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Archive for the ‘Siamo tutti diversamente abili’ Category

 

Quando si banalizza o non si dà la giusta importanza a ciò che facciamo di buono e positivo impediamo a noi stessi di vivere con gioia, il “cibo” più utile alla mente

Ci sono depressioni di cui è arduo capire la causa: non sono avvenuti eventi negativi, la salute c’è e la situazione generale è buona. Anzi, magari è pure florida: avanzamenti di carriera, soddisfazioni affettive, successo con amici e conoscenti. Eppure alcuni cadono in depressione. Una crisi “sorda”, lenta, invisibile ma progressiva, che spegne pian piano l’entusiasmo, toglie senso a ciò che si fa e spinge in un umore sempre cupo, con poche sfumature emotive e una grande fatica di vivere tutto quel che si fa. La persona quasi sempre non riesce ad accorgersene perché è come abituata, immersa in un mondo interiore senza gioia. E anche quando se ne avvede, nessuno dei tanti approcci terapeutici (psicoterapia, psicofarmaci, tecniche corporee, rimedi naturali, percorsi filosofici o spirituali) riesce a riportare la luce. Come può accadere?

L’atteggiamento

In molti casi, il motivo risiede in un atteggiamento mentale tra i più dannosi che esistano, il quale suona più o meno così: in qualsiasi ambito, se ottengo un buon risultato o se faccio qualcosa di buono, è una cosa “normale” o “scontata”, mentre se faccio qualcosa di sbagliato oppure ho un rendimento appena al di sotto delle attese, è imperdonabile, è drammatico, ho deluso tutti e non valgo niente. In pratica la persona può “martoriarsi” a più non posso, ma non può gioire, non può celebrare un risultato, non può festeggiare se stessa per ciò che fa di buono: il positivo viene sempre banalizzato mentre il negativo viene sempre estremizzato. Tale schema deriva di solito dalla famiglia di origine, dove da sempre girano frasi, ormai fatte proprie, come: “Si può sempre fare di più”; “Da te mi aspetto il massimo”; “Un campione come te non può fallire” e dove lo sguardo cade sempre su ciò che manca “per stimolarti, per spronarti a fare sempre meglio, per non farti sedere sugli allori”. Il tutto rinforzato da una diffusa cultura della prestazione e del “guardare sempre avanti”. È un modello mentale che, rendendo ovvia ogni riuscita, impedisce alla persona non solo di gioire, ma anche di sentirsi viva e valida, appagata e fiduciosa in se stessa. Ma il cervello non può vivere solo tra il “normale” e il “negativo”: ha bisogno anche del positivo, cioè di festeggiarsi e di riconoscersi dei meriti. Altrimenti nel tempo perde globalmente proprio ciò che si nega a ogni occasione, cioè la gioia e l’autostima, e cade in una profonda crisi.

Da mettere al bando: gli atteggiamenti che portano alla crisi

– Fare caso solo a ciò che manca o a ciò che potrebbe migliorare.

Che cosa hai voglia di ricevere o di dare oggi? Una carezza, un pizzicotto, un abbraccio, vuoi “pungere” qualcuno o dare un bacio? In questo libro troverai le parole e le frasi giuste che fanno riflettere, sorridere, battere il cuore.

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– Trarre conclusioni totalmente negative su se stessi in seguito a un errore.

– Banalizzare eventuali riconoscimenti o complimenti.

– Non soffermarsi mai a godere le piccole cose, in nome di obiettivi “più alti”.

La guida

Festeggiati in silenzio

Di fronte a una tua riuscita, in qualsiasi ambito, non ripartire subito come se niente fosse: concediti anche solo qualche minuto per “celebrare” la cosa, dentro di te. Godine silenziosamente, acquisendo la consapevolezza delle tue capacità ed energie. Poi riparti pure.

Accogli i complimenti

Quando ne ricevi, non respingerli in nome di chissà quali altre cose avresti potuto fare, non nasconderti dietro ad una falsa modestia. Rispondi con un bel “grazie!”, che legittima il tuo operato e al contempo valorizza – o quantomeno rispetta – l’opinione e l’intento benevolo di chi hai davanti.

Accetta gli errori

Tutto il progresso umano si basa sulla correzione e sul superamento di errori commessi. Se condanni i tuoi e li drammatizzi impedisci al cervello di evolvere e lo spingi verso ladepressione. Devi poter sbagliare e fare in modo che gli errori siano i tuoi e non quelli degli altri. Solo così saranno “gli errori giusti”.

 

Innamorati, cosa si vede osservando il cervello

Che sia amore consolidato o amore a prima vista, qualcosa cambia nel nostro funzionamento cerebrale: nuove aree vengono sollecitate in modo particolare, particolari neurotrasmettitori entrano in circolo. Insomma, “pazzi d’amore” non è solo un’espressione tanto per dire ma corrisponde alla realtà chimica che ci accompagna quando siamo davvero innamorati.

Innamorati, amore e desiderio

Amore a prima vista? Forse si potrebbe anche dire: cervello, a prima vista. Almeno è quanto risulta da una serie di studi separati e riassunti in una pubblicazione fatta sul Journal of Sexual Medicine. Sarà anche il cuore a parlare ma questo si riverbera e si vede chiaramente nel cervello. L’amore e il desiderio attivano aree cerebrali particolari, diverse ma tra loro collegate.

Le aree sono due: l’insula, una porzione della corteccia, e lo striato (o nucleo caudale). In particolare l’amore e l’attrazione attivano diverse aree del corpo striato: l’attrazione attiva le stesse aree che vengono sollecitate da tutto ciò che si trova piacevole, come il sesso o il cibo. L’amore, invece, si evidenzia in quelle aree coinvolte nel dare un valore al piacere. Ecco perchè, ad esempio, ci possono essere sentimenti iniziali di attrazione o desiderio sessuali che diventano poi, nel tempo, amore: si passa quindi prima da un’area per arrivare poi all’altra, all’elaborazione e all’attribuzione di un valore.

D’altra parte, come ha anche dimostrato il neurobiologo Semir Zeki, l’amore è come una droga, fa lo stesso effetto degli oppiacei sul cervello e nel nostro corpo. In pratica: nell’insula, nel nucleo caudato, nell’ippocampo e nel cingolo anteriore, da innamorati, abbiamo un’alta concentrazione di vasopressina e ossitocina (legata all’eccitamento sessuale e all’attaccamento) e di dopamina, che è un neurotrasmettitore che dà piacere, benessere, quel tipo di sensazione che si ha quando ci si merita un premio. Al tempo stesso gli innamorati (quindi siamo già oltre l’amore a prima vista) perdono la capacità critica: le zone frontali sembrano “morte”, non si attivano con l’anima gemella. Tipico soprattutto della fase dell’innamoramento, più che dell’amore vero e proprio. E, buone notizie, neanche l’amigdala si sente in dovere di intervenire: insomma, quando ci si innamora veramente, scompare la paura (del partner). Sarà per questo che gli innamorati difficilmente ascoltano i consigli altrui, in tema d’amore. E naturalmente non sono attive neanche le aree che una risonanza magnetica rileverebbe in caso di depressione o emozioni negative.

Cuori spezzati, il cervello impazzisce…
E se si torna improvvisamente cuori solitari, single a tutti gli effetti perchè lui/lei ci lascia? Allora il cervello impazzisce, arriva una tempesta di dopamina: cominciano i pensieri ossessivi.

Per fortuna, con il tempo, le cose tornano alla normalità e si esce dalla “pazzia” d’amore anche nel cervello. Che rispecchia poi quello che succede nel nostro cuore e nella nostra consapevolezza giacchè… tutto è collegato.

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 Il suo film è finito presto, molto prima dei titoli di coda. E’ la storia di una bambina disabile di sei anni, prima fatta entrare al cinema, una delle sale del Magnifico, insieme ai genitori: e poi invitata ad uscire dalle maschere di turno.

Un episodio che è stato raccontato da Francesco Macrì, ex assessore e attuale leader aretino di Fli, e rilanciato dai vari social network. La storia per come viene raccontata? Nel pomeriggio la famiglia si presenta al cinema, compra i biglietti: l’area per disabili, quella studiata per le carrozzine, è libera nello spettacolo dopo a quello delle 15, il biglietto della bambina riporterebbe l’ora dello spettacolo dopo, quello dei genitori secondo i familiari no e secondo l’Uci lo stesso. Il computer esegue e non ragiona ma non sbaglia

Cosa succede all’ingresso effettivo? Secondo la famiglia la maschera si accorge e pone il problema, invitando tutti ad andare a quello delle 17. Secondo l’Uc non si sarebbe accorta di nulla, vista la calca all’ingresso. Di fatto i tre entrano.

Essendo l’area per le carrozzine occupata l’unica possibilità è accomodarsi nelle poltroncine tradizionali. Ma dopo dieci minuti entrano le maschere in sala e chiedono ai tre di uscire. Motivo? La mancanza di condizioni di sicurezza. In pratica misurate sul caso di incendi, quando è necessario agire subito e quindi in teoria non ci sarebbe il tempo di risalire sulla sedia a rotelle per fuggire. I genitori replicano che la piccola è leggerissima e che sono loro con lei.

I genitori protestano, una parte della sala si accorge, poi il confronto prosegue fuori della sala, nel corridoio. La bambina, da dentro, capisce perfettamente cosa sta accadendo e chiede per prima di uscire. Ai tre vengono offerti anche dei biglietti gratuiti per altri spettacoli ma a quel punto ormai la voglia di andare al cinema è sparita.

Macrì unisce a quelle della famiglia anche le sue proteste.  “Come si fa ad avere un solo posto disabili per sala? Chiedo all’assessore comunale alle politiche sociali di prendere in considerazione quanto è successo”

ROMA – All’istituto tecnico commerciale “G. da Verrazzano”, a Cinecittà, Simone si trova bene. Lì ci sono i suoi amici di infanzia, i professori lo stimano e si sente perfettamente integrato, nonostante la distrofia muscolare che da due anni lo costringe a muoversi su una sedie a rotelle.
Oggi ne ha 14 e la mamma racconta con quale entusiasmo Simone riesca a divertirsi con i compagni, a seguire anche le lezioni di matematica, le più difficili, a partecipare come arbitro alle partite giocate in cortile. Un solo grande ostacolo: l’ingresso nell’edificio.
I 7 gradini senza una rampa ad hoc dell’entrata principale impediscono di fatto l’accesso nell’Istituto e Simone è costretto ad entrare dal cancello secondario. «È una soluzione inaccettabile che discrimina mio figlio e crea disagio ai dipendenti scolastici – denuncia Ada Gaito, la mamma – Basterebbe che la Provincia concedesse i fondi per costruire una pedana per disabili, prevista tra l’altro per legge, per evitare tanti inconvenienti». Simone infatti ogni mattina, al suono della campanella, deve attendere che qualcuno vada ad aprire il portone, anche oggi che ha le chiavi per entrare autonomamente: la distrofia, da circa due mesi, ha infatti indebolito pure le braccia e aprire da solo richiede uno sforzo eccessivo. Per non parlare degli imprevisti.
«Una volta durante l’occupazione della scuola mio figlio è rimasto 20 minuti sotto la pioggia – spiega Ada – perchè nel caos non si trovavano più le chiavi». Ma le difficoltà riguardano anche l’accesso alla palestra nel seminterrato: senza un montascale Simone deve uscire dall’edificio, passare per la scuola adiacente e da lì entrare nella sala, perdendo parte della lezione. Così «spesso quando piove tutta la classe rinuncia all’ora di educazione fisica per evitare che il ragazzo si bagni». E la responsabilità, sottolinea la signora «è della Provincia di Roma che deve occuparsi dell’opera. Li abbiamo contattati più volte tramite la scuola e l’associazione Parent project ma hanno sempre risposto di non avere risorse». Come ultima ratio Ada spera di abbattere le barriere architettoniche lanciando un appello che sa di provocazione: «Chiedo un atto di solidarietà. Un privato disposto a costruire pochi metri di pedana a proprie spese».

Una storia curiosa, che viene raccontata via Facebook e sulla quale a questo punto esistono almeno due versioni e qualche curiosità. Una bimba in carrozzina viene allontanata da un cinema ad Arezzo durante uno spettacolo perché non si trova seduta al posto per i disabili a causa di un errore delle maschere.

IL RACCONTO – La storia è raccontata dalla Nazione in questa maniera:

Nel pomeriggio la famiglia si presenta al cinema, compra i biglietti: l’area per disabili, quella studiata per le carrozzine, è libera nello spettacolo dopo a quello delle 15, il biglietto della bambina riporterebbe l’ora dello spettacolo dopo, quello dei genitori secondo i familiari no e secondo l’Uci lo stesso. Il computer esegue e non ragiona ma non sbaglia Cosa succede all’ingresso effettivo? Secondo la famiglia la maschera si accorge e pone il problema, invitando tutti ad andare a quello delle 17. Secondo l’Uc non si sarebbe accorta di nulla, vista la calca all’ingresso. Di fatto i tre entrano. Essendo l’area per le carrozzine occupata l’unica possibilità è accomodarsi nelle poltroncine tradizionali.

Ma dopo dieci minuti entrano le maschere in sala e chiedono ai tre di uscire:

Motivo? La mancanza di condizioni di sicurezza. In pratica misurate sul caso di incendi, quando è necessario agire subito e quindi in teoria non ci sarebbe il tempo di risalire sulla sedia a rotelle per fuggire. I genitori replicano che la piccola è leggerissima e che sono loro con lei. I genitori protestano, una parte della sala si accorge, poi il confronto prosegue fuori della sala, nel corridoio. La bambina, da dentro, capisce perfettamente cosa sta accadendo e chiede per prima di uscire. Ai tre vengono offerti anche dei biglietti gratuiti per altri spettacoli ma a quel punto ormai la voglia di andare al cinema è sparita.

Il tutto, secondo la Nazione, è riportato su Facebook dal leader aretino di Futuro e libertà per l’Italia, ed è facile notare (guardate lo stamp e il rettangolo) che il tutto è stato fatto in una inserzione sponsorizzata, alla quale il social network garantisce una visibilità molto alta in cambio del pagamento di una certa somma. Probabilmente l’avrà fatto per dare il massimo della diffusione a una storia così:

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In vigore dal 15 settembre il decreto del presidente della repubblica n. 151 del 30 luglio 2012 che prevede l’introduzione in Italia del contrassegno invalidi europeo e la corrispondente modifica della segnaletica stradale.

Il Contrassegno Unificato Disabili Europeo permetterà la regolazione della sosta ai cittadini con disabilità anche in tutti i paesi dell’Unione Europea, senza il disagio di non vedersi riconosciuto quello del proprio paese di origine, con il rischio di subire contravvenzioni.
Il testo, oltre a introdurre nell’ordinamento interno il contrassegno invalidi comunitario, che dovrà essere esposto nella parte anteriore del veicolo, prevede altre importanti novità per i veicoli al servizio di persone invalide. Infatti, le modifiche dell’art. 381 prevedono anche che il comune possa stabilire la gratuità della sosta per i disabili nei parcheggi a pagamento nel caso in cui gli appositi spazi riservati siano già occupati o indisponibili. Viene poi modificata la segnaletica stradale, per conformarla al simbolo previsto dalla raccomandazione 98/376/Ce. Entro tre anni dall’entrata in vigore del dpr i vecchi modelli di contrassegno invalidi dovranno essere sostituiti dal nuovo contrassegno salvo che i comuni stabiliscano un periodo inferiore a tre anni. Durante il periodo transitorio i permessi invalidi già rilasciati resteranno validi.

Inoltre, il dpr disciplina le ipotesi di variazione dell’intestatario della carta di circolazione che non danno luogo al trasferimento di proprietà e le ipotesi di intestazione temporanea dei veicoli immatricolati a nome di soggetti diversi dagli utilizzatori pro tempore. In caso di comodato, esclusi i casi di utilizzo dei veicoli da parte dei componenti del nucleo familiare, se il prestito si protrae per più di trenta giorni il nominativo del comodatario deve essere annotato sulla carta di circolazione. In caso di custodia giudiziale può essere annotato sulla carta di circolazione l’ente affidatario.
Per la locazione senza conducente è sufficiente il semplice aggiornamento del ced della motorizzazione. Il locatario dovrà portare con sé durante la guida, oltre alla fotocopia autenticata della carta di circolazione, la ricevuta dell’avvenuto aggiornamento al ced. Se la locazione senza conducente riguarda veicoli immatricolati con la speciale targa della polizia locale occorre una nuova immatricolazione. Infine, per i veicoli immatricolati a nome di soggetti incapaci, sulla carta di circolazione devono essere annotati i dati anagrafici del genitore o del tutore.

Ora quello che viene auspicato dalle varie Associazioni di persone con è soprattutto legato alla possibilità di unificare anche l’accesso e la circolazione delle automobili delle persone con disabilità all’interno delle Zone a Traffico Limitato dei Comuni italiani. È noto, infatti, che ogni Comune con ZTL, ha modalità differenti di regolare l’accesso e la circolazione dei veicoli. Nei varchi muniti di telecamera, il permesso della persona con disabilità non residente – essendo cartaceo – non viene “letto” dal dispositivo elettronico e la persona corre il rischio di essere multata, qualora non segnali la propria targa all’ufficio comunale preposto (vedi schede contact center specifiche).
Una regolamentazione unificata che rispetti il diritto alla mobilità delle persone con disabilità è auspicabile per evitare, quindi, anche questo aggravio nei confronti delle persone con disabilità.
Per Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti” il diritto alla mobilità, sancito anche dalla Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilità, ha modo di essere ancora più effettivo.

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Un progetto davvero importante, e con grandi prospettive di sviluppo futuro, che vede collaborare la stessa istituzione musicale della montagna e la Fa.Ce – Famiglie Cerebrolesi di Reggio Emilia, e che rientra nell’ambito di una grande iniziativa internazionale a cui partecipano soggetti musicali dalla Francia, dalla Cina, dalla Germania e, per l’Italia, appunto il Merulo. È stato presentato mercoledì 7 aprile nella sede dell’Istituto Musicale “Claudio Merulo” di Castelnovo Monti alla presenza del direttore dell’Istituto Giovanni Mareggini, della presidente della Fa.Ce Alma Zanni, e dei docenti del Merulo Stefano Bonilauri ed Ezio Bonicelli. Ha spiegato Mareggini: “Sono ormai alcuni anni che portiamo avanti corsi ed attività musicali insieme ai ragazzi diversamente abili, che fanno riferimento alla Fa.Ce. Nel corso del tempo questa attività si è sviluppata ben oltre le previsioni iniziali. I corsi vengono seguiti da Ezio Bonicelli insieme a Laura Magnani ed sono diventati sempre di più i ragazzi che con cadenza settimanale si ritrovano con la semplice idea di fare musica. Grazie a Stefano Bonilauri ora questa nostra attività è entrata in contatto con il gruppo francese delle “Percussions de Treffort”, diretto da Alain Goudard, che ha sede vicino a Lione, e si è avviato un rapporto che pensiamo possa strutturarsi negli anni: il primo passo sarà la settimana prossima, nei giorni dal 14 al 16 aprile, una serie di attività che abbiamo intitolato “Oltre i confini”, con la presenza a Castelnovo di Goudard ed alcuni suoi ragazzi. Si tratta per noi della partenza di una attività internazionale già esistente, che comprende realtà che lavorano con ragazzi disabili in Francia, in Cina, in Germania. Il sogno che abbiamo per il futuro è che possa nascere un ensemble che metta insieme ragazzi diversamente abili e studenti del Merulo normodotati. Siamo molto fieri di come è stata gestita negli anni questa attività, che ci rende l’unico conservatorio in Italia, nonostante siamo il più piccolo in assoluto, ad avere una attività strutturata per ragazzi diversamente abili”. Il calendario delle attività dal 14 al 16 aprile prevede visite del gruppo francese ai centri diurni dell’Appennino, incontri con i ragazzi della Fa.Ce e con il gruppo di lavoro del Merulo che opera con loro, e una serata di presentazione pubblica dell’iniziativa e l’esecuzione di brani musicali, giovedì 15 alle 21 nella sala concerti dell’Istituto”. Ha aggiunto Alma Zanni: “L’idea da cui eravamo partiti, 4 anni fa, per questo lavoro con il Merulo, era di far fare ai nostri ragazzi qualcosa che gli piacesse, lontano da idee di musicoterapia, ma semplicemente perché avessero l’opportunità di divertirsi e stare bene. Siamo partiti con un sentimento di avventura, ed anche un po’ di paura, perché per il Merulo era il primo approccio con la disabilità, ma poi la cosa è cresciuta, sono emerse idee sempre nuove, e da un gruppo iniziale di 7-8 ragazzi, oggi a frequentare i corsi sono 18. E’ stato molto bello vedere come hanno reagito gli altri studenti del Merulo, che inizialmente si interrogavano su cosa facessero questi ragazzi, poi pian piano si sono avvicinati alla loro attività ed oggi ci sono 4 o 5 ragazzi che collaborano costantemente ai corsi. Ora in questa nuova iniziativa crediamo tantissimo, abbiamo visto come lavora l’ensemble francese, in cui insieme ragazzi disabili normodotati e disabili producono musica di alto livello. La loro è una esperienza che va avanti da 20 anni, ed i nostri ragazzi a volte presentano disabilità più gravi di quelli che lavorano nell’ensemble, ma devo dire che sono molto bravi anche i nostri, per cui ci aspettiamo una ottima collaborazione”. Stefano Bonilauri ha raccontato l’esperienza dell’Ensemble di Lione: “Ci sono molti aspetti che rendono interessante questa collaborazione: i percussionisti di Treffort sono nati da subito con l’idea di creare un ensemble professionale, e in Francia c’è grande attenzione per questi gruppi che lavorano con compositori contemporanei, che spesso creano nuove partiture apposta per loro. Sono stati direttamente loro a venirci incontro per una partnership, anche a livello di finanziamenti, perché Goudard era molto interessato a conoscere i nosri progetti con i ragazzi disabili. Quando si incontrano metodi e realtà diverse che si prefiggono obiettivi comuni, ne emerge sempre un arricchimento”.

