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Archive for novembre 2015

Sigismondo, o della virtù incompresa

Suonare musica affina la capacità di estrarre gli schemi più significativi da un paesaggio sonoro complesso, contrastando la difficoltà a capire il parlato in contesti rumorosi.

Diverse ricerche hanno già mostrato che imparare la musica e a suonare uno strumento permette di ottenere dei vantaggi nelle capacità di apprendimento in generale. Ora una nuova ricerca ha mostrato che l’educazione musicale protratta per tutto l’arco della vita consente di rallentare e arginare il declino di alcune facoltà che solitamente si manifesta con l’invecchiamento.

“La consuetudine a suonare uno strumento mostra di conferire dei vantaggi in almeno due importanti funzioni che declinano con l’età: la memoria e la capacità di ascoltare il parlato in presenza di un rumore di fondo”, dice Nina Kraus, direttrice dell’Auditory Neuroscience Laboratory della Northwestern University e co-autrice di uno studio pubblicato su PLoS One.

“La difficoltà di capire il parlato in presenza di rumore è fra le più diffuse lamentele degli anziani, ma la perdita di capacità uditiva legata all’età dà conto solo parzialmente di questa difficoltà che può condurre all’isolamento sociale e alla depressione”, spiega la Kraus. “E’ ben noto che persone con pressoché lo stesso profilo uditivo possono differire in maniera drastica quanto a capacità di distinguere il parlato in presenza di rumore.”

Per capire le ragioni di questa differenza, i ricercatori hanno sottoposto a test 18 musicisti e 19 non musicisti di età compresa fra i 45 e i 65 anni, valutandone la capacità di distinguere il parlato con rumore, la memoria di lavoro uditiva, quella visiva e i tempi di elaborazione cerebrale uditiva.

I musicisti, che avevano iniziato a suonare uno strumento in media intorno ai 9 anni continuando per tutta la vita, hanno avuto risultati migliori, a parte che per quanto riguarda la memoria di lavoro visiva, dove le prestazioni erano pressoché uguali.

“Le prestazioni

neurali che abbiamo osservato nelle persone addestrate alla musica non riguardano solamente un effetto di ‘amplificazione’ dei suoni, spiega la Kraus. “Il fatto di suonare musica consente soprattutto di affinare la capacità di estrarre gli schemi più significativi, fra cui il suono del proprio strumento, le armonie e i ritmi, da un paesaggio sonoro anche molto complesso.”

La musica rafforza la memoria verbale

Secondo uno studio pubblicato sul numero di luglio della rivista “Neuropsychology“, i bambini che hanno ricevuto un’istruzione musicale presentano una memoria verbale significativamente migliore di quelli che non l’hanno ricevuta. Inoltre, più a lungo hanno studiato musica, meglio funziona la loro memoria. Queste scoperte sottolineano un fatto già noto: quando un’esperienza modifica una particolare regione cerebrale, anche le altre funzioni di quella regione ne possono ricevere un beneficio. Si tratta di un tipo di effetto collaterale cognitivo che, oltre che favorire i bambini sani, potrebbe aiutare nella cura dei pazienti con danni al cervello.

Gli psicologi dell’Università Cinese di Hong Kong hanno studiato 90 ragazzi fra i sei e i quindici anni di età. Metà di questi avevano seguito lezioni di musica in quanto membri dell’orchestra d’archi della loro scuola, oltre che lezioni di musica classica con strumenti occidentali, per un periodo da uno a cinque anni. Gli altri 45 erano compagni di scuola privi di istruzione musicale. I ricercatori, guidati da Agnes S. Chan, hanno sottoposto i bambini a esercizi di memoria verbale per vedere quante parole erano in grado di ricordare da una lista e a esercizi di memoria visiva, simili ai precedenti ma con immagini al posto delle parole. Gli studenti che avevano seguito le lezioni di musica erano in grado di ricordare un numero di parole significativamente superiore agli altri. L’effetto era tanto maggiore quanto più lunga era la durata degli studi musicali sostenuti. Per quello che riguarda la memoria visiva, invece, non si è osservata alcuna differenza sostanziale.

