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Archive for the ‘Flauto & Flute’ Category

Claudio Ferrarini and Riccardo Sandiford

from “Johannes Brahms – Il Flauto Di traverso – Vol. 1”

CD+DVD Limen music

iTunes: goo.gl/kM0mqg

Screenshot 2016-05-23 23.27.28

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Quando nasce un nuovo progetto discografico e concertistico è sempre una grande emozione…. Con Emanuele Segre in Duo Flauto e Chitarra: presto concerti e l’integrale di tutta l’opera di Giuliani per flauto e chitarra (3 Cds), le Sonate del Centone di Paganini (3 Cds)…trascritte tutte per flauto e chitarra,e per finire le Variazioni Goldenberg di J.S.Bach nella versione per flauto e chitarra integrale….tutto questo nella collana con DVD e CD della LIMEN MUSIC….duo fl e ch

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Essere Flauto è la tua Natura. Sei nato flautista, flautista morirai.

Se stai vivendo da flautista senza capirlo, senza esserne pienamente consapevole, cosa ti attende, cosa ti riserva il futuro? Tu fraintendi l’essere flauto con il Flautista; è semplicemente un fraintendimento. Tu basti a te stesso: il periodo di transizione è un po’ doloroso, e difficile a causa delle vecchie abitudini, ma non durerà a lungo. Certo il modo per renderlo corto, sopportabile, è goderti il tuo essere flauto, sempre di più, può rendere il tuo essere solo sempre più forte. Così tutto il tuo sforzo deve essere molto positivo. Nutri e alimenta il tuo essere flauto con tutto ciò che hai, riversaci il tuo Amore, e sarai sorpreso di scoprire che tutti quei vuoti di tristezza e di irritabilità non verranno più, perché non avrai più energia per loro e non sarai più disposto a dare loro il benvenuto. Infatti, solo una persona che vive benissimo il suo essere flauto è in grado di entrare in relazione, perché il suo non è un bisogno. Quella persona non è un mendicante, non ti chiede nulla, nemmeno la tua compagnia. E’ una persona che dona. Condivide semplicemente,forte della sua abbondanza di gioia, di Pace, di Silenzio, di beatitudine. E’ allora che il flauto ha tutto un altro aroma, allora è una condivisione. E se entrambe le persone conoscono la bellezza dell’essere flauto, allora l’ Amore raggiunge il suo punto più alto, cosa che molto raramente è stata possibile. E’ allora che il flauto giunge fino alle stelle. La vita come il Flauto è una donna che danza – dice Socrate ad Erissimaco, nel dialogo L’anima e la danza – e che finirebbe divinamente d’esser donna se lo slancio che la solleva, potesse lei obbedirvi sino alle nuvole. Ma come noi non possiamo andare all’infinito, né in sogno né in veglia, egualmente lei torna sempre se stessa: termina d’esser piuma, uccello, idea, e insomma ogni cosa in cui al flauto piacque di tramutarla, in quanto la terra medesima che la respinse ora la richiama e la restituisce anelante all’indole sua di donna e all’amato. Flauto e perfezione si sposano in una ininterrotta attesa dell’opportunità del possibile, nella paziente ricerca della zona di confine e del margine adeguato a far transitare il noto nell’ignoro, la vita nell’arte, la scelta di essere sempre e comunque al posto di quella di sprofondare nel suo oblio naturale. La “necessità nel Flauto” del vivere non nasce dall’elogio della dimensione ludica dell’esistere né dallo sfogo vitalistico di anti-intellettualismo quanto da una forma superiore di sapere, da una capacità più alta di conciliare il paradosso dell’essere e del pensare, del sapersi destinato ad una sapienza imprecisa ed inseguirla costantemente. Essere flauto non significa che non puoi avere relazioni. Significa semplicemente che dovrai entrare in relazione in una maniera completamente differente,che non crea sofferenza e tristezza, che non crea conflitti, che non è uno sforzo diretto o indiretto, di dominare l’altro, di renderlo schiavo. Il mio Flauto è Implesso, e l’implesso non è attività. Tutto il contrario. E’ capacità. La nostra capacità di sentire, reagire, fare, comprendere – individuale, variabile, più o meno percepita da noi –, e sempre in maniera imperfetta, e sotto forme indirette (come la sensazione di fatica), spesso ingannevoli. A ciò bisogna aggiungere la nostra capacità di resistenza. Riassumendo, intendo per Flauto Implesso ciò in cui e per cui siamo eventuali … Noi, in generale; e Noi, in particolare. Perché essere Implesso non deriva dalla paura, è solo vita, che tu condividerai con chi come te soffia l’anima in quel tubo. Ma l’uomo del Flauto vive semplicemente in armonia, ed è dall’armonia che prendono forma tutte queste cose. Il suo spirito è semplice, pulito, puro e sincero. Il suo Flauto interiore, che nessuno vede, è un tesoro di incommensurabile valore. Puoi vedere il suo corpo, non puoi vedere il suo Flauto. Non puoi vedere la qualità meditativa del suo essere, non puoi vedere la sua consapevolezza, a meno che anche tu non diventi consapevole. Puoi conoscere solo quello di cui hai avuto esperienza. È una benedizione per te l’essere in grado di sentire un certo profumo. Significa che hai raggiunto una certa profondità, una certa elevatezza nel tuo essere. Il suo Flauto, che nessuno vede, è un tesoro dal valore incommensurabile. Il suo gioiello, unico e di incalcolabile valore, non cambia mai, in qualunque modo lo si usi. E gli altri ne possono godere i benefici liberamente, in tutte le occasioni. È una melodia, una musica. Se siedi al suo fianco sarai in grado di sentire quella musica, l’uomo del Flauto trabocca sempre di gioia. Tu ne puoi favorire. È uno che dà: dona letizia, dona gioia, dona bellezza, dona verità. Irradia verità, contamina il divino, ma in profondo silenzio…senza alcuna dichiarazione. Si tratta di passare da zero a zero. – E’ la vita – Dall’incosciente e dall’insensibile all’incoscienza ed all’insensibilità. Passaggio impossibile a vedersi, poiché esso passa dal vedere al non vedere dopo esser passato dal non vedere al vedere. Il vedere non è l’essere, il vedere implica l’essere. Il mio FLAUTO è un rigoroso costruttore di improbabilità, è colui che sa procedere per paragoni e analogie, la cui intelligenza si rivela con una sua intensità, e che sa improvvisare senza smettere di pianificare o di pensare. Riversa incessantemente le sue benedizioni nell’esistenza. È una benedizione per il mondo, se riuscirai a trovarlo quel Flauto, non lo perdere mai. Egli è entrato nella tua interiorità, sei l’uomo che ha raggiunto il suo Flauto….. Ora puoi giocare lungo la via che conduce alla vita e al Nirvana…

