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Archive for the ‘Tao’ Category

sesso-perfetto durata-rapportoAddio al mito delle notti di fuoco, addiofantasticherie sul macho ideale instancabile e capace di regalare ore d’amore e di passione.
Volete la verità? Se dura più di una decina di minuti il sesso diventa noioso per entrambi i partner.
E’ questa la conclusione a cui è giunto uno studio della Society for Sex Therapy and Research, un team di cinquanta specialisti tra psicologi e sessuologi che ha chiesto a centinaia di pazienti statunitensi e canadesi di quantificare la durata di un rapporto soddisfacente, preliminari esclusi. I risultati, che hanno creato un certo stupore e hanno ridimensionato un bel po’ di luoghi comuni, sono i seguenti:

  • un rapporto che duri più di 13 minuti è decisamente noioso
  • tra 7 e 13 minuti l’incontro può definirsi desiderabile
  • da 3 a 7 minuti il rapporto è adeguato
  • meno di 3 minuti: insoddisfacente

Insomma, la maggioranza del campione “si accontenta”, per dirla in base al pensare comune, di un rapporto abbastanza breve e rifugge lemaratone del sesso. Anzi, queste potrebbero rivelarsi controproducenti inducendo il partner a rinunciare all’impresa accampando varie scuse, come il classico  mal di testa.
Possono dunque mettersi il cuore in pace gli uomini che soffrono di ansia da prestazione e che hanno sempre aspirato, senza successo, a  eguagliare le imprese di Rocco Siffredi e dei suoi colleghi: tutte preoccupazioni sprecate. Lo stesso vale per quelle donne che almeno una volta hanno sognato che il partner dedicasse loro più tempo in quei momenti: inutile, si sarebbero annoiate mortalmente.
L’importante, evidenzia lo studio, è avereaspettative realistiche e non crearsi falsi miti. E soprattutto – aggiungiamo noi- divertirsi, possibilmente tenendo lontano il cronometro dal letto.

Ebbene sì. La “durata” conterebbe, ma fino ad un certo punto. Questo è quanto scoperto dall’equipe, che per arrivare a questa conclusione ha intervistato 50 “esperti del sesso” facenti capo alla “Society for Sex Therapy and Research”. I risultati sono i seguenti: un rapporto sessuale che non supera i 2 minuti non è molto apprezzato dalla partner femminile, dai 3 ai 7 minuti diventa “accettabile”,oltre i 13 minuti diventa sgradevole e noioso.

La durata perfetta si aggirerebbe attorno ai 10 minuti, in barba agli stereotipi e alle leggende metropolitane sui “tour de force” sessuali che durano tutta la notte (ed oltre) e che donano momenti di impareggiabile piacere e passione alla coppia interessata.

Il Dott. Corty ha spiegato che questi dati sono soltanto delle stime e che, per essere soddisfacente, un rapporto sessuale avrebbe bisogno di altri elementi (come i sentimenti provati per l’altro, la fiducia reciproca, l’intimità raggiunta, e molto altro) per funzionare alla perfezione. L’esperto ha anche aggiunto che la consapevolezza di alcuni “limiti fisiologici” e la perfetta intesa tra i partner molto spesso permette di superare i problemi relativi alla durata, una delle principali fonti di preoccupazione per gli uomini di ogni età.

Il sesso è bello quando dura poco: così potremmo dire parafrasando un vecchio proverbio, per riassumere il risultato emerso da un’indagine condotta fra 50 specialisti che si occupano di coppia e sessualità, componenti della Society for Sex Therapy and Reserch, pubblicata su una rivista scientifica, il Journal of Sexual Medicine.

Avete capito bene: le maratone sessuali spesso sbandierate tra amici, di cui magari si può mettere in dubbio anche la veridicità, non rappresentano l’ideale dell’amplesso. Anzi, stancano e annoiano. Gli esperti, sulla base dell’esperienza maturata negli anni di terapia sessuale, ascoltando e parlando con numerosissime coppie, non hanno dubbi: un rapporto che supera i 13 minuti rischia di essere poco soddisfacente e noioso (ma non hanno specificato se la noia colpisce entrambi i partner o solo uno).
Considerato che anche un rapporto troppo fast non è certo soddisfacente, come regolarsi per effusioni erotiche ideali? Gli autori dello studio specificano in questo modo: uno o due minuti sono decisamente troppo pochi, dai 3 ai 7 il lasso di tempo è accettabile, 10 minuti è la durata perfetta. Una precisione cronometrica che non può non lasciare qualche dubbio: sarà vero per tutti e, soprattutto, non sarebbe meglio buttare via l’orologio quando si è travolti dalla passione, duri quel che duri?

Ad ogni modo probabilmente questa sarà una buona notizia per quanti, nel segreto della loro alcova, sono ben consapevoli di non potersi permettere certe performance. E per tutti gli altri, l’ideale di un’intera notte di sesso, tra le fantasie erotiche più diffuse, potrebbe essere destinata a rimanere tale per mantenere intatto il proprio potere eccitante.

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L’amore, nel suo ideale romantico, dovrebbe durare per sempre. Il sesso solo 10 minuti.

1 o 2 minuti sarebbero  troppo pochi.
Dai 3 ai 7 minuti la durata sarebbe “accettabile”.
Circa 10 minuti sono perfetti e bastano per essere soddisfatti. Anzi, avanzano anche visto che oltre i 13 si rischierebbe di sconfinare nella noia e in una ginnastica da camera troppo faticosa.

Almeno, questo è quanto emerge daun’indagine pubblicata sul “Journal of Sexual Medicine” condotta fra 50 specialisti, componenti della Society for Sex Therapy and Reserch che, sulla base dell’esperienza maturata, hanno quantificato la giusta durata di un rapporto sessuale.

Ora, mi perdoneranno gli specialisti e chi concorda con loro, ma anche se questi risultati possono sembrare benefici (e probabilmente lo sono), umani e un vero sollievo per chi soffre di ansie da prestazione, di aspettative irrealistiche e ha il  tarlo delle maratone di sesso, io non riesco a crederci. Perché il cronometro non è un sex toy, a meno che non si tratti di sesso veloce. Soprattutto, non riesco a credere che fare l’amore – rapporto sessuale è un termine troppo distaccato, impersonale, che si può usare per 10 minuti al massimo – possa in qualche modo essere noiosoFaticoso magari sì,  spiacevole, in alcuni casi, anche. Ma noioso mai.

L’unica spiegazione che riesco a darmi per l’esito di questa ricerca è che forse la maggior parte dei rapporti sessuali non sono fare l’amore, godere, donarsi, offrirsi, mischiarsi, ma qualcosa d’altro. Un favore. Una trattativa. Una masione domestica.

E poi – scusate la franchezza – com’è che in 10  minuti sono tutti soddisfatti e contenti, quando è noto che la sessualità femminile è spesso slow orgasm e che a molte donne 10 minuti vanno bene come riscaldamento?

Ma forse c’è una scappatoia, un graffio nello specchio a cui potersi aggrappare: forse, qualcosa si è perso nella  traduzione, o nel giro delle agenzie stampa. Forse, in questa indagine si parla di “10 minuti di coito. Preliminari esclusi”. Siamo i soliti, sempre a lucrare su quegli optional quasi indispensabili alla funzionalità della macchina, da pagare extra. Ma non è questo il punto.

Il punto è che se sentiamo il ticchettare dell’orologio, invece del ritmo irregolare della passione, molto probabilmente, non ci stiano divertendo abbastanza. E a quel punto, anche 10 secondi sarebbero decisamente troppi.

Per cominciare bene la giornata, niente di meglio che del sano e buon sesso. Se finora questo era risaputo solo a livello “popolare”, arriva la scienza a darne conferma. Pare infatti che le coppie che hanno un rapporto sessuale di prima mattina, prima di inziare la giornata, oltre a essere più rilassate e produttive, ne taraggano anche benefici al sistema immunitario. Insomma, le coppie che preferiscono questo metodo per iniziare la giornata piuttosto che marmellata e biscotti, risultano essere, secondo alcune ricerche,più forti, sane e felici. Pare che, oltre a essere meno inclini a prendere un raffreddore o ad ammalarsi, abbiano anche capelli e pelle più luminosi oltre a unghie più forti. Ma il vantaggio non si ferma qui: altri studi dell’Università di Belfast hanno dimostrato che fare sesso almeno tre volte la settimana può ridurre il rischio di infarto.

Anche se hanno impegni lavorativi, famiglia, figli a cui badare, due partner non dovrebbero mai rinunciare alla loro vita privata di coppia e alimentarla. Diversi terapisti che si occupano di problemi matrimoniali, affermano che il mattino è il momento migliore per dedicarsi a fare l’amore perché il fatto di essere di fretta mette in circolo l’adrenalina che rende il rapporto più intenso. Molte donne hanno paura di chiedere al partner di fare sesso la mattina, per timore di un rifiuto. Invece si stupiranno nello scoprire quanto lui lo gradisca e come sarà passionale. Mentre l’uomo dorme, infatti, il testosterone che gli servirà per il giorno dopo si accumula. Al mattino, quando si sveglia, ha un vero e proprio picco ormonale.

L’amore più è breve, meglio è! Sembra voler dirci questo una recente ricerca condotta da cinquanta specialisti della Society for Sex Therapy and Reserch e pubblicata sul Journal of Sexual Medicine. Amore ovviamente qui sta per sesso. Gli specialisti hanno cercato di capire quanto tempo serve per essere felici sotto le lenzuola, ed il loro responso è chiaro, e quantomeno singolare. Sfatando ogni mito, abbattendo ogni pregiudizio, gli studiosi parlano chiaro: un rapporto sessuale perfetto dura 10 minuti, 13 al massimo se si vuole strafare. Qualcuno tirerà un sospiro di sollievo! Cadono così tutte le teorie che vogliono un rapporto sessuale soddisfacente solo se accompagnato da lunghi preliminari. Il mito dell’amore consumato con lentezza e calma, le pratiche tantriche per prolungare il piacere sono inutili lungaggini, che anzi hanno un effetto negativo sul rapporto. Oltre i dieci minuti infatti scatta la noia. Questo almeno sostengono gli studiosi, portando i seguenti argomenti a sostegno della loro teoria: il rapporto sessuale ideale dura dieci minuti, tempo in cui i livelli di attenzione sono altissimi e ci si concentra solo sul piacere, ma trascorso questo intervallo, il cervello comincia a vagare altrove. Secondo gli studiosi (psicologi, terapisti di coppia, medici, assistenti sociali che negli ultimi anni hanno analizzato numerosi casi di coppie con problemi sessuali) due minuti sono troppo pochi per un rapporto, da tre a sette un tempo accettabile ma superare i 13 minuti è decisamente troppo. Il rapporto sessuale perfetto, dunque è quello che, orologio alla mano, oscilla tra i sette e i tredici minuti. Uno dei ricercatori autori dello studio, Eric Corty, psicologo della Penn State University ha affermato che ”molti credono erroneamente alla fantasia di notti di sesso continuo e prolungato. Speriamo che il nostro studio incoraggi uomini e donne ad avere aspettative più realistiche”.

La tradizione Giudeo- Cristiana ha dato vita in occidente ad un senso di colpa che ingloba le attività umane nel concetto di peccato, tale senso di colpa ha limitato la conoscenza e lo studio di svariate qualità umane tra cui in particolar modo quella sessuale del maschio e della femmina, per tali motivi ai più parlare di sesso e sessualità può apparire del tutto offensivo o lesivo verso la dignità “comune”.

Al contrario, secondo il pensiero taoista, le attività naturali dell’uomo quali: la “guerra”, il mangiare, il sesso ed il riposo appaiono così prive di qualsiasi intervento maligno, infatti essi sono la principale manifestazione terrena dei principi universali: Ying e Yang. In particolar modo i taoisti o Tao Ren  (letteralmente: uomo che segue il tao) considerano il sesso indispensabile per la salute ed il raggiungimento dell’immortalità, come la pioggia che cadde sui campi lo è per le piante.

Per prima cosa dobbiamo cercare di capire che non vi è differenza in sesso sacro o profano, tale concezione è soltanto un eredità lasciata dalle maggiori religioni occidentali, il seguace taoista potrà al massimo stabilire la differenziazione in abitudini sane (quindi favorevoli) e non sane (spesso sfavorevoli, ma non totalmente).

Il Taoista come ben sappiamo è l’uomo che ha deciso di seguire il tao, cioè la via della natura, in questo modo egli non può reprimere i suoi istinti naturali, ma bensì può canalizzare tali impulsi verso il raggiungimento della santità, seguendo determinati principi. Nel suo percorso di studio e auto conoscenza il seguace taoista si avvale di ogni mezzo necessario per il raggiungimento dell’immortalità, la quale dà la possibilità di ricongiungersi con il tao stesso:  maggiore è il tempo vissuto, e maggiore sarà la possibilità per unirsi alla Via, in questo modo, la tradizione taoista ha sviluppato nell’arco di 4000 anni di tradizione, diversi metodi in grado di aiutare l’adepto.

Abbiamo visto come questi metodi per il mantenimento della salute ed il raggiungimento dell’immortalità attraversino le attività umane in lungo ed in largo, dando qualità allo studioso quali: apertura mentale e metodo di ricerca scientifica, in questo modo i medici taoisti hanno dato un lungo e attento sguardo alle attività sessuali registrando le loro scoperte in diari e libri dando vita ad una vasta conoscenza del sesso di oltre 3000 anni, divenendo i più astuti osservatori e cultori della sessualità umana.Tao vuol dire “La Via” e l ‘insieme delle diverse correnti taoiste mira, attraverso metodiche e tecniche igieniche, dietetiche, corporee e sessuali e raggiungere l’armonia olistica ed arrivare “all’immortalità”.

Secondo la teoria anatomo-fisiologica taoista la base di tutto sta nell’“energia vitale” (Qi). Infatti il Qi è la forza che è alla base di ogni mutazione dell’Universo, del susseguirsi delle stagioni, della vita e dell’evoluzione dell’individuo. Con esercizi e tecniche specifiche è possibile preservare e nutrire il Qi e non disperderlo inutilmente.

Il mitico Imperatore Giallo ha probabilmente scritto il testo più importante di sessuologia: Il Classico della Signora Bianca. Sono tutte tecniche di Lunga Vita che implicano il concetto di conservare il propriojing (potenza sessuale o anche seme), per godere in modo pienamente appagante della sessualità.
Proprio dagli antichi maestri taoisti deriva il concetto che le ghiandole sessuali erano il fulcro della procreazione e della forza, della potenza della costruzione della vita. Infatti organi e ghiandole sessuali erano definiti “i fornelli” dove viene riscaldato il Qi. Da qui partirono per rafforzare questi organi e ghiandole ed indirettamente prevenire l’invecchiamento.

