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Archive for luglio 2012

Andrea Morigi per “Libero” Ida Magli

L’aveva predetto nei suoi numerosi interventi, in libri e articoli: l’Europa non sta in piedi. L’antropologa Ida Magli ora magari teme di passare per Cassandra, ma nel frattempo approfondisce la sua analisi.

Immaginava un crollo così repentino?
«Come lei sa è da tanti anni che lo vado dicendo. È del 1996 il mio primo libro contro l’Europa. Avevo tentato di convincere anche gli industriali che la moneta unica era una scelta suicida».

ROTTURA EURO

Quali industriali?
«Ero stata invitata a tenere una relazione a un convegno sull’Europa, a Lecco, ospite del presidente dei Giovani Industriali, Marco Campanari».

Prima dell’istituzione dell’euro?
«Certo. E fu una discussione molto animata e simpatica. Io, in quell’occasione, ero il tecnico».

Non la tecnocrate, vero?
« Guardi che i tecnocrati non esistono. Le formule che ci mandano in rovina le fanno gli ingegneri finanziari».

PRODI AL LANCIO DELL EURO

La tecnocrazia l’hanno teorizzata in molti, però. E per tanti professori è la prassi…
«Macché professori e professori!»

Nemmeno Monti merita la qualifica di professore tecnocrate, secondo lei?
«Nel Parlamento italiano ce ne sono tantissimi di professori. Uno che è stato due volte alla Commissione europea sarà un politico o no? Anche Antonio Martino è un professore. Mi dica lei che differenza passa fra i due».

Martino non ha votato il fiscal compact.
«Invece Monti ha insegnato a Trento nel 1969. È paragonabile al Trota che va all’università in Albania. Studiava anche Renato Curcio in quell’Università. Per questo mi chiedo come mai Berlusconi abbia nominato proprio Monti».

pannella

montiQual è la sua opinione in proposito?
«Che siamo sempre stati un popolo governato da traditori. Ho pubblicato anche un libro sulla storia d’Italia, sul filo conduttore dei tradimenti. E mi meraviglio che Berlusconi accetti un’uscita di scena simile. Eppure un giorno ci siamo svegliati e non avevamo più la democrazia».

Forse perché molti dicevano che il dittatore era Berlusconi?
«Allora vuol dire che passiamo da una dittatura all’altra. Ma è Berlusconi ad aver portato Monti, insieme a quella donnetta della Bonino, ai vertici della Commissione europea».

Non fu per un accordo con Pannella, in quel caso?
«Ho sempre pensato che Pannella fosse una persona sudicia. I suoi scioperi della fame sono capricci da bambini: “Mamma non mangio”… »

Ma i Radicali attingono alle radici del pensiero europeista, il federalismo, Spinelli…
«Balle. Nessun Paese potrebbe accettare di nominare commissari del genere. Si ricorda della Commissione Santer, costretta nel 1995 alle dimissioni per un buco di bilancio? Era proprio nel dipartimento della Bonino, quello degli aiuti all’emergenza. Erano spariti i soldi dei bambini del Biafra! E Monti dov’era? Non sorvegliava sul bilancio della Commissione?»

berlusconi monti

Ingenuo, magari?
«L’unico interrogativo vero che mi pongo, rispetto a quella classe dirigente europea è: avranno sbagliato per stupidaggine? Non si può affermarlo: erano tutti banchieri, non incompetenti. Volevano il disastro, cioè la fine degli Stati nazionali? Sospetto che vogliano che ci riduciamo alla morte consegnandoci al governo globale. Proprio qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, si presentava il libro del figlio di Giorgio Napolitano, Giulio. La tesi principale è: serve la governance globale. Devo dedurre che anche il presidente della Repubblica voglia il governo globale».

Perché?
«Perché ogni volta che la Borsa va male, si risponde che “bisogna fare più Europa”. E immancabilmente scatta un provvedimento. Ora avanza il fiscal compact. E come sempre, immancabilmente si perde un pezzetto di sovranità nazionale. Peccato che la Costituzione italiana non preveda il “tradimento”. Sono stati furbi a evitarlo».

BERLUSCONI NAPOLITANO

Siamo al golpe, insomma?
«Questo è certo. Ma anche i giornalisti se ne sono disinteressati fino a quando c’è stato il problema economico. Prima sghignazzavano. In effetti il Parlamento europeo non conta nulla. È tutta una finzione. E l’Italia, dove sventola la bandiera europea da tutti gli edifici pubblici, la persegue più accanitamente degli altri. Dopotutto, nel Trattato di Lisbona, approvato così a fatica, non erano riusciti ad approvarne l’istituzione. Eppure la regola è che si può esporre quando ricorre la festa dell’Europa. Nemmeno l’inno si suona più».

