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“Lo sdegno dopo un collegio è rendersi conto che esistono docenti che non si rendono conto in che paese viviamo”…Ho dato voce a Ottaviano Cristofoli…, che in sintesi racconta quanto non sanno molti docenti del nostro Conservatorio, dove si discute se la parola “sdegno” è appropriato o no.

L’ITALIA NON È UN PAESE PER MUSICISTI  DI BARBARA LEONE

L’Italia non è un Paese per musicisti. Parola di Ottaviano Cristofoli, ventottenne di Udine nonché prima tromba alla Japan Philarmonic Orchestra di Tokio, che in una recente intervista rilasciata a “Expats” ha denunciato lo stato di desolazione in cui versa l’Italia da un punto di vista artistico, e più specificatamente musicale.

“Da noi non si dà valore all’arte – dice Cristofoli -, non si sa nemmeno quanto vale in termini economici. Il nostro Paese potrebbe vivere di arte. È questo il peccato imperdonabile che le persone che ci hanno governato hanno commesso. Non è giustificabile che nel nostro Paese l’arte, e la musica siano in crisi, quando in Giappone si riempiono i teatri di persone paganti fino a seicento euro a biglietto con le opere di Puccini o Verdi. E qui le opere vengono trasmesse in tv in prima serata, non alle 4 del mattino”. Ma in Italia si può vivere facendo i musicisti? “Si può – risponde Cristofoli -, ma con tanto pelo sullo stomaco. Accettando di essere pagati 50 euro a serata quasi sempre in nero e investendo decine di migliaia di euro in strumenti e studi. Accettando di guadagnare 10 euro all’ora per insegnare a ragazzini con l’iPhone da 800 euro, senza avere i contributi, l’assicurazione e le ferie. Accettando che nelle scuole ti sostituisca un insegnante senza diploma e che non sa suonare, solo perché è un dilettante e accetta paghe misere. Accettando di suonare per un’orchestra sinfonica che poi paga con un anno di ritardo. Ma la cosa peggiore è la consapevolezza che di tutto questo non importa niente a nessuno. Se chiude un teatro, non importa, tanto c’è la tv con la sua gratuita piattezza di contenuti ad istupidirci il cervello”.

Una cruda verità, con cui fanno i conti i tanti, tantissimi talenti italiani costretti a varcare i confini del nostro Paese per cercare, e spesso trovare, fortuna all’estero, dove sono quasi sempre accolti a braccia aperte o per lo meno trattati con rispetto e riguardo. Una bestemmia, se pensiamo che l’Italia è la patria di Verdi, Puccini, Vivaldi, Paganini e Monteverdi, per intenderci il padre del melodramma. Senza il suo “Orfeo” non avremmo avuto “Tosca”, “Nabucco” e nemmeno Mozart avrebbe scritto il “Don Giovanni”, così, giusto per dire. Una bestemmia perché l’Italia è da sempre la culla dell’arte, della cultura, della musica, dell’opera… D’accordo, abbiamo bisogno di ingegneri, scienziati e anche panettieri. Non c’è lavoro per loro, figurarsi per un pianista o, che so, un clarinettista.

A confermare questa triste realtà, arriva fresca fresca la notizia del licenziamento di 74 dipendenti, per lo più orchestrali, dell’Orchestra sinfonica di Roma. Una decisione che la Fondazione Arts Academy, che gestisce il corpo musicale, avrebbe preso a causa di una “drastica riduzione dei contributi dell’unico soggetto finanziatore”, dettata anche dall’“assenza di altre risorse finanziarie disponibili e di prospettive di ulteriori e futuri finanziamenti”. No money, no party. E tutti a casa, la musica chiude i battenti. Impensabile immaginare che non ci siano più risorse economiche per un’orchestra che sin dagli esordi del lontano 2002 è stata riconosciuta dalla critica internazionale come una formazione di grande prestigio esibendosi anche alla presenza di quattro capi di Stato, della Regina di Spagna e della Regina d’Olanda. Impensabile credere che non ci siano altre soluzioni. Con l’ovvia conseguenza che dalla prossima stagione la Sinfonica di Roma non suonerà più. Dopo la chiusura dell’Orchestra Regionale del Lazio, se chiudesse anche la Sinfonica di Roma la Capitale rimarrebbe con due sole orchestre: Accademia Nazionale di S.Cecilia e Teatro dell’Opera. Un duopolio culturale che finisce per impoverire tutti, cittadini e musicisti.

Abbiamo perso la bussola e dobbiamo ritrovare la strada. Perché di questo passo si arriverà ad ingoiare anche l’ultimo briciolo di cultura e di identità storica rimasta viva. Re Mida era un saggio in confronto ai condottieri della nave Italia, che imperterriti continuano a seguire sempre e solo le logiche del profitto, che inevitabilmente finirà per divorare se stesso. E buona notte ai suonatori.

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