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Buddha Sakyamuni è rappresentato in genere con la ciotola nella mano sinistra. Questo fatto lo mette chiaramente in relazione con il cibo. Ma quale è questa relazione?

Buddha Sakyamuni era partito lasciandosi alle spalle tutte le ricchezze e gli agi, per andare a cercare una soluzione alla sofferenza del mondo. Durante sei anni di ascetismo il suo cibo è stato ridotto al minimo che poteva trovare nella foresta senza danneggiare animali. Questa esperienza lo portò sull’orlo della morte, ed a quel punto realizzò che una vita solo di privazioni non portava a nessun risultato, così iniziò la sua meditazione sotto l’albero della Bodhi e dopo quaranta giorni ebbe il risveglio, con la comprensione della realtà ultima delle cose.

Negli anni successivi, si adoperò per insegnare tutto quanto aveva appreso, affinché tutti gli esseri potessero seguire il percorso da lui indicato.

Dopo avere rivelato le quattro verità sulla sofferenza, egli illustrò i principi e le pratiche per sconfiggerla.

I tre principi generali che permettono di avviarsi su questo percorso sono la rinuncia, la generazione di Bodhicitta – ossia della mente dell’illuminazione – e la comprensione della vacuità.

Qui ci occupiamo solo della base: la rinuncia. Con questo principio si intende che l’Uomo deve capire che la fonte primaria della sofferenza è l’attaccamento, e che perciò il primo passo da compiere è quello di “rinunciare” alle cose mondane. Con questo non si intende che il Buddhista deve necessariamente ritirarsi in un eremo e disinteressarsi di tutto, bensì che proprio interessandosi a tutto, ed in particolar modo al bene di tutti gli esseri senzienti, deve sapere mantenere quel giusto distacco dalle cose ed un’attitudine di equanimità verso tutti. E’ chiaro in questa ottica che il cibo rappresenta un mezzo necessario per mantenere in salute il nostro corpo, ma che non dobbiamo generare “attaccamento” e bramosia verso il cibo.

Nell’ambito religioso, ossia delle regole che concernono l’ordine monastico, ai monaci venne dato il precetto di raccogliere l’elemosina e mangiare solo ciò che veniva loro offerto nella ciotola. Ecco quindi che la ciotola è simbolo di un cibo parco, povero, limitato al necessario.

La domanda che tutti pongono in generale è “ma i buddhisti sono o non sono vegetariani?”

Proprio per la questione dell’elemosina, non vi sono prescrizioni che proibiscano di mangiare carne, con la sola eccezione di non mangiare carne di un animale che sappiamo essere stato ucciso apposta per noi. Infatti era possibile che ai monaci in cerca di elemosina venissero offerti pezzi di carne. Il monaco doveva quindi accettare questa offerta e “onorarla” mangiando quanto ricevuto. L’assunzione di cibo è comunque preceduta dal ringraziamento a tutti coloro che hanno provveduto alla sua produzione e nel caso di cibo animale la preghiera deve anche comprendere una benedizione per quella creatura.

Gli insegnamenti buddhisti – e non solo – portano sul rispetto per tutti gli esseri senzienti, quindi anche gli animali: è chiaro perciò che un Buddhista non uccide animali e si impegna affinché essi siano trattati in modo dignitoso e rispettoso. Proprio negli scorsi giorni il monaco Matthieu Ricard, interprete francese del Dalai Lama, ha pubblicato un libro dal titolo “Pladoyer pour les animaux”, in cui richiama le coscienze alla responsabilità sociale degli uomini non solo verso la comunità umana e l’ambiente, ma pure verso il mondo animale.