Perché l’Europa suscita così scarsi entusiasmi?
«Perché come si fa a fare uno Stato senza i popoli? Se li vede, i cittadini che parlano 27 lingue diverse, innamorati di uno Stato siffatto? Anche i soldi sono uno strumento fatto dagli esseri umani. Se ci fossero i popoli, accadrebbe come ai melanesiani, che utilizzano le conchiglie, che funzionano benissimo come moneta di scambio. Le immagini delle banconote europee, invece, dimostrano il contrario: non riportano riferimenti alle realtà nazionali».

BERLUSCONI NAPOLITANO

Allora torniamo alle monete nazionali?
«Sì, la ragione principale è che la moneta non può essere sganciata da uno Stato. Non è una moneta sovrana. Siamo nella buffa condizione in cui i debiti degli Stati non sono sovrani. Uno Stato che non batte moneta non è sovrano. Perciò lavoriamo nel vuoto dal punto di vista della gestione statale della moneta. La Bce ha un nome ingannatore: non è affatto la banca centrale europea. La vogliono definire così, ma appartiene a dei soci privati, tra i quali Draghi, i Rothschild, i Rockefeller, la Regina del Belgio, la Banca d’Inghilterra. Sono loro i veri azionisti. Il loro direttivo non compra i titoli di Stato italiani per un motivo molto chiaro: per non mettersi a rischio».

Qualcuno li compra…
«Certo, nella speranza di guadagnarci moltissimo. E noi li dobbiamo mettere all’asta al 6,5- 7% d’interesse. Lo ripeto: la Bce è una banca fasulla. Quando Draghi dice che l’euro è irreversibile fa ridere. Come se il povero re Luigi XVI, salendo sulla ghigliottina, avesse detto che la monarchia era irreversibile».

Come evitiamo di farci decapitare?
«Torniamo a un governo politico».

Anche se c’è la crisi della politica?
«Un governo legittimo fa sempre la differenza, rispetto a uno non legittimo, nei confronti di coloro che speculano sui titoli di Stato».

Quindi andiamo a votare subito?
«Non è necessario. Visto che Monti ha chiaramente fallito, si può dare l’incarico a un politico qualsiasi, purché non sia Berlusconi».

Chiunque altro farà meglio di Monti?
«Almeno sarà in grado di gestire dignitosamente le prossime elezioni».

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Amedeo Modigliani, scultore e pittore nasce a Livorno il 12 luglio 1884, quartogenito di Flaminio Modigliani e Eugènie Garsin, famiglia di tradizione israelitica e cresciuto in povertà, dopo che l’impresa di cambiavalute del padre andò in bancarotta

Adolescente si appassiona alla pittura e nell’estate del 1898 frequenta lo studio del pittore livornese Guglielmo Micheli.
Nel 1901 durante un viaggio con la madre scopre Napoli, Amalfi, Capri, Roma e Firenze e l’anno dopo si iscrive alla Scuola Libera di Nudo dell’Accademia di Belle Arti a Firenze, dove studia i pittori “Macchiaioli”, gli impressionisti italiani, sotto la guida di Giovanni Fattori.
Nel 1903, Amedeo Modigliani si trasferisce a Venezia per studiare all’Accademia di Belle Arti. Qui, in occasione della Biennale, incontra la grande arte francese di fine secolo: gli impressionisti.
Dopo un breve viaggio in Inghilterra, nel febbraio del 1906 arriva a Parigi dove prende in affitto un atelier a Montmartre, dove spiccano dove spiccano personaggi come Pablo Picasso, André Salmon e Max Jacob, iscrivendosi ai corsi di disegno dell’Accademia Colarossi.
Amedeo Modigliani nell’ambiente intellettualmente stimolante di Parigi, lavora alacremente, frequenta i pittori delle varie correnti ed espone le sue prime opere al Salone d’Autunno a Parigi e poi nel 1908, al Salon des Indépendents nella sala dei pittori Fauves.
Lasciato Montmartre per Montparnasse, il pittore incontra Brancusi alla Cité Faulguière, si appassiona alla scultura e scolpisce con lui nel suo atelier parigino e lo invita a Livorno, dove si recheranno insieme durante l’estate 1909.
In questo primo periodo parigino Modigliani , che conduceva una vita fuori dalle mode e dalle correnti, da bohémien, sregolata, fisicamente minato, dedito al bere, agli stupefacenti e alle donne, in perenni difficoltà economiche, si cimenta nei primi ritratti.
Nel 1910, quando Amedeo Modigliani espone al Salon des Indépendents, la critica gli è favorevole, ma durante quell’anno, sotto l’influenza delle forme arcaiche degli idoli e delle maschere primitive, si dedica esclusivamente alla scultura.
Durante i primi mesi del 1912, Amedeo Modigliani dipinge su tela numerosi ritratti e nudi,ma durante l’estate ritorna a Livorno per riconquistare la salute minata dal tifo con complicazioni polmonari e lavorare alla scultura direttamente su pietra.
Nel 1913, il mercante d’arte Chéron gli propone un primo contratto di lavoro remunerato per i suoi dipinti.
Dopo la dichiarazione di guerra nel 1914, Modigliani non rivede più il suo amico Paul Alexandre e interrompe le relazioni con molti altri artisti, questo è un periodo importante per la sua arte:abbandona la scultura e la pittura diventa la sua unica forma di espressione.

