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Archive for the ‘Le mie letture’ Category

2015-12-26 13.21.55-1

Ascoltare una musica che suona: vive in un presente eterno. Ascoltare invece un adolescente che si annoia: il suo presente è una condanna all’ergastolo. Il bambino che ascolta è convinto che durerà così per sempre e l’adolescente pensa che non finirà mai. Considerano il tempo a grandi line. Per loro la durata è uno stato interiore. Proprio in quegli anni spesso accade che incontriamo una Musica che si rivelerà decisiva. Quando lui (o lei) appare – e ciò avviene molto più infretta di quel che si dica – non sembra mai un adulto come gli altri. Sotto il suo sguardo non ci si accontenta più di planare in eterno o di macerare a vita. Quella melodia, infatti, apre una finestra sul futuro. Che boccata d’aria! È un futuro immediato, tanto per cominciare, il desiderio di risentirla al più presto: Quando potrò riascoltare quella calda musica? Ed è anche il futuro della lenta acquisizione : ascoltare quello che lui/lei sa, ascoltare quello che sente…E infine è il futuro lontano, che dietro una guida del genere potrebbe anche essere appassionante! Per la prima volta ci sentiamo una persona in divenire;viva. Questo forse intendiamo quando, molti anni dopo, ricordiamo quella musica, che ci ha cambiato la vita. Riconosciamo che senza di loro non saremmo ciò che siamo. E diciamo anche che non la dimenticheremo mai. In realtà non l’abbiamo mai dimenticata. Uno degli aspetti più toccanti del nostro ricordo musicale, è l’immagine intatta che ergiamo di essa. Ne abbiamo nitida in mente la sua melodia, la sua armonia, il ritmo, l’esatto volume con cui si diffonde dentro e fuori a noi. Che qualità speciali avevano, questi indimenticata canti, per suscitare un tale ricordo? Innanzitutto quella di non essere dei nostri genitori (che per noi era tutto), ma di appartenere a quel passato Arcaico (che per noi non era niente). Erano qualcuno improvvisamente. Erano speciali. In cosa erano speciali? Per esempio nel fatto che, in quanto Musiche di Natale, sembravano incarnare tutto quello che ci circondava. Le altre musiche si limitavano al quotidiano, queste con la loro espressione entravano nella nostra anima, attraverso le orecchie, ma sopratutto dentro ai nostri Sogni, che ci reputavano in grado di condividere il loro entusiasmo. Proprio questo effetto di incarnazione è stato la prima cosa decisiva. Ascoltati oggi, forse nella loro semplicità, non sono le cime che ci immaginavamo allora. Ma ci hanno comunque trasmesso la voglia di sperare in mondo migliore. E non solo: grazie alla loro melodia, ora diventata per noi compagnia o compagno dei queste infaticabili giorni di festa. Un’altra cosa. Sembravano avere tempo. La nostra ignoranza non li spazientiva. Eppure non avevo certo più tempo,ma l’attenzione che suscitavano dilatava la durata. Del tutto secondaria, la questione del loro carattere. Secondo i termini successivi delle vari generazioni, potevano sembrarci simpatiche, o addirittura ipnotiche. Esse sono guardiane dei tempi, tempi che furono, e che saranno. Finite le feste, la maggior parte di queste musiche si ricorderanno solo attraverso i nomi, che hanno incarnato il sapore di questa festa, creata per il fast food, vi porteranno le parole per trascorrere un momento di libertà in un posto qualsiasi purché, il vostro cuore ancora possa illuminarsi di Sogni….

cF

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L’affare Vivaldi di F.M.Sardelli…….Alla faccia dell’esperto di Vivaldi, in una cosa è certamente bravo, ha preso un libro di Orlando Perera del 2007 e ci ha costruito una storia, che nasce dal libro; Vivaldi la Quinta Stagione. Comunque io ho letto a suo tempo nel 2008 il libro di Perera che è una inchiesta giornalistica veramente fatta bene, mentre il romanzetto che dire, si può giocare con le trame, le fantasie, certo non è Dan Brown, però devo dire che con le parole se la cava. Debuttare copiando, non è il massimo, ma Picasso diceva: Che i geni copiano….Forse lo ha preso troppo alla lettera, ma aspettiamo il secondo romanzo, e spariamo che questa volta sia farina del suo sacco, e non quello di Orlando che ora sara Furioso…ma forse sotto sotto voleva evocare l’opera di Vivaldi per l’appunto L’Orlando Furioso….che per ora mi sa che sia incazzatissimo….

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Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio. Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza.
Andrej Tarkowsky

Il modo migliore per cercare di capire il mondo è vederlo dal maggior numero possibile di angolazioni.
Ari Kiev

Ciò che non hai mai visto lo trovi dove non sei mai stato.
Detto africano

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.
Marcel Proust

Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci.
John Ruskin

Solo lo stolto percorre correndo il cammino della vita senza soffermarsi ad osservare le bellezze del creato.
Proverbio Tibetano

La bellezza delle cose esiste nella mente di chi le osserva.
D. Hume

Non vivere su questa terra come un estraneo o come un turista della natura. Vivi in questo mondo come nella casa di tuo padre: credi al grano, alla terra, al mare, ma prima di tutto credi nell’uomo.
Nazim Hikmet

Oh Grande Spirito, preservami dal giudicare un uomo non prima di aver camminato un miglio nei suoi mocassini.
Preghiera Apache

Un passo alla volta mi basta.
M. Gandhi

Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma.
Bruce Chatwin

Non è vero. Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:”Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in Primavera quel che si era visto in Estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.
Josè Saramago

I viaggi sono i viaggiatori.
Fernando Pessoa

In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l’uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l’uomo deve poter viaggiare.
Andrej Tarkowsky

Il viaggiatore, quello saggio, impara a non cercare di ripetere i successi ma a trovarne altri in nuovi luoghi.
Paul Fussell

