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Archive for agosto 2012

Il 31 Agosto inizia il quinto Slowflute Festival

SlowFlute Festival rappresenta la felice unione di musica, natura, sapori e cultura in concerti che alternano suggestioni romantiche, jazzistiche, operistiche. L’unicità dell’ascolto dal vivo è offerta in un viaggio attraverso Comuni della Provincia di Parma quali Salsomaggiore, Traversetolo, Collecchio, Busseto Borgo Val di Taro denotati da una fortissima identità storica, con l’intento  di rivisitare il territorio attraverso la musica, restituendo agli antichi splendori spazi e architetture simbolo dell’italianità d’eccellenza. Non deve stupire la scelta del nome Slow Flute Festival che richiama in un gioco di parole l’associazione Slow Food, impegnata a difendere esperienze e conoscenze di ogni terra, mentre il binomio racchiuso nella parola Flute, flauto e calice insieme, vuole  suggerire condivisione, comunicazione, convivialità vissute in un luogo riempito dalla musica, nella prospettiva di far conoscere il territorio anche fuori dai confini regionali e nazionali.

I partner del Festival sono le Amministrazioni Comunali dei luoghi in cui si svolgono le manifestazioni, l’Associazione Slow Food, l’Associazione Amici di Verdi di Busseto, l’ Associazione Donne Ambientaliste di Parma (inserita nella rete dei progetti Giornalismo civico-partecipativo e Lucilla dell’Assemblea Legislativa), l’Associazione Parrocchiale di Traversetolo, gli Studenti del Master COMET della facoltà di Scienze Gastronomiche dell’Università di Parma.

Il Festival è seguito da testate giornalistiche, quali Gazzetta di Parma Repubblica.it  e da riviste specializzate come FALAUT, Amadeus, Suonare, infermento.it e newsfood.com.

Ambasciatori del festival e della cultura del territorio saranno i qualificati ospiti italiani e stranieri , in particolare l’edizione 2012 prevede la partecipazione di Archer Gail, organista principale della Sinagoga di New York, Martin Munch, docente di Musicoterapia presso la prestigiosa clinica ZfT in Germania e la flautista londinese Jennifer Stinton, del Royal College di Londra. Tutti gli artisti invitati condividono la filosofia del Festival e sono appassionati testimoni della qualità del messaggio culturale che caratterizza il territorio.

Tutto il Festival e’ dedicato a:non spegnete la cultura ma
recuperiamo la memoria
Per la protezione del patrimonio culturale italiano.Salviamo l’Istituto italiani per gli Studi filosofici!

www.iisf.it 
Chi ascola cresce

Inaugurazione 4°Festival SlowFlute
31 Agosto ore 21.15
Salone Terme del Berzieri
W V.E.R.D.I
Claudio Ferrarini flauto
Roberto Issoglio pianoforte

Viva V.E.R.D.I viaggio nella biblioteca personale del Maestro Verdi
della villa di Sant’Agata di Busseto.

Le musiche per Antonio Barezzi e il suo flauto

Lovreglio Rigoletto
Morlacchi 
Il pastore svizzero
Verdi Valzer
Lovreglio Il ballo in maschera
Verdi Introduzione e variazione sul tema Flik e flok
Casaretto Il trovatore
Silvi Il macbetto
Fumagalli / Verdi L’esule
Verdi Ave Maria dall’ Otello
Briccialdi La traviata

Claudio Ferrarini flauto
Roberto Issoglio pianoforte

Salsomaggiore

31 Agosto ore 21.15
Salone Terme del Berzieri
W V.E.R.D.I
Claudio Ferrarini flauto
Roberto Issoglio pianoforte

7 Settembre ore 21.15
Salone Terme del Berzieri 
La canzone dalla Bella Epoque
al Liberty
Luisella Fumagalli soprano
Piconte Stella pianoforte

13 Settembre ore 21.15
Salone Terme del Berzieri 
Fiabe e Musica in Toscana della tradizione
ottocentesca italiana

Luca Magni flauto
Fabrizio Datteri pianoforte
Francesco Rotelli voce recitante

21 Settembre ore 21.15
Salone Terme del Berzieri
Variazioni Goldberg – Danzando tra le variazioni 
Frank Wasser pianoforte

28 Settembre ore 21.15
Salone Terme del Berzieri 
Colore e calore delle danze Spagnole

Dorothea von Albrecht violoncello
Martin Münch pianoforte

5 Ottobre ore 21.15
Salone Terme del Berzieri
Danzando tra classica e colonne sonore
Kalendio Trio
 

Tito Ciccarese flauto
Raffaele Bertolini clarinetto
Gianni Fassetta fisarmonica

6 Ottobre ore 21.15
Salone Terme del Berzieri
Viva l’Italia viaggio 150° dell’Unità
attraverso letteratura e musica

Rita Charbonnier voce recitante
Claudio Ferrarini flauto
Luigi Fontana pianoforte

12 Ottobre ore 21.15
Salone Terme del Berzieri
La nascita della canzone tra danza e poesia

Sabrina Gasparini voce
Gentjan llukaci violino
Denis Biancucci pianoforte

20 Ottobre ore 21.15
Salone Terme del Berzieri 
Danzando tra le impressioni di Debussy

Riccardo Sandiford pianoforte

26 Ottobre ore 21.15
Salone Terme del Berzieri
Valzer il regno di Chopin e Strauss

Martin Münch pianoforte

3 Novembre ore 21.15
Salone Terme del Berzieri
Due virtuosi all’Opera danzando tra il melodramma

Jennifer Stinton flauto
Claudio Ferrarini flauto
Luigi Fontana pianoforte

10 Novembre ore 21.15
Salone Terme del Berzieri
Nel salotto di donna Vittoria
la musica di Tosti

Chiara Ardito soprano
Maurizio Torelli basso
Giacomo Di Tollo pianoforte

17 Novembre ore 21.15
Salone Terme del Berzieri 
150 anni di Claude Debussy
Claudio Ferrarini flauto
Beatrice Pucciani pianoforte

Traversetolo

Musiche per salvare un monumento e il suo territorio
Di
CulturaIncultura

Venerdi 17 Agosto
Traversetolo per la Chiesa di Vignola ore 21.15
Una Notte all’opera con Da Ponte
Claudio Ferrarini flauto
Francesca Perdoncin flauto

Venerdi 24 Agosto
Traversetolo per la Chiesa di Vignola ore 21.15
Bertolucci ti voglio bene
Claudio Ferrarini flauto
Alessandro Nidi pianoforte

Venerdi 24 Agosto
Traversetolo per la Chiesa di Vignola ore 21.15
Gioia di cantare, gioia di donare
Corale Cantico Nuovo
Rita Terenziani direttore
Gian Luca Faccini pianoforte

Busseto

29 Settembre Salone Barezzi – Amici di Verdi 
Omaggio a Verdi 
Dorothea von Albrecht violoncello
Martin Münch pianoforte pianoforte

13 Ottobre Chiesa Roncole Verdi
Musica in casa Verdi 
Archer Gail organo

8 Dicembre Salone Barezzi – Amici di Verdi 
La musica lirica rinasce?
Parodia, Umorismo, Satira 

Claudio Ferrarini flauto
Alessandro Nidi pianoforte

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Venerdì 24/08 – ore 21,00  “Bertolucci ti voglio bene” omaggio a Giuseppe Bertolucci

con:

Claudio Ferrarini – flauto

Alessandro Nidi – pianoforte

testi: Attilio e Giuseppe Bertolucci

Il Comune di Traversetolo-assessorato alla cultura e la Parrocchia di Vignale, in collaborazione con ASNPI, l’associazione “Legenda Musica”, la “Corale Cantico Nuovo” e “Slowflute Festival”, organizzano “DiCulturaInCultura”, tre concerti per la chiesa di Vignale.
Diversi musicisti si sono spontaneamente uniti per mettere a disposizione il proprio talento e raccogliere fondi per permettere il recupero della chiesa della frazione traversetolese che abbisogna di qualche intervento. Gli artisti si presteranno in modo del tutto gratuito. Le serate si svolgeranno alle ore 21 alla chiesa di Vignale e sono a ingresso ad offerta

Oggi la sua salma sarà trasferita a Bari e cremata. Giuseppe Bertolucci è morto a 65 anni dopo una lunga malattia sabato 16 giugno a Diso, nella Puglia più volte ambientazione dei suoi film, dove da cinque anni trascorreva prolungati periodi. Da lì aveva seguito il ritorno alla regia del fratello Bernardo, insieme al quale aveva sceneggiato Novecento, e aveva dato gli ultimi consigli alla Cineteca di Bologna, di cui è stato per anni presidente.

”Devo tutto a Giuseppe. Ho passato con lui gli anni più belli della mia giovinezza. Era il mio amico. Il mio primo amico, il mio primo regista, il mio primo autore. Mi ha insegnato lui a leggere la poesia, a muovermi, a camminare nel mondo, a guardare il cielo a capire da che parte arriva la bellezza e a riconoscerla. E l’audacia, e il coraggio. Devo tutto a Giuseppe Bertolucci”, è stato il ricordo commosso di Roberto Benigni, che con il regista e sceneggiatore ebbe un lungo sodalizio.

Solo un anno fa, nel suo diario autobiografico Cose da dire: scritti, interventi, ritratti, Giuseppe Bertolucci annotava:

“L’unica cosa che conta è continuare a porsi delle domande, tante domande. Sarà perché, tra tutti i segni grafici che quotidianamente usiamo nella pratica della scrittura, il punto interrogativo – quel ricciolo magico che rimane sospeso nell’aria in fondo a una frase – è il più elegante e l’unico che non chiude, ma spalanca le porte dell’ignoto e della sorpresa?”.

Forse in questa curiosità un po’ distaccata della vita il cineasta ha trovato lo scudo per proteggersi dall’eredità pesante di un padre poeta, Attilio, che difficilmente avrebbe potuto eguagliare, e dal confronto con lo straripante vitalismo espressivo del fratello maggiore Bernardo, che da giovane trovò subito la sua strada, affiancando Pasolini, debuttando da regista, e sin da subito fu più celebre di lui.

Nel giorno dell’ultimo saluto ricordiamo l’autore emiliano attraverso cinque suoi film.

– Berlinguer ti voglio bene (1977). Ispirato al monologo teatrale Cioni Mario di Gaspare fu Giuliache aveva scritto per Roberto Benigni, è l’esordio al cinema sia per lui che per Benigni. Fu un film per certi versi underground, anomalo, provocatorio e delicato insieme, e forse proprio per questo non capito e un insuccesso. Protagonista un giovane sboccato del sottoproletariato, che cerca di combattere il suo rapporto edipico con la madre affidandosi alle speranze della rivoluzione guidata dal segretario del PCI Enrico Berlinguer.

– Oggetti smarriti (1980). Assolutamente originale, è un grottesco e poetico road movie fra treni e aerei con Mariangela Melato e Bruno Ganz che si sperdono in un impalpabile confine tra Roma, Milano e la Svizzera. Il Morandini ne parla così: “Accanitamente intellettuale e, insieme, assai sensuale; costruito con  sapienza geometrica, ma anche libero, ricco di sorprese e di risvolti  inattesi”.

– Segreti segreti (1984). Con un grandissimo cast femminile (Lina Sastri, Lea Massari, Alida Valli, Stefania Sandrelli, Francesca Neri, Rosalinda Celentano, Giulia Boschi), in questo film Giuseppe mostra la sua eccellente capacità da direttore di attrici, da tutte amato, e da instancabile talent scout. La sua riflessione sul terrorismo è tra le più significative del nostro cinema.

– Amori in corso (1989). In questo film dalle atmosfere affascinanti, ambientato in una villa in campagna, il cineasta mostra ancora una volta la sua abilità nel dirigere un cast al femminile (Francesca Prandi,  Stella Vordemann, Amanda Sandrelli). Il Dizionario Morandini gli assegna tre stelle su cinque e lo definisce “un film farfalla sotto il segno della grazia”.

– L’amore probabilmente (2001). Film imperfetto e criticato, ha il merito, ancora una volta, di osare. Girato con entusiasmo in digitale, è una riflessione un po’ troppo intellettualistica su menzogne e verità del mestiere d’attore. Con eccessi e ripetizioni, è volutamente una sperimentazione vigorosa e l’ultimo tra i suoi principali titoli.

di Simona Santoni

Giuseppe Bertolucci (Parma, 1947 – Diso, 2012) è figlio del poeta Attilio Bertolucci e fratello del più famoso Bernardo (1941). Esordisce nel mondo del cinema come assistente alla regia e sceneggiatore per conto del fratello, con cui lavora alla realizzazione di Strategia del ragno (1970), Novecento (1976) e La luna (1979). Il suo primo film da regista è il mediometraggio in collaborazione I poveri muoiono prima (1971), seguito dal televisivo Andare e venire (1972), dal didattico AB Cinema (1975) e dallo sceneggiato Se non è ancora la felicità (1976).

Berlinguer ti voglio bene (1977) è il suo primo film a soggetto realizzato per il cinema, interpretato da unRoberto Benigni venticinquenne, reduce dal discusso Televacca e affiancato da Carlo Monni. Un film assurdo, surreale, logorroico, ma che definirei epocale, caratterizzato da eccessi comici e puro turpiloquio toscano. Mario Cioni (Benigni) è un sottoproletario che vive alla periferia di Prato, complessato, inibito sessualmente, succube di una madre oppressiva (Valli) che vorrebbe farlo sposare con una ragazza zoppa, bersaglio di scherzi feroci da parte di un gruppo di amici assurdi tra i quali spicca il bifolco Bozzone (Monni). Il film è davvero a basso costo, proiezione per il grande schermo del monologo teatrale Cioni Mario di Gaspare fu Giulia (1975), scritto da Bertolucci, pensato per esaltare la mimica toscana di un Benigni prima maniera.

Mario Cioni è un operaio imbranato che spera nella rivoluzione comunista, per questo confida le sue pene a un’immagine di Berlinguer che troneggia come testa di uno spaventapasseri in mezzo alla campagna. Un film troppo moderno per il 1977, quando esce nessuno lo comprende, ma che oggi merita una rivalutazione, perché unico nel suo genere. Volgare nei dialoghi, ma casto nelle immagini, girato a base di interminabili piano sequenza per riprendere la desolazione della periferia fiorentina, alterna drammatico e comico senza soluzione di continuità, fa sorridere e pensare, dispensa amarezza e buonumore.

Un film segnato da una “torrentizia scurrilità genitale”, come scrive la critica più attenta, che si ricorda soprattutto per quei cinque minuti di improperi peripatetici recitati da Benigni dopo aver ricevuto la falsa notizia della morte della madre. Il personaggio interpretato da Benigni rimanda ai matti di paese, intorno al protagonista tutto ricorda il tempo passato, i ragazzi d’una provincia depressa immersi nel pensiero ossessivo di come portare a letto una donna.