Ha concluso Ezio Bonicelli: “Quando siamo partiti a lavorare con questi ragazzi non sapevamo bene quale approccio seguire. Dopo una fase in cui lavoravamo sulla riproduzione di canzoni e musiche esistenti, abbiamo dato più spazio alla composizione, ed è emersa da parte loro l’esigenza di usare la musica come un nuovo linguaggio di comunicazione, non verbale, con il quale gradualmente hanno imparato sempre più a raccontarsi ed aprirsi. Oggi buona parte delle idee e proposte su cui lavoriamo vengono direttamente da loro, in un momento che è per loro gioioso e divertente. Sarà una nuova sfida riuscire ad usare questo linguaggio per comunicare con questi ragazzi francesi, sulla base di strumenti, suoni e ritmo”.

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Cancella strisce per disabili per parcheggiare, denunciato

Il dipendente di una cooperativa che si occupa della manutenzione della segnaletica stradale, per avere un posto auto direttamente sotto casa, ha dipinto di bianco le strisce gialle orizzontali riservate alla sosta dell’auto di una persona disabile. Per avere piu’ spazio, il quarantunenne ha inoltre ristretto le strisce bianche della sosta gia’ esistenti e ha messo una ‘X’ in corrispondenza del portone della sua abitazione: in questo modo ha impedito ai concittadini di parcheggiare e ha creato un posto auto ‘esclusivo’ per la sua famiglia. L’uomo, che risiede a San Donaci, piccolo Comune della provincia di Brindisi, e’ stato denunciato a piede libero dai carabinieri. Fonte: Ansa 23 / 08 / 2010

Che fortuna essere invalidi!

Salve sono Casolaro Rosa una persona invalida di San Giorgio a Cremano. Percepisco solo 500 euro di pensione al mese mentre mio marito ne percepisce solo 200 al mese in quanto anche lui invalido. Abito in piazza Trieste e Trento N 10. Parlo a tutela di tutte le persone invalide di San Giorgio a Cremano. Da oggi la nuova società strisce blu ha deciso che noi invalidi possiamo solo parcheggiare sul singolo posto invalidi (precisando che c’è un solo posto invalidi ogni 40 posti macchine), e se lo troviamo occupato, dobbiamo parcheggiare sulle strisce blu e pagare (fortunatamente solo 40 cent rispetto a 1 euro che paga il comune cittadino… che fortuna esse invalidi si risparmia sulle strisce blu 60 cent). Se trovo poi il posto invalidi occupato sotto casa mia, ovviamente la devo parcheggiare come dicevo sulle strisce blu e la nuova societa’ ha deciso che ogni ora l’invalido siccome gode di ottima salute deve scendere ogni ora per mettere il grattino, mettendo in conto che io abito al 8° piano e se l’ascensore si guasta io siccome sono appunto sana come un pesce devo scendere a piedi e risalire a piedi ogni ora. Io mi reputo fortunata ad avere l’ascensore, pensate a quanti invalidi devo scendere e salire a piedi non avendo l’ascensore. Mi chiedo una giornata tipo dove esco e mi accompagnano con l’auto al mercato per fare la spesa, trovo il posto invalidi occupato e quindi per parcheggiare pago le strisce blu, poi mi reco alla posta idem e pago, poi all’Asl, idem… ma insomma questi pochi soldi al mese li devo spendere per pagare i parcheggi?Vi ricordo che noi invalidi abbiamo la macchina non per lusso, ma per necessità, (non mensionando poi l’assicurazione, il bollo e le altre spese per essere in regola. D’altronde il parcheggio della vesuviana dove abito si paga anche di notte, cosa inesaudita, non si è mai sentito che un parcheggio è a pagamento anche di notte. Noi invalidi non solo abbiamo problemi fisici e nel mio caso anche economico, ma dobbiamo anche essere presi in giro in questo modo con articoli su internet ‘agevolazioni STRISCE BLU per invalidi a San Giorgio, ma quali agevolazioni se non veniamo tutelati da nessuno, io mi sento trscurata dalle autorita’ che invece dovrebbero venire incontro ai problemi del cittadino in generale. Siccome la situazione e’ molto grave e nessuno ha cercato di evitare tutto questo disagio alle categorie deboli, io vado avanti e chiamero’ in causa tutte le autorita’ competenti di San giorgio a Cremano. E mettero’ in evidenzia ai giornali regionali e se necessita Striscia la notizia, mi manda rai 3 tutta la vergogna e l’assurdita che si attua nei confronti di coloro che sono deboli da parte di amministrazioni che non hanno un briciolo di umanita’ e sensibilita’ nei confronti dei cittadini che hanno difficolta’.,con la speranza di trovare qualcuno con più sensibilita’ nei nostri riguardi. Spero che si risolva la situazione nel piu’ breve tempo possile altrimenti non mi fermero’ davanti a niente e a nessuno. RICORDADEVI L’INVALIDO NON SI TOCCA, PER NESSUN MOTIVO. Ci dicono di aspettare ancora giorni per prendere una decisione al riguardo al nostro comune, ma intanto noi dobbiamo pagare, come possiamo fare?
Rosa Casolaro

Sei anni fa, in seguito ad una sepsi, Pascal da Silva, un trentanovenne girondino del comune di Camarsac, è statoamputato di una parte delle sue dita e di due gambe. E’ quindi unportatore di handicap. “Ho un’invalidità all’80%, ho una carta che lo dimostra.” Un documento essenziale anche se certo il giovane girondino non vorrebbe dimostrarlo in situazioni di piena umiliazione, quello che gli è successo venerdì scorso. Ha dovuto mostrare le sue protesiper giustificare il parcheggio nel posto riservato a chi è un disabile.

L’Ikea obbliga un disabile a mostrare le protesi per avere un parcheggio

SHOCK ALL’IKEA – Probabilmente farà causa contro un vigilante dell’Ikea di Bordeaux. Alle 20 e 30 di ieri, quando è andato al centro commerciale per acquistare un divanetto, Pascal ha parcheggiato la sua macchina nel posto auto riservato ai disabili.  Ha messo la sua carta che certifica il suo status sotto il parabrezza e si è incamminato con moglie e figlia presso l’Ikea, quando è stato fermato da un’agente di sicurezza che voleva verificare la regolarità del suo parcheggio. Secondo il direttore del negozio, Bruno Salasc, l’eccesso di zelo è dipeso dal fatto che Pascal era arrivato al centro commerciale guidando lui stesso la macchina. L’agente non ha visto nessuna persona apparentemente portatrice di handicap e ha così fermato Pascal, accusandolo di volerlo fregare dopo che gli aveva mostrato i suoi documenti.

UMILIAZIONE IN PUBBLICO – ” Dopo aver avvertito i colleghi via radio mi ha detto di seguirlo in ufficio, mentre mia figlia piangeva perchè vedeva trattato suo padre come un ladro. L’agente di sicurezza mi diceva che non ero un vero portatore di handicap, perchè avevo solo un paio di dita tagliate. I suoi modi erano oltremodo volgari, oltre che violenti. ” Per essere convinto l’agente allora ha voluto una prova, e ha costretto Pascal a mostrare le sue protesi in pubblico, alzando i pantaloni. “Un’umiliazione terribile”, come afferma il trentanovenne girondino.

CAUSA ALL’AGENTE – Per i toni aggressivi e per l’umiliazione subita in pubblico Pascal ha deciso di denunciare la catena svedese. Una decisione presa anche perchè Pascal da Silva non sopporta come vengono trattate le persone come lui. “Sono un concessionario d’automobili, vivo bene, ma nell’immaginario collettivo i portatori d’handicap devono essere persone sofferenti, povere, che vivono male. Invece io voglio essere come gli altri, e godere la vita per quanto posso. Non mi vergogno affatto per quello che sono, e non capisco perchè dovrei. Solo perchè cammino grazie alle protesi, non avrei il diritto di parcheggiare in un posto riservato alle persone disabili?”.

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Si parla ormai solo di spread, azioni, borsa….ma la verità è che l’Italia è lontana dallo standard di altri paesi dell’Europa, io è da anni che lotto con barriere architettoniche, stazione ferroviarie che sono dei veri trabocchetti, marciapiedi, scale, insomma qui da noi non c’è un minimo di sensibilità e cultura. Pubblico questo articolo di Sabrina perché è veramente molto bello e ci rivela lo stato disastrato in cui viviamo tutti i giorni, allego la legge che purtroppo esiste ma non viene messa in pratica. Così tutte le città Italiane sono una vera tragedia, come le ferrovie, i treni con scalini che sfidano l’intelligenza umana. I fondi ci sono ma vengono accantonati per altre cose, questo è ancora più vergognose, l’Europa ci da delle possibilità, ma non non le usiamo. Siamo all’ultimo posto, io credo che prima dovremmo iniziare da qui la nostra risalita, non dallo spread o azioni. La cultura di un paese si misura qui non nelle altre situazioni. Spero tanto che se ci sarà una rinascita parta da questo gradino….scusate scivolo……cF

Disabili

Barriere architettoniche. Le nostre città?  Un percorso a ostacoli   di Sabrina Bachini 

Scale, marciapiedi, intercapedini e gradoni. Le nostre città diventano un percorso a ostacoli per i ‘disabili’ e il completo abbattimento delle barriere architettoniche è ancora una meta lontana. Per capirlo, immaginiamo la giornata tipo di una persona disabile a Roma.

Senso civico, solidarietà e abbattimento delle barriere: queste componenti sono le fondamenta portanti per la costruzione della società.

Nel 2010 l’Italia non è ancora riuscita a tenere il passo con le altre nazioni europee per quanto riguardal’abbattimento delle barriere architettonicheche impediscono alle persone disabili di usufruire delle strutture e dei servizi come dovrebbero. Esistono ancora dei limiti per queste persone, nonostante il governo prometta di stanziare fondi per la costruzione di strutture per la risoluzione del problema.

Il nostro Paese si conferma sempre ‘il fanalino di coda’della Comunità Europea, restando arretrato sotto molti punti di vista. Non esistono fondi sufficienti, a fatica vengono varate leggi in merito, non vengono realizzate sufficienti strutture accessibili a tutti e persino i mezzi pubblici, spesso, non possiedono la pedana per consentire l’entrata a persone disabili.

Bisognerebbe essere presenti e cercare di muovere le coscienzedi chi ha potere di cambiare questa situazione e ha la colpa di non volerlo fare. Perché se si vuole si può.

Immaginando la giornata tipo di una persona disabile, ci si può rendere conto di quanto si deve ‘lottare’ per sopravvivere.

Come accennato sopra, a Roma i mezzi pubblici non sono ancora dotati delle strutture sufficienti affinché tutti possano accedervi. Per arrivare a San Pietro, ad esempio, occorre fare un percorso diverso da quello che di solito si consiglia di fare. Non ci sono ascensori e montascale nella stazione della metropolitana più vicina per giungere a Città del Vaticano. Sulla linea A sono attualmente in servizio solo 39 treni attrezzati anche per il trasporto di disabili su sedia a ruote, dotati di avvisatore acustico di fermata e sistema automatico di apertura/chiusura porte in sicurezza, ma dovrebbero esisterne di più e da più tempo.

metro roma
A Roma sono solo 11 le stazioni della linea A dotate di percorsi e mappe tattili per i disabili visivi, le restanti 15 sono dotate solo di un codice di arresto pericolo lungo la banchina

Sono solo 11 le stazioni della linea A dotate di percorsi e mappe tattili per i disabili visivi, le restanti 15 sono dotate solo di un codice di arresto pericolo lungo la banchina. Tutti gli ascensori presenti sono dotati di pulsantiera in Braille, di annunciatore di sintesi vocale (italiano/inglese) che informa sulle varie fasi di funzionamento e sul piano servito, mentre sono installati impianti montascale nelle tre stazioni prive di ascensori.

Purtroppo, però, questiascensori spesso non sono funzionanti e non hanno il pulsante di chiamata attivo. L’ascensore esterno della stazione Subaugusta è quasi sempre fuori servizio. Un disabile che deve prendere la metropolitana da lì, è costretto spesso a restare fuori senza riuscire a comunicare con il personale di servizio per accedere ai treni della metro. In questo caso, ci deve essere una persona di accompagno che possa scendere al gabbiotto al piano di sotto, chiamare il personale e farsi aiutare.

Capita che i responsabili della stazione Subaugusta lavorino al capolinea Anagnina, per cui devono arrivare da lì, capire il problema per cui non funziona il pulsante di chiamata dell’ascensore e quindi risolverlo. Il tempo minimo che passa per effettuare tutte queste operazioni è di almeno 30 minuti. E non sempre si ha la fortuna di trovare qualcuno nei gabbiotti delle stazioni della metropolitana.

Le stazioni della linea B, invece, sono tutte dotate di ascensori e montascale, tutte provviste di mappe tattili e di ascensori con pulsantiera in Braille e annunciatore di sintesi vocale. Ma è ancora in fase di attuazione un piano per l’installazione ex novo o l’adeguamento di percorsi tattili e mappe, secondo il modello realizzato nella stazione Manzoni. È ancora in corso il progetto di ristrutturazione del ‘nodo Termini’ secondo i criteri di accessibilità sicurezza. Questo progetto doveva essere già stato attuato, ma i tempi di realizzazione e di attesa sono sempre infiniti. E questo crea molte difficoltà di accesso dalla linea A alla B.

autobus pedana
Molti autobus non sono dotati di pedane per consentire il facile accesso ai disabili sulla sedia a ruote

Molti autobus non sono dotati di pedane per consentire il facile accesso ai disabili sulla sedia a ruote; i pochi che ci sono fanno un percorso limitato al centro di Roma, mentre la periferia è scarna di bus attrezzati.

Il problema si estende anche alle abitazioni e ai negozi. Molti palazzi, soprattutto quelli costruiti prima del 2000, spesso non hanno l’ascensore fino alla fine della rampa delle scale, impedendo al disabile di arrivare al piano terreno senza dover trovarsi di fronte una serie di gradini che dividono il piano con l’accesso esterno.

Per quanto riguarda i mezzi di locomozione, anche moltecompagnie aeree presentano difficoltà.

Un disabile che prenota un biglietto aereo, spesso, è costretto ad attendere giorni interi per avere la conferma della prenotazione del posto. Si deve sempre comunicare agli addetti della compagnia l’imbarco della sedia a ruote e attendere la conferma della disponibilità e della presenza di posti (ogni aereo, normalmente, ha solo 2 posti a disposizione per i disabili). L’attesa si prolunga al momento della comunicazione, da parte dell’agenzia viaggi alla compagnia, per il bisogno di accompagno di cui necessita la persona disabile per accedere all’imbarco in areo dalla postazione del check in.

Gli aeroporti sono dotati di pullman che agevolano l’ingresso all’area imbarco, ma spesso il conducente si fa attendere oppure costringono la persona ad entrare con un largo margine di anticipo, costringendo la persona a stancarsi e a non poter usufruire di nessuna struttura per poter passare il tempo in attesa della partenza del volo.

Basterebbero alcune regole di buona condotta e sicuramente più fondi a disposizione per l’abbattimento di queste barriere, insieme al senso civico e alla sensibilità che deve essere in ognuno di noi per far presente questo ‘limite’ che ancora caratterizza negativamente il nostro paese. In questo modo non ci saranno più quelle situazioni di disagio e gli spiacevoli inconvenienti che continuano pesantemente a voler sottolineare il differente ‘trattamento’ fra le persone meno fortunate e quelle che invece non si domandano nemmeno se esiste questa realtà.

DISCIPLINA DELLE BARRIERE ARCHITETTONICHE ALLA LUCE DELLA RECENTE GIURISPRUDENZA Del tema delle barriere architettoniche si sono occupati, ciascuno per le proprie competenze, i giudici ordinari, amministrativi e contabili. Va subito premesso che le decisioni non sono tutte univoche nel riconoscere la prevalenza dei diritti del disabile anche se, a onor del vero, le pronunce di segno negativo rappresentano la netta minoranza (circa il 15%) rispetto alle sentenze conosciute, derivano, per quanto consta, solo da giudici ordinari e, in ogni caso, negli ultimi tre-quattro anni la giurisprudenza si è sempre più orientata verso il riconoscimento dei diritti del disabile.

I giudici soprattutto nell’applicazione dell’art. 2 della L. 13/89 (in materia di eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati) si sono trovati spesso di fronte al bivio del bilanciamento dei contrapposti interessi: quello del portatore di handicap all’eliminazione delle barriere (diritto, questo, riconosciuto dalla legge ordinaria e che trova la consacrazione, perlomeno indiretta, negli articoli 2, 3, 32 e 38 Cost.) e quello, pure rilevante, della proprietà privata, anch’esso sancito a livello costituzionale (art. 42 Cost.). La stessa L. 13/89, nell’art. 2, comma 3, fa salva la norma contenuta nell’art. 1120, comma 2, cod. civ. che vieta quelle innovazioni che rechino pregiudizio alla stabilità o alla sicurezza del fabbricato, che ne alterino il decoro architettonico o che rendano talune parti comuni dell’edificio inservibili all’uso o al godimento anche di un solo condomino.

*** In linea di massima i (pochi) precedenti negativi (di svariata

provenienza, da qualche Pretura e Tribunale alle Corti d’Appello di Napoli e Genova e fino alla Cassazione, in una pronuncia del 1994) hanno negato al portatore di handicap il diritto di realizzare, anche a proprie spese, una rampa di accesso e finanche l’ascensore, dando invece di volta in volta la prevalenza alle contrapposte esigenze di conservazione dell’estetica dell’immobile e del suo sfruttamento comune da parte di tutti i condomini (Pret. Milano 18/4/89) oppure a quelle del singolo condomino (in caso di intollerabile pregiudizio o anche di danno apprezzabile per quest’ultimo: Trib. Napoli 13/11/91); in qualche occasione i giudici (e tra questi la Cassazione con la citata sentenza del 1994) sono arrivati perfino a pronunciare la nullità delle delibere di assemblee condominiali che avevano già autorizzato le innovazioni con le speciali maggioranze previste dall’art. 2 della L. 13/89 ritenendo che tali delibere determinassero per i condomini una sensibile menomazione dell’utilità derivante dall’originaria comunione immobiliare o un sensibile deprezzamento dell’unità immobiliare anche di un solo condomino (Cass. 25/6/94 n. 6109; App. Genova 27/12/97; App. Napoli 27/12/94). Ancora, è stato negato ad un disabile un provvedimento d’urgenza volto all’eliminazione delle barriere architettoniche in quanto si trattava di un disabile non residente nell’immobile (Trib. Savona 26/5/94). Infine, più recentemente il T.A.R. della Lombardia ha autorizzato l’apertura di un ambulatorio odontoiatrico privo dei requisiti ex d.m.

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n. 236/1989 in materia di eliminazione delle barriere architettoniche, basandosi sulla specialità della normativa sanitaria che si sovrappone a quella generale a favore dei disabili (T.A.R.Lombardia Milano, sez. I, 17 gennaio 2001, n. 97).

*** Tuttavia, a fronte di queste poche sentenze di segno negativo per il disabile, sta un panorama giurisprudenziale sostanzialmente favorevole in materia di barriere architettoniche fin dal periodo

immediatamente successivo all’emanazione della L. 13/89. Infatti è stato più volte ritenuto che l’installazione ex novo dell’ascensore non costituisca un’innovazione vietata ma piuttosto una modificazione necessaria per il miglior godimento della cosa comune, anche se incidente sul compossesso degli altri condomini (Trib. Milano 14/5/89; Pret. Catania 14/5/91; Pret. Pordenone 14/6/94) e anche se comportante il restringimento del vano scala comune (App. Genova 3/2/99), che l’interesse del disabile sia prioritario rispetto al modesto sacrificio dei condomini (Trib. Foggia 29/6/91), che prevalgono le esigenze di tutela dei principi di uguaglianza e di solidarietà (Trib. Milano 7/5/92) e il diritto ad una normale vita di relazione (Trib. Firenze 19/5/92). E’ stato altresì imposto in via di urgenza ad un ente proprietario di un edificio pubblico in cui risiedeva un disabile di predisporre un mezzo adeguato di salita e discesa (Trib. Roma 18/4/98). In ogni caso è necessario che il portatore di handicap dimostri la sua condizione secondo le imprescindibili modalità ex art. 4 L. 104/1992 (ovvero

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tramite l’accertamento delle apposite Commissioni mediche), a pena di applicazione delle più rigide maggioranze dell’art. 1136, 5° comma, c.c. (anziché quelle minori cui rinvia l’art. 2 L. n.13/1989)per l’approvazione della delibera condominiale autorizzativa dell’ascensore (Cass., sez.II, 30 gennaio 2002, n. 1197). Infine, si è sottolineato che la Sopraintendenza per i Beni Ambientali ed Architettonici non possa negare l’autorizzazione all’installazione di un ascensore per soddisfare le esigenze di mobilità dei disabili se non prova il “reale e dimostrabile” pregiudizio all’interesse di cui l’amministrazione è portatrice (T.A.R. Lazio, sez. II, 15 febbraio 2002, n. 1061).

