazie Priscilla per questo tuo bel contributo fotografico che non ha bisogno di tanti commenti.
Sono d’accordo pienamente con te.
Non per l’imperitura stima che condivido tutta, ma perché con la tua sensibilità sopraffina di artista hai offerto un quadro significativo di quella che è la grama realtà quotidiana, mentre noi stiamo a discutere su quanto distillata dev’essere l’acqua e su quanto biologica debba essere una mela.
La tua vena pittorica-narrativa si dimostra all’altezza delle tue arti musicali.
Non hai affatto torto a chiederti che fine abbiano fatto i lumi, e dove mai sia finito il nostro grande maestro Pitagora.
Anch’io spero che tu possa sbagliarti.
Anche perché, se non fosse così, staremmo tutti qui a buttare via in malomodo il nostro tempo.

La dominazione del made-in-Italy ci qualifica come avvelenatori-leader del pianeta

Aggiungerei poi, che l’illuminazione per qualcuno esiste.
La piovra illuminata chiamata Coca-Cola ha allungato i suoi tentacoli ulteriormente.
Dove se non verso la nostra Italia, patria del caffè espresso.
Gli accordi conclusi lo scorso anno con la Illy di Trieste, stanno dando ottimi frutti, e le lattine col caffè triestino sono destinate ad invadere i mercati.
Trieste poi non è solo il porto europeo del caffè, ma anche quello del brandy.
La tua squadra ha vinto? Brinda con Stock84. Ha perso? Consolati con Stock84.
La dominazione mondiale nel caffè e nell’alcol, completa il cerchio tracciato dai dolciumi, dal vino, dal grana, dal prosciutto, dal cuoio e dalla pelliccia, fiori all’occhiello dell’imprenditoria italiana.

Cremonini e McDonalds, massacratori seriali, ai vertici del mondo

Aggiungerei pure che l’illuminazione e il brillante futuro esistono per Mr Cremonini e per il dinamico ministro dell’Agroalimentare Luca Zaia, apparsi ieri gongolanti ed in forma smagliante, nei telegiornali di regime, come salvatori dell’italica patria.
Sbuffa la Fiat con le auto che si vendono a rilento? Poco male.
Le sorti della nazione sono rette oggi dal più grande macellaio dei nostri tempi, che non sta in terra d’Irlanda, paese da tempo trasformato in mattatoio d’Europa, ma nella bella e dinamica città di Modena.
La Cremonini spa, da tempo associata al gruppo multinazionale McDonalds, ha siglato gli accordi per costruire la più grossa mega-macelleria del pianeta, che servirà i popoli della Russia e dei paesi vicini.
Il presidente del gruppo, orgoglioso ed impettito come non mai per la storica performance, capace di adombrare i lustri della Ferrari di Maranello, ha dichiarato che i russi di oggi sono un popolo moderno e sviluppato, e dunque grossi consumatori di carne.
D’ora in avanti, si tratterà di carne marchiata in tricolore.

Campioni del mondo di calcio, di velocità, di cinismo e cattiveria

Le Ambasciate e i Consolati d’Italia all’estero non si limiteranno più a fungere da mostre e cantine stabili dei vini d’Italia, e dei prosciutti di Parma e San Daniele, ma potranno sventolare pure con fierezza e superbia, la bandiera più rossa che tricolore della Nuova Italia Illuminata, prima socia del Nuovo Ordine Mondiale a stelle e strisce.
Potranno sventolare la bandiera della sopraffazione e dell’assassinio seriale, lo stemma di campioni del mondo di cinismo e cattiveria.
La grandezza di un paese non si misurerà di certo col modo umano, compassionevole, e generoso di trattare deboli e indifesi, di trattare bambini ed animali, come auspicato dal Mahatma Gandhi, da Martin Luther King, da Albert Schweitzer, Albert Einstein, e persino da Bob Kennedy, ma col PIL e le autostrade dorate dove sfrecciano le Ferrari, le Maserati e le Lamborghini alimentate troppo spesso col sangue degli innocenti.

Da terra fertile e gentile di artisti e poeti, a landa desertificata di vampiri, sanguisughe e accoppa-animali, sotto-tetto e a cielo aperto, in terra come in acqua

Vedere l’Italia di San Francesco d’Assisi e di Dante, di Girolamo Savonarola e di Giordano Bruno, di Carducci, Pascoli e Leopardi, e dell’immenso Leonardo del Verrà il giorno in cui l’uccisione di ogni singolo animale sarà giudicata come orrendo delitto, barattata, svenduta e svilita oltreconfine come patria dei coltellacci e delle doppiette, della caccia e del bracconaggio, della sopraffazione e della scuoiatura, del sangue e della macellazione, della chirurgia e del cancro, non equivale forse a un’onta irreparabile che peserà sulla coscienza di ogni italiano nei secoli dei secoli?
Con quale faccia riceveremo i turisti in cerca di belle arti e di poesia, in cerca di amore e di armonia col creato, di sensibilità artistica e di dritte morali, quando alberghiamo le sanguisughe e gli gli accoppa-animali della peggiore risma in ogni angolo delle nostre città e in ogni anfratto del nostro governo e delle nostre istituzioni?

Gli stemmi e gli onori dei Comuni d’Italia

I sindaci dei migliori comuni d’Italia amano adornarsi di stemmi e di simboli, esponendo persino dei cartelli stradali tipo Tavagnacco, Comune Pacifico e Decontaminato, gemellato con (e segue il nome di un comune della Germania, dell’Austria o della Slovenia).
Che tipo di cartello potremo mai mettere all’ingresso dei nostri comuni andando avanti di questo passo?
Comune di Trieste, patria del veleno drogante chiamato caffè, gemellato con Atlanta e la Coca-Cola?
Comune di Sauris, patria non più di ciclamini e stelle alpine, ma del sangue e dello speck?
Comune di San Daniele, patria dei porcellini sgozzati e delle gambe di maiale chiamate prosciutto?
Comune di Modena, impero della macellazione seriale, gemellato con Atlanta e la McDonalds?
Comune di Bologna la grassa, regno accoppatorio, dai sindaci spesso macellai, dagli emeriti industriali della mortadella e del musetto, famosa nel mondo non più come terra di Guglielmo Marconi e di tanti uomini illustri, ma come terra-macello, al punto che in ogni lingua bologna è sinonimo di carne al ragù.
Comune di Parma, paradiso anticipato dei maiali doc che diventano gambe di suino chiamate prosciutti.
Comune di Reggio, patria dei penitenziari bovini, con ergastolane inchiodate alla mangiatoia e alla mungitrice elettronica, prima della vacanza-premio al macello.
Comune di Brescia, Leonessa d’Italia, patria delle migliori doppiette e delle più micidiali mine anti-uomo e anti-animale?

Ogni occasione è buona per coniugare il verbo sinistro, per ammazzare senza pietà e remissione

Questi sono soltanto gli esempi più noti.
Non c’è in realtà comune italiano privo di strutture per ammazzare ogni essere vivente legato alla catena o in libera circolazione.
Ogni creatura che ha la sventura di esistere e di essere stata messa in qualche modo al mondo, dal magnifico essere pacifico chiamato mucca, al pulitissimo e intelligente maiale, all’umile e docile gallina, alla straordinaria e tenera anatra, alla vanitosa ma simpatica oca, al timido e dolce coniglio, all’esotico e spaesato struzzo, alla simpatica e gracchiante rana.
Il paese dell’armata invincibile e dei prodi impallinatori di piccole anime indifese

Non c’è bosco d’Italia in cui non si attui la persecuzione degli animali nati in libertà su una landa cinica e nemica, ricoperta di cartucce esauste e di orme sinistre, lasciate dai tipici stivali degli eroi della domenica, diventati oggi eroi di tutta la settimana, pronti a impallinare ogni cosa che si muove, anche dal lunedì al sabato, sia essa uccellini che cantano, fagiani che tremano, lepri e caprioli che non sanno più dove fuggire.

Non rivelate che siete italiani. Non vogliamo essere rappresentati oltralpe dai dei macellai.

C’è ben poco di che impettirsi e di che vantarsi, carissimo ministro dell’Agroalimentare.
Sei bravo, dinamico e super-attivo, come ministro, peccato che ti manchi del tutto il senso dell’etica animalistica e della misura. Peccato che per te gli animali incatenati siano tutto, fuorché creature dotate di cuore e di anima. Non esseri viventi da rispettare, ma soltanto chili inanimati di grasso e di polpa.
C’è ben poco di che mostrarsi con orgogliosa superbia alle telecamere dei canali tv, caro industriale modenese del panino alla salma.
Accontentatevi almeno di stare nascosti all’ombra, di disegnare i vostri orrendi piani espansivi e la vostra funerea contabilità in segreto, di raccontare le vostre gesta vampiriche ai diavoli dell’inferno.
Fate pure il vostro sinistro business finché la legge ve lo concede, ma non andate in giro a strombazzarlo.
E non dite, per favore, che siete italiani, Dite, che ne so, Svizzera, San Marino, Liechtenstein.
Qualunque cosa ma non Italia,

Non siete i salvatori ma i becchini della Patria

Vi atteggiate a salvatori della patria italica, mentre la state invece sotterrando sotto un cumulo di rifiuti organici e di cimiteri a cielo aperto.
Sotto un cumulo di maleodoranti ossa, di interiora che non digeriscono più, di occhi e di orecchi che non vedono e non sentono più, di gambe che non scalciano e non corrono più, di sangue che non porta più vita ma convoglia il suo miasma di morte nelle falde acquifere, di mammelle che non danno più latte ma gridano vendetta a Dio per la peggiore delle avventure karmatiche che egli poteva riservare loro.

Vandali e boia legalmente autorizzati

Distruttori eccellenti di vita animale.
Vandali e Lanzichenecchi con in tasca l’autorizzazione legale ad uccidere.
Persecutori e distruttori di persone piumate e a quattro gambe, in grado tutte di insegnarvi a vivere in modo civile e rispettoso, in amicizia e coesistenza, e che voi avete invece soppresso senza pietà e senza alcun rimorso di coscienza.
State trasformando un paese invidiato per la cultura della bellezza, del design, della musica, dell’arte, dell’anima, dell’antimilitarismo, della pace e della giustizia, dell’armoniosa convivenza tra gli esseri viventi, in una caricatura di nazione che non ci piace e non ci appartiene affatto.
State tramutando il paese di Cesare Beccaria e dell’abolizione della pena di morte, nel paese dell’esecuzione sommaria e seriale riservata ai più deboli, ai più innocenti, ai più disarmati, ai più sfigati.

State minando un intero paese alle fondamenta

State compiendo un’operazione culturale abusiva e demolitoria che nemmeno i tanti carnivori d’Italia, pur nella loro colpevole incoerenza di mastica-cadavere-per-sbaglio più che per vera scelta, si sentirebbero di sottoscrivere. State dilaniando animali a ritmo industriale.
Ma state pure disfando questo paese che non vi appartiene più, come voi stessi non gli appartenete.
Siamo ed amiamo essere il paese del buon esempio e non quello della cattiveria e dell’inciviltà.
Siamo ed amiamo essere il paese di San Francesco d’Assisi e di San Antonio di Padova, di San Gennaro e Padre Pio. Il paese dell’amore e della compassione.
Siamo ed amiamo essere il paese che sa classificarsi coi primi, ma che alla fine tende sempre a difendere i perdenti.
Il paese dove gli ultimi papi, incluso Ratzinger, ricordano ai fedeli giornalmente che Dio non ama chi uccide.

L’Italia è un paese con determinata storia, determinate caratteristiche e determinata reputazione

Siamo il paese che ama i piccioni e le colombe, che offre briciole ai passerotti nelle stazioni ferroviarie.
Siamo ed amiamo essere il paese della Divina Commedia, delle barzellette indecorose del Boccaccio, delle commedie ironiche del Goldoni, delle opere verdiane, delle canzoni ecologiche, delle poesie struggenti.
Al limite il paese delle burle e delle prese in giro, dei falsi religiosi, dei carabinieri dileggiati, delle mogli tradite e dei mariti cornificati, della passione e della gelosia, ma mai quello della venalità e del cinismo, quello del cuore di pietra e della sopraffazione.
Queste cose le lasciamo volentieri a certi pseudo-cristiani d’Irlanda e ad altri pseudo-civili della terra Yankee.

Il paese delle arance, delle pesche, delle ciliegie, dei carciofi, delle castagne e dei tartufi

Amiamo essere il paese delle arance rosse di Sicilia, il paese dei grappoli più che dei vini, il paese delle pesche e delle mele, il paese degli asparagi, dei carciofi e dei finocchi (quelli vegetali ben s’intende).
Il paese delle castagne. Il paese delle olive e dell’olio.
Il paese delle indivie e del radicchio.
Il paese dei prati in fiore, delle colline verdi e dei tartufi sotto le querce.
Il paese delle balene liberate dalle spiagge, non certamente di quelle catturate ed arpionate.
Il paese dei delfini che giocano, e che sono fratelli dei tonni.
Non il paese delle orribili tonnare, delle reti a strascico e delle fiocine.

Non saremo mai il paese degli OGM, faremmo piuttosto una, dieci o cento rivoluzioni.

Non siamo la colonizzata Argentina o le colonizzate Filippine.
Non siamo disposti a diventare terra di conquista della Monsanto, della Dow Chemicals e degli imbottigliatori di caffè e cola.
Non troviamo niente di civile, sensato, utile e naturale, nel maledetto imbroglio degli OGM, nel business delle sementi gonfiate ed irriproducibili, dove il seme di zucca lo interri e non dà pianta, il chicco di mais lo semini e marcisce, e dove la banca semi sta in America a dettare la legge dei campi, a stabilire cosa e quanto e dove seminare.

I cavalli di Troia li rimandiamo al mittente

Niente di logico nel dare più grano gonfiato ad allevamenti gonfiati, con bestiole stracariche di veleni e di dolore, trasmessi a uomini che non sono più uomini, ma oggetti numerati da reparto oncologico.
Non siamo un paese di anima militarista e guerrafondaia, sappiamo essere pacifici ed obbedienti quando serve.
Ma abbiamo pure una storia fatta di martiri e di eroi.
Le imposizioni e gli imbrogli da noi non attecchiscono.
Non accettiamo cavalli di Troia nel nostro suolo, mandati dalla nuova pseudo-Sparta americana.

State cercando in modo grottesco, ormai da anni, di cambiare i connotati all’Italia

Non siamo certamente quel paese del bologna e del McDonalds, quel paese della mortadella e dello speck, del grana e dell’osteoporosi galoppante, della trippa e del cancro dilagante, che nella vostra cecità mentale e spirituale state cercando di realizzare e di imporre a ogni vostro connazionale.
Non siamo quanto sopra.
Voi state cercando di cambiare i connotati all’Italia intera.
Noi siamo, con tutte le incoerenze e le defaillance possibili, il paese dell’amicizia e dell’armonia tra uomo e animale.
Non siamo il paese dei lager e delle camere a gas, naziste o americane che siano.
Non siamo di certo la vostra sporca patria degli sgozzamenti e dei macelli.

La vostra pecunia puzza di sangue

Non molti secoli fa, chi si permetteva di maltrattare, di non accarezzare, di torturare ed ammazzare un bovino, veniva condannato alla pena di morte o all’esilio.
Se c’è qualcuno in questo paese che merita non la morte, che non auguriamo a nessuno prima del tempo naturale, ma sicuramente l’esilio, almeno culturale e spirituale, questi siete proprio voi.
Non tanto e non soltanto per quanto state tramando e facendo, che è già di per sé inenarrabile.
Ma quanto per la vostra folle pretesa di essere persino coperti di onori e di allori, nazionali ed internazionali.
La pecunia ha importanza e merita rispetto.
Ma il vostro tipo di pecunia, puzza terribilmente di sangue e non piace a nessuno.

Valdo Vaccaro – Direzione Tecnica AVA-Roma (Associazione Vegetariana Animalista)
– Direzione Tecnica ABIN-Bergamo (Associazione Bergamasca Igiene Naturale)

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La televisione Italiana è coperta da trasmissioni sulla cucina….ormai siamo tutti cuochi….ma mi domando chi guarda queste trasmissioni?  Magari colmano un vuoto…ma non nello stomaco ma nel cervello…..

Perché tutta questa cucina in tv? Programmi di ogni tipo, con i giochi, con i talenti, con gli esperti, con i consolidati e con i neofiti, e ora anche una fiction, «Kitchen Confidential», in onda su FoxLife, con il bel Bradley Cooper, tratta dall’omonimo best seller, sottotitolo «Avventure gastronomiche a New York». Il telefilm è brillante, ha un dialogo scoppiettante e un’energia dirompente. Politicamente corretto, racconta di uno chef giovane e bello, ex drogato ed ex beone, che si ripulisce e viene chiamato a dirigere un ristorante importante. Deve riformare la band (di cuochi), non cadere in tentazione, tenere a bada tutti, il padrone del vapore e i sottoposti, e nello stesso tempo creare piatti che facciano sognare. Missione non certo impossibile, per un buon lavoro di intrattenimento all’americana: che segue le ultime regole della velocità. Ogni puntata dura una ventina di minuti, la metà del tempo classico. Accade pure, a esempio, in «The Big C» e «Hot in Cleveland», anch’esse ottime serie. E dunque, la cucina: non è un bel segno che ce ne sia così tanta nella televisione del mondo occidentale. E’ un segno di decadenza. E’ un alibi per non parlare d’altro. E’ un modo per seguire la moda, non rischiare e pulirsi la coscienza: faremo magari del male al pianeta, però come siamo buoni a cercar cibi biologici, spesso carissimi.

Chi da una parte del piccolo schermo chi dall’altra, c’è poco da fare, agli italiani piace parlare di cibo. Dietro al fenomeno del moltiplicarsi dei programmi televisivi di cucina c’è la storica passione dell’Italia per il saper vivere e la buona tavola. Secondo il critico eno-gastronomico di PanoramaFiammetta Fadda è questo il motivo che spiega tanto amore per gli chef in tv.

“In realtà – dichiara la Signora Fadda, firma storica della critica e volto televisivo noto agli amanti delle trasmissioni di cucina- la cosa non mi stupisce più di tanto. Agli italiani è sempre interessato il mondo del buon cibo e non mi meraviglia questa tendenza. Cucinare in tv è una cosa che fa spettacolo, questo non va dimenticato; si tratta principalmente di uno show, ma c’è anche la possibilità di apprendere. E poi, diciamocelo francamente, tra telegiornali e trasmissioni piene di violenza e litigiosità tornare a casa, accendere la tv e vedere gente davanti ai fornelli è incredibilmente rilassante e forse la gente ha davvero bisogno di staccare la spina”

Qual’è il target al quale si rivolge questo genere di intrattenimento?

“E’ un target molto vario che va dalla massaia al lavoratore, ma anche ai giovani e giovanissimi. Mi accorgo che sono tante le ragazze tra i 25 e i 35 anni ad essere particolarmente curiose in fatto di cucina. Sono figlie, ma anche figli, di madri che magari negli anni 70 hanno fatto la rivoluzione femminista; madri che quindi inorridivano all’idea di insegnare alla proprie bambine come fare un soffritto o preparare una torta e così adesso queste giovani donne sono molto curiose e vogliono colmare un’ignoranza generazionale di cui mi accorgo facendo il mio lavoro. Spesso anche nelle trasmissioni a cui partecipo (Fiammetta Fadda è giudice a “Cuochi e Fiamme” e critico a “Chef per un giorno”) mi accorgo che i concorrenti, quando citano la propria cultura culinaria, si riferiscono sempre alle nonne o alle vecchie zie. C’è quindi bisogno di imparare a cucinare e soprattutto a fare la spesa, perchè è la scelta della materia prima la base di una buona cucina. C’è tutto un mondo di buongustai che trova nei blogs e nella tv la possibilità di esprimere una passione. E poi ci sono tantissimi ragazzini. Sa quante volte nei ristoranti vengono bambini di 12, 13 anni a stringermi la mano e chiedermi l’autografo? Hanno una grande passione per i fornelli e sono persino  miei piccoli fans”

Non c’è il rischio che questo moltiplicarsi di offerta saturi il mercato?

“E’ così. Secondo me siamo già arrivati al limite massimo. Da qui ci sarà una naturale selezione di quello che funziona e resiste e di quello che è tutto fumo e niente arrosto. Ci sono chef, ad esempio, che usano la tv com vetrina per aumentare i propri affari e che dopo qualche comparsata tornano nel proprio ristorante e raccolgono i frutti della visibilità data dalla televisone; altri come Alessandro Borghese o Simone Rugiati  hanno, invece, scelto di lavorare solo il televisione. Guadagnano abbastanza, si divertono e restano ben lontani dai fumi della cucina del ristorante e dalle magagne dei clienti”

La stagione televisiva sta per iniziare e all’ora di pranzo, dalla metà di settembre, voi italiani vi ritroverete con ben 3 programmi che molti sostengono essere mediocri e inutili:Prova del cuocoCotto e Mangiato e I menù di Benedetta. All’inizio di agosto già mi ero chiesta il perchè di tanto accanimento contro questo tipo di programmi televisivi “mordi e fuggi” mentre stavolta punto l’attenzione sui motivi per cui funzionano e sul perchè si scelgono determinate figure in conduzione e non altre.

I programmi di cucina all’ora di pranzo hanno da sempre un successo incredibile nonostante per alcuni si tratti di spazzatura: la Clerici ha svoltato grazie alla Prova del Cuoco, Bendetta Parodi ha fatto il grande salto grazie a Cotto e Mangiato e anche Tessa Gelisio, che la sostituirà su Italia 1 dopo il passaggio a La7, pare essere destinata al successo assicurato.

Ma perchè questi programmi piacciono tanto? Perchè l’Auditel si impenna e i foodblogger più accaniti non ne vogliono sentir parlare, esattamente come accade anche per Alessandro Borghese e Simone Rugiati?

La risposta è una (e non è dentro di noi, come diceva il saggio :) ): la gente comune non vuole manicaretti disposti sul piatto come bomboniere, la gente comune non vuole cucine immacolate, la gente comune non chiede piatti particolari. La gente comune deve preparare pranzo e cena, deve fare attenzione a quanto spende, deve accontentare tutti i membri della famiglia e deve sbattersi il meno possibile per portare in tavola cibi appetitosi e sempre diversi.

Qualcuno potrebbe arrivare e obiettare: guarda che qua non si parla di tipologia di cucina ma del messaggio che questi programmi lanciano! Essì, perchè la maggior parte di quelli che criticano la Parodi e le trasmissioni di cucina “mordi e fuggi” come quella sostengono che il concetto che viene ribadito sempre, ovvero di una cucina che utilizza ingredienti pronti per avere il maggior risultato con la minor fatica, sia sbagliato e deleterio.

