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Archive for the ‘Tao’ Category

sesso-perfetto durata-rapportoAddio al mito delle notti di fuoco, addiofantasticherie sul macho ideale instancabile e capace di regalare ore d’amore e di passione.
Volete la verità? Se dura più di una decina di minuti il sesso diventa noioso per entrambi i partner.
E’ questa la conclusione a cui è giunto uno studio della Society for Sex Therapy and Research, un team di cinquanta specialisti tra psicologi e sessuologi che ha chiesto a centinaia di pazienti statunitensi e canadesi di quantificare la durata di un rapporto soddisfacente, preliminari esclusi. I risultati, che hanno creato un certo stupore e hanno ridimensionato un bel po’ di luoghi comuni, sono i seguenti:

  • un rapporto che duri più di 13 minuti è decisamente noioso
  • tra 7 e 13 minuti l’incontro può definirsi desiderabile
  • da 3 a 7 minuti il rapporto è adeguato
  • meno di 3 minuti: insoddisfacente

Insomma, la maggioranza del campione “si accontenta”, per dirla in base al pensare comune, di un rapporto abbastanza breve e rifugge lemaratone del sesso. Anzi, queste potrebbero rivelarsi controproducenti inducendo il partner a rinunciare all’impresa accampando varie scuse, come il classico  mal di testa.
Possono dunque mettersi il cuore in pace gli uomini che soffrono di ansia da prestazione e che hanno sempre aspirato, senza successo, a  eguagliare le imprese di Rocco Siffredi e dei suoi colleghi: tutte preoccupazioni sprecate. Lo stesso vale per quelle donne che almeno una volta hanno sognato che il partner dedicasse loro più tempo in quei momenti: inutile, si sarebbero annoiate mortalmente.
L’importante, evidenzia lo studio, è avereaspettative realistiche e non crearsi falsi miti. E soprattutto – aggiungiamo noi- divertirsi, possibilmente tenendo lontano il cronometro dal letto.

Ebbene sì. La “durata” conterebbe, ma fino ad un certo punto. Questo è quanto scoperto dall’equipe, che per arrivare a questa conclusione ha intervistato 50 “esperti del sesso” facenti capo alla “Society for Sex Therapy and Research”. I risultati sono i seguenti: un rapporto sessuale che non supera i 2 minuti non è molto apprezzato dalla partner femminile, dai 3 ai 7 minuti diventa “accettabile”,oltre i 13 minuti diventa sgradevole e noioso.

La durata perfetta si aggirerebbe attorno ai 10 minuti, in barba agli stereotipi e alle leggende metropolitane sui “tour de force” sessuali che durano tutta la notte (ed oltre) e che donano momenti di impareggiabile piacere e passione alla coppia interessata.

Il Dott. Corty ha spiegato che questi dati sono soltanto delle stime e che, per essere soddisfacente, un rapporto sessuale avrebbe bisogno di altri elementi (come i sentimenti provati per l’altro, la fiducia reciproca, l’intimità raggiunta, e molto altro) per funzionare alla perfezione. L’esperto ha anche aggiunto che la consapevolezza di alcuni “limiti fisiologici” e la perfetta intesa tra i partner molto spesso permette di superare i problemi relativi alla durata, una delle principali fonti di preoccupazione per gli uomini di ogni età.

Il sesso è bello quando dura poco: così potremmo dire parafrasando un vecchio proverbio, per riassumere il risultato emerso da un’indagine condotta fra 50 specialisti che si occupano di coppia e sessualità, componenti della Society for Sex Therapy and Reserch, pubblicata su una rivista scientifica, il Journal of Sexual Medicine.

Avete capito bene: le maratone sessuali spesso sbandierate tra amici, di cui magari si può mettere in dubbio anche la veridicità, non rappresentano l’ideale dell’amplesso. Anzi, stancano e annoiano. Gli esperti, sulla base dell’esperienza maturata negli anni di terapia sessuale, ascoltando e parlando con numerosissime coppie, non hanno dubbi: un rapporto che supera i 13 minuti rischia di essere poco soddisfacente e noioso (ma non hanno specificato se la noia colpisce entrambi i partner o solo uno).
Considerato che anche un rapporto troppo fast non è certo soddisfacente, come regolarsi per effusioni erotiche ideali? Gli autori dello studio specificano in questo modo: uno o due minuti sono decisamente troppo pochi, dai 3 ai 7 il lasso di tempo è accettabile, 10 minuti è la durata perfetta. Una precisione cronometrica che non può non lasciare qualche dubbio: sarà vero per tutti e, soprattutto, non sarebbe meglio buttare via l’orologio quando si è travolti dalla passione, duri quel che duri?

Ad ogni modo probabilmente questa sarà una buona notizia per quanti, nel segreto della loro alcova, sono ben consapevoli di non potersi permettere certe performance. E per tutti gli altri, l’ideale di un’intera notte di sesso, tra le fantasie erotiche più diffuse, potrebbe essere destinata a rimanere tale per mantenere intatto il proprio potere eccitante.

  • Fotolia

L’amore, nel suo ideale romantico, dovrebbe durare per sempre. Il sesso solo 10 minuti.

1 o 2 minuti sarebbero  troppo pochi.
Dai 3 ai 7 minuti la durata sarebbe “accettabile”.
Circa 10 minuti sono perfetti e bastano per essere soddisfatti. Anzi, avanzano anche visto che oltre i 13 si rischierebbe di sconfinare nella noia e in una ginnastica da camera troppo faticosa.

Almeno, questo è quanto emerge daun’indagine pubblicata sul “Journal of Sexual Medicine” condotta fra 50 specialisti, componenti della Society for Sex Therapy and Reserch che, sulla base dell’esperienza maturata, hanno quantificato la giusta durata di un rapporto sessuale.

Ora, mi perdoneranno gli specialisti e chi concorda con loro, ma anche se questi risultati possono sembrare benefici (e probabilmente lo sono), umani e un vero sollievo per chi soffre di ansie da prestazione, di aspettative irrealistiche e ha il  tarlo delle maratone di sesso, io non riesco a crederci. Perché il cronometro non è un sex toy, a meno che non si tratti di sesso veloce. Soprattutto, non riesco a credere che fare l’amore – rapporto sessuale è un termine troppo distaccato, impersonale, che si può usare per 10 minuti al massimo – possa in qualche modo essere noiosoFaticoso magari sì,  spiacevole, in alcuni casi, anche. Ma noioso mai.

L’unica spiegazione che riesco a darmi per l’esito di questa ricerca è che forse la maggior parte dei rapporti sessuali non sono fare l’amore, godere, donarsi, offrirsi, mischiarsi, ma qualcosa d’altro. Un favore. Una trattativa. Una masione domestica.

E poi – scusate la franchezza – com’è che in 10  minuti sono tutti soddisfatti e contenti, quando è noto che la sessualità femminile è spesso slow orgasm e che a molte donne 10 minuti vanno bene come riscaldamento?

Ma forse c’è una scappatoia, un graffio nello specchio a cui potersi aggrappare: forse, qualcosa si è perso nella  traduzione, o nel giro delle agenzie stampa. Forse, in questa indagine si parla di “10 minuti di coito. Preliminari esclusi”. Siamo i soliti, sempre a lucrare su quegli optional quasi indispensabili alla funzionalità della macchina, da pagare extra. Ma non è questo il punto.

Il punto è che se sentiamo il ticchettare dell’orologio, invece del ritmo irregolare della passione, molto probabilmente, non ci stiano divertendo abbastanza. E a quel punto, anche 10 secondi sarebbero decisamente troppi.

Per cominciare bene la giornata, niente di meglio che del sano e buon sesso. Se finora questo era risaputo solo a livello “popolare”, arriva la scienza a darne conferma. Pare infatti che le coppie che hanno un rapporto sessuale di prima mattina, prima di inziare la giornata, oltre a essere più rilassate e produttive, ne taraggano anche benefici al sistema immunitario. Insomma, le coppie che preferiscono questo metodo per iniziare la giornata piuttosto che marmellata e biscotti, risultano essere, secondo alcune ricerche,più forti, sane e felici. Pare che, oltre a essere meno inclini a prendere un raffreddore o ad ammalarsi, abbiano anche capelli e pelle più luminosi oltre a unghie più forti. Ma il vantaggio non si ferma qui: altri studi dell’Università di Belfast hanno dimostrato che fare sesso almeno tre volte la settimana può ridurre il rischio di infarto.

Anche se hanno impegni lavorativi, famiglia, figli a cui badare, due partner non dovrebbero mai rinunciare alla loro vita privata di coppia e alimentarla. Diversi terapisti che si occupano di problemi matrimoniali, affermano che il mattino è il momento migliore per dedicarsi a fare l’amore perché il fatto di essere di fretta mette in circolo l’adrenalina che rende il rapporto più intenso. Molte donne hanno paura di chiedere al partner di fare sesso la mattina, per timore di un rifiuto. Invece si stupiranno nello scoprire quanto lui lo gradisca e come sarà passionale. Mentre l’uomo dorme, infatti, il testosterone che gli servirà per il giorno dopo si accumula. Al mattino, quando si sveglia, ha un vero e proprio picco ormonale.

L’amore più è breve, meglio è! Sembra voler dirci questo una recente ricerca condotta da cinquanta specialisti della Society for Sex Therapy and Reserch e pubblicata sul Journal of Sexual Medicine. Amore ovviamente qui sta per sesso. Gli specialisti hanno cercato di capire quanto tempo serve per essere felici sotto le lenzuola, ed il loro responso è chiaro, e quantomeno singolare. Sfatando ogni mito, abbattendo ogni pregiudizio, gli studiosi parlano chiaro: un rapporto sessuale perfetto dura 10 minuti, 13 al massimo se si vuole strafare. Qualcuno tirerà un sospiro di sollievo! Cadono così tutte le teorie che vogliono un rapporto sessuale soddisfacente solo se accompagnato da lunghi preliminari. Il mito dell’amore consumato con lentezza e calma, le pratiche tantriche per prolungare il piacere sono inutili lungaggini, che anzi hanno un effetto negativo sul rapporto. Oltre i dieci minuti infatti scatta la noia. Questo almeno sostengono gli studiosi, portando i seguenti argomenti a sostegno della loro teoria: il rapporto sessuale ideale dura dieci minuti, tempo in cui i livelli di attenzione sono altissimi e ci si concentra solo sul piacere, ma trascorso questo intervallo, il cervello comincia a vagare altrove. Secondo gli studiosi (psicologi, terapisti di coppia, medici, assistenti sociali che negli ultimi anni hanno analizzato numerosi casi di coppie con problemi sessuali) due minuti sono troppo pochi per un rapporto, da tre a sette un tempo accettabile ma superare i 13 minuti è decisamente troppo. Il rapporto sessuale perfetto, dunque è quello che, orologio alla mano, oscilla tra i sette e i tredici minuti. Uno dei ricercatori autori dello studio, Eric Corty, psicologo della Penn State University ha affermato che ”molti credono erroneamente alla fantasia di notti di sesso continuo e prolungato. Speriamo che il nostro studio incoraggi uomini e donne ad avere aspettative più realistiche”.

La tradizione Giudeo- Cristiana ha dato vita in occidente ad un senso di colpa che ingloba le attività umane nel concetto di peccato, tale senso di colpa ha limitato la conoscenza e lo studio di svariate qualità umane tra cui in particolar modo quella sessuale del maschio e della femmina, per tali motivi ai più parlare di sesso e sessualità può apparire del tutto offensivo o lesivo verso la dignità “comune”.

Al contrario, secondo il pensiero taoista, le attività naturali dell’uomo quali: la “guerra”, il mangiare, il sesso ed il riposo appaiono così prive di qualsiasi intervento maligno, infatti essi sono la principale manifestazione terrena dei principi universali: Ying e Yang. In particolar modo i taoisti o Tao Ren  (letteralmente: uomo che segue il tao) considerano il sesso indispensabile per la salute ed il raggiungimento dell’immortalità, come la pioggia che cadde sui campi lo è per le piante.

Per prima cosa dobbiamo cercare di capire che non vi è differenza in sesso sacro o profano, tale concezione è soltanto un eredità lasciata dalle maggiori religioni occidentali, il seguace taoista potrà al massimo stabilire la differenziazione in abitudini sane (quindi favorevoli) e non sane (spesso sfavorevoli, ma non totalmente).

Il Taoista come ben sappiamo è l’uomo che ha deciso di seguire il tao, cioè la via della natura, in questo modo egli non può reprimere i suoi istinti naturali, ma bensì può canalizzare tali impulsi verso il raggiungimento della santità, seguendo determinati principi. Nel suo percorso di studio e auto conoscenza il seguace taoista si avvale di ogni mezzo necessario per il raggiungimento dell’immortalità, la quale dà la possibilità di ricongiungersi con il tao stesso:  maggiore è il tempo vissuto, e maggiore sarà la possibilità per unirsi alla Via, in questo modo, la tradizione taoista ha sviluppato nell’arco di 4000 anni di tradizione, diversi metodi in grado di aiutare l’adepto.

Abbiamo visto come questi metodi per il mantenimento della salute ed il raggiungimento dell’immortalità attraversino le attività umane in lungo ed in largo, dando qualità allo studioso quali: apertura mentale e metodo di ricerca scientifica, in questo modo i medici taoisti hanno dato un lungo e attento sguardo alle attività sessuali registrando le loro scoperte in diari e libri dando vita ad una vasta conoscenza del sesso di oltre 3000 anni, divenendo i più astuti osservatori e cultori della sessualità umana.Tao vuol dire “La Via” e l ‘insieme delle diverse correnti taoiste mira, attraverso metodiche e tecniche igieniche, dietetiche, corporee e sessuali e raggiungere l’armonia olistica ed arrivare “all’immortalità”.

Secondo la teoria anatomo-fisiologica taoista la base di tutto sta nell’“energia vitale” (Qi). Infatti il Qi è la forza che è alla base di ogni mutazione dell’Universo, del susseguirsi delle stagioni, della vita e dell’evoluzione dell’individuo. Con esercizi e tecniche specifiche è possibile preservare e nutrire il Qi e non disperderlo inutilmente.

Il mitico Imperatore Giallo ha probabilmente scritto il testo più importante di sessuologia: Il Classico della Signora Bianca. Sono tutte tecniche di Lunga Vita che implicano il concetto di conservare il propriojing (potenza sessuale o anche seme), per godere in modo pienamente appagante della sessualità.
Proprio dagli antichi maestri taoisti deriva il concetto che le ghiandole sessuali erano il fulcro della procreazione e della forza, della potenza della costruzione della vita. Infatti organi e ghiandole sessuali erano definiti “i fornelli” dove viene riscaldato il Qi. Da qui partirono per rafforzare questi organi e ghiandole ed indirettamente prevenire l’invecchiamento.

Rifacendoci alla sessuologia taoista, il pene in un uomo cresce per tutta la vita, anche se non è fondamentale la dimensione quanto la sua forma a fungo (glande grosso ed asta stretta) e l’adattabilità alla vagina.
Premere con forza dalla base fino al glande, premere poi sull’asta fino ad ottenere un significativo indurimento.
Utile per mantenere l’erezione >>> seduti con le gambe divaricate fate oscillare il pene tra i muscoli delle cosce.
Questi 3 semplici esercizi modificheranno il pene “a fungo” e permettono di prevenire l’eiaculazione precoce.

L’Atto del “gettare fuori” e del “gettare dentro”
Quando il pene è in erezione stimola la prostata che si rigonfia di liquido prostatico fino all’orgasmo e al“gettare fuori” (eiaculazione). 
Durante le contrazioni prostatiche pre-orgasmiche viene prelevato la sperma dalle vescichette seminali e le contrazioni normalmente vanno dalle 5 alle 18, 20.

Il seme (jing) contiene la maggior quantità di energia vitale (Qi) ed anche recenti studi hanno dimostrato che ha altissimi valori nutrizionali.
Proprio per questo gli antichi taoisti consigliano vivamente di “non disperdere il jing” e di praticare la ritenzione del seme (“gettare dentro”).
Quindi la raccomandazione è di provare orgasmi intensi senza emissione spermatica.

Vediamo come si può emettere all’interno, invece che all’esterno.
L’Atto: premere con un dito sul punto che è posto fra l’ano e lo scroto, al centro dell’area chiamata perineo.
Questo punto premuto prima dell’orgasmo, fa si che lo sperma non vada verso il canale uretrale per l’espulsione, ma viene riimmesso in circolo e assorbito dal sangue. L’orgasmo si prova ugualmente poiché la prostata si contrae ma il jing non si disperde.
Ricordate infine che “Se riuscite a fare l’amore cento volte senza eiaculare vivrete lunga vita”. 

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Credo che, se siamo onesti con noi stessi, il problema più affascinante che ci possiamo porre è: “Chi sono io?” Che cosa intendiamo e che cosa sentiamo quando diciamo la parola ‘io’? Non penso che vi possa essere una percezione più seducente di questa, così inafferrabile e nascosta. Ciò che sei nell’intimo del tuo essere sfugge all’osservazione allo stesso modo in cui non puoi guardarti direttamente negli occhi senza servirti di uno specchio. Ecco perché esiste sempre un elemento di profondo mistero nella domanda: “Chi siamo noi?” Questo interrogativo mi ha attirato per diversi anni. Ho chiesto a molte persone: “Che cosa intendi con la parola io?” Ho visto che esiste un certo accordo sulla risposta, soprattutto fra la gente della civiltà occidentale: abbiamo, secondo la mia definizione, una concezione di noi stessi in quanto “ego incapsulati nella pelle”. La maggior parte di noi percepisce l’io (l’ego, il mio , la fonte della mia coscienza) come un centro di consapevolezza e una sorgente di azioni che risiedono nel mezzo di una borsa di pelle. È curioso come usiamo la parola io. In un discorso comune non siamo abituati a dire: “Io sono un corpo”. Diciamo piuttosto: “Io ho un corpo”. Non affermiamo: “Io batto il mio cuore”, così come enunciamo invece: “Io cammino, io penso, io parlo”. Sentiamo che il cuore batte da solo e che non ha niente a che fare con l’io. In altre parole, non consideriamo l’io ‘me’ come coincidente con il nostro organismo fisico. Riteniamo che sia qualcosa al suo interno: la maggior parte degli occidentali colloca l’io dentro la testa, da qualche parte tra gli occhi e le orecchie, mentre tutto il resto di noi penzola da quel punto di riferimento. In altre culture non è così.
Quando un giapponese o un cinese vogliono localizzare il centro di sé, il primo lo chiama kokoro e il secondo lo definisce shin: cuore-mente. Alcune persone situano il proprio sé nel plesso solare, ma in generale lo immaginiamo dietro agli occhi e da qualche parte tra le orecchie. È come se all’interno della zona superiore del cranio ci fosse una specie di centrale che somiglia al quartier generale dell’Aeronautica a Denver, dove gli addetti siedono in grandi locali, circondati da schermi radar e da ogni sorta di monitor, e controllano i movimenti degli aerei in tutto il mondo. In ugual modo, noi concepiamo noi stessi come una piccola persona all’interno della nostra testa, che indossa una cuffia di ascolto per captare i messaggi dalle orecchie, che ha un televisore davanti a sé per ricevere i messaggi dagli occhi e che è coperta sul corpo da elettrodi di ogni tipo che le inviano messaggi dalle mani e così via. Questa persona si trova dietro un pannello pieno di pulsanti, quadranti, eccetera, e in tal modo riesce, più o meno, a controllare il corpo. Non è però il corpo, perché ‘io’ sovrintendo solo a quelle che vengono chiamate le azioni volontarie, mentre le cosiddette azioni involontarie mi succedono. Vengo comandato a bacchetta da queste ultime, anche se posso impartire, fino a un certo punto, ordini al mio corpo. Questa è, secondo la conclusione a cui sono arrivato, l’ordinaria concezione dell’uomo moderno di ciò che è il proprio sé.
Osserviamo come i bambini, influenzati dal nostro ambiente culturale, ci chiedono: “Mamma, chi sarei se papà fosse stato un altro uomo?” Dalla nostracultura il bambino prende l’idea che padre e madre gli hanno dato un corpo dentro il quale, a un certo momento, è stato infilato (il fatto che sia stato concepito o partorito un po’ vago). Comunque, in tutto il nostro modo di pensare c’è l’idea che siamo un’anima, una qualche essenza spirituale, imprigionata dentro un corpo. Guardiamo fuori, in un mondo che ci è estraneo e sentiamo, per usare le parole del poeta A. E. Housman: “Io, uno straniero che ha paura di vivere in un mondo non fatto da me”. Di conseguenza parliamo del dovere di confrontarci con la realtà, di fronteggiare gli eventi. Diciamo di essere venuti in questo mondo e siamo allevati con la sensazione di essere un’isola di consapevolezza rinchiusa in un sacco di pelle. All’esterno vediamo una realtà che ci è profondamente aliena, nel senso che ciò che è al di fuori di ‘me’ non è me. Questo fatto crea una fondamentale sensazione di ostilità e di distacco tra noi e il cosiddetto mondo esterno. Quindi continuiamo a parlare di conquista della natura, di conquista dello spazio e vediamo noi stessi come se fossimo schierati in battaglia per opporci a tutto quanto rappresenta l’altro da me. Parlerò più estesamente di questo argomento nel prossimo capitolo, mentre qui voglio esaminare la strana sensazione di essere un sé isolato. Dunque, è assolutamente assurdo dire che siamo entrati in questo mondo. Non è così: in effetti ne siamo usciti! Che cosa credete di essere? Facciamo un esempio: supponete che il mondo sia un albero. Siete per caso una foglia dei sui rami o uno stormo di uccelli arrivati da qualche parte che si è stabilito sopra un vecchio albero morto? Ogni cosa che conosciamo sugli organismi viventi, dal punto di vista scientifico, ci mostra che “cresciamo fuori” da questo mondo, che ciascuno di noi è ciò che si potrebbe definire un sintomo dello stato dell’universo nella sua globalità. Tuttavia, questo pensiero non fa parte del nostro senso comune.
Per molti secoli l’uomo occidentale è stato sotto l’influenza di due grandi miti. Quando uso il termine “mito” non intendo necessariamente dire “falso”. La parola mito richiama una grande idea nel cui ambito l’uomo cerca di trovare il significato del mondo; può essere un concetto, oppure un’immagine.

La prima delle due immagini che hanno profondamente influenzato l’Occidente è quella del mondo come “prodotto”, più o meno come una brocca fatta da un vasaio. E, infatti, nel Libro della Genesi c’è l’idea che originariamente l’uomo era una figura di terra fabbricata da Dio, che poi alitò sopra di essa dandole la vita. Tutto il pensiero dell’Occidente è profondamente influenzato dall’idea che ogni cosa (ogni evento, ogni essere umano, ogni montagna, ogni stella, ogni fiore, ogni cavalletta, ogni verme) è un , “prodotto”: è stata fabbricata. Pertanto, è naturale per un bambino occidentale chiedere alla madre: “Come sono stato fatto?”. Al contrario, questa sarebbe una domanda anomala per un bambino cinese, perché i cinesi non credono che la natura sia un insieme di oggetti fabbricati. La considerano come qualcosa che cresce, e i due processi sono ben diversi. Quando costruite un oggetto, assemblate le varie parti, oppure scolpite una immagine in un pezzo di legno o in una pietra, lavorando dall’esterno verso l’interno. Invece l’osservazione di qualcosa che cresce è completamente differente. Non si assemblano parti. Ciò che cresce si espande dall’interno e gradualmente si complica, estendendosi verso l’esterno, come una gemma che fiorisce o un seme che diventa una pianta.
Tuttavia, dietro tutto il nostro processo di pensiero occidentale c’è l’idea che il mondo sia un manufatto, messo insieme da un architetto celeste, un falegname, un artista che, proprio perché lo ha costruito, sa come è fatto. Quando ero ragazzino ponevo a mia madre molte domande a cui la poverina non era in grado di rispondere. Allora si rifugiava nella disperazione, dicendomi: “Mio caro, ci sono cose che non ci è dato di conoscere”. E io ribattevo: “Ma un giorno troveremo la risposta?”. “Sì,” mi spiegava, “quando moriremo e andremo in cielo ci sarà tutto chiaro.” Così, ero convinto che durante i pomeriggi piovosi, in paradiso, ci saremmo tutti seduti attorno al Trono di Grazia e avremmo detto al Signore: “Allora, spiegaci finalmente perché hai creato il mondo in questo modo e come sei riuscito a fare quest’altra cosa” ed Egli avrebbe chiarito e reso tutto comprensibile. Ogni interrogativo avrebbe avuto una risposta perché, come abbiamo imparato dalla teologia popolare, Dio è la grande mente onnisciente. Se chiedeste al Signore l’altezza esatta del Mount Whitney, fino all’ultimo millimetro, Egli naturalmente lo saprebbe e ve lo direbbe. Potreste rivolgergli qualsiasi domanda, perché Egli è l’Enciclopedia Britannica cosmica. Tuttavia, questa particolare immagine (o mito) è diventata troppo pesante per l’uomo occidentale: è opprimente pensare che si sa tutto di te e che sei perennemente osservato da un giudice infinitamente giusto. Ho un’amica, una cattolica convertita, molto illuminata: nella stanza da bagno di casa sua ha un gabinetto vecchio stile e sul tubo che connette lo sciacquone con la tazza del gabinetto è appeso un piccolo dipinto incorniciato, che rappresenta un occhio. Sotto, in lettere gotiche, è scritto: “Dio ti vede”. Questo occhio è dappertutto e guarda, guarda, guarda, giudicandovi e voi sentite in ogni momento che non siete mai veramente soli. Il vecchio gentiluomo vi sta osservando e sta prendendo appunti nel suo libro nero: un concetto simile è diventato insopportabile per l’Occidente. Abbiamo dovuto liberarcene. Così, al suo posto, abbiamo sviluppato un altro mito: quello dell’universo puramente meccanico. Questo mito è stato inventato alla fine del XVIII secolo ed è diventato sempre più di moda durante il XIX e buona parte del XX secolo, di modo che oggi è un luogo comune. Oggi poche persone credono veramente in un Dio vecchio stile. Dicono di farlo, ma anche se sperano davvero che esista un Dio, non hanno realmente fede in Lui. Desiderano con fervore che ci sia e sentono il dovere di credere, ma l’idea dell’universo governato da quel meraviglioso vecchio gentiluomo non è più plausibile. Non è che ognuno di noi lo confuti; semplicemente non è più in accordo con la nostra conoscenza della smisurata immensità delle galassie e delle infinite distanze di anni luce che separano le une dalle altre.
È invece diventato di moda, e non è altro che una moda, credere che l’universo sia ottuso e che l’intelligenza, i valori, l’amore e i sentimenti più delicati risiedano unicamente nella borsa di epidermide umana; e che oltre a questo esista soltanto una specie di interazione caotica e stupida di forze cieche. Per esempio, grazie a Sigmund Freud abbiamo imparato il concetto che la vita biologica è basata su qualcosa chiamata libido, una parola molto insidiosa. Tale libidine cieca, spietata, incapace di comprensione, è vista come il fondamento dell’inconscio umano e i pensatori del XIX secolo come Georg WF Hegel,Charles Darwin e Thomas H. Huxley erano convinti che alla radice dell’essere vi fosse un’energia e che questa energia fosse cieca. L’energia, dicevamo, è semplicemente energia, completamente e assolutamente stupida, e la nostra intelligenza è uno sfortunato incidente. Per qualche strambo capriccio dell’evoluzione siamo diventati questi esseri sensibili e razionali (o, per meglio dire, più o meno razionali); ma tutto ciò è un terribile errore perché ci troviamo in un universo che non ha nulla in comune con noi. Non condivide i nostri sentimenti, non è veramente interessato a noi: siamo soltanto una specie di colpo di fortuna cosmico.