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George Gershwin Summertime
Franck Sonata in La maggiore flauto e pianoforte
Canzoni italiane dagli anni π20 ad oggi
Vincenzo Rabagliati,Nicola Piovani
Domenico Modugno,Gino Paoli
Mia Martini e tanti altri

Valeria Vetruccio, e’ nata a Ruffano (Le), si e’ diplomata presso il Conservatorio Tito Schipa di Lecce con il massimo dei voti, la lode e la menzione dπonore, sotto la guida del Maestro Bruno V. Massaro. Si e’ in seguito perfezionata con i Maestri Aquiles Delle Vigne, Franco Scala e Riccardo Risaliti, a Bruxelles, a Imola e a Firenze. Sin da giovanissima ha intrapreso unπintensa attivita’ concertistica. Dopo il suo debutto allπestero allπet‡ di 17 anni presso la Wiener-Saal del Mozarteum di Salisburgo, ha tenuto concerti in Belgio, Austria, Francia, Spagna, Bulgaria, Messico, Australia, Polonia, Germania, Israele. Del 1999 e’ il suo debutto negli Stati Uniti, presso la Lang Recital Hall di New York. Ha inciso con la Irving Symphony Orchestra (Usa) sotto la direzione del Maestro Hector Guzman il Concerto n.3 op.26 di Prokofiev; sue interpretazioni di brani di Ginastera sono state pubblicate dalla ABC records (Australia); ha inciso inoltre musica americana contemporanea in formazione cameristica (quartetto e quintetto) per la casa discografica Well-Tempered (USA). Il suo calendario 2012 – 2013 prevede tappe importanti negli Stati Uniti, in Russia, in Finlandia e in Germania, dove eseguira’ il Concerto n.2 di Rachmaninov sotto la direzione di Reinhard Seehafer. Da questπanno e’ docente di pianoforte principale presso il Conservatorio Tito Schipa di Lecce.

Recitals presso le più importanti sale concertistiche del mondo assieme ai più celebri interpreti e direttori ed una discografia con oltre 110 incisioni confermano Claudio Ferrarini tra i più significativi flautisti della cosiddetta “scuola italiana”. «Ferrarini ha un suono pieno e timbrato e la cantabilità è spiegata in un virtuosismo disteso» ha scritto il periodico italiano “Musica”, critica alla quale fa eco l’”American Record Guide” che attribuisce all’opera discografica del flautista parmense ben nove Golden Globe sottolineando anche il suono «formidabile e la tecnica notevole».
Presente con una sua incisione anche nell’Enciclopedia Multimediale “Encarta” di Microsoft, Ferrarini è attualmente tra gli interpreti europei più presenti su iTunes con 110 cd; inoltre alcune sue esecuzioni sono state registrate da importanti enti radiotelevisivi quali la ORF, ZDR, RSI, RAI, Radio Vaticana, SDR, RTE, BBC, ALL India, LifeGate, LimenTv.
All’attivita’ concertistica ha affiancato un’approfondita ricerca musicologica, dedicandosi alla riscoperta di molta parte del repertorio flautistico barocco e moderno; molto attiva è anche l’attività didattica internazionale presso prestigiose accademie ed università tra le quali si ricorda solo il Royal College of Music, il Yamaha Ginza Centre (Tokyo) la UBC School of Music University in Vancouver e la Music Schule di Bruch (Austria).
Ferrarini suona su tre preziosi flauti di Bernard e Johann Hammig: il “J. S. Bach” in platino e l’”Amadè Mozart” e “Beethoven” in oro. Ferrarini è titolare della cattedra di flauto e del biennio per il Diploma Accademico di II livello in Flauto Solistico presso il Conservatorio “A.Boito” di Parma.