Io ribatto: avete mai pensato che non tutti siamo uguali? Che non tutti possiamo permetterci (anche economicamente) di andare al supermercato e acquistare gli spinaci freschi e c’è chi invece si deve accontentare di quelli surgelati? Che non tutti vogliamo/possiamo preparare la sfoglia e c’è chi deve prenderla surgelata? Avete mai sentito parlare di crisi? E di scelte? E di tempo libero che manca?

Semmai mi chiederei come mai invece di scegliere personaggi che sanno effettivamente cucinare, o che ne capiscano almeno qualcosa, si continuino a scegliere personaggi televisivamente accattivanti, bellocci e che piacciono: l’ultimo è il caso di Tessa Gelisio che, reduce da Pianeta Mare, approda a Cotto e Mangiato per chissà quale motivo se non per aver, presumibilmente, imparato a pulire il pesce durante il suo vagar per mari :D

Anche in questo caso c’è una spiegazione: la gente comune non vuole vedere gente comune in televisione. La gente comune vuole vedere personaggi più belli, personaggi più curati, personaggi da spiare e che in qualche modo diventano lo specchio di ciò che loro non sono.

Lasciamo perdere voi che leggete/commentate e pensiamo alla casalinga costretta a stare tutto il giorno a casa a sistemare, lavare e cucinare: secondo voi vuole vedere una come lei, in ciabatte e tuta da ginnastica, oppurepreferisce vedere una potenziale sè stessa, una sè stessa che sarebbe potuta essere ma non è stata, riflessa sullo schermo? E vuole vedere uno chef di chiara fama o una persona estremamente competente in materia che la fa sentire a disagio perchè, che ne so, non sa tagliare la cipolla correttamente oppure preferisce una che di cucina ne sa quanto lei e che per questo ci ride e ci scherza?

Vi assicuro (non sono un mago, ho semplicemente lavorato nel settore!) che è la seconda che ho scritto e che esiste anche una spiegazione “psicologica” a tutto questo: si definisce “proiezione del sè sull’altro” questa situazione per cui io, spettatore medio, mi immedesimo nella figura che vedo sullo schermo e mi sento vicina a lei pur essendo distante fisicamente e concettualmente.

Se ci fate caso, non vengono mai scelte figure irraggiungibili ma figure molto più “terra terra” (passatemi il termine!) perchè i cuochi seri spaventano e non consentono la proiezione; a quelli seri che bazzicano nei programmi di cucina “di massa” viene chiesto di perdere la loro aura di serietà e di ridicolizzarsi, basta vedere Gordon Ramsay per rendersene conto!

Insomma, genti della cucina, non vi pare che certo accanimento sia eccessivo? Ci mettiamo un pizzico di invidia a giustificarlo? No, perchè, ecco, se si è certi di essere sulla strada giusta non c’è personaggio che venga considerato mediocre a fermarci, non c’è idea di cibo (così come di altro elemento, sia chiaro) che possa sostituirsi alla nostra, non c’è ideale aspirazionale che possa insinuarsi nella nostra mente. Non è così? :)

[ovviamente io le prime puntate di questi tre programmi me le guardo su Internet, anche in differita, giusto per vedere l’effetto che fa. Voi fate come vi pare :D ].

Postillina: tanto accanimento non si verifica per i programmi, molti uguali uguali ai vari La prova del cuoco, Cotto e Mangiato e similari, sulle piattaforme a pagamento. Un giorno vi spiegherò pure perchè ;)

Il rappresentante del Partito per la rivendicazione della cucina come forma d’arte, dichiara: cari gastrofanatici, il tempo della discriminazione dei cuochi è finito. Piantiamola una volta per tutte di considerare questi uomini straordinari che tanto fanno per la cultura e la ricchezza del nostro paese, dei meri artigiani. La cucina è, e deve essere da tutti considerata, una vera e propria forma d’arte. L’atto creativo che porta alla realizzazione di un piatto va posto allo stesso livello di un sonetto, un monologo o di un grande quadro perché ha il potere di dare emozioni come e quanto ogni arte riconosciuta. Oggi “artista” è colui che esegue il proprio lavoro con una perizia tale da raggiungere risultati unici (cit.) e non è forse un risultato unico il Magnum di Foie Gras di Massimo Bottura? L’Ostrica virtuale di Davide Scabin? La Cipolla fondente di Salvatore Tassa? Non sono opere straordinarie il Riso, oro e zafferano di Gualtiero Marchesi o le Lenti a contatto di Carlo Cracco? Lo sono, elettori, lo sono a tutti gli effetti. Votate quindi affinché tale giusto riconoscimento sia concesso ai nostri cuochi, vanto e orgoglio del popolo italiano.

Il rappresentante del Partito che vorrebbe vietare l’uso del termine artista relativo ai cuochi, dichiara:il cuoco è un artista? Ma andiamo, cosa state farneticando? Ridimensionamento, ecco cosa ci vuole. Basta programmi Tv, basta autografi, basta ammiratori impazziti, torniamo alle basi della cucina e non dimentichiamo qual è la natura di questa professione. Ciò che i nostri avversari definiscono “atto creativo”, altro non è che una delle normali mansioni da svolgere: da una parte c’è la sperimentazione e la combinazione dei sapori per poter offrire qualcosa di nuovo ai clienti di un ristorante, dall’altra c’è la realizzazione serigrafia del piatto studiato, giorno dopo giorno. Il cuoco è un professionista e cucinare è un mestiere nobile come ce ne sono molti. Se così non fosse, dovremmo considerare artista chiunque riesca bene nel proprio lavoro. E’ un artista forse il vostro parrucchiere? Lo è per caso l’avvocato, il barista o, perché no, il dentista? Voglio infine ricordarvi, elettori, che Arte non è sinonimo di Bravura e che lo svilimento del termine in esame potrebbe causare un abbassamento drammatico del livello culturale del nostro paese.

I lettori di Dissapore sono chiamati alle urne per esprimere la propria preferenza. Per essere ammessi al voto è necessario aver pronunciato almeno una volta e ad alta voce la frase: “Fulvio Pierangelini è un genio”.

Conobbi Pane e Vino tanti anni fa (1989), quando era ancora un piccolo ma suggestivo Wine-Bar “ante litteram” in via Poggio Bracciolini. Già allora capivi che era un posto speciale anche se la struttura non permetteva la preparazione di piatti particolarmente elaborati; traspariva però la grande passione, la voglia di ricerca, la professionalità che negli anni ha sempre caratterizzato e distinto la proposta dai classici “sfamatoi” che nascono come funghi nella nostra città e non solo. Se voglio concedermi una serata “speciale”, Pane e Vino è la scelta giusta. La ricercatezza nella preparazione dei piatti, nella proposta dei vini, la cordialità e la competenza dei proprietari, l’atmosfera generale che si respira , ti rimette in pace col mondo.
Forse in questa epoca tesa alla ricerca di effetti speciali ad ogni costo, dove l’apparenza prevale sulla sostanza, l’improvvisazione sulle competenze, l’ignoranza sulla cultura, la sobrietà di Pane e Vino può indurre a pensare che manchi di originalità e modernità. Forse dovremmo smettere di farci condizionare da spot sensazionalistici e riscoprire il gusto di approfondire e conoscere un’arte così importante come è quella della cucina. Meno male che ci sono persone come Barbara e Gilberto che malgrado tutto ci credono ancora.

Voglio raccontarvi una storia.
Più di quarant’anni fa e precisamente nel 1968, G., un ragazzo che allora affrontava il suo esame di maturità classica, colse al volo una delle tracce suggerite per il tema e la interpretò secondo la propria sensibilità, parlando di cibo e cucina. “Si parli dell’Arte e delle sue forme”, più o meno così citava il titolo della proposta del componimento. G. non ebbe dubbi e scrisse con amore e passione di un’arte tra le arti, l’approccio verso il cibo, la preparazione (attenta e giocosa allo stesso tempo) di quello che poi si metterà nel piatto, la cura nel cuocere un arrosto, la fantasia nell’inventarsi una pastasciutta e il piacere della condivisione a tavola.
Solo goduriosi e golosi con l’acquolina in bocca o muniti disensibilità generosa -per un aspetto particolare della vita certo- ma che spesso coincide con un modo di porsi, di vivere la socialità? Non voglio qui dire che chiunque ami il cibo e la cucina sia l’individuo perfetto, esempio del buon vivere e maestro nelle relazioni…non scherziamo! Qui mi sto riferendo a quel particolare tipo di persona che mette cura e rispetto in tutto (quasi) quello che fa, cibo e cucina inclusi.
Insomma, sapete come finì la storia? G. fu bocciato. Magari non soltanto per il tema sopra le righe (dell’epoca o anche di adesso per alcuni?) ma sicuramente, quando gli fu chiesto da uno deibaroni, davanti a tutti in commisione orale, di rinnegare “le stupidaggini” scritte nel tema, G. non lo fece.
Buon appetito grande cuoco G.!
Non la cucina di tutti i giorni che si fa a memoria. Intendo quella che realizziamo solo in certe occasioni. In questi casi mentre cuciniamo un piatto mettendoci come ingredienti principali le nostre conoscenze e la nostra sensibilità, assomigliamo di più a uno scienziato che applica tecniche culinarie o a un artista che dà forma ai suoi pensieri?

Opinioni:


Sicuramente un’arte,e quando tu parli della sensibilita e sempre un’arte la scienza nn si basa su sensibilita ma su fatti certi provati e riprovati.


Nella cucina seve la tecnica che è scienza, ma poi deve essere sovrastata dalla fantasia e li’ si va nella creativita’, cioe’ ARTE……


è un arte


la cucina è un arte…bisogna amarla veramente,averla dentro altrimenti nn si diventa mai dei grandi chef ma si rimane dei bravi cuochi ciao


Il mio parere è che la cucina è un arte…. e una delle più preziose.

se invece parliamo della cucina di tutti giorni, quella che dovrebbe far calare un po’ di peso il tuo uomo, quella che ti dovrebbe far andar via un po’ la cellultite ect ect ….quella è proprio una scienza….


Voterei per l’arte.
Quando cucino mi sento come un pittore e gli ingredienti sono i miei colori con cui creo quello che voglio far capire ad una persona. Come hai detto prima in quei casi eccezionali preparare un piatto ordinato può rappresentare il tipo di persona che te lo ha preparato.
Giusto per farti capire cosa intendo…
Meglio un pizzico di creatività (link 1)
O tutti gli ingredienti buttati qua e la? (link 2)
Per cui per me cucinare è un arte ma in piccolissima parte anche una scienza perchè non si finiscono mai di creare e studiare nuovi tipi di cenette 🙂


è di siscuro un ‘arte


è entrambe le cose: è una scienza in quanto è proprio in base alle proprietà fisico-chimiche degli ingredienti che si procede in modo diverso riguardo gli impasti, le cotture etc.., ma è anche un’arte in quanto ci vuole anche un tocco di personalità in quanto una ricetta ritenuta canonicamente perfetta può essere variata in base ai gusti del committente o dell’esecutore


è un’arte perchè ci vuole amore e la scienza invece è qualcosa di gelido che non ammette sentimenti.


Per me è un’arte, la cucina è creatività pura. Non la vedo come una scienza, sebbene ci siano certamente delle reazioni chimiche, ma è il nostro cervello che inventa e trasforma, e crea con il cibo.


La cucina senza nulla , quella della nonna povera, che utlizzava tutto, anche i fiori e le erbe raccolte, gli scarti della carne ( la coda alla vaccinara, la trippa, la cicoria, le frittelle di fiori di gelso) quella è ARTE suprema della nostra bella Italia


Assolutamente un’arte! L’amante dell’ ARTE CULINARIA è un artista a tutti gli effetti. La cucina (intesa come stanza) è il suo regno. Per stupire e deliziare i commensali il genio crea dando tutto lo spazio necessario alla sua estrosità. Cosa c’è di più sano di una delizia per il palato, che risana anche gli occhi ed il cuore?


Forse si fa confusione fra cucina e alimentazione. L’alimentazione è lo studio di come l’essere umano dovrebbe alimentarsi per mantenere integre le sue funzionalità, per l’accrescimento, ecc. Questa è da considerarsi una scienza, poichè si applicano metodologie scientifiche da cui scaturisce la “conoscenza”.
La cucina è un’arte, con la quale si possono o meno applicare i principi dell’alimentazione (spesso no, per fortuna!), ma che lascia libero sfogo alla fantasia.
Spesso il violare le regole e gli schemi predefiniti porta al capolavoro e questo può solo essere considerato arte.


è un’arte che però non può fare a meno della scienza, ovvero della tecnica culinaria.
Se no si fa come mio cognato, che ha delle bellissime idee in cucina, solo che rovina tutto cuocendo a fuoco troppo alto o per troppo tempo, o aggiungendo all’ultimo ingredienti che guastano il sapore.
Del resto per i Greci scienza e arte erano una sola parola: teknè.


Secondo me è un’ arte, ma si avvale della scienza,ovvero, quest’ultima viene delle volte utilizzata anche per l’esaltazione del gusto(composti chimici) e a volte, per composizioni architettoniche(statica) dell’elaborato finale.


Sicuramente è un’ arte. Quando cucino, tutti i giorni, cerco sempre di cambiare qualcosa nelle mie ricette che ho già fatto. Mi piace variare con piatti tradizionali e quelli che ho imparato all’estero o nelle varie regioni della nostra Italia. Poi ci aggiungo un tocco personale anche in base a chi viene a cena. E quando vado in un ristorante cerco di capire come una ricetta è stata realizzata per rifarla a casa e mi diverto tantissimo. Faccio pane, dolci, liquori. E tornando alla domanda iniziale, più imparo e più mi si aprono nuove strade da seguire…..quindi penso che sia un’ arte. In più credo che vi sia in significato profondo nel preparare con passione qualcosa da portare in tavola ai propri familiari ed ospiti per farli stare bene.


è senz altro un’arte che nn tutti conoscono veramente,per molti si tratta solo di cibo ,di nutrirsi,ma nn è solo questo si possono creare tanti piatti spettacolari e gustosi ke nn sempre vengono apprezzati da tutti a volte è piu apprezzato il solito sugo ke qualkosa di nuovo ke puo sembrare ‘strano’.è come realizzare un quadro nn tutti lo capiscono,c’è ki finge di capirlo o ci prova e c’è ki è portato !!!


a un artista che usa le sue conoscenze del gusto e’ dei sapori memorizzati con i sensi
l’artista e’ appunto nella capacita’ di assemblarli
in modi diversi,proponendo nuovi sapori,
la presentazione ne fa’ parte.
ciao antonio


L cucina è un’arte, poichè l’arte è creativa cosi come lo è il cucinare: un piatto, lo stesso piatto non sarà mai lo stesso se cuinato da me, da te…o da un altro. In qualche modo ognuno trasmette il proprio punto di vista, le proprie sensazioni che non possono essere descritte da leggi sperimetate.


secondo me è l’espressione artistica di una scienza raffinata e immensamente variegata


sicuramente è un’arte!!


Passione. La cucina e’ passione. Se cucini con convinzione anche l’uovo sodo viene piu’ saporito. Non si spiega diversamente il fatto che a parita’ di ricetta, di ingrediente, di metodo, i cibi cucinati da chi ama cucinare sono piu’ buoni di chi semplicemente applica le regole.


Non puo essere altro e solo Arte Culinaria.
La scienza in questo campo e solo da digestivo…


una scienza…. la matematica!


sono d’accordo con felicepe: la cucina deve essere amore e passione, allora puo diventare arte. Ma non quella artificiosa, che servono in certi ristoranti, dove l’aspetto del piatto è più importante del sapore, ma quella vera, che con gli ingredienti più umili fà dei capolavori di gusti. Quando mia suocera faceva l’arrosto era una cosa da leccarsi i baffi (cominciava la mattina presto a preparare gli ingredienti e poi piano piano cuoceva la carne)mmmmmmmm! Lo sogno ancora ogni volta che ficco la carne nel forno a micro-onde e pretendo di aver fatto l’arrosto (evviva la tecnica!)


per me e’ un arte. quasi tutti siamo capaci di cucinare pasta,carne,pesce.. roba di tutti i giorni,presentandola “alla buona”.. ma nelle occasioni particolari? non e’ solo la preparazione del piatto,ma proprio il modo di presentarlo. ad esempio,vuoi mettere che ti servono un carpaccio di tonno messo li,nel piatto con olio e limone e quando invece te lo servono guarnito di limone magari sfilettato,qualche erbetta al lato.. e’ proprio differente,magari il sapore puo’ essere lo stesso,ma da come te lo presentano cambia tutto. e cosi’ per tutto,specie anche per i dolci.
ci faccio caso e ho notato che anche la piu’ stupda delle insalate se presentata in una certa maniera e’ piu’ gustosa,e’ come se l’occhio compensasse il sapore


Arte…

quando cucino per certe occasioni o quando mi sento ispirata allora è sensualità, creatività , piacere …cucino sempre ascoltando musica…un binomio perfetto…

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Il grande ciclosofico francese Didier Tronchet, nel suo libro “Piccolo trattato di ciclosofia” afferma: “La bicicletta modifica il tempo, ma anche lo spazio. Rifate con la macchina un tragitto particolarmente bello fatto in bicicletta. Fa schifo. È come se fosse un altro posto: si è impoverito“.

La ciclosofia sostiene che quando si è in bici la percezione del mondo che ci circonda, ma anche di noi stessi, è diversa.

In bici tutto è diverso. Pedalare è meditazione e contemplazione. Il semplice ripetersi ipnotico del movimento sui pedali provoca benessere e rilassamento, e sicuramente buon umore. La mente si spegne per un po’, e molte cose della nostra vita possono mettersi a posto. Può capitare di fischiettare o cantare.

Una volta guadagnata confidenza con la propria bici ci si potrà sentire in forma, e il cervello sarà molto più lucido. I pensieri saranno molto più precisi, e il nostro atteggiamento verso la vita sarà aperto. Chi ci vive accanto se ne accorgerà. La nostra parte “bambina” ci ringrazierà. La fatica iniziale che faremo sarà ripagata.

Inizia il vero cambiamento, questa è

Andare in bici, e farlo in modo rilassato è, se vogliamo, qualcosa di semplice e banale, a differenza di tante cose complicate della vita. La parte più difficile è iniziare a farlo, vincere le resistenze che la nostra mente opporrà per non farci prendere la bici. Superate queste, in seguito diventerà difficile smettere di pedalare! Anzi, proveremo un senso di libertà unico: potremo scegliere il nostro percorso, i nostri tempi e ritmi, saremo consapevoli dei diversi vantaggi del pedalare.

Sicuramente nelle grandi città non è facile andare in bici. Dobbiamo mettere in conto che a volte ci sentiremo soli, e che dovremo affrontare – senza dar loro troppa importanza nè render pane per focaccia – le prevaricazioni continue nelle quali, inevitabilmente, ci imbatteremo: l’auto che ha fretta e che vuole passare, l’automobilista che non sopporta di essere superato da un ciclista, lo scooter che taglia la strada e così via. Noi saremo molto zen, e non cadremo nella “sindrome nevrotica” dell’automobilista consumato dal tempo, che deve sempre correre.

Non mancheranno anche gruppi di ciclisti agonisti che, magari, ci prenderanno in giro o ci insulteranno perchè ostacoliamo la strada o perchè non stiamo correndo come loro. Il rovescio della medaglia è che ci sentiremo come coraggiosi pionieri di un cambiamento possibile. Molto probabilmente ci sentiremo soddisfatti quando svicoleremo passando di fianco alle auto in fila, ferme nel traffico! Con il tempo, consolidando l’abitudine a muoversi in bici, anche quel piacere diventerà meno importante: non ci interesserà più alcun confronto con l’automobilista o gara con altri ciclisti a chi arriva prima. Saremo noi e soltanto noi con il nostro pedalare. E, come dice mirabilmente il poeta greco Costantino Kavafis, nella poesiaItaca , “il nostro viaggio sarà già la meta”.

Con ogni probabilità prenderemo in modo naturale la bici, senza avere necessariamente una meta da raggiungere. E forse, senza neanche sapere come, ci troveremo d’improvviso a guardare estatici un tramonto o a scoprire un pezzo della nostra città che non sapevamo esistesse, nonostante fossimo passati sempre di lì. Oppure ci fermeremo semplicemente a gustare un gelato al limone! Sapremo allora di essere diventati davvero “bicizen”, e scopriremo di essere sulla strada del “ciclo-satori”. Insomma, una volta arresi alla bicicletta, la nostra vita non sarà più la stessa, e corpo, mente e anima ringrazieranno. E se pedaleremo in modo zen, il tutto sarà ancora più appagante. Non sarà più l’andare in bici ma il “come” andremo che farà la differenza.

Dal Sito  http://www.bicizen.it

BiciZen è un sito di informazione, aggiornamenti, contenuti pratici e facilmente accessibili sul mondo della bici.

Si rivolge  a tutti quelli che amano le due ruote, a chi vuole iniziare a pedalare, a chi lo fa già o desidera farlo con un approccio “zen”, ossia in un modo più meditativo, più rilassato, più gioioso.

Lo Zen è, prima di tutto, un modo di vivere, un modo di entrare in contatto con se stessi e percepire le sensazioni. Il suo approccio, che prende spunto dalla tradizione orientale, viene qui inteso semplicemente come modalità alternativa al correre, alla fretta, e alla vita accelerata che spesso viviamo quotidianamente.

Andare in BiciZen significa poter scegliere di abbandonare tutti i pensieri inutili e ritrovare se stessi, il proprio cuore che batte, ascoltare le proprie sensazioni e il proprio corpo in questo momento, nel “qui ed ora”.

Essere BiciZen significa andare in bicicletta per il solo gusto di godere appieno dell’esperienza e del piacere di farlo, senza fretta, senza nessuna particolare meta da raggiungere o un particolare risultato da ottenere… un po’ come si faceva quando si era bambini.

BiciZen si propone come una casa, la più accogliente possibile, in cui ci si possa sentire a proprio agio. E dove sia possibile condividere le proprie esperienze ed emozioni vissute con la bicicletta.

 BiciZen nasce da un’ idea di Alfredo Bellini, grande appassionato di bicicletta, sostenitore e attivista da anni di politiche a favore della mobilità ciclabile nella sua città. Da oltre quattro anni va al lavoro in bici e crede fortemente nell’importanza dell’utilizzo della bicicletta come mezzo di spostamento urbano.

