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Archive for the ‘Cucina Verde=cibo dell’anima’ Category

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Buddha Sakyamuni è rappresentato in genere con la ciotola nella mano sinistra. Questo fatto lo mette chiaramente in relazione con il cibo. Ma quale è questa relazione?

Buddha Sakyamuni era partito lasciandosi alle spalle tutte le ricchezze e gli agi, per andare a cercare una soluzione alla sofferenza del mondo. Durante sei anni di ascetismo il suo cibo è stato ridotto al minimo che poteva trovare nella foresta senza danneggiare animali. Questa esperienza lo portò sull’orlo della morte, ed a quel punto realizzò che una vita solo di privazioni non portava a nessun risultato, così iniziò la sua meditazione sotto l’albero della Bodhi e dopo quaranta giorni ebbe il risveglio, con la comprensione della realtà ultima delle cose.

Negli anni successivi, si adoperò per insegnare tutto quanto aveva appreso, affinché tutti gli esseri potessero seguire il percorso da lui indicato.

Dopo avere rivelato le quattro verità sulla sofferenza, egli illustrò i principi e le pratiche per sconfiggerla.

I tre principi generali che permettono di avviarsi su questo percorso sono la rinuncia, la generazione di Bodhicitta – ossia della mente dell’illuminazione – e la comprensione della vacuità.

Qui ci occupiamo solo della base: la rinuncia. Con questo principio si intende che l’Uomo deve capire che la fonte primaria della sofferenza è l’attaccamento, e che perciò il primo passo da compiere è quello di “rinunciare” alle cose mondane. Con questo non si intende che il Buddhista deve necessariamente ritirarsi in un eremo e disinteressarsi di tutto, bensì che proprio interessandosi a tutto, ed in particolar modo al bene di tutti gli esseri senzienti, deve sapere mantenere quel giusto distacco dalle cose ed un’attitudine di equanimità verso tutti. E’ chiaro in questa ottica che il cibo rappresenta un mezzo necessario per mantenere in salute il nostro corpo, ma che non dobbiamo generare “attaccamento” e bramosia verso il cibo.

Nell’ambito religioso, ossia delle regole che concernono l’ordine monastico, ai monaci venne dato il precetto di raccogliere l’elemosina e mangiare solo ciò che veniva loro offerto nella ciotola. Ecco quindi che la ciotola è simbolo di un cibo parco, povero, limitato al necessario.

La domanda che tutti pongono in generale è “ma i buddhisti sono o non sono vegetariani?”

Proprio per la questione dell’elemosina, non vi sono prescrizioni che proibiscano di mangiare carne, con la sola eccezione di non mangiare carne di un animale che sappiamo essere stato ucciso apposta per noi. Infatti era possibile che ai monaci in cerca di elemosina venissero offerti pezzi di carne. Il monaco doveva quindi accettare questa offerta e “onorarla” mangiando quanto ricevuto. L’assunzione di cibo è comunque preceduta dal ringraziamento a tutti coloro che hanno provveduto alla sua produzione e nel caso di cibo animale la preghiera deve anche comprendere una benedizione per quella creatura.

Gli insegnamenti buddhisti – e non solo – portano sul rispetto per tutti gli esseri senzienti, quindi anche gli animali: è chiaro perciò che un Buddhista non uccide animali e si impegna affinché essi siano trattati in modo dignitoso e rispettoso. Proprio negli scorsi giorni il monaco Matthieu Ricard, interprete francese del Dalai Lama, ha pubblicato un libro dal titolo “Pladoyer pour les animaux”, in cui richiama le coscienze alla responsabilità sociale degli uomini non solo verso la comunità umana e l’ambiente, ma pure verso il mondo animale.

Quindi fondamentalmente il buddhista è vegetariano. Ma il buddhismo è una filosofia pragmatica e viene adattato anche alle realtà locali ed alle loro contingenze. Così appare comprensibile che in un paese come il Tibet, che aveva prodotti agricoli per pochi mesi all’anno, si mangiasse la carne di yak, e lo stesso Dalai Lama ha dichiarato che se il medico prescrive una certa quantità di carne perché il corpo necessita di determinate sostanze, si può mangiarla. Tuttavia non si deve uccidere appositamente un animale per questo scopo; e in qualunque circostanza occorresse farlo, bisognerebbe accompagnare l’atto con riti di purificazione per eliminare il karma negativo che si accumula).

Nello spirito di rinuncia, di parsimonia, è anche chiaro che nel Buddhismo non si è sviluppata una cultura del cibo legata alle pratiche religiose. Il Buddhismo è una filosofia di vita che si è adattata alle tradizioni esistenti nei diversi paesi, e per questo non ci sono piatti unitari comuni.

In Tibet vi sono alcuni cibi che vengono evitati dai meditatori, oltre la carne, anche aglio, cipolla, uova. Nel mese di Saka Dawa (tra maggio e giugno), quando si celebra il Vesak, la festa della nascita, vita e parinirvana di Buddha Sakyamuni, molti comunque rinunciano alla carne.

Un’altra usanza è quella di porre offerte di cibo sull’altare in occasione di riti e preghiere, pratica che trae origine probabilmente dalla cultura precedente l’arrivo del Buddhismo in Tibet.

Con la tsampa, farina d’orzo, si creano decorazioni per l’altare. La tsampa stessa è messa tra le offerte. Nella cerimonia della Guru Puja, la preghiera al maestro, si pratica lo Tzog, un’offerta di cibo che viene poi condiviso.

Offrire il cibo è considerata una radice importante per ogni relazione, non solo tra umani, ma pure tra gli esseri umani e gli esseri spirituali. Durante lo tzog, tra i presenti viene pure raccolta un’offerta di cibo che viene simbolicamente deposta all’esterno per gli animali e per gli spiriti. In questo senso si capiscono anche i racconti di monaci cuochi, che nel quotidiano agire preparando ed offrendo il cibo per tutta la comunità hanno raggiunto il più altro grado di realizzazione proprio per il fatto di essere sempre stati al servizio degli altri,

Per il Buddhismo Zen, ad esempio, quello che conta soprattutto è il modo di cucinare e di mangiare, indipendentemente da ciò che si cucina (generalmente vegetariano).

