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“Bellissime” disse il cervello

 

Quando si banalizza o non si dà la giusta importanza a ciò che facciamo di buono e positivo impediamo a noi stessi di vivere con gioia, il “cibo” più utile alla mente

Ci sono depressioni di cui è arduo capire la causa: non sono avvenuti eventi negativi, la salute c’è e la situazione generale è buona. Anzi, magari è pure florida: avanzamenti di carriera, soddisfazioni affettive, successo con amici e conoscenti. Eppure alcuni cadono in depressione. Una crisi “sorda”, lenta, invisibile ma progressiva, che spegne pian piano l’entusiasmo, toglie senso a ciò che si fa e spinge in un umore sempre cupo, con poche sfumature emotive e una grande fatica di vivere tutto quel che si fa. La persona quasi sempre non riesce ad accorgersene perché è come abituata, immersa in un mondo interiore senza gioia. E anche quando se ne avvede, nessuno dei tanti approcci terapeutici (psicoterapia, psicofarmaci, tecniche corporee, rimedi naturali, percorsi filosofici o spirituali) riesce a riportare la luce. Come può accadere?

L’atteggiamento

In molti casi, il motivo risiede in un atteggiamento mentale tra i più dannosi che esistano, il quale suona più o meno così: in qualsiasi ambito, se ottengo un buon risultato o se faccio qualcosa di buono, è una cosa “normale” o “scontata”, mentre se faccio qualcosa di sbagliato oppure ho un rendimento appena al di sotto delle attese, è imperdonabile, è drammatico, ho deluso tutti e non valgo niente. In pratica la persona può “martoriarsi” a più non posso, ma non può gioire, non può celebrare un risultato, non può festeggiare se stessa per ciò che fa di buono: il positivo viene sempre banalizzato mentre il negativo viene sempre estremizzato. Tale schema deriva di solito dalla famiglia di origine, dove da sempre girano frasi, ormai fatte proprie, come: “Si può sempre fare di più”; “Da te mi aspetto il massimo”; “Un campione come te non può fallire” e dove lo sguardo cade sempre su ciò che manca “per stimolarti, per spronarti a fare sempre meglio, per non farti sedere sugli allori”. Il tutto rinforzato da una diffusa cultura della prestazione e del “guardare sempre avanti”. È un modello mentale che, rendendo ovvia ogni riuscita, impedisce alla persona non solo di gioire, ma anche di sentirsi viva e valida, appagata e fiduciosa in se stessa. Ma il cervello non può vivere solo tra il “normale” e il “negativo”: ha bisogno anche del positivo, cioè di festeggiarsi e di riconoscersi dei meriti. Altrimenti nel tempo perde globalmente proprio ciò che si nega a ogni occasione, cioè la gioia e l’autostima, e cade in una profonda crisi.

Da mettere al bando: gli atteggiamenti che portano alla crisi

– Fare caso solo a ciò che manca o a ciò che potrebbe migliorare.

Che cosa hai voglia di ricevere o di dare oggi? Una carezza, un pizzicotto, un abbraccio, vuoi “pungere” qualcuno o dare un bacio? In questo libro troverai le parole e le frasi giuste che fanno riflettere, sorridere, battere il cuore.

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– Trarre conclusioni totalmente negative su se stessi in seguito a un errore.

– Banalizzare eventuali riconoscimenti o complimenti.

– Non soffermarsi mai a godere le piccole cose, in nome di obiettivi “più alti”.

La guida

Festeggiati in silenzio

Di fronte a una tua riuscita, in qualsiasi ambito, non ripartire subito come se niente fosse: concediti anche solo qualche minuto per “celebrare” la cosa, dentro di te. Godine silenziosamente, acquisendo la consapevolezza delle tue capacità ed energie. Poi riparti pure.

Accogli i complimenti

Quando ne ricevi, non respingerli in nome di chissà quali altre cose avresti potuto fare, non nasconderti dietro ad una falsa modestia. Rispondi con un bel “grazie!”, che legittima il tuo operato e al contempo valorizza – o quantomeno rispetta – l’opinione e l’intento benevolo di chi hai davanti.

Accetta gli errori

Tutto il progresso umano si basa sulla correzione e sul superamento di errori commessi. Se condanni i tuoi e li drammatizzi impedisci al cervello di evolvere e lo spingi verso ladepressione. Devi poter sbagliare e fare in modo che gli errori siano i tuoi e non quelli degli altri. Solo così saranno “gli errori giusti”.

 

Innamorati, cosa si vede osservando il cervello

Che sia amore consolidato o amore a prima vista, qualcosa cambia nel nostro funzionamento cerebrale: nuove aree vengono sollecitate in modo particolare, particolari neurotrasmettitori entrano in circolo. Insomma, “pazzi d’amore” non è solo un’espressione tanto per dire ma corrisponde alla realtà chimica che ci accompagna quando siamo davvero innamorati.

Innamorati, amore e desiderio

Amore a prima vista? Forse si potrebbe anche dire: cervello, a prima vista. Almeno è quanto risulta da una serie di studi separati e riassunti in una pubblicazione fatta sul Journal of Sexual Medicine. Sarà anche il cuore a parlare ma questo si riverbera e si vede chiaramente nel cervello. L’amore e il desiderio attivano aree cerebrali particolari, diverse ma tra loro collegate.

Le aree sono due: l’insula, una porzione della corteccia, e lo striato (o nucleo caudale). In particolare l’amore e l’attrazione attivano diverse aree del corpo striato: l’attrazione attiva le stesse aree che vengono sollecitate da tutto ciò che si trova piacevole, come il sesso o il cibo. L’amore, invece, si evidenzia in quelle aree coinvolte nel dare un valore al piacere. Ecco perchè, ad esempio, ci possono essere sentimenti iniziali di attrazione o desiderio sessuali che diventano poi, nel tempo, amore: si passa quindi prima da un’area per arrivare poi all’altra, all’elaborazione e all’attribuzione di un valore.

D’altra parte, come ha anche dimostrato il neurobiologo Semir Zeki, l’amore è come una droga, fa lo stesso effetto degli oppiacei sul cervello e nel nostro corpo. In pratica: nell’insula, nel nucleo caudato, nell’ippocampo e nel cingolo anteriore, da innamorati, abbiamo un’alta concentrazione di vasopressina e ossitocina (legata all’eccitamento sessuale e all’attaccamento) e di dopamina, che è un neurotrasmettitore che dà piacere, benessere, quel tipo di sensazione che si ha quando ci si merita un premio. Al tempo stesso gli innamorati (quindi siamo già oltre l’amore a prima vista) perdono la capacità critica: le zone frontali sembrano “morte”, non si attivano con l’anima gemella. Tipico soprattutto della fase dell’innamoramento, più che dell’amore vero e proprio. E, buone notizie, neanche l’amigdala si sente in dovere di intervenire: insomma, quando ci si innamora veramente, scompare la paura (del partner). Sarà per questo che gli innamorati difficilmente ascoltano i consigli altrui, in tema d’amore. E naturalmente non sono attive neanche le aree che una risonanza magnetica rileverebbe in caso di depressione o emozioni negative.

Cuori spezzati, il cervello impazzisce…
E se si torna improvvisamente cuori solitari, single a tutti gli effetti perchè lui/lei ci lascia? Allora il cervello impazzisce, arriva una tempesta di dopamina: cominciano i pensieri ossessivi.

Per fortuna, con il tempo, le cose tornano alla normalità e si esce dalla “pazzia” d’amore anche nel cervello. Che rispecchia poi quello che succede nel nostro cuore e nella nostra consapevolezza giacchè… tutto è collegato.

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