Sono appena tornato da un viaggio di piacere: ho accompagnato mia suocera all’aeroporto.
Milton Berle

Lei si sentiva sempre molto sola, perché lui faceva molti viaggi per lavoro. Un giorno lui portò a casa un San Bernardo e le disse: “Ti ho fatto un regalo. Si chiama Estrema Riluttanza. Così quando vado via potrai sempre dire che ti ho lasciato con estrema riluttanza”. Lei lo colpì con un mestolo.
C.Schulz – tratto da Snoopy

Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria della meta da cui è tornato.
Edgar Allan Poe

Il mondo è un libro, e chi non viaggia legge solo una pagina.
Sant’Agostino

Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite.
Mark Twain

Scopo del viaggiare è disciplinare l’immaginazione per mezzo della realtà e, invece di pensare come potrebbero essere le cose, vedere come sono in realtà.
Samuel Johnson

Chi il mondo non vede, qual sia non crede.
Proverbio italiano

Un viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo.
Lao Tzu

Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone.
John Steinbeck

La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili.
William Burroughs

Ho attraversato i continenti per vedere il più alto dei mondi
Ho speso una fortuna per navigare sui sette mari
E non avevo avuto il tempo di notare
A due passi dalla porta di casa
Una goccia di rugiada su un filo d’erba
Rabindranath Tagore

Troppa gente si occupa del senso. Mettetevi in cammino. Voi siete il senso e il cammino.
Jean Sulivan

Fate che il vostro spirito avventuroso vi porti sempre ad andare avanti per scoprire il mondo che vi circonda con le sue stranezze e le sue meraviglie. Scoprirlo significherà, per voi, amarlo.
Kahlil Gibran

Il viaggio deve allinearsi con le più severe forme di ricerca. Certo ci sono altri modi per fare la conoscenza del mondo. Ma il viaggiatore è uno schiavo dei propri sensi; la sua presa su un fatto può essere completa solamente quando è rafforzata dalla prova sensoriale; egli può conoscere davvero il mondo soltanto quando lo vede, lo sente e lo annusa.
Lord Byron

Come molti viaggiatori ho visto più di quanto ricordi e ricordo più di quanto ho visto.
Benjamin Disraeli

Viaggiare! Perdere paesi! Essere altro costantemente perché l’anima non abbia radici! Andare avanti, inseguire l’assenza di avere un fine e dell’ansia di raggiungerlo.
Fernando Pessoa

Viaggiare deve comportare il sacrificio di un programma ordinario a favore del caso, la rinuncia del quotidiano per lo straordinario, deve essere strutturazione assolutamente personale alle nostre convinzioni.
Herman Hesse

Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perchè. I loro desideri hanno le forme delle nuvole.
Charles Baudelaire

Partire è la più bella e coraggiosa di tutte le azioni. Una gioia egoistica forse, ma una gioia, per colui che sa dare valore alla libertà. Essere soli, senza bisogni, sconosciuti, stranieri e tuttavia sentirsi a casa ovunque, e partire alla conquista del mondo.
Isabelle Eberhardt

Io viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per viaggiare. L’importante è muoversi.
Robert Louis Stevenson

Dove stai andando? Butta via la cartina! Perché vuoi sapere a tutti i costi dove ti trovi in questo momento? D’accordo: in tutte le città, nei centri commerciali, alle fermate degli autobus o della metropolitana, sei abituata a farti prendere per mano dalla segnaletica; c’è quasi sempre un cartello con un punto colorato, una freccia sulla mappa che ti informa chiassosamente: “Voi siete qui”. Anche a Venezia, basta che alzi gli occhi e vedrai molti cartelli gialli, con le frecce che ti dicono: devi andare per di là, non confonderti, Alla ferrovia, Per san Marco, All’Accademia. Lasciali perdere, snobbali pure. Perché vuoi combattere contro il labirinto? Assecondalo, per una volta. Non preoccuparti, lascia che sia la strada a decidere da sola il tuo percorso, e non il percorso a farti scegliere le strade. Impara a vagare, a vagabondare. Disorientati. Bighellona.
Tiziano Scarpa

Viaggia. Cerca di farlo. Non esiste altro.
Tennessee Williams

Sono figlio del cammino, la carovana è la mia casa e la mia vita è la più sorprendente avventura.
Amin Maaluf