Rifacendoci alla sessuologia taoista, il pene in un uomo cresce per tutta la vita, anche se non è fondamentale la dimensione quanto la sua forma a fungo (glande grosso ed asta stretta) e l’adattabilità alla vagina.
Premere con forza dalla base fino al glande, premere poi sull’asta fino ad ottenere un significativo indurimento.
Utile per mantenere l’erezione >>> seduti con le gambe divaricate fate oscillare il pene tra i muscoli delle cosce.
Questi 3 semplici esercizi modificheranno il pene “a fungo” e permettono di prevenire l’eiaculazione precoce.

L’Atto del “gettare fuori” e del “gettare dentro”
Quando il pene è in erezione stimola la prostata che si rigonfia di liquido prostatico fino all’orgasmo e al“gettare fuori” (eiaculazione). 
Durante le contrazioni prostatiche pre-orgasmiche viene prelevato la sperma dalle vescichette seminali e le contrazioni normalmente vanno dalle 5 alle 18, 20.

Il seme (jing) contiene la maggior quantità di energia vitale (Qi) ed anche recenti studi hanno dimostrato che ha altissimi valori nutrizionali.
Proprio per questo gli antichi taoisti consigliano vivamente di “non disperdere il jing” e di praticare la ritenzione del seme (“gettare dentro”).
Quindi la raccomandazione è di provare orgasmi intensi senza emissione spermatica.

Vediamo come si può emettere all’interno, invece che all’esterno.
L’Atto: premere con un dito sul punto che è posto fra l’ano e lo scroto, al centro dell’area chiamata perineo.
Questo punto premuto prima dell’orgasmo, fa si che lo sperma non vada verso il canale uretrale per l’espulsione, ma viene riimmesso in circolo e assorbito dal sangue. L’orgasmo si prova ugualmente poiché la prostata si contrae ma il jing non si disperde.
Ricordate infine che “Se riuscite a fare l’amore cento volte senza eiaculare vivrete lunga vita”. 

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Credo che, se siamo onesti con noi stessi, il problema più affascinante che ci possiamo porre è: “Chi sono io?” Che cosa intendiamo e che cosa sentiamo quando diciamo la parola ‘io’? Non penso che vi possa essere una percezione più seducente di questa, così inafferrabile e nascosta. Ciò che sei nell’intimo del tuo essere sfugge all’osservazione allo stesso modo in cui non puoi guardarti direttamente negli occhi senza servirti di uno specchio. Ecco perché esiste sempre un elemento di profondo mistero nella domanda: “Chi siamo noi?” Questo interrogativo mi ha attirato per diversi anni. Ho chiesto a molte persone: “Che cosa intendi con la parola io?” Ho visto che esiste un certo accordo sulla risposta, soprattutto fra la gente della civiltà occidentale: abbiamo, secondo la mia definizione, una concezione di noi stessi in quanto “ego incapsulati nella pelle”. La maggior parte di noi percepisce l’io (l’ego, il mio , la fonte della mia coscienza) come un centro di consapevolezza e una sorgente di azioni che risiedono nel mezzo di una borsa di pelle. È curioso come usiamo la parola io. In un discorso comune non siamo abituati a dire: “Io sono un corpo”. Diciamo piuttosto: “Io ho un corpo”. Non affermiamo: “Io batto il mio cuore”, così come enunciamo invece: “Io cammino, io penso, io parlo”. Sentiamo che il cuore batte da solo e che non ha niente a che fare con l’io. In altre parole, non consideriamo l’io ‘me’ come coincidente con il nostro organismo fisico. Riteniamo che sia qualcosa al suo interno: la maggior parte degli occidentali colloca l’io dentro la testa, da qualche parte tra gli occhi e le orecchie, mentre tutto il resto di noi penzola da quel punto di riferimento. In altre culture non è così.
Quando un giapponese o un cinese vogliono localizzare il centro di sé, il primo lo chiama kokoro e il secondo lo definisce shin: cuore-mente. Alcune persone situano il proprio sé nel plesso solare, ma in generale lo immaginiamo dietro agli occhi e da qualche parte tra le orecchie. È come se all’interno della zona superiore del cranio ci fosse una specie di centrale che somiglia al quartier generale dell’Aeronautica a Denver, dove gli addetti siedono in grandi locali, circondati da schermi radar e da ogni sorta di monitor, e controllano i movimenti degli aerei in tutto il mondo. In ugual modo, noi concepiamo noi stessi come una piccola persona all’interno della nostra testa, che indossa una cuffia di ascolto per captare i messaggi dalle orecchie, che ha un televisore davanti a sé per ricevere i messaggi dagli occhi e che è coperta sul corpo da elettrodi di ogni tipo che le inviano messaggi dalle mani e così via. Questa persona si trova dietro un pannello pieno di pulsanti, quadranti, eccetera, e in tal modo riesce, più o meno, a controllare il corpo. Non è però il corpo, perché ‘io’ sovrintendo solo a quelle che vengono chiamate le azioni volontarie, mentre le cosiddette azioni involontarie mi succedono. Vengo comandato a bacchetta da queste ultime, anche se posso impartire, fino a un certo punto, ordini al mio corpo. Questa è, secondo la conclusione a cui sono arrivato, l’ordinaria concezione dell’uomo moderno di ciò che è il proprio sé.
Osserviamo come i bambini, influenzati dal nostro ambiente culturale, ci chiedono: “Mamma, chi sarei se papà fosse stato un altro uomo?” Dalla nostracultura il bambino prende l’idea che padre e madre gli hanno dato un corpo dentro il quale, a un certo momento, è stato infilato (il fatto che sia stato concepito o partorito un po’ vago). Comunque, in tutto il nostro modo di pensare c’è l’idea che siamo un’anima, una qualche essenza spirituale, imprigionata dentro un corpo. Guardiamo fuori, in un mondo che ci è estraneo e sentiamo, per usare le parole del poeta A. E. Housman: “Io, uno straniero che ha paura di vivere in un mondo non fatto da me”. Di conseguenza parliamo del dovere di confrontarci con la realtà, di fronteggiare gli eventi. Diciamo di essere venuti in questo mondo e siamo allevati con la sensazione di essere un’isola di consapevolezza rinchiusa in un sacco di pelle. All’esterno vediamo una realtà che ci è profondamente aliena, nel senso che ciò che è al di fuori di ‘me’ non è me. Questo fatto crea una fondamentale sensazione di ostilità e di distacco tra noi e il cosiddetto mondo esterno. Quindi continuiamo a parlare di conquista della natura, di conquista dello spazio e vediamo noi stessi come se fossimo schierati in battaglia per opporci a tutto quanto rappresenta l’altro da me. Parlerò più estesamente di questo argomento nel prossimo capitolo, mentre qui voglio esaminare la strana sensazione di essere un sé isolato. Dunque, è assolutamente assurdo dire che siamo entrati in questo mondo. Non è così: in effetti ne siamo usciti! Che cosa credete di essere? Facciamo un esempio: supponete che il mondo sia un albero. Siete per caso una foglia dei sui rami o uno stormo di uccelli arrivati da qualche parte che si è stabilito sopra un vecchio albero morto? Ogni cosa che conosciamo sugli organismi viventi, dal punto di vista scientifico, ci mostra che “cresciamo fuori” da questo mondo, che ciascuno di noi è ciò che si potrebbe definire un sintomo dello stato dell’universo nella sua globalità. Tuttavia, questo pensiero non fa parte del nostro senso comune.
Per molti secoli l’uomo occidentale è stato sotto l’influenza di due grandi miti. Quando uso il termine “mito” non intendo necessariamente dire “falso”. La parola mito richiama una grande idea nel cui ambito l’uomo cerca di trovare il significato del mondo; può essere un concetto, oppure un’immagine.

La prima delle due immagini che hanno profondamente influenzato l’Occidente è quella del mondo come “prodotto”, più o meno come una brocca fatta da un vasaio. E, infatti, nel Libro della Genesi c’è l’idea che originariamente l’uomo era una figura di terra fabbricata da Dio, che poi alitò sopra di essa dandole la vita. Tutto il pensiero dell’Occidente è profondamente influenzato dall’idea che ogni cosa (ogni evento, ogni essere umano, ogni montagna, ogni stella, ogni fiore, ogni cavalletta, ogni verme) è un , “prodotto”: è stata fabbricata. Pertanto, è naturale per un bambino occidentale chiedere alla madre: “Come sono stato fatto?”. Al contrario, questa sarebbe una domanda anomala per un bambino cinese, perché i cinesi non credono che la natura sia un insieme di oggetti fabbricati. La considerano come qualcosa che cresce, e i due processi sono ben diversi. Quando costruite un oggetto, assemblate le varie parti, oppure scolpite una immagine in un pezzo di legno o in una pietra, lavorando dall’esterno verso l’interno. Invece l’osservazione di qualcosa che cresce è completamente differente. Non si assemblano parti. Ciò che cresce si espande dall’interno e gradualmente si complica, estendendosi verso l’esterno, come una gemma che fiorisce o un seme che diventa una pianta.
Tuttavia, dietro tutto il nostro processo di pensiero occidentale c’è l’idea che il mondo sia un manufatto, messo insieme da un architetto celeste, un falegname, un artista che, proprio perché lo ha costruito, sa come è fatto. Quando ero ragazzino ponevo a mia madre molte domande a cui la poverina non era in grado di rispondere. Allora si rifugiava nella disperazione, dicendomi: “Mio caro, ci sono cose che non ci è dato di conoscere”. E io ribattevo: “Ma un giorno troveremo la risposta?”. “Sì,” mi spiegava, “quando moriremo e andremo in cielo ci sarà tutto chiaro.” Così, ero convinto che durante i pomeriggi piovosi, in paradiso, ci saremmo tutti seduti attorno al Trono di Grazia e avremmo detto al Signore: “Allora, spiegaci finalmente perché hai creato il mondo in questo modo e come sei riuscito a fare quest’altra cosa” ed Egli avrebbe chiarito e reso tutto comprensibile. Ogni interrogativo avrebbe avuto una risposta perché, come abbiamo imparato dalla teologia popolare, Dio è la grande mente onnisciente. Se chiedeste al Signore l’altezza esatta del Mount Whitney, fino all’ultimo millimetro, Egli naturalmente lo saprebbe e ve lo direbbe. Potreste rivolgergli qualsiasi domanda, perché Egli è l’Enciclopedia Britannica cosmica. Tuttavia, questa particolare immagine (o mito) è diventata troppo pesante per l’uomo occidentale: è opprimente pensare che si sa tutto di te e che sei perennemente osservato da un giudice infinitamente giusto. Ho un’amica, una cattolica convertita, molto illuminata: nella stanza da bagno di casa sua ha un gabinetto vecchio stile e sul tubo che connette lo sciacquone con la tazza del gabinetto è appeso un piccolo dipinto incorniciato, che rappresenta un occhio. Sotto, in lettere gotiche, è scritto: “Dio ti vede”. Questo occhio è dappertutto e guarda, guarda, guarda, giudicandovi e voi sentite in ogni momento che non siete mai veramente soli. Il vecchio gentiluomo vi sta osservando e sta prendendo appunti nel suo libro nero: un concetto simile è diventato insopportabile per l’Occidente. Abbiamo dovuto liberarcene. Così, al suo posto, abbiamo sviluppato un altro mito: quello dell’universo puramente meccanico. Questo mito è stato inventato alla fine del XVIII secolo ed è diventato sempre più di moda durante il XIX e buona parte del XX secolo, di modo che oggi è un luogo comune. Oggi poche persone credono veramente in un Dio vecchio stile. Dicono di farlo, ma anche se sperano davvero che esista un Dio, non hanno realmente fede in Lui. Desiderano con fervore che ci sia e sentono il dovere di credere, ma l’idea dell’universo governato da quel meraviglioso vecchio gentiluomo non è più plausibile. Non è che ognuno di noi lo confuti; semplicemente non è più in accordo con la nostra conoscenza della smisurata immensità delle galassie e delle infinite distanze di anni luce che separano le une dalle altre.
È invece diventato di moda, e non è altro che una moda, credere che l’universo sia ottuso e che l’intelligenza, i valori, l’amore e i sentimenti più delicati risiedano unicamente nella borsa di epidermide umana; e che oltre a questo esista soltanto una specie di interazione caotica e stupida di forze cieche. Per esempio, grazie a Sigmund Freud abbiamo imparato il concetto che la vita biologica è basata su qualcosa chiamata libido, una parola molto insidiosa. Tale libidine cieca, spietata, incapace di comprensione, è vista come il fondamento dell’inconscio umano e i pensatori del XIX secolo come Georg WF Hegel,Charles Darwin e Thomas H. Huxley erano convinti che alla radice dell’essere vi fosse un’energia e che questa energia fosse cieca. L’energia, dicevamo, è semplicemente energia, completamente e assolutamente stupida, e la nostra intelligenza è uno sfortunato incidente. Per qualche strambo capriccio dell’evoluzione siamo diventati questi esseri sensibili e razionali (o, per meglio dire, più o meno razionali); ma tutto ciò è un terribile errore perché ci troviamo in un universo che non ha nulla in comune con noi. Non condivide i nostri sentimenti, non è veramente interessato a noi: siamo soltanto una specie di colpo di fortuna cosmico.