Divertente l’ironia sul femminismo e il dibattito tra compagni intitolato “Pole la donna permettesi di pareggià coll’omo?”. Le risposte fioccano surreali. “La donna, la donna, la donna…o l’omo?”, è quella che ricordiamo come esempio trash. Altre scene originali, divertenti e tragiche: il ballo alla Casa del Popolo con Benigni vestito da contadino elegante, la ragazza zoppa che diventa isterica quando lui si mostra agile con le gambe, Bozzone che vuole andare a letto con la mamma di Mario, i discorsi politici davanti alla foto di Berlinguer, l’omosessuale vilipeso da tutti che si confida con Mario, il malato di tumore che litiga con il barista…Berlinguer ti voglio bene è un film che contribuisce a far conoscere uno spaccato della provincia toscana paleoindustriale di fine anni Settanta. Nella sua follia surreale è un film realistico.

Tutto Benigni (1983) è la seconda opera di Bertolucci, nella quale ripropone le parti più interessanti degli spettacoli di un comico diventato amico fraterno. Bertolucci lega il suo nome a Benigni in maniera indissolubile, scrive i dialoghi di Televacca, inventa il personaggio di Cioni Mario, scrive la sceneggiatura de Il piccolo diavolo (1988), ideando la famosa scena della sfilata di moda per monsignori. Altre sceneggiature importanti di Bertolucci, portate al cinema da Benigni, sono il fondamentale Non ci resta che piangere, unica collaborazione comica con Troisi, e il più modesto Tu mi turbi. Possiamo dire – insieme a Giorgio Carbone di Libero – che “Benigni deve a Bertolucci metà della sua fortuna”, perché negli anni Ottanta i migliori lavori del comico toscano sono firmati Giuseppe Bertolucci.

Il resto della sua opera rappresenta un’attenta analisi della psicologia femminile, caratterizzate da alcune pellicole, interpretate da attrici di diverse generazioni, come Lea MassariMariangela Melato e Lina Sastri. Lavori molto lodati dalla critica ma poco premiati dal pubblico come Oggetti smarriti (1979), Segretisegreti (1984), Strana la vita (1987) e Amori in corso (1989). Segreti segreti è un interessante apologo sul terrorismo, vissuto dalla parte della donna che cerca di analizzare le reazioni femminili alla situazione storica. Bertolucci dimostra di essere un grande direttore di attrici, sia quando guida Lea Massari come casalinga alle prese con l’ultima avventura sentimentale, che quando inventa un ruolo ai limiti del trash per Alida Valli, madre contadina di Cioni Mario concupita da Bozzone.

Tra i lavori minori di Bertolucci citiamo Panni sporchi (1980), un film inchiesta commissionato dal Partito Comunista Italiano, i televisivi Effetti personali (1983) e Il perché e il percome (1987), ma anche I cammelli (1989), La domenica specialmente (1991) e Una vita in gioco 2 (1992). La poetica di Bertolucci subisce un arresto di fronte alla debordante personalità di Sabina Guzzanti, protagonista diTroppo sole (1994). Il dolce rumore della vita (1999) è un film troppo intellettuale, pieno di metafore e di concetti importanti, ma poco cinematografico.

Il suo ultimo lavoro degno di nota è L’amore probabilmente (2001), tre episodi girati in digitale sul rapporto verità – finzione, sul mestiere di attore, sul cinema e sul teatro. Giuseppe Bertolucci muore a soli 65 anni, dopo una lunga malattia a Diso (Lecce).

Per molto tempo è stato presidente della cineteca di Bologna. Si ricorda come uomo colto, raffinato, parmigiano purosangue, innamorato sia di Pasoliniche di Guareschi, al punto da farsi convincere a restaurare La rabbia (1962), diretto da entrambi. Un restauro che provoca polemiche perché resta intatta la parte pasoliniana mentre scompare quella gaureschiana.

“L’inserto di Guareschi non rende buon servizio alla sua memoria” confessa Bertolucci. Forse deve sottostare a un diktat da parte di qualcuno, anche se Pasolini non è mai stato un personaggio amato dal potere. In ogni caso Bertolucci resta grande, uno dei migliori registi degli anni Ottanta – Novanta, prima della crisi senza ritorno del cinema italiano.

Roberto Benigni, in occasione della morte del regista ha detto: “Devo tutto a Giuseppe Bertolucci. Ho passato con lui gli anni più belli della mia giovinezza. Era il mio amico. Il mio primo amico, il mio primo regista, il mio primo autore. Mi ha insegnato lui a leggere la poesia, a muovermi, a camminare nel mondo, a guardare il cielo, a capire da che parte arriva la bellezza e a riconoscerla. E l’audacia, e il coraggio. Devo tutto a Giuseppe Bertolucci”.

Nel neologismo del titolo è già espressa tutta l’urgenza comunicativa – incapace di manifestarsi se non in poesia – tipica di Giuseppe Bertolucci.Cosedadire, senza prendere fiato. E Bertolucci ne aveva molte, come ha dimostrato attraversando il Novecento con parole e immagini, sempre confrontandosi con l’onore e l’onere di un padre poeta e di un fratello maggiore cineasta di fama mondiale. Oggi questa raccolta di ricordi e riflessioni, edita nell’estate 2011, assume quel valore di culto probabilmente rifuggito dall’autore in fase di redazione, ma inevitabile dopo la sua scomparsa. Al di là del voler rendere omaggio, operazione che l’intellettuale non avrebbe gradito nell’immediato, si tratta una lettura significativa per inquadrare il secondo Novecento italiano e mettere a fuoco alcuni snodi di un dibattito culturale che ci auguriamo possa trovare nuova linfa in queste pagine.

Innanzitutto, dalla lettura del testo, che ripropone una raccolta di interventi dell’autore proferiti in occasione di seminari, presentazioni e convegni, si intuisce il carattere del Bertolucci pubblico, ironico e quasi schivo, ma al contempo estremamente coinvolto nel clima culturale del proprio tempo. Preoccupato e curioso, sempre alla ricerca di nuove domande, oltre che di risposte. Egli stesso arriva ad affermare di credere nella scrittura preparatoria dei testi dei discorsi da tenere in occasioni pubbliche come “esercizio virtuoso e socialmente utile”, nel senso che può aiutare a limitare le divagazioni dell’improvvisazione e la possibilità di diffondere “inutili sciocchezze”. Il cinema, non sempre unico protagonista della poetica di Bertolucci, s’insinua in ogni riflessione: l’immagine, il montaggio, il doppiaggio, l’influenza culturale della settima arte… tutto l’universo dell’autore è permeato di esperienze di visione. A partire dai ricordi di intellettuali e artisti come Zavattini e Soldati, che conobbe fin da bambino insieme al padre Attilio, passando per l’epifania di Roberto Benigni, che iniziò la propria carriera proprio collaborando con il nostro. A Pasolini, poi, dedica una sezione del libro dal titolo ammiccante (e cinefilo) “l’uomo che sapeva troppo”, definendolo, nonostante siano trascorsi ormai più di trent’anni dalla sua morte, “il nostro interlocutore più giovane, più intelligente e più disperato”. C’è spazio anche per Fellini, Caproni, Enzo Ungari e Alberto Farassino, raccontati da Bertolucci attraverso una meravigliosa soggettività, che ne illumina le opere con la perizia di un direttore della fotografia capace di svelare i dettagli più preziosi e segreti di un panorama.

Le memorie di Giuseppe Bertolucci rappresentano una miniera di riflessioni preziose, che nulla hanno da invidiare alla sua produzione d’artista. L’aspetto più interessante di questo approccio all’autobiografia resta legato all’indole di Bertolucci: è l’intreccio tra scrittura utile (nel presente) e diaristica dell’esperienza, che, riletta in raccolta, sembra concepita con la progettualità di proferire un unico grande discorso sul proprio tempo. Si tratta in fondo davvero di un’autobiografia di un intellettuale che si è sempre interrogato sui diversi linguaggi e ha trovato, infine, il filo conduttore che unisce poesia, letteratura e cinema: si tratta (del dolce rumore) della vita.

Titolo: Cosedadire; Autore: Giuseppe Bertolucci; Editore: Bombiani (Collana Overlook); Anno: 2011;Pagine: 216; Prezzo: 17,00€

A cura di Gordiano Lupi

Giuseppe Bertolucci (Parma, 1947 – Diso, 2012) è figlio del poeta Attilio Bertolucci e fratello del più famoso Bernardo (1941). Esordisce nel mondo del cinema come assistente alla regia e sceneggiatore per conto del fratello, con cui lavora alla realizzazione di Strategia del ragno (1970),Novecento (1976) e La luna (1979). Il suo primo film da regista è il mediometraggio in collaborazione I poveri muoiono prima (1971), seguito dal televisivo Andare e venire (1972), dal didattico AB Cinema (1975) e dallo sceneggiato Se non è ancora la felicità (1976).
Berlinguer ti voglio bene (1977) è il suo primo film a soggetto realizzato per il cinema, interpretato da un Roberto Benigni venticinquenne, reduce dal discusso Televacca e affiancato da Carlo Monni. Un film assurdo, surreale, logorroico, ma che definirei epocale, caratterizzato da eccessi comici e puro turpiloquio toscano. Mario Cioni (Benigni) è un sottoproletario che vive alla periferia di Prato, complessato, inibito sessualmente, succube di una madre oppressiva (Valli) che vorrebbe farlo sposare con una ragazza zoppa, bersaglio di scherzi feroci da parte di un gruppo di amici assurdi tra i quali spicca il bifolco Bozzone (Monni). Il film è davvero a basso costo, proiezione per il grande schermo del monologo teatrale Cioni Mario di Gaspare fu Giulia (1975), scritto da Bertolucci, pensato per esaltare la mimica toscana di un Benigni prima maniera. Mario Cioni è un operaio imbranato che spera nella rivoluzione comunista, per questo confida le sue pene a un’immagine di Berlinguer che troneggia come testa di uno spaventapasseri in mezzo alla campagna. Un film troppo moderno per il 1977, quando esce nessuno lo comprende, ma che oggi merita una rivalutazione, perché unico nel suo genere. Volgare nei dialoghi ma casto nelle immagini, girato a base di interminabili piano sequenza per riprendere la desolazione della periferia fiorentina, alterna drammatico e comico senza soluzione di continuità, fa sorridere e pensare, dispensa amarezza e buonumore. Un film segnato da una “torrentizia scurrilità genitale”, come scrive la critica più attenta, che si ricorda soprattutto per quei cinque minuti di improperi peripatetici recitati da Benigni dopo aver ricevuto la falsa notizia della morte della madre. Il personaggio interpretato da Benigni rimanda ai matti di paese, intorno al protagonista tutto ricorda il tempo passato, i ragazzi d’una provincia depressa immersi nel pensiero ossessivo di come portare a letto una donna. Divertente l’ironia sul femminismo e il dibattito tra compagni intitolato “Pole la donna permettesi di pareggià coll’omo?”. Le risposte fioccano surreali. “La donna, la donna, la donna…o l’omo?”, è quella che ricordiamo come esempio trash. Altre scene originali, divertenti e tragiche: il ballo alla Casa del Popolo con Benigni vestito da contadino elegante, la ragazza zoppa che diventa isterica quando lui si mostra agile con le gambe, Bozzone che vuole andare a letto con la mamma di Mario, i discorsi politici davanti alla foto di Berlinguer, l’omosessuale vilipeso da tutti che si confida con Mario, il malato di tumore che litiga con il barista… Berlinguer ti voglio bene è un film che contribuisce a far conoscere uno spaccato della provincia toscana paleoindustriale di fine anni Settanta. Nella sua follia surreale è un film realistico.
Tutto Benigni (1983) è la seconda opera di Bertolucci, nella quale ripropone le parti più interessanti degli spettacoli di un comico diventato amico fraterno. Bertolucci lega il suo nome a Benigni in maniera indissolubile, scrive i dialoghi di Televacca, inventa il personaggio di Cioni Mario, scrive la sceneggiatura de Il piccolo diavolo (1988), ideando la famosa scena della sfilata di moda per monsignori. Altre sceneggiature importanti di Bertolucci portate al cinema da Benigni sono il fondamentale Non ci resta che piangere, unica collaborazione comica con Troisi, e il più modesto Tu mi turbi. Possiamo dire – insieme a Giorgio Carbone di Libero – che “Benigni deve a Bertolucci metà della sua fortuna”, perché negli anni Ottanta i migliori lavori del comico toscano sono firmati Giuseppe Bertolucci.
Il resto della sua opera rappresenta un’attenta analisi della psicologia femminile, caratterizzate da alcune pellicole interpretate da attrici di diverse generazioni come Lea Massari, Mariangela Melato e Lina Sastri. Lavori molto lodati dalla critica ma poco premiati dal pubblico come Oggetti smarriti (1979), Segreti segreti (1984), Strana la vita(1987) e Amori in corso (1989). Segreti segreti è un interessante apologo sul terrorismo vissuto dalla parte della donna che cerca di analizzare le reazioni femminili alla situazione storica. Bertolucci dimostra di essere un grande direttore di attrici, sia quando guida Lea Massari come casalinga alle prese con l’ultima avventura sentimentale, che quando inventa un ruolo ai limiti del trash per Alida Valli, madre contadina di Cioni Mario concupita da Bozzone.
Tra i lavori minori di Bertolucci citiamo Panni sporchi (1980), un film inchiesta commissionato dal Partito Comunista Italiano, i televisivi Effetti personali (1983) e Il perché e il percome (1987), ma anche I cammelli (1989), La domenica specialmente (1991) e Una vita in gioco 2 (1992). La poetica di Bertolucci subisce un arresto di fronte alla debordante personalità di Sabina Guzzanti, protagonista di Troppo sole (1994). Il dolce rumore della vita(1999) è un film troppo intellettuale, pieno di metafore e di concetti importanti, ma poco cinematografico. Il suo ultimo lavoro degno di nota è L’amore probabilmente (2001), tre episodi girati in digitale sul rapporto verità – finzione, sul mestiere di attore, sul cinema e sul teatro. Giuseppe Bertolucci muore a soli 65 anni, dopo una lunga malattia a Diso (Lecce). Per molto tempo è stato presidente della cineteca di Bologna. Si ricorda come uomo colto, raffinato, parmigiano purosangue, innamorato sia di Pasolini che di Guareschi, al punto da farsi convincere a restaurare La rabbia (1962), diretto da entrambi. Un restauro che provoca polemiche perché resta intatta la parte pasolinianamentre scompare quella gaureschiana. “L’inserto di Guareschi non rende buon servizio alla sua memoria” confessa Bertolucci. Forse deve sottostare a un diktat da parte di qualcuno, anche se Pasolini non è mai stato un personaggio amato dal potere. In ogni caso Bertolucci resta grande, uno dei migliori registi degli anni Ottanta – Novanta, prima della crisi senza ritorno del cinema italiano.

Ricordando il Maestro Giuseppe Bertolucci scomparso ieri, pubblichiamo una poesia di Roberto Benigni a lui dedicata:

O tempo tu che ogni esistenza sbucci
e menerai al torsolo la mia
non canto te, né la Democrazia
canto l’omo Giuseppe Bertolucci

Di schianto me lo son trovato intorno
negli anni in cui la vita è scintillio
da dove viene ve lo dico io:
“Dalle Maremme con cavalli giorno”

Benedetto è Giuseppe e mai non muoia
chi l’ha toccato e chi l’ha conosciuto
chi s’è inzuppato tramite il suo imbuto
dentro alla damigiana della gioia.

