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Posts Tagged ‘cultura’

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In prossima uscita il secondo volume delle sonate di Brahms.Dopo l’integrale di quelle per violino (primo volume), qui ci sono quelle per violoncello, nella versione flauto e pianoforte. Il secondo volume e poi ci sarà il terzo per colmare tutta l’operazione con sette Sonate nuove per flauto. In questa operazione di “rereading” delle sonate di Brahms ci ho messo tutta la mia anima sonora, trovando un equilibrio tra colore e dinamica, passare dal violino, al violoncello e poi alla viola o clarinetto, non è certo facile, ma il cuore mi ha aiutato, le emozioni non hanno misure, non hanno confini, non hanno tempo. La bellezza di queste sonate di Brahms, si impadronisce del corpo per avere il permesso di passarvi attraverso e raggiungere l’anima.Le cose belle non finiscono mai davvero, si trasformano in qualcos’altro…… Buon ascolto a tutti

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Buddha Sakyamuni è rappresentato in genere con la ciotola nella mano sinistra. Questo fatto lo mette chiaramente in relazione con il cibo. Ma quale è questa relazione?

Buddha Sakyamuni era partito lasciandosi alle spalle tutte le ricchezze e gli agi, per andare a cercare una soluzione alla sofferenza del mondo. Durante sei anni di ascetismo il suo cibo è stato ridotto al minimo che poteva trovare nella foresta senza danneggiare animali. Questa esperienza lo portò sull’orlo della morte, ed a quel punto realizzò che una vita solo di privazioni non portava a nessun risultato, così iniziò la sua meditazione sotto l’albero della Bodhi e dopo quaranta giorni ebbe il risveglio, con la comprensione della realtà ultima delle cose.

Negli anni successivi, si adoperò per insegnare tutto quanto aveva appreso, affinché tutti gli esseri potessero seguire il percorso da lui indicato.

Dopo avere rivelato le quattro verità sulla sofferenza, egli illustrò i principi e le pratiche per sconfiggerla.

I tre principi generali che permettono di avviarsi su questo percorso sono la rinuncia, la generazione di Bodhicitta – ossia della mente dell’illuminazione – e la comprensione della vacuità.

Qui ci occupiamo solo della base: la rinuncia. Con questo principio si intende che l’Uomo deve capire che la fonte primaria della sofferenza è l’attaccamento, e che perciò il primo passo da compiere è quello di “rinunciare” alle cose mondane. Con questo non si intende che il Buddhista deve necessariamente ritirarsi in un eremo e disinteressarsi di tutto, bensì che proprio interessandosi a tutto, ed in particolar modo al bene di tutti gli esseri senzienti, deve sapere mantenere quel giusto distacco dalle cose ed un’attitudine di equanimità verso tutti. E’ chiaro in questa ottica che il cibo rappresenta un mezzo necessario per mantenere in salute il nostro corpo, ma che non dobbiamo generare “attaccamento” e bramosia verso il cibo.

Nell’ambito religioso, ossia delle regole che concernono l’ordine monastico, ai monaci venne dato il precetto di raccogliere l’elemosina e mangiare solo ciò che veniva loro offerto nella ciotola. Ecco quindi che la ciotola è simbolo di un cibo parco, povero, limitato al necessario.

La domanda che tutti pongono in generale è “ma i buddhisti sono o non sono vegetariani?”

Proprio per la questione dell’elemosina, non vi sono prescrizioni che proibiscano di mangiare carne, con la sola eccezione di non mangiare carne di un animale che sappiamo essere stato ucciso apposta per noi. Infatti era possibile che ai monaci in cerca di elemosina venissero offerti pezzi di carne. Il monaco doveva quindi accettare questa offerta e “onorarla” mangiando quanto ricevuto. L’assunzione di cibo è comunque preceduta dal ringraziamento a tutti coloro che hanno provveduto alla sua produzione e nel caso di cibo animale la preghiera deve anche comprendere una benedizione per quella creatura.