Ne consegue che l’unica speranza per l’umanità è costringere questo universo irrazionale alla sottomissione, conquistarlo e dominarlo. Naturalmente, l’intero discorso e una perfetta idiozia. Se pensate che l’universo sia stato creato da un gentiluomo vecchio e bonario, vi accorgerete ben presto che Egli non è così bonario e che ha un atteggiamento che indurrebbe a pensare: ‘Questo farà piùmale a me di quanto ne farà a te’. Potete, certo, avere tale idea, ma se questa nozione dovesse diventarvi scomoda, potete cambiarla con l’altro concetto a vostra disposizione, il concetto opposto: vale a dire che l’ultima realtà non possiede intelligenza alcuna. Almeno un’impostazione del genere ci aiuterebbe a sbarazzarci del vecchio spauracchio lassù nel cielo, in cambio però dell’immagine di un mondo totalmente stupido.
Naturalmente, simili teorie non hanno veramente senso, perché non è possibile arrivare a un organismo intelligente, come l’essere umano, partendo da un universo non intelligente. Non può esistere un organismo intelligente che vive in un ambiente non intelligente. C’è un albero in giardino e ogni estate produce mele; lo chiamiamo melo, perché l’albero fa le mele. C’è un sistema solare all’interno di una galassia e una delle sue peculiarità che (perlomeno per quanto riguarda il pianeta Terra) ‘produce’ esseri umani, proprio come l’albero ‘fabbrica’ le mele. Forse, due milioni di anni fa, dentro un disco volante è arrivato qualcuno da un’altra galassia, ha visto questo sistema solare, ha alzato le spalle e ha detto: “È solo un ammasso di rocce”, ed è ripartito. Più tardi, due milioni di anni dopo, è ritornato, ha guardato di nuovo e ha detto: “Scusatemi, credevo che fosse soltanto un ammasso di rocce, ma in realtà è popolato, è vivo: ha fatto qualcosa di intelligente”. L’uomo cresce in questo mondo esattamente come le mele crescono sul melo: se l’evoluzione ha un significato, il significato Ë proprio questo. Ma noi, curiosamente, lo distorciamo. Diciamo: “D’accordo, all’inizio non c’era altro che gas e roccia. Poi è capitato che vi sorgesse l’intelligenza, come una specie di fungo o poltiglia che si è posata sopra al tutto”. Ma questo modo di pensare separa l’intelligenza dalle rocce. Dove ci sono le rocce bisogna stare attenti, perché un giorno diventeranno vive e saranno brulicanti di esseri. È solo una questione di tempo, proprio come la ghianda un giorno diventerà una quercia perché ne ha intrinsecamente la potenzialità. Quindi state attenti: le rocce non sono senza vita.
Dipende dal tipo di atteggiamento che scegliete di avere nei confronti del mondo. Se lo volete umiliare, potete dire: “Fondamentalmente è soltanto un po’ di geologia, un po’ di stupidità bella e buona, su cui appare, per caso, una specie di fenomeno che noi chiamiamo coscienza“. Questo è un atteggiamento che possiamo assumere quando vogliamo provare agli altri che siamo tipi tosti, concreti, che guardiamo in faccia ai fatti, che non indugiamo nelle illusioni. In realtà stiamo semplicemente impersonando un ruolo e ce ne dobbiamo rendere conto: si tratta di mode intellettuali. D’altro canto, se provate amore per l’universo, lo elevate invece di umiliarlo, e a proposito delle rocce, direte: “Sono veramente consapevoli, ma una forma diversa di consapevolezza”. Naturalmente la coscienza è qualcosa di molto più sottile. Ma se percuotete una campana o urtate un cristallo, essi rispondono: dentro di loro c’è una reazione estremamente semplice. È un suono che proviene dall’interno, mentre noi ‘risuoniamo’ a ogni tipo di colore, di luce, di intelligenza, di idee, di pensieri; è più complicato. Entrambe le reazioni sono ugualmente consapevoli, anche se in modi differenti. È un concetto perfettamente accettabile. Quello che voglio dire è che i minerali possiedono una forma rudimentale di coscienza; altri, invece, sostengono che la coscienza sia una forma complessa di sostanze minerali. Queste persone ritengono che ogni cosa sia scialba, mentre io affermo che la vita è uno spettacolo magnifico.
Ciò nonostante, mentre studiamo l’essere umano o qualsiasi altro organismo vivente e cerchiamo di descriverli in modo accurato e scientifico, ci accorgiamo che la normale percezione di noi stessi come tanti io isolati dentro una borsa di pelle è un’allucinazione. E veramente pazzesco, perché quando si cerca di definire il comportamento umano, oppure il comportamento di un topo, di un ratto, di un pollo (o di qualsiasi altro organismo) si scopre che se si vuole descrivere questo comportamento in modo accurato si deve analizzare anche il comportamento dell’ambiente. Supponiamo che io stia camminando e voi volete descrivere l’atto del camminare. Non potete parlare del mio modo di camminare senza descrivere il suolo, perché se non lo fate e se non descrivete nemmeno lo spazio dentro il quale mi sto muovendo, parlerete solo di qualcuno che sta facendo dondolare le gambe in un spazio vuoto. Così come raccontate il mio modo di camminare, dovete raccontare anche lo spazio in cui mi trovate. Non potete vedere se non vedete anche lo sfondo; ciò che sta dietro di me. Se i limiti della mia pelle avessero la stessa estensione della totalità del vostro campo visivo, non mi vedreste affatto. Osservereste le cose che riempiono il vostro campo visivo, ma non vedreste me, perché per vedermi non dovreste vedere soltanto ciò che è all’interno del limite della mia pelle, ma anche quello che è fuori.
È un fatto estremamente importante. In realtà l’ultimo mistero, quello fondamentale, l’unico che dovete conoscere per capire i segreti metafisici più profondi, è questo: per ogni fuori c’è un dentro e per ogni dentro c’è un fuori, e benché siano differenti, i due sono un tutt’uno. In altre parole, vi è una cospirazione segreta tra ogni interno e ogni esterno: ciascuno cioè deve apparire quanto più è possibile diverso dall’altro, ma sotto sotto entrambi sono identici. Non troverete mai l’uno senza l’altro. I due si sono messi d’accordo per darsi battaglia.

Ecco perciò il segreto: ciò che è esoterico, profondo, intenso, viene denominato “implicito”. Ciò che è ovvio e pubblico si chiama “esplicito”. Così, io nel mio ambiente e voi nel vostro siamo esplicitamente tanto diversi quanto possibile, ma implicitamente siamo un tutt’uno. Lo scienziato riesce a scoprire questa realtà molto velocemente, quando cerca di descrivere esattamente che cosa stiamo facendo; dato che tutta l’arte della scienza è quella di illustrare il nostro comportamento, quest’ultimo non è qualcosa che può essere separato dal mondo che ci circonda. Quindi lo scienziato si rende conto che siamo qualcosa che tutto il mondo sta facendo, proprio come quando il mare ha le onde, l’oceano “ondeggia”. Così ognuno di noi è un ‘ondeggiamento’ di tutto il cosmo, l’opera completa, tutto ciò che c’è, e insieme con ciascuno di noi è questo ‘ondeggiamento’ che dice: “Ehi! Sono qui!”, eppure ogni volta è diverso, perché la diversità dà sapore alla vita.
Il fatto strano, però, è che non siamo stati educati a sentire in questo modo. Invece di sentire che siamo qualcosa che tutto il regno dell’esistenza sta facendo, percepiamo di essere entrati in questa totalità come stranieri. Quando nasciamo non sappiamo da dove veniamo perché non lo ricordiamo; così pensiamo che anche quando moriremo sarà uguale. Alcune persone si consolano con l’idea che andranno in paradiso oppure che si reincarneranno, ma in generale nessuno ci crede veramente. Per la maggior parte della gente non è una storia accettabile; perciò la cosa che davvero ossessiona è che quando si muore ci si addormenta per non svegliarsi mai più. Saremo chiusi a chiave nella cassetta di sicurezza delle tenebre per sempre. Però, tutto questo si basa su una nozione falsa di ciò che è il sé di un individuo. Il motivo per cui abbiamo questo concetto errato di noi stessi, per quanto sono riuscito a capire, sta nel fatto che ci siamo specializzati in un tipo particolare di consapevolezza.
Generalmente parlando, possediamo due modelli di consapevolezza. Chiamerò il primo “faro direzionale” e il secondo “luce a largo fascio”. Il faro è l’attenzione consapevole e fin da bambini ci è stato detto che costituisce la forma dipercezione più preziosa. Quando il maestro dice alla classe: “Fate attenzione!”, ogni allievo guarda verso l’insegnante. Questa è la consapevolezza “faro”: fissare la mente su un solo oggetto alla volta. Ci concentriamo e anche se non siamo in grado di avere una durata di attenzione molto lunga, usiamo il nostro “faro”: ci focalizziamo su un oggetto dopo l’altro, uno dopo l’altro… Tuttavia abbiamo anche una consapevolezza “a largo fascio”. Per esempio, possiamo guidare l’automobile per diversi chilometri con un amico seduto a fianco e la nostra consapevolezza ‘faro’ può essere completamente assorbita nella conversazione con l’amico. Eppure l’attenzione “a largo fascio” si arrangia a guidare il veicolo, vedrà tutti i segnali stradali, gli altri idioti che stanno guidando e così via, e noi arriveremo alla meta sani e salvi senza neppure pensarci.
La nostra cultura, però, ci ha insegnato a specializzarci nella consapevolezza ‘faro’ e a identificarci solo con essa. “Io sono la mia consapevolezza faro, la mia attenzione cosciente; cioè il mio ego; cioè me.” Sebbene in larga misura la ignoriamo, la ‘coscienza a largo fascio’ è all’opera senza sosta e ogni terminazione nervosa che possediamo è un suo strumento. Potete uscire a pranzo ed essere seduti accanto alla signora Tal dei tali, poi tornate a casa e vostra moglie vi chiede: “C’era anche la signora Tal dei tali?” “Sì, ero seduto accanto a lei.” “Che cosa indossava?” “Non ne ho la più pallida idea.” Avete visto, ma non avete notato. Ora, siccome siamo stati abituati a identificarci con la consapevolezza “faro”, mentre quella a “largo fascio” è sottovalutata, abbiamo la sensazione di noi stessi in quanto consapevolezza “faro”: un io che guarda e si occupa di questo e di quello. In tal modo, non siamo coscienti della immensa vastità del nostro essere. Persone che, grazie a diversi metodi, diventano totalmente coscienti della propria consapevolezza a largo fascio, fanno un’esperienza cosiddetta “mistica“: il buddhismo la definisce bodhi, “risveglio”; gli induisti la chiamano moksha, “liberazione”. In questa esperienza si scopre che il vero, profondo , ciò che voi siete veramente, fondamentalmente e per sempre, è l’essere nella sua interezza, tutto ciò che è, che opera: quello siete voi. Soltanto questo Sé universale che costituisce la vostra vera realtà ha la capacità di focalizzarsi in numerosi e diversi qui e ora. Affermava William James: “La parola ‘io’ è in realtà un termine che esprime un concetto di posizione, come ‘questo’ oppure “qui”. Proprio come il sole e le stelle hanno molti raggi, l’intero cosmo esprime se stesso in te, in voi, in noi, in tutte le variazioni possibili. Gioca: gioca il gioco chiamato Mario Rossi, Maria Verdi, Giuseppe Bianchi. Gioca il gioco dello scarafaggio, il gioco della farfalla, dell’uccello, del piccione, del pesce, delle stelle. Sono giochi diversi uno dall’altro, proprio come il backgammon, il bridge, il poker, il pinnacolo, o come il valzer, la mazurca, il minuetto, il tango. È una danza con variazioni infinite, ma ogni danza (cioè ognuno di noi) è ciò che sta facendo l’essere intero. Ma noi lo dimentichiamo e non sappiamo chi siamo. Veniamo educati in un modo tale da non renderci conto di questa connessione, ignoriamo che ciascuno di noi è l’opera, il gioco giocato in un certo modo per un certo tempo.

Così, ci è stato insegnato a temere la morte come se fosse la fine di uno spettacolo che non si ripeterà più. Siamo condizionati ad avere paura di tutto ciò che comporta un rischio di morte: il dolore, la malattia, la sofferenza. Se non siete veramente e vividamente consapevoli del fatto che fondamentalmente siete “l’opera”, è probabile che non proverete mai la vera gioia: siete soltanto un fascio di ansia mescolata a senso di colpa. Quando nascono i bambini, ci comportiamo in modo orrendo con loro. Invece di dire: “Come stai? Benvenuto tra la razza umana. Devi sapere, mio caro, che stiamo giocando giochi molto complicati: queste sono le regole. Voglio che tu le capisca, che le impari quando diventerai più grande; magari riuscirai perfino a inventare regole migliori, ma ora devi giocare secondo le nostre”. Invece di essere diretti con i nostri figli, diciamo: “Siete qui in prova, dovete capirlo. Forse quando sarete un po’ cresciuti diventerete più accettabili, ma per ora dovete far sì che vi si veda e non vi si senta. Siete un pasticcio: dovete essere educati e istruiti finché diventerete umani”. Questi atteggiamenti che ci vengono inculcati dall’infanzia vanno avanti fino alla tarda età, perché è possibile che il modo in cui si comincia sia anche il modo in cui si finisce. La gente, vivendo, percepisce di non avere un senso di appartenenza, perché la prima cosa che ha sentito dai genitori è stata: “Guarda, sei nato per soffrire. Sei qui in prova. Non sei ancora un essere umano”. Ed è in preda a questa sensazione fino alla vecchiaia, immaginando che l’intero universo sia presidiato da un terribile Dio Padre che vuole solo il meglio per noi, che ci ama, ma: “Chi risparmia la frusta, rovina il bambino. Chi è amato dal Signore, Egli lo perseguita”. Dove cadrà il prossimo colpo? È chiaro che in questo modo non si può avere un senso di appartenenza; in sua vece, siamo pervasi da una spaventosa impressione, quella che io chiamo “ego cristiano”, ma che è anche un pochino ebraica: la sensazione di essere orfani, senza una casa. I cristiani dicono che siamo figli di Dio per adozione: non figli veri, ma solo adottati, per grazia, per sofferenza. Ed ecco allora la sensazione assolutamente caratteristica dell’uomo occidentale, di ogni persona altamente civilizzata: essere uno straniero sulla terra, un momentaneo guizzo di consapevolezza fra due tenebre eterne.
Per tale ragione ci veniamo a trovare in un continuo contenzioso con ogni cosa che ci circonda: non solo con il nostro prossimo, ma anche con la terra, con le acque. Simbolo di questo, nella nostra cultura, è il bulldozer. Nel luogo dove abito, a bordo di una nave-traghetto, si vedono alcune colline molto belle dall’altra parte della distesa d’acqua. Su quelle alture costruiranno una serie di case, ma saranno case che di solito si trovano nelle zone di periferia e non in un’area tanto amena. Un bravo architetto riesce a far si che una casa si adatti alla collina e non deve distruggere la collina per metterci sopra una casa. Se decidete di vivere sopra una collina, ovvio che ci volete vivere ed è ovvio che non la volete distruggere solo per il fatto che ci volete abitare. Eppure è ciò che succede, soprattutto in California, dove si susseguono molte piccole alture. Che cosa fanno? Livellano le cime fino a che sono perfettamente piatte. Poi vi costruiscono le case, terrazzando via via il territorio fino in fondo. Naturalmente sconvolgono l’ecologia delle colline e le case corrono il rischio di crollare, ma il costruttore dice: “E allora?” Quando accadrà, tutti i pagamenti saranno stati eseguiti. È evidente che il costruttore non sente il mondo esterno come se fosse il suo corpo. Mentre invece lo è. Il mondo esterno l’estensione del nostro corpo e un architetto intelligente, salendo sulla collina prescelta, dovrebbe dire: “Buongiorno. Vorrei tanto costruire una casa in questo luogo e vorrei sapere da te, collina, che tipo di casa ti piacerebbe ti venisse costruita sopra”. Al contrario, l’architetto ha già un’idea precisa di quale casa erigere e sottomette la collina a questo suo pregiudizio. E così rovina l’altura, se ne libera per metterci sopra una casa. Un uomo che agisce così è completamente fuori di mente, perché non si rende conto che il mondo esterno è il suo corpo. Solo quando lo capirà, rientrerà in sé.

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“Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa.

Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo”. 

Da diversi anni mi sono avvicinato allo Zen ed al Buddismo, grazie ad alcune esperienze di meditazione vissute con il mio primo Maestro di Arti Marziali ed un suo allievo già monaco Zen italiano legato alla setta Soto.

La pratica quotidiana delle Arti Marziali mi ha pian piano portato a considerare e praticare le religioni orientali, sino a sentirmi quasi completamente buddista. Dico quasi perché nel mio intimo rimane forte una credenza animista, in cui ogni essere vivente, animali, piante, l’essere umano ha un’anima e merita rispetto. Ho trovato nel Buddismo e nello Zen tutti gli insegnamenti e il conforto di cui avevo bisogno. Ecco il perché di questa pagina, come semplice punto di riflessione.

 

ZEN (inizio)

Per noi occidentali così distanti dalla cultura orientale, ed in particolare da quella giapponese, non è facile accettare e comprendere cosa significa praticare Zen e perché lo Zen è compagno ideale delle Arti Marziali. Ed è mio desiderio sollevare un velo a favore della comprensione di questa disciplina.

È in Cina che si concretizza la prima corrente di pensiero che darà vita alla forma di Buddismo Ch’an, grazie agli insegnamento del monaco indiano Bodhidharma. Successivamente portato in Giappone si svilupperà in diverse “sette Zen” tra le quali emergeranno nei secoli la scuola Rinzai e la Soto. La Prima per lo stile austero e le metodologie, verrà preferita dalla casta dei Samurai, la seconda sarà abbracciata dal resto della popolazione.

Nel Ch’an non esistevano immagini sacre, non c’erano dei da adorare, e poca importanza veniva data alle scritture, perché la regola era la non regola, l’insegnamento era, paradossalmente, che nulla poteva essere insegnato. Secondo il Ch’an prima, e quindi lo Zen poi, la comprensione è possibile solamente ignorando l’intelletto e prestando ascolto agli istinti, all’intuizione.

La sperimentazione della realtà senza l’uso dell’intelletto, ciò non significa non cultura, anzi, ma la completa accettazione della natura dei suoi fenomeni, senza una spiegazione logica per ogni più piccola sfumatura. Lo Zen porta alla calma interiore, una forma di quietismo positivo, che ha alla sua base una grossa forma di umorismo, che si può intravedere nei Koan, gli esercizi di meditazione particolarmente utilizzati dalla setta Rinzai. o nelle risposte dei maestri. Lo Zen, ha influenzato la cultura Giapponese, utilizzando e facendo proprie le varie forme culturali e di pensiero; dalle Arti Marziali alla Cerimonia del The, dalle Composizioni di Fiori al Teatro No, dalla Poesia alla Pittura ad Inchiostro, dai Giardini all’Architettura. Ma per noi occidentali, quali vantaggi la pratica dello Zen può portarci ? Innanzi tutto vorrei precisare che la pratica dello Zen non comporta l’abbandono della propria religione, e, come disse uno dei più grandi Maestri Zen viventi, Taisen Deshimaru, “Lo Zen è al di là delle religioni”, ovvero la pratica dello Zen non è in “concorrenza” con le religioni, ma anzi può aiutare a comprendere e vivere meglio la propria dimensione mistica.

Tornando alla nostra domanda, un primo insegnamento basilare dello Zen è racchiuso nella frase “qui ed ora”, ovvero concentrarsi su ogni istante della vita quotidiana.

“Qui ed ora” significa essere interamente in quello che si fa, mentre mi lavo, mentre mangio o cammino, mentre combatto. Non pensare più in modo frenetico o troppo profondo al passato od al futuro, ma vivere completamente i nostri atti e le nostre parole e pensieri del momento. Nella cultura attuale, molte cose sono date per scontate, molte le cose fatte o vissute in maniera veloce, superficiale. Il ritmo frenetico impostoci dalla “civiltà” dei consumi può essere ridimensionato tramite una buona pratica Zen. Lo Zen si può praticare in qualsiasi momento della giornata, curando la giusta postura (posizione) Za-Zen, concentrandosi sulla respirazione, senza però cercare di ottenere o raggiungere qualsiasi cosa.

“Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa. Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo”.

 

Postura

La postura detta Za-Zen è interpretata in due modi, la prima, tradizionale, adottata dalla setta Soto si ottiene sedendosi su un apposito cuscino rotondo (Zafu) con le gambe incrociate nella posizione del loto, ereditata dalla cultura Indiana. Portando il piede destro sulla coscia sinistra e viceversa, otteniamo questa posizione non facile e inizialmente piuttosto scomoda. Le ginocchia toccano terra, la schiena e ben dritta, le spalle rilassate, il mento rientrante e nuca ritta. La seconda posizione è quella normalmente utilizzata da chi pratica arti marziali ed è la posizione di Sei-Za, ovvero seduti sui talloni, le ginocchia ben divaricate, mentre per il busto vale quanto detto prima. Raggiunta la giusta posizione del corpo (anche con brevi oscillazioni di assestamento) si esegue il saluto (Gassho), congiungendo le mani all’altezza delle spalle, palmo contro palmo, ed effettuando un leggerissimo inchino. Le mani poi adottano una posizione ben definita, appoggiate in grembo, la destra accoglie la sinistra, palme verso l’alto con i pollici che si toccano senza tensione. E’ possibile adottare anche altre posizioni delle mani, prese dalla cultura Taoista. La lingua deve toccare il palato, appena dietro i denti anteriori o nel punto in cui il solletico è più intenso.

 

Respirazione

Concentrandosi sul proprio corpo si inizia a controllare la respirazione. Si inspira ed espira tramite il naso. La respirazione è lenta ed impercettibile, ci si può inizialmente concentrare sull’immagine dei propri polmoni per facilitare il raggiungimento del giusto ritmo, che prevede circa quattro respirazioni complete al minuto. L’inspirazione avviene naturalmente al seguito dell’espirazione con contrazione dell’addome provocando anche un salutare massaggio agli organi addominali.

 

L’ atteggiamento mentale

L’ atteggiamento mentale o dello spirito nello Zen è unico, ma infinito nelle sfumature. Zan Shin lo spirito vigile, coinvolto nell’azione, ma attento a ciò che viene dopo, qui e ora, nello sviluppo completo del tempo. Zan Shin si applica in ogni attimo della vita, dalle cose più semplici come accudire alla pulizia del proprio corpo, al guidare un’auto, ai rapporti con le persone, al combattimento. E’ la strada per una completa fusione del corpo e della mente. Quando svolgiamo un’azione si deve essere integralmente parte di ciò che stiamo facendo. Se guardo una montagna, cerco di essere una montagna, se guardo uno stagno, cerco di essere calmo ma pieno di vita come uno stagno può essere. Qui e ora, essere interamente in quello che si fa, non pensare al passato od al futuro, essere nel presente. Troviamo scritto nello Shodoka del Maestro Yoka: “Non si deve cercare la verità, nè troncare le proprie illusioni”. Si devono lasciare passare i pensieri, non trattenerli, ma viverli. Il nostro spirito è complicato, difficile da dirigere, agile come una scimmia.

Ma come disse il mio Maestro, prendiamo, quando occorre, la scimmia per la coda, ovvero fermiamo il nostro pensiero i nostri sogni per salire a bordo e viverli con reale intensità, qui ed ora. Dobbiamo però ricordarci, di non vivere lo Zen in maniera assoluta come spesso accade ai mistici orientali, che lentamente si chiudono su se stessi. Dobbiamo sviluppare quelle parti dello Zen che ci permettono un dinamismo e una presenza mentale utili nella vita quotidiana, ovvero qui ed ora. La meditazione in Za Zen deve essere quindi una fase iniziale e fondamentale della crescita e non una fase finale in cui rinchiudersi e costruire un proprio mondo limitato e statico.

 

Lo Zen nelle Arti Marziali 

Lo Zen nelle Arti Marziali ha ottenuto un posto di rilievo, in particolare nell’arte della spada e del tiro con l’arco. L’abilità tecnica in combattimento nulla vale se non è accompagnata da una tranquillità interiore, da uno spirito vigile che non si ferma da nessuna parte. Come disse il monaco Zen Takuan (1573-1645) “Il vero spirito è come l’acqua e lo spirito malcerto è come il ghiaccio”, ovvero quando lo spirito si ferma su qualcosa, come il ghiaccio ad un ramo, si è vincolati ed inermi, quando è come l’acqua, mille sono le possibilità e le strade. Con la pratica dello Zen si arriva alla dimensione del “tempo esploso” ovvero in una dimensione in cui gli avvenimenti sono qualcosa di distaccato e sembrano ripresi al rallentatore. Nel combattimento affiorano gli istinti più ancestrali, la parte più profonda del nostro essere, e lo Zen con la meditazione, permette al subconscio di risalire in superficie. In questo modo si prendere contatto con se stessi ed entrare in sintonia prima con il proprio spirito e poi con l’universo e di conseguenza con l’avversario. Forse con questo Haiku che segue Vi potrà aiutare a comprendere questo concetto: 

L’acqua dello stagno di Hirosawa

Non pensa a riflettere la luna,

nè, per parte sua, la luna cerca di

essere riflessa sull’acqua.

