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Archive for the ‘Pittura Scultura Arti Figurative’ Category

Amedeo Modigliani, scultore e pittore nasce a Livorno il 12 luglio 1884, quartogenito di Flaminio Modigliani e Eugènie Garsin, famiglia di tradizione israelitica e cresciuto in povertà, dopo che l’impresa di cambiavalute del padre andò in bancarotta

Adolescente si appassiona alla pittura e nell’estate del 1898 frequenta lo studio del pittore livornese Guglielmo Micheli.
Nel 1901 durante un viaggio con la madre scopre Napoli, Amalfi, Capri, Roma e Firenze e l’anno dopo si iscrive alla Scuola Libera di Nudo dell’Accademia di Belle Arti a Firenze, dove studia i pittori “Macchiaioli”, gli impressionisti italiani, sotto la guida di Giovanni Fattori.
Nel 1903, Amedeo Modigliani si trasferisce a Venezia per studiare all’Accademia di Belle Arti. Qui, in occasione della Biennale, incontra la grande arte francese di fine secolo: gli impressionisti.
Dopo un breve viaggio in Inghilterra, nel febbraio del 1906 arriva a Parigi dove prende in affitto un atelier a Montmartre, dove spiccano dove spiccano personaggi come Pablo Picasso, André Salmon e Max Jacob, iscrivendosi ai corsi di disegno dell’Accademia Colarossi.
Amedeo Modigliani nell’ambiente intellettualmente stimolante di Parigi, lavora alacremente, frequenta i pittori delle varie correnti ed espone le sue prime opere al Salone d’Autunno a Parigi e poi nel 1908, al Salon des Indépendents nella sala dei pittori Fauves.
Lasciato Montmartre per Montparnasse, il pittore incontra Brancusi alla Cité Faulguière, si appassiona alla scultura e scolpisce con lui nel suo atelier parigino e lo invita a Livorno, dove si recheranno insieme durante l’estate 1909.
In questo primo periodo parigino Modigliani , che conduceva una vita fuori dalle mode e dalle correnti, da bohémien, sregolata, fisicamente minato, dedito al bere, agli stupefacenti e alle donne, in perenni difficoltà economiche, si cimenta nei primi ritratti.
Nel 1910, quando Amedeo Modigliani espone al Salon des Indépendents, la critica gli è favorevole, ma durante quell’anno, sotto l’influenza delle forme arcaiche degli idoli e delle maschere primitive, si dedica esclusivamente alla scultura.
Durante i primi mesi del 1912, Amedeo Modigliani dipinge su tela numerosi ritratti e nudi,ma durante l’estate ritorna a Livorno per riconquistare la salute minata dal tifo con complicazioni polmonari e lavorare alla scultura direttamente su pietra.
Nel 1913, il mercante d’arte Chéron gli propone un primo contratto di lavoro remunerato per i suoi dipinti.
Dopo la dichiarazione di guerra nel 1914, Modigliani non rivede più il suo amico Paul Alexandre e interrompe le relazioni con molti altri artisti, questo è un periodo importante per la sua arte:abbandona la scultura e la pittura diventa la sua unica forma di espressione.

Modigliani diventa famoso per il suo lavoro rapido: si dice completasse un ritratto in una o due sedute. Una volta terminati, non ritoccava mai i suoi dipinti.
Incontra la poetessa inglese Béatrice Hastings, riprende un atelier a Montmartre e condivide il suo entusiasmo con Diego Rivera e Kisling alla ricerca di un linguaggio unico, assolutamente personale, dominato da una linea costruttiva e sintetica.
Max Jacob gli presenta Paul Guillaume, che diventerà il suo mercante fino al 1916.
Nel marzo 1917, Amedeo Modigliani incontra Jeanne Hébuterne, diciannovenne allieva dell’Academie Colarossi, spesso da lui ritratta.
Pittrice sensibilissima e di eccezionale talento se ne innamora perdutamente, e vanno a vivere insieme in Rue de la Grande-Chaumière a Montparnasse, in un atelier che Léopold Zborowsky, poeta polacco in esilio e grande amico del pittore, prende in affitto per loro.
La prima esposizione personale dell’artista italiano a luogo alla Galleria Berthe Weill, ma viene chiusa il giorno della inaugurazione, per oltraggio al pudore.
Nel 1918 l’aggravarsi della salute del pittore lo obbliga a trasferirsi per qualche mese in riviera per un soggiorno a Nizza ed a Cagnes dove dipinge gli unici paesaggi di tutta la sua carriera.
La Galleria Paul Guillaume a Parigi presenta una esposizione collettiva di opere della pittura giovane ed i quadri di Amedeo Modigliani sono a fianco di quelli di Matisse e di Picasso.
Il 29 novembre 1918, nasce la piccola Giovanna, figlia di Amedeo e Jeanne.
A Londra, Zborowsky organizza con i fratelli Sitwels una esposizione collettiva :” Modern French Art ” accompagnata dai primi articoli elogiativi sui giornali.
Nel gennaio del 1920 Modigliani si ammala di polmonite dopo essersi attardato, ubriaco, sotto la pioggia.
Pochi giorni prima di morire il pittore sviene nello studio che divide con Jeanne che, incinta di otto mesi e completamente paralizzata dal terrore, gli resta accanto mentre agonizza, senza aver la forza di chiamare un medico.
Amedeo Mdigliani, trasportato incosciente all’Ospedale della Charité muore per una sopravvenuta meningite tubercolosa, il 24 gennaio 1920, senza aver ripreso conoscenza.

Modigliani viene sepolto il 27 gennaio al Cimitero del Père Lachaise a Parigi ed il corpo di Jeanne Hébuterne suicidatasi il giorno dopo la morte dell’artista, riposa al suo fianco.

La carriera artistica di Amedeo Modigliani è stata breve.
Gli esordi avvengono a Livorno, ai primi anni del ‘900. Quindi, la decisione di trasferirsi a Parigi, per sperimentare di persona l’atmosfera e i grandi avvenimenti che vi si svolgevano. Dipinge alcune tele, principalmente nudi e ritratti. Realizza disegni, acquerelli.
All’inizio la sua pittura è caratterizzata da pennellate nervose e acuminate, un’eredità dell’interesse per Klimt e Toulouse-Lautrec (L’ebrea, 1908 ca). La scoperta di Cézanne introduce mutamenti importanti, sia sul piano della composizione, che su quello coloristico e della tecnica pittorica. L’impianto generale, più costruito rispetto alle primissime tele, denota l’influenza di Cézanne, come pure la posa e la solidità delle figure ritratte: ad es. Ritratto di Paul Alexandre e Il violoncellista, entrambi del 1909.
Nel 1909 Modigliani si trasferisce a Montparnasse. Qui avviene la svolta veramente importante: l’amicizia con Constantin Brancusi, il contatto con l’arte antica e primitiva, l’incontro con la scultura. Ed è proprio alla scultura, che Modigliani comincia a rivolgersi a partire dal 1909, su impulso di Brancusi. I soggetti sono di due tipi: teste di donna e figure femminili in posa di cariatidi (Testa, 1911-12). Inframmezzano questi esperimenti alcuni dipinti e disegni sui medesimi soggetti (Cariatide, 1911-12).
In queste opere le forme si presentano allungate, schematiche, persino aspre nella loro essenzialità. Balza all’occhio immediatamente il diretto rapporto con l’arte cicladica e la scultura africana. Allo stesso modo traspare chiaramente l’aspirazione dell’artista ad una forma pura, priva di ornamento e decorazione. A rendere l’effetto ancora più marcato contribuisce il materiale: pietra, semplice pietra, non marmo, gesso o creta.
La scultura rappresenta per Modigliani una parentesi. Infatti, a partire dal 1914 la abbandona completamente, per dedicarsi esclusivamente alla pittura e al disegno. Ma Modigliani non concepisce più la pittura come in precedenza. La pittura diventa un modello di sottrazione e sintesi.

Da un bel sito dedicatoa Modigliani http://testedimodigliani.xoom.it/odio_amore.html

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1911
Carlo Mattioli nasce a Modena l’8 maggio. È figlio di un insegnante di disegno e nipote di un decoratore.

1925
Si trasferisce con la famiglia a Parma, dove studia nell’istituto d’Arte. Dopo il diploma insegna disegno,  prima in Istria e in Toscana, poi a Parma e a Bologna senza mai lasciare Parma.

1937
Sposa Lina Dotti da cui ha una figlia, Marcella. La sua vita si svolge nel raccoglimento del lavoro e della famiglia, nella frequentazione della cerchia diintellettuali che si ritrova ogni sera al Caffè San Paolo o al “Circolo di lettura e conversazione”. La sua cultura figurativa è vastissima e intenso l’interesse per la letteratura, specie per la poesia, che lo accompagnerà per tutta la vita, testimoniato fra l’altro dalla copiosa attività d’illustratore.

1938 – 1959
Risalgono al 1938 le prime testimonianze significative della sua pittura (Ritratto della moglie Lina). Degli anni subito successivi sono conosciuti, oltre ad alcuni ritratti, nature morte e paesaggi, soprattutto i nudi. Tuttavia, in questo periodo la grafica prevale sulla pittura e in essa è quasi esclusiva la presenza della figura umana, in particolare il nudo femminile. Nel 1957 troviamo un ciclo di paesaggi dedicati al Po. Nel 1940 espone alla XXII Biennale di Venezia. Nel 1943, su invito di Ottone Rosai e con la presentazione di Alessandro Parronchi ha luogo a Firenze la sua prima personale nella Galleria del Fiore. È ancora presente a Venezia nel 1952 e nel 1954, alla XXVI e alla XXVII Biennale. Invitato nel 1956 alla XXVIII Biennale di Venezia, la giuria internazionale presieduta da Roberto Longhi gli conferisce il Premio Comune di Venezia per un disegnatore. Nello stesso anno è premiato anche alla VII Quadriennale di Roma.