Cucinare correttamente non è solo questione di salute fisica ma gioca un vero e proprio ruolo spirituale. Qualsiasi cosa si cucini è un buon cibo se preparato con consapevolezza, ossia mettendo estrema attenzione, presenza mentale e amore in ciò che stiamo cucinando.

Enrica Pesciallo

Istituto Kalachakra

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L’uomo, per natura, dovrebbe essere vegetariano, perché tutto il suo corpo è fatto per il cibo vegetariano. Se l’uomo non è vegetariano, se mangia carne, il corpo ne sarà appesantito. In Oriente, tutti i grandi meditatori come Buddha e Mahavira hanno sottolineato questo fatto. Non per una qualche idea di non violenza – questo è un fatto secondario – ma perché, se vuoi veramente entrare in uno stato di meditazione profonda, il corpo dev’essere privo di peso, naturale, deve fluire. Il corpo dev’essere leggero, e in un non vegetariano il corpo è molto pesante. Osserva cosa accade quando mangi carne: quando uccidi un animale, cosa accade all’animale al momento dell’uccisione? Naturalmente nessuno vuole essere ucciso. La vita desidera la propria continuazione; l’animale non muore di buon grado.
Profondo dolore, paura, morte, angoscia, rabbia, violenza, tristezza: tutte queste cose accadono nell’animale. In tutto il suo corpo si diffondono la violenza, l’angoscia e un dolore estremo. Il corpo si riempie di tossine, di veleni. Tutte le ghiandole del corpo secernono veleni perché l’animale muore contro la sua volontà. E poi tu mangi la carne; quella carne contiene tutti i veleni che l’animale ha prodotto. La sua intera energia è velenosa, e quei veleni entrano nel tuo corpo.
Dovresti mangiare ciò che è naturale, naturale per te. Frutta, noci, verdure – mangiane quante ne vuoi. Il bello è che non puoi mangiare di queste cose più di quello di cui hai bisogno. Ciò che è naturale ti dà sempre una soddisfazione, perché sazia il corpo, ti riempie. Ti senti soddisfatto.Se una cosa è innaturale non ti dà mai questa sensazione di sazietà. Continua a mangiare gelati: non sentirai mai che ne hai abbastanza. In realtà più ne mangi e più hai voglia di mangiarne. Non è un alimento – sta imbrogliando la mente. Ora non mangi in base ai bisogni del tuo corpo; mangi solo per il sapore. La lingua ha preso il controllo.
Ma non dovrebbe essere così. La lingua non sa nulla del corpo. Essa ha un compito specifico: gustare il cibo. Deve giudicare – e questa è l’unica cosa che deve fare – quale cibo vada bene per il corpo e quale no. È solo un guardiano alla porta, non è il padrone di casa, e se il guardiano diventa il padrone, si creerà una gran confusione.
I pubblicitari sanno benissimo che lingua e naso possono essere ingannati. Non sono i padroni di casa. Forse non sai che nel mondo si fanno molte ricerche sugli alimenti. Queste ricerche dicono che quando chiudi il naso completamente, e tieni gli occhi chiusi, se ti danno da mangiare una cipolla, non ti accorgerai di ciò che mangi. Non potrai distinguere una cipolla da una mela se il naso è del tutto bloccato, perché metà del gusto viene dal naso, e l’altra metà è decisa dalla lingua. Questi due hanno assunto il controllo. Per loro se il gelato è nutriente o no, non è il punto. Il gelato può avere un certo gusto, può contenere delle sostanze chimiche che soddisfano la lingua ma che non sono necessarie per il corpo. L’uomo è confuso, molto più confuso dei bufali. Non puoi convincere un bufalo a mangiare gelati. Prova! Un cibo naturale… e quando dico naturale voglio dire quello di cui il tuo corpo ha bisogno.
 
l’Anatomia comprata:
 
Predatori/Carnivori
1-Placenta zoniforme
2-Artigli retrattili, denti aguzzi, compresi i molari, atti a strappare non masticare
3-Ghiandole salivari poco sviluppare : la saliva, e acnhe l’unità, hanno reazione acida
4-Lo stomaco procede grandi quantità di pepsine acido cloridrico rispetto a erbivori o onnivori
5-La digestione avviene principalmente nello stomaco
6- Grassi sono digeriti nell’intestino grazie a succhi biliari e pancreatici
7-L’intestino è più corto (4/5 volte la lunghezza del corpo) rispetto a quello di erbivori onnivori e frugivori
 
Erbivori
1- Placenta non caduca
2- Zoccoli, denti atti a strappare e a masticare
3-Ghiandole salivari ben sviluppate e reazione alcalina di saliva e urina
5-Secreazione scarsa di acido cloridrico
6-Non producano uricasi
7Canale intestinale sino a 20 volte la lunghezza del tronco
 
 
Onnivori
1- Placenta non caduca
2-Saliva e urine a reazione acida
3-Intestino lungo 10 volte la lunghezza del tronco
 
 
Scimmie antropomorfe
1-Placenta discoidale
2-Incisi ben sviluppati
3-Molari smussati
4-Saliva e urina alcaline
5-Intestino lungo 10 volte il tronco
 
Uomo
1-Placenta discoidale
2-Incisi ben sviluppati
3-Molari smussati
4-Saliva e urina alcaline
5-Intestino lungo 10 volte il tronco
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alcalinizzare il corpo

 

10 modi per alcalinizzare il corpo

Alcalinizzare il corpo è fondamentale. L’acidità del corpo condiziona le malattie, l’eccesso di peso e molti altri problemi di salute. Fortunatamente, rendere il corpo più alcalino ( l’opposto di acido) è facile.

 

1 . Bevi acqua con limone al risveglio. Inizia la giornata con un grande bicchiere di acqua e versaci dentro il succo di un intero limone appena spremuto. Il limone ha il gusto acido ma, come abbiamo già visto, ha l’ effetto opposto sul corpo e sul metabolismo.

2 . Consuma abbondanti insalate verdi con succo di limone e olio d’oliva. Le insalate verdi sono tra le migliori fonti di minerali alcalini, come il calcio .