Gli autori concludono che anche pochi anni di istruzione musicale possono migliorare la memoria verbale, a causa di una maggiore riorganizzazione corticale nella regione

temporale sinistra. In altre parole, lo studio della musica stimola la parte sinistra del cervello, la stessa area che gestisce funzioni come l’apprendimento verbale. Yim-Chi Ho, Mei-Chun Cheung, Agnes S. Chan, Music Training Improves Verbal but Not Visual Memory: Cross-Sectional and Longitudinal Explorations in Children. Neuropsychology, Vol. 17, No. 3 (2003).

Memoria per la musica

Un nuovo studio afferma che i musicisti che ascoltano la musica che stanno suonando mentre imparano un nuovo pezzo, ricordano in seguito meglio il brano. Ma dopo che l’hanno imparato, ascoltare la musica mentre la suonano di nuovo non serve ad aumentare l’accuratezza della loro prestazione. Secondo Caroline Palmer, docente di psicologia alla Ohio State University e co-autrice dello studio, questi risultati gettano nuova luce sul modo in cui funziona la memoria e sulle teorie dell’apprendimento.
In particolare, Palmer afferma che la scoperta mette in dubbio le teorie che sostengono che la memoria funziona meglio quando le condizioni durante l’apprendimento e quelle durante il richiamo delle informazioni sono simili. Secondo queste teorie, per esempio, i musicisti che ascoltano la musica mentre la imparano dovrebbero ricordarla meglio se ascoltano la propria esecuzione quando poi la suonano. E coloro che non la ascoltano mentre imparano dovrebbero ricordare meglio il brano se non lo ascoltano quando lo suonano più tardi. Invece non è così.

“Abbiamo scoperto – spiega Palmer – che i musicisti ricordavano meglio i brani musicali se li ascoltavano durante il loro apprendimento, a prescindere dal fatto che li ascoltassero quando più tardi li eseguivano di nuovo. Che le condizioni durante l’apprendimento e il richiamo fossero uguali o meno, non aveva nessuna importanza”. L’esperimento, che ha riguardato 16 pianisti adulti esperti, è stato condotto da Palmer insieme al collega Steven Finney. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista “Memory and Cognition”.

Musiche fuori tono

Se durante il concerto di una grande orchestra sinfonica un musicista sbaglia, il direttore è di solito in grado di riprendere il colpevole, individuandolo in mezzo al gruppo, anche se la sua attenzione era rivolta altrove. Questa abilità è stata studiata da Thomas Münte dell’Università di Magdeburgo, in Germania.

Münte e i suoi colleghi hanno studiato l’abilità di direttori di orchestra, musicisti e altri addetti ai lavori, tutti con almeno quindici anni di esperienza professionale, di focalizzare il loro udito in una particolare direzione.

Negli esperimenti, i vari candidati sono stati messi di fronte a una batteria di sei altoparlanti, di cui tre spostati su un lato. Gli altoparlanti trasmettevano impulsi di rumore rosa (rumore statico ma con certe frequenze filtrate, in modo da renderlo più gradevole), con mischiati ogni tanto dei suoni devianti, contenenti più frequenze alte, rappresentanti le stonature. Ai soggetti dell’esperimento è stato chiesto di focalizzare la loro attenzione uditiva, senza girare la testa, alternatamente sull’altoparlante più centrale o sul più periferico, mentre veniva registrata l’attività elettrica del loro cervello.

Oltre a questo, i soggetti dovevano anche premere un bottone quando pensavano che il suono deviante provenisse dall’altoparlante su cui era concentrata la loro attenzione. Quando l’attenzione era concentrata sull’altoparlante centrale, tutti i soggetti hanno reagito nello stesso modo, con un responso cerebrale più alto per l’altoparlante al centro e via via decrescente all’aumentare della distanza. Quando però il centro dell’attenzione era un altoparlante periferico, allora questo tipo di risposta era osservabile solo nei direttori di orchestra, mentre gli altri soggetti mostravano una attività più o meno costante.

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Anche nell’esperimento del bottone i direttori d’orchestra se la sono cavata molto meglio degli altri soggetti, indice di una maggiore capacità di focalizzare il loro udito in una particolare direzione. A ogni modo, nonostante le differenti prestazioni, le attività cerebrali dei vari soggetti erano molto simili. Questo significa che probabilmente i direttori di orchestra arrivano a questo risultato semplicemente grazie all’esercizio, e non una diversa anatomia del loro cervello. Direttori di orchestra non si nasce, si diventa.

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