Guardatelo, egli è un giorno nuvoloso
un Crociato che inciampa sulla lancia
pare una gita d’Ungheresi in Francia
Sale e Tabacchi il giorno del riposo.

Più candido e più bianco della neve
guardate le sue gambe, la sua ciccia
fa proprio effetto sia così massiccia
la sua figura e al tempo stesso lieve.

E’ nella sua tantezza un succulento
una generazione di beati
un treno pieno zeppo di soldati
Giuseppe non è un omo è un firmamento.

Giuseppe è lo sbadiglio di Pilato
è Endimione, Walt Disney, il fou-rire
e nel lungo viale del patire
è l’unico lampione fulminato.

Chi vuol bene a Giuseppe l’avrà vinta
con lui non s’ama un omo, s’ama un gruppo
di sentimenti accesi di cui è zuppo
come la pancia di una donna incinta.

Che gli venisse un colpo a chi s’azzardi
a avere un dubbio sulla sua persona
diventasse straniero in ogni zona
e l’allegria facesse sempre tardi.

Che ogni notte trovasse il letto zozzo
scoprisse le sue figlie ‘un son cresciute
l’abbandonasse a scatti la salute
come fosse uno sciopero a singhiozzo.

Di formaggi e di vini siano zeppe
le case altrui, e al nostro solo avanzi
per il motivo, ve lo detto dianzi,
ch’egli ebbe a dubitare di Giuseppe.

Quel Giuseppe ch’è simile a un castagno
col vento che gli soffia sempre accanto
e chi non l’ama lo sciogliesse il pianto
come perenne, stabile compagno.

Roberto Benigni

 

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Due flauti per Lorenzo Da Ponte
“Fortunato l’uom che prende ogni cosa pel buon verso,e tra i casi e le vicende da ragion guidar si fa.”

Il 17 Agosto nella Chiesa di Vignale, il Comune di Traversetolo-assessorato alla cultura e la Parrocchi

a di Vignale, in collaborazione con ASNPI, l’associazione “Legenda Musica”, la “Corale Cantico Nuovo” e “Slowflute Festival”, organizzano “DiCulturaInCultura”, tre concerti per il restauro della chiesa di Vignale. Diversi musicisti si sono spontaneamente uniti per mettere a disposizione il proprio talento e raccogliere fondi per permettere il recupero della chiesa della frazione Traversetolese che abbisogna di intervento. Gli artisti si presteranno in modo del tutto gratuito. Le serata si svolgerà alle ore 21 alla chiesa di Vignale e sono a ingresso ad offerta libera.
Ad aprire la rassegna il viaggio musicale tra le pagine del più grande librettista del ‘700 italiano Lorenzo Da Ponte, con le musiche di W.A.Mozart da :Nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte. Protagonista del concerto Claudio Ferrarini e Francesca Perdoncin che percorreranno il fitto intreccio musicale dei tre libretti viennesi di Lorenzo Da Ponte.
Nato Emanuele Conegliano da una famiglia ebraica (allora a Ceneda fioriva una comunità israelitica), figlio di Geremia (poi Gaspare),conciatore di pelli, e di Rachele (Ghella) Pincherle, aveva due fratelli minori, Baruch (poi Girolamo, 1752-1783) e Anania (poi Luigi 1754-1781). Il 29 giugno 1763 il padre, rimasto vedovo e desideroso di sposare una giovane cristiana, la diciassettenne Orsola Pasqua Paietta, fece convertire tutta la famiglia: la cerimonia fu officiata dal vescovo di Ceneda Lorenzo Da Ponte, che secondo l’usanza diede alla famiglia il proprio cognome e ad Emanuele anche il nome. Grazie all’interessamento dello stesso vescovo, i tre fratelli studiarono presso il seminario di Ceneda. Dopo la morte del prelato (1768), Lorenzo passò al seminario diPortogruaro, dove prese gli ordini minori (1770) e divenne prete (27 marzo 1773).

Subito dopo si trasferì a Venezia, dove si mantenne impartendo lezioni di letteratura (latina, italiana e francese). Per il resto, dimostrò un carattere libertino e spregiudicato che gli procurò l’odio di benpensanti e rivali, ma anche delle stesse istituzioni: il 17 dicembre 1779 viene bandito per quindici anni dalla Repubblica di Venezia.

Riparato a Gorizia, allora austriaca, si guadagnò da vivere come scrittore, appoggiandosi agli ambienti nobiliari e culturali della città. Nel 1781 venne chiamato a Dresda da Caterino Mazzolà, “poeta della corte” sassone, che più tardi lavorerà alla Clemenza di Tito, lo inizia alla sua nuova attività.

Giunto a Vienna nel 1781, per interessamento di Antonio Salieri diventa poeta di corte dell’imperatore Giuseppe II. Va ricordato che in quegli anni era quasi d’obbligo che le opere avessero il libretto in italiano. Da Ponte scrisse per vari musicisti libretti che ottennero grande successo, ma tre sono i libretti che gli diedero l’immortalità, quelli scritti per Mozart: Le nozze di Figaro (1786) dalla commedia di Beaumarchais, Don Giovanni(1787) (al libretto diede qualche contributo anche Giacomo Casanova) e Così fan tutte (1790). Dopo la morte di Giuseppe II nel 1790, Da Ponte cade in disgrazia presso la corte e nel 1791 si deve allontanare da Vienna.

Si dirige inizialmente a Praga (dove ritrova Giacomo Casanova) e poi a Dresda. Dall’autunno 1792 al 1805 vive a Londra dove scrive libretti per una compagnia operistica italiana e fa per dieci stagioni (1794-1804) l’impresario del King’s Theatre allestendo 28 prime; si sposa con Nancy Grahl, di vent’anni più giovane. L’attività di impresario si risolve in un disastro finanziario, che Da Ponte addebiterà nelle sue memorie al suo compagno di affari Taylor. In ogni caso il precipitare degli eventi lo induce a lasciare il paese per trasferirsi negli Stati Uniti, seguito in breve dalla famiglia.

Inizialmente si stabilisce a New York, per trasferirsi poi a Filadelfia (dove fa l’insegnante di lingua e il negoziante) e, infine e definitivamente, aNew York. Qui apre una libreria e si dedica all’insegnamento della lingua e della letteratura italiana, fino a divenire nel 1825 il primo professore di letteratura italiana nella storia del Columbia College (oggi Columbia University), che ha sede a Manhattan. Sempre nel 1825 organizza la prima americana del Don Giovanni e da quel momento cerca, ma con scarso successo, di promuovere la costituzione di un primo teatro operistico, promuovendo anche una tournée della nipote Giulia Da Ponte in cui vengono per la prima volta in USA proposte le musiche di Gioacchino Rossini. A questo scopo, invita altri musicisti italiani, tra cui Piero Maroncelli, celebre anche come patriota, che, in esilio proprio per le sue idee, accetta il trasferimento, con la moglie Amalia Schneider.

Dal 1823 al 1827 pubblica le sue Memorie in 3 volumi; una loro stesura definitiva viene redatta dal 1829 al 1830. Nel 1828, a settantanove anni di età, viene naturalizzato cittadino degli Stati Uniti d’America. Dalle Memorie è stata tratta una lettura teatrale da parte di David Riondino, musicata dal pianista Stefano Bollani. Come già Mozart, anche il suo luogo di sepoltura non è noto: sepolto nel vecchio cimitero cattolico di Manhattan, dietro la Old Saint Patrick’s Cathedral di Mulberry Street (nella Little Italy), i suoi resti si mescolarono ad altri quando, nel 1848, le salme furono trasferite al nuovo cimitero del Calvario a Queens, dove oggi lo ricorda un cenotafio.

Come era costume dell’epoca, le opere di Da Ponte sono quasi tutte adattamenti di testi pre-esistenti, tranne due eccezioni. Ad esempio, Le nozze di Figaro, sono basate su una trama di Pierre Beaumarchais, come Axur re d’Ormus, scritta per Salieri. Le due eccezioni sono “L’arbore di Diana”, e “Così fan tutte”, un lavoro originale scritto inizialmente con Salieri e terminato con Mozart.

Le soste inquiete di un vagabondo geniale
A proposito di Lorenzo Da Ponte, di Riccardo Insolia