3 . Mangia un paio di mandorle non salate al giorno. Le mandorle sono ricche di minerali alcalini naturali come calcio e magnesio, che aiutano a bilanciare l’acidità e il bilanciamento di zucchero nel sangue .

 Scopri come alcalinizzare il tuo corpo per combattere le malattie.

4 . Bevi un frullato di latte di mandorle e frutti di bosco con aggiunta di integratori come la spirulina o la clorella. Preferisci il latte di mandorle a quello vaccino, poiché quest’ultimo è acidificante e fa male agli adulti.

5 . Svolgi esercizio fisico più che puoi o almeno un paio di volte alla settimana. Se non ti senti sportivo, buttati sulle camminate veloci che fanno bruciare molte calorie e velocizzano il metabolismo. Per di più sono adatte anche alle persone sovrappeso in quanto non comportano rischi per le articolazioni come la corsa stessa.

 

L’esercizio fisico inoltre aiuta ad eliminare i prodotti di scarto acidi  in modo che il corpo possa eliminarli meglio con la sudorazione.

6 . Impara a respirare nella maniera corretta. Respira profondamente, è fondamentale per la tua salute. Scopri i benefici del respiro consapevole, di sentire l’aria che entra e fuoriesce dal tuo corpo. Scegli un posto non inquinato se riesci.

alcalinizzare il corpo

7 . Evita assolutamente la carne perché è la maggiore fonte di acidificazione del corpo.

8 . Evita i dolci carichi di zucchero e le bevande altamente dolcificate come la soda. Lo zucchero (in particolare quello bianco) è un vero e proprio veleno per il nostro corpo ed inoltre facilita la proliferazione di alcune malattie. E’ un forte acidificante del corpo.

Lo sai che hai bisogno di più di 30 di bicchieri di acqua solo per neutralizzare l’acidità di una lattina di cola?

9 . Consuma più verdure nella tua dieta. E non sto parlando delle patate 😉 a parte quelle dolci che sono una buona scelta. Asparagi, zucca, peperoni e altre verdure sono ottime scelte.

10 . Aggiungi germogli ed alghe nella tua dieta quotidiana. Sono estremamente alcalinizzanti e contengono molte sostanze nutrienti ed enzimi che doneranno al tuo corpo molta energia. Inoltre scopri come e’ facile cucinare con le alghe.

 

 

 

di http://www.curarsialnaturale.it/

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La televisione Italiana è coperta da trasmissioni sulla cucina….ormai siamo tutti cuochi….ma mi domando chi guarda queste trasmissioni?  Magari colmano un vuoto…ma non nello stomaco ma nel cervello…..

Perché tutta questa cucina in tv? Programmi di ogni tipo, con i giochi, con i talenti, con gli esperti, con i consolidati e con i neofiti, e ora anche una fiction, «Kitchen Confidential», in onda su FoxLife, con il bel Bradley Cooper, tratta dall’omonimo best seller, sottotitolo «Avventure gastronomiche a New York». Il telefilm è brillante, ha un dialogo scoppiettante e un’energia dirompente. Politicamente corretto, racconta di uno chef giovane e bello, ex drogato ed ex beone, che si ripulisce e viene chiamato a dirigere un ristorante importante. Deve riformare la band (di cuochi), non cadere in tentazione, tenere a bada tutti, il padrone del vapore e i sottoposti, e nello stesso tempo creare piatti che facciano sognare. Missione non certo impossibile, per un buon lavoro di intrattenimento all’americana: che segue le ultime regole della velocità. Ogni puntata dura una ventina di minuti, la metà del tempo classico. Accade pure, a esempio, in «The Big C» e «Hot in Cleveland», anch’esse ottime serie. E dunque, la cucina: non è un bel segno che ce ne sia così tanta nella televisione del mondo occidentale. E’ un segno di decadenza. E’ un alibi per non parlare d’altro. E’ un modo per seguire la moda, non rischiare e pulirsi la coscienza: faremo magari del male al pianeta, però come siamo buoni a cercar cibi biologici, spesso carissimi.

Chi da una parte del piccolo schermo chi dall’altra, c’è poco da fare, agli italiani piace parlare di cibo. Dietro al fenomeno del moltiplicarsi dei programmi televisivi di cucina c’è la storica passione dell’Italia per il saper vivere e la buona tavola. Secondo il critico eno-gastronomico di PanoramaFiammetta Fadda è questo il motivo che spiega tanto amore per gli chef in tv.

“In realtà – dichiara la Signora Fadda, firma storica della critica e volto televisivo noto agli amanti delle trasmissioni di cucina- la cosa non mi stupisce più di tanto. Agli italiani è sempre interessato il mondo del buon cibo e non mi meraviglia questa tendenza. Cucinare in tv è una cosa che fa spettacolo, questo non va dimenticato; si tratta principalmente di uno show, ma c’è anche la possibilità di apprendere. E poi, diciamocelo francamente, tra telegiornali e trasmissioni piene di violenza e litigiosità tornare a casa, accendere la tv e vedere gente davanti ai fornelli è incredibilmente rilassante e forse la gente ha davvero bisogno di staccare la spina”

Qual’è il target al quale si rivolge questo genere di intrattenimento?

“E’ un target molto vario che va dalla massaia al lavoratore, ma anche ai giovani e giovanissimi. Mi accorgo che sono tante le ragazze tra i 25 e i 35 anni ad essere particolarmente curiose in fatto di cucina. Sono figlie, ma anche figli, di madri che magari negli anni 70 hanno fatto la rivoluzione femminista; madri che quindi inorridivano all’idea di insegnare alla proprie bambine come fare un soffritto o preparare una torta e così adesso queste giovani donne sono molto curiose e vogliono colmare un’ignoranza generazionale di cui mi accorgo facendo il mio lavoro. Spesso anche nelle trasmissioni a cui partecipo (Fiammetta Fadda è giudice a “Cuochi e Fiamme” e critico a “Chef per un giorno”) mi accorgo che i concorrenti, quando citano la propria cultura culinaria, si riferiscono sempre alle nonne o alle vecchie zie. C’è quindi bisogno di imparare a cucinare e soprattutto a fare la spesa, perchè è la scelta della materia prima la base di una buona cucina. C’è tutto un mondo di buongustai che trova nei blogs e nella tv la possibilità di esprimere una passione. E poi ci sono tantissimi ragazzini. Sa quante volte nei ristoranti vengono bambini di 12, 13 anni a stringermi la mano e chiedermi l’autografo? Hanno una grande passione per i fornelli e sono persino  miei piccoli fans”

Non c’è il rischio che questo moltiplicarsi di offerta saturi il mercato?