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nicola stiloNicola Stilo sarà in concerto al Music Inn di Roma il 23 e 24 marzo, con due differenti progetti, in trio e in quartetto.

Quello di Nicola Stilo al Music Inn è un gradito ritorno, non è certo un primo incontro.
Nicola, come tanti altri musicisti della sua generazione, è cresciuto all’interno del Locale e proprio il Music Inn ha celebrato alcuni dei suoi incontri più fortunati, su tutti quello con Chet Baker, un legame solido e fervido nato all’inizio degli anni Ottanta (dopo che Nicola aveva esordito professionalmente almeno sei o sette anni prima in gruppi di matrice folclorica), che è durato fino alla scomparsa del trombettista nel 1988, ma anche quello con Massimo Urbani per citare, uno su tutti, un artista italiano, romano che più romano non si può.
Nicola, invece, oltre ad essere rimasto molto legato alla città, ha vissuto ed esplorato in largo e lungo il mondo, trovando una seconda casa a Parigi e passando molto tempo in Brasile. Queste e molte altre le cooridinate stilistiche che Nicola Stilo, flauto, piano, chitarra acustica, composizione e ideazione, presenterà nelle due attese serate romane. Attese anche perché Nicola, come al suo solito, non si accontenta di presentarsi in formazioni più o meno tradizonali nel numero e nell’assortimento timbrico, ma vuole proporre percorsi sperimentali, come in passato fece quando, ad esempio, si presentava in duo col compianto pianista Luca Flores, o, negli anni successivi, quando ospitava nel suo trio la voce di Barbara Casini o la chitarra di Tonino Horta.
Proprio da queste esperienze nasce l’idea, pazza, affascinante, di presentarsi al pubblico romano nel trio “Acoustic Journey“, con Michele Ascolese alla chitarra acustica ed elettrica, e Gianluca Persichetti all’acustica. Chissà che strade prenderà il trio e chissà dove e come Nicola saprà celebrare al meglio la sua vena artistica sempre proficua.
Seconda serata, poi, affidata alla più usuale formazione a quattro: ancora Michele Ascolese e i compagni di lunga data Francesco Puglisi al basso elettrico e acustico, e Alessandro Marzi alla batteria e percussioni nel progetto chiamato “My Favorite Songs” e repertorio tutto incentrato sugli infiniti amori musicali di Nicola.
Doppio appuntamento al Music Inn Jazz Club con Nicola Stilo che salirà su questo palcoscenico venerdì 23 marzo e sabato 24. Un gradito ritorno per un musicista che è cresciuto all’interno del Locale celebrando alcuni dei suoi incontri più fortunati fra cui spicca quello con Chet Baker, un legame solido e fervido nato all’inizio degli anni Ottanta (dopo che Nicola aveva esordito professionalmente almeno sei o sette anni prima in gruppi di matrice folclorica), che è durato fino alla scomparsa del trombettista nel 1988. Nicola, oltre ad essere rimasto molto legato alla città, ha vissuto ed esplorato in largo e lungo il mondo, trovando una seconda casa a Parigi e passando molto tempo in Brasile. Queste e molte altre le coordinate stilistiche che Nicola Stilo, flauto, piano, chitarra acustica, composizione e ideazione, presenterà nelle due attese serate romane. Attese anche perché Nicola, come al suo solito, non si accontenta di presentarsi in formazioni più o meno tradizionali nel numero e nell’assortimento timbrico, ma vuole proporre percorsi sperimentali, come in passato fece quando, ad esempio, si presentava in duo col compianto pianista Luca Flores, o, negli anni successivi, quando ospitava nel suo trio la voce di Barbara Casini o la chitarra di Tonino Horta. Proprio da queste esperienze nasce l’idea, pazza, affascinante, di presentarsi al pubblico romano nel trio “Acoustic Journey”, con Michele Ascolese alla chitarra acustica ed elettrica, e Gianluca Persichetti all’acustica.Chissà che strade prenderà il trio e chissà dove e come Nicola saprà celebrare al meglio la sua vena artistica sempre proficua. Seconda serata, poi, affidata alla più usuale formazione a quattro: ancora Michele Ascolese e i compagni di lunga data Francesco Puglisi al basso elettrico e acustico, e Alessandro Marzi alla batteria e percussioni. Progetto chiamato “My Favorite Songs” e repertorio tutto incentrato sugli infiniti amori musicali di Nicola. Un altro grande artista che ritorna a casa, nel suo Music Inn.