·     La vita è come andare in bicicletta: se vuoi stare in equilibrio devi muoverti. (Albert Einstein)

·     La bicicletta insegna cos’è la fatica, cosa significa salire e scendere – non solo dalle montagne, ma anche nelle fortune e nei dispiaceri – insegna a vivere. Il ciclismo è un lungo viaggio alla ricerca di se stessi. (Ivan Basso) 

·     Ogni volta che vedo un adulto in bicicletta penso che per la razza umana ci sia ancora speranza. (Herbert George Wells)

·     Un computer è come una bicicletta per le nostre menti. (Steve Jobs)

·     Ti fa stare bene, ti dà la possibilità di sentire, di parlare, di vedere il mondo da un’altra angolazione. La bicicletta ti fa tornare indietro nel tempo. Ti fa tornare ragazzo. (Davide Cassani)

·      La simpatia che ispira la bicicletta deriva anche dal fatto che nessuna invasione è stata mai fatta in bicicletta. (Didier Tronchet)

·     La bicicletta somiglia, più che ad ogni altra macchina, all’aeroplano: essa riduce al minimo il contatto con la terra, e soltanto la sua umiltà le impedisce di volare.(Mauro Parrini)

·     La vita è come la bicicletta; sta su perché va. (Anselmo Bucci)

·     Nessuna delle nostre piccole sofferenze quotidiane resiste a un buon colpo di pedale. Tristezza, attacchi di malinconia… inforchiamo la bicicletta e fin dalle prime pedalate abbiamo l’impressione che un velo si squarci. (Didier Tronchet)

·     Camminare a me non va, in bicicletta vo’ meglio. È un mezzo meno faticoso. Fino a poco tempo fa pedalavo spesso, ricavandone equilibrio, voglia di fare e volontà. (Margherita Hack)

·     Non temere di avanzare lentamente, temi solo di fermarti.( Anonimo)

·     L’idea di una città in cui prevale la bicicletta non è pura fantasia  (Marc Augé)

·    Per vincere certe corse non bisogna aver paura di perdere (Anonimo) 

·    …..Possedere una bicicletta e lasciarla languire in cantina, e’ come avere la lampada di Aladino e non pensare mai a strofinarla…..
La bicicletta modifica il tempo, ma anche lo spazio. Rifate in macchina un tragitto particolarmente bello in bicicletta. Fa schifo, e’ come se fosse un altro posto: si e’ impoverito” (Didier Tronchet)

·     La bicicletta è stata, per la donna, subito accessibile, senza divieti, senza remore di puritanesimo, senza scomuniche. (Adriano De Zan)

·     La vita e’ un “ciclo”  (Luigi Testi) 

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1911
Carlo Mattioli nasce a Modena l’8 maggio. È figlio di un insegnante di disegno e nipote di un decoratore.

1925
Si trasferisce con la famiglia a Parma, dove studia nell’istituto d’Arte. Dopo il diploma insegna disegno,  prima in Istria e in Toscana, poi a Parma e a Bologna senza mai lasciare Parma.

1937
Sposa Lina Dotti da cui ha una figlia, Marcella. La sua vita si svolge nel raccoglimento del lavoro e della famiglia, nella frequentazione della cerchia diintellettuali che si ritrova ogni sera al Caffè San Paolo o al “Circolo di lettura e conversazione”. La sua cultura figurativa è vastissima e intenso l’interesse per la letteratura, specie per la poesia, che lo accompagnerà per tutta la vita, testimoniato fra l’altro dalla copiosa attività d’illustratore.

1938 – 1959
Risalgono al 1938 le prime testimonianze significative della sua pittura (Ritratto della moglie Lina). Degli anni subito successivi sono conosciuti, oltre ad alcuni ritratti, nature morte e paesaggi, soprattutto i nudi. Tuttavia, in questo periodo la grafica prevale sulla pittura e in essa è quasi esclusiva la presenza della figura umana, in particolare il nudo femminile. Nel 1957 troviamo un ciclo di paesaggi dedicati al Po. Nel 1940 espone alla XXII Biennale di Venezia. Nel 1943, su invito di Ottone Rosai e con la presentazione di Alessandro Parronchi ha luogo a Firenze la sua prima personale nella Galleria del Fiore. È ancora presente a Venezia nel 1952 e nel 1954, alla XXVI e alla XXVII Biennale. Invitato nel 1956 alla XXVIII Biennale di Venezia, la giuria internazionale presieduta da Roberto Longhi gli conferisce il Premio Comune di Venezia per un disegnatore. Nello stesso anno è premiato anche alla VII Quadriennale di Roma.

1960 – 1968
Ai disegni in questi anni succedono gli studi, le incisioni, le litografie per i Ragionamenti di Pietro Aretino (dal 1960 al 1964), la  Vanina Vanini di Stendhal(1961), i Sonetti del Cavalcanti (1963), gli Epigrammi erotici (1963), le Novelle del Sermini (1963), il Belfagor di Macchiavelli (1967), il Canzoniere delPetrarca (1968), il Decameron del Boccaccio, la Divina Commedia e la Venexiana (1968). Ma la grafica, anche per l’influenza della tempera, sempre più frequente come medium, lascia gradualmente il posto preminente alla pittura nella quale cominciano a comparire forme innovative. È soprattutto ai nudi in piedi o coricati, che si rivolge l’immaginazione di Mattioli anche in questo passaggio cruciale, dal 1960 al 1963. Si aggiungono ad essi alcuni ritratti che compariranno di tanto in tanto lungo tutto il decennio e poco oltre. Dopo i primi tentativi del 1962 e del 1963, a cominciare dal 1964 e soprattutto nel 1965 e nel 1966, la natura morta sostituisce gradualmente il nudo, e a sua volta lascia il posto agli studi sul Cestino di Caravaggio che occupano il biennio 1967-1968, mentre nel 1964 compaiono, tornando costantemente fino al 1974, le vedute del Duomo di Parma adagiato sui tetti della città. Nel 1960 Mattioli è invitato all’VIII Quadriennale di Roma, nel 1962 alla XXXI Biennale di Venezia, nel 1964 viene premiato a Firenze, alla XV Mostra Nazionale col Premio del Fiorino. Nel 1966 è nominato membro dell’Accademia Clementina, nel 1968 dell’Accademia Nazionale di San Luca e nel 1970 dell’Accademia delle Arti del Disegno.
1969 – 1971
Nel 1970 viene allestita da Roberto Tassi nelle Scuderie delle Pilotta a Parma, la prima mostra antologica dell’opera di Mattioli che viene poi ospitata nel 1971 all’Accademia di Belle Arti a Carrara. Questi sono gli anni che vedono un’ulteriore trasformazione nelle immagini dipinte da Mattioli che, dal precedente cerchio intimo, si dischiudono a comprendere l’interiorità del mondo. Il paesaggio inizia con la comparsa dei notturni, l’immagine che caratterizza questo periodo: il notturno, talvolta con albero, nuova presenza anch’esso; o come cielo soltanto, attraversato dalle nubi e illuminato ma non sempre della presenza dalla luna; o come cielo alto sopra il dorso del Duomo, o al di là di una siepe; o ancora, come notte che abbruna una spiaggia, di cui rimane illuminata la tettoia di un capanno come una lama orizzontale; o infine, notte che avvolge un nudo femminile disteso, inarcato come il profilo di una collina.

1972 – 1979
Sono del 1972 gli studi su Leopardi, che possono essere visti come il punto di congiunzione tra il periodo dei notturni, del quale condividono l’ispirazione lunare, e quello successivo, con la  moltiplicazione  delle immagini del mondo con tutti i suoi colori: alla concentrazione introversa sull’interiorità del mondo fa seguito la contemplazione estatica del suo dischiudersi. I suoi paesaggi si spingono dalla pianura, alla collina, al mare seguendo gli itinerari delle sue consuetudini di vita. Compaiono allora le Spiagge assolate o notturne della Versilia (1970-1974), i Campi di papaveri a partire dal 1974, i canali putrescenti della Versiliana che diventeranno le Aigues Mortes del 1977-1979, le Lavande del 1978, i Paesaggi in collina del 1979, le Ginestre del Conero del 1979-1982. Intanto dal 1975, l’anno dopo la nascita della nipote Anna, inizia una nuova fase della sua produzione di ritratti che fino ad allora aveva visto protagonisti oltre a Lina e alla figlia Marcella gli amici intellettuali. I nuovi ritratti sono impastati dell’esplosione cromatica dei paesaggi.

1980-1992
Con i «Paesaggi bianchi», ispirati alle sinopie del Camposanto Monumentale di Pisa, comincia una meditazione, che poi prosegue lungo tutto il decennio, sull’essenza del dipingere. Mattioli non sembra più rivolgersi alla natura, ma alla pittura stessa, e in particolare sembra volerne evidenziare il potere metamorfotico, spesso intervenendo sopra superfici segnate da una vita precedente; come se questa fosse rimasta a permeare muri, tavole, tele, carte, lasciandovi labili tracce di sé che una memoria immaginativa ora finalmente riconosce, mentre alla pittura è affidato il compito di estrarre l’anima segreta di materiali che allo sguardo comune sembrano inerti. Nel 1980, nel Museo della Basilica di San Francesco ad Assisi, ha luogo la prima di una serie di mostre antologiche che proporranno, lungo il decennio, molteplici prospettive secondo cui avvicinare un’opera che si dimostra sempre più complessa. Nel 1983 Mattioli dona all’Università di Parma un’imponente nucleo di http://www.carlomattioli.it/opere  (400 tra  dipinti,  disegni e grafiche).
Dal 1981 vedono la luce i grandi Boschi verdi con i loro intrichi di vegetazione e i ponti rovinati. Nel 1982, le stesse travi e le stesse assi riappaiono secche, calcinate, quasi combuste, appoggiate  contro i muri diroccati  e in rovina, come  residui tragici di un terremoto, nella serie di http://www.carlomattioli.it/opere subito seguenti e che si chiamano «I muri». Ed ecco che, nel paesaggio successivo, le travi diventano il tema del quadro in uno spazio buio, cieco, senza tempo e senza natura; questi legni si uniscono, si accumulano abbruniti e, nell’ultima di queste http://www.carlomattioli.it/opere, cercando una disposizione, un orientamento, si dispongono a corona intorno ai due che, sovrapponendosi, come braccia desolate, hanno formato, inopinatamente, la figura finale, lacroce. Croce che nel 1985 si ergerà esplicita nelle antiche tavole sapientemente connesse a costruire il Grande Crocifisso, dedicato alla memoria di Lina, la compagna di una vita, scomparsa nel marzo del 1983. Nel 1984 viene allestita nel Palazzo Reale di Milano una grande retrospettiva a cura di Pier Carlo Santini. Intanto sono comparsi nuovi cicli:  i Pineti del 1983 e i Fiori del Male nel 1985. Nel 1986, per i suoi settantacinque anni, viene realizzata a Ferrara, nel Palazzo dei Diamanti, una mostra antologica dei paesaggi, presentata da Gian Alberto Dell’Acqua, mentre la Regione Emilia Romagna pubblica un volume sulla sua opera a cura di Enzo Carli; il Musée Rimbaud, a Charleville-Mézières, espone un recente ciclo di pastelli, intitolato da Mattioli, in onore del poeta francese, «Illumination», e il Museo Te di Mantova fa conoscere un gruppo di piccole http://www.carlomattioli.it/opere inedite degli anni sessanta. Negli anni successivi altre mostre illustrano aspetti significativi dell’opera di Mattioli: i Nudi femminili nel 1989 al Museo d’Arte Moderna di Bolzano, nel 1990 i ritratti al Palazzo Ducale di Massa, e nel 1992 i Libri, con i numerosi studi preparatori alle illustrazioni alla Fondazione Ragghianti di Lucca.

1993
Arturo Carlo Quintavalle pubblica un’ampia monografia dedicata ai disegni. Nell’inverno Mattioli dipinge i suoi ultimi quadri ad olio, dopo un lungo periodo in cui le precarie condizioni di salute gli avevano impedito di lavorare al cavalletto; un limite che lo aveva indotto felicemente a realizzare innumerevoli tempere su pagine e coperte di libri antichi. I quadri sono imponenti, raffigurano i calanchi biancheggianti e pietrificati delle Apuane, o le radici di un albero avvinghiate a massi sotterranei. Preparate da una serie di oli e di tempere iniziata nel 1991, queste http://www.carlomattioli.it/opere rivelano un prevalere drammatico dell’inorganico, una presenza dell’immutabile dove dirada o viene  meno la vita.

1994
Muore il 12 luglio. Viene accompagnato alla sepoltura dalla popolazione di Parma, in un lungo percorso attraverso le strade della città.

1995
La Fondazione Magnani Rocca allestisce la prima rassegna antologica dell’opera di Mattioli dopo la sua scomparsa. Introducono il catalogo Marco Vallora, Roberto Tassi ed Erich Steingraber.

1998
Nell’estate e nell’autunno il Cercle Municepal di Lussemburgo e il Museo Diocesano di Barcellona ospitano due mostre antologiche.

2004
Viene allestita alla Galleria Nazionale di Parma un’importante mostra.

È la natura morta il fulcro dell’indagine estetica che accomuna Carlo Mattioli e il pittore bolognese Giorgio Morandi, una natura morta raffigurata inevitabilmente con forme molto diverse, dettate senz’altro dal tempo (Mattioli era più giovane di Morandi di circa vent’anni), ma che diviene per entrambi simbolo e sintesi della propria arte. Cade a pennello allora l’ampia retrospettiva su Carlo Mattioli, pittore modenese, ma sempre vissuto a Parma, ospitata al Museo Morandi di Bologna fino al 6 maggio 2012.

Mattioli nasce nel 1911 e muore nel 1994, la sua attività percorre quindi quasi tutto il “Secolo Breve”: le sue opere rispecchiano perfettamente i cambiamenti che subisce l’animo dell’artista in uno dei periodi più ricchi e più controversi della Storia, del quale inoltre egli ha sempre saputo cogliere il meglio, intrattenendo rapporti di collaborazione ed amicizia con molti degli intellettuali del tempo, come Mario Luzi e Attilio Bertolucci.

La mostra affronta quasi tutto il percorso artistico del pittore dagli anni ’30 fino agli ’80, con un’attenzione maggiore ai lavori degli anni ’60 e ’70. Le prime nature morte degli anni 1937/1938 si discostano molto dal Mattioli successivo e quasi si avvicinano più alle opere di Morandi: gli oggetti sono definiti e i colori sono vari, anche se predomina, a differenza di Morandi, sempre uno sfondo molto scuro. Con le opere successive, che ripercorrono un ventennio che va dai primi anni 60’ alla fine dei ’70, il cambiamento è molto evidente. Gli oggetti delle nature morte diventano quasi astratti, indefiniti, sommersi in masse di colore denso e abbondante sulla tela; quasi delle incisioni compongono i contorni degli utensili al centro del quadro. I colori protagonisti del dipinto diminuiscono, in genere solo due colori si alternano e si mischiano in un quadro, come il nero e l’ocra, il grigio e il bianco, il rosso e il giallo, o magari un’unica tinta regna e sfumature più chiare delimitano la forma e le ombre degli oggetti.

Ma le nature morte non sono gli unici soggetti di Mattioli: la sua ricerca si estende anche al corpo umano, soprattutto ai nudi, mantenendo però sempre la stessa plasticità e purezza di colori, e soprattutto al paesaggio (che segna una svolta tematica del lavoro del pittore a partire dagli anni ’70), caratterizzato da un grande senso di solitudine, come affiora con forza in “Autoritratto al chiaro di luna” 1971, in cui la figura del pittore, quasi trasparente come fosse un fantasma, è immersa in uno sfondo scuro illuminato dal chiarore della luna che appare in alto. La rappresentazione del paesaggio si racchiude spesso in un unico oggetto, simbolo dello stato d’animo del pittore: l’albero, immerso in una sterminata distesa di natura, solo e partecipe però dell’armonia cromatica.

Il percorso si conclude con “Natura morta” del 1981, interamente nera questa volta, quasi un basso rilievo per la grande quantità di colore del fondo, nel quale salta all’occhio una piccola brocca bianca, la quale sembra uscire dal resto grazie al gioco di ombre, che rende perfettamente la rotondità dell’oggetto.

I contorni indefiniti degli oggetti, la semplicità dei colori usati rendono le figure a momenti astratte, ma perfettamente comprensibili; i soggetti delle opere sembrano in movimento, come nei dipinti futuristi, a differenza di quanto si penserebbe per delle nature morte, che paradossalmente in Mattioli sembrano vive, come se l’artista avesse trasferito nella loro forma il suo spirito. La brocca bianca è tanto sola quanto quell’uomo seduto in compagnia della luna troppo lontana, il pittore riesce a conferire la stessa vitalità ad un corpo umano e ad una bottiglia, un vaso; e questo rende la sua opera sicuramente straordinaria.

di Silvia Mergiotti.

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LE STRAFIGHE, GLI SPENNAGALLINE  E IL MONDO CHE VERRA’

Uno dei tanti che ti ha seguito al convegno Saras di Milano

Ciao Valdo,
ho avuto il grande piacere di conoscerti al convegno Saras del 14 Marzo a Milano.
E’ stata subito empatia.
Mi sono letteralmente bevuto il tuo libro e, da allora, ho iniziato ad applicare i tuoi consigli sull’alimentarsi in modo consapevole e responsabile.

Nessuna magagna fisica, ma tanta voglia di migliorare

Premetto che godo di buona salute e che non sono in sovrappeso, per cui non avevo gravi magagne cui pensare. Seguendo però le tue indicazioni mi sono ritrovato a rivoluzionare il mio modo di nutrirmi che perdurava da ben 40 anni.

Non ho sperimentato nessuna difficoltà

E’ interessantissimo verificare in prima persona l’azione deleteria che hanno sul nostro sistema digerente, circolatorio e linfatico l’uso e l’abuso di carne, latte, formaggio e panetteria varia.
La cosa entusiasmante è stata la facilità con cui la frutta e la verdura abbiano soppiantato il pane, la pasta e la cadaverina.
Senza il minimo sforzo emotivo, mi sono ritrovato beneficiato immediatamente da un senso di leggerezza e di forza psicofisica che non provavo più da quando avevo vent’anni.

Ti ho incontrato al momento giusto

Il caso non esiste.
Sono convinto di averti incontrato al momento giusto, perché stavo arrischiando grosso in questi ultimi tempi. Stavo sbuffando e masticando amaro.
Passavo dalle demenziali stupidaggini nutrizionali, che abbondano su ogni canale televisivo, all’atmosfera comico-teatrale dei miei uffici milanesi.

Circondato da discepoli della Manzotin e da ex strafighe ossessionate dal grasso

Uffici che mi vedono circondato da perfetti discepoli della Star e della Manzotin, nonché da ex strafighe che se la tirano perché ogni mese spendono 200 euro per andare dal dottor Spennagalline di turno,
il quale non fa altro che riempirle di pasta alle sette di mattina, per stroncar loro ogni sano appetito, e di completare l’opera prescrivendo loro salme affettate e bistecche a volontà.

Le donne non sono gente, sono esseri alieni di una galassia stramba

Dottor Spennagalline tenuto in massima considerazione, visto che lo chiamano 3 volte al giorno per dirgli quanti etti hanno eliminato rispetto a due giorni prima, e quanti grammi hanno perso tra colazione e pranzo.
C’è uno al mio paese che diceva Donne non son gente.
Forse esagerava, o forse no.

Una santificazione anticipata

Grazie-grazie-grazie per il lavoro di sensibilizzazione e di divulgazione scientifica che stai portando avanti.
Grazie per il tuo coraggio in onore della Verità e della Libertà da tutte le lobby Malatistiche.
Il tuo spirito si è già garantito un posto d’Onore nell’Eternità.
Claudio

Tra Spennagalline, strafighe e sciagurate santificazioni, mi hai davvero divertito

Carissimo Claudio, ho sul tavolo una trentina di interessanti lettere da evadere, ma compio una piccola discriminazione e pubblico subito questo tuo messaggio davvero irresistibile.
Non tanto perché mi hai sciaguratamente messo l’aureola e santificato, mentre ho ancora troppa voglia di peccare e di starnazzare (almeno col pensiero e con l’anima) tra oche, anatre e gallinelle senza piuma, quanto perché hai uno spirito umoristico fuori del comune.
Spero che le nostre lettrici non si offendano troppo, accusandoci magari di volgare e dozzinale maschilismo.

Le donne sono ormai lo zoccolo duro della ribellione

E’ solo un modo scherzoso di bollare una certa inclinazione, tipicamente femminile, di fidarsi a occhi chiusi dei maschi col camice, o magari con la divisa militar-sanitaria.
Troppo artistico, simpatico e spassoso il tuo quadretto per non farti un applauso a scena aperta, per non divertire pure le donne intelligenti e non aliene che, al contrario di quanto si evince dal tuo giocoso anatema, stanno diventando piuttosto lo zoccolo duro della ribellione.
La realtà è che saranno proprio loro, le donne, a salvare il mondo dal disastro.
Persino Mao Tse-Tung si rese conto della loro importanza, riconoscendo che rappresentano l’altra metà del cielo.

C’è un limite a tutto

E’ possibile ingannare tutti per un po’, ed anche ingannare qualcuno per sempre. Ma non si potrà mai ingannare tuttio e per sempre. Scriveva così
Abraham Lincoln (1809-1865), XVI° presidente degli USA.
Il discorso vale ancor più per le donne.
Puoi imbrogliare una donna una volta, due volte, dieci volte.
La puoi mettere nel sacco per un anno, 5 anni o mezzo secolo.
Ma, se alla fine si accorge di essere stata non amata, ma solo sfruttata, trombata, raggirata, gonfiata e sgonfiata, ormonizzata e bidodicizzata, siliconizzata e mastectomizzata, idealizzata e spoetizzata, saranno guai seri per i suoi torturatori.
Perché c’è semplicemente un limite a tutto.

Latte non a bottiglie, ma a bidoni!

Qualche anno fa, mentre aspettavo l’uscita da scuola di uno dei miei due ragazzi, parlavo con un gruppetto di giovani madri sul problema del latte.
Stavo semplicemente snocciolando i dati scientifici che ormai tutti conoscono sugli inconvenienti causati dal latte di mucca.
Ma come!
Esplose indignata una di loro.
Se il pediatra e la pediatra mi hanno prescritto per mesi e per anni latte non a bottiglie, ma addirittura a bidoni?

Proteine animali a colazione, pranzo e cena!

Si ripete un po’ la storia del sinistro dr Robert Atkins (scomparso di cancro nel 2003, e non cadendo sul ghiaccio come edulcoreggia la versione ufficiale), del venale demenzial-chimico zonista Barry Sears, e dei venduti cibo-integrator-fantasisti stile Peter D’Adamo ed Arthur Agatson.
Ma come!
Se i dietologi mi hanno prescritto proteine animali a colazione-pranzo-merenda-cena!
Ed ora salta fuori che ogni proteina oltre i 25 grammi al giorno, è causa di acidificazione, di radicali liberi, di omocisteina e di cancro?