Quanto alle norme sulle distanze previste dal codice civile, la giurisprudenza ha interpretato la deroga di cui all’art. 3 della L. 13/89 nel senso che tali norme non si applicano agli impianti indispensabili ai fini della reale abitabilità dell’appartamento e nemmeno alle unità comprese nello stesso condominio (Pret. Catania 20/3/92) e che le maggiori distanze previste dai regolamenti condominiali comunque non si applichino, anche in assenza di spazi o di aree di proprietà o di uso comune (Trib. Genova 13/11/97). Quanto, poi, ai presupposti per poter richiedere l’eliminazione delle barriere, è stato più volte affermato che non occorre la presenza o la residenza nell’edificio di portatori di handicap (Trib. Milano 19/9/91; Trib. Milano 26/4/93), essendo sufficiente la visitabilità dello stesso da parte di tutti coloro che hanno occasione di accedervi, per es. parenti o amici disabili (Trib. Milano 26/4/93;

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Trib. Milano 22/3/93). La L. 13/89, inoltre, è stata ritenuta applicabile anche agli ultrasessantacinquenni (Trib. Napoli 14/3/94; Pret. Roma 15/5/96). Va altresì precisato che, sempre secondo la giurisprudenza, al portatore di handicap non compete alcuna azione di condanna ad un facere (eliminazione delle barriere) nei confronti del Condominio o degli altri comproprietari ma soltanto un’azione di accertamento del proprio diritto ad eseguire, a proprie spese, le opere necessarie per l’abbattimento delle barriere stesse (Pret. Roma 15/5/96).

Quanto, poi, alla Pubblica Amministrazione e, più in generale, alla giurisprudenza amministrativa e contabile, – è stato ritenuto colpevole (e quindi condannato per il reato di omissione di atti d’ufficio) un sindaco che non ha provveduto entro il termine di un anno di cui all’art. 32, comma 21, L. 41/86 a far approvare dagli organi comunali competenti il piano di abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici esistenti (Pret. Firenze 13/12/89);

– durante la costruzione della nuova linea della metropolitana di Roma è stato ordinato in via d’urgenza al Comune di Roma di rimuovere le barriere che impedivano agli handicappati l’accesso alle stazioni e l’uso della metropolitana stessa (Pret. Roma 4/6/90);

– è stato accolto il ricorso del disabile avverso la sanzione amministrativa inflittagli per aver parcheggiato sul marciapiede a causa della presenza di barriere architettoniche costituite dalla

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mancanza di scivoli sul gradino del marciapiede entro un raggio di 200 mt. (Pret. Forlì 7/3/94); – ai fini del conseguimento della pensione di reversibilità è stata ritenuta causa di forza maggiore giustificativa dell’interruzione della convivenza, l’impedimento ad accedere all’abitazione dei genitori (stante la presenza di barriere architettoniche) dell’orfano poliomelitico accolto presso una famiglia di amici (Corte Conti, sez. III, 5/8/93 n. 70358);

– è stato ritenuto legittimo l’affidamento, da parte di una USL ad un’associazione di volontariato a favore di portatori di handicap, dell’incarico di redigere un progetto per l’eliminazione delle barriere architettoniche nei locali della stessa USL (Corte Conti, sez. III, 27/2/97 n. 18), così come l’affidamento dell’incarico all’I.A.C.P. di progettazione delle opere per l’abbattimento delle barriere architettoniche nel contesto del territorio comunale (Cons. Stato, sez. VI, 28/4/98 n. 549);

– al fine di conseguire l’eliminazione delle barriere architettoniche sono state consentite deroghe agli strumenti urbanistici vigenti anche in zone sottoposte a vincoli di tutela integrale in attuazione della normativa in materia di Piani Territoriali Paesistici (T.A.R. Sardegna 27/5/99 n. 695);

– è stata ritenuta sussistere responsabilità contabile a carico del direttore sanitario e del responsabile dell’ufficio tecnico di una USL per aver espresso parere favorevole alla locazione di un immobile, destinato a sede della Commissione invalidi civili, mai utilizzato per

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la presenza di barriere architettoniche, in relazione al danno conseguente al pagamento, da parte dell’ente, dei relativi canoni di locazione (Corte Conti reg. Sicilia, Sez. giurisdizionale, 15/6/99 n. 162) o al mancato uso (Corte Conti Sicilia, Sez. giurisdizionale, 4/6/01 n.105/A).

La giurisprudenza si è pronunciata anche in tema di disciplina processuale e soggetti disabili. Infatti è stato affermato che, in base all’art. 7 L.205/2000, sussiste la giurisdizione ordinaria (e non amministrativa) e la competenza per materia del giudice del lavoro per la controversia instaurata tra un alunno disabile e un istituto scolastico con barriere non ancora eliminate (Trib.Chieti, 30 gennaio 2001).

*** Una via di mezzo tra le decisioni di segno negativo e quelle favorevoli per il portatore di handicap è rappresentata dall’ordinanza del Tribunale di Piacenza del 22/5/2001 che, pur rigettando il ricorso proposto in via di urgenza dal portatore di handicap (che chiedeva di ordinare al Condominio di autorizzare il ricorrente ad installare un ascensore esterno sul lato nord dell’edificio), ha affermato l’interessante principio che, “in generale, è riconoscibile il diritto del condominio a far installare a sue spese un ascensore che consenta un comodo accesso nell’unità immobiliare, sita in edificio sprovvisto di esso, a persona portatrice di handicap, non in forza delle disposizioni di legge relative all’abbattimento delle barriere architettoniche, ma per la

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immediata precettività di norme costituzionali, e tra esse, in particolare, dell’art. 32 Cost”. Nel caso di specie, come detto, il Tribunale ha disposto il rigetto della domanda del disabile in quanto il Condominio non si era opposto tout court all’installazione dell’ascensore (anzi, ne aveva già autorizzato la collocazione all’esterno, ma sul lato ovest dell’edificio), opponendosi soltanto alla sua realizzazione sul lato nord sia per ragioni di decoro dell’immobile sia, e soprattutto, perchè in quel lato il passaggio dell’ascensore oscurava le finestre di alcuni condomini e disturbava il riposo diurno di un condominio che lavorava nelle ore notturne.

Il Tribunale di Piacenza ha concluso affermando che il ricorso

“potrebbe essere ritenuto meritevole di accoglimento, soltanto se i resistenti si fossero opposti tout court all’installazione dell’ascensore, senza valide ragioni mentre nel caso di specie i condomini hanno prestato già da tempo il consenso nei termini sopra detti, adducendo ragionevoli giustificazioni alla loro parziale opposizione e mettendo a disposizione, oltre agli spazi comuni, anche porzioni di loro proprietà esclusiva (cantine)”.

Come si può notare, una decisione dalle tinte chiaroscure. ***

In questa sede è opportuno soffermarsi su quattro recenti sentenze che meritano attenzione e per il contenuto e per l’importanza dell’Autorità da cui promanano.

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Il discorso vale innanzitutto per la sentenza della Corte Costituzionale n. 167 del 10/5/99, che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 1052, comma 2, del codice civile nella parte in cui non prevede che il passaggio coattivo di cui al primo comma (ossia il passaggio previsto ex lege a favore del proprietario che abbia già un accesso alla via pubblica ma questo sia inadatto o insufficiente ai bisogni del fondo e non possa essere ampliato) possa essere concesso dall’autorità giudiziaria anche quando questa riconosca che la domanda risponda alle esigenze di accessibilità – di cui alla legislazione relativa ai portatori di handicap – degli edifici destinati ad uso abitativo.

Il caso deciso prende origine dalla richiesta – formulata in via di urgenza da un portatore di handicap – di ottenere l’autorizzazione al passaggio sino alla via pubblica attraverso un orto (di proprietà di terzi) confinante con lo stabile condominiale dove il disabile risiedeva, in quanto l’accesso normale era costituito da una scalinata di 75 gradini.

Due erano le condizioni poste dalla legge prima dell’intervento della Corte Costituzionale per ottenere il passaggio coattivo de quo: – la non ampliabilità del passaggio insufficiente, che si ha non solo nei casi di materiale impossibilità di rendere il passaggio adeguato ma anche quando ciò risulti eccessivamente oneroso o difficoltoso;

– le esigenze dell’agricoltura o dell’industria. Estranee, dunque, erano le esigenze abitative.

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La Corte Costituzionale, richiamate espressamente la L. 13/89, la L. quadro n. 104/92 e l’art. 2 del D.M. n. 236/89 (in tema di accessibilità agli edifici privati) e muovendo dal rilievo che la normativa anti-barriere talora potrebbe essere in concreto insufficiente rispetto al fine perseguito (laddove le innovazioni risultino in concreto impossibili o quantomeno eccessivamente onerose o comunque di difficile realizzazione), ha affermato che “la impossibilità di accedere alla pubblica via, attraverso un passaggio coattivo sul fondo altrui, si traduce nella lesione del diritto del portatore di handicap ad una normale vita di relazione, che trova espressione e tutela in una molteplicità di precetti costituzionali: evidente essendo che l’assenza di una vita di relazione, dovuta alla mancanza di accessibilità abitativa, non può non determinare quella disuguaglianza di fatto impeditiva dello sviluppo della persona che il legislatore deve, invece, rimuovere.

L’omessa previsione della esigenza di accessibilità, nel senso già precisato, della casa di abitazione, accanto a quelle, produttivistiche, dell’agricoltura e dell’industria rende, pertanto, la norma denunciata in contrasto sia con l’art. 3 sia con l’art. 2 della Costituzione, ledendo più in generale il principio personalista che ispira la Carta costituzionale e che pone come fine ultimo dell’organizzazione sociale lo sviluppo di ogni persona umana”.

La Corte Costituzionale, inoltre, ha ulteriormente motivato la propria decisione con l’affermazione che “la norma denunciata, impedendo od ostacolando la accessibilità dell’immobile abitativo e,

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quale riflesso necessario, la socializzazione degli handicappati, comporta anche una lesione del fondamentale diritto di costoro alla salute intesa quest’ultima nel significato, proprio dell’art. 32 della Costituzione, comprensivo anche della salute psichica, la cui tutela deve essere di grado pari a quello della salute fisica”.

Infine la Corte, ai rilievi mossi dall’Avvocatura dello Stato in favore della conservazione della vecchia formulazione dell’art. 1052 cod. civ., ha replicato che “nè, d’altronde, la previsione della servitù in parola può trovare ostacolo nella garanzia accordata al diritto di proprietà dall’art. 42 della Costituzione. Come osservato dal rimettente, infatti, il peso che in tal modo si viene ad imporre sul fondo altrui può senz’altro ricomprendersi tra quei limiti della proprietà privata determinati dalla legge, ai sensi della citata norma costituzionale, allo scopo di assicurarne la funzione sociale”. La sentenza della Corte Costituzionale (che per la prima volta in questa occasione ha esaminato la disciplina delle barriere architettoniche negli edifici privati) assume senz’altro grande valenza sotto il profilo dell’enunciazione di principio (avendo essa, nell’affrontare lo specifico problema della servitù di passaggio, enunciato e ribadito principi fondamentali in materia di portatori di handicap) e sotto l’aspetto dei soggetti destinatari degli effetti della pronuncia (da ritenersi non solo i portatori di handicap ma, in generale, tutti i soggetti, anche non disabili, che si trovano nelle condizioni previste dalla norma, dovendosi avere riguardo alla qualità dei fondi – se di passaggio adeguato o meno per l’accessibilità anche dei visitatori – e non solo alle condizioni personali di chi vi abita).

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Sotto il profilo strettamente pratico, invece, nella decisione in questione si ravvisano luci ed ombre. Tra gli aspetti positivi va annoverata la possibilità di scelta per il disabile tra l’eliminazione delle barriere architettoniche con gli strumenti approntati dal legislatore e la richiesta di passaggio coattivo. Ed è pur vero che si devono osservare, nell’applicazione dell’art. 1052 del cod. civ., i limiti stabiliti dall’art. 1051 cod. civ. e, quindi, l’esenzione dal passaggio coattivo in genere delle case, cortili, giardini e aie (che sono così esclusi dalla sottoposizione al servizio dei fondi interclusi); tuttavia è altresì fuor di dubbio che tale esclusione non è assoluta ma limitata al solo caso in cui il proprietario del fondo intercluso abbia la possibilità di scegliere tra più fondi dove esercitare il proprio passaggio, di cui almeno uno non costituito da case, cortili, giardini ed aie. In caso contrario tale limite non trova applicazione, comportando l’interclusione conseguenze ben più pregiudizievoli rispetto al disagio costituito dal transito attraverso case, cortili, giardini, aie (Cass. 14/12/88 n. 6814; id. 24/10/83 n. 6230).

Per quanto riguarda le ombre, essendo la servitù un peso a carico di un fondo per l’utilità di un altro fondo di diverso proprietario (ed involgendo, quindi, un rapporto tra fondi e non tra fondo e persona), è evidente che nel caso di edificio condominiale il rapporto di servitù si instaura tra fondo (di terzi) e condominio. Quindi è il condominio legittimato a richiedere al Giudice la costituzione della servitù, il che avverrà in concreto soltanto se il portatore di handicap

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(o il familiare di quest’ultimo), ivi residente e quindi direttamente interessato, si accollerà tutte le spese legali, il pagamento dell’indennità prevista dall’art. 1053 cod. civ. per la costituzione della servitù di passaggio, l’imposta di registro e quella ipocatastale, senza nemmeno poter portare in detrazione, ai fini dell’imposta sul reddito, quanto pagato a titolo di indennità, in assenza di qualsiasi normativa al riguardo.

La minore onerosità della servitù rispetto all’adozione delle misure previste dalla legge (es. installazione di un macchinario) appare pertanto più postulata che dimostrata. Altra decisione degna di rilievo è quella pronunciata dalla Cassazione (III sez. penale) in data 3/9/2001 che, sulla base dell’art. 24 L. 104/92, ha confermato la precedente condanna a lire 20 milioni di ammenda con sospensione per tre mesi dall’albo professionale e condanna ai danni morali di un architetto che, in qualità di direttore dei lavori finalizzati alla realizzazione di due sale cinematografiche, non aveva osservato le disposizioni dirette all’eliminazione delle barriere architettoniche omettendo, in particolare, la realizzazione di un ascensore per il raggiungimento della sala cinematografica posta al primo piano.

Nella fattispecie in esame il ricorrente è stato ritenuto responsabile del reato previsto dall’art. 24 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, in quanto, nella sua qualità di direttore delle opere, aveva ingiustificatamente modificato l’iniziale progetto che prevedeva la realizzazione di un ascensore atto a consentire agli handicappati

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l’accesso alla sala cinematografica superiore. Per giustificare la predetta modifica, l’imputato aveva dichiarato nel certificato di collaudo che alcune opere previste nel progetto originario (fra cui, appunto, l’ascensore) non erano state realizzate a causa dell’adeguamento imposto dal comando provinciale dei vigili del fuoco (autorità preposta alla prevenzione degli incendi), mentre in realtà era risultato dagli atti acquisiti dai vigili predetti (tavole di progetto e relazione tecnica) che il parere di questi venne rilasciato con riferimento ad un progetto che non prevedeva nè l’ascensore, nè il bagno per i disabili. Pertanto dagli atti acquisiti in giudizio non è mai emersa la sussistenza di una qualsiasi ragione tecnica comportante l’impossibilità di rispettare la normativa nella specie violata; da qui è derivata la condanna del ricorrente.

Si tratta di una sentenza che si limita all’applicazione di una norma di legge molto chiara e la cui interpretazione non dà adito a dubbi di sorta ma è indicativo il fatto che la Cassazione abbia confermato una decisione non tenerissima verso il professionista, che verosimilmente era alla sua prima condanna nella materia specifica e che pertanto poteva beneficiare del minimo della pena (ammenda di 10 milioni anzichè 20 e sospensione dall’albo per 1 mese anzichè 3).

Con ciò la Suprema Corte ha mostrato di valorizzare l’apparato legislativo approntato a tutela dei portatori di handicap e, quindi, il ruolo della persona umana e la eliminazione delle situazioni che generano disuguaglianza.

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Va anche segnalata un’altra recentissima sentenza della Cassazione (III sez. penale), la n. 3376 del 30/1/2002, che ha annullato la condanna in contumacia, in entrambi i precedenti gradi del giudizio, per abuso edilizio di un imputato disabile che non è stato messo nelle condizioni di accedere autonomamente nell’aula dove si dibatteva il processo, pur avendone fatta espressa richiesta, stante la presenza di barriere architettoniche. Va detto che in primo grado il Pretore aveva condannato in contumacia il disabile affermando che questi non aveva prestato quelle forme di adesione e collaborazione che avrebbero potuto agevolare il superamento dell’ostacolo (per esempio un accompagnamento “a braccia” da parte dei messi dell’Ufficio). La Corte, richiamata la filosofia complessiva e le specifiche leggi a tutela dei disabili, contenenti l’obbligo per le istituzioni di attivarsi affinchè questi possono esercitare i loro diritti nel rispetto della dignità umana e con la massima autonomia possibile, richiamata altresì la sentenza della Corte Costituzionale n. 167 del 10/5/99, ha motivato la propria decisione osservando che “una volta che l’autorità giudiziaria abbia convocato il cittadino a comparire in giudizio, spetta in via generale all’amministrazione garantire che per le persone disabili siano assicurate modalità di accesso ai locali rispettose dell’eguaglianza e della pari dignità di tutti i cittadini. Pertanto, il permanere di barriere architettoniche che impediscono all’imputato di accedere ai locali d’udienza rende nulla l’ordinanza che ne dichiara la contumacia”.

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Nella decisione in esame la Corte di Cassazione ha più volte criticato il giudice di primo grado sia per aver posto a carico dell’imputato un onere di attivazione positiva per rimediare alle mancanze – contrastanti con precisi precetti normativi – della P.A. sia per non aver verificato la possibilità di celebrare il processo in locali diversi agevolmente accessibili dall’imputato sia comunque per non aver rinviato il processo al fine di consentire l’assunzione delle iniziative necessarie a garantire all’imputato di esercitare in forme dignitose il proprio diritto di difesa.

La decisione della Corte contiene una precisa indicazione: alle istituzioni perchè prevengano situazioni di inaccessibilità come quella oggetto della sentenza in esame; ai giudici perchè, nell’impossibilità di garantire le modalità di accesso e di immediati interventi volti all’eliminazione delle barriere architettoniche, valutino di trasferire il processo in un luogo diverso ed idoneo (nello stesso senso si veda anche: Cass. Pen, sez.III, 17 dicembre 2001, n. 3508; id., 17 dicembre 2001, n. 3376; id., 17 novembre 2001, n. 3376, secondo la quale “gli interventi di rimozione degli ostacoli devono essere preventivi rispetto al manifestarsi dell’esigenza della persona disabile e i problemi di questa non possono essere oggi considerati come problemi individuali, bensì vanno assunti dall’intera collettività. Spetta all’amministrazione pubblica garantire alle persone disabili modalità di accesso ai locali rispettose dell’uguaglianza e della pari dignità di tutti i cittadini”)

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Infine, va segnalata la recentissima sentenza del Tribunale di Roma del 19 maggio 2003, che crea una nuova figura risarcibile, quella del danno morale “da vacanza rovinata” a favore del soggetto disabile che abbia dovuto fare i conti con barriere architettoniche presenti nel villaggio vacanze.