Ne consegue che l’unica speranza per l’umanità è costringere questo universo irrazionale alla sottomissione, conquistarlo e dominarlo. Naturalmente, l’intero discorso e una perfetta idiozia. Se pensate che l’universo sia stato creato da un gentiluomo vecchio e bonario, vi accorgerete ben presto che Egli non è così bonario e che ha un atteggiamento che indurrebbe a pensare: ‘Questo farà piùmale a me di quanto ne farà a te’. Potete, certo, avere tale idea, ma se questa nozione dovesse diventarvi scomoda, potete cambiarla con l’altro concetto a vostra disposizione, il concetto opposto: vale a dire che l’ultima realtà non possiede intelligenza alcuna. Almeno un’impostazione del genere ci aiuterebbe a sbarazzarci del vecchio spauracchio lassù nel cielo, in cambio però dell’immagine di un mondo totalmente stupido.
Naturalmente, simili teorie non hanno veramente senso, perché non è possibile arrivare a un organismo intelligente, come l’essere umano, partendo da un universo non intelligente. Non può esistere un organismo intelligente che vive in un ambiente non intelligente. C’è un albero in giardino e ogni estate produce mele; lo chiamiamo melo, perché l’albero fa le mele. C’è un sistema solare all’interno di una galassia e una delle sue peculiarità che (perlomeno per quanto riguarda il pianeta Terra) ‘produce’ esseri umani, proprio come l’albero ‘fabbrica’ le mele. Forse, due milioni di anni fa, dentro un disco volante è arrivato qualcuno da un’altra galassia, ha visto questo sistema solare, ha alzato le spalle e ha detto: “È solo un ammasso di rocce”, ed è ripartito. Più tardi, due milioni di anni dopo, è ritornato, ha guardato di nuovo e ha detto: “Scusatemi, credevo che fosse soltanto un ammasso di rocce, ma in realtà è popolato, è vivo: ha fatto qualcosa di intelligente”. L’uomo cresce in questo mondo esattamente come le mele crescono sul melo: se l’evoluzione ha un significato, il significato Ë proprio questo. Ma noi, curiosamente, lo distorciamo. Diciamo: “D’accordo, all’inizio non c’era altro che gas e roccia. Poi è capitato che vi sorgesse l’intelligenza, come una specie di fungo o poltiglia che si è posata sopra al tutto”. Ma questo modo di pensare separa l’intelligenza dalle rocce. Dove ci sono le rocce bisogna stare attenti, perché un giorno diventeranno vive e saranno brulicanti di esseri. È solo una questione di tempo, proprio come la ghianda un giorno diventerà una quercia perché ne ha intrinsecamente la potenzialità. Quindi state attenti: le rocce non sono senza vita.
Dipende dal tipo di atteggiamento che scegliete di avere nei confronti del mondo. Se lo volete umiliare, potete dire: “Fondamentalmente è soltanto un po’ di geologia, un po’ di stupidità bella e buona, su cui appare, per caso, una specie di fenomeno che noi chiamiamo coscienza“. Questo è un atteggiamento che possiamo assumere quando vogliamo provare agli altri che siamo tipi tosti, concreti, che guardiamo in faccia ai fatti, che non indugiamo nelle illusioni. In realtà stiamo semplicemente impersonando un ruolo e ce ne dobbiamo rendere conto: si tratta di mode intellettuali. D’altro canto, se provate amore per l’universo, lo elevate invece di umiliarlo, e a proposito delle rocce, direte: “Sono veramente consapevoli, ma una forma diversa di consapevolezza”. Naturalmente la coscienza è qualcosa di molto più sottile. Ma se percuotete una campana o urtate un cristallo, essi rispondono: dentro di loro c’è una reazione estremamente semplice. È un suono che proviene dall’interno, mentre noi ‘risuoniamo’ a ogni tipo di colore, di luce, di intelligenza, di idee, di pensieri; è più complicato. Entrambe le reazioni sono ugualmente consapevoli, anche se in modi differenti. È un concetto perfettamente accettabile. Quello che voglio dire è che i minerali possiedono una forma rudimentale di coscienza; altri, invece, sostengono che la coscienza sia una forma complessa di sostanze minerali. Queste persone ritengono che ogni cosa sia scialba, mentre io affermo che la vita è uno spettacolo magnifico.
Ciò nonostante, mentre studiamo l’essere umano o qualsiasi altro organismo vivente e cerchiamo di descriverli in modo accurato e scientifico, ci accorgiamo che la normale percezione di noi stessi come tanti io isolati dentro una borsa di pelle è un’allucinazione. E veramente pazzesco, perché quando si cerca di definire il comportamento umano, oppure il comportamento di un topo, di un ratto, di un pollo (o di qualsiasi altro organismo) si scopre che se si vuole descrivere questo comportamento in modo accurato si deve analizzare anche il comportamento dell’ambiente. Supponiamo che io stia camminando e voi volete descrivere l’atto del camminare. Non potete parlare del mio modo di camminare senza descrivere il suolo, perché se non lo fate e se non descrivete nemmeno lo spazio dentro il quale mi sto muovendo, parlerete solo di qualcuno che sta facendo dondolare le gambe in un spazio vuoto. Così come raccontate il mio modo di camminare, dovete raccontare anche lo spazio in cui mi trovate. Non potete vedere se non vedete anche lo sfondo; ciò che sta dietro di me. Se i limiti della mia pelle avessero la stessa estensione della totalità del vostro campo visivo, non mi vedreste affatto. Osservereste le cose che riempiono il vostro campo visivo, ma non vedreste me, perché per vedermi non dovreste vedere soltanto ciò che è all’interno del limite della mia pelle, ma anche quello che è fuori.
È un fatto estremamente importante. In realtà l’ultimo mistero, quello fondamentale, l’unico che dovete conoscere per capire i segreti metafisici più profondi, è questo: per ogni fuori c’è un dentro e per ogni dentro c’è un fuori, e benché siano differenti, i due sono un tutt’uno. In altre parole, vi è una cospirazione segreta tra ogni interno e ogni esterno: ciascuno cioè deve apparire quanto più è possibile diverso dall’altro, ma sotto sotto entrambi sono identici. Non troverete mai l’uno senza l’altro. I due si sono messi d’accordo per darsi battaglia.

Ecco perciò il segreto: ciò che è esoterico, profondo, intenso, viene denominato “implicito”. Ciò che è ovvio e pubblico si chiama “esplicito”. Così, io nel mio ambiente e voi nel vostro siamo esplicitamente tanto diversi quanto possibile, ma implicitamente siamo un tutt’uno. Lo scienziato riesce a scoprire questa realtà molto velocemente, quando cerca di descrivere esattamente che cosa stiamo facendo; dato che tutta l’arte della scienza è quella di illustrare il nostro comportamento, quest’ultimo non è qualcosa che può essere separato dal mondo che ci circonda. Quindi lo scienziato si rende conto che siamo qualcosa che tutto il mondo sta facendo, proprio come quando il mare ha le onde, l’oceano “ondeggia”. Così ognuno di noi è un ‘ondeggiamento’ di tutto il cosmo, l’opera completa, tutto ciò che c’è, e insieme con ciascuno di noi è questo ‘ondeggiamento’ che dice: “Ehi! Sono qui!”, eppure ogni volta è diverso, perché la diversità dà sapore alla vita.
Il fatto strano, però, è che non siamo stati educati a sentire in questo modo. Invece di sentire che siamo qualcosa che tutto il regno dell’esistenza sta facendo, percepiamo di essere entrati in questa totalità come stranieri. Quando nasciamo non sappiamo da dove veniamo perché non lo ricordiamo; così pensiamo che anche quando moriremo sarà uguale. Alcune persone si consolano con l’idea che andranno in paradiso oppure che si reincarneranno, ma in generale nessuno ci crede veramente. Per la maggior parte della gente non è una storia accettabile; perciò la cosa che davvero ossessiona è che quando si muore ci si addormenta per non svegliarsi mai più. Saremo chiusi a chiave nella cassetta di sicurezza delle tenebre per sempre. Però, tutto questo si basa su una nozione falsa di ciò che è il sé di un individuo. Il motivo per cui abbiamo questo concetto errato di noi stessi, per quanto sono riuscito a capire, sta nel fatto che ci siamo specializzati in un tipo particolare di consapevolezza.
Generalmente parlando, possediamo due modelli di consapevolezza. Chiamerò il primo “faro direzionale” e il secondo “luce a largo fascio”. Il faro è l’attenzione consapevole e fin da bambini ci è stato detto che costituisce la forma dipercezione più preziosa. Quando il maestro dice alla classe: “Fate attenzione!”, ogni allievo guarda verso l’insegnante. Questa è la consapevolezza “faro”: fissare la mente su un solo oggetto alla volta. Ci concentriamo e anche se non siamo in grado di avere una durata di attenzione molto lunga, usiamo il nostro “faro”: ci focalizziamo su un oggetto dopo l’altro, uno dopo l’altro… Tuttavia abbiamo anche una consapevolezza “a largo fascio”. Per esempio, possiamo guidare l’automobile per diversi chilometri con un amico seduto a fianco e la nostra consapevolezza ‘faro’ può essere completamente assorbita nella conversazione con l’amico. Eppure l’attenzione “a largo fascio” si arrangia a guidare il veicolo, vedrà tutti i segnali stradali, gli altri idioti che stanno guidando e così via, e noi arriveremo alla meta sani e salvi senza neppure pensarci.
La nostra cultura, però, ci ha insegnato a specializzarci nella consapevolezza ‘faro’ e a identificarci solo con essa. “Io sono la mia consapevolezza faro, la mia attenzione cosciente; cioè il mio ego; cioè me.” Sebbene in larga misura la ignoriamo, la ‘coscienza a largo fascio’ è all’opera senza sosta e ogni terminazione nervosa che possediamo è un suo strumento. Potete uscire a pranzo ed essere seduti accanto alla signora Tal dei tali, poi tornate a casa e vostra moglie vi chiede: “C’era anche la signora Tal dei tali?” “Sì, ero seduto accanto a lei.” “Che cosa indossava?” “Non ne ho la più pallida idea.” Avete visto, ma non avete notato. Ora, siccome siamo stati abituati a identificarci con la consapevolezza “faro”, mentre quella a “largo fascio” è sottovalutata, abbiamo la sensazione di noi stessi in quanto consapevolezza “faro”: un io che guarda e si occupa di questo e di quello. In tal modo, non siamo coscienti della immensa vastità del nostro essere. Persone che, grazie a diversi metodi, diventano totalmente coscienti della propria consapevolezza a largo fascio, fanno un’esperienza cosiddetta “mistica“: il buddhismo la definisce bodhi, “risveglio”; gli induisti la chiamano moksha, “liberazione”. In questa esperienza si scopre che il vero, profondo , ciò che voi siete veramente, fondamentalmente e per sempre, è l’essere nella sua interezza, tutto ciò che è, che opera: quello siete voi. Soltanto questo Sé universale che costituisce la vostra vera realtà ha la capacità di focalizzarsi in numerosi e diversi qui e ora. Affermava William James: “La parola ‘io’ è in realtà un termine che esprime un concetto di posizione, come ‘questo’ oppure “qui”. Proprio come il sole e le stelle hanno molti raggi, l’intero cosmo esprime se stesso in te, in voi, in noi, in tutte le variazioni possibili. Gioca: gioca il gioco chiamato Mario Rossi, Maria Verdi, Giuseppe Bianchi. Gioca il gioco dello scarafaggio, il gioco della farfalla, dell’uccello, del piccione, del pesce, delle stelle. Sono giochi diversi uno dall’altro, proprio come il backgammon, il bridge, il poker, il pinnacolo, o come il valzer, la mazurca, il minuetto, il tango. È una danza con variazioni infinite, ma ogni danza (cioè ognuno di noi) è ciò che sta facendo l’essere intero. Ma noi lo dimentichiamo e non sappiamo chi siamo. Veniamo educati in un modo tale da non renderci conto di questa connessione, ignoriamo che ciascuno di noi è l’opera, il gioco giocato in un certo modo per un certo tempo.

Così, ci è stato insegnato a temere la morte come se fosse la fine di uno spettacolo che non si ripeterà più. Siamo condizionati ad avere paura di tutto ciò che comporta un rischio di morte: il dolore, la malattia, la sofferenza. Se non siete veramente e vividamente consapevoli del fatto che fondamentalmente siete “l’opera”, è probabile che non proverete mai la vera gioia: siete soltanto un fascio di ansia mescolata a senso di colpa. Quando nascono i bambini, ci comportiamo in modo orrendo con loro. Invece di dire: “Come stai? Benvenuto tra la razza umana. Devi sapere, mio caro, che stiamo giocando giochi molto complicati: queste sono le regole. Voglio che tu le capisca, che le impari quando diventerai più grande; magari riuscirai perfino a inventare regole migliori, ma ora devi giocare secondo le nostre”. Invece di essere diretti con i nostri figli, diciamo: “Siete qui in prova, dovete capirlo. Forse quando sarete un po’ cresciuti diventerete più accettabili, ma per ora dovete far sì che vi si veda e non vi si senta. Siete un pasticcio: dovete essere educati e istruiti finché diventerete umani”. Questi atteggiamenti che ci vengono inculcati dall’infanzia vanno avanti fino alla tarda età, perché è possibile che il modo in cui si comincia sia anche il modo in cui si finisce. La gente, vivendo, percepisce di non avere un senso di appartenenza, perché la prima cosa che ha sentito dai genitori è stata: “Guarda, sei nato per soffrire. Sei qui in prova. Non sei ancora un essere umano”. Ed è in preda a questa sensazione fino alla vecchiaia, immaginando che l’intero universo sia presidiato da un terribile Dio Padre che vuole solo il meglio per noi, che ci ama, ma: “Chi risparmia la frusta, rovina il bambino. Chi è amato dal Signore, Egli lo perseguita”. Dove cadrà il prossimo colpo? È chiaro che in questo modo non si può avere un senso di appartenenza; in sua vece, siamo pervasi da una spaventosa impressione, quella che io chiamo “ego cristiano”, ma che è anche un pochino ebraica: la sensazione di essere orfani, senza una casa. I cristiani dicono che siamo figli di Dio per adozione: non figli veri, ma solo adottati, per grazia, per sofferenza. Ed ecco allora la sensazione assolutamente caratteristica dell’uomo occidentale, di ogni persona altamente civilizzata: essere uno straniero sulla terra, un momentaneo guizzo di consapevolezza fra due tenebre eterne.
Per tale ragione ci veniamo a trovare in un continuo contenzioso con ogni cosa che ci circonda: non solo con il nostro prossimo, ma anche con la terra, con le acque. Simbolo di questo, nella nostra cultura, è il bulldozer. Nel luogo dove abito, a bordo di una nave-traghetto, si vedono alcune colline molto belle dall’altra parte della distesa d’acqua. Su quelle alture costruiranno una serie di case, ma saranno case che di solito si trovano nelle zone di periferia e non in un’area tanto amena. Un bravo architetto riesce a far si che una casa si adatti alla collina e non deve distruggere la collina per metterci sopra una casa. Se decidete di vivere sopra una collina, ovvio che ci volete vivere ed è ovvio che non la volete distruggere solo per il fatto che ci volete abitare. Eppure è ciò che succede, soprattutto in California, dove si susseguono molte piccole alture. Che cosa fanno? Livellano le cime fino a che sono perfettamente piatte. Poi vi costruiscono le case, terrazzando via via il territorio fino in fondo. Naturalmente sconvolgono l’ecologia delle colline e le case corrono il rischio di crollare, ma il costruttore dice: “E allora?” Quando accadrà, tutti i pagamenti saranno stati eseguiti. È evidente che il costruttore non sente il mondo esterno come se fosse il suo corpo. Mentre invece lo è. Il mondo esterno l’estensione del nostro corpo e un architetto intelligente, salendo sulla collina prescelta, dovrebbe dire: “Buongiorno. Vorrei tanto costruire una casa in questo luogo e vorrei sapere da te, collina, che tipo di casa ti piacerebbe ti venisse costruita sopra”. Al contrario, l’architetto ha già un’idea precisa di quale casa erigere e sottomette la collina a questo suo pregiudizio. E così rovina l’altura, se ne libera per metterci sopra una casa. Un uomo che agisce così è completamente fuori di mente, perché non si rende conto che il mondo esterno è il suo corpo. Solo quando lo capirà, rientrerà in sé.