Statine, eparina, B12 ed Omega3 a spron battuto!

Ma come!
Se i medici mi hanno prescritto statine, eparina, B12 e Omega3 da budella di pesce a spron battuto!
Se i medici mi hanno spinta a trasformare il frigorifero di casa da portavivande estivo in obitorio portatile, carico di agghiacciante puzza cimiteriale!
Tutte queste verità non saltano fuori ora, care donne.
Belletti e tacchi a spillo ci stanno bene, a patto che vi concediate il tempo per consultare qualche libro giusto in più.
La formula dell’acidificazione, del sangue lipidico-viscoso-velenoso, delle ghiandole sofferenti ed ingrossate, ed anche quella del cancro la conoscevano già Arnold Ehret, John Tilden e Louis Kuhne nel 1900, se non addirittura la vostra grande rappresentante Florence Nightingale nel 1780.

Mala tempora currunt per i fissati del carnelattismo

In ogni caso, mala tempora currunt, per i fissati del carnelattismo, della B12, degli Omega-3 e dei vaccini.
I fisici si sono aggiornati, e hanno fatto pulizia delle loro false sicurezze medievali, inglobando ed interiorizzando la relatività di Einstein, modificando le formule della velocità del suono e della luce.
Gli astronomi si sono aggiornati, e hanno finalmente accettato le teorie di Copernico, Keplero e Galilei sulla Terra che orbita intorno al Sole, ridicolizzando Tolomeo e la Chiesa Cattolica che cercò di mandarli tutti al rogo (come fece del resto con Gerolamo Savonarola e Giordano Bruno).

I chimici e i biologi si stanno aggiornando

I chimici si stanno aggiornando, e cominciano a convincersi del tutto che, senza i catalizzatori e senza gli enzimi, tutte le reazioni chimiche si bloccano e li lasciano con tanto di palmo di naso.
Che, senza le vibrazioni microelettriche e la fotosintesi clorofilliana solare, le vitamine, gli ormoni e i minerali sono micro-veleni o micro-droghe per il corpo umano, e non certo micronutrienti.
I biologi si sono aggiornati, e hanno almeno intuito che non bastano i radiomicroscopi, per valutare e giudicare le origini, le mosse, le funzioni e le caratteristiche dei microrganismi, ma che serve assolutamente una visuale cinematografica, comportamentale, giustificativa, sorretta comunque da intelligenza interpretativa extra-materialistica.

I regnanti e i politici ci hanno messo 3 millenni per dare il diritto di voto alle donne

Imperatori, papi, regnanti e senatori, ne hanno messi di secoli e millenni, per capire che aveva ragione Pitagora a esaltare le qualità della donna e a predicarne l’emancipazione, e hanno atteso il secolo XX per darle il diritto di voto (quando si è capito che il voto, più che strumento di democrazia popolare, si è trasformato per maschi e femmine in una ennesima presa in giro della democrazia e della libertà).

Sindacalisti e comunisti hanno capito di aver sbagliato tutto nella vita

I sindacalisti si sono aggiornati, e hanno capito finalmente che i veri sfruttati nelle aziendine che tengono in piedi l’Italia sono spesso i datori di lavoro, prima ancora che i loro dipendenti.
I comunisti si sono aggiornati e, quando Den Hsiao-Ping, grande presidente post-maoista, e massimo rappresentante dell’ideologia comunista mondiale pronunciò di fronte al Parlamento Popolare di Pekino la storica frase Making money and getting rich is glorious, si sono stropicciati gli occhi, hanno messo la testa sotto il rubinetto dell’acqua fresca, e hanno capito di aver sbagliato tutto nella vita.

Papi, vescovi e monsignori, recitano il loro mea culpa

I papi e i vescovi si stanno aggiornando, e pare abbiano capito che la demonizzazione del sesso e del cosiddetto peccato, il bigottismo medievale, il purismo ipocrita e fariseo, portano a fenomeni assai peggiori del libertinaggio e della stessa prostituzione, spingendo il mondo e anche chi dovrebbe dare il buon esempio (come loro stessi), a scellerati, odiosi e criminosi fenomeni di pedofilia non casuale ma sistematica, di violenza e circuizione non casuale ma epidemica sui minori, su ragazzini e fanciulle che mai sospetterebbero tali mostruosità.

Tutti si sono aggiornati e hanno fatto la propria rivoluzione culturale

Tutti si sono aggiornati e si sono emancipati.
Tutti si sono liberati di calcificazioni, ossificazioni improprie, calcoli, tumori e cancrene ideologiche.
Tutti hanno fatto la loro brava rivoluzione culturale.
Tutti sono andati a lavare i loro panni sporchi.
Tutti hanno avuto il buonsenso e la saggezza di dire Sì ho sbagliato.

Tutti fuorché luminari, vetero-capitalisti e boia

Tutti fuorchè i cosiddetti luminari medici, i baroni mai spodestati e mai contestati della eresia chimico-tolemaica-pasteuriana, collusi col potere farmaceutico-vaccinatorio-alimentare.
Tutti, fuorché i vetero-capitalisti e i trafficanti-speculatori rinchiusi nei governi e nei ministeri, nei parlamenti e nelle istituzioni, nelle banche e nelle chiese, nei club, nelle lobbies e nelle fondazioni, a difendere con le unghie e i denti il brandello di ricchezza, di potere e di prepotenza, senza i quali non riuscirebbero più a connettere.

Tutti fuorché i politici, divenuti schiavi dei banchieri e dei macellai

Tutti fuorché i politici, che sono diventati ogni giorno di più camerieri e servi dei banchieri, degli speculatori, dei casari e dei macellai.
Tutti, fuorchè i boia e gli esecutori di creature innocenti, gentili, inoffensive.
Tutti fuorché i mostri della macellazione a oltranza, protetti da leggi e costituzioni blasfeme e biforcute, resi immuni e rispettabili dal trionfo materialistico del dio denaro, sordi dalla nascita alle sofferenze, alle torture e alle grida di dolore delle povere bestie in loro balia.

Tutti fuorché giornalisti, portaborse e promotori scientifici

Tutti fuorchè i giornalisti dei quotidiani, delle riviste e delle televisioni, legati più alla spartizione delle briciole di danaro, di notorietà e di potere, che a fare il loro dovere di riportare la verità.
Tutti fuorché le frotte di portaborse ministeriali e sottoministeriali, distratti da favori e bustarelle.
Tutti fuorché le ondate di promotori scientifici, consolati dalle alte provvigioni su farmaci-carogna e su integratori-sballanti.

Tutti fuorché gli agricoltori servi della Monsanto

Tutti fuorché l’esercito di agricoltori sfruttati, robotizzati, brutalizzati e strappati alla vera terra naturale originaria, alla loro dignità e funzione professionale di creatori di prodotti naturali e salutari.
Riciclati in manovali del trattore e della mungitrice automatica, in farmaco-assistenti delle loro vittime, in torturatori seriali dei loro bovini e suini, in cinici fornitori dei macelli, in schiavi di Big Pharma e degli OGM.
Convertiti paradossalmente in nemici del fico e del caco, del pesco e del melone, del radicchio e delle patate.
Tramutati in esseri attenti non alla loro salute, o ancor meno all’integrità fisica e mentale dei propri animali, ma alle quote-latte europee, alle esenzioni sul carburante e alle elemosine delle istituzioni.

Tutti fuorché gli operatori di una agricoltura morta e sepolta

Trasformati in invasori abusivi di autostrade e di linee ferroviarie, in sofisticatori del proprio vino e del proprio olio, in disordinati inquinatori seriali dell’ambiente in cui essi stessi vivono, in macchinette per far quadrare i propri magri bilanci.
Ridotti in trasformatori di magnifici campi di un tempo, coltivabili con 100 alberi diversi e 1000 verdure dai diversi sapori e colori, in orrende cloache di fertilizzanti chimici, di diserbanti e di azidrina, sulle quali non cresce più un filo d’erba, una pianta di tarassaco, di radicchio selvatico, di selene o di valeriana. In estese ed orrende monocolture di soia e di mais transgenici destinati alle ergastolane e alle condannate-a-morte delle loro disgraziatissime stalle.

Le donne e Voltaire l’uomo più intelligente di Francia e del mondo, dopo Pitagora e Leonardo

Quando le donne impareranno che l’uomo più grande e intelligente di Francia, e forse del mondo intero (sempre dopo Pitagora e Leonardo) Francois-Marie Arouet de Voltaire (1694-1778), ha ammonito l’umanità a radere al suolo dal primo all’ultimo macello, a cancellarne ogni traccia e a vergognarsi profondamente dei crimini commessi contro gli animali tutti, esse diventeranno non più soltanto una ottusa massa di sculettanti donne-oggetto, buone per le sfilate di moda, per il gossip, per il porno, per la rincorsa arrivistica al marito miliardario, ma soprattutto autentiche creatrici di etica, di estetica, di storia più umana e più consona ai voleri della creazione.

Quando le donne impareranno a sbirciare il cielo e a leggere le statistiche, il mondo cambierà

Quando le donne impareranno a sbirciare oltre le nuvole e a guardare la notturna e divina immensità come fa la simpatica vegana triestina Margherita Hack.
Quando le donne impareranno a guardare di più le statistiche sull’osteoporosi, sul colesterolo e l’omocisteina, sul diabete, sulla nefrite, sulla tiroide ballerina e sul cancro al seno.
E quando capiranno che il latte di mucca è un ottimo prodotto, ma soltanto per i neonati dei pacifici bovini, il mondo si avvicinerà di più ai valori, agli auspici ed alle previsioni di Pitagora, di Leonardo, di Rousseau, di Voltaire, di Albert Schweitzer e di Albert Einstein.

Valdo Vaccaro – Direzione Tecnica AVA-Roma e ABIN-Bergamo

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Inceneriamo il prosciutto di Parma e il Parmigiano Reggiano……..ecco come si distrugge la valle del cibo….e aumentiamo i tumori. Tutto questo fra poco sarà una realtà qui a Parma e la sua valle, più che il marino arriveranno le poveri che oltre al prosciutto e parmigiano troveremo nei nostri polmoni…….grazie a tutti quelli che hanno pensato a questa soluzione per eliminare la nostra economia e salute…… siete dei geni…… namaste cF

Parma, richiamo dell’Europa per l’inceneritore. “Nascosti i costi e violata la concorrenza” Sotto la lente d’ingrandimento di Bruxelles l’appalto a Iren spa: “Trovate numerose irregolarità”. Il Movimento 5 Stelle: “A questo punto ne deve rispondere direttamente la regione”

Uragano europeo contro Iren. Si sarebbeviolata la libera concorrenza affidando senza gara la gestione dell’inceneritore di Parma e i servizi di raccolta rifiuti della città ducale, Reggio e Piacenza alla Iren Spa. Inoltre per Bruxelles non tornano i conti sul costo del forno di Uguzzolo: per la Commissione Europea 315 milioni di euro, mentre politici e multiutility avevano sempre dichiarato 195. Infine non tornano i conti sul costo dell’inceneritore per la commissione eule amministrazioni locali, per la configurazione societaria dell’azienda destinataria, non avrebbero su di essa il “pieno controllo” confutando così la sua natura di società pubblica. Sono alcuni dei rilievi che la Commissione europea rivolge al governo italiano, a Iren Spa e ai Comuni delle provincie di Parma, Reggio Emilia e Piacenza sul “caso inceneritore” della città ducale e sugli appalti per la raccolta rifiuti nelle tre province emiliane
Il comitato per la corretta gestione rifiuti di Parma e il Movimento 5 Stelle, con il consigliere regionale Giovanni Favia, hanno diffuso infatti il testo dell’infrazione europea inviato all’Italia lo sorso 24 novembre. Indirizzato al ministro degli Esteri del governo Monti, Giulio Terzi di Sant’Agata, è firmato dal commissario europeo per il mercato interno e servizi, Michel Barnier. E sono tre pagine piene di dati e domande su quel groviglio che appare l’appalto per l’inceneritore di Parma, oltre che sugli affidamenti a Iren Spa anche per quanto riguarda la raccolta dei rifiuti nelle tre città emiliane.

Il contenuto del documento europeo. Si tratta di un documento in cui Bruxelles smentisce le cifre dell’inceneritore fornite in passato da Iren, dall’ex sindaco di Parma Pietro Vignali e daVincenzo Bernazzoli, presidente della Provincia. E in cui si fornisce la cifra reale: 315 milioni di euro di costo. Proprio partendo da qui, dall’importo, l’Europa stigmatizza l’Italia perché gli enti locali, affidando direttamente a Iren Spa appalti e servizi, non hanno rispettato la libera concorrenza senza contare che Iren non sarebbe configurabile come una società a controllo pubblico.

Nella lettera, il commissario europeo fa un primo rilievo a proposito dei “diversi affidamenti decisi a favore della società Iren Spa da parte dei Comuni di Parma, Piacenza e Reggio Emilia e da quelli residenti nelle loro Province”. Affidamenti andati all’azienda “dopo la prima lettera di costituzione in mora indirizzatale il 15 marzo 2011” e sui quali erano stati chiesti maggiori elementi. “In particolare”, voleva sapere Bruxelles la scorsa primavera, “in merito agli affidamenti dai servizi di smaltimento dei rifiuti rimangono ancora non definiti il valore economico e la durata dei contratti di servizio conclusi dai tre Comuni”.

Il costo dell’inceneritore: 315 milioni a fronte dei dichiarati 195. Si svela poi il reale costo dell’inceneritore, definito nel documento di fine novembre. “A seguito di ulteriori informazioni di cui la commissione è entrata in possesso […] risulta che il Comune di Parma avrebbe direttamente affidato alla società Iren Spa, controllata dalla società Iren Spa, i lavori necessari alla realizzazione di un inceneritore in località Ugozzolo (Parma), per un valore complessivo di circa 315 milioni di euro”.

“L’amministratore delegato Andrea Viero e l’ex sindaco di Parma Vignali avevano parlato al massimo di 195 milioni di euro”, attacca il Comitato anti-inceneritore che, citando ancora il commissario europeo e la sua lettera al governo, sottolinea: “La commissione ricorda che gli appalti e le concessioni di lavori di importo superiore a 4 milioni e 845 mila euro debbono essere conclusi all’esito di una procedura di messa in concorrenza rispettosa dei principi di non discriminazione, parità di trattamento, trasparenza, proporzionalità e mutuo riconoscimento”.

L’accusa formulata in sede europea contro il Comune di Parma, azionista Iren Spa, è pesantissima perché “nessuna delle sopra richiamate norme risulta essere stata rispettataquanto alla costruzione dell’inceneritore” e “tale affidamento senza messa di concorrenza preliminare non può essere giustificato dalla sussistenza di un rapporto di controllo analogo tra i Comuni interessati e la società Iren Spa”.

Su Iren Spa si può non attuare un rapporto di controllo”. La Commissione Europea ne spiega le ragioni. “Ci soci privati nel capitale di Iren Spa (tra l’altro, le banche Intesa San Paolo eFondazione Cassa di Risparmio di Torino) [la cui presenza] impedisce la configurazione di un rapporto di controllo [dovuto] alla grande autonomia delle società interessate, chiaramente dimostrata, tra l’altro, dalla quotazione in borsa della capogruppo Iren Spa. Tali elementi, insieme all’estesa dimensione geografica e all’ormai vastissimo campo di attività delle società del gruppo Iren, rendono impossibile ravvisare l’esistenza di un rapporto di controllo analogo tra esse e i Comuni azionisti della capogruppo Iren Spa”.

Infine “lo stesso controllo societario […] non è esercitato dalla società Iren Spa in maniera totalitaria, ma in modo parziale, aggiungendosi a esso anche le società Delmi Spa e Plurigas Spa, che compartecipano nelle controllate […] rispettivamente per il 15% e per il 30%, rendendo cosi ulteriormente ‘precario‘ il controllo dei Comuni azionisti”.

La prova? La fornisce sempre la Commissione europea. “Nessuna indicazione”, scrive nel documento datato 24 novembre, “è contenuta nello statuto di Iren Spa” laddove parla della necessità che “il 51% del capitale sociale resti in mano pubblica […]. Quanto ai poteri dei soci, essi sono solo quelli normalmente riconosciuti dal diritto societario nazionale e, dunque,insufficienti, come tali, ad assicurare un’influenza determinante”. Ecco il Pdf del richiamo arrivato.

M5S: “Ora ne risponda la Regione”. “Con questa dichiarazione della commissione europea”, commenta Giovanni Favia, consigliere del Movimento 5 Stelle, “cala la maschera di chi parla di società del calibro di Iren Spa ed Hera Spa come società a capitale pubblico che si muovono per il ‘bene comune’ dei cittadini. A livello politico invece la Regione deve rispondere per aver coperto tutto ciò fino a oggi. Ricordo le giustificazione di tali operazioni e il silenzio a fronte delle nostre risoluzioni da parte sia della maggioranza di Vasco Errani. Su questo presenteremo una nuova interrogazione”.

(ANSA) – PARMA, 14 APR – Circa duemila persone hanno sfilato oggi per le vie di Parma per dire no alla politica dell’incenerimento dei rifiuti e, in particolare, al nuovo termovalorizzatore in costruzione a Ugozzolo, piccola frazione alla porte della citta’ emiliana.

Alla manifestazione, organizzata dal Comitato Gestione Corretta Rifiuti, avevano dato la propria adesione 170 associazioni di tutta Italia, compreso il movimento Slow Food e l’associazione Comuni Virtuosi d’Italia. (ANSA).

Uno studio riguardante i due inceneritori di Forlì ha evidenziato un’associazione tra esposizione ai fumi e cancro al colon retto negli uomini e aumento di mortalità per tumore tra le donne. Il lavoro, condotto da Arpa Emilia Romagna e ricercatori del Lazio, ha valutato l’esposizione sulla base della caratterizzazione geografica per mezzo di modelli di dispersione degli inquinanti. Le informazioni sugli eventi sanitari sono state raccolte all’interno di uno studio che ha seguito la storia passata di ciascun individuo coinvolto. I due inceneritori oggetto dell’indagine si trovano nel comune di Forlì, a circa 3 km dalla città e a circa 200 metri l’uno dall’altro. Si tratta di un inceneritore di rifiuti solidi urbani (RSU), che ha iniziato ad operare nel 1976, e di un inceneritore di rifiuti ospedalieri, il cui inizio dell’attività risale al 1991. Al di là degli adeguamenti tecnologici effettuati, la posizione e la struttura dei due impianti è rimasta sostanzialmente la stessa nel tempo di osservazione, con l’unica consistente modifica dell’altezza del camino dell’inceneritore di rifiuti speciali, passato da 39 a 49 metri. L’area di studio è stata definita come il cerchio di raggio di 3,5 km intorno ai due inceneritori (il punto centrale è stato definito come equidistante tra di due camini). L’area è ad uso prevalentemente agricolo, il restante territorio sono occupati da tre piccole aree industriali da un centro abitato e dal confine dell’area urbana. Oltre agli inceneritori, le altre fonti principali di inquinamento atmosferico sono il traffico (urbano e autostradale) e il riscaldamento per il periodo invernale. Per la definizione dei traccianti ambientali degli inceneritori e degli altri fattori di pressione presenti nell’area, sono stati considerati i risultati di uno studio ambientale condotto nel periodo 1997-2000. In base a considerazioni sui punti di massima e minima ricaduta degli inceneritori e di tutte le altre fonti e di monitoraggi effettuati in questi punti, è stato deciso di considerare i metalli pesanti come traccianti dell’esposizione ad inceneritori, mentre per tutte le altre sorgenti è stato utilizzato come tracciante il biossido di azoto.

Sono stati coinvolti i soggetti che risiedevano nell’area di studio al 1 gennaio 1990 o che sono entrati successivamente nell’area di studio fino al 31 dicembre 2003. Per questi ultimi, è stato calcolato un minimo di cinque anni di residenza precedenti al periodo di follow-up. Il follow-up è stato effettuato tramite record linkage con la banca dati di mortalità regionale (dal 1990 al 2003), la banca dati del Registro Tumori Romagnolo (dal 1990 al 2003) e il database delle Schede di Dimissione Ospedaliera (dal 1999 al 2003).

Le analisi interne hanno mostrato associazioni con il cancro al colon retto negli uomini.L’esposizione agli inceneritori è risultata associata con la mortalità per tumore tra le donne, in particolare per tutte le sedi tumorali  e per stomaco, colon, fegato e cancro al seno. I risultati, non omogenei tra i sessi e fra i tipi di outcome indagati (mortalità e incidenza), aprono ulteriori domande riguardo alle possibili relazioni causali, offrendo comunque alcuni segnali di interesse da tenere in considerazione per ulteriori studi.

Il bambino (la cui vicenda riportammo qui, ndr) viveva a Coriano, quartiere della città dove si trovano i due inceneritori di Hera e Mengozzi, e nel 2006 era stato colpito da tumore alla prostata. Per i genitori la malattia sarebbe stata causata dai fumi degli impianti. Il 19 settembre ci sarà una nuova udienza del processo.

Aveva 12 anni e la luce del cielo attaccata agli occhi. È morto domenica per un tumore alla prostata: «Patologia rarissima a quell’età» dicono i medici. La vita e ora la morte del piccolo — la notizia è stata diffusa dopo i funerali di ieri — sono da tre anni il nucleo di una battaglia legale che da questo momento, se possibile, acutizzerà tutti i suoi angoli. I genitori puntano il dito contro le emissioni in atmosfera della coppia di inceneritori di Coriano — Hera e Mengozzi — accusati in tribunale…

d’essere alla base della malattia del figlio (residente proprio lì, nel quartiere dei due camini).

 L’accusa formalizzata dal pm Filippo Santangelo — che dal disperato esposto della madre e del padre del bambino malato ha elaborato un procedimento ancora in fase introduttiva — è quella di lesioni colpose. Ma adesso è facile supporre che Santangelo muterà l’ipotesi in omicidio colposo. Così la sfida processuale inasprirà i toni, perché gli attori della lizza — giudici, avvocati e periti — non conoscono la pietà di una vita ammutolita a 12 anni. Vita che rischia di assurgere a simbolo, un prezioso dono offerto all’altare di una battaglia civile.

L’itinerario penale è alla stazione di raccolta delle prove ‘irripetibili’ (incidente probatorio). Il giudice Michele Leoni ha riunito attorno a un tavolo quattro esperti e ha ordinato di passare al setaccio ogni aspetto dell’attività dei due inceneritori. Due gli indagati (15 le parti offese, tra cui i genitori del piccolo, Wwf e il ClanDestino): Claudio Dradi, 56 anni, di Hera, ed Enzo Mengozzi, di 62, titolare dell’omonima ditta. L’accusa è abuso d’ufficio, falso ideologico, lesioni personali colpose e getto pericoloso di cose (ipotesi legata alle emissioni in atmosfera).