Ho visto suonare per la prima volta Nicola Stilo verso la fine degli anni ’70, in un club di cui non ricordo il nome della provincia di Taranto.                                          Mi ricordo una musica dolce, senza tempo                       non so se è il miglior jazzista in Italia, sono sicuro di non avere le competenze per poter affermare questo, ma se non lo è sicuramente il suono del suo flauto, l’amore che viene fuori da quello strumento quando lo suona lui, la sua presenza esotica e rigogliosa, ha pochi rivali nell’evocare sogni ed emozioni.

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HUGUES, Luigi

HUGUES, Luigi di N. Fusco, M. Dellaborra, N. Fusco, M. Dellaborra

HUGUES, Luigi. – Nacque a Casale Monferrato il 28 0tt. 1836 da Matteo, originario di Abriès nel Delfinato, e da Marianna Lucca, nativa di Trino Vercellese. Laureatosi in ingegneria a Torino nel 1859, poté, in virtù dell’entrata in vigore della legge Casati, occupare la cattedra di geografia nella scuola tecnica (fino al 1885) e successivamente nell’istituto tecnico (dal 1860 al 1896) della sua città natale. Nel 1875 divenne dottore aggregato di geografia presso l’Università di Torino, nella quale fu poi professore ordinario dal 1897 al 1912.

La sua produzione scientifica si può dividere in tre grandi categorie: opere didattiche; opere riguardanti la storia della geografia e della geografia storica; opere varie di geografia fisica o di cultura geografica in generale. Furono le pubblicazioni di carattere didattico che, segnando l’ingresso dell’H. tra i geografi, gli procurarono consensi e apprezzamenti, non solo perché rivolte alle scuole di ogni ordine e grado (vi si era dedicato per oltre un ventennio: dal 1873, anno di pubblicazione con l’editore Loescher di Torino delle Nozioni di geografia matematica ad uso degli istituti tecnici, al 1891, quando presso lo stesso editore apparvero le Lezioni di geografia esposte agli alunni delle scuole elementari), ma soprattutto perché ritenute innovative sotto il profilo dei contenuti e del metodo.

L’H. ebbe dunque il merito di soddisfare un’esigenza avvertita da molti, in particolare relativamente ai metodi e agli strumenti della didattica della geografia. Nell’acceso dibattito sulla necessità della riforma, i libri di testo erano i principali imputati, accusati di essere espressione e strumento di uno sterile nozionismo, che si esprimeva nell’imposizione di elenchi di nomi e luoghi privi di un qualsiasi fondamento scientifico. Nei suoi manuali è evidente il tentativo di applicare all’insegnamento – mediante l’adozione di metodologie contrarie all’astratta retorica allora imperante e più attente ai concreti interessi degli allievi – i principî del nuovo paradigma scientifico di stampo positivista che proprio nella seconda metà dell’Ottocento stava conoscendo il suo periodo di massima affermazione: il suo insegnamento procede dal semplice al complesso, dal concreto all’astratto, dall’empirico al razionale, privilegiando l’osservazione diretta e la partecipazione attiva degli studenti. Primo in Italia, l’H. arricchì i suoi manuali di numerosi schizzi cartografici, indispensabili a suo parere per fissare gli elementi geografici fondamentali, la loro forma, estensione e posizione.

Per l’H., però, la geografia non si riduceva a mera descrizione: essa era anche chiamata a valutare le relazioni esistenti tra i fatti naturali e le attività umane. Assumevano pertanto una fondamentale importanza i criteri di riferimento utilizzati per interpretare la natura di queste relazioni: anche qui l’H. conferma la propria adesione ai principi positivisti, che finiscono con il divenire espressione di una logica di tipo “determinista” per la quale l’ambiente esercita una diretta influenza sugli esseri viventi.

In generale, nella produzione manualistica dell’epoca, questa particolare visione ha condotto molto spesso a stabilire delle relazioni di causalità, utilizzate come strumento di esaltazione razziale e nazionalistica: ci si riferisce, in particolare, alla correlazione frequentemente stabilita tra ambiente favorevole (inteso soprattutto a livello climatico e, dunque, come clima temperato) e superiorità della popolazione (più spesso della razza) che vive in questo ambiente, espressa in termini di “bellezza” e di “intelligenza”. Simili considerazioni, ampiamente diffuse in tutti i libri di testo, non ricevono però in quelli dell’H. un’acritica esaltazione.