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“Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa.

Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo”. 

Da diversi anni mi sono avvicinato allo Zen ed al Buddismo, grazie ad alcune esperienze di meditazione vissute con il mio primo Maestro di Arti Marziali ed un suo allievo già monaco Zen italiano legato alla setta Soto.

La pratica quotidiana delle Arti Marziali mi ha pian piano portato a considerare e praticare le religioni orientali, sino a sentirmi quasi completamente buddista. Dico quasi perché nel mio intimo rimane forte una credenza animista, in cui ogni essere vivente, animali, piante, l’essere umano ha un’anima e merita rispetto. Ho trovato nel Buddismo e nello Zen tutti gli insegnamenti e il conforto di cui avevo bisogno. Ecco il perché di questa pagina, come semplice punto di riflessione.

 

ZEN (inizio)

Per noi occidentali così distanti dalla cultura orientale, ed in particolare da quella giapponese, non è facile accettare e comprendere cosa significa praticare Zen e perché lo Zen è compagno ideale delle Arti Marziali. Ed è mio desiderio sollevare un velo a favore della comprensione di questa disciplina.

È in Cina che si concretizza la prima corrente di pensiero che darà vita alla forma di Buddismo Ch’an, grazie agli insegnamento del monaco indiano Bodhidharma. Successivamente portato in Giappone si svilupperà in diverse “sette Zen” tra le quali emergeranno nei secoli la scuola Rinzai e la Soto. La Prima per lo stile austero e le metodologie, verrà preferita dalla casta dei Samurai, la seconda sarà abbracciata dal resto della popolazione.

Nel Ch’an non esistevano immagini sacre, non c’erano dei da adorare, e poca importanza veniva data alle scritture, perché la regola era la non regola, l’insegnamento era, paradossalmente, che nulla poteva essere insegnato. Secondo il Ch’an prima, e quindi lo Zen poi, la comprensione è possibile solamente ignorando l’intelletto e prestando ascolto agli istinti, all’intuizione.

La sperimentazione della realtà senza l’uso dell’intelletto, ciò non significa non cultura, anzi, ma la completa accettazione della natura dei suoi fenomeni, senza una spiegazione logica per ogni più piccola sfumatura. Lo Zen porta alla calma interiore, una forma di quietismo positivo, che ha alla sua base una grossa forma di umorismo, che si può intravedere nei Koan, gli esercizi di meditazione particolarmente utilizzati dalla setta Rinzai. o nelle risposte dei maestri. Lo Zen, ha influenzato la cultura Giapponese, utilizzando e facendo proprie le varie forme culturali e di pensiero; dalle Arti Marziali alla Cerimonia del The, dalle Composizioni di Fiori al Teatro No, dalla Poesia alla Pittura ad Inchiostro, dai Giardini all’Architettura. Ma per noi occidentali, quali vantaggi la pratica dello Zen può portarci ? Innanzi tutto vorrei precisare che la pratica dello Zen non comporta l’abbandono della propria religione, e, come disse uno dei più grandi Maestri Zen viventi, Taisen Deshimaru, “Lo Zen è al di là delle religioni”, ovvero la pratica dello Zen non è in “concorrenza” con le religioni, ma anzi può aiutare a comprendere e vivere meglio la propria dimensione mistica.

Tornando alla nostra domanda, un primo insegnamento basilare dello Zen è racchiuso nella frase “qui ed ora”, ovvero concentrarsi su ogni istante della vita quotidiana.

“Qui ed ora” significa essere interamente in quello che si fa, mentre mi lavo, mentre mangio o cammino, mentre combatto. Non pensare più in modo frenetico o troppo profondo al passato od al futuro, ma vivere completamente i nostri atti e le nostre parole e pensieri del momento. Nella cultura attuale, molte cose sono date per scontate, molte le cose fatte o vissute in maniera veloce, superficiale. Il ritmo frenetico impostoci dalla “civiltà” dei consumi può essere ridimensionato tramite una buona pratica Zen. Lo Zen si può praticare in qualsiasi momento della giornata, curando la giusta postura (posizione) Za-Zen, concentrandosi sulla respirazione, senza però cercare di ottenere o raggiungere qualsiasi cosa.

“Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa. Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo”.

 

Postura

La postura detta Za-Zen è interpretata in due modi, la prima, tradizionale, adottata dalla setta Soto si ottiene sedendosi su un apposito cuscino rotondo (Zafu) con le gambe incrociate nella posizione del loto, ereditata dalla cultura Indiana. Portando il piede destro sulla coscia sinistra e viceversa, otteniamo questa posizione non facile e inizialmente piuttosto scomoda. Le ginocchia toccano terra, la schiena e ben dritta, le spalle rilassate, il mento rientrante e nuca ritta. La seconda posizione è quella normalmente utilizzata da chi pratica arti marziali ed è la posizione di Sei-Za, ovvero seduti sui talloni, le ginocchia ben divaricate, mentre per il busto vale quanto detto prima. Raggiunta la giusta posizione del corpo (anche con brevi oscillazioni di assestamento) si esegue il saluto (Gassho), congiungendo le mani all’altezza delle spalle, palmo contro palmo, ed effettuando un leggerissimo inchino. Le mani poi adottano una posizione ben definita, appoggiate in grembo, la destra accoglie la sinistra, palme verso l’alto con i pollici che si toccano senza tensione. E’ possibile adottare anche altre posizioni delle mani, prese dalla cultura Taoista. La lingua deve toccare il palato, appena dietro i denti anteriori o nel punto in cui il solletico è più intenso.

 

Respirazione

Concentrandosi sul proprio corpo si inizia a controllare la respirazione. Si inspira ed espira tramite il naso. La respirazione è lenta ed impercettibile, ci si può inizialmente concentrare sull’immagine dei propri polmoni per facilitare il raggiungimento del giusto ritmo, che prevede circa quattro respirazioni complete al minuto. L’inspirazione avviene naturalmente al seguito dell’espirazione con contrazione dell’addome provocando anche un salutare massaggio agli organi addominali.

 

L’ atteggiamento mentale

L’ atteggiamento mentale o dello spirito nello Zen è unico, ma infinito nelle sfumature. Zan Shin lo spirito vigile, coinvolto nell’azione, ma attento a ciò che viene dopo, qui e ora, nello sviluppo completo del tempo. Zan Shin si applica in ogni attimo della vita, dalle cose più semplici come accudire alla pulizia del proprio corpo, al guidare un’auto, ai rapporti con le persone, al combattimento. E’ la strada per una completa fusione del corpo e della mente. Quando svolgiamo un’azione si deve essere integralmente parte di ciò che stiamo facendo. Se guardo una montagna, cerco di essere una montagna, se guardo uno stagno, cerco di essere calmo ma pieno di vita come uno stagno può essere. Qui e ora, essere interamente in quello che si fa, non pensare al passato od al futuro, essere nel presente. Troviamo scritto nello Shodoka del Maestro Yoka: “Non si deve cercare la verità, nè troncare le proprie illusioni”. Si devono lasciare passare i pensieri, non trattenerli, ma viverli. Il nostro spirito è complicato, difficile da dirigere, agile come una scimmia.

Ma come disse il mio Maestro, prendiamo, quando occorre, la scimmia per la coda, ovvero fermiamo il nostro pensiero i nostri sogni per salire a bordo e viverli con reale intensità, qui ed ora. Dobbiamo però ricordarci, di non vivere lo Zen in maniera assoluta come spesso accade ai mistici orientali, che lentamente si chiudono su se stessi. Dobbiamo sviluppare quelle parti dello Zen che ci permettono un dinamismo e una presenza mentale utili nella vita quotidiana, ovvero qui ed ora. La meditazione in Za Zen deve essere quindi una fase iniziale e fondamentale della crescita e non una fase finale in cui rinchiudersi e costruire un proprio mondo limitato e statico.

 

Lo Zen nelle Arti Marziali 

Lo Zen nelle Arti Marziali ha ottenuto un posto di rilievo, in particolare nell’arte della spada e del tiro con l’arco. L’abilità tecnica in combattimento nulla vale se non è accompagnata da una tranquillità interiore, da uno spirito vigile che non si ferma da nessuna parte. Come disse il monaco Zen Takuan (1573-1645) “Il vero spirito è come l’acqua e lo spirito malcerto è come il ghiaccio”, ovvero quando lo spirito si ferma su qualcosa, come il ghiaccio ad un ramo, si è vincolati ed inermi, quando è come l’acqua, mille sono le possibilità e le strade. Con la pratica dello Zen si arriva alla dimensione del “tempo esploso” ovvero in una dimensione in cui gli avvenimenti sono qualcosa di distaccato e sembrano ripresi al rallentatore. Nel combattimento affiorano gli istinti più ancestrali, la parte più profonda del nostro essere, e lo Zen con la meditazione, permette al subconscio di risalire in superficie. In questo modo si prendere contatto con se stessi ed entrare in sintonia prima con il proprio spirito e poi con l’universo e di conseguenza con l’avversario. Forse con questo Haiku che segue Vi potrà aiutare a comprendere questo concetto: 

L’acqua dello stagno di Hirosawa

Non pensa a riflettere la luna,

nè, per parte sua, la luna cerca di

essere riflessa sull’acqua.

 

Ovvero, non c’è che una luna in cielo, ma la superficie di ogni fiume riflette una luna. Se non c’è acqua, la luna non si rifletterà, ma non è l’acqua a creare la luce della luna. La luce della luna non cambia se viene riflessa da molti fiumi, nè cambia la dimensione della luna. Il nostro spirito non deve preoccuparsi delle cose su cui si posa, così come le cose non devono accorgersi della presenza del nostro spirito.

 

Lo Zen ed i Giardini.

La disposizione e la creazione di un giardino come simbolo della ricerca interiore. Il voler rendere omaggio alla natura, con un rispetto reverenziale, a quella natura che costituisce una delle pietre miliari della filosofia Zen. Il giardino visto come un quadro in cui la prospettiva e l’astrazione guidano la mano dell’artista. La cura nella scelta degli oggetti, dei sassi, delle piante, la struttura dei laghetti, nulla è lasciato al caso, ma tutto calibrato per guidare l’occhio dell’osservatore dove l’artista desidera, sino al limite in cui il muro di recinzione non serve per tenere lontano gli sguardi indiscreti, ma per impedire a coloro che osservano il giardino dall’interno, dai punti prestabiliti dall’artista, di spingere lo sguardo all’esterno e quindi introdurre fattori estranei nella visione. Un giardino su cui non oziare, ma da guardare. Si arriva verso la fine del 1400 all’astrazione totale con i giardini di pietra, intesi a favorire la meditazione. Dove prima si ricercava una bellezza scenografica, in questi piccoli giardini invece, si cercavano strumenti tramite i quali la mente contemplativa poteva dilatarsi a cogliere l’essenza dello Zen. Il giardino si avvicina alla pittura ad inchiostro.

 

Lo Zen ed il disegno ad Inchiostro.

La pittura ad inchiostro monocroma fiorita nel periodo Ashikaga (1133-1573), è senza dubbio uno dei momenti supremi dell’arte giapponese, e oserei dire anche mondiale. Nata inizialmente in Cina, quale estensione della scrittura a pennello e delle opere calligrafiche, divenne mezzo fondamentale nella diffusione dello Zen. Il colpo di pennello, che sembra così spontaneo, semplice, immediato è frutto di anni di studio, come il fendente dello spadaccino, l’assoluta precisione del colpo di pennello può essere eseguito solamente da una persona la cui mente ed il cui corpo sono tutt’uno. L’artista esprime l’illuminazione di un istante e quindi non ha il tempo per elaborare ogni singola pennellata, la tecnica deve fluire dalle profondità interiori, catturando le immagini dell’infinità, al di là del pensiero. La carta di riso usata dai pittori Zen, assorbe immediatamente l’inchiostro e quindi non è possibile alcuna correzione, come uno spadaccino che esegue un affondo, che colga il bersaglio o no, non potrà mai correggerlo.

 

Lo Zen ed il Teatro No.

Il teatro No è sicuramente la forma di arte Zen più difficilmente comprensibile per un’occidentale. E’ un teatro dei particolari, delle mille arti, danza, musica, mimica, ed ancora architettura e scultura. Le sole maschere in legno ad esempio, spesso antiche di centinaia di anni, possono mutare espressione a seconda del gioco di luci creato dai movimenti della testa dell’attore. Non si può descrivere il teatro No, per un occidentale è incomprensibile, così imperniato della più raffinata estetica Zen, che spesso lo è anche per un giapponese.

 

Lo Zen e l’architettura.

La casa tradizionale Giapponese è fredda d’inverno e calda d’estate, l’assenza di mobilio costringe gli occupanti a passare gran parte della giornata in ginocchio. Per dormire un ripiano di legno ricoperto da un’imbottita di cotone. La squisita casa tradizionale Giapponese è come un’ ombrello aperto sul paesaggio, che si integra con l’ambiente, non lo domina. L’uso di materiali naturali, spesso lasciati al grezzo, sono un’accurata ricerca di integrazione con l’ambiente. Ma perché questa scomodità, queste privazioni fisiche?

La casa Giapponese è, grazie alla cultura Zen, un raro esempio di fusione tra necessità fisiche e spirituali. Non a caso la struttura di base ricorda un santuario Shinto, spartano ed elegante. L’aspetto fragile della casa ben si adatta ad una terra scossa da frequenti terremoti, infatti la leggera struttura, non ancorata a terra da tradizionali fondamenta, tende a “fluttuare” in sintonia con il terreno. Senza addentrarci nei particolari architettonici, vorrei citare un passo di Ralph Adams Cram che visitò il Giappone all’inizio del nostro secolo”, in relazione alla sobrietà e spartanità della casa nipponica: “La singola stanza costituisce un ambiente che richiede la presenza e la partecipazione dell’uomo per colmare il vuoto. In assenza di distrazioni decorative non resta che concentrarsi sulla propria mente e su quella dei presenti. Ogni parola, ogni gesto appaiono più significativi.”

 

Lo Zen e la Cerimonia del Tè.