 

Ovvero, non c’è che una luna in cielo, ma la superficie di ogni fiume riflette una luna. Se non c’è acqua, la luna non si rifletterà, ma non è l’acqua a creare la luce della luna. La luce della luna non cambia se viene riflessa da molti fiumi, nè cambia la dimensione della luna. Il nostro spirito non deve preoccuparsi delle cose su cui si posa, così come le cose non devono accorgersi della presenza del nostro spirito.

 

Lo Zen ed i Giardini.

La disposizione e la creazione di un giardino come simbolo della ricerca interiore. Il voler rendere omaggio alla natura, con un rispetto reverenziale, a quella natura che costituisce una delle pietre miliari della filosofia Zen. Il giardino visto come un quadro in cui la prospettiva e l’astrazione guidano la mano dell’artista. La cura nella scelta degli oggetti, dei sassi, delle piante, la struttura dei laghetti, nulla è lasciato al caso, ma tutto calibrato per guidare l’occhio dell’osservatore dove l’artista desidera, sino al limite in cui il muro di recinzione non serve per tenere lontano gli sguardi indiscreti, ma per impedire a coloro che osservano il giardino dall’interno, dai punti prestabiliti dall’artista, di spingere lo sguardo all’esterno e quindi introdurre fattori estranei nella visione. Un giardino su cui non oziare, ma da guardare. Si arriva verso la fine del 1400 all’astrazione totale con i giardini di pietra, intesi a favorire la meditazione. Dove prima si ricercava una bellezza scenografica, in questi piccoli giardini invece, si cercavano strumenti tramite i quali la mente contemplativa poteva dilatarsi a cogliere l’essenza dello Zen. Il giardino si avvicina alla pittura ad inchiostro.

 

Lo Zen ed il disegno ad Inchiostro.

La pittura ad inchiostro monocroma fiorita nel periodo Ashikaga (1133-1573), è senza dubbio uno dei momenti supremi dell’arte giapponese, e oserei dire anche mondiale. Nata inizialmente in Cina, quale estensione della scrittura a pennello e delle opere calligrafiche, divenne mezzo fondamentale nella diffusione dello Zen. Il colpo di pennello, che sembra così spontaneo, semplice, immediato è frutto di anni di studio, come il fendente dello spadaccino, l’assoluta precisione del colpo di pennello può essere eseguito solamente da una persona la cui mente ed il cui corpo sono tutt’uno. L’artista esprime l’illuminazione di un istante e quindi non ha il tempo per elaborare ogni singola pennellata, la tecnica deve fluire dalle profondità interiori, catturando le immagini dell’infinità, al di là del pensiero. La carta di riso usata dai pittori Zen, assorbe immediatamente l’inchiostro e quindi non è possibile alcuna correzione, come uno spadaccino che esegue un affondo, che colga il bersaglio o no, non potrà mai correggerlo.

 

Lo Zen ed il Teatro No.

Il teatro No è sicuramente la forma di arte Zen più difficilmente comprensibile per un’occidentale. E’ un teatro dei particolari, delle mille arti, danza, musica, mimica, ed ancora architettura e scultura. Le sole maschere in legno ad esempio, spesso antiche di centinaia di anni, possono mutare espressione a seconda del gioco di luci creato dai movimenti della testa dell’attore. Non si può descrivere il teatro No, per un occidentale è incomprensibile, così imperniato della più raffinata estetica Zen, che spesso lo è anche per un giapponese.

 

Lo Zen e l’architettura.

La casa tradizionale Giapponese è fredda d’inverno e calda d’estate, l’assenza di mobilio costringe gli occupanti a passare gran parte della giornata in ginocchio. Per dormire un ripiano di legno ricoperto da un’imbottita di cotone. La squisita casa tradizionale Giapponese è come un’ ombrello aperto sul paesaggio, che si integra con l’ambiente, non lo domina. L’uso di materiali naturali, spesso lasciati al grezzo, sono un’accurata ricerca di integrazione con l’ambiente. Ma perché questa scomodità, queste privazioni fisiche?

La casa Giapponese è, grazie alla cultura Zen, un raro esempio di fusione tra necessità fisiche e spirituali. Non a caso la struttura di base ricorda un santuario Shinto, spartano ed elegante. L’aspetto fragile della casa ben si adatta ad una terra scossa da frequenti terremoti, infatti la leggera struttura, non ancorata a terra da tradizionali fondamenta, tende a “fluttuare” in sintonia con il terreno. Senza addentrarci nei particolari architettonici, vorrei citare un passo di Ralph Adams Cram che visitò il Giappone all’inizio del nostro secolo”, in relazione alla sobrietà e spartanità della casa nipponica: “La singola stanza costituisce un ambiente che richiede la presenza e la partecipazione dell’uomo per colmare il vuoto. In assenza di distrazioni decorative non resta che concentrarsi sulla propria mente e su quella dei presenti. Ogni parola, ogni gesto appaiono più significativi.”

 

Lo Zen e la Cerimonia del Tè.

La cerimonia del Tè riunisce in sè tutti gli aspetti dello Zen, arte, quietismo, estetismo. La si potrebbe definire l’essenza della cultura Zen, con momenti profondi che vanno oltre l’esteriorità della cerimonia stessa. Sicuramente una delle bevande aromatiche più antiche tra quelle note, utilizzata nei monasteri per combattere la sonnolenza nelle lunghe sedute di meditazione, apprezzata dai nobili e dai guerrieri, l’assunzione del tè finì con essere ritualizzata nella cultura Zen. Cha-No-Yu, ovvero la Cerimonia del Tè, lentamente prese forma, divenne un momento solenne, intimo e sereno. Lunga da descrivere, già il considerare la particolare porta di una sala per il tè, che obbligando il passaggio in ginocchio, induce ad abbandonare all’esterno le superbie, può aiutare a capire i profondi concetti dietro questa cerimonia. L’incenso, lo scarno arredamento, il cerimoniale creano le premesse per una disponibilità interiore che permette a tutti i sensi di partecipare alla cerimonia del Tè e di entrare in armonia con gli altri.

 

Lo Zen e la Poesia.

Anche la poesia ricalca i canoni di semplicità e istintività tipici dello Zen, ma però anche la sua ermeticità, per chi non si è addentrato in profondità nello studio di questa disciplina. Forse nata dalle risposte dei maestri ai discepoli, forse dai Koan, la poesia divenne un’espressione di momenti particolari, dalla “illuminazione” alla “morte”. Attorno al 1400, nasce la forma poetica chiamata Haiku, generalmente definita la poesia Zen per eccellenza. Costituita da 17 sillabe o meno, con un motivo dominate come l’isolamento, la povertà, mistero, l’Haiku ha il diritto di avere un suo posto nella letteratura mondiale, se è vera l’affermazione che l’arte del poetare consiste nel saper dire cose importanti col minor numero di parole possibili.

 

Haiku: le Poesie.

 

Senza impronta, non più bisogno di nascondersi.

Ora il vecchio specchio

Riflette ogni cosa; luce d’autunno

Inumidita da pallida nebbia.

(SUIAN)

 

Sopra il picco una distesa di nuvole,

Il fiume è freddo alla sua sorgente.

Se vuoi vedere,

Scala la cima del monte.

(HAKUYO)

 

Senza impronta, non più bisogno di nascondersi.

Ora il vecchio specchio

Riflette ogni cosa; luce d’autunno

Inumidita da pallida nebbia.

(SUIAN)

 

Koan: Pensieri per Meditare

“Come fai a vedere tutto così chiaramente?” 

chiese un allievo al suo Maestro

“Chiudo gli Occhi” rispose questi.

Tre monaci osservano una bandiera che si agita nella brezza.

Osserva uno: “La bandiera si muove”, ma il secondo ribatte:

“E’ il vento che si muove”. Allora dice terzo:

“Sbagliate entrambi. E’ la vostra mente che si muove”.

La perdita diventa guadagno. Il guadagno diventa perdita.

La felicità diventa infelicità. L’infelicità diventa felicità.

Se ottenete una cosa, perdete un’altra cosa.

Se perdete quella cosa , ne ottenete un’altra.

Il grande sentiero non ha porte,

Migliaia di strade vi sboccano.

Quando si attraversa quella porta senza porta,

Si cammina liberamente tra cielo e terra.

 

BUDDISMO Cenni Storici

Siddharta Gautama Buddha visse nel VI secolo a.C. in un periodo in cui in Cina Confucio e Lao-Tse pongono le basi della filosofia cinese, mentre in Grecia i filosofi presocratici gettano le basi della filosofia occidentale. Il pensiero di Budda era rivolto a tutti coloro che desideravano mettere in pratica i suoi insegnamenti e non ad un numero ristretto di asceti. Questo seme col tempo svilupperà un immenso albero con tanti rami diversificati, dal Tantrismo tibetano allo Zen giapponese. Siddharta Gautama principe, nato nel 563 a.C. ai piedi dell’Hymalaya, crebbe in un ambiente ricco e raffinato, poi si staccò da questo mondo per diventare monaco. Morì verso il 483.

 

I concetti.

I concetti che stanno alla base del messaggio del Budda sono il risveglio, di illuminazione o liberazione. Il risveglio da un ‘sonno’ della mente, dal mondo dei miraggi e dei fantasmi. L’illusione di credere di esistere come qualcosa di individuale e separato dal resto. Come se un’onda del mare credesse di essere unica e sola. L’onda è solo come un disegno che emerge e dura un’ attimo, legata al movimento continuo dell’acqua. Se tentasse di credere di essere unica e sola si troverebbe in una lotta disperata contro la realtà.

 

La pratica.

Mille sono le pratiche che si possono adottare. Nel tempo l’uomo che ha necessità di immagini e riti ha costruito a discapito del vero e puro insegnamento del Budda una serie di cerimoniali. Forse la cosa migliore è leggere il Dhammapada una semplice raccolta di frasi ed aforismi attribuiti allo stesso Gautama Budda.

 

Alcuni passi del Dhammapada:

 

Come il fabbro raddrizza

una freccia,

così il saggio governa i suoi

pensieri,

per loro natura instabili,

irrequieti 

e difficili da controllare.

Non lasciare che la ricerca

del piacere

ti distragga dalla meditazione

e dal tuo stesso bene.

Anzichè badare agli errori

altrui 

osserva i tuoi,

esamina ciò che hai

commesso 

e ciò che hai omesso di fare.

Controlla la rabbia

come un buon auriga

governa il suo carro

impazzito.

Pratica ciò che predichi.

Prima di cercare di

correggere gli altri

fa una cosa più difficile:

correggi te stesso.

Nobile è colui che non fa del

male

ad alcuna creatura vivente.

Tu sei il tuo solo maestro.

Chi altro può guidarti?

Diventa padrone di te stesso

e scopri il tuo maestro

interno.

La padronanza della propria

mente,

ribelle, capricciosa, e

vagabonda,

è la via verso la felicità.

 

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L’orgasmo parte…..

Non è un riflesso, è bello come mangiare l

a cioccolata, è una sinfonia che stordisce. L’orgasmo, quante parole per dirlo, però sempre vaghe, imprecise, misteriose. Ci si sono arrovellati sessuologi, smontando pezzi di corpo per farli parlare. Ci si tormentano le coppie, nelle stanze da letto è la magia che accade o l’illusione che si perde. Colpa di che e di chi se quell’attimo non si coglie mai?

Il corpo parla, ma non dice tutto da solo. Dietro le quinte c’è un direttore sapiente e assai portato alle delizie e al piacere. È il sistema nervoso centrale, intricato network di impulsi el

ettrici che si espande dentro e fuori il cervello fino alla colonna vertebrale. Sta lì forse il motore, l’abracadabra che organizza gli stimo

li e li traduce in orgasmo. Non è solo anatomia e chirurgia quel momento lì, sennò perché uomini e donne paralizzati, insensibili dalla vita in giù, possono raggiungere l’orgasmo? E come spiegare la cosiddetta “aura orgasmica” che scatta all’inizio di un attacco epilettico, sensazione talmente piacevole che alcuni pazienti rifiutano i farmaci antiepilettici? E come è mai possibile spiegare il caso di persone amputate che provano l’orgasmo dove un tempo avevano il piede? Domande cui alcuni scienziati hanno rispost

o con una metafora: se gli organi genitali possono essere gli strumenti, il sistema nervoso centrale è sicuramente il direttore d’orchestra.

Che non fosse solo questione di tocco (certo, lo è anche), che fosse chimica e cuore mischiati, ognuno lo sa. Ma come effettivamente tutto questo si traduca in quella cosa lì, in quel concerto lì, solo ora si comincia a capire. Alcuni studiosi americani con scanner per la risonanza magnetica si sono messi a esplorare il cervello.

In particolare Beverly Whipple della Rutgers University (quello che negli anni Settanta si è “inventato” il “punto G”), lo psicologo della Rutgers Barry R. Komisaruk e Carlos Beyer-Flores, direttore del Laboratorio Tlaxcala in Messico, hanno sintetizzato vari decenni di ricerche in un saggio intitolato La scienza dell’orgasmo (2006): non è semplicemente un riflesso, si può raggiungere attraverso stimolazioni di varie parti del corpo, nelle donne l’immaginazione può valere da sola a raggiungerlo (guarda un po’).

Gli orgasmi sono difficili da definire, per non parlare di quanto sia difficile capirne la dinamica. E però: prima di tutto la stimolazione degli organi genitali invia impulsi elettrici lungo tre percorsi principali: i nervi pelvici, ipogastrici e pudendi. I segnali entrano nella colonna vertebrale e risalgono nelle regioni cerebrali che reagiscono. A quel punto altre aree del cervello si attivano: alcune inviano segnali di ritorno all’organismo con determinate istruzioni in un crescendo di intensità. Fino al piacere.

Anche chi ha subito fratture alla colonna vertebrale non è escluso dalla festa dei sensi. L’orgasmo suscita una forte attività nel nucleus accumbens che è la sede della gratificazione, la stessa che si attiva anche fumando, mangiando cioccolata, con la cocaina e con la musica; e nel cervelletto, che contribuisce a coordinare la tensione muscolare; e in parti dell’ipotalamo che rilascia l’ossitocina, l'”ormone della fiducia” e delle relazioni sociali. Non solo meccanica, come il buon senso sa, è l’amore.

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L’induismo

L’induismo – insieme di credenze e pratiche di circa il settanta per cento degli abitanti dell’India (e dell’ampia emigrazione indiana nel mondo) – trae la sua origine dalla parola sanscrita sindhu (fiume, corso d’acqua, area del fiume), corrispondente all’iranico hindu, con cui si indicava la terra più a Oriente del grande impero di Dario. In seguito, attraverso vari passaggi dal greco fino al latino indus, si è giunti al neologismo hindu mediante il quale si è soliti indicare l’insieme di usanze e convinzioni condiviso dalla maggior parte degli abitanti delle regioni a Est del fiume Indo. Più correttamente, come indicano le antiche scritture religiose di riferimento, i termini per definire tale “religione” – in realtà, insieme di religioni e credi religiosi – sono Sanatana Dharma (le “eterne leggi divine universali”) o Vaidika Dharma, insieme di norme contenute nelle sacre scritture dei Veda. Con il termine induismo non si intende, è opportuno sottolinearlo, un’unica struttura religiosa, ma una miriade di fedi, culture e filosofie, a volte anche distanti teologicamente fra loro, che manifestano però alcuni punti di convergenza comune, quali la teoria del karma e della reincarnazione, la possibilità di liberazione (moksha), l’accettazione dei Veda, il vasto numero degli dei adorati (peraltro, non tutte le correnti accettano le medesime manifestazioni del divino – dei o dee -, ma accettano il fatto che ogni manifestazione sia, in ultima analisi, un aspetto dell’unico Dio).

Le origini storiche dell’induismo sono state a lungo fatte risalire, secondo teorie oggi discusse anche criticamente dagli specialisti, all’arrivo degli ariani (insieme di tribù indoeuropee nomadi, di pelle chiara, provenienti dall’Asia centrale) nel subcontinente indiano – circa 1500 a.C. -, anche se più recentemente si va affermando la teoria cosiddetta “del substrato”, secondo la quale la religione degli ariani si sarebbe largamente avvalsa di materiale tratto dai precedenti abitatori del subcontinente, ivi residenti già a partire dal 2400 a.C. In proposito – e per rendere ragione dei due paradigmi attorno ai quali si articola la problematica relativa alle origini storiche dell’induismo -, è opportuno sottolineare come ampi settori dell’induismo ortodosso rigettino completamente sia la cosiddetta “teoria dell’invasione ariana” sia la “teoria del substrato”, considerate entrambe il frutto della storiografia eurocentrica, o addirittura reputate come una pura invenzione di studiosi occidentali, che avrebbero attribuito date e fatti storici adottando parametri arbitrari e soggettivi (si tratta, in questo caso, di una posizione non poco controversa, e che così posta rischia di cavalcare il tono fortemente politicizzato e nazionalistico della corrente contemporanea detta hindutva).

Comunque sia, le origini storiche dell’induismo, difficilmente databili, sono antichissime, e non mancano studiosi – archeologi e antropologi in particolare – i quali datano tracce della civiltà dell’Indo a prima del 6000 a.C. (una datazione che altri specialisti considerano acritica, postulando una sostanziale omogenia fra induismo e civiltà vallinde). Secondo questa versione, la civiltà indica arcaica e le diverse popolazioni che abitavano l’India dell’epoca, seguivano vari culti che nel tempo si sarebbero amalgamati, evolvendosi nelle forme vediche e agamiche delle pratiche religiose indù. È bene sottolineare che gli studiosi hanno applicato diversi parametri per suddividere l’evoluzione dell’induismo nelle varie epoche storiche (per esempio, in base ai testi di riferimento o al rituale, e così via); una possibile suddivisione potrebbe essere proposta in quattro periodi:

1.   Il primo è detto vedico, dai Veda (“vera o sacra conoscenza”), testi sacri redatti in un periodo approssimativo compreso fra il 3000 e il 400 a.C. e canonizzati come increati ed eterni, auto-rivelazione dell’energia divina Brahman. Il periodo vedico si suddivide a sua volta in età dei Samhita (“raccolta degli inni”), dei Brahmana (composizioni sacerdotali di ritualistica) e delle Upanishad (parte speculativa-filosofica).

2.   Il secondo periodo, durante la dinastia dell’impero Maurya (c. 560-200 a.C.), è l’età dei Sutra, o Kalpa Sutra, all’interno del quale si inseriscono iVedanga (sei trattati supplementari ai Veda per la corretta celebrazione del rituale, in cui si trattano la corretta pronuncia, la metrica, l’etimologia, la grammatica, l’astronomia e le norme per la cerimonia).

3.   Il terzo periodo, risalente al 200 a.C.-300 d.C. – fino alla fine della dinastia Gupta -, è quello Itihasa (“Così invero fu”, o poemi di carattere popolare leggendario, fra cui il Ramayana e il Mahabharata).

4.   Il quarto periodo, a partire dal 300-650 d.C., è l’epoca dei Purana (raccolte di storie dei tempi antichi, che tradizionalmente trattano cinque argomenti: creazione dell’universo; sua distruzione e ricreazione; genealogia degli dei; regni e varie epoche del mondo; storia delle grandi dinastie solare e lunare), degli Agama (“ciò che è stato tramandato”; testi che contengono insegnamenti tradizionali non-vedici della tradizione Saiva) e dei Tantra (“fili intessuti su un telaio”; termine riferito a vari testi di carattere sia religioso sia laico, di tradizione sia hindu sia jaina e buddhista).

Questi periodi rispecchiano i passaggi fondamentali della religiosità indù: quello rituale, quello speculativo e quello devozionale, o bhakti. Peraltro, una peculiarità fondamentale dell’induismo è la sua visione atemporale, e quindi i periodi presi in esame non rispecchiano una rigida suddivisione cronologica, bensì una coesistenza e un intrecciarsi continuo. Infatti, il carattere di astoricità così affine alla cultura indiana è determinato da fattori quali la lunga trasmissione orale, la concezione tipica indiana dell’eternità dei Veda, la totale mancanza di rilievo data agli autori dei testi.

Sruti significa “ciò che è ascoltato” e sottolinea la trasmissione diretta, orale, da individuo a individuo, “ascoltata attraverso le orecchie e attraverso il cuore”. In origine, il termine era riferito ai seguenti testi: Veda, suddivisi a loro volte in quattro raccolte (Rig VedaSama VedaYajur VedaAtharva Veda); SamhitaBrahmana. Successivamente, il termine sruti è stato esteso anche alle Upanishad. È opinione comune che il Rig Veda sia il più antico fra i testi vedici, dimostrata dal fatto che nelle altre raccolte vi siano porzioni più o meno ampie dei suoi 1.028 inni di preghiera con piccole addizioni e lievi alterazioni.

La religione vedica dà speciale importanza a numerose divinità “liturgiche”, quali Indra (simbolo della forza vitale), Agni (il fuoco), Soma (la pianta divina, il cui succo è estratto nel sacrificio), Varuna (il dio delle acque). Divinità specifiche presiedono alle tre funzioni della società – sacerdotale, guerriera, commerciale-agricola – cui corrispondono tre diverse caste (brahmanaksatriyavaisya), cui se ne aggiunge poi una quarta (sudra), più orientata verso la manualità; altre divinità – che diventeranno successivamente molto più importanti (per esempio, Vayu, Mitra, Parjania, Asvini, e così via) – hanno un ruolo, almeno apparentemente, secondario.

Nei Brahmana – che prendono il loro nome da Brahman (l’Assoluto) – sono elaborate le semplici idee sulla società e sul rito delle Samhita in una religione liturgica di tipo sistematico. Numerosi e complessi riti sono elaborati per la vita domestica, la morte (con la cremazione), i sacrifici di sostanze vegetali e di animali (soprattutto capretti). La funzione sacerdotale è cruciale nei Brahmana. Il sacrificio primordiale e unico di Purusha, di cui parlavano le Samhita, diventa in qualche modo secondario rispetto al sacrificio ricorrente di Prajapati, che simboleggia il ciclo di vita, morte e rigenerazione (da cui cominciano a emergere idee sulla reincarnazione). Prajapati è il prototipo del personaggio che nell’induismo classico diventerà Brahma, il dio che personifica l’assoluto, mentre Purusha diventerà un nome di Vishnu, e un’altra divinità dei Brahmana – Rudra – è il prototipo di Shiva, un dio che simboleggia la neutralizzazione delle forze impure che potrebbero minacciare il sacrificio.

Negli Aranyaka (“testi della foresta”), il rituale si sposta dalla casa alla foresta, mediante una interpretazione filosofica dei rituali attraverso le allegorie. La parte più squisitamente speculativa è composta dai testi delle Upanishad (“Ciò che si ascolta seduti ai piedi di un Maestro”), che costituiscono la parte essenziale del Vedanta, e che per taluni studiosi completano il passaggio dal “politeismo” vedico originario alla riduzione delle varie divinità a una (un concetto però già presente nel Rig Veda, dove è scritto: “Dio è uno, ma i saggi lo chiamano con molti nomi”). Nei vari momenti, dal rituale del periodo vedico alla speculazione o rinuncia delle Upanishad, a quello della devozione – bhakti -, al periodo dei Purana, Agama, Tantra, si sviluppano numerose tradizioni che compongono quella poliedrica struttura religiosa comprendente diverse teologie e filosofie, convergenti (come si è già detto) in temi quali il concetto di liberazione (moksha), il karma e la reincarnazione, l’autorità dei Veda, e così via.

Il concetto di karma, che talora ha assunto valore meritorio nel rituale, trova nelle speculazioni successive un risvolto più complesso e diventa maggiormente legato a una legge di causa-effetto che costituisce la causa delle successive reincarnazioni. Lo scopo dell’individuo, quindi, consiste nella liberazione dal ciclo delle rinascite (samsara), cioè nella moksha (“liberazione”). Per conseguire la liberazione, il rituale – così importante nei Veda – non è rifiutato, ma assumono importanza centrale la conoscenza (vidya) e gli insegnamenti che il maestro (guru) trasmette al discepolo. La conoscenza dell’Assoluto si sviluppa nelle Upanishad lungo due linee direttive, alle origini di una dialettica che percorre tutto l’induismo. Da una parte, l’Assoluto è concepito come “totalmente altro”, “né questo né quello” (neti neti), negazione di tutto ciò che è irreale, non permanente e transitorio; dall’altra l’affermazione di Assoluto come totalità, iti iti, il contrario di neti neti, definisce lo stesso Assoluto nelle sue qualità come sat cit ananda (realtà-coscienza-beatitudine).

Nella tipica predilezione per la classificazione del pensiero indiano, il numero quattro ha un posto particolare (anche se non il più rilevante): quattro sono i Veda; quattro sono le caste (anche se nascono innumerevoli sottocaste) – e l’induismo brahmanico tuona contro la confusione fra le caste e contro il matrimonio esogamico -; quattro sono gli stadi della vita dell’uomo, che in teoria – se non in una vita sola, attraverso le varie reincarnazioni – dovrebbe sperimentarli tutti, dallo studente al “rinunciante” (sannyasin), un ideale che l’induismo in questa sua fase di consolidazione afferma contro “eterodossie” (come il buddhismo e il giainismo) che distinguono invece fra laici e monaci; quattro sono anche gli scopi della vita, tre di carattere pratico e il quarto – la liberazione (moksha) – da perseguirsi in ogni stato della vita, e di ogni vita, ma particolarmente quando si è raggiunta la condizione di “rinuncianti”.

A proposito di come raggiungere la “liberazione”, lentamente nascono diverse scuole filosofiche o “punti di vista” (darsana), fra le quali la più nota è loyoga (“aggiogamento” o “disciplina dell’aggiogamento”). La divisione fra i vari darsana è anche lo sfondo che vede nascere i movimenti di devozione (bhakti), che personalizzano il divino e fanno sentire la loro influenza nel periodo dei grandi testi epici – Itihasa – costituiti come si è accennato dalMahabharata (che comprende la celebre Bhagavad Gita, il “Canto del Signore”) e dal Ramayana. L’universo che è qui descritto ruota intorno a Vishnu e alle sue incarnazioni (avatara), fra cui Rama e Krishna. A Vishnu è complementare Shiva – e la loro interazione regola i ritmi ciclici dell’universo – mentre Brahma, il creatore, la forma maschile dell’Assoluto impersonale, rimane – almeno originariamente – subordinato in quanto orientato verso il mondo.