È vero. Non si può neanche iniziare a parlare di Lorenzo Da Ponte – cioè del librettista italiano de Le nozze di Figaro e poi del Don Giovanni e di Così fan tutte – senza ammettere subito che la sua bella quota d’immortalità è in fondo dovuta all’incontro viennese con il grandissimo Wolfgang Amadeus Mozart. Eppure proprio per questo abbiamo il dovere d’essere più curiosi nei suoi confronti, di andare oltre il fatto, a tutti noto, ch’egli ebbe la ventura di partecipare alla nascita di tre straordinari capolavori della cultura europea, di chiederci insomma: chi era veramente Lorenzo Da Ponte? da dove veniva? cosa fece dopo l’irripetibile evento della collaborazione mozartiana? che ci mise di suo?
Cercare le risposte a questi interrogativi può condurci ad intraprendere un viaggio affascinante attraverso l’Europa di quegli anni – da Venezia a Vienna a Londra – per giungere alla fine addirittura a New York.
Può essere faticoso, ma, ve lo assicuro, ne vale la pena, perché Da Ponte fu uno di quei personaggi che l’Italia del XVIII secolo esportava nel mondo: uno della stirpe dei Cagliostro e dei Casanova, geniali e libertini, avventurieri e poeti, capaci di procurarsi tanto di fama e amori, quanto di risentimenti e veleni. Sempre al centro dell’attenzione, attivissimi ed inquieti, audaci e ingenui, condannati alla fuga e al peregrinare senza pace da un luogo all’altro, ma, alla fine, anche in grado di congegnare la propria vita come un grandioso spettacolo teatrale e come ricerca, pur fra mille infingimenti, della libertà.
Nasce dunque il nostro Lorenzo nel 1749 a Ceneda, l’attuale Vittorio Veneto, e non col nome Lorenzo, né col cognome Da Ponte: si chiamava in verità Emmanuel Conegliano, di famiglia ebraica e viveva col padre Geremia e i fratelli Baruch e Anania nel piccolo ghetto – appena una decina di famiglie – di Ceneda.
Lorenzo appare sulla scena, primogenito quattordicenne già precoce per intelligenza vivissima e per fascino personale, mentre Emmanuel scompare per sempre, nel corso di una solenne cerimonia che ha luogo nell’anno 1763: una cerimonia di conversione della sua intera famiglia al Cattolicesimo. Spettacolare dovette essere tutto l’allestimento di quella manifestazione, con tiri di cannone, concerti di campane, un’intera orchestra appositamente convocata, fuochi d’artificio e maestosa processione. L’occasione fu enfatizzata anche con la stampa di un opuscolo: Distinta narrazione del solenne Battesimo conferito nella Cattedrale di Ceneda ad un padre, e tre figli del ghetto di detta città nella giornata del 29 agosto 1763.
Con il battesimo, Emmanuel Conegliano diventa Lorenzo Da Ponte, assumendo il nome e il cognome del vescovo Lorenzo Da Ponte, che aveva preparato la famiglia alla conversione e che n’era ormai il protettore e il garante.
A questo punto il passaggio obbligato e ambito, per un giovane che mostrava segni evidenti di talento, prontezza di spirito e memoria formidabile, era quello dello studio nel seminario di Ceneda. Così Lorenzo entra nel seminario, da subito indisciplinato e geniale, abilissimo a scrivere versi forse privi di particolare profondità, ma perfettamente idonei a riprodurre mimeticamente lo stile dei poeti che il giovane legge e impara a memoria con sorprendente facilità.
Ordinato prete nel 1773, decide di trasferirsi subito a Venezia come istitutore presso una famiglia dell’aristocrazia. Venezia rappresenta finalmente la libertà, la possibilità di far valere il proprio talento, di inseguire le proprie ambizioni, ma anche di esplorare con voluttà indefessa l’universo femminile. Inizia così una fase dominata dalla passione per le donne e per il gioco d’azzardo. Il fratello Girolamo lo ritrae «in possesso di una amorosa passione che lo acceca onninamente» e afferma che Lorenzo «ha solo questo trastullo, di goder la notte a’ teatri, al redotto, e ’l giorno starsi dormendo».
Ovviamente perde il posto di lavoro. Vi è già in quei primi furori veneziani un elemento che sarà costante nella vita di Lorenzo: accanto alla sfrenatezza anche l’incapacità di calcolo, la generosità, la voglia di essere se stesso. Molti anni dopo avrebbe scritto, ritengo con sincerità: «Io credo che il mio cuore sia fatto di materiale diverso da quello degli altri uomini…Io sono come un soldato che, spronato dal desiderio di gloria, si precipita contro la bocca del cannone, come un amante che si getta tra le braccia della donna che lo tormenta».
Costretto ad abbandonare Venezia, lo ritroviamo a Treviso dove insegna latino e poi retorica presso il seminario. Ma a Treviso Lorenzo trova modo di proporre in discussione temi allora proibiti che derivavano direttamente da Rousseau. Dovendo presentare, nella sua qualità di maestro di retorica, il tema annuale per l’accademia del 1776, sceglie il seguente pericolosissimo oggetto di trattazione: «Se gli uomini per le leggi e per le distribuzioni della civil società abbiano il sentiero della felicità umana appianato o ristretto…». Davanti al vescovo, alle autorità, agli ecclesiastici ed alle famiglie più importanti della città, le tesi proposte e discusse da Lorenzo dovettero suonare di natura estremamente eversiva. Il risultato fu un processo con relativa condanna ed espulsione dall’insegnamento. Negli atti della commissione che istruì il caso si legge che negli scritti di Da Ponte «si ravvisa il raro talento d’un uomo che scrive bene, ma che pensa male». In particolare in uno dei componimenti si trattava di un uomo che preferiva ritornare a vivere fra i selvaggi dell’America, dove «nessuno vi è, che inventi leggi con condizioni immutabili, che tenga la terra sotto il proprio dominio. A tutti sono dati un giusto diritto e un giusto potere».
Vedremo più avanti che dell’America dovremo tornare a parlare, proprio a proposito del nostro poeta che vi trascorrerà gli ultimi trent’anni di una lunga e avventurosa esistenza.
Intanto è di nuovo a Venezia, riprende il lavoro di istitutore privato, questa volta presso un nobile, Giorgio Pisani che aveva posizioni rinnovatrici e di opposizione nei confronti dell’oligarchia cittadina. Qui politica e sesso s’intrecciano in modo inestricabile. Fatto sta che Pisani viene arrestato per le sue idee e Da Ponte, nel 1779, per una storia di donne, viene «bandito da Venezia, e Dogado, e da tutte le altre città, terre e luoghi del Serenissimo Dominio, terrestri o marittimi, navigli armati e disarmati, per 15 anni continui». Fugge a Gorizia, in un territorio dipendente da Vienna, dove nel 1773 aveva trovato rifugio per alcuni mesi anche Casanova, poi è a Dresda e, finalmente, nel 1781, a Vienna.
Si apre, a questo punto, quasi miracolosamente, il periodo più fruttuoso per il nostro irrequieto poeta. A Vienna il teatro è una istituzione importantissima, quello italiano è ancora al centro dell’attenzione. Lo stesso imperatore, Giuseppe II, ha competenze musicali non comuni (suona la viola, il violoncello e il cembalo) e si occupa personalmente e puntigliosamente del teatro di corte. Nella capitale operano già, con tutta la vivacità e la forza della loro giovinezza, Mozart e Salieri. Nel 1781 hanno rispettivamente venticinque e trentuno anni. Da Ponte ne ha trentadue e riesce ad inserirsi subito con successo negli ambienti viennesi.
Già nel 1783 Mozart scrive al padre: «Qui come Poeta abbiamo un certo abate Da Ponte. Ora è terribilmente occupato con le correzioni in teatro e deve scrivere per obligo un libretto completamente nuovo per Salieri: prima di due mesi non sarà pronto. Mi ha promesso di scrivermene uno nuovo; ma chissà se potrà – o vorrà! – mantenere la parola. Lei sa bene quanto i signori italiani siano in apparenza cortesi! Basta, li conosciamo. Se è d’accordo con Salieri, non avrò mai un libretto finché campo. Ed invece io ho un gran desiderio di esibirmi anche in un’opera italiana».
Lorenzo Da Ponte sfrutta a fondo questa che è la grande occasione della sua vita: nominato poeta dei teatri imperiali, fra il 1784 e il 1790 scrive per Salieri Il ricco di un giorno e Axur re di Ormus, per Martín y Soler Il burbero di buon cuore (da Goldoni) e Una cosa rara (da Calderón de la Barca). Per Mozart, e contrariamente alle prime aspettative del grande Wolfgang, scrive Le nozze di Figaro (da Beaumarchais nel 1786) e poi Don Giovanni (1787) e Così fan tutte (1790).
Certo se non fosse stato Mozart a musicare i libretti di Da Ponte, non staremmo qui a parlarne, ma il poeta italiano fu in grado di corrispondere alla esigenze del musicista in modo straordinario e quasi in uno stato di grazia. Verità drammatica, trasparenza, senso del teatro, comprensione delle esigenze musicali dei cantanti e del compositore sono dati di fatto che depongono tutti a favore del lavoro di Da Ponte librettista. Egli dimostrò di aver compreso perfettamente un elemento fondamentale di quella complessa operazione creativa a più mani che è l’opera lirica: il libretto deve essere uno scheletro capace di ricevere compiutezza artistica e verità psicologica dalla musica, la quale a sua volta proprio da quelle parole, da quei metri, da quelle situazioni teatrali inevitabilmente deve prendere spunto e vita.
«Al di là di ciò che vi è di unico e irripetibile nella solidale affinità con Mozart – scrive Luigi Lunari – […] il Da Ponte che traspare dai libretti fu un serio e colto uomo di teatro». Mi sembra un giudizio che rende pienamente giustizia al nostro inquieto letterato.
Ma il periodo miracolosamente costellato da successi era destinato a finire. Con l’Europa scossa da drammatiche tensioni rivoluzionarie, dopo la morte di Giuseppe II nel 1790, anche il clima viennese diventa sfavorevole. Il nuovo sovrano Leopoldo II non ha per la musica le stesse attenzioni del suo predecessore e Casanova, sempre ben informato comprende subito che l’opera buffa italiana rischia di essere «dal nuovo monarca congedata. Mi dispiacerebbe per l’abate Da Ponte, quantunque egli mi abbia dimenticato». È destituito dall’incarico presso il teatro di corte ch’egli ormai considerava come la sua casa, abbandona Vienna per Trieste, dove conosce Anna Celestina Grahl (la giovane inglese Nancy), con la quale decide di lasciare l’impero austro ungarico per recarsi a Parigi. Da Ponte abbandona Trieste in condizioni già economicamente difficili, ma – scrive nelle Memorie – «col coraggio o, meglio dire, colla temerità d’un giovinastro di vent’anni». In Boemia incontra l’amico Giacomo Casanova che lo convince a dirigersi verso Londra, evitando Parigi, pericolosissima nel clima post-rivoluzionario. L’incontro fra i due servì a rinsaldare un legame di vero e autentico affetto. Il vecchio Casanova, più esperto e anziano aveva nei confronti di Lorenzo un atteggiamento quasi paterno, egli vedeva in lui una sorta di continuatore delle sue avventure. Nel castello di Dux, ospite del conte Waldstein, Casanova si dedicava con ostinazione disperata alla stesura delle memorie: «costringendomi a scrivere dieci o dodici pagine al giorno, ho impedito all’angoscia più nera di uccidermi o di farmi perdere la ragione». Proprio da quella visita nacque in Da Ponte l’idea di iniziare un proprio libro di ricordi.
Giunto a Londra ha la sensazione di essere dimenticato da tutti, anche dalle antiche conoscenze viennesi: «Credo che l’aria di Londra sia della natura delle acque del Lete», scrive proprio a Casanova. Eppure dopo le prime difficoltà riesce ad ottenere spazi e lavoro, ad insediarsi come poeta del King’s Theater grazie alla collaborazione con William Taylor, impresario e azionista di maggioranza del teatro. Ecco ancora un periodo di floridezza economica anche se i libretti ai quali lavora non hanno più il livello artistico di quelli viennesi e sembrano ormai di routine. Nel 1798 può permettersi di progettare e realizzare un viaggio in Italia, e di rivedere la sua Ceneda, dalla quale era assente dal 1773.
Rifacendosi proprio al passo delle Memorie in cui Da Ponte racconta del suo ritorno a Ceneda, nell’ottobre del 1798, Alphonse de Lamartine, nel suo Cours familier de Littérature dice ammirato: «Nous ne pouvons résister au désir de traduire ce delicieux retour de Lorenzo d’Aponte dans sa petite ville de l’Etat de Venise». E in effetti in queste pagine prive della vanagloria, delle polemiche e dei pettegolezzi che occupano tanta parte delle Memorie si rivela uno scrittore capace di una sincerità autentica e di verità poetica: «Quando i miei piedi toccarono il terreno ov’ebbi la cuna, ed io spirai le prime aure di quel cielo che mi nudrì e mi die’ vita per tanti anni, mi prese un tremore per tutte le membra, e mi corse per il sangue un tale spirito di gratitudine e di venerazione che rimasi del tutto immobile per molto tempo, e non so quanto forse sarei rimasto così, se udita non avessi alle finestre una voce, che mi passò al cor dolcemente e che mi parea di conoscere. Io era smontato dalla carrozza di posta, a qualche distanza per non dar sospetto, con lo strepito delle ruote, del mio arrivo».
Ma il viaggio italiano, che doveva anche essere un viaggio di affari allo scopo di ingaggiare i cantanti per il teatro londinese, si prolungò eccessivamente, mentre a Londra si attendevano notizie e la stagione teatrale stava per iniziare. Il ritardo ebbe effetti devastanti sulla situazione finanziaria di Taylor e la conseguenza fu il licenziamento di Da Ponte. Ebbe inizio allora una serie di fallimenti delle attività di vario genere (da quelle tipografiche a quelle librarie) che Da Ponte aveva intrapreso a Londra. Questo periodo confuso e difficile, durante il quale egli fu anche varie volte arrestato per debiti, si concluse nel 1805 una vera e propria fuga dai creditori verso l’America.
A New York, con la sua famiglia, il poeta riprende un’instancabile attività di compravendita di libri, di giornalista, traduttore, editore, insegnante e impresario teatrale. In un ambiente che era culturalmente il più lontano possibile da Venezia, Vienna, Londra, dove ancora mancavano buone orchestre e non c’era traccia di tradizione musicale, con un entusiasmo tanto appassionato quanto velleitario, riesce ancora una volta a ricostruirsi un ruolo e una missione: questa volta quello di divulgatore e di difensore della cultura letteraria e musicale italiana. Insegna al Columbia College, pubblica le Memorie. Nel 1826 gli riesce di far rappresentare il Don Giovanni con la compagnia di Manuel García.
Nel 1831, muore l’unica vera donna della sua vita, l’adorata Nancy. Per il vecchio poeta è un colpo durissimo. «Il presunto libertino – scrive Aleramo Lanapoppi nella sua attendibile e documentata biografia di Da Ponte – si era dimostrato marito affettuoso e assolutamente fedele, e aveva trovato nella ‘bella inglesina’ e nella sua famiglia quel punto di riferimento costante di cui aveva assolutamente bisogno».
Ma già un anno dopo, nel 1832, a ottantatré anni, trova la forza di promuovere una sottoscrizione per realizzare una stagione teatrale italiana. In «un paese di mercadanti che fanno commercio di tutto, persino del divertimento», riesce a raccogliere fra New York e Philadelphia ben 6.000 dollari. «La carta delle sottoscrizioni – esclamò orgogliosamente – è più lunga della lista di Don Giovanni».
Nel 1833 si fa promotore di un’altra raccolta di fondi: quella per la costruzione di un teatro italiano. Ma, man mano che la costruzione del teatro procedeva, lui si sentiva sempre più emarginato, a causa di una serie di polemiche alle quali, come sempre, non sapeva rinunciare. L’impresa venne effettivamente realizzata in tempi brevissimi: il teatro fu inaugurato nel novembre del 1833 con La gazza ladra di Rossini e il pubblico rimase abbagliato per il lusso e la finezza delle decorazioni.
Bramoso di affari, ambizioso e generoso, inquieto e velleitario continuò a combattere (e a polemizzare e a inguaiarsi) con enorme energia vitale fino alla fine. Morì nel 1838 e una grandissima folla seguì il suo funerale nella cattedrale cattolica di San Patrizio.
Aveva attraversato situazioni storiche drammatiche e assolutamente eterogenee, passando dalle corti dei sovrani illuminati alla prima democrazia americana, aveva scritto più di trenta libretti d’opera, e, oltre alle Memorie, opuscoli e versi d’occasione in gran quantità. Avuto modo di conoscere Gozzi e Metastasio e Foscolo, Casanova, Mozart, Salieri, Maroncelli. Era stato capace di riempire di mille affanni e di mille attività la sua lunga esistenza terrena.
Quanto a quella post mortem, sarebbero bastati i cinque anni di collaborazione con Mozart per renderla lunghissima.

*Per non appesantire il testo ho scelto di non inserire note, ad eccezione di questa, necessaria per precisare che le citazioni presenti in questo scritto sono tutte tratte da due fondamentali volumi di riferimento: Lorenzo Da Ponte, Tre libretti per Mozart, a cura di Paolo Lecaldano con una introduzione di Luigi Lunari, Milano, Rizzoli, 1990 e Aleramo Lanapoppi, Lorenzo Da Ponte. Realtà e leggenda nella vita del librettista di Mozart, Venezia, Marsilio, 1992.

di Riccardo Insolia

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La tomba di Toscanini al Cimitero Monumentale. Il maestro, inconsolabile per la morte del figlio Giorgio, di soli 5 anni, commissionò la tomba di famiglia allo scultore Leonardo Bistolfi (Fotogramma)“Per quale motivo la tomba di Arturo Toscanini, nel Cimitero Monumentale di Milano, realizzata dallo scultore Leonardo Bistolfi, versa in pessime condizioni? Come si intende intervenire per restituire al monumento la dignità che è dovuta alla memoria del grande maestro?” Lo chiede, con una interrogazione urgente al Ministro per i Beni e le attività culturali, la

(Fotogramma)

 senatrice del Pd Albertina Soliani che precisa: “Il problema è emerso quando sono giunte dall’America, poco tempo fa, le ceneri del nipote Walfredo Toscanini, recentemente scomparso. Il monumento, fatto costruire dal Maestro in occasione della morte del figlio Giorgio, accanto al quale Egli riposa, versa in uno stato di tale degrado tanto da suscitare lo sconcerto dell’opinione pubblica. Di fronte a tale situazione – spiega Soliani – si assiste ad un rimpallo di responsabilità, circa il dovere di provvedere alla manutenzione straordinaria del monumento, tra la Fondazione Casa Verdi, la casa di riposo per musicisti a Milano di cui Toscanini fu uno dei maggiori benefattori, il Comune e la Provincia di Milano.” “Chiediamo al ministro competente di riferire in merito a questa triste situazione”

MILANO – Una «piccola bara», arrivata da oltroceano, «scese per prima» nella tomba di Arturo Toscanini. Perché aveva soltanto 5 anni Giorgio, figlio terzogenito del maestro, quando una difterite fulminante se lo portò via a Buenos Aires, il 10 giugno 1906, mentre il padre dirigeva la stagione lirica nella capitale argentina. Il maestro, inconsolabile, commissionò una tomba di famiglia allo scultore Leonardo Bistolfi, al Cimitero Monumentale, per riposare, un giorno, accanto al figlio e agli altri famigliari. Nei giorni scorsi, un’interrogazione parlamentare urgente al Ministro per i Beni e le attività culturali ha segnalato le cattive condizioni in cui versa la tomba, tra marmi anneriti e rotture di fregi (l’ultimo restauro risale al 2002). E l’assessore ai Servizi civici, Daniela Benelli, ha promesso di impegnarsi: «Proporrò alla giunta di assumersi la responsabilità della manutenzione straordinaria della tomba di Toscanini, a patto che la Fondazione Verdi si occupi di quella ordinaria».

 

IL NIPOTE – «Il problema – ha denunciato nell’interrogazione parlamentare la senatrice del Pd Albertina Soliani – è emerso quando sono giunte dall’America, poco tempo fa, le ceneri del nipote Walfredo Toscanini, recentemente scomparso. «Come si intende intervenire per restituire al monumento la dignità che è dovuta alla memoria del grande maestro? (…) Di fronte a tale situazione si assiste ad un rimpallo di responsabilità, circa il dovere di provvedere alla manutenzione straordinaria del monumento, tra la Fondazione Casa Verdi, la casa di riposo per musicisti a Milano di cui Toscanini fu uno dei maggiori benefattori, il Comune e la Provincia di Milano».

LA PROFANAZIONE – Nella tomba si notano fregi mancanti, marmi corrosi e macchiati di nero. All’interno, dove dovrebbero entrare le ceneri di Walfredo Toscanini, ci sono ancora i danni provocati dai ladri sacrileghi che nel maggio 2004 profanarono la sepoltura della figlia del maestro, Wanda Toscanini Horowitz, morta il 21 agosto 1998, forse perché si era diffusa la voce che l’ultima figlia del maestro e moglie del leggendario pianista si fosse fatta seppellire con i suoi favolosi gioielli. I ladri spaccarono a martellate la lapide di marmo, aprirono una breccia nel muro di cemento che proteggeva la bara e aprirono la cassa, poi si allontanarono senza danneggiare la salma.