La cerimonia del Tè riunisce in sè tutti gli aspetti dello Zen, arte, quietismo, estetismo. La si potrebbe definire l’essenza della cultura Zen, con momenti profondi che vanno oltre l’esteriorità della cerimonia stessa. Sicuramente una delle bevande aromatiche più antiche tra quelle note, utilizzata nei monasteri per combattere la sonnolenza nelle lunghe sedute di meditazione, apprezzata dai nobili e dai guerrieri, l’assunzione del tè finì con essere ritualizzata nella cultura Zen. Cha-No-Yu, ovvero la Cerimonia del Tè, lentamente prese forma, divenne un momento solenne, intimo e sereno. Lunga da descrivere, già il considerare la particolare porta di una sala per il tè, che obbligando il passaggio in ginocchio, induce ad abbandonare all’esterno le superbie, può aiutare a capire i profondi concetti dietro questa cerimonia. L’incenso, lo scarno arredamento, il cerimoniale creano le premesse per una disponibilità interiore che permette a tutti i sensi di partecipare alla cerimonia del Tè e di entrare in armonia con gli altri.

 

Lo Zen e la Poesia.

Anche la poesia ricalca i canoni di semplicità e istintività tipici dello Zen, ma però anche la sua ermeticità, per chi non si è addentrato in profondità nello studio di questa disciplina. Forse nata dalle risposte dei maestri ai discepoli, forse dai Koan, la poesia divenne un’espressione di momenti particolari, dalla “illuminazione” alla “morte”. Attorno al 1400, nasce la forma poetica chiamata Haiku, generalmente definita la poesia Zen per eccellenza. Costituita da 17 sillabe o meno, con un motivo dominate come l’isolamento, la povertà, mistero, l’Haiku ha il diritto di avere un suo posto nella letteratura mondiale, se è vera l’affermazione che l’arte del poetare consiste nel saper dire cose importanti col minor numero di parole possibili.

 

Haiku: le Poesie.

 

Senza impronta, non più bisogno di nascondersi.

Ora il vecchio specchio

Riflette ogni cosa; luce d’autunno

Inumidita da pallida nebbia.

(SUIAN)

 

Sopra il picco una distesa di nuvole,

Il fiume è freddo alla sua sorgente.

Se vuoi vedere,

Scala la cima del monte.

(HAKUYO)

 

Senza impronta, non più bisogno di nascondersi.

Ora il vecchio specchio

Riflette ogni cosa; luce d’autunno

Inumidita da pallida nebbia.

(SUIAN)

 

Koan: Pensieri per Meditare

“Come fai a vedere tutto così chiaramente?” 

chiese un allievo al suo Maestro

“Chiudo gli Occhi” rispose questi.

Tre monaci osservano una bandiera che si agita nella brezza.

Osserva uno: “La bandiera si muove”, ma il secondo ribatte:

“E’ il vento che si muove”. Allora dice terzo:

“Sbagliate entrambi. E’ la vostra mente che si muove”.

La perdita diventa guadagno. Il guadagno diventa perdita.

La felicità diventa infelicità. L’infelicità diventa felicità.

Se ottenete una cosa, perdete un’altra cosa.

Se perdete quella cosa , ne ottenete un’altra.

Il grande sentiero non ha porte,

Migliaia di strade vi sboccano.

Quando si attraversa quella porta senza porta,

Si cammina liberamente tra cielo e terra.

 

BUDDISMO Cenni Storici

Siddharta Gautama Buddha visse nel VI secolo a.C. in un periodo in cui in Cina Confucio e Lao-Tse pongono le basi della filosofia cinese, mentre in Grecia i filosofi presocratici gettano le basi della filosofia occidentale. Il pensiero di Budda era rivolto a tutti coloro che desideravano mettere in pratica i suoi insegnamenti e non ad un numero ristretto di asceti. Questo seme col tempo svilupperà un immenso albero con tanti rami diversificati, dal Tantrismo tibetano allo Zen giapponese. Siddharta Gautama principe, nato nel 563 a.C. ai piedi dell’Hymalaya, crebbe in un ambiente ricco e raffinato, poi si staccò da questo mondo per diventare monaco. Morì verso il 483.

 

I concetti.

I concetti che stanno alla base del messaggio del Budda sono il risveglio, di illuminazione o liberazione. Il risveglio da un ‘sonno’ della mente, dal mondo dei miraggi e dei fantasmi. L’illusione di credere di esistere come qualcosa di individuale e separato dal resto. Come se un’onda del mare credesse di essere unica e sola. L’onda è solo come un disegno che emerge e dura un’ attimo, legata al movimento continuo dell’acqua. Se tentasse di credere di essere unica e sola si troverebbe in una lotta disperata contro la realtà.

 

La pratica.

Mille sono le pratiche che si possono adottare. Nel tempo l’uomo che ha necessità di immagini e riti ha costruito a discapito del vero e puro insegnamento del Budda una serie di cerimoniali. Forse la cosa migliore è leggere il Dhammapada una semplice raccolta di frasi ed aforismi attribuiti allo stesso Gautama Budda.

 

Alcuni passi del Dhammapada:

 

Come il fabbro raddrizza

una freccia,

così il saggio governa i suoi

pensieri,

per loro natura instabili,

irrequieti 

e difficili da controllare.

Non lasciare che la ricerca

del piacere

ti distragga dalla meditazione

e dal tuo stesso bene.

Anzichè badare agli errori

altrui 

osserva i tuoi,

esamina ciò che hai

commesso 

e ciò che hai omesso di fare.

Controlla la rabbia

come un buon auriga

governa il suo carro

impazzito.

Pratica ciò che predichi.

Prima di cercare di

correggere gli altri

fa una cosa più difficile:

correggi te stesso.

Nobile è colui che non fa del

male

ad alcuna creatura vivente.

Tu sei il tuo solo maestro.

Chi altro può guidarti?

Diventa padrone di te stesso

e scopri il tuo maestro

interno.

La padronanza della propria

mente,

ribelle, capricciosa, e

vagabonda,

è la via verso la felicità.

 

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L’orgasmo parte…..

Non è un riflesso, è bello come mangiare l

a cioccolata, è una sinfonia che stordisce. L’orgasmo, quante parole per dirlo, però sempre vaghe, imprecise, misteriose. Ci si sono arrovellati sessuologi, smontando pezzi di corpo per farli parlare. Ci si tormentano le coppie, nelle stanze da letto è la magia che accade o l’illusione che si perde. Colpa di che e di chi se quell’attimo non si coglie mai?

Il corpo parla, ma non dice tutto da solo. Dietro le quinte c’è un direttore sapiente e assai portato alle delizie e al piacere. È il sistema nervoso centrale, intricato network di impulsi el

ettrici che si espande dentro e fuori il cervello fino alla colonna vertebrale. Sta lì forse il motore, l’abracadabra che organizza gli stimo

li e li traduce in orgasmo. Non è solo anatomia e chirurgia quel momento lì, sennò perché uomini e donne paralizzati, insensibili dalla vita in giù, possono raggiungere l’orgasmo? E come spiegare la cosiddetta “aura orgasmica” che scatta all’inizio di un attacco epilettico, sensazione talmente piacevole che alcuni pazienti rifiutano i farmaci antiepilettici? E come è mai possibile spiegare il caso di persone amputate che provano l’orgasmo dove un tempo avevano il piede? Domande cui alcuni scienziati hanno rispost

o con una metafora: se gli organi genitali possono essere gli strumenti, il sistema nervoso centrale è sicuramente il direttore d’orchestra.

Che non fosse solo questione di tocco (certo, lo è anche), che fosse chimica e cuore mischiati, ognuno lo sa. Ma come effettivamente tutto questo si traduca in quella cosa lì, in quel concerto lì, solo ora si comincia a capire. Alcuni studiosi americani con scanner per la risonanza magnetica si sono messi a esplorare il cervello.

In particolare Beverly Whipple della Rutgers University (quello che negli anni Settanta si è “inventato” il “punto G”), lo psicologo della Rutgers Barry R. Komisaruk e Carlos Beyer-Flores, direttore del Laboratorio Tlaxcala in Messico, hanno sintetizzato vari decenni di ricerche in un saggio intitolato La scienza dell’orgasmo (2006): non è semplicemente un riflesso, si può raggiungere attraverso stimolazioni di varie parti del corpo, nelle donne l’immaginazione può valere da sola a raggiungerlo (guarda un po’).

Gli orgasmi sono difficili da definire, per non parlare di quanto sia difficile capirne la dinamica. E però: prima di tutto la stimolazione degli organi genitali invia impulsi elettrici lungo tre percorsi principali: i nervi pelvici, ipogastrici e pudendi. I segnali entrano nella colonna vertebrale e risalgono nelle regioni cerebrali che reagiscono. A quel punto altre aree del cervello si attivano: alcune inviano segnali di ritorno all’organismo con determinate istruzioni in un crescendo di intensità. Fino al piacere.

Anche chi ha subito fratture alla colonna vertebrale non è escluso dalla festa dei sensi. L’orgasmo suscita una forte attività nel nucleus accumbens che è la sede della gratificazione, la stessa che si attiva anche fumando, mangiando cioccolata, con la cocaina e con la musica; e nel cervelletto, che contribuisce a coordinare la tensione muscolare; e in parti dell’ipotalamo che rilascia l’ossitocina, l'”ormone della fiducia” e delle relazioni sociali. Non solo meccanica, come il buon senso sa, è l’amore.

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L’induismo

L’induismo – insieme di credenze e pratiche di circa il settanta per cento degli abitanti dell’India (e dell’ampia emigrazione indiana nel mondo) – trae la sua origine dalla parola sanscrita sindhu (fiume, corso d’acqua, area del fiume), corrispondente all’iranico hindu, con cui si indicava la terra più a Oriente del grande impero di Dario. In seguito, attraverso vari passaggi dal greco fino al latino indus, si è giunti al neologismo hindu mediante il quale si è soliti indicare l’insieme di usanze e convinzioni condiviso dalla maggior parte degli abitanti delle regioni a Est del fiume Indo. Più correttamente, come indicano le antiche scritture religiose di riferimento, i termini per definire tale “religione” – in realtà, insieme di religioni e credi religiosi – sono Sanatana Dharma (le “eterne leggi divine universali”) o Vaidika Dharma, insieme di norme contenute nelle sacre scritture dei Veda. Con il termine induismo non si intende, è opportuno sottolinearlo, un’unica struttura religiosa, ma una miriade di fedi, culture e filosofie, a volte anche distanti teologicamente fra loro, che manifestano però alcuni punti di convergenza comune, quali la teoria del karma e della reincarnazione, la possibilità di liberazione (moksha), l’accettazione dei Veda, il vasto numero degli dei adorati (peraltro, non tutte le correnti accettano le medesime manifestazioni del divino – dei o dee -, ma accettano il fatto che ogni manifestazione sia, in ultima analisi, un aspetto dell’unico Dio).

Le origini storiche dell’induismo sono state a lungo fatte risalire, secondo teorie oggi discusse anche criticamente dagli specialisti, all’arrivo degli ariani (insieme di tribù indoeuropee nomadi, di pelle chiara, provenienti dall’Asia centrale) nel subcontinente indiano – circa 1500 a.C. -, anche se più recentemente si va affermando la teoria cosiddetta “del substrato”, secondo la quale la religione degli ariani si sarebbe largamente avvalsa di materiale tratto dai precedenti abitatori del subcontinente, ivi residenti già a partire dal 2400 a.C. In proposito – e per rendere ragione dei due paradigmi attorno ai quali si articola la problematica relativa alle origini storiche dell’induismo -, è opportuno sottolineare come ampi settori dell’induismo ortodosso rigettino completamente sia la cosiddetta “teoria dell’invasione ariana” sia la “teoria del substrato”, considerate entrambe il frutto della storiografia eurocentrica, o addirittura reputate come una pura invenzione di studiosi occidentali, che avrebbero attribuito date e fatti storici adottando parametri arbitrari e soggettivi (si tratta, in questo caso, di una posizione non poco controversa, e che così posta rischia di cavalcare il tono fortemente politicizzato e nazionalistico della corrente contemporanea detta hindutva).

Comunque sia, le origini storiche dell’induismo, difficilmente databili, sono antichissime, e non mancano studiosi – archeologi e antropologi in particolare – i quali datano tracce della civiltà dell’Indo a prima del 6000 a.C. (una datazione che altri specialisti considerano acritica, postulando una sostanziale omogenia fra induismo e civiltà vallinde). Secondo questa versione, la civiltà indica arcaica e le diverse popolazioni che abitavano l’India dell’epoca, seguivano vari culti che nel tempo si sarebbero amalgamati, evolvendosi nelle forme vediche e agamiche delle pratiche religiose indù. È bene sottolineare che gli studiosi hanno applicato diversi parametri per suddividere l’evoluzione dell’induismo nelle varie epoche storiche (per esempio, in base ai testi di riferimento o al rituale, e così via); una possibile suddivisione potrebbe essere proposta in quattro periodi:

1.   Il primo è detto vedico, dai Veda (“vera o sacra conoscenza”), testi sacri redatti in un periodo approssimativo compreso fra il 3000 e il 400 a.C. e canonizzati come increati ed eterni, auto-rivelazione dell’energia divina Brahman. Il periodo vedico si suddivide a sua volta in età dei Samhita (“raccolta degli inni”), dei Brahmana (composizioni sacerdotali di ritualistica) e delle Upanishad (parte speculativa-filosofica).

2.   Il secondo periodo, durante la dinastia dell’impero Maurya (c. 560-200 a.C.), è l’età dei Sutra, o Kalpa Sutra, all’interno del quale si inseriscono iVedanga (sei trattati supplementari ai Veda per la corretta celebrazione del rituale, in cui si trattano la corretta pronuncia, la metrica, l’etimologia, la grammatica, l’astronomia e le norme per la cerimonia).

3.   Il terzo periodo, risalente al 200 a.C.-300 d.C. – fino alla fine della dinastia Gupta -, è quello Itihasa (“Così invero fu”, o poemi di carattere popolare leggendario, fra cui il Ramayana e il Mahabharata).

4.   Il quarto periodo, a partire dal 300-650 d.C., è l’epoca dei Purana (raccolte di storie dei tempi antichi, che tradizionalmente trattano cinque argomenti: creazione dell’universo; sua distruzione e ricreazione; genealogia degli dei; regni e varie epoche del mondo; storia delle grandi dinastie solare e lunare), degli Agama (“ciò che è stato tramandato”; testi che contengono insegnamenti tradizionali non-vedici della tradizione Saiva) e dei Tantra (“fili intessuti su un telaio”; termine riferito a vari testi di carattere sia religioso sia laico, di tradizione sia hindu sia jaina e buddhista).