“E’ così. Secondo me siamo già arrivati al limite massimo. Da qui ci sarà una naturale selezione di quello che funziona e resiste e di quello che è tutto fumo e niente arrosto. Ci sono chef, ad esempio, che usano la tv com vetrina per aumentare i propri affari e che dopo qualche comparsata tornano nel proprio ristorante e raccolgono i frutti della visibilità data dalla televisone; altri come Alessandro Borghese o Simone Rugiati  hanno, invece, scelto di lavorare solo il televisione. Guadagnano abbastanza, si divertono e restano ben lontani dai fumi della cucina del ristorante e dalle magagne dei clienti”

La stagione televisiva sta per iniziare e all’ora di pranzo, dalla metà di settembre, voi italiani vi ritroverete con ben 3 programmi che molti sostengono essere mediocri e inutili:Prova del cuocoCotto e Mangiato e I menù di Benedetta. All’inizio di agosto già mi ero chiesta il perchè di tanto accanimento contro questo tipo di programmi televisivi “mordi e fuggi” mentre stavolta punto l’attenzione sui motivi per cui funzionano e sul perchè si scelgono determinate figure in conduzione e non altre.

I programmi di cucina all’ora di pranzo hanno da sempre un successo incredibile nonostante per alcuni si tratti di spazzatura: la Clerici ha svoltato grazie alla Prova del Cuoco, Bendetta Parodi ha fatto il grande salto grazie a Cotto e Mangiato e anche Tessa Gelisio, che la sostituirà su Italia 1 dopo il passaggio a La7, pare essere destinata al successo assicurato.

Ma perchè questi programmi piacciono tanto? Perchè l’Auditel si impenna e i foodblogger più accaniti non ne vogliono sentir parlare, esattamente come accade anche per Alessandro Borghese e Simone Rugiati?

La risposta è una (e non è dentro di noi, come diceva il saggio :) ): la gente comune non vuole manicaretti disposti sul piatto come bomboniere, la gente comune non vuole cucine immacolate, la gente comune non chiede piatti particolari. La gente comune deve preparare pranzo e cena, deve fare attenzione a quanto spende, deve accontentare tutti i membri della famiglia e deve sbattersi il meno possibile per portare in tavola cibi appetitosi e sempre diversi.

Qualcuno potrebbe arrivare e obiettare: guarda che qua non si parla di tipologia di cucina ma del messaggio che questi programmi lanciano! Essì, perchè la maggior parte di quelli che criticano la Parodi e le trasmissioni di cucina “mordi e fuggi” come quella sostengono che il concetto che viene ribadito sempre, ovvero di una cucina che utilizza ingredienti pronti per avere il maggior risultato con la minor fatica, sia sbagliato e deleterio.

Io ribatto: avete mai pensato che non tutti siamo uguali? Che non tutti possiamo permetterci (anche economicamente) di andare al supermercato e acquistare gli spinaci freschi e c’è chi invece si deve accontentare di quelli surgelati? Che non tutti vogliamo/possiamo preparare la sfoglia e c’è chi deve prenderla surgelata? Avete mai sentito parlare di crisi? E di scelte? E di tempo libero che manca?

Semmai mi chiederei come mai invece di scegliere personaggi che sanno effettivamente cucinare, o che ne capiscano almeno qualcosa, si continuino a scegliere personaggi televisivamente accattivanti, bellocci e che piacciono: l’ultimo è il caso di Tessa Gelisio che, reduce da Pianeta Mare, approda a Cotto e Mangiato per chissà quale motivo se non per aver, presumibilmente, imparato a pulire il pesce durante il suo vagar per mari :D

Anche in questo caso c’è una spiegazione: la gente comune non vuole vedere gente comune in televisione. La gente comune vuole vedere personaggi più belli, personaggi più curati, personaggi da spiare e che in qualche modo diventano lo specchio di ciò che loro non sono.

Lasciamo perdere voi che leggete/commentate e pensiamo alla casalinga costretta a stare tutto il giorno a casa a sistemare, lavare e cucinare: secondo voi vuole vedere una come lei, in ciabatte e tuta da ginnastica, oppurepreferisce vedere una potenziale sè stessa, una sè stessa che sarebbe potuta essere ma non è stata, riflessa sullo schermo? E vuole vedere uno chef di chiara fama o una persona estremamente competente in materia che la fa sentire a disagio perchè, che ne so, non sa tagliare la cipolla correttamente oppure preferisce una che di cucina ne sa quanto lei e che per questo ci ride e ci scherza?

Vi assicuro (non sono un mago, ho semplicemente lavorato nel settore!) che è la seconda che ho scritto e che esiste anche una spiegazione “psicologica” a tutto questo: si definisce “proiezione del sè sull’altro” questa situazione per cui io, spettatore medio, mi immedesimo nella figura che vedo sullo schermo e mi sento vicina a lei pur essendo distante fisicamente e concettualmente.

Se ci fate caso, non vengono mai scelte figure irraggiungibili ma figure molto più “terra terra” (passatemi il termine!) perchè i cuochi seri spaventano e non consentono la proiezione; a quelli seri che bazzicano nei programmi di cucina “di massa” viene chiesto di perdere la loro aura di serietà e di ridicolizzarsi, basta vedere Gordon Ramsay per rendersene conto!

Insomma, genti della cucina, non vi pare che certo accanimento sia eccessivo? Ci mettiamo un pizzico di invidia a giustificarlo? No, perchè, ecco, se si è certi di essere sulla strada giusta non c’è personaggio che venga considerato mediocre a fermarci, non c’è idea di cibo (così come di altro elemento, sia chiaro) che possa sostituirsi alla nostra, non c’è ideale aspirazionale che possa insinuarsi nella nostra mente. Non è così? :)

[ovviamente io le prime puntate di questi tre programmi me le guardo su Internet, anche in differita, giusto per vedere l’effetto che fa. Voi fate come vi pare :D ].