La discesa degli avatara avviene, particolarmente, in tempi di crisi, per richiamare il mondo all’ordine. Così è ricostruita, in particolare, la missione di Krishna: con la precisazione, però, che Vishnu non scende nel mondo da solo e lo accompagnano “incarnazioni” di altre divinità, in particolare una dea, emanazione di un potere femminile (shakti) che comincia a essere considerato come essenziale all’opera cosmica della Trimurti composta da Vishnu, Shiva e Brahma. L’importanza della dea si riflette nel successo del movimento tantrico che, con radici precedenti (e forse con influenze pre-vediche), si sviluppa a partire dal quarto secolo d.C. e penetra non solo nell’induismo, ma anche nel buddhismo e nel giainismo (considerati sistemi filosofici nastika, ovvero eterodossi). Mentre il tantrismo critica il tradizionale sistema brahmanico (i suoi adepti vengono da tutte le caste, i maestri sono spesso di casta inferiore) e considera il corpo non un ostacolo, ma il principale veicolo della liberazione, una vigorosa ripresa dell’ortodossia (astika) induista è promossa da Adi Shankara (c.788-c.820), all’origine di un grande movimento riformatore e codificatore degli ordini monastici.

Shankara non è il fondatore, ma il principale promotore dell’Advaita Vedanta, una corrente “non dualistica” che insiste sull’importanza di considerare il mondo come illusione (maya). Tutto è illusione – compreso Dio, se lo si identifica con le sue qualità (saguna) – e tutto deve essere trasceso per sperimentare la pura unità fra il sé e Brahman, che è l’Assoluto “senza qualità” (nirguna). Da questo punto di vista, nonostante l’aspirazione a riconciliare tutte le correnti dell’induismo, l’Advaita Vedanta si pone in oggettivo contrasto con le varie forme di devozione bhakti, che continuano a fiorire e che a partire dall’XI e XII secolo corrono parallele alla formazione dei sampradaya (“tradizioni”, o “sette”, un’espressione questa che tra gli studiosi dell’induismo non ha un significato negativo, ma identifica i gruppi che onorano in particolare una specifica divinità oppure seguono gli insegnamenti di un particolare maestro).

Tra i maestri più importanti dell’induismo delle sampradaya vanno segnalati Ramanuja, tra l’XI e il XII secolo, e – molto più tardi, in Bengala – Krishna Mahaprabhu Chaitanya (1486-1533), fondatore della “setta” Gaudiya Vaishnava, alle origini dei moderni Hare Krishna e di diversi altri movimenti contemporanei. Contemporanei di Chaitanya nell’India occidentale e settentrionale sono maestri che si definiscono per il loro rapporto con l’islam, o di tipo polemico ovvero – al contrario – sincretistico, come nei casi di Kabir (1440-1518) e Nanak, quest’ultimo all’origine della religione sikh, che nasce precisamente dall’incontro fra islam e induismo.

Ancora più recentemente, l’induismo si è definito in relazione all’Occidente e al cristianesimo. Nascono così i grandi movimenti di riforma del XIX secolo, il Brahmo Samaj, fondato nel 1828 da Raja Ram Mohan Roy (1772-1833), e l’Arya Samaj, fondato nel 1875 da Swami Dayananda Sarasvati (1824-1883). Pure molto diversi fra loro, entrambi presentano l’induismo come monoteismo. Altri maestri si pongono il problema di portare l’induismo in Occidente, superando il punto di vista secondo cui si tratta di una religione per i soli indiani.

La rinascita spirituale dell’induismo di fronte alla sfida dei missionari cristiani nel XIX secolo – e la successiva “contro-missione” in Occidente – è rappresentata particolarmente da Ramakrishna e dal suo discepolo Vivekananda, il “san Paolo dell’induismo”. Sulla scia di Vivekananda, moltissimi maestri indiani sono venuti in Occidente, e un catalogo anche succinto dovrebbe comprendere centinaia di nomi. Ci limiteremo, in questa sede, ai gruppi presenti in Italia, non senza notare che la maggior di loro rappresentano movimenti di riforma molti dei quali sono importanti in India per l’auto-definizione dell’induismo da un punto di vista intellettuale (e talora politico). Ma in India – e nell’emigrazione indiana – questi movimenti coesistono con forme popolari di religiosità del tutto diverse, che sarebbe peraltro improprio escludere dalla definizione di “induismo”, un concetto certamente insostituibile ma che gli studiosi considerano sempre più problematico.

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Antica cetra cinese…

Anticamente nella gola di Lung-men si ergeva un kiri (la paulonia dal legno leggero e dai grappoli di fiori azzurro-viola), autentico re della foresta. Sollevava la cima per parlare con le stelle; le radici erano penetrate così profondamente nel suolo da intrecciare le loro spire bronzee con quelle del drago d’argento che dormiva nelle viscere della terra. Poi accadde che un potente mago ricavò dall’albero un’arpa prodigiosa, il cui spirito ostinato soltanto il più grande dei musicisti sarebbe riuscito a domare. Per molto tempo lo strumento fu custodito come un tesoro dall’imperatore della Cina, ma i tentativi di quanti cercavano di trarre delle melodie dalle sue corde risultarono vani. In risposta ai loro sforzi immani, dall’arpa non uscivano che stridule note di disprezzo, che non s’intonavano con le canzoni che essi avrebbero voluto innalzare. L’arpa si rifiutava di riconoscere un maestro.
Si presentò infine Po Ya, il re degli arpisti. Accarezzò l’arpa dolcemente, come se si trattasse di ammansire un cavallo recalcitrante, e sfiorò delicatamente le sue corde. Cantò la natura e le stagioni, le alte vette e le acque fluenti, e tutti i ricordi dell’albero si ridestarono! La dolce brezza primaverile scherzò ancora una volta fra i suoi rami…
Po Ya cambiò poi accordo e iniziò a cantare l’amore. La foresta ondeggiava come un ardente innamorato perduto nei propri pensieri.
La tonalità cambiò ancora: Po Ya cantò la guerra, il clangore delle spade e lo scalpitio dei cavalli. E nell’arpa si scatenò la tempesta… Estasiato, il monarca celeste domandò a Po Ya quale fosse il segreto della vittoria. “Sire” rispose “gli altri hanno fallito perché cantavano solo se stessi. Io ho lasciato che fosse l’arpa a scegliere il tema, e realmente non sapevo se l’arpa fosse Po Ya, o Po Ya l’arpa”.
…per la cerimonia del tè
I taoisti narrano che nel grande principio del Non Principio, Spirito e Materia si affrontarono in una lotta mortale. Alla fine l’Imperatore Giallo, il Figlio del Cielo, trionfò sul demone dell’oscurità e della terra. Il titano agonizzante urtò con la testa il cielo, mandando in frantumi la celeste volta di giada. Le stelle persero i loro nidi, e la luna vagò senza meta nei deserti abissi della notte. In preda alla disperazione l’Imperatore Giallo cercò ovunque chi sapesse riparare i cieli. Non cercò invano. Dal mare d’Oriente emerse una regina, la divina Niuka… essa saldò l’arcobaleno dai cinque colori e ricostruì il cielo. Ma si narra anche che Niuka scordò di saldare due sottili crepe nel firmamento azzurro. Fu così che ebbe inizio il dualismo dell’amore – due anime che si muovono nello spazio senza mai fermarsi, fino a quando non si uniscono per rendere compiuto l’universo.

Lo ZEN e l’arte della percezione emotiva

Per quanto riguarda la musica il problema è realmente… semiserio!
Molto spesso persone diverse mi rivolgono la stessa domanda: “ hey Skanf (è il mio nomignolo), consigliami un buon disco”. Puntualmente io rispondo: “o.k.: in LP, CD, DVD-A o SACD?” ebbene, lo ammetto, sono un sadico!
Io adoro osservare come le fronti dei miei interlocutori si aggrottino frustrate e confuse. Qualcuno di essi ignora siano “ancora” in vendita i miei amati vinili, altri non sanno cosa sia il SACD.
Stabilito che il formato loro utile è l’ormai obsoleto CD chiedo, infine, quale stile di Jazz gradiscono. Alcuni scappano via a gambe levate (baciando il crocifisso, facendo le corna o grattandosi i “cosiddetti”), altri si affannano ad ostentare la propria ignoranza volendone parlare a tutti i costi, sicché: il Free viene scambiato con l’Hard Bop, il Be Bop con il Mainstream, lo Swing con ilRagtime e quest’ultimo con il Country.
Talvolta incontro gente attenta solo alla qualità delle registrazioni. Infatti, di fronte a capolavori come: A love supreme di John Coltrane, ogni tanto mi sento dire: “ il disco è bello ma non si sente molto bene ”. “ Allora chiama un dottore! ” gli rispondo subito lasciandolo nel dubbio che il medico non serva a lui piuttosto che al disco.
La questione assume connotati davvero grotteschi quando qualcuno afferma che i cantautori Zucchero Fornaciari e Pino Daniele “fanno” del Blues…
Non sono qui ad attribuire colpe o additare qualcuno se non la scuola e gli organi di comunicazione di massa. Conclusione: diamoci da fare noi stessi!
La cosa migliore in questi casi, secondo me, è fissare degli obiettivi.

* Interroghiamoci, dunque, su cosa ci si propone; ad es.: voglio conoscere il Jazz o la musica Classica.
Qualunque sia la vostra preparazione in materia lo Zen suggerisce di cominciare, se non lo avete già fatto, ad ascoltare qualcosa che vi piaccia, che soddisfi il vostro gusto, che alla fine vi lasci contenti.
Un mio conoscente cominciò ad interessarsi al Jazz dopo aver ascoltato The pink panther theme suonata da una piccola band di “liscio, folk e Napoli”, alla festa del suo paese.
Io mi appassionai alla Classica grazie al film Fantasia di Walt Disney, ricordo che il penultimo brano: Una notte su monte Calvo di Modest Mussorgsky fece di me una persona diversa.
Avevo solo dieci anni.
Se non avete amici in grado di consigliarvi (siete senza cuore! Cosa siamo allora noi di Audiophile Sound?) provate ad acquistare un buon libro.

Ve ne sono alcuni che consigliano anche degli ottimi dischi. La cultura musicale è sempre utile, specialmente quando si vuole investire bene il proprio budget. Ma la cultura senza la sensibilità somiglia ad un ramo senza fiori. Come potrà dare i suoi frutti? Beh, chiunque ami la musica e l’arte non può essere un cialtrone e per questo metà del lavoro è già svolto. Lo Zen suggerisce il pluralismo. Ovvero: se vi piace il Jazz non fossilizzatevi solo con i “soliti” noti (DavisColtraneEllington… ) ma allargate i vostri orizzonti ed ascoltate anche il nuovo ed il vecchissimo; il noto e lo sconosciuto. Se invece prediligete le composizioni Classiche il lavoro si complica: leggermente se siete degli inguaribili ottimisti; inverosimilmente se siete pessimisti perfezionisti. Mi spiego: se dei grandi del Jazz (ad es.: Sonny Rollins) ci rimangono numerosissime testimonianze dirette… di Beethoven non ci restano che le sue misere quattro ossa. Dobbiamo fidarci, ahimè, degli interpreti sperando che non ci imbroglino, che siano capaci, ma soprattutto che siano musicali. Lo Zen in questo caso suggerisce di ascoltare molte versioni di una stessa opera. De Al chiaro di luna (ad es.) converrebbe ascoltare le versioni passate e presenti, eseguite dai più grandi maestri, se si vuole avere un’idea di cosa abbia realmente concepito quel geniaccio sordo di Ludwig. Confrontate a memoria e traete le vostre giuste conclusioni. Non è vero che non esiste la memoria auditiva, essa esiste eccome! Io riconoscerei una Fender Stratocaster, un piatto Zildjian, un sassofono Selmer o un pianoforte Bosendorfer anche con un orecchio legato dietro la schiena.

**Se l’audiofilo o il melomane è arrivato a questo stadio vuol dire che… è quasi cotto!
Purtroppo però ne conosco alcuni che si sforzano di ascoltare cose che non gradiscono e che quindi non capiscono, ma che fanno suonare divinamente l’impianto.
Francamente non condivido questo approccio animista tutto “audiofilo” della musica.
Ritengo sia un peccato spendere moltissimi soldi per uno stereo e farci suonare solo ed esclusivamente musica di “gran marca”.
Per contro c’è gente che ascolta il meglio che Euterpe possa ispirare, attraverso baracche giapponesi anni ’80 e addirittura ’70. Non so quale dei due casi mi fa più rabbia. Ma noi, che, non per nulla, siamo lettori di Audiophile Sound e per questo siamo persone assennate, equilibrate e dai gusti raffinati ci apprestiamo all’ascolto nel modo che più si conviene.

***Ecco, ora abbiamo acceso le elettroniche. Durante il “warm up” sfrattiamo i conviventi, abbassiamo le luci… un goccio di buon whisky! Relax e ottima musica: la nostra preferita.
Lentamente i pensieri più cupi si dissolvono come nebbie al sole. Inspirare profondamente acuisce la percezione. E intanto che la mente si sgombera dai quotidiani assilli sentiamo di entrare in consonanza col ritmo.
Le melodie e le armonie penetrano direttamente nel nostro corpo dando vita ad un caleidoscopio sensazioni positive.
ATTENZIONE!!! Questo è il momento giusto per comunicare con la musica.
È il momento, cioè, in cui la musica crea uno spazio privato in cui vivere con noi le stesse emozioni. È il momento magico in cui l’artista rivela la sua anima a chi è in grado di leggerla.
Capisco che a qualcuno le cose appena scritte possono sembrare stravaganti, ma, secondo me è uno dei tanti modi di godere del bello della vita.
Io sono arciconvinto che ognuno di noi, se vuole (solo e soltanto in questo caso) può riuscire ad aprirsi, a lasciarsi andare fino a farsi toccare il cuore da quest’arte ch’è sicuramente la più difficile da apprezzare.
Naturalmente non sto cercando di lanciare una nuova religione mangiasoldi, o fondare un’oscura setta mistica.
Voglio solo dire che l’arte in generale, ma la musica più di tutti, senza quel momento di totale astrazione e divina follia, senza quell’istante di rabbia, di dolore, di gioia da gridare al mondo, sicuramente non esisterebbe (pensate al Jazz)!
Se Mozart, o il più austero Bruckner fossero stati condizionati dal proprio senso del pudore nel comporre le loro musiche, quanto noi ne abbiamo nell’ascoltarle… beh, oggi non avremmo neanche un tam tam con cui fare bum bum. Noi dobbiamo ringraziare questi “spudorati” per averci messo a parte delle loro sensazioni ed emozioni più intime e profonde aprendoci alle loro opere, lasciandoci guidare dai suoni che loro, benché per puro egocentrismo, hanno composto per noi. Pensate che alcuni capolavori continuano a farci sognare attraverso i secoli. La mia sensibilità alla musica, devo ammettere, è supportata anche da una forte dose di suggestione frammista ad una robusta infantile ingenuità. Poggiare il disco sul piatto, pulirlo e calargli giù la testina è un rito che risveglia in me sentimenti ancestrali.
Ma dietro tutto questo c’è la mia voglia di vivere le sensazioni attraverso la percezione dell’intimo linguaggio che il musicista usa per attirare l’attenzione su di sé, attraverso i suoi discorsi fatti di note che espandono e comprimono l’aria intorno a noi.
Più l’artista affina la sua tecnica più è vasto il suo lessico e la sua capacità espressiva. Ma non basta.
Il miracolo dell’opera d’arte si compie quando in unione ad una grande abilità tecnica vi partecipa il coinvolgimento emotivo.
Maggiormente in profondità scaverà l’artista dentro sé stesso durante la sua creazione e più noi verremo rapiti dai suoi “argomenti”. Il segreto, spero di non sbagliarmi, del saper cogliere queste gemme credo risieda nell’amore e nella passione per la musica e molto, moltissimo ascolto.
La percezione emotiva della musica è un’arte equivalente alla creazione dell’arte stessa.
Ma non è una pratica impossibile. È come imparare ad andare in bicicletta o a nuotare, solo che in questo caso è più bello: SI VOLA!
E a chi volesse chiedermi quale sia il modo per raggiungere il nirvana auditivo rispondo: “non lo so! Ognuno ha la sua strada. Da ovunque tu venga ed ovunque tu vada… “Lei” devi avercela in testa, nel cuore oppure in tasca, ma innanzitutto negli orecchi”!”
I compositori, gli interpreti, i musicisti, gli apparati elettronici, i progettisti, i rivelatori del suono (massimamente i tecnici) e noi audiofili tutti dobbiamo farci da parte per lasciare, finalmente, il posto d’onore a lei: l’Arte fra le Arti la più immaginifica: la nostra amata Musica.

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“Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa.

Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo”. 

Da diversi anni mi sono avvicinato allo Zen ed al Buddismo, grazie ad alcune esperienze di meditazione vissute con il mio primo Maestro di Arti Marziali ed un suo allievo già monaco Zen italiano legato alla setta Soto.

La pratica quotidiana delle Arti Marziali mi ha pian piano portato a considerare e praticare le religioni orientali, sino a sentirmi quasi completamente buddista. Dico quasi perché nel mio intimo rimane forte una credenza animista, in cui ogni essere vivente, animali, piante, l’essere umano ha un’anima e merita rispetto. Ho trovato nel Buddismo e nello Zen tutti gli insegnamenti e il conforto di cui avevo bisogno. Ecco il perché di questa pagina, come semplice punto di riflessione.

 

ZEN (inizio)

Per noi occidentali così distanti dalla cultura orientale, ed in particolare da quella giapponese, non è facile accettare e comprendere cosa significa praticare Zen e perché lo Zen è compagno ideale delle Arti Marziali. Ed è mio desiderio sollevare un velo a favore della comprensione di questa disciplina.

È in Cina che si concretizza la prima corrente di pensiero che darà vita alla forma di Buddismo Ch’an, grazie agli insegnamento del monaco indiano Bodhidharma. Successivamente portato in Giappone si svilupperà in diverse “sette Zen” tra le quali emergeranno nei secoli la scuola Rinzai e la Soto. La Prima per lo stile austero e le metodologie, verrà preferita dalla casta dei Samurai, la seconda sarà abbracciata dal resto della popolazione.

Nel Ch’an non esistevano immagini sacre, non c’erano dei da adorare, e poca importanza veniva data alle scritture, perché la regola era la non regola, l’insegnamento era, paradossalmente, che nulla poteva essere insegnato. Secondo il Ch’an prima, e quindi lo Zen poi, la comprensione è possibile solamente ignorando l’intelletto e prestando ascolto agli istinti, all’intuizione.

La sperimentazione della realtà senza l’uso dell’intelletto, ciò non significa non cultura, anzi, ma la completa accettazione della natura dei suoi fenomeni, senza una spiegazione logica per ogni più piccola sfumatura. Lo Zen porta alla calma interiore, una forma di quietismo positivo, che ha alla sua base una grossa forma di umorismo, che si può intravedere nei Koan, gli esercizi di meditazione particolarmente utilizzati dalla setta Rinzai. o nelle risposte dei maestri. Lo Zen, ha influenzato la cultura Giapponese, utilizzando e facendo proprie le varie forme culturali e di pensiero; dalle Arti Marziali alla Cerimonia del The, dalle Composizioni di Fiori al Teatro No, dalla Poesia alla Pittura ad Inchiostro, dai Giardini all’Architettura. Ma per noi occidentali, quali vantaggi la pratica dello Zen può portarci ? Innanzi tutto vorrei precisare che la pratica dello Zen non comporta l’abbandono della propria religione, e, come disse uno dei più grandi Maestri Zen viventi, Taisen Deshimaru, “Lo Zen è al di là delle religioni”, ovvero la pratica dello Zen non è in “concorrenza” con le religioni, ma anzi può aiutare a comprendere e vivere meglio la propria dimensione mistica.

Tornando alla nostra domanda, un primo insegnamento basilare dello Zen è racchiuso nella frase “qui ed ora”, ovvero concentrarsi su ogni istante della vita quotidiana.

“Qui ed ora” significa essere interamente in quello che si fa, mentre mi lavo, mentre mangio o cammino, mentre combatto. Non pensare più in modo frenetico o troppo profondo al passato od al futuro, ma vivere completamente i nostri atti e le nostre parole e pensieri del momento. Nella cultura attuale, molte cose sono date per scontate, molte le cose fatte o vissute in maniera veloce, superficiale. Il ritmo frenetico impostoci dalla “civiltà” dei consumi può essere ridimensionato tramite una buona pratica Zen. Lo Zen si può praticare in qualsiasi momento della giornata, curando la giusta postura (posizione) Za-Zen, concentrandosi sulla respirazione, senza però cercare di ottenere o raggiungere qualsiasi cosa.

“Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa. Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo”.

 

Postura

La postura detta Za-Zen è interpretata in due modi, la prima, tradizionale, adottata dalla setta Soto si ottiene sedendosi su un apposito cuscino rotondo (Zafu) con le gambe incrociate nella posizione del loto, ereditata dalla cultura Indiana. Portando il piede destro sulla coscia sinistra e viceversa, otteniamo questa posizione non facile e inizialmente piuttosto scomoda. Le ginocchia toccano terra, la schiena e ben dritta, le spalle rilassate, il mento rientrante e nuca ritta. La seconda posizione è quella normalmente utilizzata da chi pratica arti marziali ed è la posizione di Sei-Za, ovvero seduti sui talloni, le ginocchia ben divaricate, mentre per il busto vale quanto detto prima. Raggiunta la giusta posizione del corpo (anche con brevi oscillazioni di assestamento) si esegue il saluto (Gassho), congiungendo le mani all’altezza delle spalle, palmo contro palmo, ed effettuando un leggerissimo inchino. Le mani poi adottano una posizione ben definita, appoggiate in grembo, la destra accoglie la sinistra, palme verso l’alto con i pollici che si toccano senza tensione. E’ possibile adottare anche altre posizioni delle mani, prese dalla cultura Taoista. La lingua deve toccare il palato, appena dietro i denti anteriori o nel punto in cui il solletico è più intenso.

 

Respirazione

Concentrandosi sul proprio corpo si inizia a controllare la respirazione. Si inspira ed espira tramite il naso. La respirazione è lenta ed impercettibile, ci si può inizialmente concentrare sull’immagine dei propri polmoni per facilitare il raggiungimento del giusto ritmo, che prevede circa quattro respirazioni complete al minuto. L’inspirazione avviene naturalmente al seguito dell’espirazione con contrazione dell’addome provocando anche un salutare massaggio agli organi addominali.

 

L’ atteggiamento mentale

L’ atteggiamento mentale o dello spirito nello Zen è unico, ma infinito nelle sfumature. Zan Shin lo spirito vigile, coinvolto nell’azione, ma attento a ciò che viene dopo, qui e ora, nello sviluppo completo del tempo. Zan Shin si applica in ogni attimo della vita, dalle cose più semplici come accudire alla pulizia del proprio corpo, al guidare un’auto, ai rapporti con le persone, al combattimento. E’ la strada per una completa fusione del corpo e della mente. Quando svolgiamo un’azione si deve essere integralmente parte di ciò che stiamo facendo. Se guardo una montagna, cerco di essere una montagna, se guardo uno stagno, cerco di essere calmo ma pieno di vita come uno stagno può essere. Qui e ora, essere interamente in quello che si fa, non pensare al passato od al futuro, essere nel presente. Troviamo scritto nello Shodoka del Maestro Yoka: “Non si deve cercare la verità, nè troncare le proprie illusioni”. Si devono lasciare passare i pensieri, non trattenerli, ma viverli. Il nostro spirito è complicato, difficile da dirigere, agile come una scimmia.

Ma come disse il mio Maestro, prendiamo, quando occorre, la scimmia per la coda, ovvero fermiamo il nostro pensiero i nostri sogni per salire a bordo e viverli con reale intensità, qui ed ora. Dobbiamo però ricordarci, di non vivere lo Zen in maniera assoluta come spesso accade ai mistici orientali, che lentamente si chiudono su se stessi. Dobbiamo sviluppare quelle parti dello Zen che ci permettono un dinamismo e una presenza mentale utili nella vita quotidiana, ovvero qui ed ora. La meditazione in Za Zen deve essere quindi una fase iniziale e fondamentale della crescita e non una fase finale in cui rinchiudersi e costruire un proprio mondo limitato e statico.

 

Lo Zen nelle Arti Marziali 

Lo Zen nelle Arti Marziali ha ottenuto un posto di rilievo, in particolare nell’arte della spada e del tiro con l’arco. L’abilità tecnica in combattimento nulla vale se non è accompagnata da una tranquillità interiore, da uno spirito vigile che non si ferma da nessuna parte. Come disse il monaco Zen Takuan (1573-1645) “Il vero spirito è come l’acqua e lo spirito malcerto è come il ghiaccio”, ovvero quando lo spirito si ferma su qualcosa, come il ghiaccio ad un ramo, si è vincolati ed inermi, quando è come l’acqua, mille sono le possibilità e le strade. Con la pratica dello Zen si arriva alla dimensione del “tempo esploso” ovvero in una dimensione in cui gli avvenimenti sono qualcosa di distaccato e sembrano ripresi al rallentatore. Nel combattimento affiorano gli istinti più ancestrali, la parte più profonda del nostro essere, e lo Zen con la meditazione, permette al subconscio di risalire in superficie. In questo modo si prendere contatto con se stessi ed entrare in sintonia prima con il proprio spirito e poi con l’universo e di conseguenza con l’avversario. Forse con questo Haiku che segue Vi potrà aiutare a comprendere questo concetto: 

L’acqua dello stagno di Hirosawa

Non pensa a riflettere la luna,

nè, per parte sua, la luna cerca di

essere riflessa sull’acqua.

 

Ovvero, non c’è che una luna in cielo, ma la superficie di ogni fiume riflette una luna. Se non c’è acqua, la luna non si rifletterà, ma non è l’acqua a creare la luce della luna. La luce della luna non cambia se viene riflessa da molti fiumi, nè cambia la dimensione della luna. Il nostro spirito non deve preoccuparsi delle cose su cui si posa, così come le cose non devono accorgersi della presenza del nostro spirito.

 

Lo Zen ed i Giardini.

La disposizione e la creazione di un giardino come simbolo della ricerca interiore. Il voler rendere omaggio alla natura, con un rispetto reverenziale, a quella natura che costituisce una delle pietre miliari della filosofia Zen. Il giardino visto come un quadro in cui la prospettiva e l’astrazione guidano la mano dell’artista. La cura nella scelta degli oggetti, dei sassi, delle piante, la struttura dei laghetti, nulla è lasciato al caso, ma tutto calibrato per guidare l’occhio dell’osservatore dove l’artista desidera, sino al limite in cui il muro di recinzione non serve per tenere lontano gli sguardi indiscreti, ma per impedire a coloro che osservano il giardino dall’interno, dai punti prestabiliti dall’artista, di spingere lo sguardo all’esterno e quindi introdurre fattori estranei nella visione. Un giardino su cui non oziare, ma da guardare. Si arriva verso la fine del 1400 all’astrazione totale con i giardini di pietra, intesi a favorire la meditazione. Dove prima si ricercava una bellezza scenografica, in questi piccoli giardini invece, si cercavano strumenti tramite i quali la mente contemplativa poteva dilatarsi a cogliere l’essenza dello Zen. Il giardino si avvicina alla pittura ad inchiostro.