Modigliani diventa famoso per il suo lavoro rapido: si dice completasse un ritratto in una o due sedute. Una volta terminati, non ritoccava mai i suoi dipinti.
Incontra la poetessa inglese Béatrice Hastings, riprende un atelier a Montmartre e condivide il suo entusiasmo con Diego Rivera e Kisling alla ricerca di un linguaggio unico, assolutamente personale, dominato da una linea costruttiva e sintetica.
Max Jacob gli presenta Paul Guillaume, che diventerà il suo mercante fino al 1916.
Nel marzo 1917, Amedeo Modigliani incontra Jeanne Hébuterne, diciannovenne allieva dell’Academie Colarossi, spesso da lui ritratta.
Pittrice sensibilissima e di eccezionale talento se ne innamora perdutamente, e vanno a vivere insieme in Rue de la Grande-Chaumière a Montparnasse, in un atelier che Léopold Zborowsky, poeta polacco in esilio e grande amico del pittore, prende in affitto per loro.
La prima esposizione personale dell’artista italiano a luogo alla Galleria Berthe Weill, ma viene chiusa il giorno della inaugurazione, per oltraggio al pudore.
Nel 1918 l’aggravarsi della salute del pittore lo obbliga a trasferirsi per qualche mese in riviera per un soggiorno a Nizza ed a Cagnes dove dipinge gli unici paesaggi di tutta la sua carriera.
La Galleria Paul Guillaume a Parigi presenta una esposizione collettiva di opere della pittura giovane ed i quadri di Amedeo Modigliani sono a fianco di quelli di Matisse e di Picasso.
Il 29 novembre 1918, nasce la piccola Giovanna, figlia di Amedeo e Jeanne.
A Londra, Zborowsky organizza con i fratelli Sitwels una esposizione collettiva :” Modern French Art ” accompagnata dai primi articoli elogiativi sui giornali.
Nel gennaio del 1920 Modigliani si ammala di polmonite dopo essersi attardato, ubriaco, sotto la pioggia.
Pochi giorni prima di morire il pittore sviene nello studio che divide con Jeanne che, incinta di otto mesi e completamente paralizzata dal terrore, gli resta accanto mentre agonizza, senza aver la forza di chiamare un medico.
Amedeo Mdigliani, trasportato incosciente all’Ospedale della Charité muore per una sopravvenuta meningite tubercolosa, il 24 gennaio 1920, senza aver ripreso conoscenza.

Modigliani viene sepolto il 27 gennaio al Cimitero del Père Lachaise a Parigi ed il corpo di Jeanne Hébuterne suicidatasi il giorno dopo la morte dell’artista, riposa al suo fianco.