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Giovanni Guareschi

Non mi ricordo quando ho deciso di diventare musicista, ma mi ricordo che nel 1970 a pochi giorni dal mio compleanno, il 25 luglio, ero fermo nella biblioteca scolastica di Basilicanova, e guardavo incuriosito la raccolta colorata dei romanzi di Giovannino Guareschi delle edizioni Mondadori. All’epoca Guareschi era una lettura giudicata, arretrata, démodé, si preferiva essere alla moda leggendo i giovani scrittori americani della «Beat Generation» quelli che scrivevano nel rifiuto delle norme imposte, delle innovazioni di stile, della sperimentazione e delle droghe, sessualità alternativa, l’interesse per la religione orientale, il rifiuto del materialismo e rappresentazioni esplicite della condizione umana. Autori di riferimento come: Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Neal Cassady, Gary Snyder, Lawrence Ferlinghetti, Norman Mailer, mi avevano trasportato l’anima in mondi nuovi, e sconosciuti. Poi c’era ancora l’eco del movimento culturale della «fantasia al potere» che ha direttamente ispirato i successivi dei movimenti culturali di rottura al «maggio 1968», l’opposizione alla guerra del Vietnam, gli Hippy di Berkeley e Woodstock; tutto questo ha anche contribuito a rinforzare il «mito americano». Berkeley e Woodstock sono stati il mio banco di scuola, li avevo imparato a usare la mia fantasia, e da Woodstock era nata l’esigenza di fare musica in ogni luogo del pianeta. Ma tutto questo era in contrasto con il luogo dove abitavo, io vivevo in un piccolo paese di campagna di nome Basilicanova, in provincia di Parma. Li con i nostri motorini di «50cc» travestiti da «Choppers» imitavamo lo stile «Hippy», pantaloni a zampa di elefante, magliette coloratissime smacchiate con varechina. Una grande voglia di evadere, andare ad esplorare mondi di cui sentivamo e leggevamo, ma quel pomeriggio ero fermo in biblioteca, ed i colori, e le copertine di quei romanzi mi ricordavano i luoghi dove vivevo. Decisi che volevo conoscere questo scrittore che era nato e abitava a pochi chilometri da casa mia, iniziai a leggere il suo «Diario clandestino» e «Il Mondo Piccolo» attratto da i luoghi di  «déjà vu», un mondo senza confini apparenti, proprio perché il progresso allora viaggiava così veloce che volevo investire anche nel passato, regola che comprende anche la nostra condizione attuale. L’incontro con la scrittura di Giovannino mi aprì le finestre di casa mia, spunta la sua figura di uomo «robusto, dallaria assorta, con un bel paio di baffi neri, folti e arricciati»; un tipo «ironico e vivace, uno che non molla mai, anche nelle situazioni più difficili». Un uomo libero, anche nelle vicende più drammatiche,quello che oggi potremo chiamare un duro della bassa. A Giovannino sono molto affezionato perché oltre a farmi amare la mia terra, mi ha messo in contatto anche con la sua musica, con autori che allora si affacciavano alla ribalta come DallaGuccini, che raccontavano l’ambiente della nostra terra, l’Emilia Romagna, con il paesaggio del fiume Po che bagna questa ipotetica linea di confine tra il Nord dell’Europa e il suo Sud, quello che potremmo oggi chiamare una sorta di «neorealismo musicale». Della sua scrittura mi piaceva la sua semplicità, come un concerto di Mozart, chiaro, limpido e armonioso. Il narrare una storia con coinvolgente emozione, come le canzoni di Guccini: «Auschwitz, Un altro giorno è andato, L’albero ed io, L’isola non trovata» e tante altre. Raccontare una storia con semplici parole, con emozioni che appartengono a quel ambiente che circonda la mia vita. Se la «Beat Generation» mi affascinava per tutto quello che non conoscevo, ora con Giovannino ero affascinato da tutto quello che sentivo e vedevo intorno a me. Giovannino raccontava le semplicità della nostra terra, e Guccini prendeva quella lingua e la piegava al potere della liricità. La canzone di Auschwitz di Guccini mi aprì una forte tensione emotiva, ed il momento più intenso è stato «seguire» poi Guareschi nell’esperienza dei campi di internamento nazisti: dapprima in Polonia, poi in altri lager, attraverso la lettura del «Diario clandestino». Condotto in Germania il 13 settembre 1943, fece ritorno in Italia il 4 settembre del 1945, ma in quei giorni tragici Guareschi non cedette, né materialmente né, soprattutto, spiritualmente. Ho potuto riscontrarlo nella «Favola di Natale», il testo scritto in un campo di concentramento tedesco, semplice e diretto come sempre. Per celebrare la notte della Natività del 1944 Giovannino compose, insieme a Coppola, che gli fornì le musiche, questa favola dedicata al piccolo figlio lontano. Come lui stesso dice, le muse che lo ispirarono si chiamavano Freddo, Fame e Nostalgia. Nacque così la storia di Albertino, della nonna, del papà prigioniero, delle piccole creature – buone o cattive – che vivono e parlano in un bosco fantastico. Dentro si cela la storia di quegli uomini, affamati e infreddoliti, che l’ascoltarono in una baracca del Lager tedesco e che, proprio grazie alle parole di Guareschi, riuscirono a mantenere viva la speranza. Il testo della «Favola di Natale» ci documenta uno sguardo positivo sulla vita, anche in un luogo così terribile, come le canzoni di Dalla di quel periodo: «4 marzo 1943, Piazza grande, L’anno che verrà». In quegli anni la musica del 1970 era piena di libertà, di trasgressione, di lotte politiche. Esplodeva la creatività, la voglia di progresso a tutti i costi; i colori dei tessuti fioriti, aveva colorato la musica e i jeans a campana. Nel 70 volevamo le tinte forti, le grandi competizione in tutti i campi; si faceva sentire sempre di più la presenza dei media, che entravano di prepotenza nella nostra vita, e le contestazioni scaturite dalle tensioni generazionali, i comportamenti aggressivi, avevano reso la nostra vita un evolversi di situazioni velocissime. Il sesso e, purtroppo, anche le droghe, diventano parte integrante dello stile di vita molti giovani. Ma la mia droga era la musica e gli anni ’70 sono stati però anche caratterizzati da un’ondata musicale di tale intensità e creatività che non ha eguali negli ultimi quaranta anni. Io navigavo tra la rivoluzione musicale, quella poetica americana, e le pagine del mio passato, che riecheggiavano nel «Diario clandestino» pubblicato da Guareschi nel 1949. Ho scoperto che Giovannino fu uno degli oltre 600.000 militari italiani che i tedeschi fecero prigionieri dopo l’8 settembre 1943, tra cui anche mio padre, che però riuscì a fuggire ed arruolarsi nei partigiani, e ancora oggi ricorda la sua esperienza nei lager come una cosa devastante, e da allora non riesce più dormire senza una piccola luce accesa. Dopo l’armistizio fra l’Italia e gli Alleati, si rifiutarono di collaborare con la Germania. Abbandonati dal governo italiano, considerati traditori dai fascisti, furono ritenuti nemici dai tedeschi, perciò furono fatti prigionieri e deportati nei lager. A Guareschi misero al collo un cartello col numero 6865, per annientare la sua identità. Ma nelle prime pagine di Diario clandestino, lo scrittore annota«Io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno. Lunica cosa interessante ai fini della nostra storia, è che io, anche in prigionia conservai la mia testardaggine di emiliano della Bassa: e così strinsi i denti e dissi: Non muoio neanche se mi ammazzano! Rimasi vivo anche nella parte interna e continuai a lavorare. E, oltre agli appunti del diario da sviluppare poi a casa, scrissi un sacco di roba per luso immediato. E così trascorsi buona parte del mio tempo passando da baracca a baracca dove leggevo la roba appunto di cui questo libriccino vi dà un campionario. La roba che, nelle mie intenzioni dallora, doveva essere scritta e servire esclusivamente per il Lager e che io non avrei mai dovuto pubblicare fuori del Lager. E invece, trascorsi alcuni anni, fu proprio questa lunica roba che miè parsa ancora valida.