Pur assorbito pesantemente dalla didattica, l’H. riuscì a conciliarla con uno studio attento e scrupoloso della storia della geografia, che rappresenta l’altro suo importantissimo campo di ricerca e di produzione scientifica. I suoi contributi in questo specifico ambito hanno riguardato la geografia antica, le grandi scoperte geografiche e la storia delle esplorazioni. Particolarmente significativi e importanti sono gli scritti relativi al periodo delle grandi scoperte e, soprattutto, alla questione vespucciana, sulla quale pubblicò, fin dal 1878 (Il terzo viaggio di Amerigo Vespucci, in Rivista europea, n.s., n. 5) e nel corso dei vent’anni successivi, una quindicina di scritti più o meno voluminosi. Copiosa e importante fu anche la produzione relativa alla storia delle esplorazioni polari, che culminò con la pubblicazione del poderoso volume Le esplorazioni polari del secolo XIX(Milano 1901).

L’H. morì a Casale Monferrato il 5 marzo 1913.

Lo spessore scientifico dei suoi lavori e il riconoscimento del rigore metodologico da cui essi traevano fondamento gli avevano meritato l’elezione a membro corrispondente della Società geografica italiana (1882), di cui era socio dal 1872. Un’ulteriore conferma del prestigio ottenuto era stata la nomina a collaboratore per la redazione della Raccolta Colombiana, la monumentale opera (14 volumi) pubblicata in occasione del IV Centenario della scoperta dell’America: l’H. vi contribuì con tre monografie, raccolte nel volume dedicato a Amerigo Vespucci, Giovanni da Verrazzano, J. Bautista Genovese. Notizie sommarie, in Raccolta di documenti e studi pubblicati dalla R. Commissione Colombiana…, V, 2, Roma 1893.

L’H. fu inoltre particolarmente attivo nel campo musicale. Si ignora quale sia stata esattamente la sua formazione: intraprese giovanissimo lo studio del flauto probabilmente a Casale, quindi a Torino durante gli studi universitari. Fin da giovinetto, insieme con il fratello Felice, si esibì in concerti nelle principali città d’Italia e d’Europa. Da testimonianze dell’epoca, i due fratelli suonavano sia il flauto sia il pianoforte, invertendosi spesso nei ruoli (P.E.L. Hugues, pp. 12, 149 s.). Abbandonata rapidamente l’attività concertistica, l’H. si dedicò alla composizione, scrivendo moltissimi lavori musicali di ogni genere: sonate, scherzi, capricci, concerti e pezzi originali, fantasie su temi di opere di A. Boito, F. Halevy, G. Meyerbeer, E. Petrella, A. Ponchielli, G. Rossini, G. Verdi, R. Wagner, prevalentemente per flauto e piano, pubblicati a Milano da Lucca, e alcuni ristampati da Ricordi. Secondo B. Rossi (Dizionario dei musicisti casalesi) completò anche l’opera Cherubina. Si interessò in special modo al settore didattico (per il quale fu premiato con medaglie d’argento e di bronzo all’Esposizione nazionale di Milano nel 1881), che arricchì di preziosi metodi e studi tra cui la Scuola di flauto, op. 51, per due flauti, testo ancora oggi valido nell’insegnamento di tale strumento.

In questo senso l’H. prosegue la tradizione che assegna al metodo il ruolo centrale nella didattica, ma lo rinnova pensando, proprio con l’op. 51, a brevi, ma sostanziosi duetti, in cui la prima e la seconda parte, destinate rispettivamente ad allievo e maestro, rispondono a un principio di interazione e integrazione musicale e sonoro, e affrontano progressivamente le varie difficoltà mediante brillanti e personalissime idee. Interessanti e tuttora validi sono poi gli studi di alta virtuosità, in particolare quelli contenuti negli Esercizi per flauto solo, op. 101 (Casale Monferrato, circa 1883), che dipanano, sempre in modo graduale e in ogni tonalità, tutta la gamma di tipologie tecniche.

La produzione cameristica evidenzia l’adesione al gusto contemporaneo, e accondiscende sia espressioni virtuosistiche e tecnicamente complesse, sia sentimentali. Alcuni brani (i concerti op. 56op. 58; la Sonata romantica, op. 57, tutti per flauto e pianoforte), sono formalmente costruiti secondo schemi classici, anche se intrisi di spirito romantico; altri echeggiano brani d’opera, di cui riproducono ora il lirismo drammatico ora le fioriture belcantistiche; altri ancora – e sono i più numerosi – rispecchiano i pezzi caratteristici tipici del pianismo coevo. I vari notturni, barcarole, ballate ricordano Rossini e Verdi, anche se non mancano pezzi originali (per es. l’op. 29 e l’op59), ricchi di atmosfere che dimostrano l’assimilazione delle contemporanee espressioni colte europee. Dolcezza di timbro, armoniosità dei disegni ben tracciati, mai artificiosi, carattere giocoso, sono dunque tratti comuni all’opera dello Hugues.