1960 – 1968
Ai disegni in questi anni succedono gli studi, le incisioni, le litografie per i Ragionamenti di Pietro Aretino (dal 1960 al 1964), la  Vanina Vanini di Stendhal(1961), i Sonetti del Cavalcanti (1963), gli Epigrammi erotici (1963), le Novelle del Sermini (1963), il Belfagor di Macchiavelli (1967), il Canzoniere delPetrarca (1968), il Decameron del Boccaccio, la Divina Commedia e la Venexiana (1968). Ma la grafica, anche per l’influenza della tempera, sempre più frequente come medium, lascia gradualmente il posto preminente alla pittura nella quale cominciano a comparire forme innovative. È soprattutto ai nudi in piedi o coricati, che si rivolge l’immaginazione di Mattioli anche in questo passaggio cruciale, dal 1960 al 1963. Si aggiungono ad essi alcuni ritratti che compariranno di tanto in tanto lungo tutto il decennio e poco oltre. Dopo i primi tentativi del 1962 e del 1963, a cominciare dal 1964 e soprattutto nel 1965 e nel 1966, la natura morta sostituisce gradualmente il nudo, e a sua volta lascia il posto agli studi sul Cestino di Caravaggio che occupano il biennio 1967-1968, mentre nel 1964 compaiono, tornando costantemente fino al 1974, le vedute del Duomo di Parma adagiato sui tetti della città. Nel 1960 Mattioli è invitato all’VIII Quadriennale di Roma, nel 1962 alla XXXI Biennale di Venezia, nel 1964 viene premiato a Firenze, alla XV Mostra Nazionale col Premio del Fiorino. Nel 1966 è nominato membro dell’Accademia Clementina, nel 1968 dell’Accademia Nazionale di San Luca e nel 1970 dell’Accademia delle Arti del Disegno.
1969 – 1971
Nel 1970 viene allestita da Roberto Tassi nelle Scuderie delle Pilotta a Parma, la prima mostra antologica dell’opera di Mattioli che viene poi ospitata nel 1971 all’Accademia di Belle Arti a Carrara. Questi sono gli anni che vedono un’ulteriore trasformazione nelle immagini dipinte da Mattioli che, dal precedente cerchio intimo, si dischiudono a comprendere l’interiorità del mondo. Il paesaggio inizia con la comparsa dei notturni, l’immagine che caratterizza questo periodo: il notturno, talvolta con albero, nuova presenza anch’esso; o come cielo soltanto, attraversato dalle nubi e illuminato ma non sempre della presenza dalla luna; o come cielo alto sopra il dorso del Duomo, o al di là di una siepe; o ancora, come notte che abbruna una spiaggia, di cui rimane illuminata la tettoia di un capanno come una lama orizzontale; o infine, notte che avvolge un nudo femminile disteso, inarcato come il profilo di una collina.

1972 – 1979
Sono del 1972 gli studi su Leopardi, che possono essere visti come il punto di congiunzione tra il periodo dei notturni, del quale condividono l’ispirazione lunare, e quello successivo, con la  moltiplicazione  delle immagini del mondo con tutti i suoi colori: alla concentrazione introversa sull’interiorità del mondo fa seguito la contemplazione estatica del suo dischiudersi. I suoi paesaggi si spingono dalla pianura, alla collina, al mare seguendo gli itinerari delle sue consuetudini di vita. Compaiono allora le Spiagge assolate o notturne della Versilia (1970-1974), i Campi di papaveri a partire dal 1974, i canali putrescenti della Versiliana che diventeranno le Aigues Mortes del 1977-1979, le Lavande del 1978, i Paesaggi in collina del 1979, le Ginestre del Conero del 1979-1982. Intanto dal 1975, l’anno dopo la nascita della nipote Anna, inizia una nuova fase della sua produzione di ritratti che fino ad allora aveva visto protagonisti oltre a Lina e alla figlia Marcella gli amici intellettuali. I nuovi ritratti sono impastati dell’esplosione cromatica dei paesaggi.

1980-1992
Con i «Paesaggi bianchi», ispirati alle sinopie del Camposanto Monumentale di Pisa, comincia una meditazione, che poi prosegue lungo tutto il decennio, sull’essenza del dipingere. Mattioli non sembra più rivolgersi alla natura, ma alla pittura stessa, e in particolare sembra volerne evidenziare il potere metamorfotico, spesso intervenendo sopra superfici segnate da una vita precedente; come se questa fosse rimasta a permeare muri, tavole, tele, carte, lasciandovi labili tracce di sé che una memoria immaginativa ora finalmente riconosce, mentre alla pittura è affidato il compito di estrarre l’anima segreta di materiali che allo sguardo comune sembrano inerti. Nel 1980, nel Museo della Basilica di San Francesco ad Assisi, ha luogo la prima di una serie di mostre antologiche che proporranno, lungo il decennio, molteplici prospettive secondo cui avvicinare un’opera che si dimostra sempre più complessa. Nel 1983 Mattioli dona all’Università di Parma un’imponente nucleo di http://www.carlomattioli.it/opere  (400 tra  dipinti,  disegni e grafiche).
Dal 1981 vedono la luce i grandi Boschi verdi con i loro intrichi di vegetazione e i ponti rovinati. Nel 1982, le stesse travi e le stesse assi riappaiono secche, calcinate, quasi combuste, appoggiate  contro i muri diroccati  e in rovina, come  residui tragici di un terremoto, nella serie di http://www.carlomattioli.it/opere subito seguenti e che si chiamano «I muri». Ed ecco che, nel paesaggio successivo, le travi diventano il tema del quadro in uno spazio buio, cieco, senza tempo e senza natura; questi legni si uniscono, si accumulano abbruniti e, nell’ultima di queste http://www.carlomattioli.it/opere, cercando una disposizione, un orientamento, si dispongono a corona intorno ai due che, sovrapponendosi, come braccia desolate, hanno formato, inopinatamente, la figura finale, lacroce. Croce che nel 1985 si ergerà esplicita nelle antiche tavole sapientemente connesse a costruire il Grande Crocifisso, dedicato alla memoria di Lina, la compagna di una vita, scomparsa nel marzo del 1983. Nel 1984 viene allestita nel Palazzo Reale di Milano una grande retrospettiva a cura di Pier Carlo Santini. Intanto sono comparsi nuovi cicli:  i Pineti del 1983 e i Fiori del Male nel 1985. Nel 1986, per i suoi settantacinque anni, viene realizzata a Ferrara, nel Palazzo dei Diamanti, una mostra antologica dei paesaggi, presentata da Gian Alberto Dell’Acqua, mentre la Regione Emilia Romagna pubblica un volume sulla sua opera a cura di Enzo Carli; il Musée Rimbaud, a Charleville-Mézières, espone un recente ciclo di pastelli, intitolato da Mattioli, in onore del poeta francese, «Illumination», e il Museo Te di Mantova fa conoscere un gruppo di piccole http://www.carlomattioli.it/opere inedite degli anni sessanta. Negli anni successivi altre mostre illustrano aspetti significativi dell’opera di Mattioli: i Nudi femminili nel 1989 al Museo d’Arte Moderna di Bolzano, nel 1990 i ritratti al Palazzo Ducale di Massa, e nel 1992 i Libri, con i numerosi studi preparatori alle illustrazioni alla Fondazione Ragghianti di Lucca.

1993
Arturo Carlo Quintavalle pubblica un’ampia monografia dedicata ai disegni. Nell’inverno Mattioli dipinge i suoi ultimi quadri ad olio, dopo un lungo periodo in cui le precarie condizioni di salute gli avevano impedito di lavorare al cavalletto; un limite che lo aveva indotto felicemente a realizzare innumerevoli tempere su pagine e coperte di libri antichi. I quadri sono imponenti, raffigurano i calanchi biancheggianti e pietrificati delle Apuane, o le radici di un albero avvinghiate a massi sotterranei. Preparate da una serie di oli e di tempere iniziata nel 1991, queste http://www.carlomattioli.it/opere rivelano un prevalere drammatico dell’inorganico, una presenza dell’immutabile dove dirada o viene  meno la vita.

1994
Muore il 12 luglio. Viene accompagnato alla sepoltura dalla popolazione di Parma, in un lungo percorso attraverso le strade della città.

1995
La Fondazione Magnani Rocca allestisce la prima rassegna antologica dell’opera di Mattioli dopo la sua scomparsa. Introducono il catalogo Marco Vallora, Roberto Tassi ed Erich Steingraber.

1998
Nell’estate e nell’autunno il Cercle Municepal di Lussemburgo e il Museo Diocesano di Barcellona ospitano due mostre antologiche.

2004
Viene allestita alla Galleria Nazionale di Parma un’importante mostra.

È la natura morta il fulcro dell’indagine estetica che accomuna Carlo Mattioli e il pittore bolognese Giorgio Morandi, una natura morta raffigurata inevitabilmente con forme molto diverse, dettate senz’altro dal tempo (Mattioli era più giovane di Morandi di circa vent’anni), ma che diviene per entrambi simbolo e sintesi della propria arte. Cade a pennello allora l’ampia retrospettiva su Carlo Mattioli, pittore modenese, ma sempre vissuto a Parma, ospitata al Museo Morandi di Bologna fino al 6 maggio 2012.

Mattioli nasce nel 1911 e muore nel 1994, la sua attività percorre quindi quasi tutto il “Secolo Breve”: le sue opere rispecchiano perfettamente i cambiamenti che subisce l’animo dell’artista in uno dei periodi più ricchi e più controversi della Storia, del quale inoltre egli ha sempre saputo cogliere il meglio, intrattenendo rapporti di collaborazione ed amicizia con molti degli intellettuali del tempo, come Mario Luzi e Attilio Bertolucci.