Gli insegnamenti buddhisti – e non solo – portano sul rispetto per tutti gli esseri senzienti, quindi anche gli animali: è chiaro perciò che un Buddhista non uccide animali e si impegna affinché essi siano trattati in modo dignitoso e rispettoso. Proprio negli scorsi giorni il monaco Matthieu Ricard, interprete francese del Dalai Lama, ha pubblicato un libro dal titolo “Pladoyer pour les animaux”, in cui richiama le coscienze alla responsabilità sociale degli uomini non solo verso la comunità umana e l’ambiente, ma pure verso il mondo animale.

Quindi fondamentalmente il buddhista è vegetariano. Ma il buddhismo è una filosofia pragmatica e viene adattato anche alle realtà locali ed alle loro contingenze. Così appare comprensibile che in un paese come il Tibet, che aveva prodotti agricoli per pochi mesi all’anno, si mangiasse la carne di yak, e lo stesso Dalai Lama ha dichiarato che se il medico prescrive una certa quantità di carne perché il corpo necessita di determinate sostanze, si può mangiarla. Tuttavia non si deve uccidere appositamente un animale per questo scopo; e in qualunque circostanza occorresse farlo, bisognerebbe accompagnare l’atto con riti di purificazione per eliminare il karma negativo che si accumula).

Nello spirito di rinuncia, di parsimonia, è anche chiaro che nel Buddhismo non si è sviluppata una cultura del cibo legata alle pratiche religiose. Il Buddhismo è una filosofia di vita che si è adattata alle tradizioni esistenti nei diversi paesi, e per questo non ci sono piatti unitari comuni.

In Tibet vi sono alcuni cibi che vengono evitati dai meditatori, oltre la carne, anche aglio, cipolla, uova. Nel mese di Saka Dawa (tra maggio e giugno), quando si celebra il Vesak, la festa della nascita, vita e parinirvana di Buddha Sakyamuni, molti comunque rinunciano alla carne.

Un’altra usanza è quella di porre offerte di cibo sull’altare in occasione di riti e preghiere, pratica che trae origine probabilmente dalla cultura precedente l’arrivo del Buddhismo in Tibet.

Con la tsampa, farina d’orzo, si creano decorazioni per l’altare. La tsampa stessa è messa tra le offerte. Nella cerimonia della Guru Puja, la preghiera al maestro, si pratica lo Tzog, un’offerta di cibo che viene poi condiviso.

Offrire il cibo è considerata una radice importante per ogni relazione, non solo tra umani, ma pure tra gli esseri umani e gli esseri spirituali. Durante lo tzog, tra i presenti viene pure raccolta un’offerta di cibo che viene simbolicamente deposta all’esterno per gli animali e per gli spiriti. In questo senso si capiscono anche i racconti di monaci cuochi, che nel quotidiano agire preparando ed offrendo il cibo per tutta la comunità hanno raggiunto il più altro grado di realizzazione proprio per il fatto di essere sempre stati al servizio degli altri,

Per il Buddhismo Zen, ad esempio, quello che conta soprattutto è il modo di cucinare e di mangiare, indipendentemente da ciò che si cucina (generalmente vegetariano).

Cucinare correttamente non è solo questione di salute fisica ma gioca un vero e proprio ruolo spirituale. Qualsiasi cosa si cucini è un buon cibo se preparato con consapevolezza, ossia mettendo estrema attenzione, presenza mentale e amore in ciò che stiamo cucinando.