Compose inoltre diversi brani sacri: mottetti, Tantum ergoMagnificat, inni per una o più voci sole o con accompagnamento d’organo e d’orchestra, e alcune messe, nella forma di Missa brevis (Kyrie, Gloria e Credo), tra cui quella in re minore eseguita per le sue esequie, e quella a tre voci, dedicata a s. Luigi, piene di profonda ispirazione (cfr. Sconzo, p. 118 e G. Parissone – M. Patrucco, La produzione sacra, in P.E.L. Hugues, pp. 154-183). Anche in ambito musicale l’H. fu lungimirante imprenditore: nel 1863 fondò a Casale la prima scuola di musica – denominata poi Scuola d’arco – e la diresse per un ventennio, dotandola nel 1877 di un nuovo regolamento. Ascritto tra gli accademici dell’Istituto musicale L. Cherubini di Firenze, fu membro di giuria in diversi concorsi internazionali e fu legato da intima amicizia a G. Zuelli, G. Tebaldini, G. Bolzoni, R. Caravaglios e A. Franchetti.

Il catalogo della sua opera musicale è cospicuo: la musica da camera fu tutta edita, quella sacra rimase in buona parte manoscritta, conservata nell’Archivio capitolare del duomo di Casale Monferrato.

Oltre a quelle citate in precedenza, si segnalano le seguenti composizioni (tutte pubblicate a Milano, presso l’editore Lucca, se non altrimenti indicato, e senza data): per flauto solo con pianoforte:Roberto il Diavolo, capriccio fantastico, op. 6Norma,fantasia, op. 8Souvenir du Faust, fantaisie-caprice, op. 9Marta,fantasia brillante,op. 10La forza del destino, capriccio elegante, op. 11;Melodia romantica originale, op. 12Les huguenots, fantaisie de concert, op. 14I folletti, scherzo fantastico, op. 17Melodia romantica e Lacanzone del marinaro, barcarola originale, op. 18La rose des Alpes, morceau de salon, op. 19Herculanum, fantaisie de concert, op. 20Guide au bord ta nacelle, morceau de salon,op. 21Déliremorceau de salon, op. 22Le ranz-des-vache d’Appenzell,morceau de salon, op. 23Guglielmo Tell, grande fantasia di concerto, op. 25L’africana, fantasia drammatica, op. 27Due pezzi originali (L’amore e Le Silfidi), op. 29; “Figlio del sol, mio dolce amor”, capriccio elegante, op. 31L’ebrea, fantasia elegante, op. 34La stella del Nord, fantasia brillante, op. 42Rigoletto, fantasia brillante, op. 43Due fantasie sopra motivi dell’operaUn ballo in maschera,op. 44 op. 45L’africana, fantasia, op. 46La forza del destino,fantasia, op. 48Faust, fantasia brillante, op. 52Notturno, op. 53Lohengrin,fantasia romantica, op. 54Barcarola originale,op. 59Notturno originale, op. 60; Ballata,op. 61Siciliana, op. 62Solitudine, notturno, op. 63Canti di gioia, op. 64Ballata nell’opera Ilvascello fantasma, capriccio, op. 65Rêverie, op. 65Quarto notturno, op. 66Dans le bois, op. 67Quinto notturno, op. 68Ballata, op. 69La sonnambula, fantasia,op. 79Norma, fantasia, op. 80Aida, fantasia, op. 81; Gavotta, op. 85 (in La gara musicale, I, 1881); Magiche notemelodia nell’opera La regina di Saba, capriccio elegante, op. 88Coro di pellegrini nell’opera Tannhäuser, pezzo da concerto, op. 91Allegretto capriccioso,op. 93Sesto notturno, op. 94Sonata in fa,op. 95Idillio, op. 96Premièrefantaisie-caprice, op. 97;Deuxièmefantaisie-caprice, op. 98Polonese di concertoop. 99Sonata fantastica,op. 100;Mefistofele, capriccio di concerto, op. 104 (Milano, Ricordi); Polacca, op. 105 (Casale, De Vasini);Barcarola, op. 106 (ibid.); Serenata, op. 107 (ibid.); Minuetto, op. 108 (ibid.); La Gioconda, fantasia, op. 110. Per due flauti e pianoforte: Grande fantasia di concerto sull’opera Un ballo in mascheraop. 5La Favorita, fantasiaop. 28Jone, fantasia, op. 35Il carnevale di Venezia, variazioni di concerto, op. 55Aida, prima fantasia, op. 70 (Milano, Ricordi); Aida, seconda fantasia, op. 71(ibid.); Tre duetti, op. 109. Studi per flauto solo o per due flauti: 24 studi di perfezionamento, op. 15(ristampati da Ricordi); 30 studi, op. 32 (rist. Ricordi); 6 grandi studi brillanti, op. 50 (rist. Ricordi);40 nuovi studi, op. 75Nuova raccolta di studi, op. 143 (Torino, L. Damaso). Per pianoforte solo:Due pezzi ballabili (Api, Fiori campestri), op. 30Album di pezzi ballabili, op. 33; Pianoforte a 4 mani: L’allegria, polka brillante, op. 164 Pezzi ballabili (Colli del MonferratoL’andalusaBrezze marineFiori di primavera), op. 26Giuseppina-polka,op. 41; Musica da camera: L’augellino e il poetaromanza, op. 7 (canto, flauto e pianoforte); Quartetto in solminore, op. 72 (flauto, oboe, clarinetto, fagotto); Secondo quartetto in si bemolle maggiore, op. 76Allegro scherzoso, Intermezzo del quintetto inre maggiore, op. 92 (2 flauti, oboe, clarinetto, fagotto); Pro Liguria,cantata, op. 110 (soprano e coro; parole di A. Battiglieri). Per il catalogo analitico completo si rimanda a U. Piovano, Catalogo generale delle opere musicali, in P.E.L. Hugues, pp. 211-330.