La mostra affronta quasi tutto il percorso artistico del pittore dagli anni ’30 fino agli ’80, con un’attenzione maggiore ai lavori degli anni ’60 e ’70. Le prime nature morte degli anni 1937/1938 si discostano molto dal Mattioli successivo e quasi si avvicinano più alle opere di Morandi: gli oggetti sono definiti e i colori sono vari, anche se predomina, a differenza di Morandi, sempre uno sfondo molto scuro. Con le opere successive, che ripercorrono un ventennio che va dai primi anni 60’ alla fine dei ’70, il cambiamento è molto evidente. Gli oggetti delle nature morte diventano quasi astratti, indefiniti, sommersi in masse di colore denso e abbondante sulla tela; quasi delle incisioni compongono i contorni degli utensili al centro del quadro. I colori protagonisti del dipinto diminuiscono, in genere solo due colori si alternano e si mischiano in un quadro, come il nero e l’ocra, il grigio e il bianco, il rosso e il giallo, o magari un’unica tinta regna e sfumature più chiare delimitano la forma e le ombre degli oggetti.

Ma le nature morte non sono gli unici soggetti di Mattioli: la sua ricerca si estende anche al corpo umano, soprattutto ai nudi, mantenendo però sempre la stessa plasticità e purezza di colori, e soprattutto al paesaggio (che segna una svolta tematica del lavoro del pittore a partire dagli anni ’70), caratterizzato da un grande senso di solitudine, come affiora con forza in “Autoritratto al chiaro di luna” 1971, in cui la figura del pittore, quasi trasparente come fosse un fantasma, è immersa in uno sfondo scuro illuminato dal chiarore della luna che appare in alto. La rappresentazione del paesaggio si racchiude spesso in un unico oggetto, simbolo dello stato d’animo del pittore: l’albero, immerso in una sterminata distesa di natura, solo e partecipe però dell’armonia cromatica.

Il percorso si conclude con “Natura morta” del 1981, interamente nera questa volta, quasi un basso rilievo per la grande quantità di colore del fondo, nel quale salta all’occhio una piccola brocca bianca, la quale sembra uscire dal resto grazie al gioco di ombre, che rende perfettamente la rotondità dell’oggetto.

I contorni indefiniti degli oggetti, la semplicità dei colori usati rendono le figure a momenti astratte, ma perfettamente comprensibili; i soggetti delle opere sembrano in movimento, come nei dipinti futuristi, a differenza di quanto si penserebbe per delle nature morte, che paradossalmente in Mattioli sembrano vive, come se l’artista avesse trasferito nella loro forma il suo spirito. La brocca bianca è tanto sola quanto quell’uomo seduto in compagnia della luna troppo lontana, il pittore riesce a conferire la stessa vitalità ad un corpo umano e ad una bottiglia, un vaso; e questo rende la sua opera sicuramente straordinaria.

di Silvia Mergiotti.

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dipinto del caravaggio

“a te, che hai gettato gli angeli
sulla Terra, a te che hai rischiarato
i bassifondi più cupi dell’essere uomini,
rendendo il peccato sui nostri volti
il più bello degli ornamenti”

Strade strette e sporche, botteghe squallide di carbonari e straccivendoli, bordelli e osterie maleodoranti che brulicano di giovinastri lesti a colpir di spada e disperati senza nulla da perdere che si guadagnano da vivere barando al gioco e borseggiando, prostitute che oggi considereremmo poco più che bambine, pronte a tutto per un bicchiere di vino o qualche biscotto.

C’è davvero di tutto nel rione Campo Marzio di Roma quando vi arriva Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. Siamo nel 1592 e il pittore resterà in questo quartiere, in una minuscola, umida stanza al secondo piano di una costruzione che oggi non esiste più fino a quella drammatica domenica del 1606, quando sarà costretto a lasciare la città accusato di aver ucciso Ranuccio Tommasoni.
In quelle strade, dove la vita pulsa nella sua accezione più cruda e più vera, c’è tutto il mondo di Caravggio, artistico, emotivo e sociale: i garzoni che corrono verso le residenze dei loro ricchi signori portando sontuosi cesti colmi di sedani e frutta appena acquistati nel vicino mercato, sonatori ambulanti con liuti e flauti, aitanti ragazzotti che giocano d’azzardo, giovanissime cortigiane che riempiono le fantasie di Michelangelo come più tardi riempiranno alcune tra le sue tele più belle. Per lui, che ha solo vent’anni ma ha già alle spalle numerose denunce per reati di aggressione e probabilmente anche un omicidio compiuto a Milano, quello è l’unico dei mondi possibili. Nessuno sgomento, nessuno stupore, se non quello, meravigliato e tutto barocco, per lo scorrere stesso della vita e per i volti dei suoi “attori”.

Frequenta i giovani del quartiere, e si riunisce “in banda” con loro, passando di osteria in osteria, di bisca in bisca. In particolare stringe amicizia con l’architetto e poeta lombardo Onorio Longhi, un personaggio di spicco della vita culturale romana che, come molti altri, preferisce i bordelli dei bassifondi ai salotti cardinalizi: con lui si trova spesso coinvolto in risse e zuffe, spesso sedate con violenza e severità dalla polizia di quartiere, molto attiva nel tentativo di far osservare le miriadi di divieti e norme che piombano sulla Roma controriformista. Tra le denunce che pendono su Michelangelo, Onorio e la loro brigata c’è quella di un pasticcere, derubato ogni domenica dei suoi “bianchi magnari”, e quella di una “giovine e bella donna che vive ai Santi Apostoli”, oggetto di canzonacce volgari e schitarrate notturne sotto il suo balcone. Nel verbale si parla espressamente di un “ragazzetto sbarbato di nome Michelangiolo, che si dice pittore”.

E’ spesso nei bordelli del Campo Marzio, vero cuore pulsante dell’economia e della socialità del quartiere: vi si trovano anziani, bambini lasciati in custodia alle ragazze dalle madri lavoratrici o figli stessi delle prostitute, signori ben vestiti, talvolta persino ecclesiastici. Anche il padrone di casa di Michelangelo, certo Tarquinio dilettante pittore, gestisce due bordelli e un’osteria. Impossibile non vivere immerso in questa realtà, dalla quale il pittore mutuerà le conoscenze, gli amori, l’ispirazione.

Fillide Melandroni ha 17 anni quando Caravaggio la vede nelle strade del quartiere, adescando i passanti sotto lo sguardo vigile del suo protettore- amante, Ranuccio Tomassoni. Il pittore inizia a frequentarla sovente come cliente, e anche quando in lui comincia a crescere un sentimento peraltro corrisposto dalla giovane, continua a spendere le sue spesso esigue finanze per poter avere i suoi favori “come uno qualunque”. Con uno struggente, rassegnato e al tempo stesso perverso piacere la vede ogni giorno accompagnarsi con molti uomini.

Ma nel ritratto che ne fa’ nel 1597, distrutto a Berlino durante i bombardamenti del 1945, non c’è traccia di questa vita mesta e squallida: lei è solo Fillide, una ragazza dalle chiome scure e dallo sguardo profondo, che stringe in mano un ramoscello fiorito. Una ragazza come lui non ne ebbe mai, e forse come mai ne avrebbe volute. Sono tutte prostitute, da quelle di strada a quelle di alto bordo, le donne con cui Caravaggio ha una relazione documentata, le uniche figure femminile che ritenga degne di essere ritratte sulle sue tele, a parte le anziane e le prime Madonne, scolastiche e impersonali.

Fillide comparirà in ben quattro dipinti di Caravaggio: negli anni il pittore dipinge la sua bellezza che sboccia, la ragazza che diventa donna, una donna che ormai non è più una semplice puttana di strada, ma una prostituta richiesta da nobili e signori, educatrice di altre cortigiane. Ma Michelangelo non ha mai smesso di frequentarla e di girarle attorno, anche quando lei è diventata decisamente “troppo” per un pittore da bassifondi. E questo costante, morboso interesse, che persiste anche accanto alla frequentazione di altre prostitute, infastidisce non poco Ranuccio Tomassoni e suo fratello Giovan Francesco.

La “banda” dei Tomassoni gestisce numerosi loschi traffici nel quartiere Campo Marzio ed è considerata da tutti un nemico temibile da cui guardarsi. Da tutti, tranne che dallo spregiudicato Michelangelo. Spesso il pittore e Ranuccio si azzuffano e si feriscono, chiamando in causa le rispettive bande e creando tutti i presupposti per i drammatici accadimenti del 28 maggio 1606.

Negli ultimi anni romani, tuttavia, Caravaggio non ha in testa e nel pennello solo Fillide: “Lena” Maddalena Antonietti, prostituta nota in tutta l’Urbe in quegli anni, sarà spesso vista in compagnia del pittore, tanto da essere più volte identificata dagli abitanti del quartiere come “donna di Michelangelo”. Lena esce da una famiglia di cortigiane: sua sorella Amabilia era una prostituta bellissima e un documento ce la mostra di notte su un cavallo, con le chiome sciolte, che tornava a casa ammantata da uomo dopo una notte passata con il bargello del Campidoglio. Anche Lena ha amicizie altolocate: per esempio con il cardinal Peretti, nipote di Sisto V e probabilmente suo amante e protettore. Caravaggio sembra sceglierla appositamente per la sua grande fama, sopratutto in ambito ecclesiastico, per dare il volto alla “Madonna dei Pellegrini”(1604-6) in S. Agostino e alla“Madonna dei Palafrenieri”(1606), con l’intenzione di creare scandalo e scalpore.