I quattro luminari delegati dal giudice (Roberto Montagnani, Davide De Dominicis, Livio Scatto e Mauro Sanna) hanno lavorato per un anno e mezzo. E adesso spiegano in aula lo stato di salute dei due comignoli sotto accusa. Ci sono state tre udienze. E il dato fondamentale che è emerso è che gli impianti sarebbero stati «anomali prima del 2005». Il 19 settembre si parlerà del presunto nesso tra esalazioni e malattia del bimbo. Da alcune indiscrezioni sembra che gli esperti abbiano escluso collegamenti di causa-effetto tra fumi e tumore. Ma altri studi direbbero il contrario. Il 19 settembre ne sapremo di più.

Un estratto del commento della dott.ssa Antonietta Gatti, massima esperta nonchè scopritrice delle nanopatologie, che ha seguito il caso del piccolo Massimiliano:

E’ morto Massimiliano un bambino di Forlì a cui non è stata data la possibilità di avere un futuro. E’ morto all’età di 11 anni per una rara forma tumorale, un rabdomiosarcoma cresciuto fra la vescica e la prostata. Dopo anni di sofferenza, che non dovrebbero toccare i bambini, se ne è andato col suo carico di metalli pesanti dentro il corpo.

Avevo analizzato i campioni bioptici del bambino e avevo trovato metalli anche in forma molto sottile: nanoparticelle.
A parte una particella di Oro e Argento, la cosa più sconvolgente è l’aver trovato nanoparticelle di Tungsteno e/o carburo di Tungsteno. Ora uno si chiede come sia possibile  l’ingresso di queste polveri nel corpo di un bambino. Non è un metalmeccanico che lavora in fabbrica. L’unica sua colpa è di aver vissuto in una casa costruita fra due inceneritori : uno di rifiuti urbani ed uno di rifiuti ospedalieri. L’aria, ma pure il cibo dell’orto, non sono dei  migliori da quelle parti. Se n’è andato ed io, pur sapendo, non sono stata in grado di fare niente.

Nei miei studi avevo già indotto nei topi lo stesso tipo di cancro semplicemente impiantando nei loro muscoli nanoparticelle (una pratica che cerco di evitare sempre, ma quella volta non si poteva fare altrimenti). Tutti quelli che avevano ricevuto nanoparticelle metalliche si erano ammalati di rabdomiosarcoma.

Oggi molto spesso assistiamo ad uno strano fenomeno: vediamo che attorno a noi le cose che conosciamo cambiano nome. Cambiare il nome alle cose significa cambiare la percezione che noi ne abbiamo. A questo proposito cosa può dirci del termine termovalorizzatore?

Il termine termovalorizzatore è un esempio perfetto di questa mistificazione che spesso viene operata. Battezzando diversamente una cosa ne possiamo avere una percezione totalmente diversa. Se ci pensiamo bene, il termine inceneritore ha una connotazione

sostanzialmente negativa: incenerire, bruciare, distruggere. Se invece di inceneritore lo chiamo termovalorizzatore immediatamente questo acquisisce un significato positivo: recuperare, valorizzare, ecc.

Ora è bene saper che solo in Italia gli inceneritori per rifiuti solidi urbani si chiamano termovalorizzatori, in tutto il resto del mondo si chiamano con il loro nome, cioè inceneritori. D’altra parte siamo l’unico paese al mondo che ha equiparato l’energia che proviene dal bruciare i rifiuti alle fonti rinnovabili di energia, per cui il termine che abbiamo coniato è perfettamente coerente con la mistificazione che è alla sua origine e per la quale – è bene ricordare – è in corso una procedura d’infrazione dell’Europa nei confronti dell’Italia.

Se tenessimo conto dell’energia che è stata usata per produrre i materiali che andiamo a incenerire e che viceversa in gran parte potremmo riciclare e di quella necessaria per produrli ex-novo, altro che termovalorizzatori, dovremmo chiamarli TermoSvalorizzatori.

Quattrocento medici a Forlì hanno sottoscritto il documento contro il raddoppio degli inceneritori Hera e Mengozzi. Come medico e come cittadino si ritiene soddisfatta di questa partecipazione? È un buon risultato?

È un dato di assoluto rilievo: non siamo i soli in Italia, ma siamo certamente il gruppo più numeroso. La consapevolezza che la tutela della salute non può prescindere dalla tutela dell’ambiente è sempre più diffusa, sia tra le persone comuni che nella classe medica, come testimonia il grande successo della nostra iniziativa. Come medici non possiamo pensare che esista solo una medicina curativa, con diagnosi e strumenti terapeutici sempre più raffinati, ma anche sempre più costosi: nel 2008 il mercato dei farmaci antiblastici (per la cura dei tumori) sarà al primo posto del mercato farmaceutico mondiale con un fatturato annuo di 41 miliardi di dollari. Dobbiamo ricordarci che esiste la Prevenzione Primaria, di cui ben pochi ormai parlano, che significa tutelare la salute evitando o riducendo il più possibile il contatto con agenti tossici ed inquinanti: è chiaro che il miglior modo per ridurre il rischio di ammalarsi è evitare di immettere nell’ambiente tali sostanze.

Purtroppo questa consapevolezza non va di pari passo con le scelte politico-amministrative – a livello nazionale e locale – che appaiono ispirate unicamente a criteri economici, con un generale appiattimento ed una sostanziale convergenza di entrambi gli schieramenti politici.

Voi medici, l’associazione Clan-Destino e tante altre realtà del territorio si sono mobilitate in questi mesi al fine di riprendere il controllo su scelte importanti che riguardano la vita di ognuno di noi. La mobilitazione dei cittadini contro decisioni prese “dall’alto” – Val di Susa – sta diventando fenomeno sempre più crescente e significativo. Qual è, secondo lei, il significato più autentico e profondo di questa nuova presa di coscienza?

Credo che la grande partecipazione registrata su temi che riguardano, ad esempio, le grandi opere (TAV, inceneritori, ponte di Messina) nasca dalla consapevolezza di cui parlavo: la gente non intende più delegare ai propri amministratori – o a coloro che ha votato – scelte così complesse e che riguardano la vita di ciascuno di noi. Io lo interpreto come un grido forte per affermare il diritto di riappropriarci del nostro destino, del presente e del futuro delle nostre città e dei luoghi del nostro vivere. Si parla tanto di crisi della politica, io vedo in questi movimenti di partecipazione dal basso una grande occasione di rinnovamento – se non addirittura di rifondazione – della politica o comunque un meraviglioso strumento per rivitalizzare il rapporto fra i cittadini e chi è stato da loro incaricato di rappresentarli.

Il Presidente dell’Ordine dei Medici ed il rappresentante del Ministero della Salute interpellati dal Presidente della Provincia non ritengono preoccupante l’aumento delle emissioni da incenerimento. Com’è possibile che ci siano pareri così diversi all’interno della classe medica?

La Medicina è, come tutte le attività umane, espressione del proprio tempo e se ciò che guida oggi il mondo è il profitto economico, non c’è da stupirsi se anche nel nostro settore interessi ben diversi dalla protezione della salute guidino la ricerca medica, compresa quella sul cancro ( L. Tomatis “Ricerca della Prevenzione e Ricerca dei Profitti”- Attualità del pensiero di Giulio Maccacaro. Medicina Democratica pp. 114-118, Atti 99-104). Numerosi sono gli esempi per cui anche indagini in apparenza rivolte all’identificazione dei

rischi, qualora siano sponsorizzate direttamente o indirettamente da corporation, possono produrre risultati falsamente negativi (V. Gennaro “Cancro nelle raffinerie di petrolio: assenza di rischio o misclassificazione?” Epidemiologia e Prevenzione 2003, 27-3: 173).

Gli studi che voi citate e che correlano l’insorgenza di gravi malattie alla vicinanza di questi impianti sono sconosciuti o contestati da queste persone?

Ritengo impensabile che gli studi che noi abbiamo preso in esame siano sconosciuti o contestati, in particolare dal dottor Donato Greco, che dirige l’Istituto Superiore di Sanità, nei cui Annali del settembre 2004 è stata pubblicata una delle revisioni più complete degli studi riguardanti salute umana ed inceneritori. Molto più semplicemente penso che tali studi, nelle risposte fornite, siano stati sottaciuti. Porto un esempio per tutti: noi non conosciamo la domanda posta dal Presidente Bulbi, ma possiamo dire che la risposta del dott. Donato Greco del 2 agosto 2005 è un capolavoro di bizantinismo lessicale. Quando il dottor Greco afferma che “numerosi studi condotti anche in Italia non hanno

dimostrato significativi aumenti di incidenza [di tumori, patologie acute o croniche] per le popolazioni [abitanti nella prossimità di impianti]” non afferma il falso, ma una mezza verità ( anzi, un terzo). Proprio nella revisione a cui ho fatto cenno prima sono stati presi in esame ben 46 studi epidemiologici che hanno riguardato il rapporto fra salute ed impianti di incenerimento. In ben due terzi di essi è risultata un’associazione significativa in quanto a incidenza/prevalenza/mortalità per cancro, specie per le neoplasie polmonari, i linfomi, i tumori infantili e i sarcomi dei tessuti molli. Quindi, forse, il dottor Greco ha dimenticato di completare la sua frase con la seguente aggiunta: “ancor più numerosi studi hanno dimostrato significativi aumenti per le patologie in esame” perché, se la matematica non è un opinione, mi risulta che 2/3 sia maggiore di 1/3.

L’incenerimento dei rifiuti immette nell’atmosfera arsenico, cromo,

nichel, mercurio, furani, diossine. Forse molte persone ritengono

che un camino in più o in meno non cambi molto. Queste sostanze

sono già emesse dalle nostre fabbriche e dall’inquinamento

automobilistico oppure sarebbero una “novità” per la nostra zona?

Le sostanze citate, una minima parte di quelle emesse da un inceneritore, non sono certo una novità per il nostro territorio, visto che sono già in funzione due camini (Hera e Mengozzi). Alcune di queste sono certamente già emesse anche da impianti industriali e dal traffico veicolare, tuttavia le sostanze inquinanti emesse dagli inceneritori sono, come è facilmente intuibile, estremamente varie e difficilmente prevedibili, a differenza di quelle

che provengono da processi industriali noti o dal traffico automobilistico. Nei nostri grandi ed invitanti cassonetti io ho visto entrare di tutto: pile, eternit, barattoli di vernice o di solventi e chi più ne ha più ne metta. È quindi logico che non sapendo quale è il combustibile, non sapremo mai cosa davvero fuoriesce dai camini. Per quanto riguarda le diossine, è comunque certo che gli inceneritori ne rappresentano la seconda fonte di produzione, dopo le acciaierie (che a Forlì non abbiamo), e trattandosi di sostanze persistenti e bioaccumulabili è irrilevante l’effetto di diluizione realizzabile con l’innalzamento dei camini.

Roberto Riguzzi afferma che rispetto agli attuali volumi di inquinamento da traffico l’incidenza del potenziamento dell’inceneritore non risulta significativa. Cosa ne pensa?

Si tratta di un ritornello frequente, ripetuto a tutti i livelli, dal ministro Matteoli giù giù fino al nostro Riguzzi: a forza di ripeterlo, sembra una verità incontestabile, ma le cose non stanno affatto così. Basandosi su dati certi, quali quelli forniti dagli stessi costruttori dell’inceneritore di Brescia, spesso portato a modello, e sui dati pubblicati nell’inventario europeo delle diossine, il professor Federico Valerio, responsabile del Dipartimento di Chimica Ambientale dell’Istituto tumori di Genova, ha calcolato che, nel caso dell’inceneritore previsto per la sua città, la combustione di 800 ton/giorno di rifiuti emetterebbe mediamente una quantità di diossine pari a quella prodotta giornalmente da oltre due milioni di autovetture. Facendo le debite proporzioni, la terza linea prevista per l’inceneritore di Coriano, arrivando a bruciare fino a 330 ton di rifiuti al giorno, emetterebbe una quantità di diossine equivalente a quella prodotta da un traffico giornaliero di oltre 800.000 veicoli. Non so come Riguzzi possa ritenere non significativo un dato del genere.

Il 24 Novembre i “medici contro gli inceneritori” – da lei rappresentati – il prof. Tomatis e il prof. Tamino sono stati ascoltati dalla II Commissione Consiliare del Comune di Forlì. Quali sono stati i risultati di questo incontro?

Certamente questo evento è stato uno dei più significativi: è apparso immediatamente chiaro, tanto alle istituzioni che all’opinione pubblica, che le preoccupazione da noi espresse sono fondate scientificamente – ricordiamo che il prof. Lorenzo Tomatis ha diretto la IARC fino al 1993 e ne è stato il padre fondatore.

I giornali hanno svolto in quella occasione una opera di informazione precisa dando un grande risalto all’evento, come l’autorevolezza degli esperti presenti con noi meritava. Dopo l’audizione nessuno potrà più dire di non sapere: anche se c’erano illustri assenze tutto è rimasto agli atti, compresa la corposa documentazione che abbiamo presentato

a sostegno delle nostre tesi. Purtroppo anche nel corso della audizione i vari consiglieri si sono espressi più in schermaglie politiche che in quesiti tecnico-scientifici, sprecando purtroppo una grande occasione di porre domande e confrontarsi con gli esperti da noi invitati. Devo purtroppo constatare che a tutt’oggi non si è realizzato un pubblico confronto fra esperti di diversa opinione: all’incontro del 7 ottobre col dott. Federico Valerio erano stati invitati anche rappresentanti di ARPA ed HERA che non hanno accettato di partecipare, e all’audizione col prof. L.Tomatis – oncologo di fama mondiale nel campo della Prevenzione del Cancro – non era presente un solo medico del Dipartimento di Prevenzione, neanche fra il pubblico.

Sarebbe una vittoria se il nuovo anno iniziasse con l’annuncio di una moratoria dei percorsi autorizzativi, il presupposto per porre le basi di un serio “piano rifiuti”, da costruire ascoltando finalmente la cittadinanza, basato sulla ben nota politica delle “R” (Riduzione, Riuso, Recupero, Riciclo) che si può realizzare con il metodo della raccolta differenziata porta a porta e con la tariffa puntuale.

Come vi muoverete nell’immediato futuro?

Intanto si è creato un “tavolo congiunto” di tutte le associazioni, (di categoria, volontariato ecc. ) che sono unite dalla ferma determinazione nel chiedere una moratoria dei processi autorizzativi e nella realizzazione di percorsi alternativi all’incenerimento.

L’allargamento ulteriore del consenso attorno a tale tavolo è uno dei primi obiettivi che ci siamo posti. Inoltre la presa di coscienza fra i nostri medici ha portato alla nascita di una Sezione Medici per l’Ambiente (ISDE) anche a Forlì. L’ ISDE a livello nazionale ha poi prodotto un documento ufficiale sulla questione incenerimento che è bene sia divulgato e conosciuto il più possibile. Andremo anche a convegni e dibattiti in altre parti d’Italia (a febbraio col prof. Tomatis a Trento), in città toccate dagli stessi problemi ed anche a Forlì promuoveremo ulteriori occasioni di incontro. Fra l’altro proprio ora sta partendo il Piano Provinciale per il Risanamento dell’Aria che, vista la criticità del nostro territorio per numerosi inquinanti, riveste un ruolo di particolare rilievo: quale migliore occasione di questa per affrontare il tema di un miglioramento delle condizioni complessive dell’ aria delle nostre città? Come tutto questo si sposa col raddoppio degli inceneritori che sono tranquillamente previsti?

Infine, – ma questo è davvero un sogno che ho nel cassetto – mi piacerebbe che nascesse l’Associazione dei Sani che tali Sono e tali Vogliono Rimanere. Ormai ogni categoria di malati ha la sua associazione di riferimento che, con estremo merito intendiamoci, svolge un ruolo di informazione, supporto, ricerca, dando un contributo spesso determinante ed insostituibile. Questo perché ognuno di noi è portato ad interessarsi ai problemi quando è toccato da vicino. Ma chi si preoccupa di promuovere e

finanziare una ricerca indipendente che abbia come scopo la promozione della salute attraverso la Prevenzione Primaria? Chi dovrebbe essere interessato a questo se non noi quando stiamo bene? Comunque la preoccupazione non è neanche tanto per noi quanto per le generazioni future: come dimenticare quanto letteralmente affermato da Tomatis: “le generazioni a venire non ci perdoneranno quanto noi stiamo facendo a danno dell’ ambiente”? Con il nostro ”sviluppo” noi stiamo immettendo sostanze e composti persistenti e nocivi destinati ad accumularsi e di cui non sappiamo assolutamente nulla degli effetti a lungo termine. Una dimostrazione per tutte ci viene dai dati epidemiologici che evidenziano in Europa negli ultimi 30 anni un aumento dell’ 1% annuo delle neoplasie da 0

a 14 anni e dell’ 1.5 % da 14 a 19 anni, con trend in ulteriore aumento ( Lancet 2004) , per non parlare poi delle altre patologie, in primis quelle respiratorie per le quali proprio in questi giorni i pediatri hanno lanciato accorati allarmi.

Cosa deve ancora accadere perchè cambiamo rotta?

 Marianna Gualazzi e Mario Truglia

(tratto da “Icomitatiinformano” http://www.comitatinrete.it)

Patrizia Gentilini è nata a Faenza nel 1949, si è laureata in medicina e chirurgia a Bologna nel 1975, specializzata in Oncologia a Genova nel 1980 e poi in Ematologia a Ferrara nel 1988.

Ha lavorato nei consultori familiari e poi dal 1979 stabilmente in Oncologia presso l’ospedale di Forlì occupandosi sia di Prevenzione-Diagnosi Precoce che di Terapia dei tumori, da circa 3 anni si occupa prevalentemente di paziente con problemi di tipo oncoematologico. Fa parte dell’ Associazione contro Leucemie, Linfomi, Mieloma ( AIL) sezione Forlì Cesena con l’incarico di vice presidente. È sposata con 2 figli.

Si batte contro il potenziamento degli inceneritori Hera e Mengozzi a Forlì. Si è schierata a fianco dei cittadini e delle associazioni che li rappresentano e ha saputo coinvolgere in questa battaglia tantissimi suoi colleghi, ricordando a tutti come salute e ambiente siano due concetti inscindibili, impressi in maniera indelebile nel DNA di ogni medico.

L’Associazione Medici per l’Ambiente (ISDE Italia) in relazione a temi di grande attualità – riportati con ampio risalto sulla stampa, ma spesso dibattuti in modo superficiale e o addirittura fuorviante – valuta che considerare trascurabile il rischio da inquinamento atmosferico sia un’operazione scientificamente infondata ed eticamente scorretta e ritiene di dovere rendere di pubblico dominio le seguenti considerazioni.
1) Vi è da tempo l’incontrovertibile evidenza del ruolo causale dell’inquinamento dell’aria nell’aumentare la frequenza di danni acuti, subacuti e cronici alla salute, nonché di effetti nocivi a lungo termine particolarmente preoccupanti in quanto riguardano i bambini e le generazioni a venire. Lo spettro di patologie la cui frequenza risulta aumentata in relazione al grado di inquinamento atmosferico va dalle malattie cardiocircolatorie alle affezioni respiratorie, ai tumori.
2) Vi è un sostanziale consenso da parte dei ricercatori scientifici sul ruolo rilevante dei fattori ambientali nella genesi del cancro ed in questo contesto è innegabile il ruolo che anche l’inquinamento atmosferico comporta.
3) I principali studi condotti in Europa ed U.S.A. sulla correlazione fra inquinamento atmosferico e cancro al polmone sono concordi nel valutare che per ogni 10 µg/m3 di PM 2.5 si registra un incremento tra l’8% ed il 14% di neoplasie polmonari. Si ricorda che l’OMS ha stimato la quota di decessi attribuibili a valori di PM10 oltre 20µg/m3 in 13 città italiane con oltre 200.000 abitanti sulla base dei valori di PM10 registrati negli anni 2002-2004. La stima è di 8220 morti/anno di cui 742 morti/anno per cancro del polmone.
Si stima che in Europa le morti premature/anno per polveri sottili ( PM2.5) siano 348.000.
4) Non può non destare allarme il drammatico aumento di tumori che si prevede nei Paesi in via di sviluppo e l’incremento che si registra nel nostro continente specie nel sesso femminile e, soprattutto, in bambini ed adolescenti: in Europa negli ultimi 30 anni si è registrato un incremento dell’1,2 % annuo dei tumori fra 0 e 14 anni  e dell’1,4% tra i 14-19 anni.
5) L’enfasi data alla riduzione della mortalità per cancro specie nel sesso maschile – quale segnale di una inversione di tendenza nei confronti delle patologie neoplastiche – può essere fuorviante e indurre a sottostimare l’aumento dell’incidenza dei nuovi casi di cancro e di patologie associate  all’inquinamento. I miglioramenti registrati in campo oncologico sono da ascriversi alle migliori procedure diagnostiche e terapeutiche e al prolungamento della sopravvivenza che si ha nelle fasi avanzate della malattia. Tali risultati, sicuramente importanti, sono tuttavia spesso ottenuti con terapie molto costose che solo raramente permettono di raggiungere una completa e definitiva guarigione e che comportano un percorso di sofferenze e di difficile vita.
Non dimentichiamo che la Medicina ha registrato i suoi più grandi successi (ad es. nelle malattie infettive) quando, per una corretta prassi di prevenzione primaria e secondaria (miglioramento delle condizioni igienico/ambientali, vaccinazioni ecc.), l’incidenza di alcune malattie si è drasticamente ridotta.
6) Troppo spesso viene identificata la prevenzione del cancro con la sua diagnosi precoce, (possibile tramite screening solo per alcune forme di tumore): questa confusione dei termini distrae dal concetto che la vera prevenzione del cancro, e di molte altre malattie cronico-degenerative, consiste nella Prevenzione Primaria, ossia nella riduzione della esposizione di tutta la popolazione agli agenti cancerogeni, mutageni e teratogeni, con particolare riferimento alla protezione dei soggetti più vulnerabili e suscettibili.
7) Una seria politica di tutela sui luoghi di lavoro ha ridotto una parte delle neoplasie professionali, ma spesso ci si dimentica che le sostanze tossiche e nocive non cessano di essere tali una volta uscite dalle fabbriche: i gravi danni prodotti sull’ambiente e sulla salute di intere popolazioni da grandi insediamenti industriali presenti in numerose località italiane dovrebbero essere di monito per chi ancora cerca di imporre programmi di sviluppo industriale “selvaggio”.
8) Può essere fuorviante attribuire la maggior incidenza di cancro principalmente allo stile di vita (dieta-attività fisica-fumo): nessuno di noi mette in discussione il  ruolo del fumo di tabacco, ma appare assurdo continuare a sottovalutare gli effetti dell’inquinamento a cui l’intera popolazione è esposta (da catena alimentare, traffico veicolare, impianti industriali, smaltimento dei rifiuti, sostanze chimiche e farmacologiche utilizzate in agricoltura – zootecnia etc).
9) Se davvero si vuol cercare di invertire il trend degli ultimi decenni, le ingenti risorse oggi impiegate sul versante della diagnosi e della terapia, dovrebbero essere investite anche in Prevenzione Primaria, che appare come l’unica in grado di ridurre gli enormi costi umani ed economici che queste malattie comportano.
10) È assolutamente necessario che ad affrontare una tematica tanto delicata siano persone per le quali possano essere totalmente esclusi possibili conflitti d’interessi.
Respiriamo veleni. Costruiamo fabbriche di veleni. Seppelliamo rifiuti tossici in mezza Italia. Trasformiamo le città in parcheggi e l’aria in ossido di carbonio. Chi inquina ti toglie la vita. Quanta? Non si sa. Di certo una modica quantità. Perchè lo fa? E’ sotto controllo. Non può reagire. I media lo tengono sotto ipnosi. Nella classifica mondiale le prime industrie sono il petrolio e le auto. L’opinione pubblica è creata da queste aziende. Dalla loro ideologia: il profitto. Gli italiani vogliono il loro posto al sole per le fabbriche di veleni. All’italiana. Non paga chi inquina, ma chi viene inquinato. E’ il business degli inceneritori. Commesse pubbliche, veleni privati. L’inceneritore non è una soluzione ai rifiuti. E’ una scorciatoia che trasforma l’organismo umano in rifiuto. I nostri dipendenti politici amano gli inceneritori. Ne vogliono uno per città. Porta lavoro, lavoro, lavoro. La grandemistica del lavoro della sinistra. La grande mistica del profitto della destra. Una mistica bipartisan. Gli inceneritori ci avvelenano.
La Regione Veneto e l’Istituto Oncologico Veneto con il Registro dei Tumori del Veneto, il Comune e la Provincia di Venezia hanno pubblicato uno studio **: ‘Rischio di sarcoma in rapporto all’esposizione ambientale a diossine emesse dagli inceneritori’.
Le conclusioni:
– La Provincia di Venezia ha subito un massiccio inquinamento atmosferico da sostanze diossino-simili rilasciate dagli inceneritori…
– Nella popolazione esaminata risulta un significativo eccesso di rischio di sarcoma correlato sia alla durata che all’intensità dell’esposizione
– Gli inceneritori con più alto livello di emissioni in atmosfera sono stati quelli che bruciavano rifiuti urbani..

