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Archive for giugno 2015

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Il rutto barocco….una prassi poco ortodossa.

Sono pochi gli uomini veramente colti che sanno riconoscere i diversi stili oggi esistenti nel porgere concerti e registrazioni discografiche. Gli altri, praticoni usciti dalle file più basse delle orchestre, giornalisti pasticcioni, retori curiosamente impastati di materialismo e storicismo, si abbandonano alle panacee cucinate dalle case discografiche, cui solo ideale è spedire alle discariche le vecchie registrazioni, in nome della nuova verità disvelata e di quel misterioso raglio della “prassi esecutiva” che inebria i lettori di dépliant pubblicitari. Crollono cosi le rare difese che queste musiche (barocche) avevano in se stesse, i pochi vigorosi divieti che i grandi opposero alla mercificazione, abituale anche ai tempi loro. La cosiddetta “prassi esecutiva”, imperante nei bassi strati delle fanterie strumentali e critiche, travolge argini e steccati. La morte di Karl Richter ha dato alla protezione della cosiddetta “musica barocca” il colpo fatale. Quando Arcangelo Corelli in una delle rarissime sue prescrizioni autografe, fulmina il “Come sta” che trovi in testa a questo o quello dei suoi movimenti lenti, vuol intimare: << So bene, cialtrone, che tu, come gli altri mestieranti tuoi pari, avete l’abitudine di trasformare questi miei lunghi solenni accordi in depositi delle vostre estemporanee porcherie, dei vomitevoli capricci che, impotenti come siete, escogitate a spese di noi creatori. Questo mio “Come sta” vuol dire: alzate i tacchi dalle mie pagine, andate a scacazzare in altri luoghi>>. Dove si conferma, è vero, la storicità delle <<prassi>> ma in quanto vizi, abusi di vanità, pigrizia, parassitismo. Ma se Sebastian Bach si fidò dei suonatori, che non stimava, e la prova il fatto che scrisse accuratamente tutti i trilli, i mordenti, i gruppetti; occupò tutti gli spazi vuoti affinché i parassiti non vi deponessero le sconcezze loro. Una trentina d’anni azzardai una profezia: l’ossessione infantile di riprodurre le circostanze identiche dell’esecuzione avrebbero messo sul podi e agli strumenti direttori sordi e strumentisti cechi, pilotando un drappello di strumenti originali scordati, offrisse, finalmente l’autentica esecuzione perfetta d’epoca. Non mi sono sbagliato, e non potevo immaginare che la nuova moda avrebbe bandito qualsiasi riferimento o menzione delle sordità quale quantitè nègligeable e reperto di cattivo gusto in forte sospetto di retorica sentimentale. Si avvera, invece, quelle freddure quelle ipotesi assurde che Furtwängler elencava tra i mostri e gl’incubi partoriti dal malumore. Quando profetai << un giorno arriveranno a Brahms>> credevo di sparare un paradosso. Ci sono arrivati, e sotto i nostri occhi celebrano le sale e teatri quei saturnali di materialismo e storicismo che, non esisterà mai, perché esigerebbe il ripristino non solo delle condizioni materiali come strumenti, parti, controverse e incerte abitudini, ma il ritorno della mentalità del pubblico di allora, le sue attese, il suo orecchio armonico e tonale, il suo apprezzamento degli accordi: basti, per tutti gli esempi, la settima di sensibile, ch’era a quel tempo motivo di sensazione e magari irritazione e oggi non produce più emozione di una gomma da masticare. Il timore che provavo ancora trenta anni fa, di un futuro esecutivo ribollente di fisime e risse, il bailame di convenzioni in conflitto, è arrivato e ci attornia. Le prodezze di Brüggen, Harnocourt, Gardiner, degli italiani Biondi, Alessandrini, Sardelli, si adornano d’ingiallite fronde. Dietro la lebbra, la noia. Eppure aumenta l’appetito, di sempre nuove prede fa strage. Alle balle raccontate da mediocri musicisti, passati <<all’antico non per etica, ma per scarse doti strumentali>> possiamo solo arrenderci, e sperare che l’ignoranza che regna negli ascoltatori, prima o poi si trasformi in noia, sbadiglio, e se preferite in un rutto liberatorio, ridateci Battisti o De Andrè per tornare a sognare…