Fonti e Bibl.: Per un elenco completo delle pubblicazioni dell’H. si rinvia al volume collettaneoPietro Eugenio Luigi Hugues, a cura di C. Paradiso, Casale Monferrato 2001 (contiene inoltre saggi di C. Paradiso, M. Rigonat Hugues, E. Soraci, N. Fusco, D. Roggero, G. Parissone, M. Patrucco, E. Hondre, G.-L. Petrucci, U. Piovano). Necr. in Il Risveglio, 9 marzo 1913; Il Monferrato, 22 giugno 1878; I. Luzzana Caraci, La geografia italiana tra ‘800 e ‘900, Genova 1982; La garamusicale, I (1881), pp. 1-5; L’art musical, XX (1881), pp. 306 s.; Gazzetta musicale, XXXVI (1881), pp. 172, 248, 386 s., 469; XLIV (1889), p. 626; Paganini, III (1889), pp. 113 s.; Gazzetta di Casale, 18 febbr. 1893; 25 marzo 1893; 8 luglio 1893; Gazzetta musicale, LIII (1898), pp. 624, 655; Nel giubileo di magistero del prof. ing. L. H. (20 marzo 1910), Casale 1911; P. Gribaudi, L. H., in Riv. geografica italiana, XX (1913), pp. 606-615; F. Sconzo, Il flauto e i flautisti, Milano 1930, pp. 117-119; B. Rossi,Diz. dei musicisti casalesi, Casale Monferrato 1942, p. 23; S. Martinotti, L’Ottocento strumentale italiano, Bologna 1972, p. 299; M. Quaini, La geografia nella scuola e nella società italiana, inProblemi di didattica della geografia, Torino 1978, pp. 15-45; I. Luzzana Caraci, Storia del pensiero geografico, in G. Ferro – I. Luzzana Caraci, Ai confini dell’orizzonte. Storia delle esplorazioni e della geografia, Milano 1979, pp. 103-204; I. Luzzana Caraci, La geografia italiana tra ‘800 e ‘900 (dall’Unità a Olinto Marinelli), Genova 1982, pp. 13 s.; G.M. Mongini, La didattica della geografia nei primi decenni dell’Italia unita, in Boll. della Società geografica italiana, s. 11, VI (1989), 1, pp. 47-69; C. Schmidl, Diz. univ. dei musicisti, I, p. 732.

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La Musica del Risorgimento

L’idea alla base di questo progetto consiste nel promuovere lo studio, l’esecuzione e la diffusione della musica dell’Ottocento italiano, e in particolare di quel repertorio connesso con le vicende risorgimentali e il processo di unificazione nazionale.

La musica, linguaggio universalmente conosciuto, rappresenta a pieno titolo nel mondo. In particolare l’Ottocento vede trasformarsi in centro propulsore di attività culturali, artistiche ed editoriali dovute ai sodalizi che si formano fra artisti, musicisti, intellettuali, in un clima reso fervido dagli eventi e dalle idealità del Risorgimento italiano.

Sin dall’inizio del secolo i musicisti di tutta la penisola, che si riconoscono in un linguaggio comune, un linguaggio che, come scriveva Mazzini nel 1836, doveva rinnovarsi, farsi espressione di una nazione e della sua storia, che doveva interpretare e contribuire alla realizzazione di ideali alti quali l’unificazione culturale di un Paese ancora politicamente e militarmente diviso.

Alcuni di questi musicisti godono ancor oggi di notorietà, e la loro fama è dovuta soprattutto alla loro attività nel campo operistico. Altri sono molto meno noti al grande pubblico, ma tutti svolsero un importante ruolo nei vari ambiti in cui operarono, nella realizzazione di quegli ideali lungo tutto l’Ottocento italiano, in particolare al repertorio flauti stico con esponenti come Giulio Briccialdi, Cesare Ciardi.

La gran parte del repertorio italiano ottocentesco non operistico giace inesplorata nelle biblioteche e negli archivi, e scopo del progetto è recuperare molte di queste musiche, alcune delle quali di grande significato artistico e storico, e portarle all’attenzione degli studiosi e del grande pubblico in occasione delle celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia.