Nella fattispecie, un disabile e la sua famiglia avevano acquistato un soggiorno vacanze in Sardegna; il tour operator aveva garantito loro l’insussistenza di barriere architettoniche in loco, come espressamente chiesto dal cliente. Il tour operator è stato, dal tribunale capitolino, ritenuto contrattualmente responsabile per la mancata presenza di una camera atta alle difficoltà della persona non deambulante e, quindi, condannato al risarcimento del danno. La pronuncia in esame si segnala per la chiarezza con cui statuisce in ordine al regime di responsabilità gravante sull’organizzatore del pacchetto turistico (tour operator) ex art. 14 D.Lsg. n. 111/1995 (“Attuazione della direttiva 90/314/CEE concernente i viaggi, le vacanze ed i circuiti tutto compreso”), in base al quale, in caso di mancato o inesatto adempimento delle obbligazioni assunte con la vendita del pacchetto turistico, l’organizzatore/venditore è tenuto al risarcimento. Tale responsabilità, presunta iuris tantum, non è esclusa dal fatto che il danno sia stato materialmente causato dal prestatore di servizi (in questo caso, l’albergatore), di cui il tour operator si è avvalso, salva rivalsa nei confronti di questo, né dal fatto di aver fornito la prova della diligenza impiegata nell’esecuzione degli impegni contrattuali. Infatti, in base al decreto

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citato, solo l’impossibilità della prestazione per causa non imputabile può elidere tale regime di responsabilità, altrimenti il venditore risulta, comunque e sempre, tenuto a risarcire il danno causato. Quest’ultimo può essere di natura patrimoniale (pari al costo del viaggio inutilmente sostenuto) o morale (stress, minor godimento della vacanza), ritenuto, nel caso di specie, risarcibile anche in assenza di un fatto-reato, riecheggiando la sentenza della Cassazione n. 8827/03, secondo cui il danno morale è dovuto anche al di fuori dei limiti ex art. 2059 c.c., se l’illecito abbia leso interessi di rango costituzionale della persona. Per il giudice romano tale danno è risarcibile in via equitativa , tenendo conto del fatto che il personale del villaggio era stato solerte nel fare il possibile per ridurre al minimo i disagi, che la vacanza è stata portata a termine, che l’anno successivo la famiglia è ritornata nel medesimo villaggio. ***

In conclusione, l’orientamento della giurisprudenza resta di massima sicuramente influenzato dalla tendenza solidaristica della legislazione di tutela, mostrando di condividere lo scopo del pieno sviluppo dell’individuo portatore di handicap nella scia dell’affermazione del principio secondo cui la diversità non deve creare emarginazione ma pretende forme adeguate di partecipazione all’organizzazione sociale ed ai rapporti che in essa si svolgono. E ciò può essere raggiunto solo con la conquista della pari dignità e della libertà di movimento.

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Cosa dire quando succedono cose del genere…..rimani senza parole e la delusione per il genere umano è grande. In questo paese dove per difendere i tuoi diritti di disabile devi continuamente discutere con persone che se ne fregano, se esiste l’evasione fiscale, la mafia, la politica che non difende i valori umani cosa possiamo fare?  La risposta è Amare anche queste persone che abusano di forza e prepotenza, non porgiamo l’altra guancia, ma amiamo queste persone che sbagliano perchè il loro cervello, cuore, anima è carente, carente di amore e quindi conoscono solo la violenza, la bruttura, quindi aiutiamo questi animali inferiori a percorrere una strada migliore. Sono disabili nel cervello, disabili nell’anima, disabile nel cuore, disabili nei sentimenti, sono carenti e così rimarranno nella loro vita e nella loro morte. Non sapranno mai della bellezza della vita…..bisogna capire che sono veramente povere persone….cF

Guido Gremmi, 76 anni, è stato travolto e ucciso in pieno centro a Cremona dopo una lite per un parcheggio che era destinato alla compagna disabile Bruna Dondi, 79 anni. L’investitore è fuggito.

La lite, finita con la morte del pensionato, e’ avvenuta attorno attorno alle 18, in via Capra Plasio, non molto distante da dove si sta tenendo la tradizionale Festa del Torrone, fiera che attrae moltissimi visitatori.

La vittima, Guido Gremmi, 76 anni, originario di Bobbio (Piacenza), da cinque residente nella stessa via dove e’ stato investito ed ucciso, stava rincasando in macchina con la sua convivente, Bruna Dondi, invalida al cento per cento, dopo aver fatto la spesa.

Secondo una prima ricostruzione, appena imboccata via Capra Plasio , un senso unico, la coppia trova una vettura di grossa cilindrata che occupa il posteggio riservato ai disabili e assegnato alla donna circa un mese fa.

I due conviventi accostano la Fiat Punto verde metallizzato e portano i sacchetti della spesa in casa. Quando il pensionato ridiscende per sistemare l’auto, trova il parcheggio ancora occupato. Con il telefonino chiama il comando della polizia locale, per chiedere l’intervento di un agente. L’operatore del comando invia una pattuglia. A questo punto che tutto precipita.

Lite

Il proprietario della vettura che occupa il posteggio torna. Tra lui e Gremmi inizia da subito un alterco che ben presto degenera. I due alzano la voce, probabilmente si accapigliano. Dagli appartamenti vicini c’e’ chi sente, oltre alle urla, il tonfo di pugni su una carrozzeria.

Poi, la follia: l’uomo che parte a tutta velocita’, investe il pensionato e si dilegua. Gremmi resta a terra, immobile. Per lui non c’e’ piu’ niente da fare. Ora l’automobilista e’ braccato in tutto il nord Italia con l’accusa di omicidio volontario.

Omicidio a Cremona, investito e ucciso Guido Gremmi

Si è costituito ai carabinieri l’uomo che ha ucciso il 19 novembre un uomo, investendolo, per via di una lite per un posto d’auto per disabili a Cremona. Si tratterebbe di un imprenditore di 60 anni di Bassano bresciano che si è costituito nel tardo pomeriggio a Brescia.

LA LITE E L’OMICIDIO – E’ un piacentino la vittima dello sconvolgente omicidio avvenuto il 19 novembre in pieno centro a Cremona. Guido Gremmi, pensionato 76enne di Bobbio ma da qualche anno residente nella città del Torrazzo, è stato investito da un automobilista alla guida di un Suv al culmine di una lite per un parcheggio. L’assassino in preda all’ira, alla guida di un Audi Q5 nero attualmente ricercato in tutta Italia, avrebbe infatti deliberatamente travolto e ucciso l’anziano piacentino, che è morto sul colpo davanti agli occhi della moglie disabile e di alcuni vicini di casa che hanno assistito alla scena e hanno chiamato la polizia.

Da una prima ricostruzione sembra che il piacentino insieme alla moglie, a bordo della loro Fiat Punto, intorno alle 18 siano tornati dal supermercato dove avevano appena fatto spesa. Davanti alla loro abitazione di via Plasio c’è uno spazio auto per disabili fatto mettere appositamente per la donna. Al loro arrivo però il posteggio delimitato dalle righe gialle e con l’apposito cartello era occupato dal Suv. Mentre scaricavano la spesa davanti alla porta di casa, il piacentino ha chiamato la polizia municipale per far rimuovere l’Audi, ma proprio in quel momento è arrivato un uomo, descritto dai testimoni come di mezza età, che è salito a bordo del Q5.

Gremmi gli ha fatto subito notare che aveva occupato abusivamente uno spazio per disabili, e tra i due è nata una lite violenta e sembra che siano anche arrivati alle mani. Poi però lo sconosciuto è salito sul Suv, ha ingranato la prima ed è partito a tutta velocità travolgendo il 76 enne che è morto sul colpo. Sul posto sono arrivate subito le pattuglie della polizia municipale e della stradale di Cremona insieme alla squadra mobile.

Testimoni
Ma a una parte di quella scena hanno assisto un paio di testimoni: il loro racconto potrebbe rivelarsi decisivo per prendere l’omicida. Stessa cosa vale per le immagini fissate dalle telecamere del circuito di videosorveglianza installate in zona. Le prime indicazioni date alle pattuglie delineano un uomo di eta’ media (c’e’ una parziale descrizione), l’auto di grossa cilindrata e parte della targa.

Lite per parcheggio disabile 
travolto e ucciso un pensionato
Un pensionato di 76 anni, Guido Gremmi, è stato travolto e ucciso in pieno centro a Cremona dopo una lite per un parcheggio che era destinato alla compagna disabile. L'investitore è fuggito e le forze dell'ordine gli stanno dando la caccia. Secondo le prime informazioni si tratterebbe di un uomo di mezza età a bordo di un'Audi Q5 di colore nero. Per lui si prefigura il reato di omicidio volontario
Foto di repertorio (LaPresse)

CREMONA -Travolto e ucciso dopo la lite per un parcheggio. E’ una fine assurda quella toccata ieri sera intorno alle 18, nel cuore di Cremona, a Guido Gremmi, 76 anni, originario di Bobbio (Piacenza), da cinque residente in via Plasio, a venti metri dal luogo dove un automobilista, ora braccato in tutto il Nord Italia con l’accusa di omicidio volontario, lo ha investito ammazzandolo.

In un appartamento li’ davanti la convivente di Gremmi, invalida al cento per cento, ha sentito le urla ed è scesa. Si è trovata davanti un paio di ragazzi che le hanno detto di non avvicinarsi a quell’uomo appena travolto da un’auto. Consiglio respinto: pochi passi e si è trovata di fronte al suo uomo ormai senza vita.

Gremmi e la convivente, Bruna Dondi, stavano rincasando dopo aver fatto la spesa. Appena imboccata via Capra, un senso unico, trovano una vettura di grossa cilindrata che occupa il posteggio a righe gialle per disabili assegnato alla donna circa un mese fa. I due accostano la Fiat Punto verde metallizzato, portano le sporte in casa. Quando il pensionato ridiscende per sistemare l’auto, trova il parcheggio riservato ancora occupato. Con il telefonino chiama il comando della polizia locale, affinchè un agente intervenga per far liberare il posto. L’operatore del
comando invia una pattuglia.

E’ a questo punto che tutto precipita. Il proprietario della vettura che occupa irregolarmente il posteggio torna. Tra lui e Gremmi inizia da subito un alterco che ben presto degenera. I due alzano la voce, probabilmente si accapigliano. Dagli appartamenti vicini c’è chi sente, oltre alle urla, il tonfo di pugni su una carrozzeria. Poi, la follia: l’uomo che sale in auto, parte a tutta velocità, investe il pensionato e si dilegua. Gremmi resta a terra, immobile. Per lui non c’è più niente da fare. E’ morto.

Ma a una parte di quella scena hanno assisto un paio di testimoni: il loro racconto potrebbe rivelarsi decisivo per prendere l’omicida. Stessa cosa vale per le immagini fissate dalle telecamere del circuito di videosorveglianza installate in zona. A lanciare l’allarme alle altre centrali operative sono gli agenti della polizia locale che si trovano davanti al corpo senza vita del 76enne a pochi passi dal parcheggio vuoto e dalla Fiat Punto della coppia lasciata pochi metri prima. Nell’arco di pochi minuti gli agenti della squadra volante chiudono la strada con le transenne. I loro colleghi della squadra mobile e quelli della scientifica raccolgono ogni elemento utile per identificare e rintracciare lo sconosciuto: sentono i testimoni, scaricano le immagini registrate della videocamere, restano in contatto continuo con la polstrada, che ha fatto scattare decine di posti di controllo. La nota di ricerca arriva in decine di province, a cominciare da quelle di Brescia, Piacenza, Parma e Mantova. Le prime indicazioni date alle pattuglie delineano un uomo di età media (c’è una parziale descrizione), l’auto di grossa cilindrata e parte della targa.

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Se l'invalido viaggia in Ferrari

non è un fotomontaggio, è una foto scattata a Roma………peggio di così……..cF

Se l'invalido viaggia in Ferrari

Centinaia di falsi contrassegni invalidi e di permessi per la zona a traffico limitato del centro storico intestati a persone decedute sono stati sequestrati dai vigili urbani del I gruppo al termine di una serie di approfondite verifiche. È risultato in particolare che, nei primi quattro mesi di quest’anno, sono stati 389 i contrassegni e i permessi irregolari: 82 i contrassegni invalidi intestati a persone decedute, 45 falsificati o clonati, 101 scaduti, 62 solo in copia fotostatica e 15 di provenienza furtiva. È emerso anche che 49 permessi ZTL erano in copia fotostatica e 35 permessi ZTL scaduti.

È stata l’impossibilità di notificare migliaia di verbali a persone perché decedute, sconosciute o a ditte fallite che ha fatto scattare la complessa indagine della Polizia Municipale del I Gruppo, diretto dal comandante Carlo Buttarelli. Per le verifiche sono stati incrociati i dati dell’Ufficio Notifiche, con quelli dell’Ufficio Iride (controlli ZTL) e dell’Ufficio Contravvenzioni.

Dagli accertamenti eseguiti è emerso che numerosi ricorsi presentati avverso verbali redatti per violazioni al Codice della Strada riproducevano in allegato copia di permessi o contrassegni in corso di validità intestati a persone decedute anche da diversi anni, che risultano invece sottoscrittori dei ricorsi. Sono quindi scattate denunce per sussistenti responsabilità di carattere penale.

Diverse le situazioni venute alla luce dalle verifiche dei vigili urbani, tra le quali quella di un conducente di una Fiat Panda, che si è reso responsabile di ben 494 passaggi in ZTL Trastevere, al quale è stato sequestrato un contrassegno invalidi e ritirata una carta di circolazione intestati ad un congiunto morto nel 2005.

C’è un conducente di una Mercedes intercettata su via IV Novembre che era riuscito ad evitare la notifica di oltre 1300 verbali per altrettanti passaggi ai varchi ZTL di Teatro Marcello, via Cavour e Corso Vittorio Emanuele II, grazie ad un falso permesso intestato ad un cittadino residente in una città del nord.

L’indagine svolta ha consentito di accertare un consistente numero di accessi ai varchi ZTL con veicoli riportanti targhe contraffatte o alterate. Ben 75 le persone identificate e denunciate che utilizzavano questo espediente, modificando alcune lettere delle targhe (per es. L che diventava I o F che diventava E). Sono anche stati sequestrati diversi veicoli oggetto di appropriazione indebita ed un veicolo acquistato con «furto d’identità» che ha portato alla denuncia di un professionista romano.

L’indagine continuerà. «L’indagine – ha annunciato il Carlo Buttarelli, comandante del I Gruppo Centro Storico dei Vigili Urbani – continuerà e si amplierà a tutto il territorio del I Municipio, nel corso dei prossimi mesi, in quanto è intenzione della polizia municipale verificare la legittimità e la regolarità del maggior numero possibile di permessi ZTL e contrassegni per disabili in circolazione».

I controlli consentiranno all’amministrazione comunale anche di poter recuperare ingenti somme di denaro non riscosse a titolo di sanzioni amministrative pecuniarie (si tratta di centinaia di migliaia di euro), relative, appunto, a violazioni del codice della strada per le quali, a causa degli artifizi posti in essere, non è stato possibile, al tempo, individuare gli effettivi trasgressori.

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Truffa dei pass, i mille invalidi fantasma
In aumento le segnalazioni di abusi. Autorizzazioni rivendute o intestate a parenti defunti
MILANO – Qualcuno li guarda da lassù mentre imboccano una corsia riservata e parcheggiano gratuitamente nel centro storico. Falsi invalidi nel nome del padre. Disabili su carta intestata e scaduta. Sono 968 i fantasmi su quattroruote, automobilisti che custodiscono il ricordo e conservano il pass d’un parente deceduto, ne sfruttano illegalmente i diritti e sfuggono ai controlli incrociati di Comune, Anagrafe, Asl e polizia locale: «È un comportamento odioso, inqualificabile, uno schiaffo a chi convive realmente con un handicap» denuncia Franco Bomprezzi, già portavoce dell’associazione Ledha e consulente della giunta Pisapia per la tutela delle fasce deboli.

L’ultima frontiera degli sciacalli è stata appena valicata. Dieci persone hanno celebrato il funerale del congiunto e si sono precipitate alla centrale di piazza Beccaria, appena prima che gli agenti certificassero il decesso e aggiornassero il database, per ottenere il duplicato del contrassegno e il suo «trasferimento» su un’altra vettura di famiglia. Potevano? No. Era un raggiro. Sono stati denunciati per truffa. Dalle cronache giudiziarie emergono a ondate inchieste sull’utilizzo indebito dei lasciapassare nel traffico. Nell’ufficio Procedure sanzionatorie di via Friuli, secondo l’accusa della Procura, operava una cellula di agenti infedeli e spregiudicati. Sono stati i vigili urbani «puliti» a incastrare i colleghi «corrotti»: diciassette ghisa gestivano – tra l’altro – un traffico di documenti clandestini direttamente dal Comando di Zona 2, avevano definito un tariffario, messo in coda i clienti, accontentato gli amici. Cento euro e la pratica era sbrigata. L’indagine è praticamente chiusa. I reati contestati sono pesantissimi. Corruzione e peculato.

Gli automobilisti-truffatori s’infilano nelle maglie larghe dei controlli e nella rete delle competenze per vagolare sui confini del lecito. C’è chi denuncia d’aver smarrito il tagliando per ottenerne una copia (beccato), chi pretende un contrassegno per un parente di 99 anni o un malato talmente grave da potersi muovere solo in ambulanza, chi clona o fotocopia il cartoncino con una stampante a colori (presi), chi li ruba (226 certificati risultano «sottratti al proprietario» e altri sono 301 «scomparsi»), chi li rivende (dovrà rispondere del reato di ricettazione) e chi, più banalmente, utilizza la tessera in assenza del titolare disabile sul lato passeggero. Il perché è presto detto: il «bonus» invalidi libera le corsie preferenziali di autobus, tram e taxi (un passaggio su tre è «abusivo»), spalanca le zone a traffico limitato e l’area ecopass, consente di posteggiare gratuitamente nei posteggi a pagamento (strisce blu).

Il neoassessore alla Polizia locale, Marco Granelli, ha ordinato agli agenti di insistere con le verifiche e bastonare i trasgressori: «Per i parcheggi riservati ai portatori di handicap stiamo invece studiando un sistema di microchip che identifichi la vettura sui 4.077 stalli personalizzati e lanci immediatamente l’allerta in caso di infrazione». In Comune sono registrati 21.229 pass auto per disabili. Il sistema elettronico del ticket antismog ha consentito, negli ultimi tre anni e mezzo, di ripulire almeno in parte gli elenchi e identificare centinaia di furbi: i contrassegni intestati a persone decedute sono progressivamente scesi dai 3.320 del 2009, ai 1.467 dell’anno dopo, fino ai 968 attuali. Ogni permesso è a termine. Ci sono quelli per invalidità permanente (durano generalmente cinque anni e sono rinnovabili) e quelli per invalidità temporanea (si va da una gamba rotta a patologie gravissime). Il problema è recuperarli alla scadenza. Il Comune spedisce una lettera a casa degli assegnatari «per segnalare la necessità di rinnovo o l’eventuale restituzione». Risposte? Poche. E dunque sospette.

Per questo sono necessari gli screening periodici attraverso la Consulta per la disabilità, gli uffici anagrafici e la polizia locale: «Il settore Mobilità – spiegano dall’assessorato di Pierfrancesco Maran – aggiorna ogni quindici giorni il file con le targhe delle auto associate ai pass e depenna i tagliandi intestati ai deceduti, così la polizia può riconoscere e multare un veicolo parcheggiato abusivamente». Se vengono letti dalle telecamere antitraffico, i pass irregolari finiscono invece automaticamente cancellati dalla lista. E i fantasmi mitragliati di sanzioni telematiche.

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Monica Bastianelli interviene duramente sulla questione sanremese del contrassegno autoprodotto da un consigliere e su chi ha occupato il posto per disabili davanti a palazzo Bellevue pur non avendo il titolo

“Oggi ho notato con mio grande stupore che anche il consigliere dell’opposizione Faraldi, come già fatto dal presidente consiglio comunale Lupi, si è prontamente espresso sulla questione del “contrassegno autoprodotto”. Tutti si sono affrettati a ribadire la loro estraneità alla vicenda, molto probabilmente salterà fuori che è stato messo lì all’insaputa di qualcuno. Io da disabile mi sento profondamente indignata dal fatto che nessun consigliere ne’ di maggioranza ne’ di opposizione si sia adoperato per capire chi parcheggi continuamente nel posto riservato ai disabili durante i consigli comunali. Penso non ci sia la volontà da parte di nessun membro dell’amministrazione di cercare di capire ed eventualmente chiedere scusa per la mancata sensibilità. Ho letto che Sanremo ha grandi ambizioni e vorrebbe seguire le orme di Holliwood con pavimentazioni in marmo e stelle davanti all’Ariston ma non è ancora in grado di riuscire a capire che i diversamente abili sono parte della società e non un mondo a parte. La delusione si aggrava quando leggo che l’amministrazione l’unica volta che si occupa dei diversamente abili è perchè vuole togliere la gratuitità dei parcheggi in zona blu a loro dire per agevolare il commercio (si vede che noi disabili non spendiamo abbastanza nonostante le altissime pensioni di invalidità che percepiamo). Inoltre ho notato, con mio grande stupore, che il parcheggio disabili sito in Via Matteotti sotto il casinò ha la sosta solo per 15 minuti… Mi domando se a palazzo Bellevue si siano mai chiesti cosa voglia dire essere disabile e muoversi con le stampelle o una carrozzina. Le parole in questo caso servono a ben poco. Capite allora la mia indignazione quando scopro che un consigliere parcheggia nella zona riservata ai diversamente abili senza esporre il contrassegno (perchè ne è sprovvisto o per dimenticanza?), senza essere multato dai vigili e senza che nessun esponente nè di maggioranza nè di minoranza faccia delle verifiche come nel caso del motorino! Spero di avere a breve una risposta”.