Ancora una risposta , questa volta tecnica, alle affermazioni del consigliere comunale dei “Verdi” H.Moroder

Il “controllo in continuo” delle diossine NON SI PUO’ FARE-NON SI PUO’ FARE poiché la tecnologia attuale ancora non lo permette. Questo considerando il significato che un buon vocabolario della lingua italiana da al termine di “controllo in continuo” di un processo o di una sostanza. Quello che Lei definisce e non so il perché, dicendo controllo in continuo per un periodo di tempo che va da 6 ore a 6 settimane, è SBAGLIATO, se fosse vero, il controllo in continuo potrebbe durare ore, giorni , mesi e anni. Quella che viene fatta è una misurazione mediata su un determinato intervallo di tempo. I cittadini hanno il diritto di sapere cosa sono costretti ad ingoiare con l’attuale politica ambientale che la Sua maggioranza fa. Questo vale per Lei e per TUTTI i Suoi sostenitori.Pietro FrisoIllustrissimo Sig. Consigliere Moroder Non voglio fare lavv. del Sig. Rizzoli, perché certamente sa difendersi da solo.Intervengo solo perché Lei vuole fare precisazioni e chiarimenti, quando poi incomincia a scrivere con la Più grossolana delle IMPRECISAZIONI in materia di controllo del vecchio e del futuro inceneritore di Bolzano. Io ero presente anche al Suo “Intelligente” intervento in consiglio comunale il giorno del dibattito sull’inceneritore, solo per chiarirci. Per Suo chiarimento, Le allego la mia domanda e relativa risposta da parte della Provincia quando invitò i cittadini a porre domande sull’inceneritore. Frage/Domanda: Quante misure sulle diossine sono fatte all’anno e come si svolgono le misure, come è la procedura e come avviene il rilevamento. —*— Antwort/Risposta: Circa una decina – la legge in vigore ne chiede tre. Oltre al metodo manuale con campinamento di 8 ore l’inceneritore di bolzano dispone anche di un camminatore in continuo che permette di campionare da 6 ore a 6 settimane. Campionamento e misura vengono effettuate secondo la norma di riferimento UNI EN 1948 che prevede la determinazione delle diossine mediante spettrometria in alta risoluzione. Si comenta da sè. Il “controllo in continuo” delle diossine NON SI Può FARE-NON SI Può FARE poiché la tecnologia attuale ancora non lo permette. Questo considerando il significato che un buon vocabolario della lingua italiana da al termine di “controllo in continuo” di un processo o di una sostanza. Quello che Lei definisce e non so il perché, dicendo controllo in continuo per un periodo di tempo che va da 6 ore a 6 settimane, è SBAGLIATO, se fosse vero, il controllo in continuo potrebbe durare ore, giorni , mesi e anni. Quella che viene fatta è una misurazione mediata su un determinato intervallo di tempo. I cittadini hanno il diritto di sapere cosa sono costretti ad ingoiare con l’attuale politica ambientale che la Sua maggioranza fa. Questo vale per Lei e per TUTTI i Suoi sostenitori. In quanto ad un pubblico confronto e accurato confronto nel rispetto e significato dei termini che si usano, sono disponibile 24 ore su 24 e sette giorni su sette.Termino rovesciando su di Lei il finale della Sua lettera:  A conclusione non posso che esprimere la mia delusione ed il mio dispiacere nel dover constatare con quanta poca serietà vengono trattate tematiche delicate. È facile creare ansie e paure nella popolazione usando dati sbagliati. Rispetto le opinione di tutti, ma pretendo che siano basate su dati oggettivi e corretti.  Una piccola variante: al posto del termine “PRETENDO” da Lei euforicamente usato, poichè non voglio manco passare per dittatore, lo sostituisco con DESIDERO.Aggiungo alle ansie e paure, le “promesse”, le illusioni e gli inganni.

Stefano Montanari – Direttore Scientifico del laboratorio Nanodiagnostics

Ormai non esiste più alcun dubbio a livello scientifico: le micro- e nanoparticelle, comunque prodotte, una volta che siano riuscite a penetrare nell’organismo innescano tutta una serie di reazioni che possono tramutarsi in malattie. Le nanopatologie, appunto.
Se è vero che le manifestazioni patologiche più comuni sono forme tumorali, è altrettanto vero che malformazioni fetali, malattie infiammatorie, allergiche e perfino neurologiche sono tutt’altro che rare. A prova di questo, basta osservare ciò che accade ai reduci, militari o civili che siano, delle guerre del Golfo o dei Balcani o a chi sia scampato al crollo delle Torri Gemelle di New York e di quel crollo ha inalato le polveri.

“Comunque prodotte”, ho scritto sopra a proposito di queste particelle che sono inorganiche, non biodegradabili e non biocompatibili. E l’ultimo aggettivo è sinonimo di patogenico. Il fatto, poi, che siano anche non biodegradabili, vale a dire che l’organismo non possieda meccanismi per trasformarle in qualcosa di eliminabile, rende l’innesco per la malattia “eterno”, dove l’aggettivo eterno va inteso secondo la durata della vita umana.
Le particelle di cui si è detto hanno dimensioni piccolissime, da qualche centesimo di millimetro fino a pochi milionesimi di millimetro, e più queste sono piccole, più la loro capacità di penetrare intimamente nei tessuti è spiccata; tanto spiccata da riuscire perfino, in alcune circostanze e al di sotto di dimensioni inferiori al micron (un millesimo di m millimetro), a penetrare nel nucleo delle cellule senza ledere la membrana che le avvolge. Come questo accada sarà il tema di un incipiente progetto di ricerca europeo che vedrà coinvolto come coordinatore il nostro gruppo.
Se è vero che la natura è una produttrice di queste polveri, e i vulcani ne sono un esempio, è pure vero che le polveri di origine naturale costituiscono una frazione minoritaria del totale che oggi si trova sia in atmosfera (atmosfera significa ciò che respiriamo) sia depositato al suolo, ed è pure vero che la loro granulometria media è, tutto sommato, relativamente grossolana.
È l’uomo il grande produttore di particolato, soprattutto quello più fine. Questo perché la tecnologia moderna è riuscita ad ottenere a buon mercato temperature molto elevate a cui eseguire le più svariate operazioni, e, in linea generale e a parità di materiale bruciato, più elevata è la temperatura alla quale un processo di combustione avviene, minore è la dimensione delle particelle che ne derivano. A questo proposito, occorre anche tenere conto del fatto che ogni processo di combustione, nessuno escluso, produce particolato, sia esso primario o secondario. Per particolato primario s’intende quello che nasce direttamente nel crogiolo, per secondario, invece, quello che origina dalla reazione tra i gas esalati dalla combustione (tra gli altri, ossidi di azoto e di zolfo) e la luce, il vapor d’acqua e i composti principalmente organici che si trovano in atmosfera.
Al momento attuale, la legge prescrive che l’inquinamento particolato dell’aria sia valutato determinando la concentrazione di particelle che abbiano un diametro aerodinamico medio di 10 micron – le ormai famose PM10 – e prescrive che la valutazione avvenga per massa. Nulla si dice ancora, invece, a proposito delle polveri più sottili: le PM2,5 (cioè particelle con un diametro aerodinamico medio di 2,5 micron), le PM1 (diametro da 1 micron) e le PM0,1 (diametro da 0,1 micron). Sono proprio quelle le polveri realmente patogene, con una patogenicità che cresce in modo quasi esponenziale con il diminuire del diametro. E per avere un’idea degli effetti sulla salute di queste polveri occorre che le particelle siano non pesate ma classificate per dimensione e contate. Dal punto di vista pratico, la massa di una particella da 10 micron corrisponde a quella di 64 particelle da 2,5 micron, oppure di 1.000 da un micron, oppure, ancora, a quella di 1.000.000 di particelle da 0,1 micron. Perciò, valutare il particolato in massa e non per numero e dimensione delle particelle non dà indicazioni utili dal punto di vista sanitario e può, anzi, essere fuorviante.
Venendo al problema dell’inquinamento da rifiuti, è ovvio che questi debbano, in qualche modo, essere smaltiti.
A questo punto, è necessario ricordare la cosiddetta legge di Lavoisier o della conservazione della massa. Questa recita che in una reazione chimica la massa delle sostanze reagenti è uguale alla massa dei prodotti di reazione. Il che significa che, secondo le leggi che regolano l’universo, noi riusciamo solo a trasformare le sostanze, ma non ad annullarne la massa.
Ciò che avviene quando s’inceneriscono i rifiuti, dunque, altro non è se non la loro trasformazione in qualcosa d’altro, e questa trasformazione è ottenuta tramite l’applicazione di energia sotto forma di calore.
Stante tutto ciò che ho scritto sopra e che è notissimo sia tra gli scienziati sia tra gli studenti delle scuole medie, se noi bruciamo l’immondizia, altro non facciamo se non trasformarla in particelle tanto piccole da farle scomparire alla vista e, con i cosiddetti “termovalorizzatori” – una parola che esiste solo in Italiano e che evoca l’idea ingenuamente falsa che si ricavi valore economico dall’operazione – la trasformazione produce particelle ancora più minute e, dunque, più tossiche.
Malauguratamente, non esiste alcun tipo di filtro industriale capace di bloccare il particolato da 2,5 micron o inferiore a questo, ma, dal punto di vista dei calcoli che si fanno in base alle leggi vigenti, questo ha ben poca importanza: il “termovalorizzatore” produce pochissimo PM10 (peraltro, la legge sugl’inceneritori prescrive ancora la ricerca delle cosiddette polveri totali ed è, perciò, ancora più arretrata) e la quantità enorme di altro particolato non rientra nelle valutazioni. Ragion per cui, a norma di legge l’aria è pulita. Ancora malauguratamente, tuttavia, l’organismo non si cura delle leggi e le patologie da polveri sottili (le PM10 sono tecnicamente polveri grossolane), un tempo ignorate ma ora sempre più conosciute, sono in costante aumento. Tra queste, le malformazioni fetali e i tumori infantili.
Tornando ala legge di Lavoisier, uno dei problemi di cui tener conto nell’incenerimento dei rifiuti è la quantità di residuo che si ottiene. Poiché nel processo d’incenerimento occorre aggiungere all’immondizia calce viva e una rilevante quantità d’acqua, da una tonnellata di rifiuti bruciata escono una tonnellata di fumi, da 280 a 300 kg di ceneri solide, 30 kg di ceneri volanti (la cui tossicità è enorme), 650 kg di acqua sporca (da depurare) e 25 kg di gesso. Il che significa il doppio di quanto si è inteso “smaltire”, con l’aggravante di avere trasformato il tutto in un prodotto altamente patogenico. E in questo breve scritto si tiene conto solo del particolato inorganico e non di tutto il resto, dalle diossine (ridotte in quantità ma non eliminate dall’alta temperatura), ai furani, agl’idrocarburi policiclici, agli acidi inorganici (cloridrico, fluoridrico, solforico, ecc.), all’ossido di carbonio e quant’altro.
Affermare, poi, che incenerire i rifiuti significa non ricorrere più alle discariche è un ulteriore falso, dato che le ceneri vanno “smaltite” per legge (decreto Ronchi) in discariche per rifiuti tossici speciali di tipo B1.
Si mediti, poi, anche sul fatto che l’incenerimento comporta il mancato riciclaggio di materiali come plastiche, carta e legno. I “termovalorizzatori” devono funzionare ad alta temperatura e, per questo, hanno bisogno di quei materiali che possiedono un’alta capacità calorifica, vale a dire proprio le plastiche, la carta e il legno che potrebbero e dovrebbero essere oggetto di tutt’altro che difficile riciclaggio.
Tralascio qui del tutto il problema economico perché non rientra nell’argomento specifico, ma il bilancio energetico è fallimentare e, se non ci fossero le tasse dei cittadini a sostenere questa forma di trattamento dei rifiuti, a nessuno verrebbe mai l’idea di costruire impianti così irrazionali.
Rimandando per un trattamento esaustivo dell’argomento ai numerosi testi che lo descrivono compiutamente, compresi i siti Internet dell’ARPA e di varie AUSL, la conclusione che qualunque scienziato non può che trarre è che incenerire i rifiuti è una pratica che non si regge su alcun razionale. Ma, al di là della scienza, il sensus communis del buon padre di famiglia che per i Romani era legge può costituire un’ottima guida. Usare i cosiddetti “termovalorizzatori” spacciandoli per un miglioramento tecnico, poi, non fa che peggiorare la situazione dal punto di vista del nanopatologo, ricorrendo questi a temperature più elevate.
Perciò, una pratica simile non può essere in alcun modo presa in considerazione come alternativa per la soluzione del problema legato allo smaltimento dei rifiuti, se non altro perché i rifiuti non vengono affatto smaltiti ma raddoppiati come massa e resi incomparabilmente più nocivi.

“ Gli inceneritori di ultima generazione con le loro alte temperature nei forni contribuiscono grandemente alla immissione nell’ambiente di polveri finissime che costituiscono un rischio sanitario ben più grave delle note polveri PM10. L’incenerimento dei rifiuti, fra tutte le tecniche di smaltimento, è quella più dannosa per l’ambiente e per la salute umana. Gli inceneritori producono ceneri (sono un terzo del peso dei rifiuti in ingresso e si devono smaltire in discariche speciali) e immettono nell’atmosfera milioni di metri cubi al giorno di fumi inquinanti, contenenti polveri grossolane (PM10) e fini (PM2,5) costituite da nanoparticelle di metalli pesanti, idrocarburi policiclici, policlorobifenili, benzene, diossine, estremamente pericolose perché persistenti e accumulabili negli organismi viventi.
Queste “nanopolveri”, sfuggendo ai filtri dell’inceneritore, non vengono nemmeno rilevate dagli attuali sistemi di monitoraggio delle emissioni degli inceneritori e non sono previste dai limiti di legge cui gli impianti devono sottostare. Inoltre a fronte di emissioni cancerogene identificate da tempo dai ricercatori (diossine, furani, metalli pesanti) gli inceneritori emettono centinaia di sostanze di cui è sconosciuto l’impatto sulla salute umana, così come risultano non ancora indagati gli effetti della combinazione di vari inquinanti.
Ogni processo di combustione produce particolato. Se è vero che la natura è produttrice di queste polveri (vulcani), è pure vero che le polveri di origine naturale costituiscono una frazione minoritaria del totale che oggi si trova in atmosfera.
È l’uomo il grande produttore di particolato, soprattutto quello più fine: più elevata è la temperatura alla quale un processo di combustione avviene, minore è la dimensione delle particelle che ne derivano.
Si tratta di particelle inorganiche, non biodegradabili né biocompatibili. La combustione trasforma anche i rifiuti innocui, come imballaggi e scarti di cibo, in composti tossici e pericolosi, sotto forma di emissioni gassose, polveri fini, ceneri volatili e residue che richiedono costosi sistemi per la neutralizzazione e lo stoccaggio.
Perciò è opportuno che si incentivi una politica della produzione, raccolta differenziata, riciclaggio, recupero dei rifiuti. Le micro e nanoparticelle, prodotte in qualsiasi modo, una volta entrate nell’organismo innescano tutta una serie di reazioni che possono tramutarsi in malattie.
Le forme patologiche più comuni sono le neoplasie, ma ci sono anche malformazioni fetali, malattie infiammatorie allergiche e perfino neurologiche.
L’incenerimento dei rifiuti è inoltre il sistema più costoso per lo smaltimento dei rifiuti e tutti gli italiani, a loro insaputa, pagano generosi incentivi a suo sostegno.

Il 7% dell’importo della bolletta elettrica che pagano è infatti devoluto, sotto forma di sussidi, anche alla costruzione degli inceneritori: basta prendere una fattura dell’ENEL per leggere, sul retro, nella parte delle varie voci e costi: “Componente A3 – Costruzione impianti fonti rinnovabili”. La somma che compare a fianco viene devoluta ai gestori di inceneritori di rifiuti perché, la legge italiana assimila alle varie fonti energetiche rinnovabili non fossili, quali l’eolica ed il solare, quella ricavata dall’incenerimento di ogni tipologia di rifiuti urbani ed industriali.
Oltre a questa fetta di incentivi prelevati dalle tasche degli utenti, i gestori degli inceneritori ricevono, da parte dello Stato, altri sussidi.
L’Italia è quindi l’unico Stato europeo che finanzia l’incenerimento dei rifiuti.
Tutti gli altri Stati membri (Austria, Belgio, Danimarca, Germania)impongono ai gestori di inceneritori di pagare una tassa per ogni tonnellata di rifiuti bruciati, disincentivando l’incenerimento dei rifiuti”.

Cari Cittadini di Forlì,

certo ricorderete  che il 24 Novembre 2005 si tenne presso il Comune di Forlì una Audizione Pubblica circa i rischi connessi all’incenerimento di rifiuti, alla presenza del prof. Lorenzo Tomatis e del prof. Gianni Tamino. In quell’occasione il Prof. Tomatis esordì dicendo: “La futura generazione non ci perdonerà i danni che noi le stiamo arrecando”, identificando proprio nei bambini la popolazione più fragile e più a rischio per gli agenti chimici inquinanti.

È una ben amara soddisfazione vedere che oggi alcune Università e Riviste scientifiche tra le più prestigiose al mondo denunciano in modo chiaro e perentorio ciò che per anni, noi Medici per l’Ambiente, ci siamo sforzati di documentare, affermando con forza che troppo spesso la medicina occidentale ha privilegiato obiettivi e strategie di “lotta” contro malattie e sofferenze che sono il prodotto (assolutamente evitabile) di modelli di vita stressanti, consumistici, inquinanti… e che troppo spesso i nostri esperti – politici, economisti ed ecologisti – hanno parlato di sostenibilità, prevenzione, promozione della salute per poi varare o legittimare normative e leggi – uniche al mondo – che non tengono in nessun conto la tutela dell’ambiente e la salute dei cittadini…

Come quelle con cui si equiparano i rifiuti urbani a fonti rinnovabili di energia; si permette a chi incenerisce di accedere a cospicui finanziamenti pubblici (CIP 6, Certificati Verdi,  proprio in questi giorni rinnovati!) che andrebbero riservati alle vererinnovabili; si consente che materiali tossici e nocivi (Legge Delega n° 152  03/04/2006) godano di tali finanziamenti…. per fare in modo che il loro “smaltimento“, che prima rappresentava un costo per le Aziende, si trasformi in ulteriore fonte di profitto, ma ad un prezzo inaccettabile per la Salute collettiva e insostenibile per le generazioni future.

Abbiamo imparato che non si può sperare di risolvere alcun problema – per quanto drammatico e tragico – se prima non lo si riconosce: abbiamo fatto un primo, importante passo, riconoscendo di essere giunti ad un punto cruciale per la Vita stessa sul nostro pianeta. A questo punto nessuno ha il diritto di definirci “allarmisti“: non possiamo più tacere mentre la stessa atmosfera del pianeta ha la febbre, gli squilibri climatici alterano gli ecosistemi e persino il mondo dei microbi e dei virus è in subbuglio…

Basta con le indecisioni e i tentennamenti: non possiamo rischiare di  essere complici, anche solo col nostro “torpore“, di quella che potrebbe rivelarsi una catastrofe biologica di grandi dimensioni. Biologi, genetisti, (bio)chimici, microbiologi, oncologi, epidemiologi, immunologi, pediatri: è veramente venuto il momento per tutti i medici e gli uomini di scienza di assumersi le proprie responsabilità… anche per non rischiare di essere accusati, in futuro, di non aver fatto abbastanza per difendere la Salute pubblica e gli equilibri stessi della biosfera, minacciati da una deriva ipertecnologica che stravolge la scienza in nome del profitto.

Questo appello si rivolge a tutti gli adulti, che hanno fatto – almeno fino ad ora – assai poco per riconoscere le proprie responsabilità e per contrastare la pericolosa deriva di una civiltà e di una scienza che potrebbero garantire benessere e sicurezza a tutti e che rischiano invece di minare la nostra esistenza.