Postillina: tanto accanimento non si verifica per i programmi, molti uguali uguali ai vari La prova del cuoco, Cotto e Mangiato e similari, sulle piattaforme a pagamento. Un giorno vi spiegherò pure perchè ;)

Il rappresentante del Partito per la rivendicazione della cucina come forma d’arte, dichiara: cari gastrofanatici, il tempo della discriminazione dei cuochi è finito. Piantiamola una volta per tutte di considerare questi uomini straordinari che tanto fanno per la cultura e la ricchezza del nostro paese, dei meri artigiani. La cucina è, e deve essere da tutti considerata, una vera e propria forma d’arte. L’atto creativo che porta alla realizzazione di un piatto va posto allo stesso livello di un sonetto, un monologo o di un grande quadro perché ha il potere di dare emozioni come e quanto ogni arte riconosciuta. Oggi “artista” è colui che esegue il proprio lavoro con una perizia tale da raggiungere risultati unici (cit.) e non è forse un risultato unico il Magnum di Foie Gras di Massimo Bottura? L’Ostrica virtuale di Davide Scabin? La Cipolla fondente di Salvatore Tassa? Non sono opere straordinarie il Riso, oro e zafferano di Gualtiero Marchesi o le Lenti a contatto di Carlo Cracco? Lo sono, elettori, lo sono a tutti gli effetti. Votate quindi affinché tale giusto riconoscimento sia concesso ai nostri cuochi, vanto e orgoglio del popolo italiano.

Il rappresentante del Partito che vorrebbe vietare l’uso del termine artista relativo ai cuochi, dichiara:il cuoco è un artista? Ma andiamo, cosa state farneticando? Ridimensionamento, ecco cosa ci vuole. Basta programmi Tv, basta autografi, basta ammiratori impazziti, torniamo alle basi della cucina e non dimentichiamo qual è la natura di questa professione. Ciò che i nostri avversari definiscono “atto creativo”, altro non è che una delle normali mansioni da svolgere: da una parte c’è la sperimentazione e la combinazione dei sapori per poter offrire qualcosa di nuovo ai clienti di un ristorante, dall’altra c’è la realizzazione serigrafia del piatto studiato, giorno dopo giorno. Il cuoco è un professionista e cucinare è un mestiere nobile come ce ne sono molti. Se così non fosse, dovremmo considerare artista chiunque riesca bene nel proprio lavoro. E’ un artista forse il vostro parrucchiere? Lo è per caso l’avvocato, il barista o, perché no, il dentista? Voglio infine ricordarvi, elettori, che Arte non è sinonimo di Bravura e che lo svilimento del termine in esame potrebbe causare un abbassamento drammatico del livello culturale del nostro paese.

I lettori di Dissapore sono chiamati alle urne per esprimere la propria preferenza. Per essere ammessi al voto è necessario aver pronunciato almeno una volta e ad alta voce la frase: “Fulvio Pierangelini è un genio”.

Conobbi Pane e Vino tanti anni fa (1989), quando era ancora un piccolo ma suggestivo Wine-Bar “ante litteram” in via Poggio Bracciolini. Già allora capivi che era un posto speciale anche se la struttura non permetteva la preparazione di piatti particolarmente elaborati; traspariva però la grande passione, la voglia di ricerca, la professionalità che negli anni ha sempre caratterizzato e distinto la proposta dai classici “sfamatoi” che nascono come funghi nella nostra città e non solo. Se voglio concedermi una serata “speciale”, Pane e Vino è la scelta giusta. La ricercatezza nella preparazione dei piatti, nella proposta dei vini, la cordialità e la competenza dei proprietari, l’atmosfera generale che si respira , ti rimette in pace col mondo.
Forse in questa epoca tesa alla ricerca di effetti speciali ad ogni costo, dove l’apparenza prevale sulla sostanza, l’improvvisazione sulle competenze, l’ignoranza sulla cultura, la sobrietà di Pane e Vino può indurre a pensare che manchi di originalità e modernità. Forse dovremmo smettere di farci condizionare da spot sensazionalistici e riscoprire il gusto di approfondire e conoscere un’arte così importante come è quella della cucina. Meno male che ci sono persone come Barbara e Gilberto che malgrado tutto ci credono ancora.

Voglio raccontarvi una storia.
Più di quarant’anni fa e precisamente nel 1968, G., un ragazzo che allora affrontava il suo esame di maturità classica, colse al volo una delle tracce suggerite per il tema e la interpretò secondo la propria sensibilità, parlando di cibo e cucina. “Si parli dell’Arte e delle sue forme”, più o meno così citava il titolo della proposta del componimento. G. non ebbe dubbi e scrisse con amore e passione di un’arte tra le arti, l’approccio verso il cibo, la preparazione (attenta e giocosa allo stesso tempo) di quello che poi si metterà nel piatto, la cura nel cuocere un arrosto, la fantasia nell’inventarsi una pastasciutta e il piacere della condivisione a tavola.
Solo goduriosi e golosi con l’acquolina in bocca o muniti disensibilità generosa -per un aspetto particolare della vita certo- ma che spesso coincide con un modo di porsi, di vivere la socialità? Non voglio qui dire che chiunque ami il cibo e la cucina sia l’individuo perfetto, esempio del buon vivere e maestro nelle relazioni…non scherziamo! Qui mi sto riferendo a quel particolare tipo di persona che mette cura e rispetto in tutto (quasi) quello che fa, cibo e cucina inclusi.
Insomma, sapete come finì la storia? G. fu bocciato. Magari non soltanto per il tema sopra le righe (dell’epoca o anche di adesso per alcuni?) ma sicuramente, quando gli fu chiesto da uno deibaroni, davanti a tutti in commisione orale, di rinnegare “le stupidaggini” scritte nel tema, G. non lo fece.
Buon appetito grande cuoco G.!
Non la cucina di tutti i giorni che si fa a memoria. Intendo quella che realizziamo solo in certe occasioni. In questi casi mentre cuciniamo un piatto mettendoci come ingredienti principali le nostre conoscenze e la nostra sensibilità, assomigliamo di più a uno scienziato che applica tecniche culinarie o a un artista che dà forma ai suoi pensieri?