 

Lo Zen ed il disegno ad Inchiostro.

La pittura ad inchiostro monocroma fiorita nel periodo Ashikaga (1133-1573), è senza dubbio uno dei momenti supremi dell’arte giapponese, e oserei dire anche mondiale. Nata inizialmente in Cina, quale estensione della scrittura a pennello e delle opere calligrafiche, divenne mezzo fondamentale nella diffusione dello Zen. Il colpo di pennello, che sembra così spontaneo, semplice, immediato è frutto di anni di studio, come il fendente dello spadaccino, l’assoluta precisione del colpo di pennello può essere eseguito solamente da una persona la cui mente ed il cui corpo sono tutt’uno. L’artista esprime l’illuminazione di un istante e quindi non ha il tempo per elaborare ogni singola pennellata, la tecnica deve fluire dalle profondità interiori, catturando le immagini dell’infinità, al di là del pensiero. La carta di riso usata dai pittori Zen, assorbe immediatamente l’inchiostro e quindi non è possibile alcuna correzione, come uno spadaccino che esegue un affondo, che colga il bersaglio o no, non potrà mai correggerlo.

 

Lo Zen ed il Teatro No.

Il teatro No è sicuramente la forma di arte Zen più difficilmente comprensibile per un’occidentale. E’ un teatro dei particolari, delle mille arti, danza, musica, mimica, ed ancora architettura e scultura. Le sole maschere in legno ad esempio, spesso antiche di centinaia di anni, possono mutare espressione a seconda del gioco di luci creato dai movimenti della testa dell’attore. Non si può descrivere il teatro No, per un occidentale è incomprensibile, così imperniato della più raffinata estetica Zen, che spesso lo è anche per un giapponese.

 

Lo Zen e l’architettura.

La casa tradizionale Giapponese è fredda d’inverno e calda d’estate, l’assenza di mobilio costringe gli occupanti a passare gran parte della giornata in ginocchio. Per dormire un ripiano di legno ricoperto da un’imbottita di cotone. La squisita casa tradizionale Giapponese è come un’ ombrello aperto sul paesaggio, che si integra con l’ambiente, non lo domina. L’uso di materiali naturali, spesso lasciati al grezzo, sono un’accurata ricerca di integrazione con l’ambiente. Ma perché questa scomodità, queste privazioni fisiche?

La casa Giapponese è, grazie alla cultura Zen, un raro esempio di fusione tra necessità fisiche e spirituali. Non a caso la struttura di base ricorda un santuario Shinto, spartano ed elegante. L’aspetto fragile della casa ben si adatta ad una terra scossa da frequenti terremoti, infatti la leggera struttura, non ancorata a terra da tradizionali fondamenta, tende a “fluttuare” in sintonia con il terreno. Senza addentrarci nei particolari architettonici, vorrei citare un passo di Ralph Adams Cram che visitò il Giappone all’inizio del nostro secolo”, in relazione alla sobrietà e spartanità della casa nipponica: “La singola stanza costituisce un ambiente che richiede la presenza e la partecipazione dell’uomo per colmare il vuoto. In assenza di distrazioni decorative non resta che concentrarsi sulla propria mente e su quella dei presenti. Ogni parola, ogni gesto appaiono più significativi.”

 

Lo Zen e la Cerimonia del Tè.

La cerimonia del Tè riunisce in sè tutti gli aspetti dello Zen, arte, quietismo, estetismo. La si potrebbe definire l’essenza della cultura Zen, con momenti profondi che vanno oltre l’esteriorità della cerimonia stessa. Sicuramente una delle bevande aromatiche più antiche tra quelle note, utilizzata nei monasteri per combattere la sonnolenza nelle lunghe sedute di meditazione, apprezzata dai nobili e dai guerrieri, l’assunzione del tè finì con essere ritualizzata nella cultura Zen. Cha-No-Yu, ovvero la Cerimonia del Tè, lentamente prese forma, divenne un momento solenne, intimo e sereno. Lunga da descrivere, già il considerare la particolare porta di una sala per il tè, che obbligando il passaggio in ginocchio, induce ad abbandonare all’esterno le superbie, può aiutare a capire i profondi concetti dietro questa cerimonia. L’incenso, lo scarno arredamento, il cerimoniale creano le premesse per una disponibilità interiore che permette a tutti i sensi di partecipare alla cerimonia del Tè e di entrare in armonia con gli altri.

 

Lo Zen e la Poesia.

Anche la poesia ricalca i canoni di semplicità e istintività tipici dello Zen, ma però anche la sua ermeticità, per chi non si è addentrato in profondità nello studio di questa disciplina. Forse nata dalle risposte dei maestri ai discepoli, forse dai Koan, la poesia divenne un’espressione di momenti particolari, dalla “illuminazione” alla “morte”. Attorno al 1400, nasce la forma poetica chiamata Haiku, generalmente definita la poesia Zen per eccellenza. Costituita da 17 sillabe o meno, con un motivo dominate come l’isolamento, la povertà, mistero, l’Haiku ha il diritto di avere un suo posto nella letteratura mondiale, se è vera l’affermazione che l’arte del poetare consiste nel saper dire cose importanti col minor numero di parole possibili.

 

Haiku: le Poesie.

 

Senza impronta, non più bisogno di nascondersi.

Ora il vecchio specchio

Riflette ogni cosa; luce d’autunno

Inumidita da pallida nebbia.

(SUIAN)

 

Sopra il picco una distesa di nuvole,

Il fiume è freddo alla sua sorgente.

Se vuoi vedere,

Scala la cima del monte.

(HAKUYO)

 

Senza impronta, non più bisogno di nascondersi.

Ora il vecchio specchio

Riflette ogni cosa; luce d’autunno

Inumidita da pallida nebbia.

(SUIAN)

 

Koan: Pensieri per Meditare

“Come fai a vedere tutto così chiaramente?” 

chiese un allievo al suo Maestro

“Chiudo gli Occhi” rispose questi.

Tre monaci osservano una bandiera che si agita nella brezza.

Osserva uno: “La bandiera si muove”, ma il secondo ribatte:

“E’ il vento che si muove”. Allora dice terzo:

“Sbagliate entrambi. E’ la vostra mente che si muove”.

La perdita diventa guadagno. Il guadagno diventa perdita.

La felicità diventa infelicità. L’infelicità diventa felicità.

Se ottenete una cosa, perdete un’altra cosa.

Se perdete quella cosa , ne ottenete un’altra.

Il grande sentiero non ha porte,

Migliaia di strade vi sboccano.

Quando si attraversa quella porta senza porta,

Si cammina liberamente tra cielo e terra.

 

BUDDISMO Cenni Storici

Siddharta Gautama Buddha visse nel VI secolo a.C. in un periodo in cui in Cina Confucio e Lao-Tse pongono le basi della filosofia cinese, mentre in Grecia i filosofi presocratici gettano le basi della filosofia occidentale. Il pensiero di Budda era rivolto a tutti coloro che desideravano mettere in pratica i suoi insegnamenti e non ad un numero ristretto di asceti. Questo seme col tempo svilupperà un immenso albero con tanti rami diversificati, dal Tantrismo tibetano allo Zen giapponese. Siddharta Gautama principe, nato nel 563 a.C. ai piedi dell’Hymalaya, crebbe in un ambiente ricco e raffinato, poi si staccò da questo mondo per diventare monaco. Morì verso il 483.

 

I concetti.

I concetti che stanno alla base del messaggio del Budda sono il risveglio, di illuminazione o liberazione. Il risveglio da un ‘sonno’ della mente, dal mondo dei miraggi e dei fantasmi. L’illusione di credere di esistere come qualcosa di individuale e separato dal resto. Come se un’onda del mare credesse di essere unica e sola. L’onda è solo come un disegno che emerge e dura un’ attimo, legata al movimento continuo dell’acqua. Se tentasse di credere di essere unica e sola si troverebbe in una lotta disperata contro la realtà.

 

La pratica.

Mille sono le pratiche che si possono adottare. Nel tempo l’uomo che ha necessità di immagini e riti ha costruito a discapito del vero e puro insegnamento del Budda una serie di cerimoniali. Forse la cosa migliore è leggere il Dhammapada una semplice raccolta di frasi ed aforismi attribuiti allo stesso Gautama Budda.

 

Alcuni passi del Dhammapada:

 

Come il fabbro raddrizza

una freccia,

così il saggio governa i suoi

pensieri,

per loro natura instabili,

irrequieti 

e difficili da controllare.

Non lasciare che la ricerca

del piacere

ti distragga dalla meditazione

e dal tuo stesso bene.

Anzichè badare agli errori

altrui 

osserva i tuoi,

esamina ciò che hai

commesso 

e ciò che hai omesso di fare.

Controlla la rabbia

come un buon auriga

governa il suo carro

impazzito.

Pratica ciò che predichi.

Prima di cercare di

correggere gli altri

fa una cosa più difficile:

correggi te stesso.

Nobile è colui che non fa del

male

ad alcuna creatura vivente.

Tu sei il tuo solo maestro.

Chi altro può guidarti?

Diventa padrone di te stesso

e scopri il tuo maestro

interno.

La padronanza della propria

mente,

ribelle, capricciosa, e

vagabonda,

è la via verso la felicità.

 

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Lo yoga è sicuramente una psicologia, se intendiamo con questo termine l’osservazione, a scopo conoscitivo, dell’animo umano. L’osservazione finalizzata alla conoscenza comporta la libertà di visione, dunque la psicologia dello yoga è innanzitutto liberazione degli organi e delle funzioni percettive da ogni tipo di condizionamento.

La nostra mente non è uno strumento che serve a conoscere la realtà, ma è un mezzo per interpretare il reale e crearne una rappresentazione che è ciò che gli antichi chiamavano mâyâ, gli scienziati definiscono paradigma e gli psicologi mappa del reale. Questa mâyâ è l’illusione, il sogno a occhi aperti che tutti vivono quasi sempre identificandolo con la realtà.

Vedere, sentire, toccare, gustare, odorare: il funzionamento dei sensi è retto da operazioni mentali. Quando l’individuo guarda, inconsciamente sceglie che cosa vedere, quando ascolta, sceglie, a un livello subliminale, che cosa sentire, ecc. È sulla base di queste scelte, determinate da una morale inconscia e meccanica, che l’uomo costruisce il proprio modello del reale.

Molti grandi maestri spirituali, da Aurobindo a Krishnamurti, hanno sottolineato l’importanza della assoluta libertà dell’osservazione per poter praticare uno yoga e hanno posto l’accento sulla necessità di concepire ogni modello religioso o culturale come tale, cioè come modello della verità e non come la verità, poiché, essi hanno precisato, la verità è oltre ogni religione dogmatica, oltre ogni scienza, cultura, sapere non rivelato ma costruito dalla mente.

«La mente è il grande distruttore della realtà », affermano i Veda.

Lo yoga si compone di tecniche psicofisiche che, lungi dal rivolgersi a un tentativo di modificazione dei tratti della personalità, hanno il fine di liberare l’individuo dalla personalità stessa.

La personalità (la parola «personalità» proviene dall’etrusco persu e significa «maschera») è il modello che ciascuno ha di se stesso e del mondo.

Lo yoga non ci propone un modello di personalità oppure un modello sociale, religioso, scientifico o psicologico un po’ migliore rispetto agli altri: lo yoga è la via della trascendenza di ogni paradigma in nome della ricerca della verità.

Credere che il proprio modello del reale sia la verità è alla base della formazione di quell’atteggiamento della coscienza che viene generalmente definito ego.

Concepire l’apparenza in quanto tale e riuscire a esistere simultaneamente dentro e fuori da essa, questo è definito come Sé, ovvero l’essere Testimone.

La verità è visibile solo dal Sé, e lo yogin che cerca il Sé vive nell’identità con il Sé, sapendo di non essere la propria mente, né, la propria emozione né il proprio corpo.

Non si può cercare il Sé se non essendo il Sé, giacché, sulla via della realizzazione, il cammino è identico alla meta e l’oggetto ricercato è lo stesso soggetto che ricerca.

Fino a che vi è nell’uomo la sensazione di non essere adeguato a un modello psicofisico di salute, fino a che permane una tensione che lo spinge a voler cambiare qualcosa di sé o della natura, egli è vittima dell’ego e quindi prigioniero dell’apparenza, non ha ancora inteso la propria natura come Sé, egli sta praticando lo yoga mediante l’ego e questo, nello yoga, significa aver già fallito.

Poiché gli opposti si creano vicendevolmente, sono i modelli stessi di salute che inducono le malattie, ecco perché Aurobindo afferma che un tempo, prima dell’avvento della scienza medica, l’uomo era naturalmente sano. La malattia è implicita nel tentativo di cura e solo quando è caduto qualsiasi tentativo di questo genere l’uomo realizza la propria vera natura che nello yoga è espressa nel mantra So’ham, ovvero «io sono Lui, io sono Quello».

Lo yoga non è terapia e non può essere assimilato a nessuna forma di terapia o psicoterapia, a meno di non venire snaturato. Qualsiasi terapia implica un modello di salute e malattia dal quale lo yogin deve sentirsi libero. Lo yoga è il cammino attraverso il quale l’individuo può giungere ad afferrare, nella mente, nell’emotività e nel corpo, l’apparenza in quanto tale, gustando simultamente, oltre ogni apparenza, la verità che è definita come Sat (potere di esistere), Cit (conoscenza), Ânanda (gioia).

«Che tutto in te sia gioia, questa è la tua meta», scriveva Aurobindo. La libertà è gioia, ma paragonare la ricerca di questa gioia alla ricerca della salute psicofisica che caratterizza tutte le vie terapeutiche scientifiche o naturali, tradizionali o alternative, è a dir poco fuorviante. Lo yoga è la via verso la realizzazione, cioè verso l’essere reale.

L’io è l’atto della differenziazione della coscienza dal tutto, atto che ha lo scopo di ritrovare volontariamente il tutto. L’individualità è lo strumento attraverso il quale la natura si conosce, il miele si assaggia, il fiore annusa il proprio profumo… Questa autoconsapevolezza assoluta è ciò che viene definito il Sé. Il Sé, testimone dell’esistenza, deve poter incontrare il divino nella calma delle nuvole che spaziano lente nel cielo, ma anche nel potere dell’uragano, nel profumo di un fiore che si schiude, ma anche nell’impermanenza di un fiore che appassisce. Il divino che ruggisce nei tuoni e nei terremoti, infatti, non è né buono né cattivo, egli semplicemente è. Senza il superamento della morale che condiziona il funzionamento del sistema percettivo e fa tremare l’uomo di paura di fronte a ciò che appare indesiderabile, non si potrà mai essere testimoni della verità.

La gioia non è assenza di dolore, ma è una percezione libera ed equanime della vita, al di là della morale inconscia.

La morale inconscia che condiziona la percezione della realtà sprofonda metà del cosmo nell’inaccettabile e l’altra metà nell’inarrivabile. L’uomo finisce allora per essere quella nullità che abita lo spazio tra l’impossibile e il non conquistabile e che si dibatte per sfuggire a una sofferenza, un’imperfezione, una malattia, una morte che egli non è in grado di concepire quali mere apparenze o suoi stessi prodotti.

Questo dibattersi, qualunque cosa sia, non è yoga.

In Occidente lo yoga, snaturato e assimilato a un metodo terapeutico, viene spesso a far parte della grande industria della salute. I suoi praticanti appaiono individui alla ricerca di un sistema per superare quei tratti della loro personalità o del loro corpo che non sono ancora riusciti a vivere quali strumenti del loro stesso potere di gioia e libertà.

«Gli dèi sono diventati malattie» diceva Jung. Così, lungi dal divenire testimoni della loro impermanenza, ansia, impotenza, solitudine o rabbia, quei praticanti cercano nell’apparente calma delle tecniche di rilassamento la fuga dal Sé. Shiva, il Signore dello Yoga, la divinità che ruggisce nella natura, nel corpo e nella psiche degli individui per richiamarli a sé, rimane il loro incubo.

Le religioni e le culture moralistiche hanno diviso il cosmo in materia e spirito e ne hanno fatto dei modelli basati su leggi di causa ed effetto le quali uccidono la forza del mistero e il potere della fede, hanno diviso il microcosmo umano in inaccettabili e inarrivabili, in malattie, devianze, handicap, follia da un lato e salute o normalità dall’altro. Queste religioni e culture, che sono servite alla formazione e coesione dei grandi imperi, come l’impero romano, e che sono funzionali ai moderni imperi economici, sono state, forse, necessarie al movimento di differenziazione della coscienza umana dalla natura, movimento che, come si diceva, ha lo scopo di creare l’io quale strumento di riconoscimento cosciente del tutto.

All’origine di ogni religione o cultura vi è stato un vero slancio spirituale e rivoluzionario che, però, è stato successivamente spento nei processi di codificazione, canonizzazione e istituzionalizzazione. Neppure lo yoga si è salvato da questo destino, infatti il cosiddetto yoga classico di Patanjali è, con i suoi yama e niyama, leastinenze e le osservanze morali, il momento della moralizzazione dello yoga antico che è rappresentato dallo yoga shivaita e tantrico.

Notiamo inoltre che anche il processo di industrializzazione dei popoli ha dimostrato di accompagnarsi a una forte moralizzazione sociale. Noi europei, che ci troviamo nella cosiddetta fase post-industriale, ci stiamo faticosamente lasciando alle spalle quel pesante moralismo che, invece, possiamo osservare cresce nei paesi che, come l’India, stanno conoscendo oggi l’industrializzazione.

La morale è, a livello psicologico profondo, responsabile dell’atteggiamento violento dell’uomo nei confronti della natura che ha portato questo pianeta alle soglie del disastro. Osservata attraverso il filtro del giudizio morale, la natura appare come una sorta di madre nera, aggressiva, spietata, culla di dolore e di morte. La ricerca del benessere dal punto di vista della morale è un tentativo di rimuovere dall’esistenza tutte le forze apparentemente malvagie, tentativo che lascia l’esistenza assolutamente incompresa e impedisce all’uomo, spaventato da una malvagità che è reale solo fino a che la si crede tale, di vivere la vita per davvero.

L’istinto è espressione dell’etica naturale la quale, a differenza del giudizio mentale, non è opposizione ma coincidenza degli estremi. La natura che, pensata attraverso il giudizio morale appare quale madre nera, diviene il riflesso della madre celeste se vissuta attraverso l’etica istintiva.

Nell’uomo primitivo, come nel bambino neonato, l’istinto è il principio incosciente che guida la vita. Perduto, negato, ribaltato nel giudizio razionale, l’istinto può finalmente essere riscoperto e vissuto consapevolmente dall’uomo attuale. Ogni cosa per essere cosciente di sé deve prima perdersi, tutte le cose per riconoscersi devono prima negarsi.

L’istinto, perduto e ritrovato, può finalmente divenire cosciente di sé e riconoscersi nell’anima.

All’origine di ogni religione vi è una spiritualità di natura fondata sull’etica istintiva nella quale gli opposti coincidono. Prendiamo come esempio la più dualistica di tutte le religioni, quella di Zarathustra. Nel suo stato puro questo dualismo è la lotta tra il bene e il male, la luce e le tenebre, tra due princìpi opposti che provengono, però, dalla medesima origine. Il male e il bene sono due aspetti diversi dello stesso principio divino che comprende il tutto in sé. Prima che il mondo divenisse preda del male (che noi potremmo identificare con la mâyâ, la rappresentazione mentale, morale del reale che copre la realtà al fine di permettercene un ritrovamento cosciente) e prima che scoppiasse la lotta tra i due principi opposti: il male, che vuole tenere la coscienza prigioniera dell’apparenza e il bene che la vuole liberare, esisteva uno stato unitario. All’origine non vi era alcun conflitto e tutto ciò che è stato spezzato, è stato diviso all’unico scopo di venire riunificato.

Concepita quale apparenza, l’esistenza del male è un atto d’amore che ha lo scopo di nascondere alla consapevolezza umana la visione dell’unità per permettere all’uomo di trovare in modo autonomo, volontario e cosciente la totalità.

Il dualismo della religione di Zarathustra non ha potuto conservarsi nel suo stato puro. Le masse incolte che ne hanno ricevuto gli insegnamenti e le leggende le hanno modificate in conformità con la loro capacità spirituale e mentale.

Nella maggior parte dei casi il dualismo e la conseguente moralizzazione degli insegnamenti e delle leggende religiose o mitologiche è conseguente alla loro volgarizzazione.

Il moralismo, che ha reso le religioni e le culture funzionali agli imperi, poiché ha depauperato l’individuo delle sue forze più selvagge e indomabili, le quali coincidono con il potere di autorigenerazione del suo corpo e con la spinta spirituale della sua anima, è una forza che non proviene dall’azione di ipotetici padroni-carnefici, più di quanto non provenga dai popoli sottomessi. In questo gioco non ci sono carnefici né vittime, ma tutti sono ugualmente responsabili del proprio smarrimento nella confusione, smarrimento che, però, prelude alla più grande conoscenza e libertà.

Lo shivaismo è una religione istintiva, è la prima forma di slancio spirituale e di indagine psicologica dell’umanità. Shiva è il padre di tutte le divinità di natura, di ogni sciamano e guaritore.

Il tantrismo è la sola forma sotto cui lo slancio spirituale e rivoluzionario che è alla base della religiosità e della cultura umana, è giunto intatto, persino nei suoi aspetti pratici e rituali, fino ai nostri giorni. Il panteismo, il dionisismo, i culti egizi e le altre grandi religioni e culture di natura non hanno avuto la stessa fortuna del tantrismo.

Il tantrismo, grazie al suo carattere esoterico, e, come afferma A. Daniélou, grazie alla struttura a caste della società indiana, ha portato intatta fino ai giorni nostra la propria caratteristica di spiritualità naturale non dualistica, senza che essa potesse né venire svilita da un processo di massificazione, né condannata e distrutta quale eresia.

È indispensabile che da noi occidentali, amanti e praticanti dello yoga, parta una spinta decisa a ritrovare lo yoga nelle sue vere origine shivaite e tantriche, lasciandoci anche guidare dalle profezie degli antichi che indicano nel tantrismo una pratica di fondamentale importanza per gli uomini della nostra epoca: «Durante il Kali-yuga il Gran Dio Shiva, il pacificatore, blu scuro e rosso, si rivelerà sotto mentite spoglie per ristabilire la giustizia. Coloro che andranno a lui saranno salvi» (Linga Purâna).

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Il linguaggio discorsivo imprigiona l’uomo in una sfera di mere apparenze, precludendogli la possibilità di svelare ciò che si configura quale intuizione immediata del fatto che l’esistenza umana è una forma di fenomenicità in grado di trascendere la sua stessa apparenza. Le parole hanno validità nell’àmbito della verità relativa, ma ogni discorso, in una prospettiva assoluta, è falso. L’errore, in tal caso, non concerne soltanto il valore di verità in senso logico, ma riguarda il modo di «essere nel mondo»: vivere nell’avidyâ è sofferenza, attraversare l’esistenza alla luce della visione illuminata è nirvâna. Non si tratta quindi di sostenere un punto di vista speculativo più convincente, avvalorato cioè da maggior rigore logico, quanto piuttosto di effettuare una scelta esistenziale, espressa in termini di opzione tra inautenticità dell’uomo, accecato dalle sue stesse illusioni, ed esistenza rischiarata dall’intuizione diretta di una Verità sempre presente, ma velata dall’«ignoranza».

Il discorso ordinario è subordinato ai canoni della comunicazione valida nell’àmbito dei modelli socio-culturali; il «silenzio» è transculturale, poiché non è condizionato né dalla storia, né dalla dimensione spazio-temporale dei fenomeni naturali. Tuttavia, c’è contrasto tra il silenzio del neonato, del muto, del catatonico e quello del mistico. Il primo esprime soltanto l’incapacità di comunicare, il secondo scaturisce dalla trascendenza delle usuali forme del linguaggio codificato.

Il bisogno di nominare le cose può assumere, talvolta, il senso di profanazione di ciò che deve rimanere avvolto nella sua sacralità. Il tentativo di definire una Realtà che sfugge ad ogni forma logica costituisce un atto di trasgressione nei riguardi di un segreto da custodire nell’intimità del silenzio. Tacere diventa, allora, un modo di manifestare una consapevolezza volta a proteggere l’ineffabile dalla curiosa invadenza di un intelletto che pretende di penetrare anche là dove la sua funzione appare quale indiscreta intrusione di un ospite indesiderato.

Il silenzio non è fenomeno acustico, ma atteggiamento mentale che, abbandonando ogni tendenza a interferire nell’accadere degli eventi, contempla le cose nella loro transitorietà. Ascoltando il canto degli uccelli di bosco, il tenue gorgoglio di un ruscello che scorre, il fruscio delle fronde vibranti al tocco della brezza primaverile: là c’è «silenzio», se la mente tace. I pensieri rappresentano, infatti, il vero ostacolo alla realizzazione del silenzio; mentre, se interiormente c’è uno stato di Vacuità, perfino il clamore di una folla o il frastuono delle metropoli non costituiscono affatto un problema. Il vero silenzio scaturisce dalla capacità di trasformare in serena osservazione degli eventi tutto ciò che appare, senza alcun coinvolgimento generato dal senso dell’io.

Meditazione significa ascoltare il «silenzio» della mente. Soltanto alla luce di questa esperienza si può recuperare il valore semantico della parola significativa, mirante a stabilire una comunicazione con chi condivide il bisogno di Verità: ogni altra forma di discorso rientra nella categoria della «chiacchiera» che tende a soddisfare istanze mondane.

Il corretto atteggiamento dell’uomo dovrebbe essere quello di lasciar parlare il «silenzio», riservando alla mente la più modesta funzione di mero strumento di ricezione di vibrazioni sonore provenienti da una dimensione spazio-temporale diversa da quella ordinaria. L’intelletto, al contrario, è arrogante, perché pretende di poter sentenziare su tutto, presumendo che la logica costituisca l’essenza della Realtà. L’orgoglio intellettuale rappresenta un ostacolo alla visione della Verità, in quanto il sentimento dell’io, contaminando lo spazio dell’interiorità con le sue istanze razionalistiche, impedisce alla Vacuità dei fenomeni di smascherare le apparenze dietro cui è celata.