Questa scelta risulta ancora più estrema e di rottura se si pensa che a Roma un divieto controriformista proibiva espressamente di fare ritratti alle cortigiane, incarnazione stessa del peccato. Caravaggio non solo contravviene al divieto, ma porta sugli altari una bellezza procace e sensuale, in cui l’espressione estatica e abbandonata è una equivoca commistione di rapimento mistico e orgasmo carnale, un po’ come sarà in seguito per le due controverse e discusse “Estasi di Santa Teresa” del Bernini.

Alle figure di Lena e Fillide si accostano Annuccia e Menicuccia. Anna Bianchini, senese, è una puttana di strada dai capelli rossi e dagli occhi tristi, che vive una vita ai limiti della sopravvivenza, continuamente vittima di violenze ed angherie documentate dai verbali della polizia di quartiere, nei quali è nominata spessissimo. Domenica Calvi è invece una prostituita d’alto rango, frequentata dalla “Roma bene” e, qualcuno dice, persino dal cardinale d’Este. Vive in una sontuosa abitazione e un verbale di polizia ci descrive un Caravaggio intento a lanciare pietre contro le finestre della suddetta residenza, tentando di destare l’interesse di questa irragiungibile cortigiana. Ma non è un caso che la “semidea” Domenica non sia mai stata identificata in una tela caravaggesca, mentre l’umile e sventurata Annuccia sia stata ritratta in ben 4 opere, tra il 1597 e il 1604, dando il volt, tra le altre, alla Madonna del “Riposo nella Fuga in Egitto” e alla dolcissima, struggente disperazione della Maddalena. Tuttavia in questa scelta non c’è da ravvisare una volontà da parte di Caravaggio di offrire ad Anna un riscatto sociale o di elevarla ad una dignità ideale, ma solo una passione sconfinata per l’umano nella sua accezione più esplicita e vera, così come poteva vederla quotidianamente Michelangelo per le strade del rione Campo Marzio, nei volti, provati dagli stenti e dalle angherie, che mille volte al giorno passavano davanti ai suoi occhi.

Nonostante Annuccia sia un soggetto ricorrente, è Fillide che diventa paradigma del percorso pittorico verso il realismo e di quello umano verso un sentimento che, senza mai perdere di carnalità e passione, acquista consapevolezza di sé stesso: entrambi questi cammini vengono bruscamente deviati quella terribile domenica, dopo la quale nulla nella vita di Michelangelo sarà più lo stesso, neppure l’ombra e la luce.

La giornata dell’incidente viene descritta dai documenti come una giornata di feste pubbliche e di contrasti politici e sociali: Paolo V era stato eletto esattamente un anno prima, e si festeggiava l’ anniversario. A Roma aveva ripreso forza la fazione spagnola, in seguito all’ interdetto di Venezia e le bande filospagnole spadroneggiavano per le vie della città. Tra queste, quella dei fratelli Tomassoni. Le cronache narrano che Roma bruciava, tra zuffe e sassaiole, fuochi d’ artificio e petardi ovunque, poliziotti in armi, fazioni inferocite, nervi a fior di pelle. Caravaggio, a seguito di Onorio Longhi e degli amici di sempre, parteggia per i filofrancesi. Una partita di pallacorda offre agli opposti schieramenti un pretesto legale per regolare questioni politiche e antichi dissapori. Michelangelo e Onorio hanno diversi conti insospesi presso i bordelli dei due fratelli ed in più il pittore mostra da anni un malsano e scomodo interesse per la bella Fillide, una vera miniera d’oro che non si può rischiare di veder circuita e in alcun modo distolta dall’attività. Nella mischia violenta della partita, Ranuccio finisce a terra e Caravaggio, approfittando di vedere ai suoi piedi quel “bravo” tronfio e ribaldo, con “intento di scherno e vilipendio”, come tenterà di argomentare in seguito, sguaina la spada e lo colpisce nella sua virilità. Il colpo recide un’arteria e il Tomassoni muore rapidamente dissanguato.

Tutt’intorno più di venti testimoni e il fratello del defunto pronti a pronunciarsi contro di lui e ad additarlo come assassino.

Unica speranza: la fuga.

Pare, da racconti di vicini e abitanti del quartiere, che quella notte stessa Michelangelo abbia visto Fillide per l’ultima volta, tentando di portarla via con sé: ma fu da solo che il pittore lasciò Roma per riparare prima nelle campagne e poi a Napoli.
E sarà da solo che vivrà questi ultimi anni, nell’eco degli eccessi romani, nell’ombra di un’arte che ha perso la spavalderia di un tempo e la fiducia in sé stessa, squarciata solo dalla luce del vero e dell’umano, condanna e al tempo stesso unico riscatto possibile.

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La scrittrice, pittrice, filmaker olandese Marion Bloem 

(Wikipedia – sito ufficiale) ha scritto una poesia dal titolo Vrijheid (Libertà) e ha lanciato nel mondo un invito a scrittori, poeti, traduttori di ogni nazionalità a crearne la propria versione. Secondo le sue parole:

Ho creato questo progetto perché vedo crescere l’intolleranza nel mondo e questo mi rende sempre più ansiosa. Provo vergogna per il fatto che noi, nel mio paese come in altri paesi europei, neghiamo l’accesso ai fuggitivi. Da sempre il concetto di libertà è usato e abusato. La poesia LIBERTA’ è un invito a riconsiderarlo e aprire la nostra mente a possibilità diverse. La poesia, in quanto arte, è destinata ad aprire le nostre menti e i nostri cuori. Ho invitato poeti, traduttori e scrittori di tutto il mondo a tradurre questa poesia perché spero che possa aprire menti e cuori, e favorire la comprensione e il desiderio di vivere insieme, anziché escluderci gli uni con gli altri.

Marion Bloem

Al momento nel gruppo Facebook del progetto (vedi anche la pagina dedicata) ci sono 77 traduzioni tra lingue africane e creole, bosniaco, giapponese, rumeno, arabo e quant’altro, oltre che francese, inglese e tedesco; ce n’è persino una in latino (non fatta da un italiano). Il progetto sta crescendo esponenzialmente un giorno dopo l’altro. Si ha la libertàdi candidarsi. E spargere la voce.

Ci sono già diverse traduzioni italiane, una delle quali mia. Non conoscendo l’olandese mi sono basata sulle traduzioni inglesi e soprattutto francesi. Eccola. La leggerò in occasione della manifestazione “Leggevamo quattro libri al bar” di venerdì 23 settembre a Roma

Libertà

Taci, che adesso parlo io.

Se questa è libertà

Dietro le sbarre, tu

le tue spaventose manovre

la tua isteria.

Se questa è libertà

Fa’ che il presente scorra veloce

ma pianifica il futuro

con molta cura.

Se questa è libertà

Chiudi le porte,

osserva sullo schermo ciò che deve restare

ben

lontano.

Se questa è libertà

Dormi sonni tranquilli

ché hai mozzato la lingua ai tuoi vicini

deliberatamente.

Se questa è libertà

Mangia quando e quanto vuoi

ma incarta gli avanzi nei giornali, che

della fame non parlano.

Se questa è libertà

Ti salvi qualcun altro dalle angosce

cui concedi un’attenzione sacrale.

Se questa è libertà

Ma se la libertà sovrasta la mia mente

sfarfalla intorno a me e dentro di me

mentre tu non riesci a

ghermirla

Ma se la libertà mi protegge dalle tue idee

troppo lontane dalle mie

Ma se la libertà è a me così evidente

quando tu non sembri capire cosa sia

Allora la libertà è testa per me

e croce per te

allora è aria

è arbitraria

E forse potrei cederti

un poco della mia, esorbitante

libertà

per un tempo limitato

anche generosamente limitato

(purché si ratifichi un accordo)

così da liberarti

dalla mia, soffocante

libertà

di Marion Bloem

traduzione dal francese di Rita Charbonnier

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La scrittrice, pittrice, filmaker olandese Marion Bloem 

(Wikipedia – sito ufficiale) ha scritto una poesia dal titolo Vrijheid (Libertà) e ha lanciato nel mondo un invito a scrittori, poeti, traduttori di ogni nazionalità a crearne la propria versione. Secondo le sue parole:

Ho creato questo progetto perché vedo crescere l’intolleranza nel mondo e questo mi rende sempre più ansiosa. Provo vergogna per il fatto che noi, nel mio paese come in altri paesi europei, neghiamo l’accesso ai fuggitivi. Da sempre il concetto di libertà è usato e abusato. La poesia LIBERTA’ è un invito a riconsiderarlo e aprire la nostra mente a possibilità diverse. La poesia, in quanto arte, è destinata ad aprire le nostre menti e i nostri cuori. Ho invitato poeti, traduttori e scrittori di tutto il mondo a tradurre questa poesia perché spero che possa aprire menti e cuori, e favorire la comprensione e il desiderio di vivere insieme, anziché escluderci gli uni con gli altri.

Marion Bloem

Al momento nel gruppo Facebook del progetto (vedi anche la pagina dedicata) ci sono 77 traduzioni tra lingue africane e creole, bosniaco, giapponese, rumeno, arabo e quant’altro, oltre che francese, inglese e tedesco; ce n’è persino una in latino (non fatta da un italiano). Il progetto sta crescendo esponenzialmente un giorno dopo l’altro. Si ha la libertàdi candidarsi. E spargere la voce.

Ci sono già diverse traduzioni italiane, una delle quali mia. Non conoscendo l’olandese mi sono basata sulle traduzioni inglesi e soprattutto francesi. Eccola. La leggerò in occasione della manifestazione “Leggevamo quattro libri al bar” di venerdì 23 settembre a Roma

Libertà

Taci, che adesso parlo io.