La musica dei 150° dell’Italia “Il Risorgimento musicale”

Giulio Briccialdi, nato a Terni nel 1818 e morto a Firenze nel 1881, considerato unanimemente il più grande flautista del suo tempo, tanto da meritarsi l’appellativo di Paganini del flauto. Autore di numerose opere teatrali, cameristiche e brani solistici, Briccialdi primeggiò nel genere della Fantasia, scrivendo numerose parafrasi su celebri melodrammi e vari brani ispirati agli eventi del tumultuoso periodo storico, che l’Italia stava vivendo, e in particolare alla straordinaria figura dell’Eroe dei due Mondi, oltre ad essere il promotore di diversi concerti, tenuti in tutta l’Italia per finanziare lo sbarco dei Mille. In questo filone si inquadra la sua Fantasia op.103 “Le attuali emozioni d’Italia”, composta nel 1861, anno della proclamazione di Vittorio Emanuele II a primo Re d’Italia, una sorta di variazioni di bravura sull’Inno di Garibaldi, intercalate al tema dell’Inno Austriaco, a un canto monastico, con chiaro riferimento allo Stato Pontificio, e a citazioni di canti popolari napoletani, romani e veneziani dell’ottocento. Pregno d’ideali risorgimentali, devolse tutto il guadagno di una tournée di concerti alla con il brano Le attuali emozioni d’Italia a causa dello sbarco dei “Mille”. Una simbologia che rievoca l’inquietudine risorgimentale, la contrapposizione dei blocchi politici e militari, i diversi caratteri regionali del nuovo stato che si andava a formare, e lo slancio travolgente, su tutti, del generale Garibaldi. Non si poteva ricordare il risorgimento musicale senza citare Giuseppe Verdi.  Bersagliera e galop ne gran ballo Flik e Flok ridotta per flauto con accompagnamento pianoforte dedicato all’amico Orazio Viani esimio dilettante di flauto dal m° G. Verdi” Così recita il frontespizio di un manoscritto rinvenuto presso la Biblioteca Civica di Crema. Che la letteratura italiana del XIX secolo riservi molte sorprese è risaputo, anche perché il sottosuolo musicale pullulava di oscuri dilettanti che praticavano una onesta “hausmusik” tutta italica, fatta di riduzioni di famosi e meno famosi motivi operistici, ed anche senza la spinta editoriale impressa sul mercato dai “colossi” (casa Ricordi e Lucca) tutta una miriade di piccoli editori locali, sfruttavano commercialmente quel vasto fenomeno di costume che era l’esecuzione di musiche strumentali fuori dall’ambito teatrale, in accademie private, salotti musicali. Per questa congerie di dilettanti si configurò un nuovo operatore musicale: il “riduttore”. Egli forniva brani di media e facile difficoltà per favorire l’alibi concertistico dei dilettanti di turno. Strumenti d’elezione della pratica della “hausmusik” italiana furono (oltre al pianoforte) il flauto, ma anche tutti gli strumenti orchestrali in svariati organici misti di archi e fiati con o senza pianoforte (terzetti, quartetti, quintetti) e celebri furono le riduzioni di intere opere in vari numeri strumentali, spesso di buona fattura compositiva . Nella pratica “domestica “ed amatoriale il flauto ebbe un ruolo privilegiato con oltre un centinaio di parafrasi tratte dalle opere di Rossini, una settantina dalle opere di Donizetti, altrettante da Bellini, e ben 230 parafrasi verdiane!

Il valzer pianistico inedito di Verdi  Le Danze del Gattopardo, scritte per pianoforte, successivamente il grande direttore d’orchestra Arturo Toscanini ne realizzò una versione per orchestra d’archi, al centro della quale si colloca il raffinatissimo Andantinio che ascolteremo stasera. Il nostro percorso musicale si conclude nella Sicilia, da poco conquistata dalle truppe garibaldine, per merito anche dello sponsor Giulio Briccialdi che si prodigò nella ricerca del denaro necessario con l’aiuto della sua musica per flauto,  in un’ambientazione fantasmagorica come quella del romanzo Il Gattopardo, che testimonia la decadenza ma, allo stesso tempo, la rinascita di un epoca nella quale, secondo il suo aristocratico autore, il principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa “è necessario che tutto cambi, perché tutto possa restare come prima”. Luchino Visconti ne trasse uno splendido film nel 1963, e volle posizionare nel punto culminante una lunghissima scena musicale, dedicata alla festa danzante, dove tutti i nodi del testo drammatico sarebbero confluiti. Il regista affidò a Nino Rota il manoscritto di un valzer pianistico inedito di Verdi, affinché ne realizzasse l’orchestrazione. Rota scrisse inoltre altre sei danze, cercando di ricreare l’ambientazione adatta allo stile dell’epoca e nacquero così le meravigliose Danze dal Gattopardo. Tra le note delle quali, con l’immaginazione, si possono ancora cogliere gli sguardi del Principe di Salina e della splendida Angelica, e il loro desiderio che quel ballo non abbia mai fine.

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