La solitudine del «silenzio» è radicale antitesi di una mistificante socialità che tende ad attrarre gli individui verso scelte esistenziali ingannevoli, camuffando in tal modo l’essenziale Vacuità di ogni cosa.

I valori pragmatici e relativi di ogni organizzazione socio-culturale non possono smentire il fatto che, in un’ottica metastorica, qualunque modello sociale nasce dall’attività ludica dimâyâ, da un «gioco» che tende a velare la Verità. Il «silenzio» squarcia il «velo» di mâyâ, ponendo fine a quell’occultamento dal quale dipende una condizione umana di prigionia nell’apparenza del mondo. La liberazione assume, allora, la forma di un «silenzio» che sgorga dalla lontananza dalle ciarle mondane, da ogni vano sproloquio che pretende di definire vero o falso, bene o male, bello e brutto, da ogni seduzione volta ad adescare nella trappola degli attaccamenti e delle speranze di un domani migliore. Nel «silenzio» non c’è domani, là sussiste un semplice «qui e ora», un eterno presente che non vuole relazionarsi a nulla, né al passato, né al futuro. Allora, la vita è interamente attuata nell’attimo che si rinnova, sfuggendo alla transitorietà del divenire; anzi, il mutamento non genera più l’angoscia della perdita, perché è venuta meno ogni ragione di «guadagno e perdita»: l’esistenza non ha necessità di «andare» da nessuna parte. In questo librarsi in uno spazio sospeso, al di là del tempo scandito dalla storia umana, c’è la compiutezza del «vuoto», si afferma una rottura definitiva con il potere mistificante delle apparenze.

Le pratiche meditative costituiscono una sorta di propedeutica introduttiva al silenzio mentale: conseguito lo scopo, non è più necessario controllare la mente, dato che quest’ultima non rappresenta, ormai, un fattore di disturbo. Anzi, la mente può assumere la funzione di perfetto strumento di ascolto del «silenzio», non essendo più condizionata dal clamore mondano. Si potrebbe dire, quasi, che una specie di «sordità» terapeutica, dalla quale è stata affetta la capacità uditiva, permette alla mente di non percepire quanto non merita attenzione, consentendole di concentrarsi sull’essenziale.

La vera consapevolezza non è rappresentata dalla coscienza ordinaria, caratterizzata dall’identità personale e da un rapporto duale con il mondo esterno, ma è pura presenza osservante: il sentimento dell’io, negli stati profondi di shamatha, deve svanire. C’è consapevolezza, ma nessun io che si relaziona all’oggetto di osservazione. Quando il senso di identità, connesso alla temporalità storicizzata, riemerge, allora il mondo riacquista la sua connotazione di apparenza interpretata attraverso i filtri dell’intelletto. Entrare in samâdhicomporta un consapevole accesso all’inconscio: affermazione del tutto paradossale, dal punto di vista logico e psicologico; eppure, «stabilità mentale» significa proprio questo. Il silenzio del samâdhi è l’anticamera della Verità, dato che il senso di identificazione con l’immagine di sé, costruita sulla base della corporeità e dei contenuti della vita psichica, viene abbandonato per lasciare campo libero alla Vacuità.

L’avidyâ consiste nel confondere un’apparenza psicofisica con una realtà indipendente definita personalità. Questo errore di prospettiva determina l’attaccamento all’individualità fenomenica e, di conseguenza, al mondo. L’individuo, disconoscendo la sua radicale dipendenza dalla totalità interconnessa, compie un atto di orgoglio che lo separa dal fondamento dell’esistenza e lo sollecita a rivendicare una propria illusoria autonomia. «L’ignoranza», dalla quale dipende ogni sofferenza, consiste nel non «vedere» l’interdipendenza di tutti i fenomeni e, quindi, nel non riconoscere la Vacuità di io e mio. La «visione» che apre la porta della liberazione dal dolore non è generata dal sapere intellettuale, ma dall’abbandono della credenza nella sostanzialità dell’io. Allorché, infatti, l’individualità viene vista quale semplice apparenza, generata dai diversi fattori che la determinano, la Realtà si configura come vuoto di esistenza intrinseca di ciò che illusoriamente viene concepito come «entità» indipendente.

La mente ordinaria, caratterizzata dalla credenza in un io sostanziale, non è in grado di scoprire la Verità, poiché quest’ultima implica proprio lo smascheramento del falso sentimento di identità basato sull’idea di io. Il paradosso logico consiste allora nel fatto che quando emerge la Verità non c’è io; è soppressa, cioè, l’identificazione con la personalità empirica; e dove permane il senso dell’io non appare la Verità. Io e Verità sono due grandezze incommensurabili: l’una esclude l’altra.

La scelta dell’uomo è rappresentata dall’alternativa tra l’esistere per se stesso, nella fede illusoria di un sé indipendente, o il lasciare campo libero all’autorivelazione della Verità, attraverso la consapevolezza della mancanza di realtà in sé dell’individuo. Non c’è possibilità di relazione tra l’idea di io, intesa quale concetto relativo a un’entità sostanziale, e Verità, la quale comporta il riconoscimento della Vacuità di ogni apparenza: la loro incompatibilità può essere superata soltanto attraverso il «silenzio». Quest’ultimo infatti non pretende di definire alcunché, non discrimina, non propone soluzioni logiche: si limita ad attestare la semplice Vacuità di ogni cosa.

Il Buddha, seduto sotto l’albero della Bodhi, è simbolo della trasmissione di una Verità rivelata dal silenzio della meditazione. L’Ashvatta – l’Albero Sacro della tradizione iniziatica – sotto il quale il principe Siddharta ottenne il Risveglio, simboleggia l’Assoluto, mediante l’immagine della connessione tra i rami dell’albero che si protendono verso la Terra e le radici che s’innalzano verso il Cielo: chiara allusione simbolica all’interdipendenza tra la molteplicità fenomenica della vita e la Fonte dalla quale viene attinta l’energia manifestata nelle apparenze. La scelta dell’Albero, intimamente correlato all’Illuminazione, non è casuale, in quanto vuole evidenziare il fatto che la Verità non è svelata mediante l’uso del ragionamento, ma deve essere accolta come libera elargizione della Vacuità. Il «vuoto» è «silenzio», dal quale proviene la comunicazione del Dharma.

La mente, allorché si sforza di scoprire la Verità, è capace soltanto di produrre «rumori» che disturbano la quiete del «silenzio», condizione essenziale, quest’ultima, per chi si lascia «inondare» dalla Verità. Questa è sempre inesprimibile: si può soltanto scomparire nella Verità. Ma l’uomo teme la propria morte, perché scambia la fenomenicità per autentica realtà; di conseguenza, vede nella propria esistenza personale l’esclusiva possibilità di conferire senso alla vita. Di qui un atteggiamento mentale che porta a concepire il mondo come Verità dell’«essere», e il distacco quale annullamento dell’individualità. Ancorarsi ai valori mondani diventa, allora, una forma di difesa contro l’angoscia del nulla, generata dalla possibilità di perdere un io che, per confermare la propria illusoria esistenza, deve rimanere saldamente legato al mondo. Quest’ultimo non rappresenta, però, una realtà fisica, ma una costruzione mentale che mira a garantire all’io il suo bisogno di conferma. Si potrebbe ribaltare il senso del cogito cartesiano, affermando: «io esisto» in quanto c’è un mondo, non in quanto sussiste il cogito. L’io, quale falsa credenza in un’entità relazionata al mondo, svanisce, allorché le manifestazioni spazio-temporali vengono riconosciute nella loro essenziale Vacuità. Da tale consapevolezza non deriva una posizione di nichilismo, dato che le apparenze assumono il senso dialettico di antitesi della Verità: rappresentano infatti la «non verità» necessaria allo svelamento della Realtà. Vero e falso sono correlati: c’è Verità soltanto come smascheramento dell’errore.

Prendere le distanze dalla fallacità essenziale del mondo non implica negare la sua apparenza, ma significa riconoscerlo come «non verità». Lo svelamento del mondo quale illusorietà è la conseguenza di un bisogno di Verità e di Libertà assente nella dimensione fenomenica. Tuttavia, la Verità rimarrebbe inaccessibile senza la presenza di un mondo, sia pure irreale: la fenomenicità, proprio per il suo carattere di linguaggio simbolico che occulta la Verità, diventa, al tempo stesso, presenza allusiva di ciò che non può essere rivelato in modo diretto. L’evidenza percettiva della fenomenicità rimanda ad una prospettiva dalla quale ciò che appare reale, in termini empirici, viene riconosciuto nella sua essenziale Vacuità. L’intuizione della Verità si sottrae ad ogni forma di comunicazione razionale e, si potrebbe affermare, perfino alla funzione allusiva del simbolo, il quale rappresenta un tentativo di stabilire una relazione tra il noto e l’ignoto.

Saggio – in India – è sinonimo di muni, termine che indica «colui che è pervenuto al silenzio». Nel silenzio, infatti, le apparenze svelano la loro natura: effimere immagini simili a nubi fluttuanti nel cielo. A questo punto, ogni discorso perde la sua ragion d’essere, le parole si svuotano di ogni significato.

Protetto dal suo silenzio, lo yogin contempla con distacco lo spettacolo della mâyâSamâdhi non significa soltanto condizione yoghica di completa immobilità psicofisica, ma è altresì termine usato per indicare la sepoltura. Entrare in samâdhi implica, quindi, sperimentare la morte iniziatica. Lo yogin in samâdhi, per la società, è morto; la sua esistenza non è più coinvolta nelle vicende che vincolano alla dimensione mondana. Egli vive nella Verità, ma la sua esperienza non può essere trasmessa ai «dormienti», in quanto inaccessibile a livello profano. Il mondo, con i suoi problemi e i suoi valori, costituisce la condizione «onirica» della mente, mentre lo yogin in samâdhi vive nell’identificazione con la Realtà.

Il misticismo è crisi del linguaggio, inteso come tramite della comunicazione ordinaria. Esperienza ineffabile, attuata in una dimensione di solitudine trascendente il tempo, la storia, le culture, la società. Tacere: esito di un percorso interiore che, infine, schernisce le pretese della ragione e l’arroganza della parola. Sentiero iniziatico, precluso alle velleità del discorso che presume di poter definire il mistero. Consapevolezza totale che percepisce in ogni parola una dissonanza in contrasto con l’armonia di una Verità da contemplare in silenzio.

Il silenzio è come un fiore: sboccia attraverso i suoi ritmi di crescita. Soltanto allorché la mente ha abbandonato le sue istanze intellettualistiche, il silenzio fiorisce, rivelandosi atteggiamento adeguato al contatto con una Realtà che sfugge a ogni ambizione della ragione e ai sottili giochi della dialettica. Tentare di definire, mediante parole, la Realtà ultima significa estendere in modo illegittimo il campo di utilizzabilità dei termini, al di là del loro valore convenzionale, presumendo di potere includere nell’àmbito del discorso anche ciò che si sottrae alla tracotanza del pensiero discorsivo. Non è possibile conoscere, attraverso la logica, ciò che deve essere sperimentato come esito di una realizzazione spirituale. Tutti i discorsi concernenti il senso della verità ultima (paramârtha) sono falsi o inadeguati.

Se vogliamo penetrare nello spirito della tradizione indiana, dobbiamo cercarlo non tanto nelle dottrine filosofiche, sia pure profonde, quanto piuttosto in quei percorsi di purificazione mentale che trovano sbocco nel «silenzio» e nel distacco da ogni interesse mondano. Allorché il sentimento dell’ego si dissolve, il mistico vive immerso in una Luce i cui raggi non possono essere ostruiti dall’invadenza di «oggetti», che inevitabilmente proietterebbero «ombre». Avidyâ è dunque aggrapparsi alle «ombre», disconoscendo la Luce quale vera Realtà. Dalle «ombre» si può solo inferire l’esistenza della Luce; ma per accedere alla visione diretta è indispensabile che gli «oggetti» scompaiano e, assieme ad essi, le «ombre». Allora, non c’è più nessuno che guarda, nulla che possa essere visto, nessun suono, nessun discorso: nirvâna.

L’uomo ordinario non ama il silenzio, in quanto quest’ultimo comporta solitudine, capacità di stare con se stessi, senza andare alla ricerca di qualcosa o di qualcuno. Solitudine significa distanza da tutto ciò che un tempo ci aveva sedotti, abbandono di tutte le illusioni che ci avevano irretiti nel miraggio di una falsa realtà. Soltanto allora, l’esistenza palesa la sua vera natura: tragica conseguenza di un errore di prospettiva che la tradizione indiana definisce avidyâ. Abbiamo confuso, cioè, un mondo doloroso, impermanente, vacuo, per qualcosa di attraente, bello, appagante.

Si ritiene, di solito, che le dottrine indiane siano impregnate di profondo pessimismo, di un radicale sentimento di svalutazione della vita. Tale opinione – nella nostra epoca – è accreditata dalla prevalenza di scelte esistenziali fondate su valori edonistici e su una visione materialistica del mondo. Nella cultura indiana, l’affermazione personale non rappresenta un valore, bensì un’illusione fondata sulla presunzione dell’ego. Asmitâahamkâra definiscono l’attaccamento alla falsa immagine di sé che l’uomo oscurato dall’ignoranza tende ad alimentare con cura, identificandosi con la transitoria apparenza psicofisica. Non c’è sentiero spirituale, in India, che non miri a smascherare tale dolorosa illusione: l’individuo è soltanto una maschera, al di sotto della quale si cela la vera Realtà.

Liberazione significa soppressione degli impulsi che ci legano alla schiavitù delle passioni, degli attaccamenti, dei timori derivanti dalla fallace identificazione con la personalità fenomenica.

La cultura occidentale – dall’Umanesimo ai nostri giorni – ha costantemente esaltato la personalità quale espressione della più completa realizzazione della natura umana. Valori quali genialità, creatività dell’artista, abilità e astuzia del politico costituiscono, nel periodo rinascimentale, i nuovi paradigmi di un ideale umano che segna il tramonto dell’età medievale. La posizione dominante dell’individualismo ha caratterizzato il trionfo della società borghese, con la conseguente esaltazione del denaro, del successo, della bellezza fisica, della spregiudicatezza. Tali valori hanno impregnato l’evoluzione storica della società occidentale negli ultimi cinque secoli, determinando le aspirazioni e gli ideali di vita dell’uomo contemporaneo. Successo nella professione, accumulazione di capitali, beni materiali in grado di rendere la vita più confortevole rappresentano, oggi, la configurazione assunta, attraverso il mutamento storico, dai precedenti ideali umanistico-rinascimentali.

Nonostante il levarsi di qualche voce critica contro un modello sociale alienante e per certi versi disumano, le società di tipo occidentale hanno ereditato, amplificandolo, un ideale di vita che ha cominciato a prendere forma durante il Rinascimento: «l’uomo signore e dominatore della natura». Basti pensare all’ottimistico entusiasmo dei primi teorici della società industriale – come Bacone – o alle varie utopie avveniristiche, che prefiguravano in termini di recupero di un «Eden perduto» la futura società tecnologica. L’efficienza produttiva, lo sviluppo del metodo scientifico, il desiderio di programmare la trasformazione sociale, la sete di beni materiali e di esperienze entusiasmanti hanno generato il mondo occidentale odierno. Denaro e successo sono diventati gli idoli della massa. Si è diffusa, come un’epidemia, la frenetica smania di essere qualcuno, di apparire, di mettersi in mostra: dal cantante di successo al politico, dall’aspirante diva del cinema all’intellettuale, dal professionista all’uomo ordinario, ciascuno tenta in tutti i modi di offrire agli altri un’immagine di sé accurata e migliorata. Viviamo in una società «dell’immagine», di conseguenza le apparenze diventano più importanti della realtà. Cinema, televisione, giornali, pubblicità alimentano senza tregua questa urgenza di diventare «qualcuno», di uscire dall’anonimato, dalla mediocrità. L’uomo comune vive in uno stato di costante frustrazione, dato che, attraverso il confronto tra il suo tenore di vita e quello del personaggio di successo, si fa strada nella sua mente la consapevolezza di una scialba condizione di mediocrità avvertita come fallimento esistenziale.

Nella tradizione indiana, essere «nessuno» indica uno stato di libertà dal senso dell’ego e dal desiderio di possesso; in ultima analisi, è un indizio di liberazione da tutte le forme di schiavitù della vita. Non c’è dunque contrasto più radicale – tra Oriente e Occidente – di quello relativo al valore dell’individualità. Nell’occidentale, il sentimento dell’ego è talmente amplificato e radicato, sin dall’infanzia, che parlare con lui di «trascendenza dell’io» può esporre al rischio di essere scambiati per psicotici da curare con terapie intensive.

L’uomo occidentale di oggi vede scopi soltanto nella caducità; egli si aggrappa alla speranza di un domani migliore, immaginato come più completo appagamento dei suoi insaziabili desideri. La sua sensibilità non viene per nulla scossa da uno dei princìpi di base del Dharma buddhista: «sarvam anityam, sarvam duhkham» (tutto è impermanente, tutto è doloroso). Anzi, proprio l’evidenza della suddetta verità provoca in molti individui un sentimento di ribellione, che si traduce nel cieco impulso ad aggrapparsi con maggiore tenacia a cose, persone, situazioni, nel vano tentativo di immobilizzarle nel tempo, impedendone l’inevitabile scomparsa nel vortice del perenne mutamento.

La cultura dominante, nelle società di tipo occidentale, è fondata sull’esaltazione di valori radicati nel divenire storico e quindi nella transitorietà. Viviamo in un’epoca quasi del tutto immune dalla tentazione di cercare un senso conclusivo della vita. Perfino le speranze fideistiche dei credenti sono animate più da fattori educativi di tipo convenzionale, che non da autentica convinzione derivante da scelta consapevole. Tuttavia, quando l’uomo non avverte più il bisogno di confrontarsi con alcuni interrogativi fondamentali relativi al significato della vita, allorché, in altri termini, egli vede nella propria esistenza un fenomeno casuale dell’evoluzione cosmica, non può che generarsi, in lui, un senso di smarrimento e di angoscia al quale cerca di sfuggire aggrappandosi a traguardi precari o a fedi religiose vissute, più che altro, come sentimento di sicurezza derivante dall’adesione a una tradizione consolidata attraverso i secoli. Aspirare a una condizione di benessere garantita da valori mondani, mediante la ricerca di mete esistenziali radicate nella transitoria esperienza della dimensione storico-sociale, significa andare incontro allo scacco finale, ovvero allo smarrimento.

La vita non sembra affatto un processo volto ad assicurare agli esseri viventi uno stato di felicità. Tutt’altro! L’esistenza degli individui si rivela più come dinamismo governato da insopprimibili bisogni, che non quale sviluppo di qualcosa mirante all’appagamento e alla completezza. Tutto ciò si esprime in molteplici forme di irrequietezza e, di conseguenza, in un perenne guardare a nuovi obiettivi. Ogni traguardo, per la sua precarietà, costituisce soltanto un attimo di pausa volto a rigenerare le energie destinate a un rinnovato slancio verso qualcos’altro. La momentaneità di ogni gioia, la caducità di ogni meta raggiunta, il timore di perdere all’improvviso i vantaggi ottenuti rendono l’uomo sempre esposto al rischio di doversi separare da ciò che ama. La vita rivela, allora, la sua vera natura: duhkha, perenne rinnovarsi di un dolore cosmico individualizzato in innumerevoli modi. L’esistenza è lotta, tensione, rischio, desiderio, paura: stati mentali alimentati dalla necessità di garantire la continuità del processo vitale. Il saggio indiano afferma, dunque: «Tutto è soltanto dolore».

Allorché si fa strada la consapevolezza del carattere illusorio di ogni felicità mondana, soltanto a quel punto, i sentieri spirituali possono essere additati come riferimento sicuro volto a eliminare la sofferenza. Si tende, allora, ad uno stato di beatitudine (ânanda) del tutto emancipato dalle ordinarie circostanze del vivere quotidiano e dagli scopi sostenuti dall’attaccamento al senso dell’io e del mio. Quanto più, infatti, si aspira alla calma mentale, alla pace, al silenzio, tanto maggiormente svaniscono le motivazioni che prima avevano sostenuto una scelta esistenziale caratterizzata da frenetica agitazione, in vista di gratificazioni narcisistiche o di accumulazione di beni materiali. La vita, ora, acquista diverso significato: non ci sono più mete indicate dalla forza persuasiva del desiderio e delle altre passioni. Quale ragione, infatti, potrebbe spingere a cercare traguardi visti ormai come illusioni simili a un miraggio? Guadagno, successo, potere, amore sensuale, affetti familiari rappresentano valori solo per chi è immerso in una dimensione mondana. L’uomo, inserito nell’attuale società tecnologica, s’illude di poter vivere a proprio agio nella sfera della finitezza e della precarietà dei beni cui aspira. Il suo «orizzonte» è circoscritto ad una prospettiva del tutto orientata verso il mondo esterno: fenomeni della natura, e fatti politico-economici.

Viviamo in un modello di civiltà dove prevale una titanica volontà di potenza volta a dominare le forze della natura, al fine di ottenere vantaggi pratici sempre più rilevanti. L’uomo contemporaneo, quindi, non ama affatto sentir parlare di Verità ultima, di «assoluti», né a maggior ragione di morte, dal momento che quest’ultima gli rammenta che un giorno o l’altro dovrà lasciare tutto ciò che egli considera un bene. Di conseguenza, l’individuo preferisce occuparsi di titoli di borsa, di programmazione economica, di mercato e altre consimili forme di impegno; attività certamente più congeniali ai suoi smodati desideri e al suo bisogno di sicurezza economica, ma che, per analogia, ricordano il comportamento delle formiche, le quali ammassano provviste per l’inverno. In tale ottica, l’esistenza finisce col diventare sinonimo di temporalità: soltanto natura e storia vengono riconosciute come manifestazioni della Realtà; in tale prospettiva, appare problematico trovare un posto perfino per Dio. La trascendenza della molteplicità spazio-temporale – aspirazione che, in altre epoche, aveva sostenuto le istanze metafisico-religiose e il misticismo, ovvero aveva giustificato l’influenza delle religioni nella vita quotidiana – tende ormai a svanire, nell’àmbito di una civiltà dominata dalla tecnologia e dalle scienze.

Ciò che traccia una netta linea di demarcazione tra conoscenza scientifica e ricerca spirituale è lo scopo che le distingue: le scienze guardano al mondo esperibile tramite un approccio sensoriale e intellettuale, un sentiero di «liberazione» mira all’emancipazione da ogni illusione mondana. La conoscenza empirica tende a obiettivi pratici, ovvero a elaborare modelli teorici di interpretazione dei fenomeni che hanno come punto di partenza l’esperienza concreta di fatti osservabili, o tali da postulare una potenziale verifica. La ricerca spirituale ha finalità soteriologiche, mira a svelare la meta finale dell’esistenza. Quanto più l’uomo percepisce se stesso come prodotto della natura, tanto più le scienze assumono il monopolio del sapere accreditato nelle società materialistiche. La conoscenza scientifica si sviluppa come processo cumulativo che si attua attraverso l’elaborazione metodica di dati ed esperienze sempre più complessi. La conoscenza spirituale, vidyâprajñâjñâna-yoga, è svelamento di una Realtà celata dalle apparenze. Scienze e tecnologia possono manipolare esclusivamente fenomeni: la loro sfera d’indagine e i conseguenti risultati concernono le manifestazioni empiriche dell’esistenza spazio-temporale. Non è possibile alcun passaggio scientifico dall’apparenza al Reale.

La spiritualità mistica scaturisce dall’anelito verso la trascendenza dei valori storico-culturali, visti come limitazioni insite in tutto ciò che si manifesta nella temporalità e nel mutamento. Eterno, Nirvâna, Assoluto, Regno dei Cieli sono termini convenzionali che alludono all’alterità radicale rispetto al mondo: essi implicano distacco da tutto ciò che ha valore e significato nell’àmbito dell’esperienza profana. L’ascesi è atteggiamento che nasce dal riconoscimento di una sostanziale inconciliabilità tra sacro e profano, tra esistenza immersa nel mondo e autentica libertà. La morte iniziatica del samnyâsin rappresenta – in India – la scelta di colui che si pone «di là degli stadi della vita e delle caste sociali» (ativarnâshramin). Mediante tale rinuncia prende forma umana la testimonianza di una Verità che risulta inaccessibile alla grande maggioranza del genere umano.

Una spiritualità – quella indiana – che alla società occidentale appare estranea e incomprensibile, dal momento che la storia d’Europa è stata contrassegnata dalla presenza del cristianesimo. La chiesa cattolica, oggi, invita i fedeli all’impegno nel mondo, ai fini di un miglioramento della società: valori quali la famiglia, la solidarietà sociale, l’aiuto agli emarginati, le missioni in diverse parti del mondo rappresentano i punti salienti dell’impegno cattolico nel mondo. Diversamente, la liberazione (moksha) – nelle tradizioni dell’India – non riguarda il tempo, né la storia, con i suoi drammatici avvenimenti, e neppure i problemi della vita quotidiana, con le sue inderogabili necessità pratiche. Liberazione significa non sentirsi più vincolati agli scopi di un’esistenza ingannevole, caratterizzata dall’inevitabile rinnovarsi di un processo di sofferenza.

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Lo zen e la musica elettronica

buddha machineIl feticismo legato alla musica non è una novità, nell’ultimo decennio si è passati dal non potersi permettere un computer allo smontare degli stessi per costruirne di nuovi, di diversi; ma contemporaneamente, al fianco di macchine sempre più sofisticate, performanti ed infinitamente potenti, si assiste ad un riutilizzo di tecnologie che fanno della bassa qualità, del low-fi la loro forza.

Sempre più spesso si assiste a performance dove tecnologie oramai dimenticate o in disuso, vengono riutilizzate a causa del loro suono caratteristico, a causa degli errori che sono capaci di generare in modo casuale e imprevedibile oppure per la loro estetica retrò.

Altro filone ancora è costituito da coloro che fabbricano i loro strumenti programmando processori e assemblando circuiti in modo casereccio (do it yourself), non dimentichiamo che il primo computer Apple è nato in un garage.

Alcune di queste correnti sono state anticipate/percepite/elaborate e portate in giro per il mondo da due musicisti sperimentali di Beijing: Christiaan Virant e Zhang Jian. Il duo sotto lo pseudonimo di FM3, ha dato origine, nel 2005, ad uno dei fenomeni più interessanti, legati al mondo della musica ambient, degli ultimi anni: Buddha Machine.