Se questa è libertà

Dietro le sbarre, tu

le tue spaventose manovre

la tua isteria.

Se questa è libertà

Fa’ che il presente scorra veloce

ma pianifica il futuro

con molta cura.

Se questa è libertà

Chiudi le porte,

osserva sullo schermo ciò che deve restare

ben

lontano.

Se questa è libertà

Dormi sonni tranquilli

ché hai mozzato la lingua ai tuoi vicini

deliberatamente.

Se questa è libertà

Mangia quando e quanto vuoi

ma incarta gli avanzi nei giornali, che

della fame non parlano.

Se questa è libertà

Ti salvi qualcun altro dalle angosce

cui concedi un’attenzione sacrale.

Se questa è libertà

Ma se la libertà sovrasta la mia mente

sfarfalla intorno a me e dentro di me

mentre tu non riesci a

ghermirla

Ma se la libertà mi protegge dalle tue idee

troppo lontane dalle mie

Ma se la libertà è a me così evidente

quando tu non sembri capire cosa sia

Allora la libertà è testa per me

e croce per te

allora è aria

è arbitraria

E forse potrei cederti

un poco della mia, esorbitante

libertà

per un tempo limitato

anche generosamente limitato

(purché si ratifichi un accordo)

così da liberarti

dalla mia, soffocante

libertà

di Marion Bloem

traduzione dal francese di Rita Charbonnier

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Legittimo godimento

 Siccome aborriamo il carro dei vincitori e, appena vinciamo, cominciamo a starci un po’ sui cogl… anche noi, ringraziamo gli sconfitti che invece ci stanno simpaticissimi.

 Grazie, B., per aver rilanciato tre anni fa il nucleare, affidandolo per giunta a quell’affidabile personcina di Scajola. Grazie, gerarchi Pd, per aver detto che Di Pietro, raccogliendo le firme, faceva il gioco di B. e per aver tenuto le mani in pasta nelle municipalizzate pubbliche e miste, favoleggiato di “nucleare sicuro di quarta generazione” e teorizzato una modica quantità di immunità.

 Grazie, Pompiere della Sera, per avere scritto che non bisogna demonizzare B. parlando dei suoi processi, che non interessano a nessuno perché la gente “vuole parlare di programmi”. Grazie, gerarchi Pd, per aver creduto al Pompiere della Sera.

 Grazie, Piercasinando, per aver inventato il legittimo impedimento così da fare un dispetto a B. che, senza processi, non farà più la vittima. Grazie, Belpietro e Sallusti, per quei memorabili titoli di Libero e del Giornale: “L’imbroglio referendum”, “Voto a perdere”, “La presa in giro”, “Facciamo saltare i referendum”, “Meglio non votare”, “Astenersi grazie”, “State a casa”, “Referendum no grazie”, trascinando alle urne i pochi dubbiosi di centrodestra. Grazie, giovine Renzi, per aver fatto campagna sul No all’acqua pubblica, trascinando alle urne i pochi dubbiosi di centrosinistra. Grazie, finiani, per aver trattenuto i cacadubbi Urso e Ronchi, fiaccando ogni residua speranza in una destra antiberlusconiana.

 Grazie, professor Piepoli, per aver autorevolmente vaticinato che “al 50% il quorum non si raggiungerà”. Grazie, B., per aver lasciato libertà di voto ai suoi elettori salvo poi annunciare l’astensione innescando la corsa alle urne. Grazie, Bossi, per aver detto in un raro lampo di lucidità “i quesiti sull’acqua sono interessanti”, salvo poi ripiombare in stato confusionale e invitare all’astensione.

 Grazie, Rai, per aver disinformato i cittadini sui referendum con spot di 6 minuti al giorno (anzi alla notte) in ostrogoto, spingendoli a informarsi su Internet, sul blog di Grillo e un po’ anche sul Fatto. Grazie, Mediaset, per Tg4, Tg5 e Studio Aperto. Grazie, Santanchè, Castelli e Brunetta, per aver detto “Celentano è meglio che canti e non parli”, ché a parlare ci pensano loro. Grazie, Testa, per farti chiamare Chicco a 60 anni.

 Grazie, Garimberti e Lei, per aver chiuso Annozero proprio ora. Grazie, Minzolingua, per aver dedicato negli ultimi cinque mesi 11 sole notizie al referendum anti-nucleare, per aver sbagliato le date dei referendum, per aver oscurato le immagini di Napolitano al seggio e per aver usato financo le previsioni del tempo per invitare gli italiani “a farsi una bella gita”. Grazie, Giuliano Ferrara, per aver riunito i “servi liberi” al teatro Capranichetta, ma soprattutto per averli fatti parlare e vedere.

 Grazie, B., per il triplice miracolo di far eleggere un comunista sindaco di Milano e un magistrato sindaco di Napoli, e di resuscitare l’istituto referendario che giaceva in coma da 16 anni. Grazie, governo, per aver sabotato l’accorpamento referendum-amministrative al modico costo di 320 milioni e poi il voto sul nucleare con il decreto-truffa. Grazie, grandi partiti, per averci convinti definitivamente che dobbiamo fare da soli.

 Grazie, B., per essere rimasto ostentatamente al mare mentre gli elettori (compresi i suoi) correvano ai seggi, bissando l’“andate al mare” di Craxi modello ‘91, il che fa ben sperare nello stesso epilogo: la spiaggia di Hammamet nel giro di un paio d’anni o, in alternativa, la galera.

Il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2011

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 Finalmente……. forse adesso le cose cambieranno…….

El Mundo annuncia: il Consiglio dei ministri spagnolo ha nominato María Jesús Figa nuovo ambasciatore in Vaticano. Figa diviene così la prima donna a rappresentare la Spagna nello stato pontificio. Ex segretario agli Affari esteri, sostituirà Francisco Vazquez, che ha ricoperto la carica dal 2006.

Vazquez aveva annunciato lo scorso marzo che avrebbe lasciato l’incarico il 15 aprile. Il 14 aprile, è fissata un’udienza con Papa Benedetto XVI. Dopo, sarà Maria Jesus Figa a rappresentare la Spagna. E non si sa se viene più da ridere a pensare alla reazione dei cardinali oppure alle battutine di Berlusconi.

 8 aprile 2011 – Si chiama Maria Jesus Figa la nuova ambasciatrice spagnola nello Stato pontificio. Ed è difficile non vederci una nemesi.
El Mundo annuncia: il Consiglio dei ministri spagnolo ha nominato María Jesús Figa nuovo ambasciatore in Vaticano.
Figa diviene così la prima donna a rappresentare la Spagna nello stato pontificio. Ex segretario agli Affari esteri, sostituirà Francisco Vazquez, che ha ricoperto la carica dal 2006.
Vazquez aveva annunciato lo scorso marzo che avrebbe lasciato l’incarico il 15 aprile. Il 14 aprile, è fissata un’ udienza con Papa Benedetto XVI.
Dopo, sarà Maria Jesus Figa a rappresentare la Spagna.
E non si sa se viene più da ridere a pensare alla reazione dei cardinali oppure alle battutine di Berlusconi.

OH JESUS! UNA FIGA IN VATICANO!!! – SEMBRA DI STARE IN UN CINEPANETTONE CON DE SICA MA SUCCEDE CHE LA SPAGNA NOMINA, PER LA PRIMA VOLTA, UNA DONNA COME AMBASCIATORE PRESSO LA SANTA SEDE – E CHI VANNO A SCEGLIERE QUEI MISCREDENTI ANTICLERICALI DI ZAPATERO? UN DIPLOMATICO CHE SI CHIAMA MARIA JESUS FIGA. MA SI PUÒ?…

Leggiamo da “El Mundo” che il Consiglio dei ministri spagnolo, venerdì scorso, ha nominato ambasciatore in Vaticano Maria Jesùs Figa, che diventa la prima donna a rappresentare la Spagna presso la Santa sede.

Da parte sua, la Conferenza Episcopale Spagnola ha inviato una lettera di congratulazioni al nuovo ambasciatore, che sarà in carica dal 16 aprile. “Ci auguriamo per Lei che il compito affidatole dal governo conduca ad un rapporto armonioso e fecondo tra la Santa Sede e lo Stato spagnolo per servire il bene comune”.

Figa sostituisce Francisco Vazquez, che ha ricoperto la carica dal 2006. Vazquez aveva annunciato lo scorso marzo le sue dimissioni. Ultimo atto ufficiale prima di passare la mano, il 14 aprile: un’udienza provata con Papa Benedetto XVI.

Il governo ha chiesto il ‘placet’ del Vaticano, lo scorso febbraio, per sostituire Vasquez con Maria Jesus Figa come capo delegazione dell’ambasciata presso la Santa Sede. Figa sarà la prima donna spagnola in Vaticano, anche se non l’unica, in quanto le donne diplomatiche, che rappresentano i loro paesi alla Santa Sede, sono esattamente 17.

I paesi con una rappresentanza femminile sono le delegazioni di Georgia, Ucraina, Pakistan, Gambia, Bosnia Herzegovina, Canada, Egitto, Islanda, Tunisia, India, Filippine, Panama, Emirati Arabi Uniti, Slovenia e Seychelles.

Figa è nata a Barcellona nel 1951 ed ha intrapreso la carriera diplomatica nel 1978. Ha lavorato presso le ambasciate in Costa d’Avorio, Messico e Portogallo prima di essere nominato ambasciatore presso la Repubblica Dominicana, che ha lasciato nel 2005, anno in cui è stata inserita nella struttura del Ministero degli Affari Esteri sotto la guida dell’allora ministro Miguel Angel Moratinos.