SPEZZANO ALBANESE – E’ ormai un problema annoso che costringe la famiglia Cascone, residente a Spezzano Albanese, a combattere quotidianamente contro “l’assenza delle istituzioni, che non riescono a garantire il rispetto delle leggi” e, soprattutto, contro “la cattiva educazione dei cittadini”.
Sono questi i concetti che emergono guardando un posto macchina riservato ai disabili e, puntualmente, occupato “dal primo che capita”.
Ci troviamo in via Skanderbeg, arteria che si collega con la Via Nazionale nel centro cittadino. Qui è stato realizzato un parcheggio per disabile non nominativo. «Qualcuno al comune -spiegano dalla famiglia Cascone- ci ha detto che per un permesso di tipo nominativo si doveva riunire la giunta ma oltre a ciò nulla ci è stato detto».
A tutto questo va aggiunto il problema che dall’altro lato della piccola strada c’è il garage che, automaticamente, viene bloccato, dal parcheggio occupato, impedendo quindi l’entrata o l’uscita.
«Non capiamo -continuano- perché il Comune di Spezzano non riesce a dare la possibilità a due persone di uscire dal proprio garage, dal Comune autorizzato e che loro viene pagato». Da una recente visura catastale, infatti, il locale risulta essere a tutti gli effetti un garage e per tale dovrebbe essere utilizzato, ma i proprietari dicono di non riuscirci.
«In due anni che viviamo a Spezzano -continuano- abbiamo subito due sfregi alle automobili, per una cifra complessiva di circa 4mila euro. In tutto questo crediamo che sia responsabile anche l’amministrazione comunale che non riesce a dare una risposta concreta al problema. Ci chiediamo quale sia l’ufficio preposto a dare una risposta definitiva».
Intanto è partita una istanza martedì scorso indirizzata al sindaco, all’ufficio tecnico ed al comandante di Polizia Municipale. «La soluzione che abbiamo proposto è stata quella di mettere dei dissuasori di sosta ma dal comando di Pm è arrivato un netto “no”. Aspettiamo entro trenta giorni una risposta definitiva».

Spesso, a causa della scarsità dei posti disponibili per il parcheggio delle persone disabili, unita all’incivilità di molti automobilisti che, con prepotenza e menefreghismo, occupano gli stalli dedicati alle persone con ridotta capacità motoria, queste ultime si trovano costrette a parcheggiare in modo “non regolare”. Altre volte invece, nonostante i permessi rilasciati dal Comune, l’invalido si vede arrivare a casa la sanzione per il passaggio non autorizzato nelle zone c.d. ZTL. Quali sono, in questi casi, i diritti di queste persone? I casi ipotizzati sono due: una sanzione per “lasciava il veicolo in sosta in area regolata da parchimetro” e l’altra per “circolava senza autorizzazione nella zona a traffico limitato sottoposta a controllo del varco elettronico”.
 Occorre dire subito che il contrassegno invalidi può essere utilizzato dal titolare in qualunque autovettura il medesimo si trovi, sia in qualità di conducente e sia in qualità di trasportato. Il rilascio del contrassegno invalidi permette al titolare, ex D.P.R. n.503/96 e ss.mm., …la circolazione e la sosta … nelle zone a traffico limitato e nelle aree pedonali urbane … qualora è utilizzato l’accesso anche ad una sola categoria di veicoli per l’espletamento di servizi di trasporto per pubblica utilità. … Per percorsi preferenziali o le corsie preferenziali riservati oltre che ai mezzi di trasporto pubblico anche ai taxi (che, fornendo un servizio pubblico possono accedere a tutte le strade riservate al trasporto pubblico), la circolazione deve intendersi anche ai veicoli al servizio di persone invalide detentrici dello speciale contrassegno …, ovvero, ex art.188 C.d.S. …i veicoli al servizio di persone invalide autorizzate … non sono tenute all’obbligo del rispetto dei limiti di tempo se lasciati in sosta nelle aree di parcheggio a tempo determinato …, e ancora, ex art.11 D.P.R. 503/96 …nell’ambito dei parcheggi o delle attrezzature per la sosta ovvero con custodia dei veicoli, devono essere riservati gratuitamente ai detentori del contrassegno almeno 1 posto ogni 50 o frazione di 50 posti disponibili ….

In realtà nessuna disposizione di legge oggi prevede in modo specifico che il soggetto invalido, in assenza dello spazio a lui destinato, possa occupare gratuitamente lo stallo “pubblico”, anche se molti Comuni hanno cominciato a prevedere una tale esenzione. Tuttavia si deve precisare che è indubbio che la Pubblica Amministrazione non può chiedere il pagamento di una tariffa oraria a chi, trovando occupato lo stallo a lui appositamente riservato, ne occupi un altro peraltro non adeguatamente attrezzato a soddisfare in pieno le sue esigenze, dovendosi imputare tale disagio anche ad una mancanza di previsione, da parte dell’Amministrazione, di un maggior numero di stalli riservati. Pertanto, nel caso in cui il parcheggio riservato ai disabili è occupato, è possibile parcheggiare gratuitamente nelle aree a pagamento. E’ questo l’orientamento del Ministero dei Lavori pubblici nell’interpretare le norme sulla tariffazione della sosta, in risposta ai quesiti sollevati da alcune amministrazioni comunali. Questo orientamento va soprattutto a beneficio di chi abita nelle grandi città dove il numero dei “contrassegni rilasciati” agli invalidi supera di gran lunga quello dei parcheggi disponibili, mentre indifferenza e maleducazione, unite ad uno scarso ricorso ai carri-gru per la rimozione forzata, portano troppo spesso gli automobilisti ad occupare abusivamente i posti dei disabili.

Veniamo alla seconda ipotesi che, sotto certi aspetti, è ancor più paradossale perché in questo caso la normativa c’è ed è chiarissima. Ebbene, il rilascio del contrassegno invalidi permette al titolare, come sopra detto, ex D.P.R. n.503/96 e ss.mm., Art.11 …la circolazione e la sosta … nelle zone a traffico limitato e nelle aree pedonali urbane … qualora è utilizzato l’accesso anche ad una sola categoria di veicoli per l’espletamento di servizi di trasporto per pubblica utilità. … Per percorsi preferenziali o le corsie preferenziali riservati oltre che ai mezzi di trasporto pubblico anche ai taxi (che, fornendo un servizio pubblico possono accedere a tutte le strade riservate al trasporto pubblico), la circolazione deve intendersi anche ai veicoli al servizio di persone invalide detentrici dello speciale contrassegno … Art.12 … il contrassegno è valido in tutto il territorio nazionale…

E’ chiarissimo, quindi, che il diritto al passaggio è operativo sempre ed in tutto il territorio nazionale.

Il problema sorge allorché la persona titolare del contrassegno si trovi nella zona ZTL di una città diversa da quella di residenza poiché, allo stato attuale, non esiste un adeguato sistema informatizzato che permetta la circolazione di questi dati (ovvero numero di targa e numero di contrassegno assegnato) in tutte le Amministrazioni interessate d’Italia. Pertanto l’invalido, benché abbia pieno diritto di circolare nelle zone a traffico limitato di tutta la nazione, per evitare che gli arrivi la “multa” deve (molti Comuni hanno reso obbligatoria tale comunicazione) preventivamente informare l’autorità di polizia del suo passaggio.  Avv. Tania Della Bella

 

Una grande stronzata ecco di che si tratta………. noi Italiani dovremmo imparare dai Francesi, Tedeschi e Inglesi ecc…..

come trattano la questione. Siamo un paese di incivili e insensibili, in queste cose L’italia è sempre al primo posto. 

Parcheggi invalidi da regolamentare

È giusto che le auto con contrassegno dei disabili parcheggino dentro le strisce blu gratuitamente? Il coordinatore cittadino del Pdl ha scritto recentemente al sindaco Raimondi chiedendogli di “regolamentare con apposita Delibera di Giunta Comunale la sosta gratuita entro le strisce blu degli autoveicoli che espongono il cartellino arancione per disabili”. E spiega che “tale richiesta non solo servirebbe a garantire concretamente una maggiore mobilità e fruizione dei servizi all’interno della nostra città da parte di persone portatrici di handicap, ma anche e soprattutto per dimostrare la particolare attenzione e sensibilità che gli amministratori riservano a tali delicate problematiche”.
Esiste, infatti, una controversia riguardante i parcheggi a pagamento per i disabili dopo la pubblicazione della Sentenza della Corte Suprema di Cassazione n. 21271 del 5 ottobre 2009. Secondo la quale non è gratuita la sosta di un’auto al servizio di un disabile, detentore dello speciale contrassegno qualora tale auto sia stata parcheggiata in uno spazio di sosta a pagamento a causa dell’indisponibilità di uno degli stalli riservati gratuitamente ai disabili. Nella Sentenza si specifica: “Dalla gratuità – anziché onerosità come per gli altri utenti – della sosta deriva, infatti, un vantaggio meramente economico, non un vantaggio in termini di mobilità, la quale è favorita dalla concreta disponibilità, piuttosto che dalla gratuità, del posto dove sostare; sicché, anche in caso di indisponibilità dei posti riservati (…) non vi è ragione di consentire, in mancanza di previsione normativa, la sosta gratuita alla persona disabile che abbia trovato posto negli stalli a pagamento”.
Tante notizie sono apparse successivamente al deposito della sentenza del 5 ottobre scorso con informazioni spesso fuorvianti fra cui la più eclatante che così possiamo sintetizzare: i parcheggi entro le linee blu sono a pagamento per le persone in possesso del contrassegno invalidi. Ma la Cassazione non ha detto questo anche perché non esiste una legge che lo stabilisce. Tuttavia alcune Amministrazioni Comunali e Comandi di Polizia Locale l’hanno usata impropriamente come se fosse una norma, dopo averne ampiamente distorto il dispositivo. Spesso le amministrazioni tendono ad interpretare le norme a loro vantaggio per il solo fine di battere cassa, considerando i cittadini sudditi della politica mentre invece è la politica che deve essere al servizio della comunità.
La vicenda è iniziata con la contestazione della multa da parte di un signore di Palermo, che aveva sostato la propria auto, esponendo il contrassegno di invalidità, sulle strisce blu e non pagando la sosta in quanto disabile. Sia il Giudice di Pace di Palermo che la Corte di Cassazione hanno rigettato però il ricorso in quanto “non esiste una legge che preveda l’esenzione per i disabili del pagamento del ticket della sosta sulle strisce blu”. Diversa la decisione del Giudice di pace di Pisa che ha sentenziato che se un invalido non trovasse il posto a lui riservato, per legge, nel parcheggio pubblico o che sia occupato da chi non ne abbia il titolo, è corretto che il disabile parcheggi gratis negli stalli blu.
Va comunque sottolineato che le Sentenze di Cassazione rappresentano una interpretazione normativa, benché autorevole, ma cogente solo per il caso specifico in esame: non sono “legge”, né sono vincolanti per altre eventuali sentenze dei giudici ordinari o dei giudici di pace, né abrogano norme e regolamenti in essere. Tuttavia, partendo dal presupposto che il parcheggio nelle strisce blu è a pagamento, i Comuni

possono decidere se prevederli gratuiti o meno per gli invalidi, così come sono liberi di modificare o meno il proprio regolamento, che non violi la norma. La loro potestà decisionale rimane immutata. Il che da un lato comporta una disomogeneità territoriale, ma dall’altra mantiene l’opportunità di sensibilizzare i Comuni più attenti alla mobilità e all’autonomia delle persone con disabilità. Questo il senso della lettera del coordinatore del Pdl Cristian Leccese, mirata proprio a sensibilizzare il sindaco Raimondi a farsi carico di questo problema adottando una delibera di giunta che consenta la gratuità della sosta nelle strisce blu ai detentori di contrassegno invalidi. Contestualmente va attivato il comando della Polizia municipale a vigilare più capillarmente sugli abusi e sulle “occupazioni” abusive degli stalli per invalidi da parte di chi, forse sbadatamente, ha la cattiva abitudine di occupare indebitamente i posti riservati agli invalidi.

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Non ho parole per esprimere tutta la mia meraviglia per quello che fate, siete veramente delle persone eccezionali a cui va tutta la mia ammirazione e sostegno. cF

 

Lavorare con le immagini permette di ancorare l’input linguistico alla memoria visiva. Le forme, i colori, il gioco di ombre e luci che caratterizzano le immagini stimolano la fantasia, toccano la sfera della creatività. L’immagine è una sorta di metafora tradotta in visione.
L’immagine fa parte di un linguaggio universale e tuttavia, pur non essendo vincolata ad una cultura, trasmette spesso le caratteristiche peculiari di paese. Può inoltre rivelarsi utile ad integrare il libro di testo; attiva la motivazione; tocca la sfera della proiezione e dell’identificazione, sollecitando l’intelligenza intrapersonale; vale ad ampliare il lessico, ad introdurre nuove riflessioni linguistiche o semplicemente a stimolare la produzione.

 

“Miste
Lente
Sparse immagini
Tra occhi e mare
A mezz’aria
Sdraiato su un fiume di sabbia
Cavalcare draghi marini
A mezz’aria
Baciavo la sposa
Io cavaliere di fuoco
…. fiato spezzato”

G. Calcagno

 

L’esperienza dello stage sui linguaggi del teatro delle diversità, guidato dal gruppo di artisti della Néon Teatro e da un gruppo di attori Down della compagnia ‘Bagnati di Luna – A.I.P.D.’ (Associazione Italiana Persone Down) di Catania, vuole rivolgersi principalmente ai gruppi classe delle scuole medie inferiori e superiori della provincia di Catania. La compagnia Bagnati di Luna – A.I.P.D. lavora stabilmente dal 2000, e come da curriculum ha prodotto diversi spettacoli e opere teatrali inedite, affermandosi come una delle realtà europee più consolidate nel panorama del Teatro delle diversità. L’esperienza dello stage punta a diventare un utile momento di interazione tra persone “diverse”, oltre che un utile strumento di conoscenza ed approfondimento da parte degli studenti, di aspetti della disabilità spesso ignorati.

“Eccoci qui. Come una canzone d’amore.
Segni intrecciano le cose della realtà,
gli occhi vedono, le orecchie ascoltano,
la bocca pronta alle parole. Scoprire
modificare, rivelare il mistero. Che non c’è
alcun mistero, se non l’accadere del fatto.
Ogni cosa, tutte le cose già gravide
di tutte le forme che appariranno.”

P. Ristagno

 

 

 

NéonTeatro (denominazione che l’associazione culturale Néon si da in relazione a tutti i progetti teatrali), senza scopo di lucro, opera dal 1988 in Italia e particolarmente in Sicilia dove ha sede. Ad oggi le sue attività sono volte a creare una cultura del valore dell’essere umano attraverso i linguaggi del Teatro, agendo sia in luoghi tradizionalmente deputati, sia in quei contesti aggregativi in cui è forte il fermento e la voglia di sperimentarsi in forme espressive che puntano a dare risalto al valore del proprio modo di esistere nel mondo. I ragazzi nelle scuole, i loro insegnanti,  gli ospiti delle comunità, le persone down, i non udenti, i non vedenti, chi ha handicap motori, gli extracomunitari, persone curiose, incoscienti, sagge, bambini, anziani, genitori, familiari, amici ecc…; con tutti loro facciamo il Teatro, scoprendo ogni volta il valore poetico, la potenza delle immagini intrinseche in ognuno, che si fanno parola, gesto, danza, segno, silenzio, suono.

Attività Professionale

NéonTeatro, svolge l’attività teatrale in diversi contesti associativi, realizza laboratori di Teatro integrato e promuove tecniche di animazione teatrale negli istituti scolastici (corsi d’aggiornamento per insegnati e laboratori con alunni) e in contesti di formazione e aggiornamento per tecnici della riabilitazione psichiatrica, psicologi, pedagogisti, operatori di comunità, assistenti sociali.
– dal 1999 ad oggi  lavora stabilmente in diverse case famiglia, comunità alloggio e comunità terapeutiche per persone con disagio psichico.
Produce laboratori e ha promosso la creazione di compagnie teatrali nelle suddette  strutture. Gli spettacoli prodotti sono stati proposti sia ad un pubblico di studenti che ad un pubblico aperto, creando anche rassegne apposite sul Teatro delle diversità.
– dal 2000 ad oggi  partecipa in tutta Italia, con i suoi associati a conferenze seminari e convegni sui temi dell’arte terapia, del Teatro sociale e del Teatro delle diversità; ha partecipato alla promozione del libro “E li chiamano disabili” ed. Rizzoli,  del giornalista e scrittore Candido Cannavò; ha collaborato alla rivista “Nuove Catarsi” oggi “I Teatri delle diversità” edita dal Teatro Aenigma Associazione culturale e diretta dal Prof. Vito Minoia, prima rivista a livello nazionale ad occuparsi di temi legati al Teatro delle diversità e del Teatro sociale; ha organizzato incontri dibattito sul tema della diversità, dell’inclusione sociale e del ruolo del Teatro in scuole, convegni, meeting associativi, manifestazioni regionali e nazionali (Paraolimpiadi, Teatrabilità, Festival di Cartoceto, Edge Festival di Roma e Milano, ecc…); numerosissimi sono gli interventi degli esperti che operano al suo interno come formatori, conduttori e docenti nei workshop legati al disagio ed in particolare al disagio psichico (Convegni FENASCOP, convegni organizzati dal D.S.M. di Catania) e disabilità percettive (Ens, Uic); oramai stabili le esperienze in cui gli esperti che operano al suo interno sono chiamati come docenti negli istituti socio pedagogici e per i servizi sociali della provincia di Catania e non solo (Lucia Mangano, Lombardo Radice, Turrisi Colonna, ecc…) nei corsi di formazione per attori, e in diverse scuole di Teatro a livello nazionale rispetto ai linguaggi del Teatro delle diversità; di grande rilievo la decennale collaborazione con l’ A.I.P.D. (Associazione italiana persone down) sez. di Catania che ha dato vita alla compagnia Bagnati di Luna A.I.P.D. e con la quale ha realizzato diverse produzioni e repliche in tutta Italia.

 

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Scusate se vi porto via cinque minuti….Ma molti anni fa ho deciso di fare il musicista, non volevo fare il Dottore anche se entrambi i mestieri aiutano le persone a stare meglio. Oggi però vi voglio raccontare cosa mi è accaduto all’Ospedale di Parma. Ho portato mio padre di 86 anni a una visita specialistica in Ortopedia qui a Parma, scopro con grande curiosità che l’ingresso si trova a distanza quasi da primato olimpionico, (nonostante che siamo andati in macchina) motivo era che mio padre non riusciva a camminare regolarmente, ma naturalmente ci siamo persi (credo che il buon senso comune  vorrebbe che questo reparto fosse più vicino possibile ai mezzi di trasporto). Lavori in corso, sensi unici, divieti, segnaletica demenziale è dir poco. Insomma anche senza TOM TOM (navigatore) siamo riusciti  ad arrivare, naturalmente dopo avere preso una serie di sensi unici, e direzioni sbagliate. Dopo aver percorso un corridoi lunghissimo, che se arrivi allo sportello sano, puoi tornare indietro perchè ti domandi cosa sono venuto a fare in Ortopedia????? Superato lo sbarramento dei sportelli ADP (sigla che segnala che sarebbero a disposizione del pubblico), ho aspettato un 15 minuti che l’addetta che oltre a quel lavoro rispondeva al telefono, (mi domando perchè non metterci qualche persona in più). Finalmente ci danno il via per andare da un’ altro sportello che prende le prenotazioni (mi domando perchè non metterci un’ altra persona nello stesso sportello di prima,così almeno facciano solo un giro?). Arriviamo al secondo sportello, che è una camera con dentro tre persone, una prende il foglio della prenotazione e mi da un numero preso a caso da una rotolo, senza controllare quante persone sono presenti, quindi ci prendiamo il N.23, con mio grande stupore conto le persone e siamo in 8.(Mistero,dove sono le altre persone?) Aspettiamo davanti a tre stanze con il n.3-4-5. l’estrazione del super EnaOrtopedia. Da notare che l’appuntamento sulla prenotazione  era per le 8.30, arrivo nella stanza numero 4 alle 9.50, abbiamo aspettato nella sala attesa con nessuno che aspettava, a parte noi.(naturalmente). Con grande stupore il Dottore, (io ho qualche dubbio che fosse un dottore specialista in Ortopedia,a me sembrava un infermiere, senza nulla togliere all’infermiere specializzato) si arrabbia perchè non abbiamo le lastre. come può vistare una persona che ha male al ginocchio senza lastre, ho cercato di spigargli che siamo li apposta perchè lui dovrebbe essere uno specialista del ginocchio, e che a diversità del Dottore generico dovrebbe saperne un sacco….Risultato un bella punturina al cortisone per sfiammare e ci da un’altro appuntamento però quetsa volta con tanto di lastre.  Ora lascio a voi la conclusione…. perchè ho preferito aiutare gli altri suonando il flauto e non facendo il Dottore. Naturalmente sono convito che quello non era un Dottore, e se lo era…gli consiglio di cambiare mesiere, io amo il mio lavoro e sono soddisfatto quando suono per la gente, perchè sono sicuro che quello che trasmetto li fa star bene…………

Un bacio a tutti quei Dottori che fanno il mio mestiere, e credo che siano tanti.

Parma 14/12/2010 Claudio Ferrarini

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I piccoli disabili di Wolgfang Fasser, musicoterapeuta non vedente

Nel cuore del Casentino ha fondato il centro «Il Trillo», rivolto a bambini con disabilità, autismo e psicosi.