Questi periodi rispecchiano i passaggi fondamentali della religiosità indù: quello rituale, quello speculativo e quello devozionale, o bhakti. Peraltro, una peculiarità fondamentale dell’induismo è la sua visione atemporale, e quindi i periodi presi in esame non rispecchiano una rigida suddivisione cronologica, bensì una coesistenza e un intrecciarsi continuo. Infatti, il carattere di astoricità così affine alla cultura indiana è determinato da fattori quali la lunga trasmissione orale, la concezione tipica indiana dell’eternità dei Veda, la totale mancanza di rilievo data agli autori dei testi.

Sruti significa “ciò che è ascoltato” e sottolinea la trasmissione diretta, orale, da individuo a individuo, “ascoltata attraverso le orecchie e attraverso il cuore”. In origine, il termine era riferito ai seguenti testi: Veda, suddivisi a loro volte in quattro raccolte (Rig VedaSama VedaYajur VedaAtharva Veda); SamhitaBrahmana. Successivamente, il termine sruti è stato esteso anche alle Upanishad. È opinione comune che il Rig Veda sia il più antico fra i testi vedici, dimostrata dal fatto che nelle altre raccolte vi siano porzioni più o meno ampie dei suoi 1.028 inni di preghiera con piccole addizioni e lievi alterazioni.

La religione vedica dà speciale importanza a numerose divinità “liturgiche”, quali Indra (simbolo della forza vitale), Agni (il fuoco), Soma (la pianta divina, il cui succo è estratto nel sacrificio), Varuna (il dio delle acque). Divinità specifiche presiedono alle tre funzioni della società – sacerdotale, guerriera, commerciale-agricola – cui corrispondono tre diverse caste (brahmanaksatriyavaisya), cui se ne aggiunge poi una quarta (sudra), più orientata verso la manualità; altre divinità – che diventeranno successivamente molto più importanti (per esempio, Vayu, Mitra, Parjania, Asvini, e così via) – hanno un ruolo, almeno apparentemente, secondario.

Nei Brahmana – che prendono il loro nome da Brahman (l’Assoluto) – sono elaborate le semplici idee sulla società e sul rito delle Samhita in una religione liturgica di tipo sistematico. Numerosi e complessi riti sono elaborati per la vita domestica, la morte (con la cremazione), i sacrifici di sostanze vegetali e di animali (soprattutto capretti). La funzione sacerdotale è cruciale nei Brahmana. Il sacrificio primordiale e unico di Purusha, di cui parlavano le Samhita, diventa in qualche modo secondario rispetto al sacrificio ricorrente di Prajapati, che simboleggia il ciclo di vita, morte e rigenerazione (da cui cominciano a emergere idee sulla reincarnazione). Prajapati è il prototipo del personaggio che nell’induismo classico diventerà Brahma, il dio che personifica l’assoluto, mentre Purusha diventerà un nome di Vishnu, e un’altra divinità dei Brahmana – Rudra – è il prototipo di Shiva, un dio che simboleggia la neutralizzazione delle forze impure che potrebbero minacciare il sacrificio.

Negli Aranyaka (“testi della foresta”), il rituale si sposta dalla casa alla foresta, mediante una interpretazione filosofica dei rituali attraverso le allegorie. La parte più squisitamente speculativa è composta dai testi delle Upanishad (“Ciò che si ascolta seduti ai piedi di un Maestro”), che costituiscono la parte essenziale del Vedanta, e che per taluni studiosi completano il passaggio dal “politeismo” vedico originario alla riduzione delle varie divinità a una (un concetto però già presente nel Rig Veda, dove è scritto: “Dio è uno, ma i saggi lo chiamano con molti nomi”). Nei vari momenti, dal rituale del periodo vedico alla speculazione o rinuncia delle Upanishad, a quello della devozione – bhakti -, al periodo dei Purana, Agama, Tantra, si sviluppano numerose tradizioni che compongono quella poliedrica struttura religiosa comprendente diverse teologie e filosofie, convergenti (come si è già detto) in temi quali il concetto di liberazione (moksha), il karma e la reincarnazione, l’autorità dei Veda, e così via.

Il concetto di karma, che talora ha assunto valore meritorio nel rituale, trova nelle speculazioni successive un risvolto più complesso e diventa maggiormente legato a una legge di causa-effetto che costituisce la causa delle successive reincarnazioni. Lo scopo dell’individuo, quindi, consiste nella liberazione dal ciclo delle rinascite (samsara), cioè nella moksha (“liberazione”). Per conseguire la liberazione, il rituale – così importante nei Veda – non è rifiutato, ma assumono importanza centrale la conoscenza (vidya) e gli insegnamenti che il maestro (guru) trasmette al discepolo. La conoscenza dell’Assoluto si sviluppa nelle Upanishad lungo due linee direttive, alle origini di una dialettica che percorre tutto l’induismo. Da una parte, l’Assoluto è concepito come “totalmente altro”, “né questo né quello” (neti neti), negazione di tutto ciò che è irreale, non permanente e transitorio; dall’altra l’affermazione di Assoluto come totalità, iti iti, il contrario di neti neti, definisce lo stesso Assoluto nelle sue qualità come sat cit ananda (realtà-coscienza-beatitudine).

Nella tipica predilezione per la classificazione del pensiero indiano, il numero quattro ha un posto particolare (anche se non il più rilevante): quattro sono i Veda; quattro sono le caste (anche se nascono innumerevoli sottocaste) – e l’induismo brahmanico tuona contro la confusione fra le caste e contro il matrimonio esogamico -; quattro sono gli stadi della vita dell’uomo, che in teoria – se non in una vita sola, attraverso le varie reincarnazioni – dovrebbe sperimentarli tutti, dallo studente al “rinunciante” (sannyasin), un ideale che l’induismo in questa sua fase di consolidazione afferma contro “eterodossie” (come il buddhismo e il giainismo) che distinguono invece fra laici e monaci; quattro sono anche gli scopi della vita, tre di carattere pratico e il quarto – la liberazione (moksha) – da perseguirsi in ogni stato della vita, e di ogni vita, ma particolarmente quando si è raggiunta la condizione di “rinuncianti”.

A proposito di come raggiungere la “liberazione”, lentamente nascono diverse scuole filosofiche o “punti di vista” (darsana), fra le quali la più nota è loyoga (“aggiogamento” o “disciplina dell’aggiogamento”). La divisione fra i vari darsana è anche lo sfondo che vede nascere i movimenti di devozione (bhakti), che personalizzano il divino e fanno sentire la loro influenza nel periodo dei grandi testi epici – Itihasa – costituiti come si è accennato dalMahabharata (che comprende la celebre Bhagavad Gita, il “Canto del Signore”) e dal Ramayana. L’universo che è qui descritto ruota intorno a Vishnu e alle sue incarnazioni (avatara), fra cui Rama e Krishna. A Vishnu è complementare Shiva – e la loro interazione regola i ritmi ciclici dell’universo – mentre Brahma, il creatore, la forma maschile dell’Assoluto impersonale, rimane – almeno originariamente – subordinato in quanto orientato verso il mondo.

La discesa degli avatara avviene, particolarmente, in tempi di crisi, per richiamare il mondo all’ordine. Così è ricostruita, in particolare, la missione di Krishna: con la precisazione, però, che Vishnu non scende nel mondo da solo e lo accompagnano “incarnazioni” di altre divinità, in particolare una dea, emanazione di un potere femminile (shakti) che comincia a essere considerato come essenziale all’opera cosmica della Trimurti composta da Vishnu, Shiva e Brahma. L’importanza della dea si riflette nel successo del movimento tantrico che, con radici precedenti (e forse con influenze pre-vediche), si sviluppa a partire dal quarto secolo d.C. e penetra non solo nell’induismo, ma anche nel buddhismo e nel giainismo (considerati sistemi filosofici nastika, ovvero eterodossi). Mentre il tantrismo critica il tradizionale sistema brahmanico (i suoi adepti vengono da tutte le caste, i maestri sono spesso di casta inferiore) e considera il corpo non un ostacolo, ma il principale veicolo della liberazione, una vigorosa ripresa dell’ortodossia (astika) induista è promossa da Adi Shankara (c.788-c.820), all’origine di un grande movimento riformatore e codificatore degli ordini monastici.

Shankara non è il fondatore, ma il principale promotore dell’Advaita Vedanta, una corrente “non dualistica” che insiste sull’importanza di considerare il mondo come illusione (maya). Tutto è illusione – compreso Dio, se lo si identifica con le sue qualità (saguna) – e tutto deve essere trasceso per sperimentare la pura unità fra il sé e Brahman, che è l’Assoluto “senza qualità” (nirguna). Da questo punto di vista, nonostante l’aspirazione a riconciliare tutte le correnti dell’induismo, l’Advaita Vedanta si pone in oggettivo contrasto con le varie forme di devozione bhakti, che continuano a fiorire e che a partire dall’XI e XII secolo corrono parallele alla formazione dei sampradaya (“tradizioni”, o “sette”, un’espressione questa che tra gli studiosi dell’induismo non ha un significato negativo, ma identifica i gruppi che onorano in particolare una specifica divinità oppure seguono gli insegnamenti di un particolare maestro).

Tra i maestri più importanti dell’induismo delle sampradaya vanno segnalati Ramanuja, tra l’XI e il XII secolo, e – molto più tardi, in Bengala – Krishna Mahaprabhu Chaitanya (1486-1533), fondatore della “setta” Gaudiya Vaishnava, alle origini dei moderni Hare Krishna e di diversi altri movimenti contemporanei. Contemporanei di Chaitanya nell’India occidentale e settentrionale sono maestri che si definiscono per il loro rapporto con l’islam, o di tipo polemico ovvero – al contrario – sincretistico, come nei casi di Kabir (1440-1518) e Nanak, quest’ultimo all’origine della religione sikh, che nasce precisamente dall’incontro fra islam e induismo.

Ancora più recentemente, l’induismo si è definito in relazione all’Occidente e al cristianesimo. Nascono così i grandi movimenti di riforma del XIX secolo, il Brahmo Samaj, fondato nel 1828 da Raja Ram Mohan Roy (1772-1833), e l’Arya Samaj, fondato nel 1875 da Swami Dayananda Sarasvati (1824-1883). Pure molto diversi fra loro, entrambi presentano l’induismo come monoteismo. Altri maestri si pongono il problema di portare l’induismo in Occidente, superando il punto di vista secondo cui si tratta di una religione per i soli indiani.

La rinascita spirituale dell’induismo di fronte alla sfida dei missionari cristiani nel XIX secolo – e la successiva “contro-missione” in Occidente – è rappresentata particolarmente da Ramakrishna e dal suo discepolo Vivekananda, il “san Paolo dell’induismo”. Sulla scia di Vivekananda, moltissimi maestri indiani sono venuti in Occidente, e un catalogo anche succinto dovrebbe comprendere centinaia di nomi. Ci limiteremo, in questa sede, ai gruppi presenti in Italia, non senza notare che la maggior di loro rappresentano movimenti di riforma molti dei quali sono importanti in India per l’auto-definizione dell’induismo da un punto di vista intellettuale (e talora politico). Ma in India – e nell’emigrazione indiana – questi movimenti coesistono con forme popolari di religiosità del tutto diverse, che sarebbe peraltro improprio escludere dalla definizione di “induismo”, un concetto certamente insostituibile ma che gli studiosi considerano sempre più problematico.

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Antica cetra cinese…

Anticamente nella gola di Lung-men si ergeva un kiri (la paulonia dal legno leggero e dai grappoli di fiori azzurro-viola), autentico re della foresta. Sollevava la cima per parlare con le stelle; le radici erano penetrate così profondamente nel suolo da intrecciare le loro spire bronzee con quelle del drago d’argento che dormiva nelle viscere della terra. Poi accadde che un potente mago ricavò dall’albero un’arpa prodigiosa, il cui spirito ostinato soltanto il più grande dei musicisti sarebbe riuscito a domare. Per molto tempo lo strumento fu custodito come un tesoro dall’imperatore della Cina, ma i tentativi di quanti cercavano di trarre delle melodie dalle sue corde risultarono vani. In risposta ai loro sforzi immani, dall’arpa non uscivano che stridule note di disprezzo, che non s’intonavano con le canzoni che essi avrebbero voluto innalzare. L’arpa si rifiutava di riconoscere un maestro.
Si presentò infine Po Ya, il re degli arpisti. Accarezzò l’arpa dolcemente, come se si trattasse di ammansire un cavallo recalcitrante, e sfiorò delicatamente le sue corde. Cantò la natura e le stagioni, le alte vette e le acque fluenti, e tutti i ricordi dell’albero si ridestarono! La dolce brezza primaverile scherzò ancora una volta fra i suoi rami…
Po Ya cambiò poi accordo e iniziò a cantare l’amore. La foresta ondeggiava come un ardente innamorato perduto nei propri pensieri.
La tonalità cambiò ancora: Po Ya cantò la guerra, il clangore delle spade e lo scalpitio dei cavalli. E nell’arpa si scatenò la tempesta… Estasiato, il monarca celeste domandò a Po Ya quale fosse il segreto della vittoria. “Sire” rispose “gli altri hanno fallito perché cantavano solo se stessi. Io ho lasciato che fosse l’arpa a scegliere il tema, e realmente non sapevo se l’arpa fosse Po Ya, o Po Ya l’arpa”.
…per la cerimonia del tè
I taoisti narrano che nel grande principio del Non Principio, Spirito e Materia si affrontarono in una lotta mortale. Alla fine l’Imperatore Giallo, il Figlio del Cielo, trionfò sul demone dell’oscurità e della terra. Il titano agonizzante urtò con la testa il cielo, mandando in frantumi la celeste volta di giada. Le stelle persero i loro nidi, e la luna vagò senza meta nei deserti abissi della notte. In preda alla disperazione l’Imperatore Giallo cercò ovunque chi sapesse riparare i cieli. Non cercò invano. Dal mare d’Oriente emerse una regina, la divina Niuka… essa saldò l’arcobaleno dai cinque colori e ricostruì il cielo. Ma si narra anche che Niuka scordò di saldare due sottili crepe nel firmamento azzurro. Fu così che ebbe inizio il dualismo dell’amore – due anime che si muovono nello spazio senza mai fermarsi, fino a quando non si uniscono per rendere compiuto l’universo.