Da quel momento, la Figa ha occupato diversi ruoli di grande responsabilità fino a quello di Sottosegretario degli Affari Esteri. Da parte sua, Francisco José Vázquez è nato a La Coruña nel 1946. Avvocato, è stato sindaco della sua città dal 1983 al 2006 e presidente della Federazione spagnola delle Municipalità e Province (FEMP) dal 1991 al 1995. Il 10 febbraio 2006 è stato nominato Ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede. E ‘stato anche nominato Cavaliere dell’Ordine dell’Impero Britannico e ha ricevuto la Gran Croce dell’Ordine di Isabella la Cattolica.

Giovedì scorso, durante un ricevimento presso l’ambasciata di Spagna presso la Santa Sede, l’ambasciatore Vazquez ha dichiarato di “essere sempre a disposizione per servire Spagna”, ringraziando coloro i quali lo hanno in questi anni a Roma “e il primo ministro, Jose Luis Rodriguez Zapatero per avergli permesso di ricoprire una tale carica”.

Inoltre, Vasquez ha rivendicato “grandi conquiste” negli accordi tra il Vaticano e il governo spagnolo, che sono sfociate “nella visita del Presidente al Papa nel giugno 2010 e la visita di Benedetto XVI a Barcellona e Santiago de Compostela lo scorso novembre”.

Tra i primi eventi che la Figa si troverà a gestire è la beatificazione di Giovanni Paolo II il primo maggio in Vaticano e la Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) che si terrà a Madrid nel mese di agosto.

Anche se vado con una certa regolarità a Messa e mi sento cattolico, non posso dire di vivere con molta attenzione le vicende interne al Vaticano, soprattutto da quando ci ha lasciato Giovanni Paolo II, che ritenevo un uomo davvero speciale. Purtroppo l’attuale Pontefice non suscita in me la stessa ammirazione del suo predecessore, e questo genera un certo distacco da ciò che accade nel mondo ecclesiastico. Per questo, e per una mia ignoranza sull’argomento, non mi è mai capitato di parlarne su questo sito. Proprio in questi giorni però, più precisamente venerdì scorso, è uscita su “El Mundo” una notizia che definire grottesca è poco. Uno dei paesi cattolici più anticlericali al mondo, la Spagna, ha infatti nominato l’ambasciatore presso la Santa sede, e per la prima volta nella sua storia, è stata scelta una donna.

Nulla di particolarmente strano fino a questo punto, se non fosse il nome della diplomatica. I nomi di battesimo, Maria e Jesus, sono abbastanza normali, e soprattutto il secondo è particolarmente indicato al ruolo. Ciò che mi ha fatto ridere, invece, è il cognome della signora, FIGA. Ebbene sì, la nuova ambasciatrice spagnola si chiama Maria Jesus Figa. Intravedo da questa notizia un inflazionatissimo titolo per il prossimo cinepanettone, “Una figa in vaticano“, ma stavolta non ci saranno Chiristan De Sica e Massimo Boldi, stavolta è tutto reale.

Maria Jesus è nata 60 anni fa a Barcellona, ha iniziato la carriera diplomatica nel 1978 ed ha lavorato presso varie ambasciate prima di venire inserita nella struttura del Ministero degli Affari Esteri. Figa, che sostituisce Francisco Vazquez, è in carica dal 16 scorso e tra i primi eventi che la vedranno impegnata, ci saranno la beatificazione di Giovanni Paolo II il prossimo 1° maggio, e la Giornata Mondiale della Gioventù prevista a Madrid nel mese di Agosto. Non so se in Spagna il significa di ‘figa’ è lo stesso che in Italia, altrimenti ho come il timore che il nome avrebbe penalizzato la nomina, anche se non dimentichiamo che nel nostro governo c’è un tal Bocchino. Almeno questa volta mi sono fatto una sana risata quando ho letto questa notizia, differentemente dalle precedenti news uscite dal Vaticano e relative ai preti pedofili, che invece mi fecero molto incazzare.

Non so se perché questa vicenda della Figa (nel senso dell’ambasciatrice) mi ha divertito, non so se perché sono incazzato nero con questo governo di servi felici, alleati venduti e figuranti a gettone, ma ho particolarmente condiviso l’omelia che ha tenuto ieri l’Arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, che ha richiamato alcuni fatti di attualità, come la giustizia, la guerra e l’immigrazione. Il tema della lettura del Vangelo di ieri presentava Gesù come un re ‘umile e mite, che dona tutto se stesso per amore ed annuncia la pace’. Proprio l’esatto contrario di coloro che ‘agiscono con ingiustizia, ma non vogliono che la giustizia giudichi le loro azioni’. Anche se Tettamanzi non ha fatto nomi, è fin troppo evidente a chi si riferisse. Del resto, quando si parla di figa, non si può non trovare il link con il nostro Premier.

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Due nascite e due decessi. È lo stato anagrafico di Pompei. Sorse come insediamento osco, coetaneo di Roma, crocevia commerciale tra Cuma, Nola e Castellamare di Stabia.
La prima morte fu violenta, sotto il magma del Vesuvio nel 79 dopo Cristo. I picconi dei primi scavatori la rimisero in luce nel 1748. Fu un cesareo travagliato. Secondo alcuni, fu anche l’inizio del secondo trapasso, più lento e più crudele. Sotto il mantello di lava, le meraviglie antiche erano congelate in un letargo perfetto. All’aria e alla vita, si sgretolano. Come è accaduto alla cosiddetta Casa dei gladiatori, crollata ieri mattina.
Ma allora, i due quinti della Pompei ancora sigillata se la passano meglio del museo antiquario classico a cielo aperto più famoso del mondo? Bella domanda. Che si innesta sulla più generale questione di come gestire l’eredità monumentale del passato. Qual è il decalogo deontologico dell’archeologo? C’è chi sostiene che i gioielli di Fidia strappati al Partenone sono ancora patrimonio dell’umanità solo perché lord Elgin li ha messi in cassaforte al British Museum. In loco, sarebbero farina di marmo nello smog mefitico di Atene. Heinrich Schliemann demolì la collina di Hissarlik perché voleva arrivare al cuore d’oro di Troia, al nucleo di autenticità di Omero, ai diademi di Priamo, che fecero della moglie Sophie un’Elena rediviva, almeno in fotografia.
Altri tempi, archeologia di rapina. Oggi si procede con la stratigrafia, che mentre sgretola l’involucro di terra e roccia, registra scientificamente ogni parametro. La verità di un sito diventa grafico, libro, rigido manuale. Sir Arthur Evans (1851-1941) andò oltre. A Creta, ricostruì la Cnosso minoica, con il rosso sgargiante dei pilastri in cemento. Voleva riprodurre un’atmosfera, far fare ai visitatori un tuffo nel passato. Gli diedero la croce addosso: lo scienziato non scimmiotti l’architetto antico. Suo compito è preservare il manufatto, la fantasia di chi contempla i tesori smozzicati farà il resto.
Amedeo Maiuri, direttore degli scavi di Pompei fra il 1924 e il 1961, restaurò facciate e fondamenta con materiali moderni, fra cui il cemento e l’acciaio. Ma il tufo originario non volle saperne di coesistere: disfacimenti, crepe e crolli furono innescati dalle reazioni chimiche alcaline. I materiali ricostruttivi, inoltre, pesavano troppo, con tensioni strutturali insostenibili sul fragile esistente. Vittorio Spinazzola, negli stessi anni, aveva avuto un’idea forse meritevole e poetica: far sì che la vegetazione originale ombreggiasse le mura rialzate di Pompei. Proprio in Via dell’Abbondanza, indirizzo della fu Casa dei Gladiatori, studiando le radici vegetali preservate dalle ceneri vulcaniche, ripiantò la scenografia vegetale di un tempo. Ai visitatori fu dato di passeggiare tra i giardini e le ombre che protessero dalla canicola i pompeiani dell’epoca di Nerone.
Ma le edere aggrediscono le pareti e gli affreschi, le radici serpeggiano tra selciati e fondamenta, minandole, le piante parassite (Henri de Saint-Blanquat ne classificò oltre trenta specie) condannano gli interni alla muffa. E gli attentati non finiscono qui. La luce del sole cuoce le venerande pitture. L’acqua piovana e le infiltrazioni sotterranee sono trapani inarrestabili. Ci si mettono anche gli animali, come i piccioni, che sono a buon diritto difesi dagli animalisti, ma bombardano di acido tessuti urbani indeboliti dagli elementi e dai secoli. Furti e vandalismi, favoriti da una custodia aleatoria, impoveriscono quotidianamente il patrimonio.Che fare? Il restauro moderno può gestire la difesa a oltranza. I dipinti si preservano con metodiche chimiche all’avanguardia. A costo stratosferico. Gli specialisti calcolano in 335 milioni di dollari il prezzo della salvezza. Al cambio attuale fanno quasi 240 milioni di euro. Più di un paio di jackpot al superenalotto. Una bella fettina di Pil.
Intanto, il mirmillone Samus, freme di sdegno nella sua tomba di lava. Era una star del circo, un eques, che giostrava anche in sella. Il suo nome era graffito su un pilastro della Schola Armatorum: hic habitat Samus, «questa è la casa di Samo». Era: da oggi è un mucchio di polvere. Così passa la gloria del mondo.