Opinioni:


Sicuramente un’arte,e quando tu parli della sensibilita e sempre un’arte la scienza nn si basa su sensibilita ma su fatti certi provati e riprovati.


Nella cucina seve la tecnica che è scienza, ma poi deve essere sovrastata dalla fantasia e li’ si va nella creativita’, cioe’ ARTE……


è un arte


la cucina è un arte…bisogna amarla veramente,averla dentro altrimenti nn si diventa mai dei grandi chef ma si rimane dei bravi cuochi ciao


Il mio parere è che la cucina è un arte…. e una delle più preziose.

se invece parliamo della cucina di tutti giorni, quella che dovrebbe far calare un po’ di peso il tuo uomo, quella che ti dovrebbe far andar via un po’ la cellultite ect ect ….quella è proprio una scienza….


Voterei per l’arte.
Quando cucino mi sento come un pittore e gli ingredienti sono i miei colori con cui creo quello che voglio far capire ad una persona. Come hai detto prima in quei casi eccezionali preparare un piatto ordinato può rappresentare il tipo di persona che te lo ha preparato.
Giusto per farti capire cosa intendo…
Meglio un pizzico di creatività (link 1)
O tutti gli ingredienti buttati qua e la? (link 2)
Per cui per me cucinare è un arte ma in piccolissima parte anche una scienza perchè non si finiscono mai di creare e studiare nuovi tipi di cenette 🙂


è di siscuro un ‘arte


è entrambe le cose: è una scienza in quanto è proprio in base alle proprietà fisico-chimiche degli ingredienti che si procede in modo diverso riguardo gli impasti, le cotture etc.., ma è anche un’arte in quanto ci vuole anche un tocco di personalità in quanto una ricetta ritenuta canonicamente perfetta può essere variata in base ai gusti del committente o dell’esecutore


è un’arte perchè ci vuole amore e la scienza invece è qualcosa di gelido che non ammette sentimenti.


Per me è un’arte, la cucina è creatività pura. Non la vedo come una scienza, sebbene ci siano certamente delle reazioni chimiche, ma è il nostro cervello che inventa e trasforma, e crea con il cibo.


La cucina senza nulla , quella della nonna povera, che utlizzava tutto, anche i fiori e le erbe raccolte, gli scarti della carne ( la coda alla vaccinara, la trippa, la cicoria, le frittelle di fiori di gelso) quella è ARTE suprema della nostra bella Italia


Assolutamente un’arte! L’amante dell’ ARTE CULINARIA è un artista a tutti gli effetti. La cucina (intesa come stanza) è il suo regno. Per stupire e deliziare i commensali il genio crea dando tutto lo spazio necessario alla sua estrosità. Cosa c’è di più sano di una delizia per il palato, che risana anche gli occhi ed il cuore?


Forse si fa confusione fra cucina e alimentazione. L’alimentazione è lo studio di come l’essere umano dovrebbe alimentarsi per mantenere integre le sue funzionalità, per l’accrescimento, ecc. Questa è da considerarsi una scienza, poichè si applicano metodologie scientifiche da cui scaturisce la “conoscenza”.
La cucina è un’arte, con la quale si possono o meno applicare i principi dell’alimentazione (spesso no, per fortuna!), ma che lascia libero sfogo alla fantasia.
Spesso il violare le regole e gli schemi predefiniti porta al capolavoro e questo può solo essere considerato arte.


è un’arte che però non può fare a meno della scienza, ovvero della tecnica culinaria.
Se no si fa come mio cognato, che ha delle bellissime idee in cucina, solo che rovina tutto cuocendo a fuoco troppo alto o per troppo tempo, o aggiungendo all’ultimo ingredienti che guastano il sapore.
Del resto per i Greci scienza e arte erano una sola parola: teknè.


Secondo me è un’ arte, ma si avvale della scienza,ovvero, quest’ultima viene delle volte utilizzata anche per l’esaltazione del gusto(composti chimici) e a volte, per composizioni architettoniche(statica) dell’elaborato finale.


Sicuramente è un’ arte. Quando cucino, tutti i giorni, cerco sempre di cambiare qualcosa nelle mie ricette che ho già fatto. Mi piace variare con piatti tradizionali e quelli che ho imparato all’estero o nelle varie regioni della nostra Italia. Poi ci aggiungo un tocco personale anche in base a chi viene a cena. E quando vado in un ristorante cerco di capire come una ricetta è stata realizzata per rifarla a casa e mi diverto tantissimo. Faccio pane, dolci, liquori. E tornando alla domanda iniziale, più imparo e più mi si aprono nuove strade da seguire…..quindi penso che sia un’ arte. In più credo che vi sia in significato profondo nel preparare con passione qualcosa da portare in tavola ai propri familiari ed ospiti per farli stare bene.


è senz altro un’arte che nn tutti conoscono veramente,per molti si tratta solo di cibo ,di nutrirsi,ma nn è solo questo si possono creare tanti piatti spettacolari e gustosi ke nn sempre vengono apprezzati da tutti a volte è piu apprezzato il solito sugo ke qualkosa di nuovo ke puo sembrare ‘strano’.è come realizzare un quadro nn tutti lo capiscono,c’è ki finge di capirlo o ci prova e c’è ki è portato !!!


a un artista che usa le sue conoscenze del gusto e’ dei sapori memorizzati con i sensi
l’artista e’ appunto nella capacita’ di assemblarli
in modi diversi,proponendo nuovi sapori,
la presentazione ne fa’ parte.
ciao antonio


L cucina è un’arte, poichè l’arte è creativa cosi come lo è il cucinare: un piatto, lo stesso piatto non sarà mai lo stesso se cuinato da me, da te…o da un altro. In qualche modo ognuno trasmette il proprio punto di vista, le proprie sensazioni che non possono essere descritte da leggi sperimetate.


secondo me è l’espressione artistica di una scienza raffinata e immensamente variegata


sicuramente è un’arte!!