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Caro Fausto, ti scrivo questo ultimo ricordo, oggi sono venuto a salutarti nella chiesa di Fidenza. Sono rimasto in silenzio ad ascoltare le parole di chi si ricordava di te, ormai era qualche anno che non ci vedevamo in Conservatorio a Parma, dove tu hai insegnato per tanti anni. Dopo il tuo trasferimento a Milano non ci siamo più visti in mezzo al quel chiostro del Carmine, a discutere di musica e filosofia. Mi sono sorpreso di non vedere oggi gli stendardi del Conservatorio di Milano Parma e Mantova, dove tu per tanti anni hai dato lezione di umanità e musicalità. Forse non ho visto bene, (e se fosse così me ne scuso), forse ero troppo triste per vedere, ma non ho visto molti colleghi del nostro Conservatorio, con cui tu hai dato e donato il cuore. Impegni, esami, lontananza, lavoro….Tutto questo forse li ha tenuti lontano, ma io non ho potuto non esserci per ringraziarti con l’anima, di quelle belle fantasie sui nostri strumenti, del sapore di ricerca che ci ha sempre accompagnato nelle nostre lunghe conversazioni nei corridoi del Carmine. Anche quando eri presidente di commissione eri sempre pronto ad aiutare i meritevoli, ed incoraggiare chi non aveva doti di grande musicalità. Vorrei inchinarmi alla tuo insegnamento, inchinarsi significa abbandonare ogni forma di dualità in noi stessi, tributare onore a quello che per tanti anni hai rappresentato nel nostro Conservatorio. Quando ci si abbandona a tutte le forme dualistiche, che spesso nel nostro lavoro sovrastano la personalità, ogni cosa diventa Maestro, e tu lo eri ogni giorno. Tu hai incoraggiato i tuoi allevi ad accettare ogni cosa così com’è, a ciascuno il suo rispetto, ecco il vero inchino alla tua maestria di uomo e musicista. Nelle nostre discussione hai sempre mantenuto fede a te stesso, e solo quando si è se stessi siamo in grado di mantenere questa unicità, di fronte a questo, io mi inchino per salutare l’uomo, il poeta. Mi inchino per salutarti, con questo spirito, e tutti i suoi precetti, tutti gli insegnamenti che hai saputo dare, ogni cosa rimarrà nel mio, e spero nei tanti cuori che hai toccato. Mi mancheranno le nostre discussioni, le nostre analisi di quel repertorio ottocentesco ormai sparito dalle sale da concerto, anche se spesso non condividevamo le stesse idee, nei tuoi discorsi c’era sempre un rispetto per i ragazzi che facevano musica in Conservatorio. Infatti nel nostro ultimo progetto prima che tu andassi a Milano, abbiamo messo insieme il concerto di Mozart per flauto e arpa. Come sempre hai condiviso con entusiasmo, e hai dato la possibilità di esibirsi a due solisti del Biennio di virtuosismo, con umanità e saggezza li hai guidati, senza tutte quelle impalcature spesso inutili, che molti Direttori applicano vuoi per insicurezza, o per incapacità. Tu con estrema semplicità, li hai guidati, come solo i grandi musicisti sanno dare. Quando se ne va una persona come te, il Mondo diventa piccolo, e anche non vederti in quel chiostro di Parma, mi rattristisce,… come mi è dispiaciuto quando ti sei trasferito a Milano, ….ma capisco non sempre si può andare d’accordo con tutti, e allora e meglio servire il proprio strumento, il proprio cuore, la propria anima la dove ci porta la nostra armonia. Ti ricorderò sempre con affetto sincero, perché eravamo tutti e due dello stesso partito: quello dei ragazzi, studenti, allievi…quello di chi vuole emergere da quelle mura, senza approfittarne, senza defraudare quei pochi soldi del fondo d’Istituto…. Quello di chi vuole fare cultura in questa terra Verdiana, ricordandosi della nostra tradizione, della nostra storia, niente personalismi ma umili servitori della musica. Grazie Fausto tuo collega e amico sincero…..

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