() E lunico materiale autorizzato, in quanto io non solo lho pensato e lho scritto dentro il Lager: ma lho pure letto dentro il lager. Lho letto pubblicamente una, due, venti volte, e tutti lo hanno approvato.» Il campo di concentramento si presentava come un mare grigio abbracciato ad un cielo grigio. Guareschi capì che, per sopravvivere, era necessario fare a pezzetti quell’onda immensa di odio e di repressione, cominciando proprio dalla baracca, quella baracca 18 in cui Giovannino e tanti altri prigionieri si ritrovarono ammassati con «gli occhi sgomenti () come miseri emigranti nella stiva squallida e inospitale della loro nave» e che in Diario clandestino definì come «una piccola arca di Noè navigante in mezzo a un Diluvio di malinconia». In quella piccola arca il male, la cattiveria, l’odio dovevano avere il minore spazio possibile. Quello, intuì Guareschi, era l’unico modo per rimanere uomini. Scrive ancora nelle prime pagine di Diario clandestino: «Non abbiamo vissuto come i bruti. Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per linfelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo mai dimenticato di essere uomini ()Ci stivarono in carri bestiame e ci scaricarono, dopo averci depredato di tutto, fra i pidocchi e le cimici di lugubri campi, vicino a ognuno dei quali marcivano, nel gelo delle fosse comuni decine di migliaia di altri uomini che prima di noi erano stati gettati dalla guerra tra quel filo spinato. Il mondo ci dimenticò.() Fummo peggio che abbandonati, ma questo non bastò a renderci dei bruti: con niente ricostruimmo la nostra civiltà. () Non abbiamo vissuto come bruti». Guareschi fu tra i tessitori più tenaci di quella civiltà. Non si fermò mai. Seppe farsi forte di tutto quanto il genio dei suoi compagni riusciva a produrre per la sopravvivenza. Per esempio, l’organizzazione di Radio Caterina. Una radio ricevente che gli internati avevano costruito con mezzi di fortuna per captare qualsiasi genere di segnale. Introvabile per i tedeschi che le davano la caccia, servì ai prigionieri per essere al corrente dell’andamento della guerra e mantenere viva la speranza. Proprio negli anni 70 iniziava la mia esperienza di «diffusore di musica», con il flauto ero alle prime lezioni, ma alla sera facevo il «disc jockey» presso l’unica discoteca di Parma. Guareschi mi aveva aperto un mondo nuovo, volevo far sentire la musica che mi trasportava, GucciniDalla, il primo sperimentale Battiato « Fetus, Anafase, Meccanica, Energia». Così partecipai anche alla nascita della prima Radio Popolare italiana in FM nel lontano 1972. Trasmettevo di notte e di domenica verso le 11 del mattino, il titolo della mia trasmissione era «Polimorfia» ed era una trasmissione dedicata alla molteplicità delle forme musicali, senza confini di genere. La Radio era per me un luogo dove potevo sperimentare tutta la mia «Polimorfia musicale» un luogo di molteplicità, di insiemi liberi e avvolgenti, era il mio spazio che mettevo a disposizione a chi mi ascoltava. Così la mia storia si ingarbuglia con quella di Guareschi, con la sua tremenda esperienza del lager, che però non l’ha piegato, ma lo ha trasformato in quel uomo che voleva essere. Tutto questo, però, non deve fare pensare al lager come ad un club dove ognuno poteva organizzarsi a proprio piacimento. I prigionieri erano preda di ogni genere di malattia. Nutriti con razioni che ne garantivano a stento la sopravvivenza. In preda al gelo. Costretti a liberarsi dalla sporcizia come meglio potevano. Perennemente incerti sulla propria sorte. In contatto precario con i parenti a casa. Faccia a faccia con la morte che si infilava nelle baracche e si prendeva i più deboli. La tentazione più grande nel campo di concentramento era la spinta a isolarsi. L’uomo era avviato sulla strada dell’egoismo. Delazione, menefreghismo, opportunismo, cattiveria. Guareschi si salvò da questa discesa agli inferi. A casa si cercava il modo di convincere Giovannino a tornare in Italia. O, quanto meno, a trovare una migliore sistemazione in Germania. Guareschi scrisse ai suoi: «Miei CariResto qui non per capriccio, ma per i miei figli e per voi. Lo capirete dopo». Nel lager si era fatto strada un Guareschi sempre più vero.La tubercolosi, il tifo, la dissenteria, la fame, la violenza causarono la morte di oltre 60.000 IMI (Internati Militari Italiani), così vennero chiamati questi prigionieri. Ai morti nei lager se ne aggiunsero almeno altrettanti al loro rientro in patria per le malattie riportate. Giovannino Guareschi riuscì a tornare e senza odiare nessuno. Uno dei passi più intensi di Diario Clandestino porta il titolo «Signora Germania»: «Signora Germania, tu mi hai messo fra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca. E inutile signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi. E questo e niente ancora, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti.(…) Signora Germania, tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perché il giorno in cui, presa dallira farai baccano con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo. E non potrai mettergli un piastrino al colo perché volerà via, oltre il reticolato, e chi s’è visto s’è visto. Luomo è fatto così, signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda solo il Padre Eterno. E questa è una fregatura per te, signora Germania». E infine una profonda riflessione scritta da Guareschi nel lager:«I giorni della sofferenza non sono giorni persi: nessun istante è perso, è inutile, del tempo che Dio ci concede. Altrimenti non ce lo concederebbe». L’avventura umana di Guareschi vista oggi si confonde anche con la mia vita, ho imparato ad amare le bellezze che mi circondano, ho visto le culture susseguirsi, ho ripercorso le vicende della vita di una persona libera, generosa… e mi piacerebbe proprio pensare di essere un po’ così!…come Giovannino…«La vita è unavventura e va vissuta con gioia, siate generosi con la vita e la vita sarà generosa con voi».