CASA VERDI – Wanda Toscanini, lasciò nel suo testamento il 40% della sua eredità, oltre cinque milioni di dollari, alla Casa di Riposo per musicisti Verdi. Su richiesta del nipote Walfredo Toscanini, Casa Verdi dal 2000 si è assunta volontariamente la manutenzione ordinaria della cappella con la relativa pulizia e fornitura di fiori; nel 2002, «a fronte del degrado in cui la cappella era stata lasciata nei decenni precedenti dai familiari del Maestro» – come si legge sul sito della Fondazione -, Casa Verdi eseguì a sue spese un intervento di restauro, pur eccedendo la manutenzione ordinaria». Ora è necessario un altro intervento per restaurare i marmi esterni, ma la Fondazione, che ha in programma lavori molto impegnativi per il prossimo bicentenario verdiano, non ha i fondi per occuparsene. L’accordo con il Comune potrebbe sbloccare la situazione. di Sara Regina

 

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menu orange ice

I centrifugati di verdura e frutta sono incomparabili nella loro azione disintossicante. Abituarsi a berne un paio di bicchieri al giorno non è difficile, soprattutto in questo periodo, vista la grande disponibilità di frutta e verdura di stagione. Cerchiamo di capire quali sono le caratteristiche che ne fanno una bevanda così benefica per il nostro organismo.

Innanzitutto, i succhi estratti da verdure fresche contengono elementi nutritivi in alte concentrazioni. Questi elementi sono spesso carenti nella dieta moderna, per via dei vari processi di raffinazione a cui è sottoposto il cibo prodotto in quantità industriale. Contengono inoltre alte quantità di antiossidanti (il betacarotene, la vitamina C, lo zinco, il selenio, il manganese e il magnesio) in forma facilmente utilizzabile, perché, avendo rimosso la fibra, l´assorbimento intestinale avviene molto più rapidamente.

Fornendo sostanze antiossidanti necessarie al mantenimento dell´integrità cellulare, è possibile riparare la delicata struttura del DNA nucleare e del mitocondrio. Una volta che viene facilitato questo processo di guarigione fisiologica, le mutazioni patologiche possono essere arrestate in modo naturale e senza effetti collaterali distruttivi. Ciò significa che questi succhi contengono sostanze fitochimiche che prevengono il cancro.

Ma come si preparano? E´ un processo rapido e semplice, che non richiede più di 15 minuti al giorno. Serve semplicemente un particolare spremitore che separi la parte fibrosa delle verdure e frutta da quella liquida.

CENTRIFUGATI DEPURATIVI

Per l’Intestino:
Centrifugato di cocomero
E´ ottimo da bere al mattino a stomaco vuoto, con l´aggiunta di succo di limone. Per renderlo più efficace nelle sue qualità depurative, si possono anche aggiungere succhi di ciliegie, fragole e more. La preparazione è semplice: togliete la parte verde della scorza (perché può dare disturbi intestinali) e centrifugate il resto.

Per lo Stomaco:
Centrifugato di finocchio e mela (o pera)
Centrifugate prima il finocchio (sia la parte verde e che le fronde) e poi aggiungetevi la mela o la pera. Questo centrifugato va bevuto prima dei pasti, a piccoli sorsi, quando si hanno problemi di digestione causati da scarsità di secrezioni gastriche e biliari. Per renderlo ancora più potente, potete aggiungere una piccola radice fresca e qualche foglia di dente di leone (tarassaco).

Per il Sangue:
Centrifugato di rapa e mela (o pera)
Estraete mezzo bicchiere di succo di rapa rossa e aggiungete mezzo bicchiere di succo di mela o pera. Se desiderate unitevi un po´ di succo di limone. Questo estratto facilita la depurazione del sangue, specialmente se si aggiunge un po´ di radice fresca di bardana, circa un centimetro.

Per i Reni:
Centrifugato di asparagi e pomodoro
Estraete mezzo bicchiere di succo di asparagi freschi e mezzo bicchiere di succo di pomodoro. Condite con un pizzico di sale e pepe di Cayenna. Questo centrifugato facilita la depurazione dell´acido urico dai reni e aiuta nella guarigione dell´acne e dell´eczema cutaneo, inclusa la psoriasi. E´ tuttavia sconsigliato nel caso di calcoli renali, perché può causare coliche.

Contro l´ulcera:
Centrifugato di cavolo e di mela
Estraete mezzo bicchiere di succo da un cavolo verde e rosso. Diluite con mezzo bicchiere di succo di mela o pera e bevetene a piccoli sorsi prima dei pasti. Questo centrifugato facilita la riparazione dei tessuti ulcerati nello stomaco duodeno

Cosa sono le vene varicose?

Le vene gonfie di solito visibili sulle gambe sono chiamate vene varicose. Queste vene possono causare dolore, stanchezza, o una sensazione di bruciore agli arti che ne sono affetti. Generalmente le donne sono afflitte più degli uomini da questa condizione. Le vene varicose sono spesso sgradevoli e possono essere più visibili quando una persona è in piedi a causa dell’aumento della pressione sanguigna negli arti colpiti. Uno dei primi sintomi di vene varicose è quando si verifica del gonfiore lungo un percorso venoso. Se è una vena di una gamba, possono verificarsi dei crampi muscolari con una sensazione di stanchezza generale delle gambe. In alcuni casi, il normale flusso del sangue verso il cuore può essere invertito quando la persona è in posizione eretta. Questo in alcuni casi porta ad un accumulo di sangue nella parte inferiore delle gambe e la pelle diventa violacea, e ad altre complicazioni come ulcere nella zona interessata.

La dieta di Succhi nel Trattamento delle Vene Varicose

Una regolare assunzione di succhi di frutta aiuta a mantenere il peso corretto. E insieme a una dieta equilibrata di cibi crudi e verdure ti darà i nutrienti che possono aiutare a prevenire le vene varicose. La vitamina C e le proteine vegetali sono componenti eccellenti per la formazione del collagene, una parte del tessuto di vene e valvole. Se il collagene è in buona forma, i tessuti sono in grado di resistere alla formazione di varici. E’ stato dimostrato che il succo di verdura cruda biologica di carota in combinazione con il succo di spinaci è utile nel trattamento delle vene varicose. Le proporzioni considerate utili sono il 25% di succo di carota e il 75% di succo di spinaci. Anche i succhi di frutta e di bacche di colore scuro, come ciliegie, mirtilli e more sono validissime, in quanto hanno antociani e proantocianidine: questi sono pigmenti che rafforzano il tono e le pareti delle vene. L’ananas è ricco di bromelina, enzima che aiuta a prevenire i coaguli di sangue. I grumi sono una complicazione rara, ma grave, a cui sono soggetti alcuni pazienti affetti da vene varicose.

Consumare regolarmente succhi di frutta e verdura fornisce i nutrienti necessari in concentrazioni molto più elevate di quanto si possano ottenere semplicemente mangiando frutta. Per ottenere i migliori risultati è necessario bere almeno mezzo bicchiere di succo di frutti di bosco freschi o succo di ananas, da soli o mescolati con altri succhi di frutta. Bere uno o due bicchieri di succhi di frutta fresca o di verdura ogni giorno (qualsiasi combinazione con succo di mele, rape rosse, carote, sedano, agrumi, prezzemolo – solo alcuni ciuffi- o ananas), includendo nella propria alimentazione frutta e verdura cruda, può essere utile nella prevenzione e nel trattamento delle vene varicose. E non solo.

Come ottenere questi succhi?

Nei supermercati possiamo trovare bottigliette di succhi di frutti di bosco. Sono succhi pastorizzati e costano un occhio della testa, e gli enzimi sono ovviamente morti durante il processo di pastorizzazione, processo che serve solo a far durare per mesi il prodotto sugli scaffali. I succhi freschi dovrebbero fare parte di un’alimentazione sana e il miglior succo di frutta è quello fatto in casa!

Da molto tempo vengono usate le centrifughe per fare i succhi, e ormai è diventato di uso comune chiedere un succo centrifugato in alcuni locali, ma in realtà oggi il succo migliore si ottiene da un estrattore di succhi. Il succo di frutta estratto (non più centrifugato) fornisce il massimo di nutrienti ed è anche più gustoso! Le centrifughe tradizionali forniscono un succo meno efficace in quanto scartano alcuni micronutrienti.

So che molti hanno difficoltà a scegliere un estrattore a causa di molti fattori che vanno considerati, come la resa, la qualità dei succhi e dell’apparecchio, facilità di pulizia, comodità d’uso, il costo, l’assistenza, da chi acquistare, la serietà di chi vende. Mi sono trovato nella tua stessa condizione tempo fa. Ero molto frustrato allora dato che non riuscivo a trovare una soluzione pratica e fattibile per ottenere i migliori succhi come volevo io. Ho cercato dappertutto e mi sono davvero stressato. Perché? Perché le informazioni su come scegliere il miglior estrattore erano sparse qua e là. Come si fa a ricavarle tra migliaia di blog e centinaia di forum? Ma i miei sforzi non sono stati vani perché alcuni di questi estrattori hanno dato dei risultati apprezzabili quando li ho provati. Dopo che innumerevoli ore e sforzi sono stati spesi per la sperimentazione di vari estrattori, ora so quali danno buoni risultati, quelli che danno quasi buoni risultati e quali decisamente da scartare.

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Senza considerare che per risolvere patologie anche gravi come le malattie degenerative le cliniche Gerson, per esempio, richiedono che il paziente per la terapia (che include il consumo giornaliero di succhi freschi di frutta e verdura) si fornisca di un estrattore e non di una centrifuga.

Con un estrattore si ottengono succhi con più fibre (sì, fibre ridotte alla consistenza di succo!), enzimi, vitamine e minerali traccia. Questi succhi per la salute sono dolci, ricchi di pigmenti naturali colorati e con un sapore corposo. E bevendo succo di frutta fresca e verdura si può migliorare e mantenere la buona salute.

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I succhi di frutta e verdura, in aggiunta all’alimentazione naturale dell’uomo, descritta in quella che possiamo definire una guida eccellente, convalidata da un secolo (ho detto proprio secolo!) di successi, come Il Sistema di Guarigione della Dieta Senza Muco ti porteranno a un livello di salute che non avresti mai immaginato che esistesse.

Gli spinaci sono l’alimento più vitale per tutto il tratto digerente, sia per la sezione alimentare del corpo (lo stomaco, il duodeno, e l’intestino tenue), che per l’intestino crasso o colon, come riconosciuto da tempo immemorabile.

Con gli spinaci crudi, la Natura ha fornito all’uomo il miglior materiale organico per la pulizia, la ricostruzione e la rigenerazione del tratto intestinale. Il succo di spinaci crudi adeguatamente estratto, con la frequenza di circa mezzo litro al giorno, ha spesso risolto i casi più gravi di stipsi in pochi giorni o settimane.

Sfortunatamente molti usano purganti per la pulizia del tratto intestinale senza una comprensione di ciò che avviene esattamente. Qualsiasi prodotto chimico, purgante inorganico o lassativo, agisce come un irritante, stimolando i muscoli degli intestini ad espellerlo. Con l’espulsione di questo irritante, anche l’ultimo cibo parzialmente indigesto presente nell’intestino viene espulso insieme. E’ ovvio, e in pratica si è dimostrato essere un fatto, che l’abitudine di prendere lassativi irritanti fa sì che se ne debbano prendere sempre di più forti. Il risultato non è una cura per la stipsi, ma una condizione cronica di inattività dei tessuti locali, muscoli e nervi.

I purganti chimici sono semplicemente irritanti e mentre aiutano a rimuovere parte dei rifiuti presenti nell’intestino, non possono causare altro che la sua degenerazione. Inoltre, questi metodi di pulizia del tratto intestinale sono esclusivamente temporanei nel loro effetto e non forniscono materiale per la rigenerazione e la ricostruzione di muscoli e nervi e di tessuti indeboliti o degenerati e inoltre disidratano il corpo.

È indispensabile che dopo l’espulsione di residui acidi, tossine e veleni venga fornita all’organismo una soluzione organica alcalina come succhi freschi di frutta naturali per impedire una carenza inevitabile di acqua nel corpo. Inoltre, se non viene fornita alcuna soluzione alcalina, i veleni rimanenti nel tratto intestinale vengono riassorbiti, e di nuovo raccolti dal flusso linfatico, aggravando la condizione che si stava cercando di correggere.

Il succo fresco di spinaci pulisce in modo efficace e aiuta a guarire non solo il colon ma l’intero tratto intestinale.
Gli spinaci lavorano in maniera naturale riparando prima i danni più essenziali, ma non è sempre evidente nel corpo l’opera di rigenerazione che sta avvenendo. I risultati possono non essere evidenti a volte fino a sei settimane o due mesi dopo il consumo giornaliero di questo succo.

E’ comunque necessario che si vada di corpo almeno una volta al giorno, e se questo non succede è necessario fare dei clisteri.

Un’altra caratteristica importante del succo di spinaci è il suo effetto sui denti e sulle gengive. Aiuta a prevenire la piorrea una malattia causata da un deficit di elementi che si trovano in particolare anche nella combinazione dei succhi di carota e di spinaci. Il sanguinamento delle gengive e la degenerazione della polpa dei denti sono molto frequenti a causa dell’uso abituale di cereali devitalizzati come i farinacei, zucchero raffinato, e carenza di altri elementi e di vitamina C.

Un aiuto considerevole per risolvere questa afflizione e sicuramente per la prevenirla proviene dal consumo di cibi crudi biologici e, più in particolare, bevendo un’ampia quantità di succo di carote e spinaci.

Altri disturbi come ulcere duodenali e di altro tipo, anemia perniciosa, convulsioni, degenerazione di vari nervi, deficienza nelle secrezioni delle ghiandole surrenali e della tiroide, artrite, ascessi, foruncoli, dolori nella regione delle gonadi, gonfiore degli arti, tendenza a emorragia, perdita di vigore, reumatismi e altri dolori, ridotta funzionalità del cuore, pressione sanguigna bassa e alta, disturbi agli occhi e mal di testa, emicranie, sono dovuti principalmente ai rifiuti accumulati nel colon. Oltre anche alla carenza degli elementi contenuti in carote e spinaci crudi. Il modo più rapido ed efficace con cui il corpo può ottenere e assimilare questi elementi è di bere ogni giorno almeno un litro di succhi freschi di queste e altre verdure.

Spinaci, lattuga, crescione, carote e peperoni verdi, sono tra le verdure che contengono più vitamine C ed E. La mancanza di una sufficiente quantità di vitamina E nel organismo è un fattore responsabile di aborti spontanei, impotenza e sterilità in entrambi i sessi. Molte forme di paralisi sono dovute a mancanza di vitamina E, oltre a malessere generale e alterato metabolismo.
Quando gli spinaci sono oggetto di discussione, in genere vengono associati alla loro efficacia come lassativo. La causa di tale efficacia è l’alto contenuto di acido ossalico in questo ortaggio. Si tratta di un elemento così importante per l’attività dell’intestino che è meritevole di un’attenzione molto speciale.
Gli spinaci non devono mai essere consumati cotti, a meno che non si sia particolarmente ansiosi di accumulare cristalli di acido ossalico nei reni, con il dolore conseguente e problemi renali. Quando gli spinaci sono cotti, gli atomi di acido ossalico diventano inorganici a causa del calore e possono formare cristalli di acido ossalico nei reni.