“Invisibile agli occhi”, il libro che racconta la storia di Wolgfang Fasser

AREZZO – Il fiume Arno inizia da qui il suo cammino, dal Monte Falterona fino alla prima valle del Casentino, dalla montagna con i suoi boschi fitti alle colline che guardano verso le vallate intorno ad Arezzo. In questo luogo, che conserva tracce antichissime di storia e spiritualità, Wolgfang Fasser vive da circa vent’anni. Fasser è nato in Svizzera, nella cittadina di Glaros; a ventidue anni perde la vista a causa della retinite pigmentosa, ma è già un affermato fisioterapista e docente in una scuola di specializzazione a Zurigo. Si ritrova per la prima volta in Italia per un viaggio di studio e un incontro con un anziano disabile, in uno dei tanti borghi arroccati sulla vallata del Casentino, lo convince a restare. A Wolgfang bastano pochi mesi per organizzare la sua nuova vita: l’eremo di Romena, di cui è custode, diventa la sua casa e a pochi chilometri di distanza, nel borgo di Poppi, fonda il centro di musicoterapia «Il Trillo», per bambini e adulti disabili.

Musicoterapia gratuita. Cieco aiuta i bimbi disabili«IL TRILLO» – «Dal 1999, anno di fondazione del centro – racconta Wolgfang – abbiamo seguito circa sessanta bambini con disabilità motorie e sensoriali, ma anche con autismo, psicosi e disturbi gravi del comportamento. Attualmente sono quindici i bambini e venti gli adulti che frequentano il nostro centro e che una volta alla settimana imparano a entrare in contatto con se stessi e con il mondo attraverso la musica e la danza». Fasser ha un’idea molto personale di musicoterapia, lontana dalla metodologia tradizionale e affinata dalla sua stessa disabilità: per lui, che non vede, l’ascolto, il linguaggio del corpo, le percezioni tattili e acustiche rappresentano strumenti formidabili che gli consentono di entrare subito in contatto con i ragazzi. I suoni, ma anche il silenzio, i gesti e il movimento armonico annullano le disabilità e fanno emergere «sensi sommersi», capacità di ascolto, in poche parole, «l’incontro con l’altro». « Il mio handicap e il suo superamento da parte mia nonché l’handicap del paziente sono fattori caratterizzanti il processo terapico, sia in forma diretta che indiretta, tematizzata oppure soltanto vissuta – spiega Fasser – La persona che si avvicina a me si lascia condurre in un mondo fatto da un’altra cultura percettiva. La mia stessa fragilità in determinati momenti è spesso rassicurante per le persone disabili e le aiuta a non sentirsi inferiori. Il vedere o il non-vedere non sembrano avere un significato primario. I bambini, sebbene sappiano che io non vedo, talvolta reagiscono come se vedessi. In effetti i miei occhi sono aperti, vivaci e sembrano osservare. Quest’apertura è proprio ciò che mi serve per entrare in contatto, un aiuto a superare in modo creativo e funzionale le loro stesse difficoltà».

I PAESAGGI SONORI – Il pianoforte, il gong, le percussioni, il flauto, la musica classica sono gli strumenti utilizzati da Fasser durante la musicoterapia. Ma a queste tecniche se ne aggiunge un’altra, di cui Wolgfang è stato il pioniere: i paesaggi sonori, ovvero l’ascolto dei suoni, ma anche dei silenzi, della natura.Fasser conosce ormai palmo a palmo i boschi del Casentino; con il suo cane guida e il suo bastone esplora da anni vallate e foreste, registra tutto ciò che si muove nella natura, dal vento alla pioggia, dai versi degli animali al silenzio ovattato del bosco di notte, dal lento risveglio dell’alba ai suoni diversi che accompagnano i passaggi delle stagioni. «L’ascolto dei paesaggi sonori ha un impatto davvero importante nei bambini, in particolare nei pazienti con autismo e nei piccoli iperattivi – racconta Fasser – entrare in contatto con la natura li aiuta a riprendere contatto con se stessi, migliora il loro equilibrio psico- sensoriale, regala tranquillità e senso di quiete. È come se si spalancasse una porta verso una dimensione altra che aiuta a superare i limiti della disabilità, recuperando potenzialità, risorse, fiducia». Altrettanto importante è l’ascolto della musica, non solo quella classica (Mozart in particolare): i canti della tradizione ebraica, le melodie kletzmer, hanno, secondo Fasser, un potenziale terapeutico enorme. «La musica kletzmer è un compendio di emozioni contrastanti; in ogni canto ebraico si percepisce la gioia e la malinconia insieme, il dolore e la speranza, è un incontro che produce armonia, è come lo specchio della nostra anima». Una passione musicale, questa, che Wolgfang, accompagnato dal suo sassofono soprano, coltiva da anni e che porta in giro per l’Italia e l’Europa con il suo gruppo «Shalom Kletzmer», nato nel 2009 come quartetto.

IL VOLONTARIATO IN AFRICA – Dal 1981 Wolgfang Fasser trascorre due mesi all’anno in Lesotho, piccolo stato del Sudafrica. Qui, ospite di una comunità religiosa, svolge da volontario la sua attività di fisioterapista per bambini e adulti con disabilità, ma non solo. In questi anni ha formato molti giovani operatori del posto che adesso lavorano negli ospedali e nelle strutture di riabilitazione che sono sorte sul territorio. «Lavorare in Lesotho, uno degli stati più poveri del continente, con un’alta incidenza di disabilità legata all’Aids, alla tubercolosi e alle malattie croniche, è una sfida ma anche un contrappunto – conclude Fasser – in questi luoghi non si vive di belle parole, bisogna tirar fuori tutte le risorse umane disponibili, sostenere ed educare i giovani, accompagnarli verso la cultura della vita e della speranza. In Africa sperimento ancora di più la capacità dell’ascolto, difficile da affinare perché coperta dai rumori sordi della sofferenza e della povertà».

 

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Quando atrocità, incompetenza e inutilità scientifica vanno a braccetto.

Cosa succede realmente nei laboratori di vivisezione, dalla testimonianza diretta di un’infiltrata.

Introduzione

Molti affermano “la vivisezione non esiste più”. O non sanno di cosa parlano, o sono in malafede. “Vivisezione” non è solo il sezionare la rana viva, o gli atroci esperimenti del passato in cui i cani venivano legati con cinghie a una tavola e poi sezionati.

Oggi la vivisezione è ben altro. Molto peggio. E’ chiamata “sperimentazione animale” o “ricerca in vivo”, ma rimane, secondo la definzione del dizionario, “vivisezione”. La quale è per estensione “qualunque tipo di sperimentazione effettuata su animali di laboratorio che induca alterazioni a livello anatomico o funzionale, come l’esposizione a radiazioni, l’inoculazione di sostanze chimiche, di gas, ecc.” [Dizionario De Mauro, ed. Paravia].

E’ questo che milioni di animali ogni anno, nel mondo, subiscono nei laboratori:avvelenamenti con sostanze chimiche, farmaci e cosmetici compresi, induzione di malattie di ogni genere (cancro, sclerosi multipla, varie imitazioni dell’AIDS, malattie cardiovascolari, ecc.), esperimenti al cervello, esperimenti sul dolore, e molto altro.

E tutto questo, senza alcuna necessità, non solo, ma senza alcuna utilità. I vivisettori chiedono “Preferisci salvare un topo o un bambino?”, per colpire l’emotività delle persone che non sanno cosa sia la sperimentazione animale e quanto sia inutile. Ma la vivisezione, ammazza il topo e fa diventare una cavia te e tuo figlio, questa è la realtà dei fatti.

La testimonianza diretta

Qui spiegheremo le atrocità che avvengono nei laboratori di vivisezione di tutto il mondo, la trascuratezza con cui gli esperimenti vengono effettuati, l’inutilità di questi esperimenti, attraverso le parole di Michelle Rokke, un’attivista che ha lavorato per alcune settimane come infiltrata in HLS, un grosso laboratorio di vivisezione negli USA. Dalla sua esperienza, Michelle Rokke ha tratto un diario (disponibile anche in italiano), “I Diari di Michelle Rokke”, in cui racconta quanto ha visto. Lasceremo parlare lei, questi Diari parlano da soli, non c’è bisogno di commento.

Ma un’importante riflessione va fatta: non è solo in HLS che succedono queste cose, perché i laboratori di vivisezione, in ogni parte del mondo, sono gli stessi. Si fanno gli stessi test, ci sono lo stesso tipo di persone che ci lavorano.

Non è verosimile che solo in HLS accada questo mentre in tutti gli altri laboratori del mondo, Italia compresa, i vivisettori siano persone ammodo che mai farebbero del male a un animale e che “ospitano” nelle condizioni più confortevoli animali di ogni specie, come loro vorrebbero farci credere.

Non sta in piedi, non è possibile.

Gli esperimenti che si fanno sono gli stessi dappertutto, e le regole, la prassi, il tipo di gabbie, sono sempre uguali, in ogni posto del mondo.

Tenetelo a mente.

I Diari dimostrano, con i fatti più che con mille teorie, quanto inutile sia la sperimentazione su animali da un punto di vista scientifico, e come, anche se fosse utile in teoria, non lo è comunque nella pratica, per come gli esperimenti vengono eseguiti.

Dimostrano non tanto la crudeltà di pochi, ma l’incuria e il disprezzo con cui gli animali sono normalmente, da tutti, trattati, e la loro infinita sofferenza.

Dimostrano che questa pratica, che la si chiami “sperimentazione animale” o che la si chiami “vivisezione” non può essere tollerata.

Sofferenza e atrocità

Estratti dai “Diari di Michelle Rokke:

Ho guardato Yao durante un’esercitazione di chirurgia su una topolina anestetizzata. Ha applicato dei cateteri femorali su entrambi i lati e alla fine ha detto che doveva praticarle l’eutanasia e che si potevano seguire diversi metodi: usare il CO2, lussare una vertebra, oppure recidere un’arteria. Ha guardato l’orologio e ha detto che la lussazione delle vertebre era il modo più veloce, quindi ha tolto al topo la maschera dell’anestesia e le ha tirato la testa. Ha visto che respirava ancora e così ha ripetuto l’operazione. Ha fatto un terzo tentativo ma il topo ha continuato a respirare profondamente. Allora ha annunciato che avrebbe seguito un’altro metodo, e che quello sicuramente avrebbe funzionato. Ha preso un paio di grosse forbici. Ha squarciato il ventre della topolina e le ha reciso la colonna vertebrale. Poi ha infilato le forbici nella cavità toracica e ha cominciato a tagliare di qua e di là per recidere l’aorta. Ha messo giù le forbici insanguinate e ha detto che ora era morta.

Il cane che chiamo Joey è un tesoro. Ha delle unghie molto lunghe e una di quelle anteriori si è spezzata. Joey ha ancora l’abitudine di prepararsi al peggio quando metto le mani nella sua gabbia per prenderlo, ma adesso si fida di me e una volta in braccio si accoccola e preme la testa contro di me. Quando cerco di metterlo giù, si stringe forte contro di me, e quando alla fine lo rimetto nella gabbia se ne resta fermo lì, come se non sapesse che fare.

Ho tenuto fermi i maiali per i prelievi fino alle 16.30 e poi sono tornata alle 21 per l’ultima seduta: durante i prelievi i maiali urlano e tirano calci, soprattutto oggi perché il collo gli bruciava ed era pieno di lividi per le continue trafitture. Quando glielo si preme per fermare l’emorragia le loro urla sono così forti da essere intollerabili. I tecnici nella stanza fanno gesti di impazienza e gli urlano “Chiudi il becco”. Non riesco neppure a immaginare il dolore che devono provare dopo essere stati fatti cadere sulla schiena e aver subito così tanti prelievi.

Ho assistito mentre somministravano le dosi a uno dei cani via sonda orale. Il cane non sopportava la presenza del tubo di gomma che gli veniva spinto nello stomaco attraverso la gola. Si contorceva e si divincolava e quando Irene gli ha iniettato con forza il materiale da testare nello stomaco si è alzato sulle zampe posteriori e ha cercato di liberarsi dalla stretta di Kathy, divincolandosi. Sebbene Kathy gli tenesse la bocca ben chiusa, dai lati gli usciva del liquido chiaro. Ho sentito Irene che diceva: “Questo non va. Devo ancora dargli il secondo liquido”.

Incompetenza e incuria

Estratti dai “Diari di Michelle Rokke:

Stephanie, Rachel, Lynn e Lisa a pranzo hanno fatto battute sul fatto che tutte le scimmie della colonia extra stanno morendo. Stephanie ha chiesto: “Terry non si spiega il perché ma non sa che le gabbie non vengono cambiate da quasi un anno a questa parte. Avete mai sentito parlare dei batteri?!”.

Se i committenti non si preoccupassero di poter perdere dei dati a causa della decomposizione dei tessuti dopo la morte, a molti animali non verrebbe fatta l’eutanasia. Nelle attuali condizioni molti animali soffrono finché la ditta non riapre la mattina.

Questo primate ha dovuto subire quattro diverse amputazioni perché la ferita non stava guarendo e i punti continuavano a sfilarsi. Durante la riunione dei tecnici oggi Kathy ha annunciato che ieri ha visto che ogni singola scimmia della stanza 958 ha delle ferite – dalle fratture alla coda a dita quasi staccate – tutte causate da tecnici che le hanno maneggiate male durante gli esperimenti e le operazioni.

Io ero preoccupata delle condizioni dei cani quando ho visto che venivano messi direttamente sulla grata fredda di metallo subito dopo essere stati liberati dai tubi, ancora intontiti dall’anestesia. Ho letto e mi è stato riferito da diversi veterinari che è importantissimo tenere gli animali al caldo fino a quando non si sono ripresi completamente dall’anestesia.

Ho chiesto se al topo dello studio 3621 è caduto l’occhio. Irene ha detto “non ancora”. Yao ha detto subito “Il ratto numero 4001”, tutti sanno di che ratto si tratta e nessuno fa niente per lui. Ho chiesto se era stata compilata una richiesta di intervento veterinario. Irene ha detto di no, e che non aveva neanche registrato il fatto tra le osservazioni, e ha alzato le spalle. Ha detto che le lesioni agli occhi causate dai prelievi non vengono neppure registrate perché accadono di continuo e i ratti restano in vita. Il giorno che me ne sono accorta ho chiesto a Irene se al ratto andava praticata l’eutanasia e l’ho chiesto di nuovo a Brian domenica. Tutti e due mi hanno risposto di no come se avessi fatto una domanda strana.

Inutilità scientifica

I medici antivivisezionisti partono dalla semplice ed oggettiva constatazione che gli animali non sono modelli sperimentali adatti all’uomo, perché troppo diversi da noi. Ogni specie animale è infatti biologicamente, fisiologicamente, geneticamente, anatomicamente molto diversa dalle altre e le estrapolazioni dei dati tra una specie e l’altra sono impossibili.

I veri progressi della medicina si sono sempre avuti grazie a osservazioni cliniche, a studi epidemiologici, a innovazioni tecnologiche (quali l’invenzione del microscopio, dei moderni strumenti di diagnosi, ecc.).

Estratti dai “Diari di Michelle Rokke:

Come può essere valido questo studio se i cani non vengono monitorati ventiquattr’ore al giorno? Questa è la seconda volta che ho visto un cane sotto esperimento avere un attacco epilettico, e non ho mai sentito dire a nessun altro di averne visto uno. L’unica maniera in cui i laboratori di ricerca potrebbero anche solo fare finta di ricercare seriamente gli effetti negativi delle sostanze sarebbe assumere veterinari professionisti per osservare gli animali di ogni stanza ventiquattr’ore al giorno.

E’ molto comune trovare capsule e pillole sul fondo delle gabbie. I tecnici non ci stanno attenti, e i cani imparano presto a rigurgitare le pillole. Il metodo della “dose in capsule” è una metodologia intrinsecamente fallace che produce per forza dati inattendibili.

È stata una pura coincidenza che io mi trovassi nella stanza in quel momento e notassi che questo cane stava avendo un attacco; in media, nella stanza c’è qualcuno solo per circa un’ora al giorno. Che io abbia guardato la gabbia proprio quando l’attacco ha avuto inizio è stato un puro caso; mi chiedo quanti altri attacchi ha avuto questo cane – e gli altri – nel corso dell’ultimo anno che nessuno ha visto.

Gene mi ha detto che siccome l’anestetico che usano è inadeguato e non ha alcun effetto analgesico, la frequenza cardiaca e respiratoria dei cani è del tutto abnorme e mostra picchi e cadute che ci mettono moltissimo a stabilizzarsi. Gli ho chiesto com’era possibile verificare l’effetto del materiale sperimentale sulla fisiologia degli animali se le loro frequenze erano anormali fin dall’inizio. Quando gliel’ho chiesto ha alzato le spalle e ha esclamato “È proprio quello il punto! Non è possibile. Non c’è modo di distinguere gli effetti del trauma indotto dalle procedure sperimentali da quelli causati dal materiale sperimentale. Quel che i tecnici rispondono è ‘Grazie alla mia vasta esperienza in questo campo so che il tale effetto risulta da questo e quest’altro…'”.

Ho detto “ma è per la sicurezza degli esseri umani, no?” e lei ha risposto “Sì, ma un cane non è esattamente un essere umano, sai? E se una sostanza causa problemi a un cane non è detto che causi lo stesso problema a un essere umano; e a un essere umano che prende quella medicina potrebbe capitare qualcosa che non è stato osservato nell’animale”. Ha detto “I dati che raccogliamo non possono necessariamente essere trasposti in qualcosa che sia utilizzabile per gli esseri umani”; le ho detto di nuovo che allora non capivo per quale motivo dovessimo fare gli esperimenti; ha risposto “è la prassi: è il modo in cui le ditte riescono a far approvare i loro prodotti.”

Ha detto che nell’ultimo gruppo di scimmie a cui erano state impiantate delle spugne avevano avuto grandi difficoltà a ritrovarle; Irene ha detto “sì, se ne vanno in giro, non è vero?” . Se le spugne si spostano sotto la pelle come fa l’esperimento a funzionare? Gene mi ha detto che le spugne dovrebbero rappresentare un tumore e che il materiale sperimentale dovrebbe ridurre la crescita dei capillari che alimentano i tumori, e che questo è uno studio “in cieco”, nel senso che nessuno sa quale dose venga somministrata ai vari gruppi o qual è il gruppo di controllo. Brian mi ha detto che invece lui lo sa, Gene lo sa, il committente lo sa, lo sanno tutti. Irene mi ha detto che l’ultima volta che è stato effettuato questo esperimento è stato “molto difficile somministrare le dosi perché l’iniezione va praticata nella spugna e le spugne si spostano tantissimo sotto la pelle”. Se le spugne si spostano così tanto, come fa l’esperimento a imitare la situazione di un tumore e della sua vascolarizzazione?

La storia di James

Estratti dai “Diari di Michelle Rokke:

In questa stanza ho fotografato James; è difficile fotografare le altre scimmie perché hanno così tanta paura che si rifugiano con un salto sul fondo della gabbia e si voltano verso il muro; James invece è sempre sul davanti della gabbia e fissa con desiderio la porta. Ha l’aria così triste. Gli interessano tutte le cose che gli mostro, l’idrante per la pulizia, il mio distintivo di identificazione, ma sembra che le guardi solo perché non c’è nulla di meglio da fare.

[Qualche giorno dopo]
James era stressato; ha fissato a lungo la porta di ingresso della stanza e ha scosso la porta della gabbia per la frustrazione; poi mi ha guardata negli occhi e ha cominciato ad accarezzarmi.

[Ancora qualche giorno dopo]
Sono andata a vedere James dopo la somministrazione delle dosi; era seduto esattamente nella stessa posizione di ieri; mi ha accolta con la stessa espressione di sottomissione impaurita, e quando mi sono inginocchiata vicino alla gabbia ha chinato la testa sul petto e si è rannicchiato in posizione fetale. Gli ho accarezzato la schiena attraverso il buco della mangiatoia, ma non sono riuscita a fargli rivolgere lo sguardo verso di me. Aveva le mani contratte e si teneva saldamente le caviglie. Mi spezza il cuore vederlo in questo stato: è così spaventato.

[Dopo qualche settimana]
Oggi, quando sono andata a vedere James, lui mi ha guardata fissa negli occhi e poi ha guardato a terra mentre gli dicevo addio. La maggior parte delle scimmie dello studio 3314, compreso James, saranno uccise giovedì e venerdì di questa settimana. Gli ho detto che forse non riuscirò a incontrarlo di nuovo. Lui si è avvicinato e ha premuto tutto il viso contro la gabbia fissandomi. Gli ho accarezzato la guancia sussurrandogli il mio addio, e mentre mi alzavo e lui si rimetteva nella sua solita posizione fetale ho capito, troppo tardi, che mi aveva porto il viso affinché lo baciassi.