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Era metà di dicembre verso sera, a Parma, vicino al cimitero della Villetta, dove io passavo in bicicletta per tornare a casa. La nebbia aveva coperto alberi, strade e semafori, non si vedeva nulla oltre il cerchio perlaceo dell’alito che si fondeva con il grigiore dell’aria. Arrivato all’altezza del cancello, vidi i lumini che bucavano con la loro luce tremante lo sguardo di chi passava frettoloso. Per un attimo avvertii una sensazione di armonia, un canto d’uccello, un asino che ragliava, il suono di una chitarra pizzicata, un gallo, un cane, una campanella. Seguendo l’onda sonora, mi addentrai tra le tombe, i suoni mi condussero davanti alla monumentale tomba di Nicolò Paganini. Avvolto dalla nebbia, sentii iniziare la melodia della sonata Scena amorosa. Un melodia malinconica scritta per la sorella di Napoleone, Elisa, una liason del cuore paganiniano. Un turbinio di tempi: Principio – Preghiera – Acconsentito – Timidezza – Contentezza – Lite – Pace – Segnali d’amore – Notizie della partenza – Distacco. Ero  davanti alla sua statua, mi guardava con il viso incorniciato dai suoi capelli lunghi e mi diceva: «Questa sonata l’ho scritta per due corde solo, la quarta corda è il maschio, e quella piccola, il cantino, la femmina. È la mia storia d’amore con la principessa Elisa.»  Non mi pareva vero che  parlasse, iniziò a raccontarmi… Dalle sue labbra la storia iniziò a prendere immagine: «Sono nato a Genova il 27 ottobre 1782, quarto di sei fratelli, tre maschi e tre femmine, appartenevo a una famiglia povera. Mio padre Antonio lavorava come «ligaballe» al porto e per arrotondare i redditi della famiglia giocava anche d’azzardo, commerciava in strumenti musicali ed era un dilettante di mandolino, il suo orecchio era disarmonico. Mia madre Teresa, a cui volevo un bene immenso, era completamente analfabeta, ma dotata di una bellissima voce e amava cantarmi sempre delle canzoni popolari genovesi. Con metodo tirannico mio padre mi obbligò a studiare il mandolino all’età di quattro anni, mentre mia madre, in sogno, aveva chiesto come grazia al Salvatore di farmi diventare  un bravissimo violinista, e le fu concesso. Passai quindi allo studio del violino: tutta la mia infanzia è un susseguirsi di 10 ore al giorno di studio,  all’età di 8 anni diedi il mio primo concerto, da allora non ho più smesso di esibirmi. Abitavamo vicino alla casa natale di Colombo, in via Passo di Gattamora, anche questo indirizzo era un segno del destino. Colombo aveva scoperto nuove frontiere, ed io, invece avrei inventato un mondo sonoro nuovo, aprendo strade che fino ad allora si pensavano impossibili. E non ultimo, il gatto, simbolo della flessuosità ed estensibilità delle mie dita,  che riuscivano a pizzicare le corde nei punti impossibili. Ho conosciuto tutti i più grandi musicisti del mio tempo, ho suonato con Rossini, Mendelsshon, mi hanno ascoltato Schumann, Berlioz, Brahms, Chopin, Liszt che si è ispirato per il suo pianismo trascendentale.  Ognuno di loro si è ispirato a miei temi per comporre composizioni originali, senza mai pagarmi nemmeno una palanca, prima di tutto. Nella mia attività solistica sono riuscito a tenere oltre 200 concerti all’anno, a volte quando mancava l’orchestra suonavo il violino da solo davanti al pubblico anche per tre ore di seguito. Io adoravo far divertire il pubblico, mi piaceva vedere il sorriso sul volto della gente, li stupivo con le imitazioni degli animali, il cane, il gallo, il gatto e quando ridevano troppo gli facevo il somaro. Ho guadagnato tanto, ma il denaro non era mai troppo, per arrotondare mi sono inventato di tutto, compravo stampe di miei ritratti e li rivendevo con il mio autografo, facevo archetti disegnati da me per rivenderli, le corde di budello modello Paganini, le sciarpe, bastoni da uomo, i cappelli,  i medaglioni, i menu Paganini al ristorante: sono stato un antesignano della «réclame». I biglietti dei miei  concerti erano venduti a cifre altissime, perché io non guadagnavo con gli spartiti,  tutto quello che c’era scritto sul pentagramma, a differenza della giustizia, non era uguale per tutti, e per me ogni esecuzione era irripetibile». Ascoltando Paganini parlare,  mi veniva in mente che durante i suoi concerti succedeva di tutto, al limite del «paranormale», situazioni che Paganini preparava con molta cura, da vero e proprio «Houdini». Antesignano delle pop star, dei musicisti Rock, i suoi concerti in tutta Europa erano delle tournée dove il pubblico si accalcava per comprare i biglietti, con vere scene di delirio, duecento anni prima dei Beatles e Jimi Hendrix. Da vero seduttore con il violino, sedusse anche moltissime donne, il suo istrionismo fu anche la causa di una denuncia per «ratto e seduzione di minore» che gli costò dieci giorni di galera. Tutta questa attività sentimentale, oltre a lasciargli un figlio, Achille,  divenuto suo erede universale, gli causò la sifilide; la cura con il mercurio poi gli massacrò la sua salute definitivamente diventando pallido e magrissimo, perse quasi tutti i denti e anche il mento subì una grave deformazione, perse quasi la vista, tanto che negli ultimi anni di vita girava con delle strane lenti color blu. Mi chiese quale fosse la mia professione, io gli risposi che ero musicista. Per un attimo rimase in silenzio, poi con una grande risata disse: «belin!  Chi è il tuo compositore preferito?» Con un certo timore gli risposi: «Nicolò Paganini».