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, o avesse accantonato il loro ricordo in un angolo oscuro della propria cantina mentale, le Buddha Machine, sono degli apparecchi simili ad una radiolina portatile che emettono dei loop.

I loop contenuti dalle Buddha Machine sono composti con il Qin, uno strumento a sette corde che sembra essere il nonno degli strumenti cinesi, che produce sonorità profonde e armonie complesse.

Le Buddha Machine sono state utilizzate da FM3 come strumento performativo, se fatte suonare in contemporanea e per tempi prolungati, diventano dei veri e propri mini sound-systems che producono drones e armonie molto interessanti.
Ho visto esibirsi gli FM3 a Dissonanze 7 nel 2007 a Roma, la location era l’Aula Magna del Palazzo dei Congressi, vi assicuro che oltre all’effetto meditativo prodotto dai suoni delle Buddha Machine, vedere Christiaan Virant e Zhang Jian suonare semplicemente spostando le loro creature in posizioni diverse è davvero zen.

Considerando che il fenomeno si è sviluppato in modo rapido, si potrebbe presupporre che oramai potrebbe considerarsi spento, e invece sta per essere messa in vendita la terza generazione di Buddha Machine, che va sotto il nome di Chan Fang, traducibile in Zen Room.

Le nuove Buddha Machine hanno una qualità audio maggiore (12K) e suonano quattro extended loops, ora non ci resta che chiederci se queste nuove generative music device riusciranno ad attrarre ancora l’attenzione di cultori dell’elettronica quali Brian Eno, Blixa Bargeld e Mike Patton come hanno fatto le loro precedenti.

More info:
http://www.fm3.com.cn/
http://www.fm3buddhamachine.com/
http://en.wikipedia.org/wiki/FM3

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Nella letteratura giapponese, gli Haiku rappresentano una parte molto importante e caratteristica dell’essenza più profonda della cultura nipponica. La condizione alla base di questo tipo di poesia è la convinzione dell’inadeguatezza del linguaggio, rispetto al compito di testimoniare la verità. C’è molta cultura Zen alla base della poesia Haiku, il cui intento è quello di far tornare il linguaggio alla sua essenza pura, ovvero alla sua nudità Nessuna manifestazione del reale, neppure la più semplice, è indegna di essere trattata dai Maestri di Haiku: in ogni cosa è l’energia vitale a svelarsi alla mente, se questa è scevra da schemi e pregiudizi, dalle proprie abitudini e dai limiti del razionale. E poiché l’energia vitale è movimento, anche l’Haiku, seppure nella sua semplicità, dovrà permettere a questo movimento di esprimersi, attraverso le sillabe, e di esprimere a sua volta la comunione, l’esigenza dell’uomo di essere tuttuno con la natura.
Anche se veicolo di questa comunione, l’Haiku, però, non diventa mai semplice descrizione realistica, ma và sempre interpretato come testimonianza di una visione che va appunto oltre gli schemi di cui sopra.Esistono almeno due modi di scrivere Haiku che danno vita a due stili diversi.
Il primo stile è caratterizzato dal fatto che uno dei tre versi (normalmente il primo) introduce un argomento che viene ampliato e concluso negli altri due versi. Il secondo stile produce Haiku che trattano due argomenti diversi messi fra loro in opposizione o in armonia. Questo secondo stile può attuarsi con due modalità: il primo verso introduce un argomento, il secondo verso lo amplia e lo approfondisce, il terzo verso produce un’opposizione di contenuto, un capovolgimento semantico che in qualche modo ha però relazione con il primo argomento. Questo sbalzo semantico può anche essere sottilissimo.
Ma potrebbe anche essere che il primo verso introduce un argomento, e sono i due versi successivi che introducendo un nuovo argomento lo mettono in relazione con l’argomento trattato nel primo verso (in opposizione o in armonia).

Basho, uno dei massimi poeti di Haiku, dopo aver letto una composizione del discepolo Kikaku, gli disse: “Hai la debolezza di voler stupire. Cerchi versi splendidi per cose lontane; dovresti trovarli per cose che ti sono vicine”.
Nelle poesie di Basho l’intera natura è chiamata ad esprimersi: l’acqua, le rocce, i fiori, il sole, le nuvole e le stelle, gli animali, le piante, il mare e il vento e insieme a tutto ciò, il dolore e la gioia dell’uomo. Tutto è Kami, divinità, e al cospetto del divino il poeta si colloca, anima e corpo in un’unità inscindibile, nella condizione estatica della contemplazione.

L’Haiku è nato in Giappone nel XVII secolo.
Deriva dal Tanka, componimento poetico di trentun sillabe.
Si scrivevano poesie Tanka già nel IV secolo. Il Tanka è formato da cinque versi con una quantità precisa di sillabe per ogni verso: il primo verso contiene cinque sillabe, il secondo sette sillabe, il terzo cinque sillabe, il quarto sette sillabe, il quinto sette sillabe. Eliminando gli ultimi due versi si è formato l’Haiku. La prima antologia di poesia giapponese intitolata “Manyoshu” risale all’ VIII secolo; comprende 20 volumi con 4.500 poesie in diverso stile.  In Giappone si calcola che più di dieci milioni di persone si diletta a scrivere Haiku. Ci sono attivissimi gruppi di poeti (chiamati Haijin) che si riuniscono per parlare di Haiku. Tutte le maggiori riviste e quotidiani giapponesi hanno una rubrica dedicata agli Haiku.

I Grandi Maestri
Matsuo Bashõ
Yosa Buson
Kobayashi Issa
Masaoka Shiki

 

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MEDITAZIONE TAOISTA

MEDITAZIONE TAOISTA : programma dei SEMINARI A WEEKEND

Il corso a weekend di meditazione ha come scopo la liberazione dell’uomo attraverso una vera e propria guarigione psicologica e spirituale. Gli insegnamenti derivano dalle tradizioni spirituali taoiste e cristiane. Tali tradizioni non sono un accumulo di nozioni teoriche, ma la trasmissione diretta di un’esperienza vivente e trasformante. E’ oramai chiaro che la teoria senza un’esperienza vissuta di ciò che viene detto è assolutamente inutile, così come un’esperienza casuale senza una solida comprensione teorica può essere pericolosa.
Le tradizioni spirituali sono l’unica fonte certa che teoria ed esperienza concreta possano fondersi, in quanto tutti gli insegnamenti sono stati verificati nel corso dei secoli dai più esperti ricercatori spirituali ed adattati ai cambiamenti culturali della società nel corso del tempo. La tradizione cristiana, almeno quella occidentale, nel corso dei secoli, ha perso gran parte dell’esperienza diretta di Dio in favore di una mera comprensione razionale. Solo poche tradizioni monastiche hanno mantenuto l’esperienza diretta di se stessi e di Dio come pratica spirituale. Fra queste la tradizione cistercense a cui si rifanno gli insegnamenti del corso. Tali insegnamenti vengono esposti ad un grande pubblico per esplicita richiesta del Papa Paolo VI, che in seguito alla nuova consapevolezza dichiarata dal Concilio Vaticano II, chiese espressamente ai monaci cistercensi di ritrovare la tradizione contemplativa cristiana e insegnarla a tutti.
Il taoismo ha invece mantenuto l’esperienza diretta della realtà in concomitanza con la comprensione funzionale di ciò che siamo e ciò che possiamo diventare, poichè la realtà è in continua trasformazione e l’umanità è parte di questa realtà che si trasforma. La redenzione nella tradizione cristiana non è altro che trasformazione. Trasformando, cioè, i propri potenziali in azioni concrete abbiamo la possibilità di diventare noi stessi e manifestarci nel mondo.
Ogni pratica ha una sua funzionalità, cioè crea un lavoro interiore ben preciso. Avere una precisa consapevolezza di ciò che avviene è essenziale per comprendere pienamente l’esperienza diretta e ampliare la coscienza, attraverso l’essere veramente presenti a ciò che avviene internamente. La straordinaria capacità di sintesi dei taoisti è di grande aiuto per comprendere le dinamiche interne.
La tradizione spirituale cristiana è invece essenziale per capire chi siamo in realtà, perchè per usare le parole di C.G.Jung: ‘ogni persona occidentale è cristiana nella propria psiche’. Il cristianesimo di cui si parla non riguarda le proprie credenze religiose, ma l’appartenenza psichica ad una certa cultura e tradizione. E’ innegabile che la tradizione inserita nella psiche e nell’inconscio dell’uomo occidentale sia cristiana. Andare a ritrovare ad un livello più profondo tale tradizione al proprio interno non serve per diventare seguaci e fedeli cristiani, ma per interagire concretamente con ciò di cui siamo costituiti, al fine di diventare noi stessi. Solo dopo possiamo scegliere dove dirigere la propria vita e il proprio sviluppo spirituale. Non prendere in considerazione la propria origine cristiana vorrebbe dire non prendere in considerazione una parte consistente della propria psiche creando contrasti interiori. Solo quando quella parte è completamente liberata, la persona può liberamente sciegliere a quale religione aderire o perfino essere libera di non aderire a nessuna di esse. In quest’ottica, sempre C.G.Jung, alla fine della sua carriera disse: ‘tutti i pazienti malati nella propria psiche che ho avuto si sono ammalati perchè avevano perso il proprio senso della religiosità; sono guariti solo quelli che hanno trovato un nuovo senso della religiosità, ad un livello più elevato e corrispondente alle loro necessità’. Prendere in esame la propria tradizione cristiana è essenziale per liberare un senso della religione frustrante e non più attuale, così da ricostruirlo ad un più elevato livello, appropriato per la coscienza e conoscenza dei tempi moderni.
In quest’ottica la sintesi funzionale sull’uso della mente e sulle dinamiche evolutive dell’essere umano, così come offerta dalla tradizione taoista, è ciò che permette il salto di qualità nella comprensione della tradizione cristiana occidentale.
Il fine del corso è quello di accrescere la percezione di ciò che esiste. La realtà più profonda è ciò che viene chiamato Dio nella tradizione cristiana e ciò che i taoisti chiamano Realtà Originaria. Più l’uomo riacquista la sensazione di essere uno con la propria origine, Dio, più serenità e appagamanto si trova a vivere in ogni esperienza della propria vita; questa è la felicità che da sempre ogni essere umano di ogni tempo ha ricercato. Arrivare alla percezione profonda di chi siamo può avvenire soltanto dopo aver liberato tutti i traumi e le memorie ripetitive e distruttive ereditate dai nostri predecessori e memorizzate in età infantile e pre-razionale. Tali memorie emotive di compensazione verso l’esterno sono l’ostacolo alla conoscenza del vero Sè della persona e di conseguenza della propria origine.
Tali memorie derivano dall’errata sensazione di essere disconnessi da Dio, di non essere degni per Dio, così che incosciamente si forma il contrario, cioè di essere gli eletti ed i preferiti da Dio. Questa dualità contrastante all’interno dell’essere umano crea illusioni opposte di non essere mai abbastanza da compensare con il pretendere tutto per se stessi. Questo crea agitazione interiore e necessità di ottenere a discapito degli altri, portando a guerre e distruzione. Al contrario, più aumenta la relazione con Dio come esperienza concreta, più svanisce sia la sensazione di essere indegni sia quella di essere favoriti, rimane solo l’appagamento della spontaneità dell’essere, vero in ciò che esiste.
La pace interiore acquisita diventa così pace nel mondo.
Il corso si divide, quindi, in una prima parte in cui si impara come oggettivamente riconoscere le emozioni distruttive che ci influenzano, fino a liberare traumi memorizzati nell’infanzia e perfino durante la gestazione. Più questi traumi si liberano, più accresce la conoscenza di se stessi e la relazione intima con Dio o Realtà Originaria. Accrescere la relazione con Dio vuol dire aprire se stessi all’ascolto della Divina Presenza. La capacità di aprire se stessi all’ascolto oggettivo della realtà più profonda dell’essere umano è direttamente proporzionale alla capacità di ascolto oggettivo sia dell’altro che di se stessi. Solo liberando le necessità di ripetere gli stessi comportamenti emotivi si può davvero conoscere quali siano le nostre vere necessità e le necessità di chi incontriamo nella vita.
Attraverso la comprensione dell’uso della mente, delle dinamiche dell’inconscio secondo quanto scoperto da Jung che si sovrappone e completa con quanto sviluppato nei secoli dalle tradizioni spirituali cristiana e taoista, si impara a liberare se stessi e riconoscere chi siamo. I taoisti chiamano questo processo ‘Guarigione Spirituale’, mentre il più eminete eremita cristiano, l’abate cistercense T.Keating, la definisce ‘La Terapia del Divino’.
Il programma di base è costituito da tre weekend introduttivi per neofiti. L’anno successivo la persona avrà le basi per essere inserita nei corsi monografici di sei weekend l’anno che riguardano l’approfondimento della pratica della contemplazione. Tale approfondimento è un lavoro che dura una vita intera. Gli argomenti monografici dei prossimi quattro anni successivi già definiti sono: “Comparazione fra S.Teresa D’avila e C.G.Jung nella dimensione contemplativa del Vangelo”; “La pratica del sogno lucido come forma contemplativa secondo la tradizione toaista e cristiana”; “La contemplazione cristiana nel Vangelo seocndo Giovanni” e “Gli insegnamenti contemplativi di S.Giovanni della Croce”. Ognuno svilupperà diversi aspetti della contemplazione ed esperienza spirituale.
Il corso si completa con un ritiro annuale di cinque giorni in un monastero in toscana e con un eventuale weekend sempre a Lucca, col fine di approfondire e completare gli insegnamenti.

MEDITAZIONE TAOISTA

Dissoluzione Esterna

Si usa la forza della propria mente per andare a trovare dei blocchi nel corpo fisico e scioglierli definitivamente. Ciò avviene prima nel corpo fisico, poi dopo circa un anno di pratica anche nel corpo energetico. I blocchi da andare a ricercare sono tutte le tensioni fisiche (per esempio aggrottare la zona in mezzo alle sopracciglia), rigidità, qualsiasi cosa strana che percepiamo nel nostro corspo fisico senza però essere in grado di definirla propriamente, oppure contrazioni di ogni genere. Un dolore fisico è causato da un insieme di tensioni e/o rigidità e sensazioni di vago malessere e contrazioni.
Questo processo si comincia dall’alto, dall’apice della testa e si scende giù verso il corpo includendo anche le braccia, per arrivare fino ai piedi. Si va a fare un inventario di tutti i blocchi che riusciamo a trovare nel momento presente, senza dare assolutamente nessun giudizio. Non ci dobbiamo quindi abbattere se troviamo tanti blocchi o esserne felici, ma semplicemente prendere atto della condizione oggettiva.

Sorriso Interiore

Questo è il primo passo e il più importante. E’ la chiave per innescare la comunicazione e quindi la trasformazione all’interno della persona. Si inizia a stimolare la nostra capacità di sentire, anziché pensare con la parte razionale di noi stessi. Impariamo a sentire la nostra parte interiore tramite il legante della vita che è l’amore, così da amare ogni cosa, incluso e a partire da noi stessi! Non si può pensare di modificare e migliorare noi stessi senza prendere consapevolezza di come siamo costituiti, ma allo stesso tempo non possiamo cambiare noi stessi se non creiamo nei nostri confronti un atteggiamento di amore ed accettazione incondizionata. Questo amore è ciò che i cinesi chiamano il Qi, l’elemento insostituibile per ogni sana trasformazione. Imparare ad amare se stessi in maniera oggettiva è l’opposto di creare una realtà egocentrica, oppure odiare se stessi riempiendosi di conflitti interiori. Senza la capacità di sentire in questi termini non esiste nessuna pratica taoista, che altrimenti rimane solo un’illusione e un concetto mentale.
Con il sorriso interiore si impara, inoltre, a connettere l’energia virtuosa dei singoli organi con la corrispettiva energia universale. Ciò porterà ad aumentare la nostra forza creativa, che sarà veicolata nel darci salute, felicità e sviluppo spirituale. In altre parole, questa pratica consiste esclusivamente nel trasformare lo stress in vitalità e forza, in quanto, tutta l’energia bloccata e sprecata dallo stress, derivato dal vivere moderno, viene trasformato in forza utile alla persona per aumentare il proprio benessere. Questo, inizialmente, viene fatto mediante un esercizio specifico, ma poi diverrà parte integrante di ogni pratica ma soprattutto della vita, innescandosi spontaneamente ogni volta che le esigenze lo richiederanno.

Sei suoni terapeutici

E’ la tecnica base del taoismo e verrà usata in molte circostanze, dal livello iniziale fino a quello più avanzato. Cambierà solo l’intensità e la qualità con cui il praticante più esperto può esprimerli. Questi suoni si impiegano per il rilassamento o il ripristino curativo dell’equilibrio energetico di ogni organo, rinforzando o indebolendo, a seconda delle necessità. Si usano inoltre nei livelli più avanzati di Fusione dei cinque elementi e in un’infinità di altri esercizi complementari. Tramite suoni appropriati si interviene sui flussi energetici e sulla loro frequenza, così da regolare gli organi in una maniera molto più potente e raffinata. E’ quindi il primo metodo per rinvigorire le nostre potenzialità. Inoltre, alterando la frequenza energetica negli organi, interveniamo direttamente sulla funzionalità emotiva di ciascuno, che, a sua volta, andrà a condizionare la maniera in cui percepiamo la realtà e la sfera del sentimento.
Tecnicamente sono usati per connettersi al secondo cervello (Dantian inferiore), estendere l’energia raffinata agli organi e connettere quest’ultima alle stesse frequenze energetiche presenti nell’universo, così da aumentarne ulteriormente i potenziali. Sono quindi il naturale complemento ed ampliamento degli esercizi precedenti.
Ogni suono crea una particolare frequenza energetica, la stessa presente nell’organo di competenza e la stessa presente nell’universo. Il suono serve così a connettersi con il proprio potenziale presente nell’organo, a ripristinarlo, raffinarlo e potenziarlo; inoltre si può aumentare tale attività usando le energie simili presenti nell’universo che ci circonda.
Il risultato è che l’aspetto fisico, emotivo e psicologico della persona vengono migliorati e raffinati concretamente.

Immagine: orbita microcosmica
Orbita Microcosmica

E’, insieme ai Sei suoni, la base della meditazione taoista. Questa è la prima pratica che ci mette direttamente in contatto con la propria forza vitale e il suo procedere lungo i canali energetici del corpo. E’ la porta d’ingresso per stati meditativi più profondi. Senza questa pratica è molto difficile scendere in profondità nella meditazione, ed anche se lo facessimo, ci ritroveremmo squilibrati, in quanto questa pratica regola ed equilibria le forze opposte yin-yang che ci costituiscono. Attivare la circolazione lungo l’orbita microcosmica garantisce una circolazione energetica interna equilibrata, così da poterla espandere verso l’universo esterno.
L’orbita microcosmica percorre i due canali energetici straordinari DuMai e RenMai, che vanno dal perineo all’apice della testa attraverso la spina dorsale il primo, per poi ridiscendere dalla parte anteriore del corpo il secondo. Questi due canali regolano tutto il sistema energetico della persona. Attivarli vuol dire creare energia da poter indirizzare ovunque ci sia un problema da ripristinare. In pratica è una ulteriore raffinazione di quello che abbiamo lavorato fino ad ora ed un ulteriore potenziamento nella capacità di indirizzare l’energia stessa, così da garantire interventi mirati là dove ce ne sia bisogno. Possiamo così dire che, ogni volta completato consapevolmente l’intero percorso, la nostra vitalità aumenta. Questa vitalità ci darà piena consapevolezza di noi stessi e maggiori possibilità di raggiungere i nostri scopi nella vita.
Inserita in questo programma è anche l’esercizio dell’orbita macrocosmica. Una volta regolato l’interno, compresi i tre Dantian, questa pratica ci garantisce la possibilità di connetterci con le forze della Terra e del Cielo. Ciò porta un ulteriore potenziamento della persona. E’ il primo passo per imparare a connetterci con le forze esterne.
Così come per i suoni, tecniche sempre più evolute di circolazione microcosmica verranno applicate a tutti i livelli della pratica, compresi quelli più elevati.

Immagine: amore_curativo
Amore curativo

Nell’intero panorama delle pratiche taoiste, la parte dedicata all’attività sessuale ricopre un posto di rilievo. Questo perché l’energia sessuale è l’energia potenziale più intensa che la persona ha a disposizione, ma essendo sia potenziale che molto intensa, a seconda di come viene usata, può diventare molto utile o molto dannosa. Risulta così chiaro il perché i taoisti hanno da sempre dedicato a questo argomento un posto di rilievo. Il tutto senza nessun moralismo o preconcetto, ma come sempre per le pratiche taoiste, viene presa in considerazione solo la realtà fisiologica della persona e la realtà di questa in relazione all’ambiente esterno che la circonda.
In tutti i livelli avremo a che fare con questo tipo di energia, in quanto è l’energia di base che ci costituisce. E’ il nostro potenziale da sviluppare e trasformare. Dobbiamo imparare a conservare, trasformare e far circolare l’energia sessuale, così da nutrire e curare il proprio corpo e le proprie emozioni, fino ad aumentare la nostra capacità di amare e svilupparsi spiritualmente.
Ciò viene praticato sia a coppie che singolarmente. All’inizio la cosa fondamentale è imparare a non disperdere l’energia sessuale: per gli uomini ciò avviene attraverso l’eiaculazione, mentre per le donne attraverso le mestruazioni. Così, per gli uomini non è importante evitare il sesso o l’orgasmo, ma imparare a non eiaculare, mentre per le donne non è necessario bloccare le mestruazioni, ma evitare che con il sangue esca anche l’energia sessuale (jing). Una volta imparato questo, tale potenziale va rinvigorito e poi, per chi ha un partner, esistono tutta una serie di esercizi per trasformare e lavorare tale energia a coppia durante l’atto sessuale. Tramite queste pratiche si aumenta l’intensità dell’atto sessuale, così da avere a disposizione sempre maggior energia da poter lavorare. E’ però di fondamentale importanza far notare da subito che queste pratiche devono essere lavorate esclusivamente con il proprio partner, in quanto, perché funzionino, bisogna che siano trasformate e raffinate dalla forza dell’amore. Se ciò non avviene potrebbero diventare perfino molto dannose per la stabilità psicofisica della persona, così da far perdere ancora più energia anziché acquistarne!
Nei livelli più avanzati, invece, si crea l’unione delle due forze opposte, yin e yang, all’interno della singola persona oppure nella coppia, ma solo a livello energetico. Più precisamente, mettiamo in comunicazione i corpi energetici per poi scambiarsi l’energia. Ciò dimostrerà che è molto più intensa e appagante la pratica energetica di quella fisica, ma, ripeto, solo quando il livello di pratica della persona raggiunge un determinato sviluppo, prima sarebbe solo un’idea o un’illusione mentale. Inoltre, si può scegliere di praticare entrambe le soluzioni, sia quella fisica che quella esclusivamente energetica. L’unione e la trasformazione alchemica delle due forze opposte che costituiscono la persona è, infatti, il fine di ogni pratica spirituale. L’energia sessuale è proprio l’energia più grezza che la persona si trova ad avere. Imparare come gestirla, così da farla diventare una realtà completamente utile, anziché esserne schiavi e sprecarla, è un bisogno per chiunque in questo mondo.
Queste tecniche sono fondamentali sia per chi sceglie una vita di coppia, sia per chi sceglie una vita di celibato, in quanto, qualunque vita si intenda condurre, tutti hanno del potenziale sotto forma di energia sessuale all’interno. Imparare a gestirlo diventa pratica virtuosa e molto utile, mentre sprecarlo o inibirlo è un peccato, con il rischio che tale intenso potenziale faccia deviare gli impulsi della persona dando vita alla pornografia, pedofilia, maniaci sessuali ecc. E questo, come purtroppo vediamo, è un rischio per tutti!
Ultimo punto degno di nota è per le coppie. Lavorare queste energie a coppia garantisce di aumentare l’intensità del rapporto a tutti i livelli. L’unione della coppia non sarà mai in discussione, in quanto insieme si impara a gestire i potenziali di entrambi, a lavorarli e a raffinarli, così da indirizzare la propria vita dalla stessa parte. Questo porterà appagamento a tutti i livelli, così da aumentare l’amore all’interno della coppia. Ciò garantisce di non aver bisogno di andare a colmare le proprie esigenze altrove, in quanto aumentando l’amore e proiettando le proprie energie e i propri fini dalla stessa parte, si crea una realtà completa che non ha bisogno di altro! Personalmente credo che questo sia un’esigenza fondamentale per la società moderna, una possibilità di sviluppo difficilmente sostituibile.