Acido Ossalico

Uno dei misteri del corpo umano è quella funzione che è conosciuta come movimento peristaltico. Questo movimento, costituito da una sequenza di movimenti ondulatori, costringe qualsiasi materiale che sia presente nell’intestino a proseguire. Si tratta di una serie di contrazioni e rilassamenti di nervi e muscoli, una funzione che si svolge involontariamente, per quanto riguarda il nostro potere di controllare volontariamente, e apparentemente è completamente automatico.

L’efficienza di questa azione peristaltica tuttavia dipende dal tono e dalla sana condizione vigorosa dei nervi e dei muscoli del tratto intestinale.

L’acido ossalico organico è uno degli elementi più importanti necessari per mantenere il tono muscolare, e per stimolare la peristalsi. Qualsiasi movimento del corpo che avviene tramite azione “involontaria” dei suoi organi, si basa sulla presenza di vita nelle cellule e tessuti di tali organi. La vita è attiva, magnetica e ovviamente può esistere solo dove non vi sia alcuna azione di morte, né materia morta, e questo vale sicuramente per le cellule e i tessuti del nostro corpo.
Se gli organi più importanti che si occupano di alimentare il nostro corpo e dei suoi processi eliminativi sono moribondi, l’efficienza della loro funzione è compromessa, per non dire altro. Questa condizione può derivare solo da una mancanza o carenza di atomi vivi nei cibi che dovrebbero alimentare le cellule e i tessuti interessati. Cibo vivo significa che contiene atomi organici vivi e gli enzimi che si trovano solo nei cibi crudi.

È molto importante chiarire la questione dell’acido ossalico, riguardo al quale molto spesso non si fanno le dovute distinzioni. Quando il cibo è crudo, intero o sotto forma di succo, ogni atomo in tali alimenti è di vitale importanza biologica ed è pieno di enzimi. L’acido ossalico nelle verdure crude e nei succhi spremuti è organico, e come tale è essenziale per le funzioni fisiologiche del corpo.
L’acido ossalico nei cibi cotti e lavorati è definitivamente morto, o inorganico, e come tale è sia dannoso che distruttivo. L’acido ossalico si combina facilmente con il calcio. Se questi sono entrambi organici, il risultato è una benefica combinazione costruttiva, in quanto il primo aiuta l’assimilazione digestiva del secondo, al tempo stesso stimolando le funzioni peristaltiche nel corpo.

Quando l’acido ossalico è diventato inorganico per la cottura o la lavorazione industriale dei cibi che lo contengono, allora questo acido forma un composto legandosi con il calcio presente in altri alimenti consumati durante il pasto stesso, distruggendone il valore nutritivo e rendendone impossibile l’assimilazione. Ciò si traduce in una grave carenza di calcio che è nota per provocare l’osteoporosi. Questo è il motivo per cui non bisogna mai mangiare gli spinaci cotti o in scatola.

Per quanto riguarda l’acido ossalico in sé, se convertito in un acido inorganico dalla cottura o dalla lavorazione del cibo, si trasforma in cristalli inorganici di acido ossalico formando calcoli nei reni.

I minerali nei nostri cibi, come il ferro per esempio, non possono essere assimilati e utilizzati completamente se sono diventati inorganici attraverso la cottura, e spesso impediscono l’utilizzo di altri elementi tramite reazioni chimiche e altre azioni. Quindi, il ferro nel succo fresco di spinaci può essere utilizzato al 100%, ma solo un quinto o meno sarebbe utilizzabile negli spinaci cotti, senza contare l’azione deleteria dell’acido ossalico reso inorganico dalla cottura.

L’acido ossalico organico è così vitale per il nostro benessere, che si dovrebbero bere quotidianamente succhi freschi di vegetali che lo contengono per integrare il consumo di queste verdure crude in insalata.

Le fonti più abbondanti di acido ossalico sono gli spinaci, le foglie di bietola, di rapa e di cavolo verza. Rigorosamente crudi.

A seconda della condizione dell’individuo, il succo fresco di carota può essere assunto indefinitamente in qualsiasi quantità ragionevole, da mezzo a tre o quattro litri al giorno. Contribuisce a normalizzare l’intero organismo. E’ la più ricca fonte di vitamina A che il corpo possa rapidamente assimilare e costituisce anche un ampio rifornimento di vitamine B, C, D, E, G, E e K. Aiuta a promuovere l’appetito ed è un aiuto per la digestione.

È un valido aiuto nel miglioramento e mantenimento della struttura ossea dei denti.

Le madri che allattano dovrebbero bere molto succo di carota fresco, adeguatamente preparato, per migliorare la qualità del loro latte, perché il latte materno può in determinate circostanze non fornire sufficienti alimenti vitali. Durante gli ultimi mesi di gravidanza, il succo fresco di carote, preso in quantità sufficiente, tende a ridurre le possibilità di sepsi puerperale al momento del parto. Mezzo litro di succo di carota, ogni giorno, ha un reale valore nutritivo più di qualsiasi quantità di compresse di calcio inorganico che si possa ingerire in una giornata.

Il succo di fresco carota è un solvente naturale per ulcere e tumori. Rende più resistenti alle infezioni, migliora il funzionamento delle ghiandole surrenali. Aiuta a prevenire le infezioni agli occhi e alla gola così come alle tonsille, ai seni nasali e alle vie respiratorie in generale. Inoltre protegge il sistema nervoso e non ha eguali nell’aumentare il vigore e la vitalità.

Malattie intestinali e del fegato sono a volte il risultato della mancanza di alcuni degli elementi come quelli contenuti nel succo fresco di carote adeguatamente preparato. Quando questo è il caso, bevendo giornalmente succo di carote può avvenire una notevole pulizia del fegato, e si può notare che il materiale che lo intasava viene dissolto. Spesso queste scorie vengono rilasciate in modo così abbondante che le vie intestinali e urinarie non sono sufficienti a causa di questo eccesso, e in modo perfettamente naturale vengono passate nella linfa per l’eliminazione attraverso i pori della pelle. A volte queste tossine uscendo danno alla pelle una colorazione giallo-arancio.

Ogni volta che una simile colorazione avviene dopo aver bevuto succhi di carota o altri vegetali, è un’indicazione che il fegato sta effettuando una necessaria pulizia.

Non è il succo di carota né il carotene che passa attraverso la pelle e la colora di giallo, in quanto questa colorazione avverrebbe anche se il succo venisse filtrato al punto di eliminare i pigmenti arancione. E’ praticamente impossibile per il pigmento della carota uscire attraverso la pelle come sarebbe impossibile per il pigmento rosso della barbabietola colorarla di rosso o per la clorofilla dei vegetali a foglia verde darle un colore come quella di Hulk.

In ogni caso, non è forse meglio avere una pelle sana e satinata, anche se temporaneamente con una leggera ombra color carota, piuttosto che avere una carnagione che, insieme con i suoi brufoli e altre imperfezioni, pubblicizza la condizione malsana del corpo?

Invece di diventare angustiati per la comparsa di discromie cutanee, che in ogni caso scompariranno man man che il fegato si disintossica, dovremmo essere gratificati dal fatto che la disintegrazione del fegato è stato interrotta o impedito con l’uso di questi succhi di frutta.

Questa colorazione può tuttavia essere attenuata rallentando il processo di disintossicazione cambiando o aggiungendo altri succhi a quel particolare succo che causa un tale rapida attività pulizia.

Anche la mancanza di sufficiente riposo, il sonno e il superlavoro possono influire sul colore della pelle.

Le ghiandole endocrine, in particolare le ghiandole surrenali e le gonadi, richiedono elementi nutritivi che sono presenti anche nel succo di carota fresco. La sterilità è talvolta superata con il suo utilizzo. La causa della sterilità è stata associata anche all’uso continuo di alimenti in cui sono stati distrutti gli atomi e gli enzimi dalla cottura o dalla pastorizzazione.

Pelle secca, dermatiti, e macchie della pelle sono dovute ad una carenza nel corpo di alcuni di questi elementi nutritivi contenuti nel succo di carota. La carenza di questi elementi nutritivi è anche un fattore di problemi agli occhi, come oftalmia, congiuntivite, ecc

Se correttamente estratto, non centrifugato, da carote di buona qualità, il succo fresco di carota è molto ricco di vitali elementi alcalini organici di sodio e potassio. Inoltre dà un buon apporto di calcio, magnesio e ferro, mentre elementi vitali organici come fosforo, zolfo, silicio, e cloro sono perfettamente bilanciati con i precedenti.

Come aiuto per dissolvere ulcere e cancro, il succo fresco di carote si è dimostrato miracoloso. Si è riscontrato tuttavia che è essenziale che venga adeguatamente estratto e che ogni traccia di zuccheri, amido e farinacei di ogni genere vengano completamente eliminati dalla dieta.

Una delle cause più insidiose di ulcere e cancro è stata scoperta nel risentimento che albergava nell’animo del malato da lungo tempo, troppo, spesso fin dall’infanzia. A meno che il risentimento non venga completamente dissolto, abbandonato, questo sentimento negativo può vanificare i tentativi di aiutare il paziente.

Succede a volte, dopo aver bevuto grandi quantità di succo di carota, che si sperimentino reazioni o qualche disagio. Questa è una sequenza perfettamente naturale, è un’indicazione che la Natura ha iniziato a fare le pulizie di casa nel corpo e che questo succo di frutta è l’attrezzo più necessario per questo scopo.

Alcune persone affermano che i succhi non vanno bene per loro, dimostrando mancanza di comprensione, dato che un succo non è né più né meno che la migliore qualità di acqua organica e il tipo di nutrimento che contiene elementi nutritivi di cui il corpo ha bisogno. Se il succo è fresco ed è stato ottenuto con un estrattore e non una centrifuga non c’è nulla che possa fare, neanche immaginando con lo sforzo più selvaggio, se non fornire gli enzimi, gli atomi vitali, e l’acqua vitale organica che le cellule del corpo e i tessuti affamati bramano e reclamano.

Quando siamo abbattuti per la stanchezza, l’angoscia, o disturbi di varia natura dipende spesso dal fatto che il colon è responsabile di più guai e mali all’interno del nostro corpo di tutte le altre cause e condizioni messe insieme. E’ assolutamente impossibile che il colon si sviluppi normalmente e funzioni correttamente quando ci si nutre in gran parte o interamente di cibi cotti e lavorati. Pertanto è quasi impossibile trovare molti colon che siano perfetti.

Se si ritiene che il colon possa avere parte nelle condizioni di salute in cui ci troviamo, il nostro primo passo sarebbe di fare una serie di irrigazioni del colon, se possibile, o almeno, un certo numero di clisteri. I succhi vegetali freschi avrebbero poi maggiori opportunità di portare a termine i processi di rigenerazione. Il succo migliore per il colon è la combinazione carota e spinaci.

Molte persone non hanno la più vaga idea di cosa sia colon né come è fatto o dove si trova nel corpo. Questa immagine può darne un’idea.

La quantità di succhi necessari per il corpo si basa sulla loro qualità. Di solito ci vorrà una quantità assai maggiore di succhi estratti per azione centrifuga per ottenere i risultati ottenuti da succhi ottenuti con un estrattore a movimento lento.

I succhi sono il nutrimento migliore che possiamo ottenere, e se continuiamo a berne ogni giorno fintanto che viviamo è probabile che vivremo una vita più sana e molto più lunga di quanto sarebbe possibile senza berli.

Il succo di carota è composto da una combinazione di elementi che alimentano l’intero organismo, contribuendo a normalizzare il suo peso, come pure l’equilibrio biochimico.

Nutre il sistema ottico in particolare, come dimostra un esperimento con molti giovani che hanno presentato domanda di ammissione come piloti alle scuole dell’esercito e della marina, ma sono stati respinti al loro primo esame fisico a causa di difetti della vista. Poche settimane più tardi, dopo aver bevuto in abbondanza succo di carota fresco ogni giorno, sono stati esaminati di nuovo. Per la quasi totalità sono stati accettati avendo il requisito della perfezione della vista.

Se questo dovesse accadere una sola volta, sarebbe senza dubbio considerato un fenomeno occasionale. Se dovesse accadere solo due volte, sarebbe considerata una coincidenza. Quando accade più volte però, c’è sicuramente una ragione sufficiente per porre dubbi che possano essere delle coincidenze. E’ un fatto, non importa se la scienza lo convalidi o meno.

Non meno efficace è il succo fresco di carota per il trattamento di ulcere e tumori. Tessuti emaciati da tali devastazioni insidiose classificati come ulcere e tumori, sono stati di nuovo nutriti fino a raggiungere una condizione più sana con l’uso abbondante di succo di carota come alimento principale di un menù accuratamente selezionato di frutta e verdure crude.

I profani hanno generalmente soggezione, paura, e rimangono perplessi al solo pensiero di queste malattie degenerative, eppure la loro causa e la progressione è molto semplice da capire. A causa della carenza di atomi vivi nel cibo che le persone mangiano nella società attuale, le cellule del corpo affamate e mezze morte di fame, incapaci di funzionare correttamente ed efficacemente nel modo che sono destinate a farlo, si ribellano e diventano disorganizzate. Non essendo del tutto morte queste cellule si liberano dal loro ancoraggio (in senso figurato), e fluttuano intorno fino a trovare una qualsiasi posizione all’interno del corpo dove si possono raggruppare. In un corpo più o meno vivo che soffre per la malnutrizione a causa di cibi cotti, preconfezionati, pieni di additivi chimici, ci sono un sacco di aree in cui la resistenza protettiva è bassa.

Non dobbiamo concludere che ulcere e cancro siano soltanto conseguenze di malfunzionamenti del corpo fisico. Questi e molti altri disturbi possono derivare da risentimenti di tutta una vita, dallo stress causato da stati d’animo come gelosia, paura, odio, preoccupazione, frustrazione, e altri intangibili impedimenti. Sono le prime cose che devono essere risolte e bandite. Tuttavia non dobbiamo trascurare il fatto che la malnutrizione e l’incapacità di mantenere l’organismo nel miglior stato possibile di pulizia, dentro e fuori e mentalmente, possono senz’altro essere fattori che contribuiscono all’insorgenza della malattia.

Sulla base di questa premessa e di quanto osservato nel corso degli anni, la ricerca della causa del cancro non va fatta nel campo della speculazione fantasiosa di esperimenti incontrollabili con sostanze chimiche. Occorre invece considerare che la causa è costituita dalla mancanza di vita negli atomi e dalla presenza di additivi chimici tossici, per quanto legalmente dichiarati innocui, nel cibo che mangiamo. Più intelligentemente, la ricerca di una cura dovrebbe portare alla pulizia del corpo, alla rimozione di rifiuti e dei veleni da essi prodotti così che non interferiscano con i processi di guarigione della Natura.

Fornire il corpo con abbondanza dei più vitali atomi disponibili per la rigenerazione delle cellule consentirebbe ai tessuti di rafforzare la resistenza contro un’ulteriore degenerazione e poi di procedere con la rigenerazione ricostruttiva.

Prima ci rendiamo conto che non un singolo organo del corpo umano agisce meccanicamente o automaticamente, senza alcuna relazione con il corpo nel suo complesso, tanto prima saremo in grado di controllare le funzioni dell’organismo.