Claudio Ferrarini

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Tutte le spiritualità hanno evidenziato le ambivalenze e le ambiguità dell’amore. Le sue molteplici nature e i suoi due volti. L’amore è una scuola iniziatica dove si impara a crescere, a elevarsi e quindi ad essere liberi, ma l’amore può anche finire per essere una prigione in cui si vedono le proprie catene moltiplicarsi, dove si sprofonda, ci si perde e si finisce nella dipendenza totale. Gli insegnamenti universali delle spiritualità, delle filosofie e di tutte le religioni si congiungono qui e formulano in fondo le stesse verità : l’individuo trova nell’amore ciò che è andato a cercarvi, perché l’amore è il suo specchio e la sua rivelazione. Chiuso nell’emozione, il desiderio e il bisogno di possesso, l’amore si ritorce contro la persona stessa e genera sofferenza per il senso di mancanza e prigionia del cuore. Abitato e vivificato dalla spiritualità e dal dominio di sé, l’amore fa evadere dall’io e raggiungere la pienezza dell’essere e del dono di sé. Così l’amore è come l’educazione, bisogna “andare con” e imparare a staccarsi con una coscienza sempre più approfondita dell’ambivalenza delle cose e della necessità di equilibrio, sempre così difficile e fragile. Conoscersi, amarsi un minimo, amare molto, imparare ad amare meglio, a offrire e ad offrirsi e a perdonare sono degli insegnamenti della vita mai completati, mai realizzati pienamente, da rinnovare sempre. Amare senza diventare dipendenti e amare senza far dipendere da sé, sono le due disposizioni-attitudini che richiedono all’essere umano di sviluppare un discernimento acuto e di armarsi delle qualità profonde dell’essere e del cuore. Amare la vita e osservarla, allontanarsene, amarsi senza illudersi su se stessi, amare i propri amori nel cuore del tempo che li governa: amare senza idolatrare, amare con la coscienza della relatività di ogni cosa. E’ questo il senso profondo dell’amore-compassione che libera nella tradizione buddista così come quello dell’ Unicità di Dio nelle tradizioni monoteistiche. Si tratta di essere liberi dalle sue illusioni, dalla falsa adorazione dei suoi desideri e degli idoli della sua intimità, per accedere ad un amore-lucidità in ricerca di una vicinanza che sa discernere la misura della distanza in rapporto all’assoluto. Questa è esperienza mistica che al-Jilânî (11 e 12 ° secolo) e Rûmî (13 ° secolo) hanno cercato di tradurre in sintonia con tutte le esperienze mistiche e spirituali. Il Profeta di Gibran riassunse questa uscita da se stesso nell’amore di Tutto e / o di Dio, dicendo: “Quando si ama, non si dovrebbe dire: ‘Dio è nel mio cuore’, ma piuttosto, ‘Io sono nel cuore di Dio “. Amare senza dipendenza. Niente è così difficile e richiede un lungo apprendistato, esigente e talvolta doloroso. Si tratta di amare senza illusioni. Ciò è ancora più difficile in quanto abbiamo l’impressione talvolta che amare invece significhi proprio potersi illudere. Come poter crescere dall’illusione dell’amore alla lucidità dell’amore? Come staccarsi da ciò che, per definizione, ci lega? Lo stesso profeta di Gibran disse: “L’amore non possiede né vuole essere posseduto”, ma che ne è di quelle e quelli che ‘l’amore rende ciechi’ e prigionieri? Come uscire dal proprio io per fondersi nel cuore di Tutto o nella luce dell’Unico? L’amore è certamente una promessa di bene, di bellezza e di benessere, ma questa promessa è sempre stata accompagnata da molteplici lacrime, da tanta sofferenza e tanto dolore. Vivere è soffrire, vivere è amare … amare è soffrire. Per vivere dobbiamo allora imparare ad amare la sua sofferenza fino alla morte che ne consegue? L’amore che trascende l’amore è un amore che libera. Esso offre la pienezza con il senso della contingenza. E’ quindi essenziale educare la propria coscienza e il proprio cuore ad amare nell’assoluto dell’istante e nella coscienza del tempo: essere là e sapere che ce ne andiamo. Amare imparando ad andarsene: l’amore più bello non dimentica mai la separazione, e ancora meno la morte. L’amore e la morte formano la coppia più umana che c’è: l’amore umano più profondo non cerca di illudersi sul carattere ineluttabile della morte. Questa fragilità è la sua forza. Il potere dell’umiltà lambisce i margini di questa consapevolezza – nell’amore – della morte. Tornare all’origine. I testi sacri, le antiche tradizioni e tutte le filosofie, in ogni epoca, orientano il nostro sguardo e la nostra attenzione verso la natura, le sue bellezze, i suoi cicli, caducità ed eternità. Amiamo naturalmente, essi però ci insegnano ad amare meglio, consapevolmente, spiritualmente, e imparare a capire il senso nel distacco. Dobbiamo fare una scelta, tra la riserva di Kant e la passione di Nietzsche, tra la via del Buddha e quella di Dioniso, tra l’amore di Dio e l’amore del Desiderio. Tra un’idea della libertà e la gestione dei bisogni, tra indipendenza e dipendenza, tra distacco e schiavitù. Non si sceglie di amare, ma si può scegliere il proprio modo di amare. La Natura è lo specchio davanti al quale dobbiamo alzare il nostro volto, cercare vicino e lontano, sapendo che se oggi noi siamo pienamente presenti, la terra domani, offrirà ad altri, e senza di noi, la stessa pienezza sul un mondo che avrà accettato la nostra assenza Lo specchio del tempo e degli spazi infiniti lo riflettono, il sé liberato lo capisce, l’Unico lo ripete: amare è essere là, vicino allo straordinario dell’ordinario e offrire, dare, perdonare. Amare è sposare la presenza dei sedentarie e le migrazioni dei nomadi … le radici degli alberi e la forza dei venti. Amare è ricevere e imparare a lasciar andare gli esseri. Amare è donare e imparare ad andarsene. E viceversa. traduzione di Patrizia Khadija Dal Monte