Immagine: prima fusione
1° Fusione dei cinque elementi (curare il passato)

Studiando l’Yijing, si scopre che una delle otto leggi che regola le dinamiche energetiche è quella di finire ciò che è stato iniziato. Finire qualcosa è molto importante perché, ogni volta che iniziamo qualcosa inneschiamo un ciclo energetico che tende ad arrivare a conclusione; se tale ciclo non viene completato, l’energia investita non verrà liberata per altre funzioni. Così, ogni situazione non completata del passato costituisce un ciclo che trattiene un’enorme quantità di energia; energia che poi non avremo a disposizione per far cose più costruttive per la nostra vita. Con questo si capiscono anche molte delle debolezze croniche. Si sconsiglia, perciò, a chiunque non intenda liberarsi dai fardelli del passato, di non praticare nessuna forma di questo sistema, in quanto risulterebbe inutile!
Le tecniche di Fusione dei cinque elementi sono disegnate proprio per concludere tutti i cicli non risolti, così da avere un’enorme quantità di energia a disposizione.
Impariamo a poter usufruire della forza dei Bagua, i trigrammi con cui i taoisti riescono a spiegare tutte le dinamiche dell’universo e che oggi sono usati da molti scienziati per studi, tra cui quelli su il DNA e le cellule staminali. Tramite questi elementi (trigrammi), ci si connette con le otto forze della natura, così da entrare nel profondo del nostro passato e trasformare in positivo ciò che di negativo portiamo con noi, per avere a disposizione sempre più energia per migliorare noi stessi. I sentimenti negativi che ci portiamo dietro, infatti, derivano sempre da realtà o cicli del nostro passato non portati a termine.
All’interno di noi stessi esiste tutto il nostro passato, come quello dei nostri antenati. Così, come abbiamo ereditato caratteristiche positive, abbiamo ereditato anche meccanismi distruttivi. Tutto ciò rimane in memoria nei nostri organi, bloccando parte della nostra energia, che potremmo utilizzare nuovamente solo quando queste esperienze verranno eliminate dalla memoria della persona. In altri termini è, più o meno, ciò che in psicologia viene definito nevrosi e ciò che i buddisti chiamano karma. Gli esercizi della Fusione I sono disegnati proprio per andare, in maniera specifica e dettagliata, a trovare ognuno di questi meccanismi che ci bloccano e ci impediscono di manifestare il nostro naturale essere. Il procedimento è esattamente come quello che si usa per ripulire il computer dai virus: si entra in ogni file che abbiamo in memoria nei vari organi, si individua tutto ciò che non va e lo si cancella, liberando l’energia che tale esperienza teneva bloccata per poter essere tenuta in memoria.
Data la complessità della vita e l’enorme bagaglio di esperienze vissute direttamente o ereditate dai nostri antenati, questa parte di tecniche necessiterà di essere praticata per il resto della nostra vita. Avremo sempre qualche memoria da cancellare!
Non appena abbiamo questa enorme quantità di energia a disposizione si inizia con il processo alchemico vero e proprio, inizio di un percorso di trasformazione di sé, che non avrà mai termine. Si uniranno tutte le forze all’interno per poi cristallizzarle in una perla. Questa perla è il seme di ciò che diverrà l’embrione immortale, o quello che altre culture chiamano il Cristo o il Buddha all’interno di noi stessi. In altre parole la luce eterna che è all’interno di ognuno di noi e che illumina il nostro cammino a patto che ci possiamo entrare direttamente in contatto, senza essere filtrati da emozioni negative.
Questo livello di pratica è, secondo me e secondo gran parte dei maestri taoisti che ho incontrato, il punto di svolta sia nella pratica che nella vita. Tutto il procedimento taoista consiste nel prendere energie e raffinarle sempre più; per farlo dobbiamo logicamente avere energie a disposizione. E’ così intenzione del praticante taoista di usare sempre il minimo possibile di energie per svolgere le normali funzioni che la vita richiede e di investire tutto il resto nella pratica. Gli esercizi di base sono, così, utili per potenziare la struttura, mentre le Fusioni per raffinare le energie e l’alchimia del terzo livello, per produrre quelle qualità raffinate che sono il fine della pratica. Se però abbiamo tante memorie nei nostri organi che bloccano grandi quantità di energia da farci sentire sempre stanchi e spossati, caricarci con gli esercizi del primo livello non sarà sufficiente, in quanto tale nuova energia verrà risucchiata da tutte le memorie distruttive. Ci sentiremo, quindi, più forti dopo la pratica, ma tale forza durerà poco. La pratica del qi gong sarà solo una momentanea boccata di ossigeno. Se, invece, sblocchiamo gli organi potremo investire tutta l’energia che otteniamo per andare avanti nel livello di pratica ed elevare il livello di coscienza, così che la pratica e la vita reale vengano beneficiate direttamente e concretamente.

2° Fusione cosmica

Nel secondo livello si impara ad aumentare ulteriormente il potenziale dei cinque organi, oramai liberi da energie negative. Infatti, una volta liberati, all’interno di questi, si formerà ulteriore energia sotto forma di qualità raffinate come gentilezza, rispetto, onestà, giustizia, amore… Questo porta un aumento elevatissimo della capacità di amare e, soprattutto, ad avere oggettiva compassione e carità per tutto ciò che ci circonda, evitando, così, di rimanere incatenati a ricatti emotivi, derivanti da sensi di colpa o di inferiorità e a paure latenti. Da questo livello in poi abbiamo un reale sviluppo della persona, una vera e propria elevazione del livello di coscienza. Si passerà ad una percezione della realtà che non divide, creando dualità, contrasti e guerre. Si passerà da un livello infantile, in cui ci si manifesta tramite il volere tutto per , ad uno in cui si arricchisce se stessi facendo bene agli altri, fino a percepire l’umanità intera e l’universo intero come una singola cosa. Questa elevazione della coscienza non è però una imposizione morale o intellettiva, ma una reale maturazione dell’essere nella sua interezza.

3° Fusione degli otto canali psichici

In quest’ultimo livello, oltre a raffinare ulteriormente le emozioni, liberando i canali straordinari, creiamo una barriera psichica con l’esterno. Tutti quei casi, infatti, di sensibilità estrema verso persone o posti, difficoltà nel proteggere beni personali, essere facilmente sopraffatti da persone con forte personalità o andare dietro a situazioni senza volerlo realmente, sono indice di energia non completamente raffinata o comunque sempre bloccata in qualche specifico punto, soprattutto dell’Orbita Microcosmica. Raffinarsi ulteriormente a questo livello, vuol proprio dire venir meno a tutte le sopradette condizioni; con ciò, però, assolutamente non si intende diventare prepotenti, così da sopraffare gli altri, ma semplicemente maturare ed ottenere la padronanza di se stessi.
Per sintetizzare, tramite il modellamento e il potenziamento della struttura più profonda della persona, che sono i canali straordinari, si vanno ad eliminare emozioni radicate ancora più in profondità e si va a creare una struttura energetica che ci permette di gestire volontariamente le nostre relazioni con l’esterno, senza esserne sopraffatti.
Le pratiche delle Fusioni sono un dono inestimabile da parte dei maestri taoisti. Esse sono il passaggio inevitabile da una vita di fatiche emotive, dove un’enorme quantità della nostra energia è bloccata in esperienze del passato, ad una vita di libertà e spontaneità. Riuscire in tempi brevi a trasformare le emozioni negative, il grezzo che ci costituisce, in virtù di gioia è cosa preziosa e inevitabile per vivere pienamente.

Capovolgimento di acqua e fuoco Kan e Li

La prima formula insegna la Fusione dell’acqua e del fuoco primordiale, cioè delle più profonde essenze maschili e femminili che ci compongono. E’ un’unione sessuale a livello esclusivamente spirituale, in quanto è l’unione dei potenziali di energia sessuale raffinati nei precedenti livelli. Nella seconda, invece, si impara ad unire tutto ciò che abbiamo lavorato con le forze esterne di Cielo e Terra ed infine, nella terza, si potrà unire tutto ciò con le forze dei pianeti.
In pratica, il lavoro in tutti e tre i livelli, è sempre il solito. Si inizia regolando e ripulendo la propria realtà energetica, si va avanti aumentando la propria forza e poi si attinge dall’esterno per aumentarla ulteriormente. Il programma è diviso in tre livelli perché ogni volta, nonostante il principio sia lo stesso, si deve avere a disposizione energie sempre più raffinate per poter completare il lavoro.

Immagine: illuminazione inferiore
Illuminazione Inferiore di acqua e fuoco Kan e Li

Il segreto di questa formula si trova nello spiegare come capovolgere il normale funzionamento dei potenziali yin e yang della persona. Questo permette una più sottile raffinazione dell’energia sessuale, così da nutrire il cervello ed aumentare la consapevolezza e saggezza, nonché la capacità di amare.
Per entrare nel dettaglio della formula, raggiungiamo un ulteriore aumento e raffinazione delle energie contenute nel Dantian inferiore e medio; possiamo quindi dire che si aumenta e si raffina la nostra potenza e il nostro amore. Una volta fatto, si dà vita a quello che è un segreto che per molti secoli è stato tenuto nascosto e che anche ai giorni nostri, solo in questo sistema viene spiegato nel dettaglio: a questo punto siamo, infatti, pronti ad invertire le normali polarità di acqua e fuoco. A cose normali, l’acqua è yin e tende a stare in basso, mentre il fuoco è yang e tende a stare in alto, ma se rimanessero così non avverrebbe più nessuna trasformazione alchemica e quindi nessun ulteriore sviluppo spirituale. La formula insegna proprio come ribaltare concretamente l’acqua e il fuoco, lo yin e lo yang della persona, così che il fuoco da sotto faccia evaporare l’acqua. Questa evaporazione alimenta l’embrione immortale all’interno di noi stessi, embrione che al momento della morte rimarrà per vivere in altre dimensioni.

Immagine: illuminazione superiore
Illuminazione Superiore di acqua e fuoco Kan e Li

La precedente trasformazione alchemica aveva luogo nel Dantian inferiore, in quanto lavorava con energie proprie della persona. Questa, invece, ha luogo nel plesso solare, che è visto come un estensione del Dantian inferiore, dovuto alla concreta crescita dell’embrione immortale. Qui, la trasformazione alchemica è più potente della precedente, perché, oltre a lavorare con le energie proprie, usiamo anche le energie di Cielo e Terra. In particolare, prendiamo le energie di sole e luna, così come quelle della Terra. Grazie a questa formula si diventa abili a prendere le energie più raffinate di questi elementi, per poter continuare la nostra trasformazione alchemica ad un livello di intensità superiore.

Immagine: illuminazione massima
Illuminazione Massima di acqua e fuoco Kan e Li

Questa formula permette la trasformazione alchemica nel cuore e ciò è possibile perché l’embrione interno è cresciuto dall’ombellico al plesso solare, fino a raggiungere il cuore. Qui, oltre che usare le energie raffinate proprie, più quelle di sole e luna, usiamo anche quelle dei pianeti e più precisamente la forza della loro orbita, la forza derivante dal percorso che questi seguono.
A questo punto il praticante è così raffinato da non essere più soggetto ai condizionamenti del proprio destino, è esclusivamente una realtà che si muove in questa realtà spazio-temporale, ma che ha anche creato le condizioni per vivere in altre dimensioni, una volta terminato il suo tempo su questa terra.
Tutti possono arrivare a questo livello, se solo si applicano con costanza e volontà. Se tutte le pratiche precedenti sono state fatte, anche questa formula sembrerà facile da sviluppare.

REGNO DELL’ANIMA E DELLO SPIRITO

Immagine: cinque sensi
Sigillare i Cinque Sensi

Questo livello è nuovamente costituito di una sola pratica molto elevata. Adesso possiamo trasformare tutta la propria energia in eccesso, quella cioè che non ci serve strettamente per la sopravvivenza fisica, in energia spirituale: più precisamente, nutriamo la propria anima. Per far ciò, dobbiamo sigillare i cinque sensi. Ciò vuol dire chiudere gli orifizi per evitare di perdere energia. Lo facciamo in una maniera molto precisa, così da poter avere a disposizione il massimo quantitativo possibile di energia. Infatti, nella vita comune, molto facilmente si disperde energia degli organi attraverso gli orifizi collegati a questi. Così, useremo l’energia degli organi tramite gli orifizi soltanto ogni qual volta ce ne sarà bisogno, mentre tutto il resto del tempo la useremo per svilupparci internamente.
A questo punto impareremo concretamente cosa Lao-zi, nel Dao De Jing, intendeva quando affermava che a un certo punto della pratica, anche la musica più raffinata sarebbe stata “urla per le orecchie”, o anche le parole più sagge “inutile grida insensate”. Come sempre la vita si conosce vivendola, non seguendo dogmi o ragionamenti mentali.
In sintesi, la formula consiste nel bloccare la perdita di energia da orecchie, occhi, naso, lingua e corpo; regolare il cuore così da avere sotto controllo le sette emozioni di piacere, rabbia, odio, desideri, vendette ecc.; riunire tutte le forze per alimentare la propria anima e purificare il proprio spirito; fermare il proprio spirito dal vagare senza meta, ma veicolarlo alla ricerca di informazioni utili al completamento del nostro destino.

La pratica dei Sogni

Come ogni altra attività taoista, si tratta di pratica e non di interpretazione dei sogni. Secondo i taoisti, la teoria senza pratica è inutile, così come la pratica senza teoria è pericolosa. Si interagisce con i sogni in una maniera dinamica e non solo mediante concetti razionali. Le pratiche dei sogni fanno parte dei metodi di raffinazione dell’essere di ogni cultura. Nell’antica Grecia, era Esculapio il caposcuola di tali pratiche: gli antichi drammi greci erano anticipati proprio da una settimana di queste pratiche.
Molto famose erano anche le pratiche dei sogni di altri grandi popolazioni come gli antichi Egizi, gli Indiani d’America e i buddisti tibetani, ma anche tutte le tradizioni sciamaniche avevano al loro interno queste pratiche. Durante il sonno, così come al momento della morte, la coscienza si ritira dai sensi, così da farci perdere la percezione dell’esterno e farci entrare nel mondo sottile dello spirito. Queste pratiche, fondamentalmente, insegnano come mantenere vigile la coscienza in questi momenti, così da non muoversi passivamente, ma essere costantemente parte attiva del processo di sviluppo ed elevazione spirituale. Sono pratiche fondamentali, perché insegnano ad essere sempre padroni di noi stessi, a regolarci costantemente e come veicolare noi stessi al di là delle realtà sensoriali, tramite il costante mantenimento vigile della coscienza. Questo è importante, perché al momento della morte, la nostra coscienza continuerà il viaggio oltre i limiti imposti dalla materia percepita tramite i cinque sensi. Sapere come gestire tali nuove realtà è essenziale per portare al massimo il processo si evoluzione. Ma se, addormentandoci, perdiamo il controllo di noi stessi, lo stesso avverrà al momento della morte. Se, invece, impariamo ad avere sonni e sogni lucidi, in cui siamo costantemente presenti, ciò sarà indice che, anche al momento della morte, saremo in grado di fare lo stesso.
Questa pratica può essere lavorata a diversi livelli a seconda di chi la esegue. La si può quindi inserire in pratiche per principianti, così come in quelle più avanzate. Inizialmente è un ulteriore raffinamento delle emozioni e, contemporaneamente, si impara a mantenere viva la consapevolezza anche durante il sonno. Questo serve, sia ad aumentare la capacità di percezione della realtà in senso generale, sia a poter influire coscientemente e direttamente anche su quelle parti della nostra esistenza su cui di regola non possiamo influire, ma che maggiormente si manifestano durante il sonno. Aumentando il livello di consapevolezza aumenterà anche la capacità di modificare le parti più incontrollabili della nostra persona.
Anche se può essere praticata a tutti i livelli, per poter rimanere lucidi nei sogni bisogna aver ripulito il corpo energetico dalle emozioni, quindi essere almeno al livello delle prime due Fusioni. Se, infatti, il corpo energetico è bloccato, nel momento in cui prendo coscienza che sto dormendo e sto sognando, mi sveglierei inevitabilmente. Questo avviene perché la mia coscienza andrebbe in contatto con quelle energie grezze delle emozioni negative presenti nel corpo energetico e questo tipo di energia grossolana non mi permette di seguire spontaneamente il flusso della coscienza lungo aspetti più sottili. Questi aspetti sottili sono le realtà in cui la coscienza va a vivere durante il sonno, ma se rimane attaccata a parti grossolane, posso solo dormire inconsciamente oppure essere allontanato da tali realtà sottili, svegliandomi.
Durante il sonno è solo il corpo fisico, cioè la parte materiale di noi stessi, che dorme. L’aspetto energetico è sempre attivo. Fissare la nostra coscienza non sull’aspetto materiale, ma su quello energetico ci permette di essere sempre coscienti e quindi capaci di modificare le nostre parti più sottili. Si arriverà così a percepire che è il nostro corpo fisico che ha bisogno del riposo. Capire questo aumenta la consapevolezza e ciò dà la possibilità di staccarsi oggettivamente dalla materialità. La vera consapevolezza, infatti, porta a capire che il corpo è il mezzo da usare in questa vita per migliorarci, quindi da usare a nostro vantaggio e non una realtà che ci renda schiavi.
Restando, invece, centrati sulle parti più sottili ci rendiamo conto che niente di noi, a parte il corpo fisico, è soggetto alle leggi materiali, così, molto facilmente, potremo esplorare realtà parallele alla nostra, ma non visibili materialmente.
Una volta raggiunto un discreto livello di pratica in cui riusciamo a rimanere lucidi in ciò che avviene mentre il corpo fisico dorme, la pratica sarà costante, così potremo investire tutte le ore del sonno nella pratica di elevazione della nostra coscienza. Potremo così dormire senza la sensazione di perdere tempo!
Sogni, intuizioni ed emozioni sono tutte parti della solita realtà. Considerare vero solo ciò che è materiale è semplicemente frammentare la realtà stessa. I sogni sono una parte molto importante che aumenta la consapevolezza in maniera significativa.

Il sé interiore

Il sé interiore è la parte originaria del nostro essere, quella che viene da Dio e che non è soggetta alla dualità della vita e della morte. A seconda delle culture prende nomi diversi, ma per tutti è quella parte celeste che si incarna in questa realtà materiale per compiere delle opere, attraverso le quali completerà la propria missione, così da guadagnare la possibilità di liberarsi dalle leggi della materia e tornare alla sua origine. E’ detto anche maestro interiore, perché costituisce proprio quelle informazioni essenziali per indirizzarci nella vita. Seguire il proprio sé garantisce di non sprecare tempo e andare avanti nella vita, appagati, perché sicuri che ciò che stiamo facendo è la cosa migliore per noi stessi. Spesso, infatti, non siamo in contatto con questa guida essenziale alla nostra esistenza, ma percepiamo le nostre esigenze a partire dalle esperienze vissute che vanno a bloccarsi nei nostri organi interni. Esse ci danno l’illusione di ciò che siamo e di ciò che dobbiamo fare, ma seguendole, semplicemente seguiamo i fantasmi del nostro passato, così che non potremmo mai essere completamente appagati di noi stessi e delle nostre vite, spesso dando la colpa all’esterno, magari andando a compiere “guerre giuste” o comunque seguendo obbiettivi che non sono indicati per la migliore evoluzione di noi stessi.
Questa pratica è messa come complementare, ma in realtà è assolutamente essenziale. Nel sistema di pratica taoista essa si inserisce alla fine delle Fusioni e prima della trasformazione alchemica. Infatti, una volta ripulito tutto il sistema, siamo in grado di vedere direttamente, senza filtri, il nostro vero sé, così da poterlo poi alimentare nelle pratiche alchemiche. In origine, l’individuazione del sé interiore faceva parte proprio della fase iniziale della pratica alchemica, ma è mio parere, come quello di altri istruttori e maestri, che tale pratica debba svolgere un percorso parallelo, ma indipendente dalle pratiche alchemiche vere e proprie e ciò per migliorarne e potenziarne l’efficacia. Sono, infatti, state sviluppate tutta una serie di metodiche, provenienti dai vari maestri taoisti che ho avuto e anche da quelli buddisti e cristiani.

Immagine: yi jing
Yi jing, teoria e pratica

Il sistema taoista calcola matematicamente tutte le dinamiche dell’universo tramite l’Yi Jing. Così, ogni affermazione che i taoisti esprimono non è frutto di speculazioni filosofiche, bensì il risultato a parole di calcoli matematici. Ogni tradizione ha un testo matematico che serve come formula di base per le proprie teorie. La Bibbia scritta in ebraico è un codice matematico. Così ogni tradizione ha un sistema con una doppia valenza. La parte superficiale del testo serve come spiegazione, mentre la sottostante parte esoterica è il codice di base con cui la realtà si manifesta. In questa sessione impariamo entrambe le realtà. Poter usare l’Yi jing come indicatore di tutti i nostri potenziali e possibili sviluppi per capire come sfruttare al meglio le proprie potenzialità. Da un punto di vista della salute, possiamo conoscere la costituzione dei nostri cinque elementi e l’alternarsi delle influenze di quelli dell’universo sulla propria vita. Questo permette di indirizzare le pratiche e le eventuali cure nella maniera più precisa possibile. Infatti, ogni cinque anni queste influenze cambiano; a volte saranno benefiche, altre meno. Sapere come interagire con tali forze è un vantaggio notevole, sia per la pratica che per il mantenimento di una vita felice. Ciò può essere usato dal dottore che pratica la medicina cinese, come da noi stessi, per riconoscere i cibi che più ci aiutano, le pratiche che più ci giovano o i posti che sono a noi più favorevoli.
Esiste, poi, una parte di pratiche meditative che aiutano a mettere i potenziali della persona in risonanza con i potenziali contenuti nell’Yi Jing, così da farci avere una reale consapevolezza dei veri contenuti del testo, cioè di un codice con il quale comprendere l’universo intero. Questa pratica influenzerà anche le pratiche fondamentali delle Fusioni, le quali si avvalgono proprio del potenziale dell’Yi Jing per essere attivate.

Immagine: pratica stellare
Pratica Stellare

Questa è una pratica molto elevata, che si può eseguire con successo soltanto quando riusciamo a praticare la terza Kan e Li senza alcun problema. Allo stesso tempo però, diventare consapevoli della realtà stellare, in particolare della stretta relazione tra le stelle e la nostra possibilità di evoluzione, è una pratica utilissima per poter svolgere con successo le pratiche avanzate. Secondo i principi taoisti, estrapolati dallo studio matematico dell’Yi Jing, tutti gli elementi, sia materiali che energetici, che compongono la persona, traggono la loro origine dalle stelle. In particolare, è la posizione delle stelle rispetto al luogo dove siamo nati che dà vita alle nostre potenzialità. Con questa pratica lavoriamo con la luce delle stelle, per ripristinare le nostre dinamiche energetiche più profonde. La prima fonte di lavoro è la stella Polare, che permetterà di aprire il canale centrale in maniera molto più raffinata. Questo permette un più veloce sviluppo della ghiandola pineale, chiamata dai taoisti “stanza di cristallo”, per indicare la sua fondamentale importanza nel processo di evoluzione personale. Sviluppare queste capacità aumenta i risultati ottenibili nella pratica al buio, dove il fine è proprio quelle di potenziare più possibile le funzionalità della ghiandola pineale. Le sette stelle del Grande Carro sono l’origine dei propri cinque elementi. Imparare a mettere in collegamento i propri cinque elementi con queste sette stelle ci darà una maggiore raffinazione dei potenziali contenuti appunto nei nostri cinque elementi. Infine, i taoisti ritengono che l’origine dello spirito che alimenta la persona abbia origine nel Cielo, esattamente come affermavano gli antichi Egizi, Platone, la tradizione cristiana in occidente ed esattamente come gli Indiani d’America, buddisti ecc. hanno sempre affermato lungo il corso della storia. E’ soltanto in seguito alle teorie meccanicistiche e materialistiche di Darwin che, in occidente, abbiamo iniziato a pensare alla terra come unica origine della vita. Il cielo è anche il posto di ritorno del nostro spirito; con la pratica si migliora il collegamento tra il nostro spirito e il luogo del suo ritorno, così da agevolarlo nel momento della morte.

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La via verticale

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[…] La meditazione ha due grandi direzioni e possibilità di sviluppo. In genere la si collega ad una dimensione spirituale vissuta da santi, monaci, eremiti, o seguaci della new age. Le persone comuni, invece, di solito  non si cimentano in pratiche profonde di ricerca.

La meditazione è influenzata dalla dimensione spirituale caratteristica della cultura in cui viene praticata, ha dei presupposti collegati a questa e alle indicazioni del fondatore di un particolare ordine o movimento. In genere si pone come finalità un’esperienza di beatitudine, di fusione col divino. Alcune culture sostengono che il divino, la scintilla dell’Assoluto, è la coscienza stessa – proprio quella su cui abbiamo  posto la questione stasera. Scoprendo la più raffinata e incondizionata delle dimensioni, il puro Testimone intoccato e imperturbabile – ed è una Via concretamente percorribile, ve la potrei insegnare – secondo tali culture avremo ottenuto la verità su chi siamo veramente. Scopriremo che non siamo questa carne deperibile, marcescibile, ma siamo l’Assoluto, la coscienza immortale.

Queste sono le impostazioni che io chiamo “orizzontali”, in quanto mi dicono che cosa sono, ma non si occupano del perché sono, epperò si tratta di due problematiche di natura completamente diversa. Una mira ad un’ascesi elevativa dalla nostra condizione carnale, di sofferenza, di peccato e di condanna verso una dimensione più pura, spirituale – che gli indiani chiamano Atman, Brahman, Purusha –attinta la quale non saremo più coinvolti nella prima. Ramana Maharshi, seguendo un cammino solido, che tutta l’India pratica e sperimenta da almeno 3500 anni, imperniava il suo insegnamento sulla domanda “chi sono io?”.

Poi c’è la Via che io chiamo “verticale”. Questa non verte sulla domanda “chi sono?” o “come sono fatto?”, non è un travasamento dell’identità su piani sempre più elevati, ma qualsiasi cosa io sia, si occupa della domanda “perché ci sono?”

Seguendo questa, anche quando finisce la possibilità di attribuire una ragione, il fatto resta: io esisto. La Via verticale dà accesso alla dimensione dello stupore, dell’incapacitazione, nella quale ci si rende conto che tutto questo non può star succedendo: come è possibile esistere senza causa, senza una ragione ?! Si resta sconcertati.

Qui ad ASIA si insegna che, qualsiasi cosa tu sia, esisti e non c’è ragione possibile per questo fatto. Di fronte a questo si può provare un sussulto oppure anche rabbia e ribellione, perché nessuno ha deciso di esistere o è stato interpellato in proposito. Ma il fatto è che, come non c’è nessuna ragione per esistere, così non c’è nessuno con cui protestare! Si può anche inveire e bestemmiare, ma non c’è nessuno a cui indirizzare le maledizioni. Se ci fosse, si troverebbe infatti nelle nostre stesse condizioni.

Questa proposta  riprende l’insegnamento centrale del buddismo , che non è una religione fondata su un Dio creatore o Assoluto, ma una Via imperniata sul fatto che ci troviamo ad esistere e ne ignoriamo il perché. Questa condizione in genere viene vissuta in modo confuso, senza neanche avere messo a fuoco la questione e con l’attenzione catturata solo dalle qualità dell’esistenza.

Buddha la chiama avidya – termine sanscrito che significa “nescienza”, non sapere, “ignoranza”. E’ la condizione comune di chi si trova ad esistere e guarda la realtà senza sapersi dire niente, neanche che esiste. Se interpellate in proposito, cioè se siano sicure di esistere, le persone non ne sono neanche sicure, lo diventano solo dopo aver sperimentato l’impossibilità di negarsi. A questo punto restano profondamente sconcertate dalla propria presenza, anche se non sanno dirsi di più perché, per andare oltre, dovrebbero concedersi di capire il motivo per cui l’esistenza non le lascia indifferenti è che essa si contrappone ad una mancata non-eSistenza. Dovrebbero capire che il loro “perché” non è propriamente una domanda, ma uno stupore per il fatto d’esserci. Solo chiarificando il problema di gradino in gradino si può giungere a realizzare che esistere-invece-che-non-esistere è miracoloso e sconcertante. E’ più che il miracolo di un Dio, perché il primo miracolo, se mai Dio ci fosse, sarebbe l’essere di quel Dio stesso. […]

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