Enrica Pesciallo

Istituto Kalachakra

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Per me entrare nel carcere è stato un esperienza umana che mi ha colpito l’anima. Portare la musica in questo luogo è una cosa che ti penetra dentro al cuore…. Quello che ti colpisce sono le mura che respirano la sofferenze, quello che senti è la disperazione, i colori quasi si spengono, e la luce quasi si vergogna ad illuminare queste mura. Del carcere si parla per dire delle condizioni, non delle relazioni. Del carcere si parla senza parlare dei carcerati. Senza intervenire sulle misure delle pene e sulla qualità della efficacia sociale. Non si fa distinzione tra i reati. Si incasellano senza adeguata corrispondenza di trattamento. Ci sono i comuni, quelli di reati minori, gli autori di crimini orrendi, le organizzazioni mafiose. Queste ultime sono trattate secondo disposizioni d’eccezione. Non si da conto per esse dell’intricarsi di una guerra sociale e di un esercizio di potere e di sfruttamento economico. Non si riesce a parlarne senza confondersi, tanto è l’intricarsi di effetti e cause diverse e complesse. Ci vuole il concorso di tutti, dai magistrati ai cittadini, dai legali agli illegali, dalle forze di polizia ai cittadini. Il detenuto deve poter diventare una risorsa per la società. Deve essere messo in condizioni di essere presente nella società, di scegliere di essere presente nella società, seppure in detenzione. Diventare una risorsa sociale non significa indulgere o scarcerare. Significa ricostruire dove le costruzioni non era tali. Significa far diventare ciò che non si è stati e che si era come persone che non hanno mai avuto modo di essere tali, travolte da condizioni e perduti alla possibilità di una diventa che solo la società comune può permettere. Le condizioni spiegano le cose, sono le relazioni che le cambiano. Bisogna cambiare le relazioni, in carcere, nella comunità carceraria, e tra il carcere e la società. Dovremmo tutti visitare un carcere, questo forma il carattere, ti fa riflettere che basta un attimo perché il mondo diventi, senza luce… Sono tante le attività in carcere, e di tante c’è bisogno ancora. Occorre considerare il carcere nella sua interezza, nella sua complessità, non per sfuggire a responsabilità, ma per ritrovare le vie sociali alle identità smarrite o mai avute, distorte o mai vissute. Io ammiro chi mi ha fatto entrare, tra queste mura, chi porta conforto, e chi mi ha fatto riflettere che perdonare è un gesto artistico, bello, coraggioso e doveroso verso l’umanità…

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Il 6 Gennaio nella bellissima sala delle Terme del Berzieri di Salsomaggiore Terme (PR) alle ore 16.00 si terra il tradizionale concerto dedicato ai bambini in occasione della Epifania. Il concerto è offerto dall’Associazione Slowflute con il patrocinio dalla Regione Emilia Romagna, Provincia di Parma e Comune di Salsomaggiore Terme e il tema di questo anno sarà: “Danzando il cinema”. Trio d’eccezione per questo nuovo evento, Sara Catellani danza, Claudio Ferrarini flauto, Riccardo Yoshua Moretti pianoforte e compositore. Le musiche straordinarie di Rota, Morricone, Williams e Moretti accompagneranno questa fantasia musicale che coinvolgerà anche i bambini presenti che parteciperanno all’evento danzante creando loro stessi le coreografie sui brani musicali in programma. I bambini presenti sono parte integrante del concerto, creando una nuova e non slegata immagine, ma strettamente compenetrata, a tal punto da divenirne un tutt’uno contribuendo a definire una realtà sospesa, evanescente, eterea, indefinita. Al termine della manifestazione sarà estratto il nome del vincitore del quadro donato da Vittorio Ferrarini ispirato alle musiche della nona edizione. Ingresso a sostegno di Save The Children.

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Il 20 Dicembre a Salsomaggiore Terme al Nuovo Teatro di Salsomaggiore alle ore 21.15

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Torna il tradizionale concerto di Natale allo Slowflute Festival nona edizione, nella stupenda cornice del Nuovo Teatro di Salsomaggiore Terme martedì 20 dicembre si esibiranno il Complesso Bandistico “Città di Salsomaggiore Terme” con il flauto solista Claudio Ferrarini, diretti da Claudio Bompensieri e tantissimi ospiti tra cui: Gruppo Strumentale dell’Istituto comprensivo di Salsomaggiore Terme con più di 30 bambini che suoneranno il flauto diritto, G.Londini voce, O. Hoblyk pianoforte, C.Gatti chitarra M. Curti batteria, per un bellissimo progetto di “CANTI DI NATALE DAL MONDO”. La serata è un viaggio nella tradizione dei canti natalizi da tutto il mondo, partendo da quelli irlandesi, fino ai portoghesi e anglosassoni, russi, senza tralasciare la canzone popolare come Natale di De Gregori, a quella napoletana partenopea, per finire nel immancabile “Happy Christmas (war is over)!”, di John Lennon (e Yoko Ono), diventato ormai un vero e proprio cult della tradizione natalizia nonostante sia “solo” risalente al 1971. Ingresso ad offerta per Save the Children. CANTI DI NATALE DAL MONDO è’ un mood, è il gusto per la vita, il nostro sguardo sul mondo, l’amore per la musica, , è il viaggio tra culture Occidentali ed Orientali, la speranza di poter contribuire, attraverso il fare musica insieme, a far crescere un mondo migliore.