Sottoscrivete questa lettera, diffondete queste conoscenze. Soltanto in questo modo possiamo sperare di “responsabilizzare”  coloro che si sono assunti “l’onore e l’onere” di prendere le decisioni più importanti, in rappresentanza e a garanzia della collettività e che troppo spesso si rivelano inadeguati al compito che si sono assunti e più in generale tutti coloro che gestendo potere, ricchezza, informazione svolgono un ruolo cruciale in questo sistema… perché ricordino che le loro scelte influiranno sulla vita dei loro figli, che hanno il diritto di vivere in un mondo in cui siano garantiti quantomeno i diritti primari: accesso all’acqua (pubblica e pulita); cibo sano; aria respirabile e… cervelli in grado di funzionare.

Lavoriamo insieme: medici, genitori, studenti… per promuovere una cultura della responsabilità; per chiedere alle autorità locali di tutelare il territorio e la salute dei cittadini, e al nostro Governo di abolire leggi vergognose che ci pongono fuori dalla stessa Comunità Europea. Riscopriamo insieme il valore della partecipazione e della democrazia, dimostriamo nei fatti che vogliamo proteggere i nostri bambini, le città in cui viviamo, l’aria che respiriamo, scrolliamoci di dosso questo fatalismo, questo sentimento tragico di ineluttabilità delle cose, ricordando anche quanto il Prof. Tomatis un anno fa ci disse: “A Forlì ho visto la fiammella del cambiamento ed anche un grande incendio nasce da una scintilla“. Non è troppo tardi: dobbiamo credere che ci siano molte persone con un pizzico di sana follia, perché – come diceva Albert Einstein: “Solo coloro che sono così folli da pensare di cambiare il mondo, ci riescono“.

Gli esperti al convegno: vicino all’ex inceneritore più numerosi i casi di malattia

I valori di furani e Pcb più alti nelle zone all’ombra del camino

Una sola verità non c’è ancora, ma sul caso diossina i punti di vista degli esperti, incaricati dall’Asl di approfondire l’indagine sui livelli di concentrazione nel sangue di sessanta mantovani, si sono avvicinati. Su tre elementi c’è ora assoluta convergenza: la diossina è una sostanza cancerogena e ci sono differenze importanti tra i valori misurati in città e all’ombra dell’inceneritore del polo chimico. Non solo: tra la presenza della sostanza tossica e l’elevato numero di sarcomi c’è un preciso legame.

Dopo mesi e mesi di lavoro, dossier, relazioni e studi incrociati (e anche di molte polemiche tra chi ha parlato di emergenza e chi invece ha considerato assolutamente normale la situazione mantovana) i saggi non hanno trovato invece una posizione condivisa su un altro aspetto importante. Come si collocano i valori assoluti riscontrati nel sangue del campione mantovano rispetto alle altre realtà italiane, europee e mondiali?

I saggi a confronto. Al dibattito sulla diossina organizzato da Asl e Regione partecipano Pieralberto Bertazzi (Clinica del lavoro), Pietro Comba (Reparto epidemiologia ambientale dell’Istituto superiore di sanità), Dario Consonni (Clinica del lavoro), Paolo Ricci (Osservatorio epidemiologico dell’Asl di Mantova), Lorenzo Tomatis (International society of doctors for the environment ed ex direttore Iarc) e Giuseppe Viviano (Iss). All’ultimo momento resta vuota invece la poltrona di Paolo Crosignani, responsabile dell’Unità di epidemiologia ambientale dell’Istituto superiore di sanità. Dopo il benvenuto e i saluti (a moderare i lavori è il giornalista Rai Luciano Ghelfi) il clima si surriscalda subito.

I sarcomi. La premessa che sta alla base della ricerca sulla diossina è l’indagine sui sarcomi. Nell’area del polo chimico il rischio di ammalarsi di questa rara formadi tumore è nettamente più alto rispetto alla città. C’è, allora, un nesso causa-effetto tra la micidiale sostanza che nel 1976 causò il disastro di Seveso e l’incidenza della patologia tumorale? Per rispondere al quesito i ricercatori misurano il livello di diossina nel sangue di 30 persone residenti in centro e di altre 30 che vivono nell’area del polo chimico. E si aspettano di trovare uno scostamento importante tra una zona e l’altra. Non è così.

Prima di partire per Trento il presidente della Provincia Maurizio Fontanili saluta i partecipanti al convegno e sentenzia. «Da medico dico che i dati sui sarcomi non hanno valenza statistica, io la penso come Carreri». Mentre lascia la sala viene raggiunto da Paolo Rabitti, ambientalista e tra i promotori (insieme alla moglie Gloria Costani) del primo studio sul caso sarcomi. «Lei fa affermazioni gratuite e se ne va – lo apostrofa – perché su questi temi non accetta il contradditorio?».

I numeri. La novità principale riguarda il confronto tra città e polo chimico e tra le diverse aree all’interno dell’area industriale. Secondo la clinica del lavoro Devoto le differenze tra i valori sono di poco conto ma i dati, passati sotto una diversa lente di ingrandimento dal pool di esperti, rivelano una particolarità. A Virgiliana, quartiere più vicino rispetto a Frassino all’ex inceneritore dell’Enichem, si registra un aumento di furani e Pcb, fenomeno che, secondo gli studiosi, potrebbe essere spiegato proprio con i processi di incenerimento. E sempre a Virgiliana si concentrano i casi più numerosi di sarcoma. Non è una casualità.

L’altro confronto. Per i ricercatori della Devoto, i livelli di diossina a Mantova, medio-alti, si collocano nella gamma dei valori mondiali. Ma il professor Tomatis è di altro avviso. «Il Belgio, laFinlandia, Brescia e Seveso non possono essere considerate aree non esposte». E la tabella che riporta la mappa delle indagini più recenti condotte nel mondo, dalla Nuova Zelanda al Giappone, dalla Germania agli Usa, conferma in pieno la sua tesi. «Parlare di non esposti a Mantova èpericoloso – dice – meglio definire gli abitanti del centro un po’ meno esposti degli esposti». Secondo Tomatis, insomma, la situazione di Mantova è tutt’altro che rosea. «Che fare? Va verificato il trend, per vedere se i livelli di diossina diminuiscono nel tempo. Serve un’indagine in Comuni non esposti, occorre la sorveglianza dei medici di base e, soprattutto, servono politiche di compensazione ambientale. Non creare, cioé, nuove fonti inquinanti e ridurre al massimo quelle esistenti».

Pronti i primi dati sui tumori

E l’Asl vara la mappa provinciale delle malformazioni

Il primo appuntamento è fissato a dicembre, quando a Viadana l’Asl presenterà i primi dati del Registro mortalità che fanno riferimento all’ultimo decennio, con un’attenzione particolare ai casi che riguardano l’area del Viadanese ma anche con le prime anticipazioni dell’intero monitoraggio a livello provinciale. Lo ha annunciato ieri mattina al convegno sulla diossina Paolo Ricci, il responsabile dell’Osservatorio epidemiologico di via Trento che ha anticipato anche il prossimo importante passo: la presentazione, cioè, prevista entro l’estate, dei dati del Registro tumori di Mantova che fanno riferimento al biennio 1999-2000.

Il registro, un’organizzazione che realizza la raccolta sistematica e continua di informazioni su tutti i casi di tumore che si verificano nella popolazione del Mantovano, è pronto insomma a presentare i primi risultati, che riguardano anche l’incidenza dei casi. Ma non è questa l’unica novità relativa all’attività dell’Osservatorio epidemiologico dell’Asl. La struttura, inserita in staff alla direzione generale, oggi può contare anche su un Registro delle malformazioni alla nascita (di tutti i Comuni della provincia) che è stato attivato grazie alla collaborazione con il Registro tumori della Lombardia e che ha già raccolto i casi del periodo 1995-2004.

Durante il convegno Ricci è tornato anche sui numerosi studi sui sarcomi condotti negli anni scorsi, partendo dal lavoro della dottoressa Gloria Costani (che nel 1998 aveva lanciato l’allarme sul numero elevato di casi di questa rara forma di tumore) per arrivare al Rapporto ambiente e salute siglato nel 2005 dall’Asl. «La situazione riscontrata a Mantova – ha sottolineato Ricci demolendo di fatto le conclusioni della ricerca effettuata da via Trento sotto la guida della Cantù – non può essere dovuta al caso. La base dati del Rapporto 2005 è incompleta, perché prende in esame solo alcuni sarcomi e solo il Comune di Mantova, e perché tiene conto solo della residenza al momento della diagnosi, delle persone cioé che si sono ammalate a Mantova. ‘L’assenza di nuovi casi ha in un certo senso ribaltato le conclusioni dello studio precedente’ si legge nel Rapporto 2005. Conclusioni che non sono assolutamente accoglibili».

                                             Il sindaco propone: ora lo studio va pubblicato

«La proposta emersa a fine lavori è quella di arrivare ad una relazione conclusiva, ad una pubblicazione in cui emergano tutti gli elementi che sono stati condivisi dal pool di esperti e anche gli elementi sui quali non c’è ancora convergenza». A parlare, al termine della discussione nell’aula di via Roma tra istituzioni e parti sociali, è il sindaco di Mantova Fiorenza Brioni.

La Brioni è visibilmente soddisfatta dell’esito della giornata di lavori. «Era importante approfondire un argomento di grande interesse per l’intera comunità – afferma il sindaco – oggi abbiamo elementi di conoscenza nuovi, che serviranno per continuare il lavoro e per predisporre futuri interventi di vigilanza e di monitoraggio». Ma il sindaco è soddisfatto anche del clima in cui si è svolto il dibattito sul caso diossina, che nelle prossime settimane tornerà nell’aula di via Roma per un consiglio comunale vero e proprio.

A scaldare il dibattito è il confronto tra i dati mantovani sulle concentrazioni di diossina e i dati della letteratura internazionale raccolti dalla Regione nella relazione pubblicata il mese scorso. «Sono comparsi dati ‘curiosi’ sulla popolazione non esposta – ha detto l’esponente di Legambiente Edoardo Bai – non si può pensare che Seveso e Brescia facciano parte della normalità. Su questo tema ci vuole grande chiarezza e il coraggio di andare fino in fondo, indagando anche i casi di tumori del tessuto emopoietico e delle leucemie». «I confronti vanno fatti in maniera seria – ha aggiunto il capogruppo del Prc Matteo Gaddi – guardando al Cdc di Atlanta scopriamo che negli Stati Uniti il 95% dei residenti oggi ha un livello di diossina nel sangue inferiore ai 16,8 ppt mentre il 50% ha valori talmente bassi che non sono nemmeno misurabili. Il lavoro di approfondimento conferma insomma non allarmismi ma l’anomalia ambientale e sanitaria di Mantova». «Ora bisognerà attivare indagini anche negli altri Comuni – ha detto il consigliere di Forza Italia Giuliano Longfils – e sorvegliare, un ruolo che spetta ai medici di base».

«Far passare la situazione di Mantova come la normalità è assurdo» ha affermato Luca Benedini del Codiamsa attaccando i ricercatori della Devoto. «Per completezza abbiamo messo tutti i dati – ha replicato il professor Bertazzi – anche perché una popolazione completamente non esposta non esiste». Il consigliere diessino Maurizio Vasori ha proposto infine al sindaco di chiedere al ministero della Salute «un giudizio definitivo» sulla vicenda diossina. «Al tavolo dei relatori – ha detto – mancano infatti gli enti più importanti: Ministero, Regione e Arpa».

LO STUDIO ECORESEARCH 2005 NON PUO’ SERVIRE A TRANQUILLIZZARE LA CITTA

Dopo il prevedibile via libera del Comune al futuro inceneritore unico provinciale, conviene comunque ricordare alla cittadinanza come è stato valutato il rischio sanitario che correremo. Due sono gli studi sbandierati come strumenti scientifici inconfutabili dall’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente, dall’assessore all’ambiente della provincia Michl Laimer e, conseguentemente, dalla giunta Spagnolli.

Il primo è quello del 2001 dell’università di Trento, nel quale si utilizzava (come valore in ingresso nei modelli di dispersione) un dato di 9 picogrammi di diossine ITEQ per normal metro cubo di fumi in emissione, invece di quello indicato dallo stesso Ecocenter, a partire dal 2003 con il campionamento in continuo, di 27 picogrammi. Abbiamo parlato di 16 milligrammi/anno di diossine disperse nella conca che corrispondono alle dosi tollerabili giornaliere di circa 350.000 (a Bolzano siamo circa 95.000 in tutto!) individui adulti: sappiamo infatti che l’UE, dal 2001, ha indicato il limite di 2 picogrammi/giorno per kg di peso corporeo assumibili con il cibo per un adulto di peso medio 70 kg.

Il secondo è lo studio di G. Maccacaro, W. Tirler, G. Voto, O. Bucci, condotto nel 2005 per conto di Ecoresearch (di Ecocenter), recante il titolo “Ambienti di lavoro e microinquinanti: dosaggio di diossine nel sangue”.

E’ l’indagine che per l’assessore Michl Laimer ha messo a tacere ogni dubbio sui rischi sanitari legati all’inceneritore.

Nell’inchiesta sono state studiate 13 “persone potenzialmente esposte” (addetti all’inceneritore o alla discarica) e 11 di controllo (personale amministrativo e di laboratorio), tutte volontarie e dipendenti di Ecocenter. L’esito: “Non abbiamo trovato alcuna differenza significativa tra il gruppo di controllo e quello dei potenzialmente esposti, come illustrato dalle figure 2 e 3 (dalle quali risulta che il gruppo di controllo ha valori medi di presenze di diossine/grammo di grasso leggermente superiori a “chi lavora all’inceneritore o in discarica”, n.d.r.). Va tuttavia sottolineato che il numero di persone studiate è troppo piccolo per permettere di trarre conclusioni definitive”.

L’assessore Laimer ne ha impropriamente desunto che, essendo gli addetti all’inceneritore esposti a rischi sanitari equiparabili a quelli dei non addetti, la città può star tranquilla.

Ma sono tranquillizzazioni prive di attendibilità scientifica:

  1. come espressamente dichiarato dagli stessi autori esiste un problema con il numero di persone: in effetti, un campione per essere statisticamente significativo (se è omogeneo al suo interno) deve essere di almeno 30-32 persone. Dalla ricerca non è dato di conoscere le specifiche mansioni degli addetti all’inceneritore o alla discarica. Sappiamo tuttavia che presso l’impianto lavorano sia addetti alle procedure di ingresso e deposito dei camion che conferiscono rifiuti, sia i lavoratori che manipolano le ceneri volatili (esposti al rischio di inalarne le polveri); oltre al rischio differenziale per gli addetti, il quale dipende dalla sezione presso la quale i lavoratori sono impiegati, è privo di senso riferirsi nell’intero testo agli addetti all’inceneritore e poi equipararli nella tabella (a p. 33) a quanti lavorano presso la discarica. In ogni caso, avendosi almeno quattro gruppi di lavoratori (addetti all’impianto in ingresso, addetti alla manipolazione delle ceneri, addetti alla discarica, addetti all’amministrazione) il campione, essendo disomogeneo, dovrebbe essere di almeno 120 persone;
  2. la ricerca in oggetto riguarda esposizioni legate agli ambienti di lavoro e persone (simili, si dice, senza altro aggiungere, per età e sesso) ‘sane’, in quanto idonee al lavoro. Nella popolazione generale sono di contro presenti anche fasce di popolazione particolarmente vulnerabili (bambini, donne incinte, anziani, malati) – aspetto di cui tiene conto anche la legislazione protettiva quando fissa soglie di concentrazione di inquinanti più elevate nel caso  degli ambienti di lavoro rispetto agli ambienti di vita; inoltre nulla si dice sulla collocazione nel territorio del personale amministrativo, pur avendo l’università di Trento indicato i punti di massima ricaduta e indagato la dispersione.

Trascuriamo di occuparci delle parti della ricerca nelle quali vengono svolti confronti sommari con addetti ad un inceneritore portoghese e ad uno germanico, oltre che con altri lavoratori di industrie a rischio, per mostrare come a Bolzano esista una situazione ideale.

Si capisce bene come nessuno studio affidabile sulle ripercussioni sanitarie dell’attuale e del futuro impianto è stato svolto sino ad oggi. Eppure, con una spesa per il solo impianto di 100 milioni di euro, si poteva fare ben di meglio che non un’indagine su un campione di sole 24 persone, che ha fornito risultati definiti dai suoi autori di dubbia validità per gli stessi ambienti di lavoro, la quale è seguita ad uno studio, svolto a spese del Comune nel 2001, che ha assunto valori di diossine in emissione inferiori a quelli riferiti da Ecocenter. Se si fossero adottati i criteri di indagine della Valutazione di Impatto Sanitario, predisposta in sede di Organizzazione Mondiale della Sanità e adottata nella piana fiorentina nel 2003 per decidere la localizzazione di un inceneritore, Bolzano sarebbe risultata, con tutta probabilità, un sito inadeguato ad ospitare il nuovo impianto per i già rilevanti rischi gravanti sulla popolazione della conca.

L’Associazione dei Medici Per l’Ambiente (ISDE Italia) è fortemente preoccupata in merito all’incremento dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani (RSU) tramite incenerimento, che si sta proponendo nel nostro paese, sia con la costruzione di nuovi impianti, sia con l’ ampliamento di quelli esistenti.

Lo smaltimento dei rifiuti esige, innanzi tutto, una seria politica delle “R” come Razionalizzazione,Riduzione della produzione, Raccolta differenziata, Riciclaggio, Riuso, Riparazione, Recupero.Solo dopo aver attuato tutti i punti precedenti, si potrà eventualmente valutare correttamente la migliore tecnica impiantistica per lo smaltimento della frazione residua scelta tra i sistemi che garantiscono meglio salute umana ed ambiente (pensare al trattamento con recupero energetico dell’’esigua frazione residua). Solo con questa politica, oltre a ridurre i costi economici, si possono ottenere impatti ambientali e sanitari inferiori a quelli prodotti dagli inceneritori e dalle discariche.
L’ incenerimento degli RSU è, fra tutte le tecnologie, la meno rispettosa dell’ ambiente e della salute. E’ inevitabile la produzione di ceneri (che rappresentano circa 1/3 in peso dei rifiuti in ingresso e devono essere smaltite in discariche speciali) e l’immissione sistematica e continua nell’atmosfera per ogni inceneritore (di milioni di metri cubi al giorno) di fumi inquinanti contenenti polveri grossolane (PM10) e fini (PM2.5 , ovvero con diametri inferiori a 2.5 micron) costituite da nanoparticelle di sostanze chimiche (metalli pesanti, idrocarburi policiclici, policlorobifenili, benzene, diossine e furani, ecc.) estremamente pericolose, perché persistenti ed accumulabili negli organismi viventi. Senza contare del contributo all’effetto serra. La combustione trasforma infatti anche i rifiuti relativamente innocui quali imballaggi e scarti di cibo in composti tossici e pericolosi sotto forma di emissioni gassose, polveri fini, ceneri volatili e ceneri residue che richiedono costosi sistemi per la neutralizzazione e lo stoccaggio.

Per noi, Medici per l’Ambiente, è prioritario pensare agli effetti sugli esseri umani più fragili, perché già malati, o più suscettibili come bambini, donne in gravidanza, anziani. Il rischio non è solo riferibile ad una maggiore incidenza di tumori (già segnalata), ma anche ad altre problematiche quali: incremento dei ricoveri e della mortalità per cause respiratorie e cardiocircolatorie, alterazioni endocrine, immunitarie e neurologiche. Si ribadisce che in problematiche così importanti e complesse devono sempre essere privilegiate le scelte che si ispirano al principio di “precauzione”, alla tutela e salvaguardia dell’ambiente, consci che la nostra salute e quella delle future generazioni è ad esso indissolubilmente legata (come le drammatiche esperienze su amianto, benzene, piombo e polveri fini dovrebbero averci insegnato).

L’Associazione Medici per l’Ambiente chiede che:

1. Venga istituita immediatamente una moratoria sui progetti di termodistruzione (o termovalorizzazione) in corso;

2. Venga incentivata economicamente la politica delle “R”;

3. A cura delle Autorità competenti, vi sia una efficiente ed efficace azione di verifica e controllo, in continuo, dei possibili inquinanti (al camino, aria, terra e falde acquifere) per gli impianti già in funzione e che questi controlli siano simultaneamente affiancate da rigorosi monitoraggi sanitari delle popolazioni già potenzialmente esposte;

4. Siano istituzionalizzati i Garanti delle popolazioni che dovranno conoscere in tempo reale i risultati delle campagne ambientali, sanitarie e l’andamento delle misurazioni di tutte le possibili emissioni causate dal sistema di smaltimento operante, al fine di proporre tempestive soluzioni.

TUTTI GLI ESSERI UMANI SONO RESPONSABILI DELL’ AMBIENTE,

I MEDICI LO SONO DOPPIAMENTE!

Dobbiamo congratularci con gli autori per aver scritto questo rapporto. Il lettore si renderà presto conto che per giungere ad una comprensione dei vari aspetti dei problemi di salute associati con l’incenerimento è essenziale conoscere un ampio numero di discipline che vanno dalla fisica degli aerosol agli interferenti endocrini, fino al trasporto a lunga distanza degli
inquinanti. Nella maggior parte delle scuole mediche, fino ad oggi, di routine non viene insegnato praticamente niente per fornire al laureato in medicina gli strumenti per accostarsi a
questi problemi. Questo deve cambiare. Abbiamo bisogno di medici professionisti che abbiano ricevuto un’educazione sulle conseguenze per la salute associate all’attuale degrado ambientale. Non esistono certezze che inchiodino all’incenerimento specifici effetti per la salute: questo risulta chiaro nel rapporto. Tuttavia, questo è in gran parte dovuto alla complessa esposizione a molte influenze a cui è sottoposta la razza umana. Il fatto che le “prove” di causa ed effetto siano così difficili da ottenere è la difesa principale usata da coloro che preferiscono lo status quo. Tuttavia il peso delle evidenze raccolte in questo rapporto è sufficiente, nell’opinione degli autori, per chiedere la progressiva dismissione dell’incenerimento come modo di trattare i nostri rifiuti. Io concordo.