Pompei cade a pezzi, distrutta la palestra dei gladiatori

È completamente crollata la Schola Armaturam a Pompei. L’edificio era una sorta di palestra dove i gladiatori si allenavano e nella quale deponevano le armi all’interno di alcuni incassi ricavati nei muri. Secondo quanto si apprende dalla Sovrintendenza, vi erano anche dipinti nella parte sottostante il perimetro della sala. L’edificio, che si apre su via dell’Abbondanza, la strada principale della città sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d. C., era visitabile solamente dall’esterno ed era protetto da un alto cancello in legno. Secondo quanto si apprende dalla sovrintendenza le cause del crollo possono essere attribuite o alle piogge che hanno creato delle infiltrazioni all’interno di un terrapieno esistente al lato della Schola, oppure al peso del tetto della palestra stessa. La casa, infatti, fu bombardata durante la Seconda guerra mondiale e la copertura è stata rifatta tra gli anni ’40 e gli anni ’50. È probabile – fanno sapere dalla Sovrintendenza – che le mura antiche, dopo anni, non abbiano più retto al peso del tetto. Il crollo è stato scoperto questa mattina dai custodi che hanno effettuato un giro di perlustrazioni prima di aprire gli Scavi. Il cedimento sarebbe avvenuto tra le 5.30 e le 6 di oggi. Attualmente la zona è transennata e i turisti stanno seguendo un percorso alternativo. Il segretario generale Uil Beni e Attività culturali, Gianfranco Cerasoli, denuncia le gravi responsabilità del ministro dei Beni e delle attività culturali Sandro Bondi nel crollo a Pompei. “Sono veramente gravi le responsabilità del ministro Bondi che si è affidato alle cure del Commissariamento diPompei e al di là della propaganda i risultati di scelte dissennate e incomprensibili la dice lunga su ciò che è stato fatto nell’area archeologica più importante del mondo”, dichiara in una nota Cerasoli. La casa fu rinvenuta nel 1910 e restaurata nel 1946 e “da allora – denuncia il segretario – non sembrano essere stati fatti interventi salvo il rifacimento dell’asfalto del tetto durante la gestione commissariale. Infatti l’asfalto risulterebbe essere stato rifatto da circa 7 mesi”. “Molto probabilmente – continua Cerasoli – la casa è crollata per effetto delle infiltrazioni d’acqua ma è veramente singolare che durante la gestione commissariale che era deputata proprio alla messa in sicurezza , nessuno si sia reso conto dello stato in cui tale casa si trovava”

 

 

All’indomani del crollo dello storico edificio si leva un coro di indignazione e di sconcerto da ogni dove per l’incuria in cui versa il sito archeologico più visitato del mondo.

La notizia del crollo dell’antichissima Domus dei Gladiatori, avvenuta ieri mattina, ha fatto il giro del mondo suscitando l’indignazione e lo sconcerto di studiosi e di tutte le autorità politiche nazionali. Forte, infatti, lo sdegno del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che l’ha definito “una vergogna per l’Italia” dicendo di esigere “spiegazioni immediate e senza ipocrisie”. Dello stesso avviso anche il sindaco di Pompei, Claudio d’Alessio. “Il crollo rappresenta una disgrazia per il patrimonio culturale dell’umanità – dice il primo cittadino – ha lasciato l’intera cittadinanza esterrefatta. Le nostre grida d’allarme non trovano ascolto e, invece, Pompei dovrebbe fare da traino all’economia dell’intera regione Campania.

Basta con la politica dei rinvii e delle chiacchiere. Occorre pensare- conclude D’Alessio- a quali siano gli strumenti per il rilancio dell’intero patrimonio archeologico nazionale”. Il ministro Bondi, attaccato da più leader politici dell’opposizione, nell’auspicare che la vicenda non alimenti polemiche sterili e strumentali, ha sottolineato come quanto accaduto riproponga “la necessità di disporre di risorse adeguate per provvedere a quella manutenzione ordinaria che è necessaria per la tutela e la conservazione dell’immenso patrimonio storico-artistico di cui disponiamo”.

Allo stato degli accertamenti svolti, il dissesto che ha provocato il crollo è imputabile ad uno smottamento provocato del terrapieno che si trova a ridosso della costruzione e che per effetto delle abbondanti piogge di questi giorni era completamente imbibito d’acqua. Il crollo dello storico edificio, costituita da un unico locale rettangolare di circa m. 8×10 e alto 6 metri, ha interessato le murature verticali ricostruite, mentre parrebbe essersi conservata la parte più bassa, per un’altezza di circa m. 1,50. E cioè, la parte che ospita le decorazioni affrescate, che quindi si ritiene che potrebbero essere recuperate. La Schola era stata bombardata nel corso della Seconda Guerra mondiale; alla fine degli anni quaranta, era stata restaurata con il rifacimento della parte superiore delle murature e  la copertura.

 

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Nella letteratura giapponese, gli Haiku rappresentano una parte molto importante e caratteristica dell’essenza più profonda della cultura nipponica. La condizione alla base di questo tipo di poesia è la convinzione dell’inadeguatezza del linguaggio, rispetto al compito di testimoniare la verità. C’è molta cultura Zen alla base della poesia Haiku, il cui intento è quello di far tornare il linguaggio alla sua essenza pura, ovvero alla sua nudità Nessuna manifestazione del reale, neppure la più semplice, è indegna di essere trattata dai Maestri di Haiku: in ogni cosa è l’energia vitale a svelarsi alla mente, se questa è scevra da schemi e pregiudizi, dalle proprie abitudini e dai limiti del razionale. E poiché l’energia vitale è movimento, anche l’Haiku, seppure nella sua semplicità, dovrà permettere a questo movimento di esprimersi, attraverso le sillabe, e di esprimere a sua volta la comunione, l’esigenza dell’uomo di essere tuttuno con la natura.
Anche se veicolo di questa comunione, l’Haiku, però, non diventa mai semplice descrizione realistica, ma và sempre interpretato come testimonianza di una visione che va appunto oltre gli schemi di cui sopra.Esistono almeno due modi di scrivere Haiku che danno vita a due stili diversi.
Il primo stile è caratterizzato dal fatto che uno dei tre versi (normalmente il primo) introduce un argomento che viene ampliato e concluso negli altri due versi. Il secondo stile produce Haiku che trattano due argomenti diversi messi fra loro in opposizione o in armonia. Questo secondo stile può attuarsi con due modalità: il primo verso introduce un argomento, il secondo verso lo amplia e lo approfondisce, il terzo verso produce un’opposizione di contenuto, un capovolgimento semantico che in qualche modo ha però relazione con il primo argomento. Questo sbalzo semantico può anche essere sottilissimo.
Ma potrebbe anche essere che il primo verso introduce un argomento, e sono i due versi successivi che introducendo un nuovo argomento lo mettono in relazione con l’argomento trattato nel primo verso (in opposizione o in armonia).

Basho, uno dei massimi poeti di Haiku, dopo aver letto una composizione del discepolo Kikaku, gli disse: “Hai la debolezza di voler stupire. Cerchi versi splendidi per cose lontane; dovresti trovarli per cose che ti sono vicine”.
Nelle poesie di Basho l’intera natura è chiamata ad esprimersi: l’acqua, le rocce, i fiori, il sole, le nuvole e le stelle, gli animali, le piante, il mare e il vento e insieme a tutto ciò, il dolore e la gioia dell’uomo. Tutto è Kami, divinità, e al cospetto del divino il poeta si colloca, anima e corpo in un’unità inscindibile, nella condizione estatica della contemplazione.

L’Haiku è nato in Giappone nel XVII secolo.
Deriva dal Tanka, componimento poetico di trentun sillabe.
Si scrivevano poesie Tanka già nel IV secolo. Il Tanka è formato da cinque versi con una quantità precisa di sillabe per ogni verso: il primo verso contiene cinque sillabe, il secondo sette sillabe, il terzo cinque sillabe, il quarto sette sillabe, il quinto sette sillabe. Eliminando gli ultimi due versi si è formato l’Haiku. La prima antologia di poesia giapponese intitolata “Manyoshu” risale all’ VIII secolo; comprende 20 volumi con 4.500 poesie in diverso stile.  In Giappone si calcola che più di dieci milioni di persone si diletta a scrivere Haiku. Ci sono attivissimi gruppi di poeti (chiamati Haijin) che si riuniscono per parlare di Haiku. Tutte le maggiori riviste e quotidiani giapponesi hanno una rubrica dedicata agli Haiku.

I Grandi Maestri
Matsuo Bashõ
Yosa Buson
Kobayashi Issa
Masaoka Shiki

 