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La questione dei fondi per la cultura, oggi ancor più che in passato, è un campo minato. Penso che sia buona cosa cercare di sminarlo, almeno un po’.
La prima mina consiste nell’assioma che oggi non ci sono più soldi. Quanto c’è di finanziario in questo assioma e quanto di politico? Facciamo il caso di Torino. Si legge in questi giorni sui giornali che bisognerà ragionare su 23-24 milioni destinati ogni anno alla cultura da parte del Comune. Poiché il bilancio complessivo è intorno ai 1.300 milioni, se ne deduce che alla cultura viene assegnato meno del 2% del totale. Non spingiamoci fino alla città di Lione che destina il 20% alla cultura; limitiamoci a fare un po’ di benchmarking tra 10-15 città europee che dicono, come fa Torino, di considerare la cultura un motore di sviluppo di primaria importanza. Constateremo che siamo completamente fuori misura. Se la torta si è ristretta, non per questo la percentuale di bilancio destinata alla cultura si deve ridurre: se era, poniamo, il 6%, adesso lo sarà di una torta più piccola ma rimarrà quello. Se invece si riduce al 2% è perché si è scelto di saccheggiare la cultura per poter tenere fermi altri settori. Allora non è vero che la cultura è una priorità. Stiamo parlando di cifre che comunque non sbilancerebbero un bilancio generale di quelle dimensioni. Quindi ci sarebbe spazio, se lo si volesse, per la politica e per le sue scelte.
La seconda mina ha a che fare con il famoso coinvolgimento dei privati. In una bella intervista di Rampini («la Repubblica», 22 aprile), Gianandrea Noseda, direttore artistico del Teatro Regio di Torino, ribadisce che il Metropolitan di New York è sostenuto per il 98% da sovvenzioni che i privati detraggono dalle tasse. In Brasile è entrata da poco in vigore una legge che rende più conveniente devolvere alla cultura che pagare le tasse. In questo modo il sostegno alla cultura diventa più rapido ed efficace. Certo: tuttavia è lo Stato che paga, non i privati. Supponiamo comunque che i privati debbano collaborare anche al di là delle defiscalizzazioni. L’esperienza mi insegna che lo fanno solo se gli enti pubblici dimostrano di assegnare un ruolo significativo alla cultura, non se le destinano meno del 2% del bilancio complessivo. Se la cultura non è importante per il Comune perché lo dovrebbe essere per i privati?
La terza mina riguarda gli sprechi che io ho sempre assimilato alle armi di distruzione di massa in Iraq: si diceva che c’erano per avere il pretesto di invadere e di distruggere. Si saccheggiano i contributi alla cultura perché ci sono gli sprechi; poi si scopre che non ci sono ma ormai il saccheggio è avvenuto e non si torna più indietro. Gli sprechi vanno eliminati, ci mancherebbe; ma per gestire meglio il budget, non per ridurlo. Non a caso ho messo al primo posto la questione della fetta di bilancio che è «scientificamente» necessario assegnare alla cultura affinché ne traggano vantaggi i cittadini, le imprese, l’immagine della Città. È sacrosanto che quel budget vada utilizzato al meglio, ma innanzitutto ci deve essere.
Mi resta difficile dire che cosa può fare un assessore alla Cultura oggi che non ci sono più soldi. È fin troppo evidente che senza soldi non si può fare nulla specialmente se, per i motivi che ho illustrato, sono alquanto illusorie le scappatoie che puntualmente spuntano fuori quando si parla di questi argomenti: il coinvolgimento dei privati, l’eliminazione degli sprechi e via di questo passo. Come è già successo in passato bisogna avere fiducia nella ragionevolezza e nella mobilitazione e non arrendersi a visioni ragionieristiche che nascondono rappresentazioni mentali non molto diverse da quella che aveva portato un ministro a dire qualche tempo fa che «con la cultura non si mangia». di Fiorenzo Alfieri