Quasi nessuno sa quale forma di intelligenza le varie parti dell’organismo umano posseggano né quale sia il loro modo di operare, ma sappiamo che una qualche forma di intelligenza intrinseca cerca di proteggere ogni ghiandola, osso, nervo e muscolo del corpo nonostante tutto ciò che l’uomo fa, di solito per mancanza di conoscenza, per distruggere sé stesso attraverso il cibo che mangia.

La ricerca della causa di qualsiasi malattia o disturbo dovrebbe portarci agli scaffali dei prodotti confezionati, delle farine, dello zucchero, dei dolci e alle fabbriche di bibite gasate. Si dovrebbero indagare i prodotti che contengono gli atomi di morti che la civiltà moderna ha tentato di sviluppare come cibo e nutrimento per il corpo umano. Non possiamo avere la vita e la morte allo tempo e a nessun cibo confezionato è consentito dai governi di essere venduto a meno che ogni traccia di vita nel cibo non sia stata completamente distrutta, perché altrimenti si deteriorerebbe prima di arrivare sulla tavola del consumatore. Nessun pane sfornato o qualsiasi farinaceo viene mangiato prima che non sia passato attraverso il calore della cottura che distrugge qualsiasi elemento vitale che avrebbe potuto essere presente. Negli annunci pubblicitari di prodotti confezionati si legge spesso che sono aggiunti vitamine e minerali, ma sono stati aggiunti solo altri atomi morti.

Analizzando la situazione alimentare sotto questi aspetti, è ovvio che sia che siamo in grado oppure no di vivere di tutti gli alimenti crudi vivi a causa di scelte, dell’ambiente o delle circostanze, l’uso di una varietà abbondante di succhi freschi di frutta e verdura è fondamentalmente essenziale. I succhi vegetali sono i costruttori del corpo, mentre i succhi di frutta sono principalmente i detergenti del corpo. I primi contengono una proporzione maggiore di elementi proteici, mentre i secondi contengono una percentuale maggiore di carboidrati. Quelli sono veri carboidrati, non la pasta, la pizza o altri farinacei che vengono erroneamente chiamati carboidrati quando in realtà sono amidi.

E’ interessante sapere, ma probabilmente non redditizio per le fondazioni per la cura del cancro e altre simili, che le persone che vivono esclusivamente di cibi crudi freschi integrati con un volume sufficiente e varietà di succhi freschi di frutta e verdura, raramente sviluppano tumori.

Questa linea di condotta è già portata avanti con successo da anni da coloro che cercano e accettano l’aiuto della Natura, può essere molto sconcertante per alcuni scienziati, ma senza dubbio è estremamente vantaggiosa per i malati.

i succhi  della salute

Steve Meyerowitz

I Succhi della Salute
La natura in un bicchiere
Geo sementi e germogli biologici Bavicchi
ISBN: 8003419013915

Dettagli

Da quella fatidica mela in poi, l’uomo ha incominciato a lavorare la terra per procurarsi il cibo e le modalità di alimentazione sono mutate nel tempo progressivamente, di pari passo con l’evolversi della civiltà.

Oggi noi siamo all’inizio dell’era della globalizzazione alimentare.Viviamo di cibi confezionati, prodotti da industrie multinazionali , che acquistiamo generalmente nei supermercati.

Frutta e verdura sono bellissime a vedersi ,peccato che il più delle volte provengano da semi ibridi non prodotti dal contadino che lavora la terra ma da industrie multinazionali che ne detengono il brevetto e quindi la produzione ed e la commercializzazione.

Ci stiamo progressivamente allontanando dal concetto che gli alimenti per l’uomo sono le materie prime che nel nostro organismo si trasformano in energia vitale.

Provate ad introdurre nel serbatoio della vostra auto un carburante sbagliato, o negli ingranaggi del motore un lubrificante scadente: il motore lentamente perde colpi,grippa e inesorabilmente si ferma .Il cibo nel nostro corpo ha la stessa funzione del carburante o dell’ olio nel motore:se utilizziamo materie prime scadenti, il nostro corpo ne risente e le malattie incominciano a proliferare.

In nostro aiuto però ci vengono le medicine, sempre prodotte dalle multinazionali, che ci danno sollievo e una apparente guarigione .

Noi, incuranti degli avvertimenti del nostro organismo, continuiamo ad ingurgitare cibi non idonei per il nostro metabolismo.

L’educazione alimentare resta un optional, scarseggiano i mezzi e la volontà per diffonderla adeguatamente.

Presi dal vortice della vita dove il tempo è uguale a denaro, accade sempre più spesso che a pranzo si mangi dove capita: in mensa, al self service o al bar che forniscono il più delle volte pasti pronti, precotti o surgelati che il microonde scalda in pochi minuti.

Alla sera invece siamo stanchi e non abbiamo voglia di cucinare e allora diamo fondo agli alimenti confezionati che troviamo in dispensa belli e pronti, molti dei quali in tre minuti a bagnomaria rinvengono e sono pronti per l’uso.

Alle volte ci concediamo un pasto con gli amici, in un ristorante magari alla moda , dove il cuoco è un artista capace di stupirci con portate esteticamente perfette e anche gli abbinamenti dei cibi nei piatti sono vere opere d’arte.

inimitabili per un comune mortale .In questo caso il costo del cibo è infinitesimale in rapporto al costo della manodopera necessaria per prepararlo e servirlo e anche in questo caso di valori nutrizionali del pasto neanche si parla.

Ma che importa ,si vive una volta sola e u n pasto al ristorante gratifica e ci fa dimenticare gli altri anonimi consumati tutti i giorni della settimana frettolosamente.

Il nostro fisico è carente di vitamine,sali minerali,proteine?Che importa, le multinazionali producono gli integratori alimentari che mancano al nostro organismo e noi possiamo continuare a mangiare quello che vogliamo.

Dell’ importanza degli alimenti come valore nutrizionale energetico,curativo e quindi vitale per il nostro organismo raramente ci ricordiamo quando mangiamo e se l’ obesità ci assale ci buttiamo nelle diete .

Anche un questo caso le solite amiche multinazionali ci propinano prodotti di sintesi che apparentemente fanno dimagrire a vista d’occhio per poi farci riprendere il peso usuale non appena terminata la cura miracolosa.

Dei valori energetici nutritivi e curativi e delle combinazioni alimentari che più si addicono al nostro organismo raramente si parla e mai ho sentito un cuoco, artista in cucina, preoccuparsene più di tanto.

Succhi e frullati sono una miniera inesauribile che può aiutare l’uomo a mantenersi in buona salute. E’un testo propedeutico che insegna a familiarizzare con i valori nutrizionali e curativi degli alimenti ed indica come assumerli, sempre previa consultazione del proprio medico di fiducia.

Nella prima parte del testo vengono presi in esame gli alimenti ed esaminati di ognuno i benefici per la salute e le sostanze nutritive, mentre nella seconda parte del volume vengono presi in esame i disturbi dell’ organismo e i rimedi naturali più idonei per intervenire.

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L’HOMOIDE CHE C’E’ E L’UOMO CHE VERRA’

LETTERA

CINQUE ANNI IN LINEA ARMONICA COL MONDO

Ciao grande, è un po’ che non ti sento e quindi scrivo al mio maestro. Qualche giorno indietro ho compiuto 58 anni e, quest’anno, festeggio il terzo anno vegano. Ho superato i due anni di vegetariano quindi, in totale, 2 da vegetariano e 3 da vegano. Totale 5 anni senza deturpare nessun essere vivente, grande cosa essere in linea armonica e non conflittuale con il mondo che ci circonda.

 IL MIO NUOVO CD DEDICATO A ROTA E UNA SCUOLA CHIAMATA OSPEDALE

Finalmente è uscito il mio ultimo CD dedicato a Nino Rota, il musicista di Fellini. Ti ho spedito tutto, e mi scuso per il ritardo. Ma veramente in questo periodo mi è capitato di tutto. Non ultimo dover assister mio padre di 88 anni, fumatore incallito, ed assisterlo all’ospedale. Veramente una grande lezione di vita. Ci abituiamo a tutto. L’ospedale per me dovrebbe essere la scuola. Io manderei i ragazzi lì a studiare e a rendersi conto cosa è la vita senza vita, senza un futuro. Lì si può davvero imparare ad essere concreti su noi stessi.

SE RINASCESSI, RIVORREI LA POLIO

Non ci sono alternative. Devi risolvere le cose subito per evitare sofferenze. Sono felice di aver assistito mio padre. Ho ridato a lui quello che lui aveva fatto con me quando ero piccolo all’ospedale con la poliomelite (un vero dono dal cielo).  Mi vanto di averla avuta, mi ha tolto molto, ma mi ha anche aggiunto tante cose che, se rinascessi, la rivorrei.

VIA IL BRODO E DENTRO LE FRAGOLE

Lì all’ospedale il cibo è una vera schifezza, e dover convincere mio padre a mangiare è stata un’impresa. Ma con dolcezza e pazienza certosina ho sempre provveduto a rimuovere le brodaglie e le schifosaglie che gli presentavano, rifornendolo in alternativa di frutta fresca e profumata, per dargli una chance in quel posto senza vita e senza futuro. Sai, convincere dolcemente è difficile, ma non impossibile.

LIBRO E TESINE SEMPRE CON ME, E RAMMARICO PER NON AVER COMINCIATO PRIMA

Mi sono sempre state di aiuto le tue tesine, il tuo magico libro, ormai per me come un anello segreto. Mi dava la forza. Sono felice di continuare quello che mi hai insegnato. Ho 58 anni e, l’unica cosa di cui mi vergogno, è di avere solo iniziato da 5 anni a praticare la vita.

DA QUOTA 125 A QUOTA 79, QUALCOSA CAMBIA

Mi sarebbe piaciuto averlo fatto da sempre. In ogni caso mi ritengo soddisfatto. In questi 5 anni,

mi sono tirato con me parecchie persone, oltre ai soliti amici, agli allievi e ai simpatizzanti.

Loro mi conoscevano 125 chili fa, e ora, a quota 79, vedono la differenza. Quale miglior

pubblicità del vedere e verificare le cose in concreto? 46 chili venuti via in modo stabile e definitivo, senza sbalzi e senza ricorso a diete truffaldine togli-grasso, moltiplica-veleni e moltiplica-sete.

TOGLIERE SOFFERENZA E RIDARE SPERANZA

L’ospedale mi ha insegnato che essere Dottore è il mestiere più importante al mondo. Togliere sofferenza e ridare speranza di vita sono cosa grande. Diventi Dio. Chi ama questo mestiere e lo fa seguendo l’istinto di guarire è veramente persona eccezionale. La mia delusione è stata quella di vedere e percepire medici glaciali e distaccati dal loro ambiente di lavoro, alienati dalla loro funzione assistenziale.

CHE UOMO VERRA’ MAI FUORI?

Evitare il contatto, la carezza e il sorriso, sapere come stanno le cose, e dare poi direttive alimentari burocratiche ed abominevoli, sono cose sciagurate. Per me sono come dei musicisti cinici che stonano la nota apposta, per vedere le facce contrariate degli ascoltatori. Che uomo verrà mai fuori da queste disastrose esperienze, da questi bislacchi insegnamenti?

PORTANDO IL CIBO DA CASA HO SALVATO MIO PADRE, RISPARMIANDOGLI GROSSI RISCHI

Tu medico che sei un Dio e conosci come aiutarmi, mi consigli il modo migliore per farmi del male? Vacci a capire. Ho provato a parlare con qualcuno di loro. In linea di massima ti guardano come un esaltato, come un mentecatto o un pellegrino. Comunque, me la sono cavata egregiamente. Ho seguito il mio istinto e mio padre è tornato a casa. Non per merito mio, ma per merito di una sana alimentazione portata da casa giorno dopo giorno.

BISTECCHE MORTE PRIMA ANCORA DI NASCERE

Strano. Uno lavora, paga il libretto sanitario, poi, se va all’ospedale, non può mangiare quello che vuole, perché loro,  devono propinarti sempre la solita minestrina di pollo, i soliti lessi, il prosciutto cotto e le varie bistecche che erano morte ancora prima di nascere.

SERENITA’ ED ARMONIA INTERNA, BASILARI CONDIZIONI PER GUARIRE

L’ospedale per me dovrebbe essere un posto dove vengono messi in pratica i valori della tolleranza. Tutti soffriamo allo stesso modo. Non esiste un privilegio della sofferenza. Proprio perché ho passato 6 anni della mia via all’ospedale, so che è un luogo dove si dovrebbe essere sereni e in sintonia con il proprio essere interiore, altrimenti non ti riprendi più.

DA UN ESSERE SUPERIORE MI ASPETTO VERITA’ E NON MENZOGNA

Rispettare la sofferenza è un’arte, ma chi ha scelto di essere Dio, e di porsi un gradino sopra gli altri, mi deve dire la verità. Non mi deve nutrire con cose che io non darei al peggior nemico del mio gatto. Insomma caro Valdo anche lì mi sei venuto in mente, con le tue tesine, giorno dopo giorno. Tesine indirizzate a noi poveri esseri umani che vogliamo un futuro, che lo difendiamo anche quando, in modo lento ed inesorabile, madre natura ci sta per salutare.

IL CIBO PER ME NON E’ PIU’ UN PROBLEMA

Ora sono felice di aver trovato questa nuova dimensione di vita. Il cibo non è più un problema. So che la mia amica frutta è pronta a darmi quel futuro che cerchiamo giorno dopo giorno. Sono felice e il mio cuore è leggero come una farfalla. Mordere una mela, o mangiare l’anguria al mattino, mi dà un senso di futuro che nessuno mi può più togliere. Se fossi uno che lavora all’ospedale e fa il Dio di turno, saprei cosa suggerire a quelli che in un letto aspettano un sorriso e una carezza. Certamente non quelle minestrine o quelle disperanti cotolette.

MI HAI DATO LA FIDUCIA NELL’UOMO CHE VERRA’

Io non sono uno scrittore. Mi esprimo semmai con la scienza del Murda, quella delle mani e del suono. Per la verità, nello scriverti, ho ascoltato questo brano che mi è stato molto d’aiuto. Per una perfetta esecuzione ascoltalo leggendo le mie parolacce. Oppure se credi, quando ti arrivano i CD usa Romeo e Giulietta di Rota (http://youtu.be/X1aZvHl8UY4). Grazie Valdo per avermi regalato il mio spread quotidiano, fatto di fiducia nella frutta, di fiducia in un mondo migliore, di fiducia nell’essere un uomo che verrà. Namastè, un saluto a te e alla tua famiglia.

Claudio Ferrarini

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RISPOSTA

NIENTE BANALITA’ E TANTA CONCRETEZZA

Ciao Claudio, i tuoi messaggi colpiscono sempre nel segno. A parte l’arte, nel caso tuo la musica e l’armonia, che nulla concedono alla banalità, o al dire le cose tanto per dirle, c’è anche contenuto pratico terra-terra, e pure in generosa abbondanza. Essere chiamato maestro da te è quasi offensivo, non verso di me certamente, che ne sono onorato e deliziato, ma verso la logica.