Passione. La cucina e’ passione. Se cucini con convinzione anche l’uovo sodo viene piu’ saporito. Non si spiega diversamente il fatto che a parita’ di ricetta, di ingrediente, di metodo, i cibi cucinati da chi ama cucinare sono piu’ buoni di chi semplicemente applica le regole.


Non puo essere altro e solo Arte Culinaria.
La scienza in questo campo e solo da digestivo…


una scienza…. la matematica!


sono d’accordo con felicepe: la cucina deve essere amore e passione, allora puo diventare arte. Ma non quella artificiosa, che servono in certi ristoranti, dove l’aspetto del piatto è più importante del sapore, ma quella vera, che con gli ingredienti più umili fà dei capolavori di gusti. Quando mia suocera faceva l’arrosto era una cosa da leccarsi i baffi (cominciava la mattina presto a preparare gli ingredienti e poi piano piano cuoceva la carne)mmmmmmmm! Lo sogno ancora ogni volta che ficco la carne nel forno a micro-onde e pretendo di aver fatto l’arrosto (evviva la tecnica!)


per me e’ un arte. quasi tutti siamo capaci di cucinare pasta,carne,pesce.. roba di tutti i giorni,presentandola “alla buona”.. ma nelle occasioni particolari? non e’ solo la preparazione del piatto,ma proprio il modo di presentarlo. ad esempio,vuoi mettere che ti servono un carpaccio di tonno messo li,nel piatto con olio e limone e quando invece te lo servono guarnito di limone magari sfilettato,qualche erbetta al lato.. e’ proprio differente,magari il sapore puo’ essere lo stesso,ma da come te lo presentano cambia tutto. e cosi’ per tutto,specie anche per i dolci.
ci faccio caso e ho notato che anche la piu’ stupda delle insalate se presentata in una certa maniera e’ piu’ gustosa,e’ come se l’occhio compensasse il sapore


Arte…

quando cucino per certe occasioni o quando mi sento ispirata allora è sensualità, creatività , piacere …cucino sempre ascoltando musica…un binomio perfetto…

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Saporiti, esotici, colorati e, soprattutto nella versione integrale, ricchi di nutrienti e sostanze protettive per la salute: ecco una carrellata di risi “alternativi” da mettere in tavola, con gli abbinamenti consigliati e le istruzioni per la cottura.

Nero Venere: è una varietà di riso integrale di origine cinese che da qualche anno viene coltivata anche in Italia. Secondo la leggenda il suo nome è legato alla dea dell’amore perché in Cina veniva cucinato per l’Imperatore e la Corte in virtù delle sue proprietà afrodisiache. I suoi chicchi scuri e lucenti sono ricchi di sostanze antiossidanti chiamate antociani, pigmenti naturali che rallentano l’invecchiamento cellulare. E’ un riso ricco di calcio, manganese, zinco e fosforo, oltre che ferro e selenio in quantità superiore rispetto al riso tradizionale. Il suo particolare profumo, già percepibile a crudo, diventa più inteso e speziato con la cottura. E’ perfetto in abbinamento ai crostacei e al pesce, ottimo anche nelle insalate fredde, bollito e condito con un filo di buon extravergine d’oliva. Cuoce in circa 40 minuti (12 nella pentola a pressione). Regge bene la cottura.
Nero Artemide: dall’incrocio tra il Venere e il riso di tipo indica, nasce questa varietà integrale che eredita dal primo dei “genitori” il colore nero e dal secondo la bella forma allungata del chicco. Ha un aroma intenso e gradevole e necessita di circa 30-35 minuti di cottura. E’ eccellente saltato in padella con i crostacei o miscelato ad altri tipi di riso (considerando i diversi tempi di cottura). Un consiglio: provate a macinarlo con il macinacaffè e usate la farina ottenuta per impastare le tagliatelle o gli gnocchi, il loro profumo vi stupirà.
Riso rosso integrale: è una qualità prodotta in quantità limitata. Si caratterizza per chicchi medio lunghi di un bel colore rosso, è ricco di fibra e di nutrienti. Si accosta facilmente a cibi dal gusto deciso, ma anche al pesce e ai legumi. Il modo migliore di prepararlo consiste nel bollirlo, condirlo a crudo con olio extra vergine di oliva  e pomodoro fresco. Ottimo anche nelle insalate miste.
Riso selvatico (wild rice): sembra riso ma non lo è. E’ invece il seme di una pianta acquatica, la Zizania aquatica che, come si intuisce dal nome, cresce spontaneamente sulle superfici d’acqua naturali, del nord ovest dell’Ontario, in Canada. Per volontà dello stato canadese, il riso selvatico viene raccolto ancora secondo il metodo tradizionale degli Indiani d’America, e cioè a mano aiutandosi con canoe, ed è totalmente di produzione biologica. I suoi chicchi hanno un colore scurissimo e sono molto lunghi e sottili. E’ molto dotato di proteine e di minerali come calcio, magnesio, potassio, fosforo e zinco, e di vitamine del gruppo B. Tra le sue virtù ricordiamo la capacità di contrastare l’esaurimento psicofisico, l’azione antidepressiva, di potenziamento del sistema immunitario e della salute sessuale dell’uomo (grazie alla ricchezza di zinco). Ha un sapore che ricorda la castagna. Si abbina bene alle verdure, ai funghi, al tartufo, al pesce e alle carni più saporite. Cuoce in 40 minuti.

 

BIGINO

Venere: nero e lucente, è profumato, esalta il sapore dei crostacei e del pesce ma è ottimo anche nelle insalate fredde o semplicemente bollito e condito con un filo d’olio. Cuoce in 40 minuti.  Artemide: scuro e con i chicchi lunghi, ha un aroma intenso: miscelato ad altre varietà di riso dona sapore. Se ne può utilizzare la farina per l’impasto di gnocchi e pasta fresca. Cuoce in 35 minuti.Rosso integrale: ha chicchi scarlatti medio lunghi, si abbina bene ai cibi dal sapore intenso, è indicato con i legumi. Un modo leggero e gradevole di prepararlo consiste nel condirlo con un extravergine fruttato intenso, un velo di pomodoro fresco e qualche fogliolina di basilico.  Selvatico: ha chicchi lunghi e sottili, un colore bruno tendente al nero. Si abbina bene agli altri alimenti “selvaggi”, come il tartufo, i funghi, la selvaggina.