Quindi fondamentalmente il buddhista è vegetariano. Ma il buddhismo è una filosofia pragmatica e viene adattato anche alle realtà locali ed alle loro contingenze. Così appare comprensibile che in un paese come il Tibet, che aveva prodotti agricoli per pochi mesi all’anno, si mangiasse la carne di yak, e lo stesso Dalai Lama ha dichiarato che se il medico prescrive una certa quantità di carne perché il corpo necessita di determinate sostanze, si può mangiarla. Tuttavia non si deve uccidere appositamente un animale per questo scopo; e in qualunque circostanza occorresse farlo, bisognerebbe accompagnare l’atto con riti di purificazione per eliminare il karma negativo che si accumula).

Nello spirito di rinuncia, di parsimonia, è anche chiaro che nel Buddhismo non si è sviluppata una cultura del cibo legata alle pratiche religiose. Il Buddhismo è una filosofia di vita che si è adattata alle tradizioni esistenti nei diversi paesi, e per questo non ci sono piatti unitari comuni.

In Tibet vi sono alcuni cibi che vengono evitati dai meditatori, oltre la carne, anche aglio, cipolla, uova. Nel mese di Saka Dawa (tra maggio e giugno), quando si celebra il Vesak, la festa della nascita, vita e parinirvana di Buddha Sakyamuni, molti comunque rinunciano alla carne.

Un’altra usanza è quella di porre offerte di cibo sull’altare in occasione di riti e preghiere, pratica che trae origine probabilmente dalla cultura precedente l’arrivo del Buddhismo in Tibet.

Con la tsampa, farina d’orzo, si creano decorazioni per l’altare. La tsampa stessa è messa tra le offerte. Nella cerimonia della Guru Puja, la preghiera al maestro, si pratica lo Tzog, un’offerta di cibo che viene poi condiviso.

Offrire il cibo è considerata una radice importante per ogni relazione, non solo tra umani, ma pure tra gli esseri umani e gli esseri spirituali. Durante lo tzog, tra i presenti viene pure raccolta un’offerta di cibo che viene simbolicamente deposta all’esterno per gli animali e per gli spiriti. In questo senso si capiscono anche i racconti di monaci cuochi, che nel quotidiano agire preparando ed offrendo il cibo per tutta la comunità hanno raggiunto il più altro grado di realizzazione proprio per il fatto di essere sempre stati al servizio degli altri,

Per il Buddhismo Zen, ad esempio, quello che conta soprattutto è il modo di cucinare e di mangiare, indipendentemente da ciò che si cucina (generalmente vegetariano).

Cucinare correttamente non è solo questione di salute fisica ma gioca un vero e proprio ruolo spirituale. Qualsiasi cosa si cucini è un buon cibo se preparato con consapevolezza, ossia mettendo estrema attenzione, presenza mentale e amore in ciò che stiamo cucinando.

Enrica Pesciallo

Istituto Kalachakra

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Ingredienti per 2 persone180 gr

180 g di riso vialone nano biologico

1 arancia non trattata

1 piccola cipolla o scalogno

1/2 bicchiere di vino bianco

50 g circa di formaggio

Olio extravergine

500 ml di brodo vegetale

Sale e pepe

di riso vialone nano biologico1 arancia non trattata1 piccola cipolla o scalogno1/2 bicchiere di vino bianco50 g circa di formaggioOlio extravergine500 ml di brodo vegetaleSale e pepe Preparazione:In una pentola a pressione far rosolare il riso in due cucchiai di olio extravergine fino a tostatura. Aggiungere uno scalogno o una piccola cipolla bianca tritata finemente. Lasciar cuocere per qualche minuto, aggiungere il succo dell’arancia e il vino bianco e fate evaporare a fiamma alta. Quindi aggiungere la buccia tritata a cubetti e mescolate. Versare il brodo, salare e dal fischio contare metà del tempo indicato sulla confezione del riso. Trascorso il tempo di cottura (di solito meno di dieci minuti) lasciar sfiatare la pentola e mantecare con formaggio. Suggerimento: utilizzare il taleggio, perfetto per bilanciare l’acidità dell’arancia. In alternativa usare il Parmigiano grattugiato. Impiattare il risotto e completare il piatto con un filo di olio extravergine d’oliva.

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