Lo ZEN e l’arte della percezione emotiva

Per quanto riguarda la musica il problema è realmente… semiserio!
Molto spesso persone diverse mi rivolgono la stessa domanda: “ hey Skanf (è il mio nomignolo), consigliami un buon disco”. Puntualmente io rispondo: “o.k.: in LP, CD, DVD-A o SACD?” ebbene, lo ammetto, sono un sadico!
Io adoro osservare come le fronti dei miei interlocutori si aggrottino frustrate e confuse. Qualcuno di essi ignora siano “ancora” in vendita i miei amati vinili, altri non sanno cosa sia il SACD.
Stabilito che il formato loro utile è l’ormai obsoleto CD chiedo, infine, quale stile di Jazz gradiscono. Alcuni scappano via a gambe levate (baciando il crocifisso, facendo le corna o grattandosi i “cosiddetti”), altri si affannano ad ostentare la propria ignoranza volendone parlare a tutti i costi, sicché: il Free viene scambiato con l’Hard Bop, il Be Bop con il Mainstream, lo Swing con ilRagtime e quest’ultimo con il Country.
Talvolta incontro gente attenta solo alla qualità delle registrazioni. Infatti, di fronte a capolavori come: A love supreme di John Coltrane, ogni tanto mi sento dire: “ il disco è bello ma non si sente molto bene ”. “ Allora chiama un dottore! ” gli rispondo subito lasciandolo nel dubbio che il medico non serva a lui piuttosto che al disco.
La questione assume connotati davvero grotteschi quando qualcuno afferma che i cantautori Zucchero Fornaciari e Pino Daniele “fanno” del Blues…
Non sono qui ad attribuire colpe o additare qualcuno se non la scuola e gli organi di comunicazione di massa. Conclusione: diamoci da fare noi stessi!
La cosa migliore in questi casi, secondo me, è fissare degli obiettivi.

* Interroghiamoci, dunque, su cosa ci si propone; ad es.: voglio conoscere il Jazz o la musica Classica.
Qualunque sia la vostra preparazione in materia lo Zen suggerisce di cominciare, se non lo avete già fatto, ad ascoltare qualcosa che vi piaccia, che soddisfi il vostro gusto, che alla fine vi lasci contenti.
Un mio conoscente cominciò ad interessarsi al Jazz dopo aver ascoltato The pink panther theme suonata da una piccola band di “liscio, folk e Napoli”, alla festa del suo paese.
Io mi appassionai alla Classica grazie al film Fantasia di Walt Disney, ricordo che il penultimo brano: Una notte su monte Calvo di Modest Mussorgsky fece di me una persona diversa.
Avevo solo dieci anni.
Se non avete amici in grado di consigliarvi (siete senza cuore! Cosa siamo allora noi di Audiophile Sound?) provate ad acquistare un buon libro.

Ve ne sono alcuni che consigliano anche degli ottimi dischi. La cultura musicale è sempre utile, specialmente quando si vuole investire bene il proprio budget. Ma la cultura senza la sensibilità somiglia ad un ramo senza fiori. Come potrà dare i suoi frutti? Beh, chiunque ami la musica e l’arte non può essere un cialtrone e per questo metà del lavoro è già svolto. Lo Zen suggerisce il pluralismo. Ovvero: se vi piace il Jazz non fossilizzatevi solo con i “soliti” noti (DavisColtraneEllington… ) ma allargate i vostri orizzonti ed ascoltate anche il nuovo ed il vecchissimo; il noto e lo sconosciuto. Se invece prediligete le composizioni Classiche il lavoro si complica: leggermente se siete degli inguaribili ottimisti; inverosimilmente se siete pessimisti perfezionisti. Mi spiego: se dei grandi del Jazz (ad es.: Sonny Rollins) ci rimangono numerosissime testimonianze dirette… di Beethoven non ci restano che le sue misere quattro ossa. Dobbiamo fidarci, ahimè, degli interpreti sperando che non ci imbroglino, che siano capaci, ma soprattutto che siano musicali. Lo Zen in questo caso suggerisce di ascoltare molte versioni di una stessa opera. De Al chiaro di luna (ad es.) converrebbe ascoltare le versioni passate e presenti, eseguite dai più grandi maestri, se si vuole avere un’idea di cosa abbia realmente concepito quel geniaccio sordo di Ludwig. Confrontate a memoria e traete le vostre giuste conclusioni. Non è vero che non esiste la memoria auditiva, essa esiste eccome! Io riconoscerei una Fender Stratocaster, un piatto Zildjian, un sassofono Selmer o un pianoforte Bosendorfer anche con un orecchio legato dietro la schiena.

**Se l’audiofilo o il melomane è arrivato a questo stadio vuol dire che… è quasi cotto!
Purtroppo però ne conosco alcuni che si sforzano di ascoltare cose che non gradiscono e che quindi non capiscono, ma che fanno suonare divinamente l’impianto.
Francamente non condivido questo approccio animista tutto “audiofilo” della musica.
Ritengo sia un peccato spendere moltissimi soldi per uno stereo e farci suonare solo ed esclusivamente musica di “gran marca”.
Per contro c’è gente che ascolta il meglio che Euterpe possa ispirare, attraverso baracche giapponesi anni ’80 e addirittura ’70. Non so quale dei due casi mi fa più rabbia. Ma noi, che, non per nulla, siamo lettori di Audiophile Sound e per questo siamo persone assennate, equilibrate e dai gusti raffinati ci apprestiamo all’ascolto nel modo che più si conviene.

***Ecco, ora abbiamo acceso le elettroniche. Durante il “warm up” sfrattiamo i conviventi, abbassiamo le luci… un goccio di buon whisky! Relax e ottima musica: la nostra preferita.
Lentamente i pensieri più cupi si dissolvono come nebbie al sole. Inspirare profondamente acuisce la percezione. E intanto che la mente si sgombera dai quotidiani assilli sentiamo di entrare in consonanza col ritmo.
Le melodie e le armonie penetrano direttamente nel nostro corpo dando vita ad un caleidoscopio sensazioni positive.
ATTENZIONE!!! Questo è il momento giusto per comunicare con la musica.
È il momento, cioè, in cui la musica crea uno spazio privato in cui vivere con noi le stesse emozioni. È il momento magico in cui l’artista rivela la sua anima a chi è in grado di leggerla.
Capisco che a qualcuno le cose appena scritte possono sembrare stravaganti, ma, secondo me è uno dei tanti modi di godere del bello della vita.
Io sono arciconvinto che ognuno di noi, se vuole (solo e soltanto in questo caso) può riuscire ad aprirsi, a lasciarsi andare fino a farsi toccare il cuore da quest’arte ch’è sicuramente la più difficile da apprezzare.
Naturalmente non sto cercando di lanciare una nuova religione mangiasoldi, o fondare un’oscura setta mistica.
Voglio solo dire che l’arte in generale, ma la musica più di tutti, senza quel momento di totale astrazione e divina follia, senza quell’istante di rabbia, di dolore, di gioia da gridare al mondo, sicuramente non esisterebbe (pensate al Jazz)!
Se Mozart, o il più austero Bruckner fossero stati condizionati dal proprio senso del pudore nel comporre le loro musiche, quanto noi ne abbiamo nell’ascoltarle… beh, oggi non avremmo neanche un tam tam con cui fare bum bum. Noi dobbiamo ringraziare questi “spudorati” per averci messo a parte delle loro sensazioni ed emozioni più intime e profonde aprendoci alle loro opere, lasciandoci guidare dai suoni che loro, benché per puro egocentrismo, hanno composto per noi. Pensate che alcuni capolavori continuano a farci sognare attraverso i secoli. La mia sensibilità alla musica, devo ammettere, è supportata anche da una forte dose di suggestione frammista ad una robusta infantile ingenuità. Poggiare il disco sul piatto, pulirlo e calargli giù la testina è un rito che risveglia in me sentimenti ancestrali.
Ma dietro tutto questo c’è la mia voglia di vivere le sensazioni attraverso la percezione dell’intimo linguaggio che il musicista usa per attirare l’attenzione su di sé, attraverso i suoi discorsi fatti di note che espandono e comprimono l’aria intorno a noi.
Più l’artista affina la sua tecnica più è vasto il suo lessico e la sua capacità espressiva. Ma non basta.
Il miracolo dell’opera d’arte si compie quando in unione ad una grande abilità tecnica vi partecipa il coinvolgimento emotivo.
Maggiormente in profondità scaverà l’artista dentro sé stesso durante la sua creazione e più noi verremo rapiti dai suoi “argomenti”. Il segreto, spero di non sbagliarmi, del saper cogliere queste gemme credo risieda nell’amore e nella passione per la musica e molto, moltissimo ascolto.
La percezione emotiva della musica è un’arte equivalente alla creazione dell’arte stessa.
Ma non è una pratica impossibile. È come imparare ad andare in bicicletta o a nuotare, solo che in questo caso è più bello: SI VOLA!
E a chi volesse chiedermi quale sia il modo per raggiungere il nirvana auditivo rispondo: “non lo so! Ognuno ha la sua strada. Da ovunque tu venga ed ovunque tu vada… “Lei” devi avercela in testa, nel cuore oppure in tasca, ma innanzitutto negli orecchi”!”
I compositori, gli interpreti, i musicisti, gli apparati elettronici, i progettisti, i rivelatori del suono (massimamente i tecnici) e noi audiofili tutti dobbiamo farci da parte per lasciare, finalmente, il posto d’onore a lei: l’Arte fra le Arti la più immaginifica: la nostra amata Musica.

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“Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa.

Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo”. 

Da diversi anni mi sono avvicinato allo Zen ed al Buddismo, grazie ad alcune esperienze di meditazione vissute con il mio primo Maestro di Arti Marziali ed un suo allievo già monaco Zen italiano legato alla setta Soto.

La pratica quotidiana delle Arti Marziali mi ha pian piano portato a considerare e praticare le religioni orientali, sino a sentirmi quasi completamente buddista. Dico quasi perché nel mio intimo rimane forte una credenza animista, in cui ogni essere vivente, animali, piante, l’essere umano ha un’anima e merita rispetto. Ho trovato nel Buddismo e nello Zen tutti gli insegnamenti e il conforto di cui avevo bisogno. Ecco il perché di questa pagina, come semplice punto di riflessione.

 

ZEN (inizio)

Per noi occidentali così distanti dalla cultura orientale, ed in particolare da quella giapponese, non è facile accettare e comprendere cosa significa praticare Zen e perché lo Zen è compagno ideale delle Arti Marziali. Ed è mio desiderio sollevare un velo a favore della comprensione di questa disciplina.

È in Cina che si concretizza la prima corrente di pensiero che darà vita alla forma di Buddismo Ch’an, grazie agli insegnamento del monaco indiano Bodhidharma. Successivamente portato in Giappone si svilupperà in diverse “sette Zen” tra le quali emergeranno nei secoli la scuola Rinzai e la Soto. La Prima per lo stile austero e le metodologie, verrà preferita dalla casta dei Samurai, la seconda sarà abbracciata dal resto della popolazione.

Nel Ch’an non esistevano immagini sacre, non c’erano dei da adorare, e poca importanza veniva data alle scritture, perché la regola era la non regola, l’insegnamento era, paradossalmente, che nulla poteva essere insegnato. Secondo il Ch’an prima, e quindi lo Zen poi, la comprensione è possibile solamente ignorando l’intelletto e prestando ascolto agli istinti, all’intuizione.

La sperimentazione della realtà senza l’uso dell’intelletto, ciò non significa non cultura, anzi, ma la completa accettazione della natura dei suoi fenomeni, senza una spiegazione logica per ogni più piccola sfumatura. Lo Zen porta alla calma interiore, una forma di quietismo positivo, che ha alla sua base una grossa forma di umorismo, che si può intravedere nei Koan, gli esercizi di meditazione particolarmente utilizzati dalla setta Rinzai. o nelle risposte dei maestri. Lo Zen, ha influenzato la cultura Giapponese, utilizzando e facendo proprie le varie forme culturali e di pensiero; dalle Arti Marziali alla Cerimonia del The, dalle Composizioni di Fiori al Teatro No, dalla Poesia alla Pittura ad Inchiostro, dai Giardini all’Architettura. Ma per noi occidentali, quali vantaggi la pratica dello Zen può portarci ? Innanzi tutto vorrei precisare che la pratica dello Zen non comporta l’abbandono della propria religione, e, come disse uno dei più grandi Maestri Zen viventi, Taisen Deshimaru, “Lo Zen è al di là delle religioni”, ovvero la pratica dello Zen non è in “concorrenza” con le religioni, ma anzi può aiutare a comprendere e vivere meglio la propria dimensione mistica.

Tornando alla nostra domanda, un primo insegnamento basilare dello Zen è racchiuso nella frase “qui ed ora”, ovvero concentrarsi su ogni istante della vita quotidiana.

“Qui ed ora” significa essere interamente in quello che si fa, mentre mi lavo, mentre mangio o cammino, mentre combatto. Non pensare più in modo frenetico o troppo profondo al passato od al futuro, ma vivere completamente i nostri atti e le nostre parole e pensieri del momento. Nella cultura attuale, molte cose sono date per scontate, molte le cose fatte o vissute in maniera veloce, superficiale. Il ritmo frenetico impostoci dalla “civiltà” dei consumi può essere ridimensionato tramite una buona pratica Zen. Lo Zen si può praticare in qualsiasi momento della giornata, curando la giusta postura (posizione) Za-Zen, concentrandosi sulla respirazione, senza però cercare di ottenere o raggiungere qualsiasi cosa.

“Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa. Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo”.

 

Postura

La postura detta Za-Zen è interpretata in due modi, la prima, tradizionale, adottata dalla setta Soto si ottiene sedendosi su un apposito cuscino rotondo (Zafu) con le gambe incrociate nella posizione del loto, ereditata dalla cultura Indiana. Portando il piede destro sulla coscia sinistra e viceversa, otteniamo questa posizione non facile e inizialmente piuttosto scomoda. Le ginocchia toccano terra, la schiena e ben dritta, le spalle rilassate, il mento rientrante e nuca ritta. La seconda posizione è quella normalmente utilizzata da chi pratica arti marziali ed è la posizione di Sei-Za, ovvero seduti sui talloni, le ginocchia ben divaricate, mentre per il busto vale quanto detto prima. Raggiunta la giusta posizione del corpo (anche con brevi oscillazioni di assestamento) si esegue il saluto (Gassho), congiungendo le mani all’altezza delle spalle, palmo contro palmo, ed effettuando un leggerissimo inchino. Le mani poi adottano una posizione ben definita, appoggiate in grembo, la destra accoglie la sinistra, palme verso l’alto con i pollici che si toccano senza tensione. E’ possibile adottare anche altre posizioni delle mani, prese dalla cultura Taoista. La lingua deve toccare il palato, appena dietro i denti anteriori o nel punto in cui il solletico è più intenso.