La carriera artistica di Amedeo Modigliani è stata breve.
Gli esordi avvengono a Livorno, ai primi anni del ‘900. Quindi, la decisione di trasferirsi a Parigi, per sperimentare di persona l’atmosfera e i grandi avvenimenti che vi si svolgevano. Dipinge alcune tele, principalmente nudi e ritratti. Realizza disegni, acquerelli.
All’inizio la sua pittura è caratterizzata da pennellate nervose e acuminate, un’eredità dell’interesse per Klimt e Toulouse-Lautrec (L’ebrea, 1908 ca). La scoperta di Cézanne introduce mutamenti importanti, sia sul piano della composizione, che su quello coloristico e della tecnica pittorica. L’impianto generale, più costruito rispetto alle primissime tele, denota l’influenza di Cézanne, come pure la posa e la solidità delle figure ritratte: ad es. Ritratto di Paul Alexandre e Il violoncellista, entrambi del 1909.
Nel 1909 Modigliani si trasferisce a Montparnasse. Qui avviene la svolta veramente importante: l’amicizia con Constantin Brancusi, il contatto con l’arte antica e primitiva, l’incontro con la scultura. Ed è proprio alla scultura, che Modigliani comincia a rivolgersi a partire dal 1909, su impulso di Brancusi. I soggetti sono di due tipi: teste di donna e figure femminili in posa di cariatidi (Testa, 1911-12). Inframmezzano questi esperimenti alcuni dipinti e disegni sui medesimi soggetti (Cariatide, 1911-12).
In queste opere le forme si presentano allungate, schematiche, persino aspre nella loro essenzialità. Balza all’occhio immediatamente il diretto rapporto con l’arte cicladica e la scultura africana. Allo stesso modo traspare chiaramente l’aspirazione dell’artista ad una forma pura, priva di ornamento e decorazione. A rendere l’effetto ancora più marcato contribuisce il materiale: pietra, semplice pietra, non marmo, gesso o creta.
La scultura rappresenta per Modigliani una parentesi. Infatti, a partire dal 1914 la abbandona completamente, per dedicarsi esclusivamente alla pittura e al disegno. Ma Modigliani non concepisce più la pittura come in precedenza. La pittura diventa un modello di sottrazione e sintesi.

Da un bel sito dedicatoa Modigliani http://testedimodigliani.xoom.it/odio_amore.html

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Giuseppe Bertolucci (Parma, 1947 – Diso, 2012) è figlio del poeta Attilio Bertolucci e fratello del più famoso Bernardo (1941). Esordisce nel mondo del cinema come assistente alla regia e sceneggiatore per conto del fratello, con cui lavora alla realizzazione di Strategia del ragno (1970), Novecento (1976) e La luna (1979). Il suo primo film da regista è il mediometraggio in collaborazione I poveri muoiono prima (1971), seguito dal televisivo Andare e venire (1972), dal didattico AB Cinema (1975) e dallo sceneggiato Se non è ancora la felicità (1976).

Berlinguer ti voglio bene (1977) è il suo primo film a soggetto realizzato per il cinema, interpretato da unRoberto Benigni venticinquenne, reduce dal discusso Televacca e affiancato da Carlo Monni. Un film assurdo, surreale, logorroico, ma che definirei epocale, caratterizzato da eccessi comici e puro turpiloquio toscano. Mario Cioni (Benigni) è un sottoproletario che vive alla periferia di Prato, complessato, inibito sessualmente, succube di una madre oppressiva (Valli) che vorrebbe farlo sposare con una ragazza zoppa, bersaglio di scherzi feroci da parte di un gruppo di amici assurdi tra i quali spicca il bifolco Bozzone (Monni). Il film è davvero a basso costo, proiezione per il grande schermo del monologo teatrale Cioni Mario di Gaspare fu Giulia (1975), scritto da Bertolucci, pensato per esaltare la mimica toscana di un Benigni prima maniera.

Mario Cioni è un operaio imbranato che spera nella rivoluzione comunista, per questo confida le sue pene a un’immagine di Berlinguer che troneggia come testa di uno spaventapasseri in mezzo alla campagna. Un film troppo moderno per il 1977, quando esce nessuno lo comprende, ma che oggi merita una rivalutazione, perché unico nel suo genere. Volgare nei dialoghi, ma casto nelle immagini, girato a base di interminabili piano sequenza per riprendere la desolazione della periferia fiorentina, alterna drammatico e comico senza soluzione di continuità, fa sorridere e pensare, dispensa amarezza e buonumore.

Un film segnato da una “torrentizia scurrilità genitale”, come scrive la critica più attenta, che si ricorda soprattutto per quei cinque minuti di improperi peripatetici recitati da Benigni dopo aver ricevuto la falsa notizia della morte della madre. Il personaggio interpretato da Benigni rimanda ai matti di paese, intorno al protagonista tutto ricorda il tempo passato, i ragazzi d’una provincia depressa immersi nel pensiero ossessivo di come portare a letto una donna.