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Le due vite di Elsa

Sono emozionato, finalmente avremo il terzo nato…. me lo sono già prenotato
e non vedo l’ora di leggere la tua nuova creatura. Mi sono riletto La sorella e Dumas, sempre
due romanzi emozionanti pieni di fascino e musica. Attendo emozionato come la prima volta che ti ho letto. a presto cF

 

Elsa non si è mai sentita parte della sua famiglia. Forse perché è una ragazza difficile, fragile; almeno questo è ciò che le hanno sempre detto. Troppo timida e debole di nervi rispetto a loro, gli eredi risoluti e arroganti di una delle famiglie più in vista della Roma fascista. Fino ai vent’anni Elsa ha seguito docilmente il volere del padre e della zia, facendo sempre ciò che ci si aspettava da lei, anche quando si trattava di esporsi alla derisione e allo scherno, salendo sul palco di un teatro per interpretare il ruolo di Anita Garibaldi in un’orribile pièce voluta dal regime. Tuttavia, proprio grazie al teatro e, soprattutto, al personaggio di Anita, Elsa scopre una se stessa che non pensava esistesse. L’incontro con quella donna impavida, forte, bella, la cambia nel profondo. Anita è tutto ciò che lei non è mai stata, ma Elsa sente che tra loro c’è un legame. Ogni notte, la timida Elsa abbandona le proprie insicurezze per diventare Anita, l’eroina dei due mondi. Grazie a quei sogni si trasforma e comincia a fare cose che non aveva mai fatto prima: fugge di casa, cammina scalza per le strade di Roma e grida tutto il dolore che ha racchiuso in sé per troppo tempo. Per la sua famiglia, però, questo non è accettabile. La ragazza deve essere allontanata, perché le sue non sono più stramberie, è pazza, e potrebbe rovinarli. Nell’ospedale svizzero in cui viene rinchiusa, Elsa scopre le sbarre, il torpore malsano dei medicinali e l’assenza di libertà, ma riesce anche, grazie all’aiuto di un giovane medico, a comprendere i motivi della propria sofferenza e a liberarsi di una famiglia che l’ha sempre oppressa. Scoprendo forse anche quell’amore che da sempre le è stato negato.

 

PREZZO DI LISTINO:
€ 18,00

EditorePiemme
Data uscita 05/2011
Pagine 336, brossura Lingua Italiano
EAN 9788856612370

 

 

Autore: Morgan Palmas

Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinata alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Se parliamo di scrittura letteraria e pubblicata, alla bella età di quarant’anni! Prima avevo scritto sceneggiature e articoli su riviste, soprattutto di teatro. L’idea di scrivere romanzi mi aleggiava nella mente, ma mi mancava il coraggio di cimentarmi. La spinta definitiva me l’ha data, più che il caso, la disperazione. Avevo provato per anni a promuovere un progetto cinematografico basato sulla vita della sorella di Wolfgang Amadeus Mozart e nonostante il mio soggetto avesse vinto un premio europeo, le cose arrivavano sempre a un passo dal quagliare e poi andava tutto a monte. Allora ho deciso di elaborare un romanzo sull’argomento, con il seguente spirito: se anche questa iniziativa non va in porto, vuol dire che non era destino; io ho fatto tutto quel che potevo. Per fortuna le cose sono andate bene e il libro è stato pubblicato e tradotto in varie lingue. Già mentre lo elaboravo, d’altra parte, progettavo di proseguire su questa strada, scrivendo romanzi le cui protagoniste si trovano a fronteggiare – e superare – grandi avversità.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Per quanto mi riguarda, le due componenti sono intrecciate e difficilmente separabili. La prima intuizione attiene senz’altro alla sfera emotiva; a volte si tratta di un’immagine, a volte di una possibile dinamica relazionale, a volte di un argomento che mi sembra importante. Poi, nel momento della strutturazione della storia e dell’identificazione dei temi centrali, subentra un atto di tipo più logico, che identifico nella ricerca di una relazione causa-effetto tra gli eventi. E ancora, quando si tratta di scrivere le pagine immagino si debba soprattutto lasciarsi andare, per poi rileggere, limare, consapevolizzare. In generale non credo molto nella dicotomia tra sentimento e ragione; penso che la vita sia un continuo lavoro di gestione di spinte di diversa provenienza. Non so se sono sempre in grado di identificare quali provengano dalla sfera emotiva e quali dalla sfera intellettuale; nella maggior parte dei casi si tratta di un misto.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Per ottenere un minimo di risultato un qualsivoglia metodo è indispensabile. Moravia era un grandissimo scrittore e anche per questo viveva di letteratura; poteva quindi dedicare un’ampia parte della sua giornata, sempre la stessa, alla scrittura. Naturalmente per la mia piccola persona, nonché per la maggior parte degli scrittori che conosco, non è così. Bisogna svolgere un altro lavoro per vivere; magari attinente, o magari completamente diverso. Di conseguenza gli spazi per scrivere sono circoscritti a un periodo sabbatico, o di vacanza, o a un momento specifico che si riesce a ritagliarsi. Per quanto mi riguarda, io passo più tempo a riflettere su cosa scrivere che non a scrivere. Posso impiegare anche un paio d’anni, a spizzichi e bocconi, a fare ricerche di tipo storico ma soprattutto a interrogarmi sull’evoluzione psicologica dei miei personaggi, finché non ho un quadro chiaro. Quindi arriva il tempo della scrittura – normalmente nei mesi estivi – e in quel periodo è una “full immersion” di 8, 9, anche 10 ore al giorno…