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Giallo oro

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Nata nell’antichità come piatto a base di farina d’orzo, miglio o grano saraceno, la polenta più diffusa, oggi, è quella di mais, l’antico cereale originario del Centro America.

 

La polenta, spesso utilizzata come pietanza di contorno, è invece da pensare inserita in un piatto unico, insieme a formaggio o latte, pesce, legumi e verdure. In tempo di carestia, mangiata come alimento base della dieta e quindi in grandi quantità, è stata causa di gravi problemi di pellagra nella popolazione, una malattia dovuta alla carenza di vitamina PP.
Come si prepara: con farina fresca, perché nelle lunghe conservazioni è più facile che si alteri, soprattutto se il mais non è stato essiccato come si deve. Va riposta in luogo fresco e asciutto: a contatto con l’aria, infatti, tende ad ammucchiarsi e a presentare i filamenti tipici della presenza di parassiti. Il modo migliore per cuocere la polenta è utilizzare il paiolo di rame, che favorisce la cottura uniforme. In commercio si trovano facilmente paioli con il doppiofondo in rame, ma in alternativa si possono usare anche quelli rivestiti di materiale antiaderente. Strumento indispensabile è il cucchiaio di legno per rimestare (esistono paioli con tanto di mestolo che girà da sé elettricamente). Per evitare la formazione di grumi, il segreto è gettare la farina nell’acqua un istante prima che inizi il bollore, mescolando energicamente. Se qualcosa dovesse andare storto è comunque possibile rimediare passando il composto con il frullatore a immersione! Per una buona cottura il tempo necessario è un’ora, mescolando sempre nello stesso senso e rammentando che più la polenta è cotta più è buona e digeribile.La polenta che non è stata cotta a sufficienza, fatica a staccarsi dal paiolo; viceversa quella cotta a regola d’arte si stacca perfettamente, e va versata su un tagliere di legno. A questo punto potrà essere tagliata a fette, a mano, preferibilmente con un filo di cotone bianco ben teso. Con la pentola a pressione i tempi di preparazione si dimezzano: basta portare a ebollizione un litro e mezzo d’acqua poco salata a pentola scoperta, versarvi la farina mescolando bene. Quando la farina è ben incorporata all’acqua, chiudere. A inizio sibilo abbassare la fiamma e cuocere per una ventina di minuti.
Come si conserva: per qualche giorno in frigorifero, avvolta in un canovaccio da cucina, che la mantiene asciutta. Esistono tantissimi modi di “riciclare” la polenta avanzata: si possono preparare gustose ricette al forno o alla griglia, ma anche un particolare tipo di frittelle rustiche, con polenta macinata e uova, zucchero, farina, uvette e rum.

I fantastici 4 Marano Vicentino: dà luogo a quella che è chiamata la “Ferrari delle Polente” questa varietà di mais, selezionata oltre un secolo fa in Veneto. Il mais Marano è tuttora custodito nella banca del germoplasma dell’istituto di Genetica e Sperimentazione Agraria Strampelli di Lonigo. Presenta pannocchie più piccole di quelle tradizionali e chicchi rosso rubino, tondi e lucidi. La farina che se ne ottiene è proteica e molto saporita; è in corso il riconoscimento comunitario di Indicazione geografica protetta.Nostrano di Storo: si coltiva in Trentino Alto Adige. La raccolta avviene a fine ottobre e le pannocchie vengono lasciate essiccare al vento di montagna per poi essere macinate fino ad ottenere la nota farina gialla di Storo, già prodotto Igp.Biancoperla: è una varietà di mais bianco, con granella di grandi dimensioni e di colore perlaceo, coltivata nella provincia di Padova e Treviso. Anche questo germoplasma è conservato nell’Istituto Agrario di Lonigo. Quasi introvabile, è sotto la protezione di un’associazione che ne tutela la purezza e ne recupera la coltivazione. La polenta di Biancoperla, delicata e di colore bianchissimo, è perfetta in abbinamento al pesce di fiume e di laguna e al baccalà in tute le sue declinazioni culinarie. Ottofile: tipico delle Langhe, questo mais deve il suo nome alla otto file di chicchi arancioni che compongono l’unica pannocchia che cresce sulla pianta. (I mais moderni generano solitamente 2-3 pannocchie da 18-20 file per pianta). Ancora oggi viene coltivato con metodi naturali e macinato a pietra. Se ne ricava una farina integrale ricca di sapore e di genuinità che rende la polenta di Ottofile particolarmente dolce e amabile al gusto.

di Paola Magni

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Ingredienti per 2 persone180 gr

180 g di riso vialone nano biologico

1 arancia non trattata

1 piccola cipolla o scalogno

1/2 bicchiere di vino bianco

50 g circa di formaggio

Olio extravergine

500 ml di brodo vegetale

Sale e pepe

di riso vialone nano biologico1 arancia non trattata1 piccola cipolla o scalogno1/2 bicchiere di vino bianco50 g circa di formaggioOlio extravergine500 ml di brodo vegetaleSale e pepe Preparazione:In una pentola a pressione far rosolare il riso in due cucchiai di olio extravergine fino a tostatura. Aggiungere uno scalogno o una piccola cipolla bianca tritata finemente. Lasciar cuocere per qualche minuto, aggiungere il succo dell’arancia e il vino bianco e fate evaporare a fiamma alta. Quindi aggiungere la buccia tritata a cubetti e mescolate. Versare il brodo, salare e dal fischio contare metà del tempo indicato sulla confezione del riso. Trascorso il tempo di cottura (di solito meno di dieci minuti) lasciar sfiatare la pentola e mantecare con formaggio. Suggerimento: utilizzare il taleggio, perfetto per bilanciare l’acidità dell’arancia. In alternativa usare il Parmigiano grattugiato. Impiattare il risotto e completare il piatto con un filo di olio extravergine d’oliva.

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