Cosa puoi fare tu

Per dare il tuo contributo a fermare queste atrocità, inutili e dannose per tutti, leggi la sezione Cosa puoi fare tu

Questo testo è disponibile anche su carta in un pieghevole, scaricabile in formato pdf dal sito di AgireOra Edizioni:
Scarica “Vivisezione, sempre più nascosta”.
Richiedi il pieghevole stampato per distribuirlo

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Casa Pound, slogan nazisti choc contro i disabili
Dall’estrema destra slogan choc contro i disabili. E’ successo alla Festa della Primavera organizzata nella sua sede di via della Farnesina, nel XX municipio, dalla cooperativa Effetto Natura. Una festa per le famiglie dei ragazzi disabili e non di Rori Cappelli Appena lo vede e capisce quello che c´è scritto sopra Davide si mette a piangere. Si guarda intorno: tra i suoi amici facce smarrite, espressioni incredule. E laggiù, sotto quello striscione su cui è scritto “Travestiti da disabili, ma con le pance piene, siete sempre e solo iene”, indifferenza e tracotanza. Piange. E tra le lacrime dice: «Io non sono travestito da disabile. Io sono Down».
È successo sabato, alla Festa della Primavera organizzata nella sua sede di via della Farnesina, nel XX municipio, dalla cooperativa Effetto Natura. Una festa per le famiglie dei ragazzi disabili e non che in questi mesi hanno lavorato insieme: erano più di 300 con le loro famiglie e i loro amici. Stavano tutti percorrendo il Sentiero delle Stelle o il Giardino delle Farfalle, i due progetti realizzati insieme, quand´ecco che sono arrivati: 20 persone di Casa Pound e del Blocco Studentesco. Hanno innalzato il loro striscione mentre noi scout, racconta Virgilio, «ci siamo messi intorno all´ingresso. Alcuni di quei ragazzi, infatti, sono noti nel quartiere: teste calde, pronti a menare le mani».

Andrea Antonini, consigliere de La Destra del XX municipio e coordinatore regionale di Casa Pound Italia, ha poi spiegato che la protesta è nata per la «finta inaugurazione di un centro disabili», che la giunta Veltroni, «per il tramite della sua delegata alla disabilità, Ileana Argentin» ha voluto assegnando «uno dei pochi spazi pubblici del XX Municipio», «non si sa bene su quali basi», visto che da quando ha inaugurato (ottobre 2008) non ha fatto «un solo giorno di attività finalizzata all´accoglienza dei disabili». «Usare questo atteggiamento demagogico e presentarsi in quel modo davanti a ragazzi con sofferenze vere è una vergogna» ha detto Ileana Argentin. «Un atteggiamento che esprime solo arretratezza culturale e assoluta mancanza di solidarietà». Flavia Caruso, ideatrice della cooperativa (e madre di un ragazzo Down di 15 anni), nonché naturalista e responsabile dei progetti di educazione e formazione ambientale dell´ufficio scolastico regionale del Lazio, ha poi spiegato che «quando individuammo questo terreno era in completo stato di abbandono. C´era un capannone ricoperto di eternit (amianto) e per il resto l´area era un vero immondezzaio. Era il 2005. Alla fine siamo entrati nell´ottobre dello scorso anno, pochi mesi fa. Non abbiamo finanziamenti, si regge tutto sul volontariato. Tra i soci» continua la Caruso, «ci sono anche disabili. Il nostro obiettivo è l´integrazione: far lavorare insieme disabili e non. Come è successo con il Sentiero delle Stelle, realizzato da scout e Down».

Negli ultimi giorni dell’aprile 1945 le truppestatunitensi occuparono la città tedesca di Kaufbeuren a meno di novanta chilometri ad ovest di Monaco di Baviera. Nella piazza della cittadina un mese dopo i veterani della 36a Divisione americana celebrarono la vittoria.

Il generale John Ernest Dahlquist, rivolgendosi ai suoi uomini schierati in parata, disse: «Nessun’altra nazione nella storia del mondo moderno è stata così completamente sconfitta. L’intero Paese è sotto il nostro completo controllo». Per un’ironia della storia Dahlquist si sbagliava e la dimostrazione del suo errore era a poche centinaia di metri dal luogo in cui parlava ai suoi soldati. La clinica per malattie mentali di Kaufbeuren, a pochi passi dal Comando statunitense, era circondata da cartelli che avvertivano di tenersi lontani a causa di un’epidemia di malattie infettive.
Erano stati gli stessi medici della clinica a distribuire quei cartelli. Nessun ufficiale americano osò quindi mettere piede nella clinica per più di due mesi e così i medici dell’ospedale continuarono indisturbati a uccidere i loro pazienti, privandoli del cibo o avvelenandoli con iniezioni letali. Soltanto il 2 luglio 1945 un gruppo di ufficiali americani entrò nella clinica, scoprendo cadaveri sparsi per le stanze e degenti ridotti in inimmaginabili condizioni di salute. Un’infermiera, Suor Wörle, ammise senza difficoltà di aver ucciso 210 bambini e di aver ricevuto un’integrazione mensile allo stipendio pari a 35 marchi per svolgere questa funzione di sterminio. Una scoperta identica per atrocità e inumanità venne fatta nella clinica di Irsee, un villaggio a pochi chilometri da Kaufbeuren.
Un viaggiatore che oggi si recasse a Kaufbeuren o nel piccolo villaggio di Irsee alla ricerca di testimonianze sul sistematico massacro dei disabili ad opera dei nazisti avrebbe qualche difficoltà a ritrovare i luoghi della memoria. Come il generale Dahlquist nel 1945 anche il viaggiatore di oggi farebbe infatti fatica a pensare che il bell’albergo di Irsee fu il luogo della morte di duemila persone. Ad aiutare il ricordo vi è solo un piccolo monumento nascosto in un boschetto vicino, così come a Kaufbeuren l’unica traccia è un piccolo monumento celato in un parco lontano dal centro cittadino e costruito a spese dei medici della clinica. Nient’altro.

La storia dello sterminio dei disabili durante il regime nazista – meglio noto come Aktion T4 – per molti versi è una questione imbarazzante. Dal punto di vista storico l’indagine che ne ha messo in luce gli aspetti è stata condotta negli anni da ricercatori per lo più estranei alle università.
La prima ricerca condotta sull’argomento si svolse nel 1946 quando l’Ordine dei Medici Tedeschi incaricò una commissione presieduta dal dottor Alexander Mitscherlich di riferire sul cosiddetto “processo ai medici” che si svolgeva a Norimberga. I risultati della commissione non furono mai resi pubblici; l’Ordine dei Medici ritenne che le atrocità commesse erano talmente orribili da poter scuotere la stessa fiducia dei cittadini nella professione medica. La questione del massacro dei disabiliscompare così per quasi quarant’anni e riemerge soltanto verso il 1980 ad opera di Ernst Klee, un docente di pedagogia per i disabili e giornalista.
L’oblio non può stupire perché è noto che un numero rilevante di medici coinvolti negli omicidi di massa dopo la fine della guerra ricominciarono ad esercitare la professione e in molti casi riuscirono ad ottenere cattedre universitarie prestigiose. D’altro canto in linea generale le pene inflitte a quei pochi che vennero processati e condannati furono relativamente miti o seguite in poco tempo da atti di clemenza.

Vi è poi un’altra ragione che – con molta probabilità – ha favorito il silenzio intorno a questo spaventoso massacro: le sue implicazioni. La prima implicazione è la più evidente e cioè che il programma di eliminazione dei disabili rappresentò una specie di “training” al successivo genocidio degli ebrei e all’eliminazione delle altre categorie di “indesiderabili” nei campi di sterminio nazisti.
Tutto ciò che ritroviamo nel sistema di eliminazione di Auschwitz, di Sobibor, di Treblinka, di Belzec o di tutti gli altri campi di sterminio nasce con la cosiddetta “operazione eutanasia”. In primo luogo l’organizzazione basava la propria efficienza sulla segretezza: i membri dell’Aktion T4 giurarono infatti di non rivelare mai la propria attività, i capi della struttura assunsero falsi nomi e – soprattutto – venne creato un “vocabolario” fatto di eufemismi, sotto i quali si nascondeva la realtà degli omicidi, esattamente come più tardi venne fatto per nascondere la realtà del genocidio.

Karl Brandt, medico personale di Hitler e iniziatore del Programma «Aktion T4» di sterminio delle persone con disabilità durante il nazismoIn secondo luogo gli uomini che parteciparono all’eliminazione dei disabili furono impiegati operativamente nel genocidio. L’esempio più evidente è quello di Christian Wirth che da direttore amministrativo della clinica di sterminio di Grafeneck, diventerà il protagonista dell’operazione di sterminio dei campi di Treblinka, Sobibor e Belzec, per poi morire in Istria dopo aver creato l’unico campo di eliminazione italiano della Risiera di San Sabba.
L’Aktion T4 risolse il problema principale che assillava le gerarchie naziste: come uccidere in modo rapido un numero enorme di persone. Nelle cliniche di sterminio venne inventata la tecnica delle camere a gas applicata poi su più larga scala nei campi della morte. Con i disabili si affinarono le tecniche di organizzazione dei trasporti, l’uso di coinvolgere le istituzioni nella raccolta dei dati sulle vittime, l’uso delle persone come strumenti di ricerca scientifica. Nell’Aktion T4 furono coinvolti a vario titolo gli interessi dei medici e delle aziende farmaceutiche.

Tra il luglio e l’agosto del 1941, dal pulpito della Cattedrale di Münster il vescovo Clemens von Galen denunciò che nella Germania era in atto un massacro ai danni della parte più debole e bisognosa del popolo tedesco. Secondo quanto dichiarò Viktor Brack – uno dei dirigenti dell’Aktion T4 – al Processo di Norimberga, il programma venne interrotto: «Nel 1941 ricevetti un ordine verbale di sospendere il Programma Eutanasia. Ricevetti quest’ordine sia da Bouhler che dal dott. Brandt. Per preservare il sollevamento dall’incarico delle truppe militari e per avere l’opportunità di iniziare un nuovo Programma Eutanasia dopo la guerra, Bouhler richiese, credo dopo un incontro con Himmler, che io mandassi le truppe a Lublin e le mettessi a disposizione di SS Brigadefuehrer Globocnik. Ebbi poi l’impressione che queste persone fossero state utilizzate nei campi di lavoro gestiti da Globocnik. Più tardi, alla fine del 1942 o all’inizio del 1943, venni a sapere che erano stati impiegati per assistere allo sterminio di massa degli ebrei».

Che fosse in atto un’operazione di sterminio sistematico nel 1941 era cosa nota alla maggior parte dei tedeschi. La segretezza non era stata mantenuta con la rigidità auspicata. Manifestazioni pubbliche contro l’operazione cominciarono a verificarsi anche se in modo occasionale in alcune cittadine tedesche. I sermoni di von Galen furono pubblicati e cominciarono a circolare in tutta la Germania. Il 24 agosto Hitler ordinò segretamente la sospensione della Aktion T4, così come segretamente ne aveva ordinato l’inizio.
La reazione dell’opinione pubblica tedesca e soprattutto i sermoni del vescovo von Galen determinarono la sospensione dello sterminio dei disabili? Apparentemente l’operazione terminò e le cliniche di sterminio vennero chiuse. Tuttavia all’Aktion T4 si sostituì una fase in cui la morte dei pazienti venne amministrata direttamente dalla classe medica. Si tratta di quella che venne chiamata “eutanasia selvaggia” ossia una sorta di gestione autonoma del massacro con l’utilizzo di iniezioni letali e la privazione del cibo.
Si calcola che mentre la prima fase condusse all’omicidio di più di 70.000 persone, la fase di “eutanasia selvaggia” provocò la morte di oltre 140.000 pazienti.
Se l’Aktion T4 può essere considerata la “palestra” nella quale si allenarono i carnefici che più tardi avrebbero amministrato la morte nei campi di sterminio, sorge spontanea la domanda su quali conseguenze avrebbe procurato una presa altrettanto netta e non ambigua della opinione pubblica tedesca e della Chiesa anche contro lo sterminio degli ebrei. Così come l’eliminazione dei disabili anche il genocidio del popolo ebraico era noto al popolo e alle gerarchie ecclesiastiche. Si sarebbe arrestata la macchina della morte se fosse stata assunta una posizione di condanna netta e chiara? Se nel 1942 – agli inizi del genocidio – l’opinione pubblica avesse preso una posizione probabilmente per gli ebrei della Polonia sarebbe stato oramai tardi. E tuttavia, con molta probabilità, sapere che lo sterminio era cosa chiaramente nota avrebbe reso molti governi collaborazionisti (come ad esempio quello di Vichy o quello ungherese) meno inclini alla partecipazione attiva al genocidio.

Persone con disabilità in un campo di concentramento nazistaLa collaborazione delle polizie locali fu infatti notoriamente decisiva per lo sterminio soprattutto nell’Europa occidentale: i nazisti non avrebbero potuto portare a termine le deportazioni senza il decisivo aiuto dei collaboratori. L’esempio più evidente fu quanto accadde in Danimarca dove la popolazione assunse un ruolo non collaborativo riuscendo a mettere in salvo gli ebrei del loro Paese.

L’insegnamento positivo che la storia dell’Aktion T4 ci consegna a settant’anni di distanza è che per quanto dura e repressiva possa essere una dittatura le spinte che provengono dal basso – se numerose e decise – possono influire in modo decisivo. L’idea che una dittatura possa stroncare ogni forma di dissenso impunemente è un alibi per chi fa la scelta di rimanere “spettatore” inerme e inattivo di fronte a decisioni moralmente intollerabili.
Vi è però anche un insegnamento purtroppo negativo su cui dobbiamo tristemente riflettere. La fase della “eutanasia selvaggia” non venne condotta in prima persona dall’apparato nazista, ma dalla classe medica che spontaneamente si assunse l’orrendo compito di proseguire il crimine iniziato dalle autorità. Questo ha una grande rilevanza quando si riflette sul fatto che i medici in ogni società organizzata rappresentano una sorta di “segmento sociale d’élite” sul quale il resto della popolazione fa affidamento.
Le élite funzionano nell’orientamento delle idee di un popolo come veri e propri opinion-makers, giustificando con la loro azione le scelte politiche, avvalorandole e divenendone garanti. Ciò che i medici in Germania avvalorarono fu l’idea che l’omicidio di massa potesse essere una specie di “terapia” rispetto a quelli che erano avvertiti come problemi. Occorre fare molta attenzione al fatto che un genocidio o un qualsiasi progetto di sterminio può compiersi soltanto se esiste la disponibilità di una parte della società non soltanto a trasformarsi fisicamente in assassini, ma se un’élite accetta di razionalizzare, giustificare e legittimare l’atto dell’uccidere. Serve una tigre per uccidere, ma anche qualcuno che la faccia uscire dalla gabbia. La giustificazione, la razionalizzazione e la legittimazione del massacro dei disabili prima e degli ebrei poi venne delegata dal nazismo ai medici e agli esperti in giurisprudenza. Medicina e legge funzionarono per certi versi da “fornitori di alibi” per il resto della popolazione che scelse di rimanere inerte sia in Germania che negli altri Paesi europei che rientravano nella sfera di influenza nazista.
Ogni azione violenta verso una minoranza funziona nel momento in cui questa viene giustificata dal punto di vista legale e dal punto di vista scientifico. Questa attività di giustificazione, razionalizzazione e legittimazione è assolutamente decisiva non soltanto per rendere la maggior parte della popolazione indifferente spettatrice degli eventi, ma è anche decisiva per rendereefficaci ed efficienti gli esecutori, i carnefici. Perché si sviluppi l’azione violenta contro una collettività occorre infatti che i carnefici abbiano la possibilità di sdoppiare la propria percezione morale ossia costruire in se stessi un doppio binario di moralità.

Tra i molti esempi che si possono fare per spiegare cosa intendo per “sdoppiamento della percezione morale” il più evidente è quello rappresentato dalle lettere che il dottor Friedrich Mennecke scrisse a sua moglie mentre operava come carnefice.

La palazzina di Tiergartenstrasse 4 (T4) a Berlino, sede dell’apparato organizzativo dell’omonimo progetto nazista di sterminio delle persone con disabilitàMennecke, quarantenne, laureato in medicina, membro del partito nazista e delle SS dal 1932, a partire dal 1940 divenne parte dell’Aktion T4. Il suo compito era quello di visitare gli ospedali psichiatrici tedeschi per selezionare i malati da inviare alle cliniche della morte. Più tardi, quando l’Aktion T4 venne interrotta, Mennecke venne utilizzato nella cosiddetta “Operazione 14 f 13” ossia la selezione dei malati, degli inabili al lavoro e dei “ribelli patologici” nei campi di Dachau, Buchenwald, Ravensbrück e Auschwitz. In questa sua attività di “consulenza” fu responsabile della messa a morte di 2.500 persone.
Durante la sua attività Mennecke aveva l’abitudine di scrivere anche diverse lettere al giorno alla moglie Eva per descriverle ciò che gli accadeva durante le ore di lavoro e qui, con la stessa naturalezza con la quale vezzeggia la moglie o parla di ciò che ha mangiato, egli riferisce la sua attività di selezione che significa – per quella stessa giornata – la morte per decine se non centinaia di persone.
Certamente Mennecke era un marito affettuoso, un vicino simpatico, una persona educata e affabile, rispettoso della legge. Ma questo era soltanto uno dei due binari morali sui quali si reggeva la propria vita quotidiana. Il secondo binario era quello dell’indifferenza assoluta verso la sorte delle persone che “selezionava”. Per questo motivo, grazie a questo doppio binario morale, può descrivere nella stessa lettera le «fette di salame che ha mangiato» e il suo lavoro di carnefice. Mennecke è stato autorizzato dal suo ambiente, giustificato e legittimato a priori. Per questo motivo lui e molti altri carnefici di cui conosciamo l’attività risultano tranquillamente ottimi padri di famiglia, sposi affettuosi e amici premurosi e benvoluti. Non si tratta di quella che Hannah Arendt ha definito “banalità del male” perché siamo al di là sia della banalità che del male: Mennecke e i molti Mennecke che agirono dapprima contro i disabili e poi contro gli ebrei avevano retrocesso con il consenso di tutto il loro mondo le vittime a oggetti animati da una “vita indegna di essere vissuta” e – in quanto tali – eliminabili senza che la loro morte producesse in loro alcun turbamento.

Qual è dunque l’insegnamento per il futuro che la memoria del massacro delle persone con disabilità tedesche ci consegna? Direi che in ciò che non accadde possiamo ritrovare gli elementi per una strategia che impedisca che ciò riaccada.
Occorre anzitutto assolvere al dovere politico della vigilanza che ognuno come cittadino deve esercitare senza distrazioni. Ciò significa essere costantemente disponibili ad alzare la propria voce di fronte alla più piccola discriminazione di cui siamo testimoni. La nostra attenzione quotidiana è il segnale più efficace diretto a chi tenta di seminare divisioni, odi su base etnica, religiosa o politica. L’attenzione è una diga, la sua assenza incoraggia chi si adopera per indirizzare l’odio verso le minoranze.
Tuttavia essere vigili e disponibili a parlare può non bastare. Occorre esaminare criticamente i discorsi che le élite elaborano eusare una discriminante per affidare il proprio consenso politico: nessun consenso a chi giustifica, relativizza o legittima in qualsiasi forma e per qualsiasi motivo l’ineguaglianza giuridica, morale, politica tra gli esseri umani e qualsiasi forma di terrorismo in nome di qualsiasi causa. Perché non c’è alcuna causa che possa giustificare la morte anche di un solo individuo. L’odio nasce e trasforma se stesso in violenza attiva solo con la complicità di spettatori e con la loro indulgenza. Qualsiasi atto di violenza giustificato genera poi successivi atti di violenza perché una volta legittimata la disumanizzazione di un gruppo di persone, se ne autorizza l’odio e l’aggressione.
Il massacro dei disabili in Germania fu realmente il preludio del genocidio degli ebrei d’Europa non soltanto tecnicamente e cronologicamente, ma anche moralmente. Il suo compimento non trovò argini sociali solidi e ruppe quella diga che separa l’inumanità dal senso di giustizia e tolleranza. Consentire la morte per i propri figli più deboli e bisognosi permise l’infamia di Auschwitz.

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L’obiezione la conosco bene, è sempre la stessa: quando mi ritrovo a parlare entusiasticamente delle opportunità e delle possibilità di scelta che l’evoluzione sta generando, degli esseri umani capaci di proiettarsi al di là delle vecchi confini e di esprimere -se non di mettere al mondo- nuovi paradigmi, modelli mentali e comportamentali e cognitivi più vasti e più avanzati, c’è immancabilmente qualcuno che salta su a dire che tutto questo è comunque sempre elitario. Ci sta, è vero, ha ragione, non è di un mondo generalista che sto parlando.

Solo che la nostra idea di elite non può più essere la stessa di qualche calendario fa. Prima l’elite coincideva con una piccola avanguardia o con una nicchia separata e privilegiata per censo o per cultura, mentre ora il mutamento si espande a macchia d’olio in una molteplicità di tipologie, e ci sono così decine di elite diverse in decine di mondi diversi, di pluralissimi campi dell’esperienza e della conoscenza. Per secoli abbiamo pensato che a determinare i grandi mutamenti fossero o le avanguardie o le masse o pochi individui geniali: bene, adesso nessuna di queste unità di misura funziona più. Adesso a spostare in avanti l’evoluzione è questo molteplice, abbondante, tutt’altro che uniforme movimento di eccezioni.

La percentuale di innovatori, di produttori di contenuti e in generale di esseri umani che si muovono nel mutamento come pesci nell’acqua non supererà probabilmente il dieci per cento, ma mai come in questo caso i dati statistici vanno pesati, non calcolati. Perchè se lo proietti su un orizzonte globale, allora questo dieci per cento presenta due segni caratteristici assolutamente decisivi: primo, si traduce in diverse decine -se non centinaia- di milioni di umani; secondo, è in ampia, veloce, irresistibile proliferazione, e ci metterà ben poco a diventare undici, dodici, quindici (non soltanto in America e nei paesi occidentali, ma ormai anche in India, Cina, e in un sacco di altri posti).