Divertente l’ironia sul femminismo e il dibattito tra compagni intitolato “Pole la donna permettesi di pareggià coll’omo?”. Le risposte fioccano surreali. “La donna, la donna, la donna…o l’omo?”, è quella che ricordiamo come esempio trash. Altre scene originali, divertenti e tragiche: il ballo alla Casa del Popolo con Benigni vestito da contadino elegante, la ragazza zoppa che diventa isterica quando lui si mostra agile con le gambe, Bozzone che vuole andare a letto con la mamma di Mario, i discorsi politici davanti alla foto di Berlinguer, l’omosessuale vilipeso da tutti che si confida con Mario, il malato di tumore che litiga con il barista…Berlinguer ti voglio bene è un film che contribuisce a far conoscere uno spaccato della provincia toscana paleoindustriale di fine anni Settanta. Nella sua follia surreale è un film realistico.

Tutto Benigni (1983) è la seconda opera di Bertolucci, nella quale ripropone le parti più interessanti degli spettacoli di un comico diventato amico fraterno. Bertolucci lega il suo nome a Benigni in maniera indissolubile, scrive i dialoghi di Televacca, inventa il personaggio di Cioni Mario, scrive la sceneggiatura de Il piccolo diavolo (1988), ideando la famosa scena della sfilata di moda per monsignori. Altre sceneggiature importanti di Bertolucci, portate al cinema da Benigni, sono il fondamentale Non ci resta che piangere, unica collaborazione comica con Troisi, e il più modesto Tu mi turbi. Possiamo dire – insieme a Giorgio Carbone di Libero – che “Benigni deve a Bertolucci metà della sua fortuna”, perché negli anni Ottanta i migliori lavori del comico toscano sono firmati Giuseppe Bertolucci.

Il resto della sua opera rappresenta un’attenta analisi della psicologia femminile, caratterizzate da alcune pellicole, interpretate da attrici di diverse generazioni, come Lea MassariMariangela Melato e Lina Sastri. Lavori molto lodati dalla critica ma poco premiati dal pubblico come Oggetti smarriti (1979), Segretisegreti (1984), Strana la vita (1987) e Amori in corso (1989). Segreti segreti è un interessante apologo sul terrorismo, vissuto dalla parte della donna che cerca di analizzare le reazioni femminili alla situazione storica. Bertolucci dimostra di essere un grande direttore di attrici, sia quando guida Lea Massari come casalinga alle prese con l’ultima avventura sentimentale, che quando inventa un ruolo ai limiti del trash per Alida Valli, madre contadina di Cioni Mario concupita da Bozzone.

Tra i lavori minori di Bertolucci citiamo Panni sporchi (1980), un film inchiesta commissionato dal Partito Comunista Italiano, i televisivi Effetti personali (1983) e Il perché e il percome (1987), ma anche I cammelli (1989), La domenica specialmente (1991) e Una vita in gioco 2 (1992). La poetica di Bertolucci subisce un arresto di fronte alla debordante personalità di Sabina Guzzanti, protagonista diTroppo sole (1994). Il dolce rumore della vita (1999) è un film troppo intellettuale, pieno di metafore e di concetti importanti, ma poco cinematografico.

Il suo ultimo lavoro degno di nota è L’amore probabilmente (2001), tre episodi girati in digitale sul rapporto verità – finzione, sul mestiere di attore, sul cinema e sul teatro. Giuseppe Bertolucci muore a soli 65 anni, dopo una lunga malattia a Diso (Lecce).

Per molto tempo è stato presidente della cineteca di Bologna. Si ricorda come uomo colto, raffinato, parmigiano purosangue, innamorato sia di Pasoliniche di Guareschi, al punto da farsi convincere a restaurare La rabbia (1962), diretto da entrambi. Un restauro che provoca polemiche perché resta intatta la parte pasoliniana mentre scompare quella gaureschiana.

“L’inserto di Guareschi non rende buon servizio alla sua memoria” confessa Bertolucci. Forse deve sottostare a un diktat da parte di qualcuno, anche se Pasolini non è mai stato un personaggio amato dal potere. In ogni caso Bertolucci resta grande, uno dei migliori registi degli anni Ottanta – Novanta, prima della crisi senza ritorno del cinema italiano.

Roberto Benigni, in occasione della morte del regista ha detto: “Devo tutto a Giuseppe Bertolucci. Ho passato con lui gli anni più belli della mia giovinezza. Era il mio amico. Il mio primo amico, il mio primo regista, il mio primo autore. Mi ha insegnato lui a leggere la poesia, a muovermi, a camminare nel mondo, a guardare il cielo, a capire da che parte arriva la bellezza e a riconoscerla. E l’audacia, e il coraggio. Devo tutto a Giuseppe Bertolucci”.

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