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Fino ad oggi non sono riuscita a fare a meno dell’isolamento. Nei periodi intensi di scrittura mi sono sempre chiusa in casa, con il telefono staccato e la connessione Internet perennemente spenta. Non volevo vedere né sentire nessuno. Adesso però sto cominciando a pensare che vi fosse qualcosa di autopunitivo in questo modo di procedere e che, nell’inseguire il desiderio di scrivere per vivere, stessi in realtà smettendo di vivere per scrivere. Quindi cerco un minor rigore e un’attitudine che non mi impedisca del tutto il contatto con il mondo. Per il resto, so che alcuni autori amano scrivere ascoltando musica; per me la musica rappresenta invece una distrazione, nel senso che rischio di perdermi tra le note e dimenticare l’esistenza delle parole. A meno che quel che sto scrivendo non riguardi uno specifico brano musicale; a meno che, in sostanza, io non stia cercando di trasferire l’esperienza della musica sulla pagina scritta. In quel caso programmo la ripetizione continuata del brano musicale sullo stereo, mi siedo al pianoforte e suono qualche nota, poi torno al computer e butto giù a ruota libera le immagini visive ed emotive che mi appaiono davanti agli occhi… e spesso mi sciolgo in lacrime.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Più che con Marinetti, io sono con Oscar Wilde – un grandissimo ingegno che avrebbe potuto lasciarci molte altre splendide opere e che invece abbiamo perso precocemente per l’ipocrisia e la stupidità degli umani. Proprio di recente ho visitato il cimitero acattolico di Roma dove riposa John Keats e, se non mi sono inchinata davanti alla sua tomba, mi sono comunque profondamente commossa. Ho immaginato che il suo bruciante spirito poetico aleggiasse ancora in quel luogo – e come potrebbe non essere così, visto che la sua lapide riporta soltanto le parole “Qui giace uno il cui nome fu scritto nell’acqua”? I grandi artisti del passato sono numi tutelari, geni che continuano a proteggerci, figure fondamentali di riferimento senza le quali la vita di ognuno di noi, oggi, non sarebbe ugualmente ricca.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Le grosse case editrici sono tutte a Milano, mentre a Roma negli ultimi anni sono sorte diverse realtà molto interessanti… gli scrittori, a quanto ne so, abitano un po’ dappertutto. E ogni tanto si incontrano in qualche fiera o festival, ma generalmente non mi sembra che facciano troppo corpo tra di loro. Quando il mio primo romanzo è stato pubblicato negli Stati Uniti sono entrata improvvisamente a far parte di un club, il che mi ha lasciata stupefatta: il club delle autrici di romanzi storici che parlano di donne. Una scrittrice di bestseller (Michelle Moran) ha un blog nel quale ospita interviste ad autrici, e mi ha intervistata. Un’altra scrittrice (Susanne Dunlap) mi ha intervistata per una rivista; ci siamo incontrate, quando sono andata a New York, e lei mi ha dato una grossa mano per una ricerca. Gli scrittori americani usano Facebook per mantenere i contatti tra di loro e sostenersi a vicenda; noi per farci pubblicità. Non è curioso?

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Scrivere per me è anche uno strumento per fare il punto su me stessa. Mi sono resa conto, talvolta a posteriori, che l’evoluzione psicologica delle mie protagoniste aveva molto a che fare con la mia personale evoluzione. Alcuni anni fa, in un periodo nel quale ero piuttosto depressa, vidi un filmetto del quale non ricordo neppure il titolo. Non c’erano grandi attori, registi o sceneggiatori; era un film semplice, che raccontava in modo onesto la storia di un personaggio che aveva un problema simile al mio. Mi identificai nel protagonista e alla fine della visione mi sentii confortata. E allora capii non solo che volevo scrivere, ma anche perché volevo farlo: per creare, nel mio piccolo, storie nelle quali altre persone potessero rispecchiarsi. Per ottenere questo risultato, e cioè condividere efficacemente emozioni e pensieri, è inevitabile interrogarsi su di sé. Solo in questo modo si può arrivare a toccare quella parte profonda che ci accomuna tutti.

La ringrazio e buona scrittura.

Grazie a lei per le belle domande!

Rita Charbonnier è nata a Vicenza nel 1966. Il suo primo romanzo, “La sorella di Mozart” (Corbaccio, 2006), è stato tradotto in inglese, francese, tedesco, spagnolo e olandese e pubblicato in 12 nazioni, tra le quali gli USA. Il secondo, “La strana giornata di Alexandre Dumas”, è uscito nell’aprile 2009 per i tipi Piemme. Il suo saggio “Donne, romanzi, fantasie. Divulgare la musica di Mozart attraverso un romanzo” è stato pubblicato all’interno del volume “Perti, Martini e Mozart” curato dalla R. Accademia Filarmonica di Bologna (Pàtron Editore, 2008).
Diplomata nel 1988 presso la Scuola di Teatro dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico, giornalista pubblicista dal 1998, ha frequentato il Corso di formazione e perfezionamento per sceneggiatori della RAI. Ha svolto un’intensa attività di attrice e cantante in teatro per poi dedicarsi prevalentemente alla scrittura.

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