 

Respirazione

Concentrandosi sul proprio corpo si inizia a controllare la respirazione. Si inspira ed espira tramite il naso. La respirazione è lenta ed impercettibile, ci si può inizialmente concentrare sull’immagine dei propri polmoni per facilitare il raggiungimento del giusto ritmo, che prevede circa quattro respirazioni complete al minuto. L’inspirazione avviene naturalmente al seguito dell’espirazione con contrazione dell’addome provocando anche un salutare massaggio agli organi addominali.

 

L’ atteggiamento mentale

L’ atteggiamento mentale o dello spirito nello Zen è unico, ma infinito nelle sfumature. Zan Shin lo spirito vigile, coinvolto nell’azione, ma attento a ciò che viene dopo, qui e ora, nello sviluppo completo del tempo. Zan Shin si applica in ogni attimo della vita, dalle cose più semplici come accudire alla pulizia del proprio corpo, al guidare un’auto, ai rapporti con le persone, al combattimento. E’ la strada per una completa fusione del corpo e della mente. Quando svolgiamo un’azione si deve essere integralmente parte di ciò che stiamo facendo. Se guardo una montagna, cerco di essere una montagna, se guardo uno stagno, cerco di essere calmo ma pieno di vita come uno stagno può essere. Qui e ora, essere interamente in quello che si fa, non pensare al passato od al futuro, essere nel presente. Troviamo scritto nello Shodoka del Maestro Yoka: “Non si deve cercare la verità, nè troncare le proprie illusioni”. Si devono lasciare passare i pensieri, non trattenerli, ma viverli. Il nostro spirito è complicato, difficile da dirigere, agile come una scimmia.

Ma come disse il mio Maestro, prendiamo, quando occorre, la scimmia per la coda, ovvero fermiamo il nostro pensiero i nostri sogni per salire a bordo e viverli con reale intensità, qui ed ora. Dobbiamo però ricordarci, di non vivere lo Zen in maniera assoluta come spesso accade ai mistici orientali, che lentamente si chiudono su se stessi. Dobbiamo sviluppare quelle parti dello Zen che ci permettono un dinamismo e una presenza mentale utili nella vita quotidiana, ovvero qui ed ora. La meditazione in Za Zen deve essere quindi una fase iniziale e fondamentale della crescita e non una fase finale in cui rinchiudersi e costruire un proprio mondo limitato e statico.

 

Lo Zen nelle Arti Marziali 

Lo Zen nelle Arti Marziali ha ottenuto un posto di rilievo, in particolare nell’arte della spada e del tiro con l’arco. L’abilità tecnica in combattimento nulla vale se non è accompagnata da una tranquillità interiore, da uno spirito vigile che non si ferma da nessuna parte. Come disse il monaco Zen Takuan (1573-1645) “Il vero spirito è come l’acqua e lo spirito malcerto è come il ghiaccio”, ovvero quando lo spirito si ferma su qualcosa, come il ghiaccio ad un ramo, si è vincolati ed inermi, quando è come l’acqua, mille sono le possibilità e le strade. Con la pratica dello Zen si arriva alla dimensione del “tempo esploso” ovvero in una dimensione in cui gli avvenimenti sono qualcosa di distaccato e sembrano ripresi al rallentatore. Nel combattimento affiorano gli istinti più ancestrali, la parte più profonda del nostro essere, e lo Zen con la meditazione, permette al subconscio di risalire in superficie. In questo modo si prendere contatto con se stessi ed entrare in sintonia prima con il proprio spirito e poi con l’universo e di conseguenza con l’avversario. Forse con questo Haiku che segue Vi potrà aiutare a comprendere questo concetto: 

L’acqua dello stagno di Hirosawa

Non pensa a riflettere la luna,

nè, per parte sua, la luna cerca di

essere riflessa sull’acqua.

 

Ovvero, non c’è che una luna in cielo, ma la superficie di ogni fiume riflette una luna. Se non c’è acqua, la luna non si rifletterà, ma non è l’acqua a creare la luce della luna. La luce della luna non cambia se viene riflessa da molti fiumi, nè cambia la dimensione della luna. Il nostro spirito non deve preoccuparsi delle cose su cui si posa, così come le cose non devono accorgersi della presenza del nostro spirito.

 

Lo Zen ed i Giardini.

La disposizione e la creazione di un giardino come simbolo della ricerca interiore. Il voler rendere omaggio alla natura, con un rispetto reverenziale, a quella natura che costituisce una delle pietre miliari della filosofia Zen. Il giardino visto come un quadro in cui la prospettiva e l’astrazione guidano la mano dell’artista. La cura nella scelta degli oggetti, dei sassi, delle piante, la struttura dei laghetti, nulla è lasciato al caso, ma tutto calibrato per guidare l’occhio dell’osservatore dove l’artista desidera, sino al limite in cui il muro di recinzione non serve per tenere lontano gli sguardi indiscreti, ma per impedire a coloro che osservano il giardino dall’interno, dai punti prestabiliti dall’artista, di spingere lo sguardo all’esterno e quindi introdurre fattori estranei nella visione. Un giardino su cui non oziare, ma da guardare. Si arriva verso la fine del 1400 all’astrazione totale con i giardini di pietra, intesi a favorire la meditazione. Dove prima si ricercava una bellezza scenografica, in questi piccoli giardini invece, si cercavano strumenti tramite i quali la mente contemplativa poteva dilatarsi a cogliere l’essenza dello Zen. Il giardino si avvicina alla pittura ad inchiostro.

 

Lo Zen ed il disegno ad Inchiostro.

La pittura ad inchiostro monocroma fiorita nel periodo Ashikaga (1133-1573), è senza dubbio uno dei momenti supremi dell’arte giapponese, e oserei dire anche mondiale. Nata inizialmente in Cina, quale estensione della scrittura a pennello e delle opere calligrafiche, divenne mezzo fondamentale nella diffusione dello Zen. Il colpo di pennello, che sembra così spontaneo, semplice, immediato è frutto di anni di studio, come il fendente dello spadaccino, l’assoluta precisione del colpo di pennello può essere eseguito solamente da una persona la cui mente ed il cui corpo sono tutt’uno. L’artista esprime l’illuminazione di un istante e quindi non ha il tempo per elaborare ogni singola pennellata, la tecnica deve fluire dalle profondità interiori, catturando le immagini dell’infinità, al di là del pensiero. La carta di riso usata dai pittori Zen, assorbe immediatamente l’inchiostro e quindi non è possibile alcuna correzione, come uno spadaccino che esegue un affondo, che colga il bersaglio o no, non potrà mai correggerlo.

 

Lo Zen ed il Teatro No.

Il teatro No è sicuramente la forma di arte Zen più difficilmente comprensibile per un’occidentale. E’ un teatro dei particolari, delle mille arti, danza, musica, mimica, ed ancora architettura e scultura. Le sole maschere in legno ad esempio, spesso antiche di centinaia di anni, possono mutare espressione a seconda del gioco di luci creato dai movimenti della testa dell’attore. Non si può descrivere il teatro No, per un occidentale è incomprensibile, così imperniato della più raffinata estetica Zen, che spesso lo è anche per un giapponese.

 

Lo Zen e l’architettura.

La casa tradizionale Giapponese è fredda d’inverno e calda d’estate, l’assenza di mobilio costringe gli occupanti a passare gran parte della giornata in ginocchio. Per dormire un ripiano di legno ricoperto da un’imbottita di cotone. La squisita casa tradizionale Giapponese è come un’ ombrello aperto sul paesaggio, che si integra con l’ambiente, non lo domina. L’uso di materiali naturali, spesso lasciati al grezzo, sono un’accurata ricerca di integrazione con l’ambiente. Ma perché questa scomodità, queste privazioni fisiche?

La casa Giapponese è, grazie alla cultura Zen, un raro esempio di fusione tra necessità fisiche e spirituali. Non a caso la struttura di base ricorda un santuario Shinto, spartano ed elegante. L’aspetto fragile della casa ben si adatta ad una terra scossa da frequenti terremoti, infatti la leggera struttura, non ancorata a terra da tradizionali fondamenta, tende a “fluttuare” in sintonia con il terreno. Senza addentrarci nei particolari architettonici, vorrei citare un passo di Ralph Adams Cram che visitò il Giappone all’inizio del nostro secolo”, in relazione alla sobrietà e spartanità della casa nipponica: “La singola stanza costituisce un ambiente che richiede la presenza e la partecipazione dell’uomo per colmare il vuoto. In assenza di distrazioni decorative non resta che concentrarsi sulla propria mente e su quella dei presenti. Ogni parola, ogni gesto appaiono più significativi.”

 

Lo Zen e la Cerimonia del Tè.

La cerimonia del Tè riunisce in sè tutti gli aspetti dello Zen, arte, quietismo, estetismo. La si potrebbe definire l’essenza della cultura Zen, con momenti profondi che vanno oltre l’esteriorità della cerimonia stessa. Sicuramente una delle bevande aromatiche più antiche tra quelle note, utilizzata nei monasteri per combattere la sonnolenza nelle lunghe sedute di meditazione, apprezzata dai nobili e dai guerrieri, l’assunzione del tè finì con essere ritualizzata nella cultura Zen. Cha-No-Yu, ovvero la Cerimonia del Tè, lentamente prese forma, divenne un momento solenne, intimo e sereno. Lunga da descrivere, già il considerare la particolare porta di una sala per il tè, che obbligando il passaggio in ginocchio, induce ad abbandonare all’esterno le superbie, può aiutare a capire i profondi concetti dietro questa cerimonia. L’incenso, lo scarno arredamento, il cerimoniale creano le premesse per una disponibilità interiore che permette a tutti i sensi di partecipare alla cerimonia del Tè e di entrare in armonia con gli altri.

 

Lo Zen e la Poesia.

Anche la poesia ricalca i canoni di semplicità e istintività tipici dello Zen, ma però anche la sua ermeticità, per chi non si è addentrato in profondità nello studio di questa disciplina. Forse nata dalle risposte dei maestri ai discepoli, forse dai Koan, la poesia divenne un’espressione di momenti particolari, dalla “illuminazione” alla “morte”. Attorno al 1400, nasce la forma poetica chiamata Haiku, generalmente definita la poesia Zen per eccellenza. Costituita da 17 sillabe o meno, con un motivo dominate come l’isolamento, la povertà, mistero, l’Haiku ha il diritto di avere un suo posto nella letteratura mondiale, se è vera l’affermazione che l’arte del poetare consiste nel saper dire cose importanti col minor numero di parole possibili.

 

Haiku: le Poesie.

 

Senza impronta, non più bisogno di nascondersi.

Ora il vecchio specchio

Riflette ogni cosa; luce d’autunno

Inumidita da pallida nebbia.

(SUIAN)

 

Sopra il picco una distesa di nuvole,

Il fiume è freddo alla sua sorgente.

Se vuoi vedere,

Scala la cima del monte.

(HAKUYO)

 

Senza impronta, non più bisogno di nascondersi.

Ora il vecchio specchio

Riflette ogni cosa; luce d’autunno

Inumidita da pallida nebbia.

(SUIAN)

 

Koan: Pensieri per Meditare

“Come fai a vedere tutto così chiaramente?” 

chiese un allievo al suo Maestro

“Chiudo gli Occhi” rispose questi.

Tre monaci osservano una bandiera che si agita nella brezza.

Osserva uno: “La bandiera si muove”, ma il secondo ribatte:

“E’ il vento che si muove”. Allora dice terzo:

“Sbagliate entrambi. E’ la vostra mente che si muove”.

La perdita diventa guadagno. Il guadagno diventa perdita.

La felicità diventa infelicità. L’infelicità diventa felicità.

Se ottenete una cosa, perdete un’altra cosa.

Se perdete quella cosa , ne ottenete un’altra.

Il grande sentiero non ha porte,

Migliaia di strade vi sboccano.

Quando si attraversa quella porta senza porta,

Si cammina liberamente tra cielo e terra.

 

BUDDISMO Cenni Storici

Siddharta Gautama Buddha visse nel VI secolo a.C. in un periodo in cui in Cina Confucio e Lao-Tse pongono le basi della filosofia cinese, mentre in Grecia i filosofi presocratici gettano le basi della filosofia occidentale. Il pensiero di Budda era rivolto a tutti coloro che desideravano mettere in pratica i suoi insegnamenti e non ad un numero ristretto di asceti. Questo seme col tempo svilupperà un immenso albero con tanti rami diversificati, dal Tantrismo tibetano allo Zen giapponese. Siddharta Gautama principe, nato nel 563 a.C. ai piedi dell’Hymalaya, crebbe in un ambiente ricco e raffinato, poi si staccò da questo mondo per diventare monaco. Morì verso il 483.

 

I concetti.

I concetti che stanno alla base del messaggio del Budda sono il risveglio, di illuminazione o liberazione. Il risveglio da un ‘sonno’ della mente, dal mondo dei miraggi e dei fantasmi. L’illusione di credere di esistere come qualcosa di individuale e separato dal resto. Come se un’onda del mare credesse di essere unica e sola. L’onda è solo come un disegno che emerge e dura un’ attimo, legata al movimento continuo dell’acqua. Se tentasse di credere di essere unica e sola si troverebbe in una lotta disperata contro la realtà.

 

La pratica.

Mille sono le pratiche che si possono adottare. Nel tempo l’uomo che ha necessità di immagini e riti ha costruito a discapito del vero e puro insegnamento del Budda una serie di cerimoniali. Forse la cosa migliore è leggere il Dhammapada una semplice raccolta di frasi ed aforismi attribuiti allo stesso Gautama Budda.

 

Alcuni passi del Dhammapada:

 

Come il fabbro raddrizza

una freccia,

così il saggio governa i suoi

pensieri,

per loro natura instabili,

irrequieti 

e difficili da controllare.

Non lasciare che la ricerca

del piacere

ti distragga dalla meditazione

e dal tuo stesso bene.

Anzichè badare agli errori

altrui 

osserva i tuoi,

esamina ciò che hai

commesso 

e ciò che hai omesso di fare.

Controlla la rabbia

come un buon auriga

governa il suo carro

impazzito.

Pratica ciò che predichi.

Prima di cercare di

correggere gli altri

fa una cosa più difficile:

correggi te stesso.

Nobile è colui che non fa del

male

ad alcuna creatura vivente.

Tu sei il tuo solo maestro.

Chi altro può guidarti?

Diventa padrone di te stesso

e scopri il tuo maestro

interno.

La padronanza della propria

mente,

ribelle, capricciosa, e

vagabonda,

è la via verso la felicità.

 

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