C’è anche la questione della sostenibilità. I rifiuti distrutti in un inceneritore verranno rimpiazzati.
Questo richiederà nuove materie prime, e nuove lavorazioni, trasporti, imballaggi ecc. ecc.
Invece la riduzione, il ri-utilizzo, e il riciclo rappresentano una strategia vincente. E’ stato dimostrato in varie città che si possono realizzare livelli elevati di diversione dei rifiuti (> 60%) in modo relativamente veloce. Quando questo accade, non resta molto da bruciare, ma un certo numero di prodotti saranno problematici, ad esempio il PVC. L’incenerimento, con il suo approccio a valle (del problema), dà il messaggio: “Nessun problema, noi abbiamo una soluzione per smaltire il tuo prodotto, continua le tue faccende al solito” Ciò ch dovrebbe realizzarsi è una “soluzione a monte”. La società dovrebbe poter dire “Il tuo prodotto non è sostenibile ed è un pericolo per la salute – smetti di produrlo”. L’incenerimento distrugge la responsabilità e ciò incoraggia le industrie a continuare a fare prodotti che portano a rifiuti tossici problematici. Una volta che il rifiuto è stato ridotto in cenere, chi può dire chi ha fatto che cosa? Negli ultimi 150 anni c’è stata una progressiva “tossificazione” del flusso dei rifiuti con metalli pesanti, radionuclidi, e molecole organiche alogenate sintetiche. E’ ora di incominciare a invertire questo trend. E questo non verrà realizzato se continuiamo a incenerire i rifiuti.

Dicembre 2005

Vyvyan Howard

Professore di Bioimaging, Centro per le Bioscienze Molecolari

Università di Ulster, Cromore Road, Coleraine, Co.Londonderry BT52 1SA

Riassunto

-Studi su vasta scala hanno dimostrato che presso gli inceneritori di rifiuti urbani ci sono tassi più elevati di cancro negli adulti e nei bambini e anche difetti alla nascita: i risultati sono in accordo con (l’ipotesi) che le associazioni siano causali. Questa interpretazione è sostenuta da un certo numero di studi epidemiologici più piccoli, che suggeriscono che la varietà di malattie prodotte dall’incenerimento possa essere molto più ampia.

-Le emissioni degli inceneritori sono una fonte importante di polveri fini, di metalli tossici e di più di 200 sostanze chimiche organiche, tra le quali sostanze cancerogene, mutagene ed interferenti endocrini Le emissioni contengono anche altri composti non identificati, il cui potenziale per provocare danni è ignoto, come una volta accadeva con le diossine. Poiché la
natura dei rifiuti cambia continuamente, così cambia anche la natura chimica delle emissioni degli inceneritori e quindi anche il potenziale per produrre effetti avversi sulla salute.

-Le attuali misure di sicurezza sono progettate per evitare effetti tossici acuti nelle immediate vicinanze dell’inceneritore, ma ignorano il fatto che molti di questi inquinanti si accumulano negli organismi, possono entrare nella catena alimentare e possono causare malattie croniche nel tempo e in un’area geografica molto più ampia. Non sono stati effettuati tentativi ufficiali per valutare gli effetti delle emissioni sulla salute a lungo termine.

-Gli inceneritori producono ceneri pesanti e ceneri leggere (o volanti) che rappresentano il 30 – 50% in volume dei rifiuti originali (se compattati) e che vanno trasportate alle discariche. I dispositivi per l’abbattimento (degli inquinanti) negli inceneritori moderni, in particolare quelli per le diossine e i metalli pesanti, semplicemente trasferiscono il carico inquinante dalle emissioni in atmosfera alle ceneri leggere. Queste ceneri volanti sono leggere, facilmente trasportate dal vento e in gran parte con dimensione delle particelle minima. Costituiscono un pericolo per la salute considerevole e poco conosciuto.

-Due grossi studi di coorte in America hanno mostrato che l’inquinamento atmosferico dovuto alle polveri fini (PM2,5) causa aumenti nella mortalità per tutte le cause, in quella per malattie cardiache e in quella per tumori polmonari, dopo correzione per altri fattori. Le polveri fini sono prodotte principalmente da processi di combustione e vengono prodotte in grandi quantità dagli inceneritori.

-In uno degli studi di coorte, le cardiopatie ischemiche erano responsabili di quasi una quarto delle morti ed erano fortemente correlate con il livello di polveri fini PM2.5. Un aumento di 24,5 mcg/m3 nell’inquinamento da polveri PM2,5 era associato con un aumento del 31% nella mortalità per cause cardiopolmonari. E’ stato anche dimostrato che aumenti a breve termine nelle polveri fini, come accade nella direzione del vento dagli inceneritori, causano aumenti significativi negli infarti del miocardio.

-Livelli più elevati di polveri fini sono stati associati con un aumento della prevalenza dell’asma e di COPD (malattia da ostruzione polmonare cronica).

-Le polveri fini formate negli inceneritori in presenza di metalli tossici e di tossine organiche (comprese quelle conosciute come cancerogene) assorbono questi inquinanti e li trasportano nel flusso sanguigno e all’interno delle cellule del corpo.

-I metalli pesanti si accumulano nell’organismo e sono stati implicati in una serie di problemi emotivi e comportamentali nei bambini, compreso l’autismo, la dislessia, il disturbo da iperattività e deficit di attenzione (ADHD), difficoltà nell’apprendimento e delinquenza, e in problemi negli adulti, compresa violenza, demenza, depressione e morbo di Parkinson. Questi metalli sono universalmente presenti nelle emissioni di inceneritori e sono presenti in alte concentrazioni nelle ceneri leggere.

-La suscettibilità agli inquinanti chimici varia in base a fattori genetici e acquisiti, con l’impatto massimo sul feto. Un esposizione acuta può portare alla sensibilizzazione di alcuni individui, lasciandoli con una sensibilità a dosi basse di sostanza chimica per tutta la vita.

-Poche combinazioni chimiche sono state esaminate per la loro tossicità, anche se quando questi test sono stati effettuati, sono stati dimostrati effetti sinergici nella maggioranza dei casi. Tale sinergia potrebbe fortemente aumentare la tossicità degli inquinanti emessi, ma questo pericolo non è stato valutato.

-Sia il cancro che l’asma sono aumentate inesorabilmente con l’industrializzazione e si è dimostrato che i tassi di cancro sono correlati geograficamente sia con impianti di trattamento di rifiuti tossici, sia con la presenza di industrie chimiche, indicando una necessità urgente di ridurre la nostra esposizione.

-Gli inceneritori che bruciano materiale radioattivo produrranno polveri radioattive. Questo materiale è cancerogeno e non sono stati effettuati studi per valutare il pericolo per la salute di queste emissioni radioattive.

-È noto che alcuni inquinanti chimici come gli idrocarburi poliaromatici (IPA) e i metalli pesanti provocano cambiamenti genetici. Ciò costituisce un rischio non solo per le generazioni presenti, ma anche per quelle future.

-Il controllo degli inceneritori è stato insoddisfacente per la mancanza di rigore, per i monitoraggi poco frequenti, per il basso numero di composti misurati, per i livelli giudicati accettabili e per l’assenza di monitoraggio biologico. L’approvazione di nuovi impianti è dipesa da dati di modellistica, che si suppone siano misure scientifiche di sicurezza, anche se il metodo usato ha un’accuratezza di non più del 30% e ignora l’importante problema delle polveri secondarie.

-Si asserisce che le moderne procedure di abbattimento (degli inquinanti)rendono sicure le emissioni degli inceneritori, ma questo è impossibile da stabilire. Inoltre, due delle emissioni più pericolose – le polveri fini e i metalli pesanti – sono relativamente resistenti alla rimozione.

-Non è possibile stabilire in anticipo la sicurezza di nuove installazioni di inceneritori e, sebbene sospetti di effetti avversi sul feto e sul neonato potrebbero sorgere entro pochi anni con un rigoroso monitoraggio indipendente della salute, questo tipo di monitoraggio non è stato messo in essere, e a breve termine non raggiungerebbe la significatività statistica per le singole installazioni. Altri effetti, quali i cancri nell’adulto potrebbero essere differiti per almeno da dieci a venti anni. Quindi qui sarebbe appropriato applicare il principio di precauzione.

-Oggi i rifiuti possono essere trattati con metodi alternativi, che eviterebbero i principali pericoli per la salut dell’incenerimento, produrrebbero più energia e sarebbero di gran lunga più economici, se si tenesse conto dei costi per la salute.

-Attualmente gli inceneritori contravvengono ai diritti umani basilari, come enunciato dalla Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, in particolare al Diritto alla Vita nella Convenzione per i Diritti Umani Europea, ma anche nella Convenzione di Stoccolma e nella Legge di Protezione Ambientale del 1990. Il feto, il neonato e il bambino sono quelli più a rischio per le emissioni degli inceneritori: quindi si ignorano e si violano i loro diritti, il che non è in armonia con il concetto di una società giusta. Non lo è nemmeno l’attuale politica di collocare gli inceneritori in zone povere, dove i loro effetti sulla salute saranno massimi: questo richiede un’urgente revisione.

  • La rassegna della letteratura ci porta all’opinione che nuovi impianti che emettono quantità sostanziali di polveri fini, di metalli pesanti volatili e di inquinanti organici pericolosi non
    dovrebbero essere approvati e che andrebbero prese misure urgenti per ridurre le emissioni degli impianti che bruciano rifiuti attualmente in funzione e per effettuare un rigoroso
    monitoraggio biologico finché potranno essere dismessi e sostituiti con metodi più sicuri di smaltimento dei rifiuti. Si dovrebbero anche fare degli sforzi vigorosi per ridurre la quantità dei rifiuti prodotti, in quanto attualmente non esiste una soluzione totalmente soddisfacente per il loro smaltimento.

Introduzione

Sono in aumento sia la quantità dei rifiuti, sia la loro potenziale tossicità. I siti disponibili per discariche si stanno esaurendo e sempre più l’incenerimento viene visto come una soluzione per il problema dei rifiuti. Questo rapporto esamina la letteratura riguardante gli effetti sulla salute degli inceneritori. Gli inceneritori producono inquinamento in due modi. In primo luogo emettono centinaia di inquinanti in atmosfera. Sebbene un po’ di attenzione sia stata rivolta alle concentrazioni delle più importanti sostanze chimiche emesse, nel tentativo di evitare gli effetti tossici acuti locali, questo è solo parte del problema. Molte di queste sostanze chimiche sono sia tossiche che bioaccumulabili nel tempo, si accumulano nel corpo umano in modo insidioso, con il rischio di effetti cronici con esposizioni molto più basse. Si sa poco dei rischi di molti di questi inquinanti, in particolar modo delle loro combinazioni. Inoltre gli inceneritori convertono parte dei rifiuti in cenere e parte di questa cenere conterrà elevate concentrazioni di sostanze tossiche come le diossine e i metalli pesanti, creando un grave problema di inquinamento per le generazioni future. Si è già dimostrato che gli inquinanti in discarica filtrano giù e inquinano le fonti delle acque. È anche importante notare che l’incenerimento non risolve il problema delle discariche dati i grossi volumi di cenere che vengono prodotti. Gli studi su popolazioni esposte a emissioni di inceneritori o sulle esposizioni professionali di lavoratori presso inceneritori ( vedi sezione 4) sono relativamente pochi, ma la maggior parte mostra livelli più alti di quanto atteso di cancro e di difetti alla nascita nella popolazione locale, e un aumento nelle cardiopatie ischemiche è stato trovato nei lavoratori presso inceneritori.Questi risultati turbano, ma, presi da soli, potrebbero servire solo a mettere la comunità scientifica sull’avviso riguardo ai possibili pericoli, se non per due fatti. Il primo è la difficoltà riconosciuta nello stabilire oltre ogni dubbio gli effetti cronici associati con una esposizione ambientale di qualsiasi tipo. Il secondo è il volume di evidenze che collega gli effetti sulla salute con l’esposizione ai singoli prodotti della combustione, che vengono, come è noto, emessi dagli inceneritori e da altri processi di combustione.
Lo scopo di questo rapporto è di considerare tutte le evidenze per arrivare ad un’opinione equilibrata sui pericoli futuri che sarebbero associati con la prossima generazione di inceneritori per rifiuti. Ci sono buone ragioni per aver intrapreso questa rassegna. La storia della scienza mostra che spesso ci vogliono decadi per identificare gli effetti sulla salute di esposizioni tossiche, ma con il senno del poi, spesso erano presenti dei segnali precoci che erano stati negletti. E’ raro che gli effetti di esposizioni ambientali siano previsti in anticipo. Ad esempio, non è stato previsto che la generazione più vecchia di inceneritori nel Regno Unito sarebbe risultata essere una fonte importante di contaminazione delle forniture di cibo con diossine. Nel valutare le evidenze guarderemo anche ai dati di alcune altre aree che riteniamo pertinenti, comprese la ricerca sull’aumentata vulnerabilità del feto alle esposizioni tossiche, e
il rischio di effetti sinergici tra sostanze chimiche, i rischi più elevati per le persone più sensibili all’inquinamento chimico, le difficoltà nella valutazione del pericolo, i problemi del monitoraggio e i costi per la salute dell’incenerimento.

L’Associazione Medici per l’Ambiente (ISDE Italia) in relazione a temi di grande attualità – riportati con ampio risalto sullacamini stampa, ma spesso dibattuti in modo superficiale e o addirittura fuorviante – valuta che considerare trascurabile il rischio da inquinamento atmosferico sia un’operazione scientificamente infondata ed eticamente scorretta e ritiene di dovere rendere di pubblico dominio le seguenti considerazioni.

1) Vi è da tempo l’incontrovertibile evidenza del ruolo causale dell’inquinamento dell’aria nell’aumentare la frequenza di danni acuti, subacuti e cronici alla salute, nonché di effetti nocivi a lungo termine particolarmente preoccupanti in quanto riguardano i bambini e le generazioni a venire. Lo spettro di patologie la cui frequenza risulta aumentata in relazione al grado di inquinamento atmosferico va dalle malattie cardiocircolatorie alle affezioni respiratorie, ai tumori.

2) Vi è un sostanziale consenso da parte dei ricercatori scientifici sul ruolo rilevante dei fattori ambientali nella genesi del cancro ed in questo contesto è innegabile il ruolo che anche l’inquinamento atmosferico comporta.

3) I principali studi condotti in Europa ed U.S.A. sulla correlazione fra inquinamento atmosferico e cancro al polmone sono concordi nel valutare che per ogni 10 µg/m3 di PM 2.5 si registra un incremento tra l’8% ed il 14% di neoplasie polmonari. Si ricorda che l’OMS ha stimato la quota di decessi attribuibili a valori di PM10 oltre 20µg/m3 in 13 città italiane con oltre 200.000 abitanti sulla base dei valori di PM10 registrati negli anni 2002-2004. La stima è di 8220 morti/anno di cui 742 morti/anno per cancro del polmone. Si stima che in Europa le morti premature/anno per polveri sottili ( PM2.5) siano 348.000.

4) Non può non destare allarme il drammatico aumento di tumori che si prevede nei Paesi in via di sviluppo e l’incremento che si registra nel nostro continente specie nel sesso femminile e, soprattutto, in bambini ed adolescenti: in Europa negli ultimi 30 anni si è registrato un incremento dell’1,2 % annuo dei tumori fra 0 e 14 anni e dell’1,4% tra i 14-19 anni.

5) L’enfasi data alla riduzione della mortalità per cancro specie nel sesso maschile – quale segnale di una inversione di tendenza nei confronti delle patologie neoplastiche – può essere fuorviante e indurre a sottostimare l’aumento dell’incidenza dei nuovi casi di cancro e di patologie associate all’inquinamento. I miglioramenti registrati in campo oncologico sono da ascriversi alle migliori procedure diagnostiche e terapeutiche e al prolungamento della sopravvivenza che si ha nelle fasi avanzate della malattia. Tali risultati, sicuramente importanti, sono tuttavia spesso ottenuti con terapie molto costose che solo raramente permettono di raggiungere una completa e definitiva guarigione e che comportano un percorso di sofferenze e di difficile vita. Non dimentichiamo che la Medicina ha registrato i suoi più grandi successi (ad es. nelle malattie infettive) quando, per una corretta prassi di prevenzione primaria e secondaria (miglioramento delle condizioni igienico/ambientali, vaccinazioni ecc.), l’incidenza di alcune malattie si è drasticamente ridotta.

6) Troppo spesso viene identificata la prevenzione del cancro con la sua diagnosi precoce, (possibile tramite screening solo per alcune forme di tumore): questa confusione dei termini distrae dal concetto che la vera prevenzione del cancro, e di molte altre malattie cronico-degenerative, consiste nella Prevenzione Primaria, ossia nella riduzione della esposizione di tutta la popolazione agli agenti cancerogeni, mutageni e teratogeni, con particolare riferimento alla protezione dei soggetti più vulnerabili e suscettibili.

7) Una seria politica di tutela sui luoghi di lavoro ha ridotto una parte delle neoplasie professionali, ma spesso ci si dimentica che le sostanze tossiche e nocive non cessano di essere tali una volta uscite dalle fabbriche: i gravi danni prodotti sull’ambiente e sulla salute di intere popolazioni da grandi insediamenti industriali presenti in numerose località italiane dovrebbero essere di monito per chi ancora cerca di imporre programmi di sviluppo industriale “selvaggio”.

8) Può essere fuorviante attribuire la maggior incidenza di cancro principalmente allo stile di vita (dieta-attività fisica-fumo): nessuno di noi mette in discussione il ruolo del fumo di tabacco, ma appare assurdo continuare a sottovalutare gli effetti dell’inquinamento a cui l’intera popolazione è esposta (da catena alimentare, traffico veicolare, impianti industriali, smaltimento dei rifiuti, sostanze chimiche e farmacologiche utilizzate in agricoltura – zootecnia etc).

9) Se davvero si vuol cercare di invertire il trend degli ultimi decenni, le ingenti risorse oggi impiegate sul versante della diagnosi e della terapia, dovrebbero essere investite anche in Prevenzione Primaria, che appare come l’unica in grado di ridurre gli enormi costi umani ed economici che queste malattie comportano.

10) È assolutamente necessario che ad affrontare una tematica tanto delicata siano persone per le quali possano essere totalmente esclusi possibili conflitti d’interessi.

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L’insegnamento della materia musicale nelle scuole Italiane è veramente scandaloso, non ci sono flauto dolci o salati ma solo Ca..i amari. L’insegnamento della musica nei paesi come Germania, Austria, Francia, Inghilterra, Svizzera, Norvegia, Ungheria, Finlandia, Svezia, Spagna e tanti altri è lontanoa anni luce con l’Italia. Se dovessimo misurarlo con lo SPRED, non ci sono zeri che tengono. A nessun partito politico la cosa interessa, sono interessati solo alla musica POP perché hanno più pubblico e più elettori, noi della classica o Jazz non contiamo nulla. I Conservatori con la riforma hanno peggiorato, ormai siamo veramente al lumicino. Naturalmente ci sono isole felici, dove un buon insegnate è riuscito a superare tra mille difficoltà tutti i problemi relativi all’interesse della materia, quindi credo che ogni tanto varrebbe la pena parlare di queste cose in maniera costruttiva.  Namaste cF

Ancora una volta il mondo dell’educazione musicale è animato da una polemica che parte da un episodio di disinformazione e di deprezzamento della musica a scuola.
Al termine dell’intervista al giovane direttore d’orchestra Andrea Battistoni nella trasmissione “Che tempo che fa” del 24 marzo u.s., con riferimento a un passo del libro di Battistoni “Non è musica per vecchi”, Fabio Fazio ha ipotizzato, con un gesto evidente, di spezzare in due i “flauti dolci” dei propri figli, considerandoli quindi un oggetto non confacente alla formazione e all’educazione. Il gesto e le parole che lo avevano preceduto hanno teso a mettere in evidenza una supposta deficienza dell’educazione musicale nelle scuole, in particolare nei riguardi della cosiddetta “musica d’arte”.
A prescindere dal fatto che il flauto dolce è uno strumento con una propria dignità, usato in diversi generi musicali, scelto per la relativa facilità d’uso e per il buon rapporto qualità/prezzo rispetto ad altri aerofoni. Nelle scuole ci sono comunque anche tanti altri strumenti, tra cui quelli portati da casa dagli studenti e acquistati dalle famiglie che ormai devono farsi carico di tante spese (dalle risme di carta per le fotocopie, alla carta igienica, ecc.). È ovvio considerare che se le scuole fossero messe in grado, con opportuni finanziamenti, di avere a disposizione un buon numero di strumenti musicali, magari con laboratori musicali adeguatamente attrezzati, gli insegnanti avrebbero la possibilità di fare coi ragazzi esperienze musicali molto più complete e gratificanti.
Ciò che comunque infastidisce di più, e non è la prima volta che accade nel programma di Fazio, è la superficialità e la non sufficiente competenza con cui si parla di musica a scuola, anche quando a parlare sono illustri personaggi del mondo musicale che di quanto accade realmente a scuola ogni giorno sanno poco o nulla, oltre ad ignorare quasi completamente la storia della pedagogia musicale italiana.
Da almeno quarant’anni anche in Italia ci sono persone, associazioni, editori, riviste, gruppi, ricercatori oltre ad insegnanti di scuola dell’infanzia, primaria e secondaria che portano avanti con grande professionalità questo bellissimo lavoro e la riflessione sui modi più efficaci per farlo.
Viene da chiedersi come mai nel “servizio pubblico” non si dia la parola anche a loro, a chi cioè opera nel settore con competenza e con sacrificio, a qualcuno (e ce ne sono tanti) che sappia dimostrare come sia possibile coinvolgere i ragazzi nel fare e ascoltare musica, attivando cori e gruppi strumentali di buon livello, all’altezza delle altre scuole europee. Prevale sempre invece il luogo comune della povertà musicale nella scuola italiana, che certamente esiste, come in qualsiasi altro campo. Ma forse in questo momento sarebbe meglio valorizzare prima le buone prassi, dando voce alle  tante professionalità e competenze specifiche maturate in questi decenni.
Non stona poi ricordare lo stato di disinvestimento in cui si dibatte la scuola e al suo interno la disciplina musicale dopo il taglio delle ore del tempo pieno nelle primarie, del tempo prolungato alle medie, la non obbligatorietà di almeno un’ora di musica nelle scuole superiori (anche in quelle di indirizzo umanistico e socio-pedagogico), alla reticenza degli Uffici Scolastici Regionali per l’apertura dei corsi a indirizzo musicale nelle scuole secondarie di primo grado, alla non assunzione e di personale qualificato per attuare nelle scuole primarie quanto previsto per altro dalle Indicazioni nazionali per il curricolo.
Ci auguriamo che quanto prima anche in qualche buon programma televisivo, come reputiamo sia “Che tempo che fa”, si possa far conoscere il bello e il buono che anche con la musica si fa nella scuola italiana.

Il Comitato scientifico del Centro Studi musicali e sociali Maurizio Di Benedetto di Lecco
La Redazione della rivista on-line Musicheria.net

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