Bari – «Lo dico a scanso di equivoci: nella riqualificazione del Margherita, la Lum e i De Gennaro non c’entrano una beneamata “pippa”». L’ospite d’onore della serata Michele Emiliano non poteva che infarcire il suo personale bilancio sulla cultura a Bari con il suo tipico linguaggio accalorato. Ma nel quarto appuntamento dell’associazione culturale Bari Partecipa, i protagonisti sono stati diversi temi, singoli tasselli del quadro culturale pugliese: da quello degli spazi, al collegamento con l’istruzione, fino al valore del contratto etico proposto dalla Regione ai giovani in formazione.  “La cultura? È un’altra cosa”, titolo dell’evento, fa tornare alla mente il Pinuccio Tatarelladi Toti e Tata: come dire, valorizzare creatività ed eccellenze, ma dal cuore verace. Ma è pure un modo per esorcizzare la figura dell’onorevole missino che propose di celebrare il 25 aprile con la festa per il Natale di Bari anziché come Festa di liberazione.

Gli organizzatori sono partiti dal «sedimento del populismo culturale e i tagli a scuola e università», figli del berlusconismo, portatore di «egemonia sotto-culturalesu modelli di consumismo culturale di corto respiro, eminentemente estetico». Neldocumento di presentazione si pongono molti punti: l’interazione tra gli Enti, non sempre sufficiente; «l’emorragia di capitale giovane umano e preparato»; la dichiarata «miopia» del contratto etico regionale che fa la fortuna, di fatto, di imprese e università estere e di fuori Puglia, i cui fondi potrebbero essere utilizzati per favorire master e formazione di alto livello nel nostro territorio e attirare così nuovi studenti; l’interazione dell’Università alla ricerca di nuovi spazi; e la scommessa di Bari capitale europea della cultura per il 2019, «perché nelle altre nazioni si è dimostrato che ci si candida non per quello che la città è, ma per quello che può diventare».

I relatori hanno portato all’assemblea il loro punto di vista che abbiamo riportato col consueto liveblogging su twitter (canale gobarinews) con l’hashtag #baripartecipa. Silvia Godelli, assessore alle politiche culturali della Regione, e Alba Sasso, sua collega per l’istruzione, hanno ricordato che la politica dell’Ente da loro rappresentato è stata più organizzativa e manageriale che fatta di iniziative. «Abbiamo permesso ai soggetti artistici di esprimersi – ha rivendicato la Godelli – perché non credo che debba essere l’ente pubblico a dover agire direttamente. Deve mettere invece gli artisti nelle condizioni giuste, con fecondazione culturale, creazione di possibilità e supporto professionalizzazione, nonostante l’attuale periodo di autentica decadenza». Sulla stessa lunghezza d’onda la Sasso, secondo cui cultura e istruzione vanno di pari passo e le azioni portate avanti stanno dimostrando che sollecitare allo studio fin dall’infanzia è un metodo ideale per colmare qualsiasi gap. Per Oscar Iarussi, presidente di Apulia Film Commission, e Giancarlo Di Paola del club della cultura di Confindustria e della Camera di commercio per la promozione all’estero, «parlare di cultura è come cercare di disinnescare una bomba, how to disarm an atomic bomb, per cui se si taglia il filo sbagliato si salta per aria». Hanno raccontato di una Puglia di fermenti ed esperienze positive, in cui anche prima della riapertura del Petruzzelli la vita della città di Bari ha portato ai cambi racchiusi nella “primavera pugliese” di sette anni fa.