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Che lo spettatore si prepari al naufragio d’arte e materia, perché a Palazzo del Governatore tutto è pronto.
La mostra di Claudio Parmiggiani, uno dei più importanti protagonisti del panorama artistico internazionale, sabato aprirà i battenti nella città che, non paga delle grandi mostre dedicate ai maestri antichi (Parmigianino e Correggio), ora lancia una nuova sfida di contemporaneità ad abitanti e turisti. L’assessorato alla Cultura del Comune, quindi, prosegue, dopo la mostra «Nove100», il cammino intrapreso in direzione della cultura e dell’arte del nostro tempo. A completare le venti installazioni che compongono l’esposizione «Naufragio con spettatore» mancano solo loro, i visitatori che si faranno protagonisti, attraverso il proprio sguardo, di una mostra che sarebbe meglio definire un viaggio, un itinerario concepito dal curatore Sylvain Amic come una sorta di «deambulazione meditativa». La visita è una navigazione tra le stanze mistiche che accolgono le opere, la città che tutt’intorno si fa frenetica cornice della riflessione e il contrasto del peso che si infrange contro la leggerezza. Un luogo dove arte e materia si danno del tu e, senza forzature, conducono il fruitore alla suggestione.  Si parte dal secondo piano del rinnovato Palazzo del Governatore, dove ogni stanza è un racconto, nel quale opere di tragica bellezza si fanno quasi presagi violenti di quello che sarà l’approdo finale del visitatore-viaggiatore, la chiesa di San Marcellino in strada Collegio dei nobili (una costruzione del 1540, abbandonata dal 1928, oggi riaperta al pubblico proprio in occasione della mostra). Qui una grande barca a vela, di oltre 14 metri di lunghezza, realizzata da un maestro d’ascia all’inizio del Novecento, si infrange contro uno scoglio realizzato con oltre 100 mila libri.
E la luce racconta l’imponenza di un sentimento del tragico che trova la sua culminazione. «Quest’opera è stata realizzata grazie al gesto di mecenatismo antico compiuto da tre imprenditori locali: Alberto, Edoardo e Paolo Borettini – spiega l’assessore alla Cultura del Comune di Parma Luca Sommi -. La chiesa è di loro proprietà. Quando con Parmiggiani eravamo alla ricerca di un luogo che si prestasse all’installazione di questa grandiosa opera, capimmo subito che questo spazio era ideale. I proprietari, poi, si sono fatti coinvolgere talmente nel progetto, da arrivare ad offrirsi di finanziare interamente l’opera. La barca è infatti stata acquistata da loro, mentre gli oltre 100 mila libri sono stati donati da alcune case editrici: Aliberti editore, Bompiani, Corbaccio, Guanda, Ponte alle grazie, Salani, Silvana editoriale e Tea». Il Palazzo del Governatore, invece, recentemente restaurato e convertito in luogo d’esposizione, ospiterà in modo definitivo una delle famose «Delocazioni» di Parmiggiani: una camera «scultura d’ombra», le cui pareti sono state letteralmente «dipinte» dal fumo e il cui effetto è davvero seducente.
Tutt’intorno sono presenti venti opere, la maggior parte delle quali realizzate dall’artista appositamente per la mostra. I materiali utilizzati da Parmiggiani sono naturali: polvere e cenere, fuoco e aria, ombra e colore, luce e pietra, vetro e acciaio, sangue e marmo. A loro si assemblano, quasi in un abbraccio angoscioso, frammenti del mondo, come campane, farfalle, libri, barche, stelle e statue. «Quest’esposizione rappresenta una pagina completamente nuova del rapporto di Parma con l’arte, ma sono convinto che la città ne coglierà il senso profondo» aggiunge Sommi. Claudio Parmiggiani è un artista raro, volutamente esiliatosi dalla scena artistica italiana, racchiuso in un silenzio ostinato da oltre 40 anni. La mostra di Parma rappresenta una delle rare occasioni per  incontrare il suo lavoro.

 

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L’ARTE NON È UNA CONVENZIONE 

Caro Giancarlo,

spesso ho letto nelle tue lettere e nei tuoi scritti, anche recentemente, l’affermazione perentoria e tranchant che l’Arte è una convenzione; che Duchamp in fin dei conti si può ridurre a questo semplice assioma, l’Arte è stabilita dal contesto e sono le convenzioni e i pregiudizi di ciascuna epoca a stabilire il valore, la bellezza, il gusto.

 

Mi fa piacere che non ti sottrai al cinismo un po’ scolastico cui sottintende una tale visione del mondo perché come al solito ti assumi tutta la responsabilità di quanto affermi, sei capace di motivarlo e di portare una decennale esperienza a conferma di quanto sostieni. Consentimi però di non crederci a una visione del mondo così riassunta e semplificata, perché stupido & pittore come sono mi illudo di pensare che l’arte non sia fatta esclusivamente dal linguaggio capace di spiegarla, e che oltretutto il linguaggio, quand’anche lo riducessimo a puro strumento, non esaurisca affatto la comunicazione e la relazione che l’arte e la vita! mettono in gioco. Esiste, sopravvive a ogni evidenza, una parte sostanziale che sfugge a qualsiasi metodo poiché appartiene a un ordine che non è affatto linguistico. In qualche modo l’arte è anche arte del silenzio. Per amore della brevità non voglio appestarti oltre con le mie riflessioni che comunque riguardano un aspetto cruciale, come sai meglio di me quando getti con nonchalance queste pietre nello stagno del dibattito artistico italiano, e sul quale oltre alla tua opinione e forse a questa mia brevissima parentesi sarebbe davvero interessante sentire l’opinione di artisti, critici e compagnia cantante. Chissà che non ne venga fuori una bella cosa da leggere sulle spiagge. 

Buone vacanze e un saluto,

Massimo Kaufmann,

 

MA L’ARTISTA NON È UNTO DAL SIGNORE

Caro Massimo,

so bene che per un artista è difficile accettare l’idea che l’arte sia una convenzione. Gino De Dominicis (ancora lui?) dopo essersi risentito per le mie “ciniche” affermazioni e avermi spiegato

che l’arte è un mistero, che l’artista è un unto da qualcuno o comunque un “illuminato” e un  ispirato”, alla fi ne mi pregava di non esprimere comunque a voce alta certe mie idee, perché altrimenti si poteva allontanare il collezionista che lascia sul tavolo l’assegnino (allora) di venti/trenta

milioni. Sì, caro Massimo, anche il grande Gino giocava a fare il mago, lo sciamano, l’uomo del mistero pur di portare a casa (eccome) la pagnotta. Eppure, con le sue qualità (intellettuali, tecniche e soprattutto strategiche) non ne aveva proprio bisogno. E ora anche tu vuoi dirmi che l’arte è rivelazione, spiritualità, magari ispirazione. Certo, non si può ridurre Marcel Duchamp a mero paladino del “contesto” che è il primo passo verso lo Zeitgeist, cioè il termometro delle mode culturali, ma ti assicuro che senza il contesto e senza la conoscenza di alcuni codici che noi stessi ci siamo dati, l’arte di oggi sarebbe poca cosa.

Io auspico una Norimberga per tutti gli amministratori nazionali e locali

Sono reduce da affaticate visite alla Biennale di Carrara. Il bravo Fabio Cavallucci, ottimo curatore

indipendente (il migliore oggi in Italia di tale livello, forse) ma troppo legato ai trend curatoriali internazionali che imita e a cui vuole rendere conto, mi ha stroncato con lunghe e assolate camminate per farmi scoprire la sua Biennale. Tra la visita al cimitero di Marcognano (opera di Cattelan), devastati e polverosi laboratori in disuso sparsi nel territorio e uno squallido lungomare da far rabbrividire per speculazioni e devastazioni ambientali in cemento (ma quando un processo pubblico, una sorta di Norimberga del nuovo millennio, a tutti gli amministratori in Italia? La Magistratura, anziché pensare solo a Berlusconi si guardi attorno e si occupi dei nostri amministratori). A Carrara e dintorni, in un territorio che sembra una discarica di marmo, con centinaia di sculture, omaggio clientelare ad artisti solo invadenti ed invasivi, collocate ovunque, nelle piazze, negli incroci, nei cortili, in ricordo dei marinai scomparsi, dei pescatori annegati, dei carabinieri coraggiosi, dei militi ignoti dimenticati, proporre in mezzo a questa monumentalità a brandelli e scomposta, a questi esibizionismi di periferie culturalmente velleitarie, dei veri e bravissimi artisti come Terence Koh, diventa veramente una operazione di approssimazione e cinismo culturale. E questo perché mai come oggi l’arte ha bisogno di contesto.

Caro Massimo, cosa diresti se le tue raffi nate pitture venissero poste alle pareti di un bar sulla spiaggia o in un ristorante affollato da famiglie con bambini rumorosi e selvaggi? Tu credi che terrebbero il confronto con gli schiamazzi o la musica periferica a tutto volume? E se il contesto è l’anticamera della “convenzione”, come si può negare che le regole del gusto, cioè dello Zeitgeist non nascano dall’esterno, cioè dall’accumulo delle istanze? Il concetto odierno di bellezza

femminile e maschile non è forse dettato da certi canoni della moda e della cultura? Una discussione a tal proposito tra artisti, curatori e chi vorrà, coordinata da te? Ma ben venga.

Hai lo spazio e il veicolo a disposizione. Anche se, conoscendo l’ipocrisia che governa il mondo dell’arte e della cultura, il risultato sarà scontato.

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“La Notte” di Michelangelo? Una trans

A voi che avete un hobby “tradizionale” come la filatelia, le barchette nelle bottiglie e i puzzle, ecco una persona da prendere come esempio. L’anatomopatologo siciliano Vito Franco ha come passatempo analizzare le patologie delle opere d’arte.

La Gioconda avrebbe avuto il colesterolo alto: “si vede dal grasso sotto l’occhio e sulla mano”. Il professore ci tiene a specificare che nella maggioranza dei casi si tratta puramente di un “gioco”. Michelangelo avrebbe avuto dell’acido urico elevato nelle articolazioni e nel tessuto connettivo: “almeno stando a come lo dipinge Raffaello” spiega il professore.

È puro divertimento e basta, anche se ad oggi ho studiato più di duecento casi: la maggior parte di questi sono di nanismo, particolarmente presenti al Prado di Madrid, ma la concentrazione maggiore di queste opere che ritraggono soggetti da ospedale sono fiorentine”.

Pur non avendo mai pubblicato nulla inerente al proprio hobby, Vito Franco ha parlato ad una conferenza di Palermo, dove tra gli altri ha trattato l’Amorino Dormiente del Caravaggio: “Da questo dipinto è nata una diatriba nel 1994 sulla rivista inglese di medicina The Lancet: tra chi sosteneva che il bambino fosse affetto da artrite reumatoide giovanile e chi pensava fosse rachitico”, mentre il “Ritratto di giovane” del Botticellinasconde una malattia particolare, l’aracnodattilia”.

Per chiudere il professore parla del “La Notte” di Michelangelo:Siamo proprio sicuri che l’anomalia alla mammella de “La notte” di Michelangelo in San Lorenzo sia un tumore? Non potrebbe invece essere un uomo e quindi che le mammelle siano posticce? In fondo a quei tempi mica era facile trovare modelle che si facevano ritrarre ignude?”.

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