Noi oggi ci troviamo proprio qui, dentro un flusso impetuoso di elite connesse molteplici espansive, di milioni di eccezioni contagiose, che -in forme non piattamente persuasive ma magneticamente pervasive- allargano il proprio raggio e generano cerchi come un sasso lanciato nell’acqua. Sì, gran parte del pianeta continua a essere tagliata fuori -per mancanza di risorse economiche, per divieti ideologici e culturali, per cattive abitudini mentali- da tutto questo, e anche tanti che si tuffano nelle scintillanti lusinghe tecnocomunicative non sono poi capaci di servirsene per arricchire davvero la propria esistenza. Ma da che mondo è mondo l’evoluzione si compie a velocità diverse, secondo diversi ritmi, e non si misura mai guardando verso il basso e nemmeno attestandosi sulla media (in medio, come dicevano i latini, stat virtus: ma appunto, ci sta soltanto la virtù, non tutta quanta la pienezza vitale). E’ davvero un mondo affascinante, quello in cui l’elite trainante è fatta di milioni di esseri umani ognuno diverso dall’altro.

di Franco Bolelli

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«Non c’è marcio nel modo in cui una persona si esprime sessualmente. Il sesso è sesso. Non è che se uno va con le trans perde la propria credibilità di uomo. Non sarebbe stato lo stesso se Marrazzo fosse andato con una fichetta, come Berlusconi? Com’è che le chiamano oggi, escort? E io che pensavo che Escort fossero le auto. Certo, il governatore ha sbagliato a non denunciare quei farabutti. Doveva farlo e continuare a fare il suo lavoro, perché è bravo. Tra l’altro, lui le trans mica le candidava come ha fatto quell’altro. Quello di Marrazzo era un fatto privato. Invece è finito a espiare non si capisce cosa in qualche monastero. Il vero tradito è lui. E non solo da quei carabinieri e da gente come Brenda, che l’ha venduto per un piatto di minestra. Ma dal suo partito e dai giornali». Alessandra Di Sanzo, attrice di “Mery per sempre” e di “Ragazzi fuori”, attacca i «bacchettoni ipocriti» che hanno crocifisso il presidente della Regione Lazio. Da Dario Franceschini, il primo a premere per le dimissioni, che, alla notizia, aveva subito contattato Bersani e Marino per una richiesta formale condivisa, fino al solito Giuseppe D’Avanzo, partito in quarta nella sua crociata per “Il dovere della verità” (dal titolo di uno dei suoi editoriali su Repubblica). «Scrivono articoli come “Viaggio nella comunità trans”, manco fossimo delle bestie rare. Non si accorgono che buttano nella disperazione tanta gente. Che prima ancora di preoccuparsi di essere accettati dalla società stanno cercando di accettarsi loro». «Dici trans e pensi parrucconi, labbroni, tettone e marciapiede», osserva la Di Sanzo. «Ma non tutte le trans sono così. Non tutte battono. E quelle che lo fanno di certo non lo fanno perché gli piace, per una perversione. Ma perché, nonostante lauree e diplomi, il mondo del lavoro ci lascia per strada. Di fatto, finché continueranno a trattarci come fanno sarà difficile trovare altri lavori». Poi ironizza su un pezzo del Giornale, a firma dell’avvocato Annamaria Bernardini De Pace. Titolo: “Le mogli umiliate dai viados” (occhiello: “Il tradimento più odioso per le donne”). «Ma fatemi il piacere. Se un marito e padre di famiglia va con una trans ci sarà pure un motivo? Pensassero piuttosto a tutte quelle ragazzine violentate dal branco. Come a Montalto di Castro, dove l’intero paese si è schierato dalla parte degli stupratori. Il tradimento è tradimento e basta. Senza contare che le donne che si rifanno oggi sembrano tanti transessuali». E per chi avesse qualche dubbio basta guardare le foto che ogni sera Dagospia mette nei Cafonal. È arrabbiata Alessandra. Preoccupata che scriveremo «il trans» e non «la trans», mentre lei rivendica il suo essere «una donna a tutti gli effetti». E però osserva che non si identifica nel termine “trans”, «perché non è una categoria».

Ma perché si diventa transessuali? «Perché si è attratti dagli uomini ma non ci si identifica in un corpo mascolino. Altrimenti si rimarrebbe gay. E mi creda, sarebbe stato molto meno faticoso. La transessualità è un universo di problemi infinitamente più complessi». Con un politico, Alessandra non è mai andata. Ma da tanti è stata corteggiata. E per sfatare un altro mito di questi ultimi giorni che vorrebbe di destra chi va con le mignotte e di sinistra chi va con le trans, sottolinea che a corteggiarla «sono soprattutto politici di destra, come di destra sono molti amici che fanno politica». Poi scherza sulla presenza di una trans al Grande Fratello, presenza trattata anch’essa come fenomeno da baraccone. «Secondo me è il ragazzo con gli occhialoni. Se ho sbagliato si vede che sono troppo femmina». Arrivata alla piena consapevolezza di sé verso i diciott’anni, Alessandra ricorda come «quando da ragazzino andavo sui pattini in calzoncini corti a Rotonda (paesino di cinquemila anime in provincia di Potenza, ndr), gli uomini sbavavano. Sentivano la mia femminilità, io non facevo che ripetergli, “Sono un maschio, sono un maschio”». Poi a diciassette anni le prime pulsioni sessuali. «Mi guardavo allo specchio e vedevo che non mi crescevano i peli. E se, da una parte, mi dispiaceva e invidiavo i miei coetanei, dall’altra ero felice. Ero confusa. Poi ho capito». Nella Capitale ci è arrivata una ventina d’anni fa, grazie a una zia piuttosto intelligente. «Mi disse, “Non ce l’hai la fidanzata?” E io “Che fidanzata, io voglio un fidanzato”. Così mi portò a Roma». Ha iniziato a truccarsi, poi sono arrivati gli estrogeni. «Uno sbaglio farlo così presto», dice a posteriori. «Avrei dovuto aspettare ancora qualche anno, fare degli altri film, così da potermi mantenere. Ma il cinema è stato anche uno svantaggio. Senza Mery per sempre nessuno avrebbe saputo della mia diversità e avrei vissuto più tranquilla». Oggi, «felicemente disoccupata» dopo un breve periodo in una casa editrice di Bologna, Alessandra ha un fidanzato. «Si chiama Alessandro, è un artigiano. È un uomo sotto tutti i punti di vista e stiamo insieme da sei anni. Lo amo molto, però se mi tradisce gli spezzo le gambe». Ma prima di lei aveva mai avuto esperienze con una trans? «Non mi ha mai interessato. Era stato per dieci anni con una bellissima ragazza. Ora lei aspetta un bambino da un altro. Però lei mi ha messo il tarlo: appena arrivo a casa glielo chiedo».

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Finché uno non si impegna veramente
c’è esitazione, c’è la possibilità di ritirarsi e c’è sempre inefficacia.
In tutti gli atti d’iniziativa e di creazione
c’è una verità elementare, la cui ignoranza uccide idee e piani meravigliosi in numero infinito.
Nel momento in cui uno si impegna davvero fino in fondo, allora si muove anche la Provvidenza.
Ti vengono in aiuto mille cose
che altrimenti non sarebbero successe: viene verso di te un intero flusso di eventi prodotti
dalla decisione, portando a tuo vantaggio ogni genere di imprevisti, di incontri e assistenza
materiale che non ti saresti nemmeno sognati.
Qualsiasi cosa tu possa fare o possa sognar di fare, cominciala. L’audacia ha genio, forza e magia.

Cominciala, comincia adesso!
J.W.Goethe

Tutti coloro che hanno a che fare con i disabili, siano essi bambini o adulti, si trovano di fronte ad un grosso ostacolo iniziale che si può sintetizzare nel seguente quesito: come si può comunicare con essi per poter trasmettere il nostro messaggio?
Il principio fondamentale a cui bisogna attenersi per rispondere adeguatamente a questa domanda, deriva in buona parte dalla nostra comprensione del loro stato e dal nostro modo di essere.
La conoscenza delle problematiche, dei disturbi fisici e/o psichici che affliggono i disabili è di fondamentale importanza per applicare l’intervento più idoneo per aiutarli. In primo luogo bisogna nettamente distinguere fra i disabili bambini o ragazzi,disabili adulti.
Con i primi è possibile ottenere in molti casi, applicando una pedagogia curativa mirata, miglioramenti significativi in rapporto alle loro condizioni di base.
Per quanto riguarda invece i secondi, dobbiamo prendere atto che la loro condizione ormai è consolidata e le possibilità per intervenire per migliorarla sono minime, tuttalpiù possiamo intervenire per attenuare i loro disagi.

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Dal punto di vista biologico, si può cominciare a considerare adulto il disabile una volta conclusa la maturazione sessuale, in quanto il corpo fisico acquista la sua conformazione definitiva dopo poco tempo. Da questo momento in poi, come è già stato detto, l’operatore, il terapeuta, il medico, i familiari si trovano di fatto a doversi confrontare con una situazione esistenziale pressoché definitiva.
Alla luce di questa presa di coscienza, l’aiuto che si può dare all’adulto disabile si articola in due direzioni:
un indirizzo lavorativo ed un sostegno terapeutico.
Per indirizzo lavorativo s’intende la possibilità di un suo inserimento dell’attività e nella realtà sociale tenendo naturalmente conto delle sue capacità fisiche, psichiche e spirituali.
Per quanto riguarda il sostegno terapeutico bisogna avere ben chiaro che senz’altro qualsiasi intervento terapeutico può aiutare il disabile a vivere con minor disagio le sue dolorose limitazioni e a rallentarein misura più o meno esplicita i processi di degenerazione del suo organismo fisico e psichico.
Al di là delle terapie strettamente mediche o paramediche, un considerevole aiuto può essere portato al disabile adulto dalle terapie artistiche.
L’interazione corpo-anima, sempre attiva nella cosiddetta persona normale, diventa di fondamentale importanza nel caso della persona disabile. Per quest’ultima ragione le terapie artistiche, agendo sull’organismo psichico, di rimbalzo influiscono sempre positivamente sul corpo fisico, a patto però che la loro applicazione avvenga nella misura più corretta.

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La conoscenza dell’azione terapeutica delle Arti sulle varie patologie è indispensabile per aiutare il disabile, così come è necessaria la conoscenza della natura delle patologie stesse.
Le Arti sono comunemente suddivise in due categorie:
Arti dello spazio e Arti del tempo.
Le prime sono le Arti plastiche pittoriche, fra cui le principali, oltre all’Architettura, sono la Scultura eseguita con vari materiali, la Pittura , il Disegno.
Nell’ambito della Scultura è usato soprattutto Modellaggio con la creta ed il lavoro con il legno.
Tra i vari generi Pittorici il più usato è la tecnica ad acquerello.
Il Disegno, fatto eseguire con metodi particolari, può aiutare alla concentrazione dell’attività pensante.
In linea di massima lavorare con creta o legno si usa per solidificare situazioni interiori che tendono ad essere troppo labili, mentre la pittura ad acquerello serve quale aiuto a sciogliere stati d’essere troppo rigidi.

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Le Arti del tempo, meglio definite come ritmico- musicali, si praticano con strumenti musicali, con l’uso terapeutico della Parola e del Canto, e con Espressioni Corporee equilibranti e riequilibranti.
Gli strumenti musicali più usati a fini terapeutici sono: il flauto dolce, semplici strumenti a corda quali lira, kantele, – piccola lira dalla struttura molto semplificata che assomiglia al salterio – ed infine, per quanto riguarda gli strumenti percussione, sono molto usati lo ksilofono, il triangolo, le nacchere, vari bastoncini di legno ed altri simili semplici strumenti musicali. Abbinati agli esercizi musicali con strumenti, vi è il Canto preceduto da esercizi preparatori; quando possibile si conforma in semplici cori.
L’applicazione terapeutica dell’Arte della Parola, o più esattamente dell’Arte della “Formazione della Parola”, così come per il Canto, al di là del benefico influsso sull’organismo sensoriale, serve soprattutto per equilibrare il sistema respiratorio e circolatorio.
Ciò può avvenire tramite l’esercizio costante non solo di mirati esercizi vocalici, ma anche con la recitazione di poesie, leggende, racconti, favole.
Ai fini della socializzazione nell’ambito del gruppo può risultare estremamente importante la Recita teatrale di fine anno, dove confluiscono una serie di attività sia artistiche che artigianali. Infatti la preparazione delle quinte, degli abiti, degli oggetti da scena e via dicendo, permettono di usare Scultura, Pittura, Recitazione, Canto, Musica creando in tal modo un’attività coordinata e globale.

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Per quanto riguarda l’Euritmia, che comprende ambedue le sfere artistiche e cioè l’ambito spaziale e quello temporale, merita un discorso a parte la sua applicazione sia dal punto di vista artistico, pedagogico e terapeutico.
Questa Arte che si esprime tramite movimenti fluidi e armoniosi rende visibili le leggi che regolano Parola e Musica comunemente invece udibili.
Queste leggi strettamente rapportare con la più intima struttura umana, quando vengono applicate a processi terapeutici, influiscono notevolmente non solo sulle buone funzioni degli organi, ma anche sulla loro stessa struttura.
Con l’Euritmia si possono anche riequilibrare le parti più sottili e delicate costituenti la natura umana: quella psichica e quella energetica.
Secondo le necessità, verranno eseguiti suoni, vocali e consonanti, note od intervalli, che possono aiutare con i loro gesti calmanti od al contrario stimolanti, la persona disabile per ritrovare il proprio equilibrio.
I movimenti possono essere eseguiti attivamente per imitazione od anche, quando la situazione lo richieda, in modo passivo.
Per esempio ad un Down, verranno assegnati suoni e forme molto attive, perché a queste persone piace il movimento ritmico, essendo per loro natura molto musicali anche se stonati.
Invece ad una persona con problemi di paralisi, i movimenti verranno eseguiti in modo passivo: saranno cioè eseguiti con l’aiuto dell’euritmista che attiverà – quando non sia possibile iniziare dall’apparato muscolare – le forze energetiche della persona stessa, forze che comunque sono esistenti anche se bloccate o inattive.
Specie in questi casi, così come in altre malattie, l’efficacia dell’Euritmia viene messa maggiormente in evidenza, giacché Essa può lavorare come già accennato, anche sulle parti più sottili e delicate come quelle vitali o mentali.

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Com’è comprensibile la necessaria conoscenza delle patologie di cui è affetto il disabile va direttamente associata alla conoscenza delle differenti terapie artistiche, come più sopra è già stato accennato.
Di conseguenza per il terapeuta tutto ciò implica un approfondimento sia del primo che del secondo aspetto. Questo porterà il terapeuta ad una trasformazione del proprio essere, permettendogli un rapporto il più possibile vicino alla difficile situazione esistenziale nella quale sono costretti vivere i nostri cari fratelli disabili.
In tal modo ci si può avviare per la strada indicata all’inizio di questo scritto e cercare di raggiungere i due presupposti che dovrebbero essere alla base del nostro operare quale terapeuti, o familiari: lacomprensione del loro stato psichico e spirituale ed il nostro modo di essere rapportato a loro.

Giovanni Peccarisio
Laureato alla “Libera Università della Scienza e dello Spirito” di Dornach (Svizzera), come Maestro Waldorf (scuole steineriane) e Maestro di pittura

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Luigi Giacomazzi e Ugo Di Gangi, dal teatro-disabili all’Opera di Paris
Con Fufull, spettacolo sperimentale con i ragazzi down, l’anno scorso hanno vinto il premio “Il teatro che verrà 2007”. Quest’anno l’associazione della Commissione Europea Fdad (For Diversity Against Discrimination) lo ha scelto per “il rilievo artistico e sociale della rappresentazione che, coinvolgendo professionisti e giovani diversamente abili, promuove i valori della diversità”. Ora quest’opera e un altro loro lavoro, “Desideranza”, che vede in scena solo i due trentenni palermitani, diverranno un libro. Mentre la coppia volerà in Francia per cimentarsi con il “Così fan tutte” di Mozart

 “Il nostro incontro è stato alchemico” dicono in coro Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi. I due attori-registi da quando si sono conosciuti sono sempre stati in sintonia su tutto e mentre li intervistiamo parlano come in una trasmissione radiofonica, alternandosi, aggiungendo dettagli a ciò che dice l’altro, finendo frasi, senza mai accavallarsi, con il pieno rispetto reciproco. Sono attori, ma nessuno vuole rubare la scena all’altro. Con la loro compagnia “Teatrialchemici” hanno lavorato per tre anni con i ragazzi dell’associazione famiglie down, ottenendo risultati incredibili. “Teatri Alchemici perché tutti i nostri lavori non partono da un’idea preconcetta”, dice Luigi. “Mascono sempre dall’esigenza di comunicare qualcosa”, conclude Ugo.

“Quando abbiamo cominciato a lavorare con i ragazzi – continua Luigi -, non pensavamo che ci avrebbe portato l’ispirazione per un lavoro così professionale”. Sul palco sette ragazzi down e cinque professionisti mettono in scena Fufull, spettacolo talmente eversivo e creativo da rendere impossibile la distinzione tra normodotati e disabili. L’anno scorso questo spettacolo ha vinto il premio Il teatro che verrà 2007 del Palermo Teatro Festival, quest’anno è tornato a calcare le scene grazie all’associazione FDAD – For Diversity Against Discrimination, della Commissione Europea che ha scelto quattro spettacoli per “il rilievo artistico e sociale della rappresentazione che, coinvolgendo ragazzi diversamente abili e attori professionisti, promuove i valori della diversità”.

“A seguito di questi risultati ci piacerebbe aprire un laboratorio permanente – annuncia Ugo – e continuare a lavorare con loro costituendo una compagnia teatrale fissa, ma all’associazione Famiglie Persone Down sono stati tagliati i fondi”. Nonostante, infatti, il risultato ottenuto nessuno ha incentivato la loro iniziativa, proponendo la rappresentazione nelle scuole o in occasioni dell’ambito del sociale. “Proviamo grazie ad Alfio Scuderi, direttore artistico del Montevergini – spiegano i registi – che ci ha accolto in questo spazio meraviglioso mettendoci a disposizione i locali”.

 I due trentenni palermitani sono così sovversivi che hanno inventando un teatro dove l’attore viene lasciato libero di pensare dicendo addio al teatro tradizionale “fatto da registi-guru che violentano gli attori trattandoli come marionette – dicono arrabbiati -, chiedono loro di non pensare, non abbiamo mai incontrato nessun regista che ci lasciasse realmente liberi di esprimerci, così abbiamo detto basta”. Il loro teatro rivoluzionario ha partorito “Desideranza”, spettacolo molto apprezzato dalla critica di tutta Italia, che vede in scena i due amici ancora una volta nei temi legati alle diseguaglianze. Il loro lavoro è così interessante che una casa editrice di Macerata, L’orecchio di Van Gogh, ha deciso di pubblicare i due testi teatrali. Del resto Luigi, dopo aver lavorato con carcerati, drogati, emarginati, disabili, può dire di essere un esperto nell’ambito del teatro-educativo.

“Nel caso dei ragazzi down, la malattia li porta ad essere molto concreti – precisa Luigi -, per loro la lingua del ‘Full’ ha un senso. Così come il ragazzo che interpreta il Full – aggiunge Ugo – è realmente convinto di essere un virus portascompiglio. I personaggi sono nati dalle loro personalità, assecondando le loro passioni (le bimbe-“galline ballerine”, ad esempio – intercala Luigi -, ama no molto la danza) e cercando poi di legare tutti gli elementi in qualcosa di organico”.
I dodici attori, fra le musiche psichedeliche e le scenografie strabilianti (di Fabrizio Lupo “elemento indispensabile in tutti i nostri lavori”), riescono a trasmettere il valore eversivo della fantasia con una favola sul potere e la follia. “È incredibile il valore aggiunto che può dare un attore libero – spiegano i due registi -, il nostro materiale sono loro, i singoli attori”.

Ma non bisogna fare l’errore di chiudere Luigi e Ugo, alchemicamente liberi, in una categoria. Il loro prossimo progetto, infatti, è un’opera lirica, il “Così fan tutte” di Mozart che verrà messa in scena il 27 febbraio in Francia, prima a l’Esplanade de Saint Etienne e repliche all’Opera di Massy di Parigi (fino al 24 marzo). Un teatro apparentemente normale e stereotipato.

“L’unico caso sociale in scena sarà Luigi – scherza Ugo -. Non sappiamo in che modo la metteremo in scena, non sappiamo qual è il nostro stile, ma cercheremo di orientare i cantanti nella nostra direzione creativa e ci sarà con noi l’immancabile Fabrizio Lupo, una persona con cui abbiamo un’alchimia pazzesca, un’artista sempre disponibile, che si mette sempre in discussione, umilissimo, geniale, senza di lui non avremmo mai potuto mettere in scena uno spettacolo”.

E Palermo? “L’abbiamo chiesto, ma proprio quest’anno portano in scena un “Così fan tutte” e poi “nemo profeta in Patria”, il direttore del teatro francese sapendo che eravamo palermitani ha mandato la richiesta, ma non hanno nemmeno ricevuto risposta.

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