LA RUBRICA DELLE PERLE

Non la faccio lunga. Sul mio computer cerco di dare un ordine e una classificazione agli scritti in arrivo e alle tesine. Ho la casella delle auto-guarigioni igienistiche, quella riservata ai medici, a volte stratosferici e a volte mediocri, ed anche quella degli spunti filosofici. Sto ricevendo in questi giorni tante lettere magnifiche, e sarebbe antipatico fare discriminazioni. Per te sarò costretto a crearne una nuova chiamata “perle preziose”.

IL BARATRO TRA LE TUE ATTESE SANITARIE E LA REALTA’

Come chiamare la descrizione accurata e puntuale delle tue giuste attese nei riguardi del medico, dell’ospedale e del cibo ivi servito, e del baratro che esiste tra quanto ti aspetti e quanto invece riscontri?

IL MEZZO QUINTALE SMALTITO SENZA FRONZOLI E SENZA TRUCCHI LOW-CARB

Come chiamare l’elegante e disinvolta descrizione di un calo ponderale da mezzo quintale, caratterizzato da stabilità e da totale assenza di effetti collaterali, dettaglio fondamentale e che non serve provare con timbri e certificati, visto che sei conosciuto e seguito da migliaia e migliaia di ammiratori pronti a testimoniarlo?

QUESTO PARAGRAFO VA FATTO CIRCOLARE DA AOSTA A RAGUSA, A SALVATAGGIO DI CHI NULLA HA ANCORA CAPITO SULL’OBESITA’, E DA CHI E’ VITTIMA DELLA VARIEGATA IDIOZIA NUTRIZIONALE

Devo forse ricordare al pubblico italiano che questo tuo esempio è tale da smontare e deattivare tutta l’infame rete di diete rovina-persone che continuano ad imperversare grazie a mamma Rai e ai suoi distratti, collusi ed irresponsabili direttori, strapagati dal popolo per imbrogliare il popolo? Tappeti rossi a Pierre Dukan, alla Zona, ai Gruppi Sanguigni, ai Lemme, ai Tisanoreici e alla Mediterranea grana-prosciutto (barattata indegnamente come ancora di salvezza dei terremotati emiliani)? Esiste già il Tapiro, quale premio ai peggiori. Utile sarebbe istituire l’Oscar della Diseducazione, del Raggiro e della Idiozia Nutrizionale, e ne verrebbero fuori delle belle.

IL TUTTO CONDITO DAL TUO SPIRITO E DALLA TUA POESIA

Devo forse sottolineare il tuo desiderio di rinascere con la poliomielite, per ricevere già dall’inizio una sferzata di preparazione alla vita? Qui non siamo più nel campo della filosofia salutistica, ma nel capo della poesia pura.

Valdo Vaccaro

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Nel mio passato di Assessore alla cultura, è stato colui che mi ha aperto un nuovo modo di mettersi al servizio della fantasia. Un modo semplice e coerente con quel modo di non sentirsi allineato, di mettere la cultura la servizio del cittadino, un apparire discreto ma significativo. A lui mi sono ispirato,grazie Reanto per avermi insegnato a fare concretamente l’artista, non tra le nuvole ma tra la gente. ti voglio bene claudio ferrarini

È morto Renato Nicolini, ex assessore del Comune di Roma, celebre anche per aver dato vita all’Estate romana. Era nato a Roma il 1° marzo del 1942. A riferire la notizia, su Twitter, è stato Stefano Di Traglia, portavoce del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. Laureato in architettura, divenne noto in qualità di assessore alla Cultura del Comune di Roma nel periodo 1976 – 1985, nelle amministrazioni di sinistra di Giulio Carlo Argan, Luigi Petroselli ed Ugo Vetere. Si impegnò infatti in una politica culturale praticamente inventando – tra tante iniziative – l’Estate romana, macchina politico-culturale che produsse polemiche, ma che definì anche nuovi orizzonti relativamente alle potenzialità delle città. E in realtà ebbe effetti positivi e deflagranti in tutta Italia: prima in sostanza le estati urbane erano un deserto, poi prese piede e si diffuse ed ebbe imitazioni non sempre riuscite la sua idea di una città che non chiudesse i battenti nei mesi estivi rivolgendosi – questo è un punto fondamentale – a quei ceti sociali che non potevano e non possono permettersi vacanze lunghe e tanto meno lussuose. Il concetto di fondo era quello di iniziative “aperte”. E l’idea che d’estate cinema con grandi schermi per un pubblico vasto e variegato, musica, teatro e arti visive non solo corroborassero i giorni di chi lavora anche nei mesi caldi fu importante pure per un altro aspetto: furono visti come una risposta concreta ai momenti più bui degli anni 70, una risposta a intransigenze e durezze anche delle ali più dure dell’estrema sinistra. E questo da un intellettuale che era dichiaratamente di sinistra e volutamente un “irregolare”, almeno per i criteri dell’ortodossia comunista. E però, e non è un caso, proprio con la sinistra salita al governo di Roma, e con il Partito comunista quindi, Nicolini ebbe modo di osare, organizzare, ideare. Infine un dettaglio, come dire?, umano: Renato ha sempre mantenuto una semplicità, un carattere, che lo portavano a non sbandierare studi e letture che pure aveva approfondito e talvolta un cenno, un lampo in un discorso, rivelavano. Per dirla come avrebbe potuta dirla lui, “non se la tirava”.

Naturalmente non mancarono le polemiche, inevitabili vista la carica innovativa. Ci fu chi parlò di trionfo dell’effimero. Che poi, l’effimero, ha spesso trionfato in seguito. Ma l’effimero – inteso come momento passeggero, volatile, senza lasciare tracce e per una gloria dell’assessore di turno – ha avuto presa sì, in tante città, quando invece Nicolini legava la sua idea a un’idea a un mutamento sociale e culturale della vita urbana quotidiana, non al successo o al divertimento di un attimo.

A partire dal 1983, per tre legislature fu deputato al Parlamento, eletto nel 1983 e nel 1987 nelle file del Partito comunista italiano e nel 1992 come esponente del Partito democratico della sinistra.

Alle elezioni comunali del 1993 si candida come sindaco di Roma per la coalizione formata dal Prc e dalla lista “Liberare Roma” ottenendo oltre l’8% dei consensi. Nel 1994 conclude la sua esperienza parlamentare. In tale periodo iniziò inoltre a pubblicare opere teatrali.

Nel 1985 venne nominato dal ministro francese Jack Lang, “Officer de l’Ordre des Arts et des Lettres de la République française”. Dal 1988 fino al 1996 fu vicepresidente della Fondazione “Festival dei Due Mondi” di Spoleto. Dal 1996 al 2000 commissario del Teatro stabile dell’Aquila.

LUNEDÌ CAMERA ARDENTE IN CAMPIDOGLIO
«Sono profondamente addolorato per la scomparsa dell’amico Renato Nicolini. Roma e il Paese perdono un indiscusso protagonista della vita culturale e politica e un grandissimo assessore alla Cultura che ha lasciato ad ognuno di noi una meravigliosa eredità. Ai familiari rivolgo sentite condoglianze e su loro desidero stiamo predisponendo in Campidoglio, presso la Sala della Protomoteca, la camera ardente a partire dalla ore 9 di lunedì». Lo afferma l’assessore capitolino alla Cultura, Dino Gasperini.

Addio a Renato Nicolini, l’inventore dell’Estate Romana. Architetto, drammaturgo, amministratore e uomo politico, Nicolini è morto oggi all’età di 70 anni a Roma, città dove era nato il 1° marzo del 1942.La notizia è stata diffusa da un tweet di Stefano Di Traglia, portavoce di Pier Luigi Bersani: “E’ morto Renato Nicolini. E’ stato un grande assessore alla Cultura. Dopo il buio degli anni 80 con lui Roma tornò a vivere”.La sua lunga stagione alla guida dell’assessorato comunale alle politiche culturali lo ha visto protagonista con ben tre sindaci di Roma, Giulio Carlo Argan, Luigi Petroselli e Ugo Vetere, in altrettante ‘giunte rosse’ come allora si definivano le alleanze nei Comuni formate da Pci, Psi, Psdi e Pri.Fu una vera e propria macchina culturale quella messa in campo con l’Estate Romana che, fra osanna e critiche, ebbe indubbiamente il merito di far riappropriare delle strade e delle piazze i cittadini, in una fase caratterizzata dalla forte minaccia terroristica. Ecco allora le proposte di maratone cinematografiche, spettacoli notturni, recite fra monumenti e aree archeologiche, funamboli di strada, fuochi d’artificio e tutto quanto fa spettacolo.Laureato in Architettura, Renato Nicolini è stato anche deputato, eletto tre volte in Parlamento: nel 1983 e nel 1987 per il Pci, Partito Comunista italiano, e nel 1992 per il Pds, Partito Democratico della Sinistra.Non riuscì invece nel 1993 nella sua corsa al Campidoglio, quando si presentò candidato a sindaco di Roma per il Prc, la Rifondazione comunista voluta da Fausto Bertinotti, ma si fermò a quota 8% nei consensi elettorali, stretto nella morsa tra Francesco Rutelli che poi sarà eletto primo cittadino e il suo principale oppositore Gianfranco Fini ‘sdoganato’ da Berlusconi. Fra gli incarichi culturali, ebbe la vicepresidenza del ‘Festival dei Due Mondi’ di Spoleto e la direzione del Teatro Stabile dell’Aquila.”Sono davvero affranto. Renato fa parte dei ricordi di gran parte della mia vita. Ci siamo conosciuti quando eravamo molto giovani e abbiamo continuato a frequentarci sempre” è il ricordo all’Adnkronos di Gianni Borgna, assessore alla Cultura del comune di Roma nella giunta Rutelli. “I ricordi – continua Borgna – sono infiniti. Quando sono diventato assessore sentii tutto il peso del grande lavoro che lui aveva fatto come assessore negli anni delle giunte Petroselli e Argan. Anche allora ci siamo molte volte sentiti e discusso”. Fu Borgna a nominare Nicolini presidente dell’azienda Palaexpo: “Fu lui il primo presidente fino al 2001”, chiarisce Borgna che aggiunge: “Ultimamente lo avevo incontrato spesso, mi aveva parlato anche della sua malattia e mi aveva detto ‘vedrai che me la cavo’. Era allegro e speravo che veramente l’avrebbe superata. Invece, purtroppo così non è stato”.La morte di Renato Nicolini “è un grande dolore anche personale” afferma all’Adnkronos Silvio Di Francia, assessore alla Cultura del comune di Roma nella giunta di Walter Veltroni. “Io ero convinto che l’Estate romana ideata da lui – prosegue Di Francia – non era solo un divertimento occasionale ma un vero progetto culturale, tanto che con Renato organizzammo insieme i trent’anni dell’Estate romana diventata uno dei marchi di identità della cultura romana. Ultimamente l’ho sentito ed era abbastanza dispiaciuto di questo momento un po’ grigio dell’estate romana ridotta a gazebo senza contenuti”.All’Adnkronos parla anche Giorgio Ferrara, direttore artistico Festival di Spoleto. “Per me è stato l’inventore di un nuovo modo di fare lo spettacolo – sottolinea – Aveva delle invenzioni sempre straordinarie, molto raffinate e molto popolari allo stesso tempo”.Il cordoglio è unanime. ”Rendo omaggio a una delle persone più creative della recente storia politica e culturale di Roma – afferma il sindaco di Roma, Gianni Alemanno – Al di là delle visioni politiche, Nicolini è stato per tutti un maestro di come si porta la cultura in mezzo alla gente e di come la cultura può alimentare l’anima e l’identità di una città. Le sue creazioni culturali, e in particolare l’Estate Romana, hanno cambiato la storia della politica culturale non solo di Roma ma di tutte le città italiane”.”La morte di Renato Nicolini ci rattrista e ci addolora. Con Nicolini scompare uno dei principali artefici della politica culturale romana e italiana” dichiara in una nota il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti.E per Renata Polverini, presidente della regione Lazio, ”con la sua felice intuizione dell’Estate Romana, avvicinando i cittadini alla cultura unita al divertimento Nicolini è stato protagonista e artefice di una rivoluzione nel mondo culturale della nostra città che perdura ancora oggi”.”E’ davvero difficile dire addio a Renato Nicolini. Ripensare a lui fa venire in mente gioia, vitalità, creatività, non certo morte” le parole di Walter Veltroni. “Quelle estati romane sono state preziose e importanti, quegli eventi, quella idea di città aperta e di cultura capace di parlare a tutti sono nella nostra memoria come nella memoria di tutti – aggiunge Veltroni – Quella idea di cultura è stata una risposta straordinaria a chi, negli anni di piombo, voleva che vincesse la paura, che la gente restasse chiusa in casa. Dobbiamo a Renato anche questo”.”Uomo di cultura, eccellente amministratore” il ricordo del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. “Nicolini fu l’indimenticato assessore alla cultura del Comune di Roma che, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, inventò l’Estate Romana. Un’esperienza che arricchì la città e, in anni difficili, segnati dal terrorismo, aiutò i cittadini di Roma a riprendere spazi di libertà. Un esempio – prosegue – che si moltiplicò e che fu ripreso dalle amministrazioni di altre città. Uomo lieve ma forte, solido nei suoi convincimenti, Nicolini ci ha insegnato che la buona politica si fa perseguendo un’idea di servizio alla comunità”.”Renato era una persona speciale e allegra che ha cambiato il volto della città con il suo estro e con la sua invenzione dimostrando che la cultura può cambiare, appunto, il volto di una città e la vita concreta di tante persone” sottolinea Giovanna Melandri, ex ministro dei Beni culturali. “Il suo sforzo continuo a pensare alla cultura, all’arte e alla creatività come a qualcosa di concreto e non effimero – aggiunge Melandri parlando con l’Adnkronos – paradossalmente lo allontana dal termine che lo ha contraddistinto per tanto tempo, quello di inventore dell’effimero. Credo che alla fine gli si addica poco”.Per Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl Camera, Nicolini ”ha rappresentato un’epoca, l’innesto della fantasia e della cultura nella gestione della città. Tutta questa fase è stata inventata e costruita da lui e da Gianni Borgna e poi politicamente utilizzata con luci e ombre da Veltroni quando è stato sindaco. In ogni caso Nicolini ha avuto in questo contesto una sua propria identità e ad essa e al ricordo di tutto quello che è riuscito a mettere in campo con rispetto esprimiamo il nostro ricordo”.Il leader di Api Francesco Rutelli ha espresso ”grande dolore per la morte di Renato Nicolini” ricordando che “le sue innovazioni hanno segnato uno strappo culturale e civile nel sonno e negli incubi di fine anni ’70. Un cambiamento di primaria importanza che ha accompagnato la mia generazione”.Scrive su Twitter Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Libertà: ”Far riemergere Roma da degrado e decadenza, sarà il miglior modo, vero e non retorico, per rendere omaggio a Nicolini. A lui – uomo di una sinistra colta e popolare, innovativa ed ironica, mai banale – sarebbe piaciuto così”.

 

 

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