È toccato a Michele Emiliano chiudere l’appuntamento a modo suo, invitando al «rischio» per riuscire nel campo culturale ed annunciando un sodalizio con Nicola Conte, musicista e dj acid jazz di livello internazionale e barese di nascita, pronto ad assumersi la responsabilità di una programmazione da far orbitare attorno al Petruzzelli. Nella Bari delle contraddizioni, senza assessore alla cultura, in cui i teatri chiudono (Kursaal e Piccinni) o stentano ad aprire (auditorium Nino Rota), a sentire il sindaco le idee non sono mancate e gli investimenti sono stati ingenti. «Se la fondazione Petruzzelli acquistasse il Kursaal, una volta completati i lavori all’auditorium e riconsegnato il Piccinni come teatro stabile alla città, il politeama potrebbe essere reinventato nella sua essenza. Ricordiamoci che oggi il Petruzzelli è un’autentica impresa, prima acquistava solo spettacoli, mentre oggi li produce completamente. E con tre teatri messi a regime, il Margherita potrebbe essere destinato a un progetto per esposizioni visive, anche con collezioni di privati».

A Bari, terra di strutture distrutte e ricostruite e al tempo stesso di fenomeni allaPinuccio (alias Alessio Giannone che ha regalato a Bari Partecipa un video esclusivo dei suoi), non ci si rassegna al pessimo adagio secondo cui la cultura non dà da mangiare. di Gianvito Rutigliano

La moda a sinistra di chiamare intellettuali di grido o star dello spettacolo a dirigere assessorati alla Cultura, per far clamore sui media, ha convinto anche il vispo rottamatore Matteo Renzi. E così a Firenze è stato nominato Sergio Givone, noto filosofo di estetica. I giornali ne parlano, Renzi ha buon gioco nel dire che la città cambierà il proprio volto con un nome così prestigioso in giunta. Le stesse frasi le disse quando nominò il sociologo Giuliano Da Empoli. Dopo poco Da Empoli se ne andò, senza lasciare traccia. Alla Provincia di Firenze, sempre di sinistra, è stata messa la ballerina Carla Fracci. Ancora non si è visto nulla di nuovo a tre anni dall’insediamento. A Bologna la giunta rossa di Del Bono, che è finita come sappiamo, fece assessore Nicoletta Mantovani, ex segretaria e moglie di Luciano Pavarotti. Del tempo che è stata in carica si ricorda soltanto che ricevette un pene in metallo regalato dall’Arcigay. A Milano il sindaco Pisapia scelse alla Cultura l’architetto Stefano Boeri perch´ così la città avrebbe maturato lustro internazionale. Dal giorno dopo, tra i due sono iniziate le liti, le scenate, le dimissioni annunciate, fino all’ultimo passo: Boeri resta, ma forse senza deleghe. E a tutt’oggi Milano non è certamente una capitale culturale europea. La morale è che quando questi nomi di grido o da salotto si mettono al lavoro come semplici amministratori, il risultato è un disastro. La pubblicità iniziale è forte, ma è forte anche il tonfo di disillusione che lasciano dopo essersene andati e non aver cambiato nulla. Quando De Magistris chiamò Roberto Vecchioni a Napoli a dirigere il Forum delle Culture, lui accettò entusiasta, ma se ne andò con le mani nei capelli, prima che il Forum partisse. Capì bene che un conto sono i discorsi, un conto è mettersi lì, a capo chino, a far pareggi e conciliare, come fanno gli amministratori. Inutile dirgli, a sinistra, che una ballerina e un cantautore possono essere eccellenti nel loro mestiere, ma del tutto inesperti e incapaci nel gestire un animale riottoso come l’amministrazione pubblica. Inutile dirglielo: loro continuano. E adesso preparano la lista civica di Repubblica, con Saviano e Rodotà alla giustizia, Settis ai beni culturali, e Fabio Fazio alla comunicazione. La politica dei nomi da show non ha ritegni.

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