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Giovanni Guareschi

Non mi ricordo quando ho deciso di diventare musicista, ma mi ricordo che nel 1970 a pochi giorni dal mio compleanno, il 25 luglio, ero fermo nella biblioteca scolastica di Basilicanova, e guardavo incuriosito la raccolta colorata dei romanzi di Giovannino Guareschi delle edizioni Mondadori. All’epoca Guareschi era una lettura giudicata, arretrata, démodé, si preferiva essere alla moda leggendo i giovani scrittori americani della «Beat Generation» quelli che scrivevano nel rifiuto delle norme imposte, delle innovazioni di stile, della sperimentazione e delle droghe, sessualità alternativa, l’interesse per la religione orientale, il rifiuto del materialismo e rappresentazioni esplicite della condizione umana. Autori di riferimento come: Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Neal Cassady, Gary Snyder, Lawrence Ferlinghetti, Norman Mailer, mi avevano trasportato l’anima in mondi nuovi, e sconosciuti. Poi c’era ancora l’eco del movimento culturale della «fantasia al potere» che ha direttamente ispirato i successivi dei movimenti culturali di rottura al «maggio 1968», l’opposizione alla guerra del Vietnam, gli Hippy di Berkeley e Woodstock; tutto questo ha anche contribuito a rinforzare il «mito americano». Berkeley e Woodstock sono stati il mio banco di scuola, li avevo imparato a usare la mia fantasia, e da Woodstock era nata l’esigenza di fare musica in ogni luogo del pianeta. Ma tutto questo era in contrasto con il luogo dove abitavo, io vivevo in un piccolo paese di campagna di nome Basilicanova, in provincia di Parma. Li con i nostri motorini di «50cc» travestiti da «Choppers» imitavamo lo stile «Hippy», pantaloni a zampa di elefante, magliette coloratissime smacchiate con varechina. Una grande voglia di evadere, andare ad esplorare mondi di cui sentivamo e leggevamo, ma quel pomeriggio ero fermo in biblioteca, ed i colori, e le copertine di quei romanzi mi ricordavano i luoghi dove vivevo. Decisi che volevo conoscere questo scrittore che era nato e abitava a pochi chilometri da casa mia, iniziai a leggere il suo «Diario clandestino» e «Il Mondo Piccolo» attratto da i luoghi di  «déjà vu», un mondo senza confini apparenti, proprio perché il progresso allora viaggiava così veloce che volevo investire anche nel passato, regola che comprende anche la nostra condizione attuale. L’incontro con la scrittura di Giovannino mi aprì le finestre di casa mia, spunta la sua figura di uomo «robusto, dallaria assorta, con un bel paio di baffi neri, folti e arricciati»; un tipo «ironico e vivace, uno che non molla mai, anche nelle situazioni più difficili». Un uomo libero, anche nelle vicende più drammatiche,quello che oggi potremo chiamare un duro della bassa. A Giovannino sono molto affezionato perché oltre a farmi amare la mia terra, mi ha messo in contatto anche con la sua musica, con autori che allora si affacciavano alla ribalta come DallaGuccini, che raccontavano l’ambiente della nostra terra, l’Emilia Romagna, con il paesaggio del fiume Po che bagna questa ipotetica linea di confine tra il Nord dell’Europa e il suo Sud, quello che potremmo oggi chiamare una sorta di «neorealismo musicale». Della sua scrittura mi piaceva la sua semplicità, come un concerto di Mozart, chiaro, limpido e armonioso. Il narrare una storia con coinvolgente emozione, come le canzoni di Guccini: «Auschwitz, Un altro giorno è andato, L’albero ed io, L’isola non trovata» e tante altre. Raccontare una storia con semplici parole, con emozioni che appartengono a quel ambiente che circonda la mia vita. Se la «Beat Generation» mi affascinava per tutto quello che non conoscevo, ora con Giovannino ero affascinato da tutto quello che sentivo e vedevo intorno a me. Giovannino raccontava le semplicità della nostra terra, e Guccini prendeva quella lingua e la piegava al potere della liricità. La canzone di Auschwitz di Guccini mi aprì una forte tensione emotiva, ed il momento più intenso è stato «seguire» poi Guareschi nell’esperienza dei campi di internamento nazisti: dapprima in Polonia, poi in altri lager, attraverso la lettura del «Diario clandestino». Condotto in Germania il 13 settembre 1943, fece ritorno in Italia il 4 settembre del 1945, ma in quei giorni tragici Guareschi non cedette, né materialmente né, soprattutto, spiritualmente. Ho potuto riscontrarlo nella «Favola di Natale», il testo scritto in un campo di concentramento tedesco, semplice e diretto come sempre. Per celebrare la notte della Natività del 1944 Giovannino compose, insieme a Coppola, che gli fornì le musiche, questa favola dedicata al piccolo figlio lontano. Come lui stesso dice, le muse che lo ispirarono si chiamavano Freddo, Fame e Nostalgia. Nacque così la storia di Albertino, della nonna, del papà prigioniero, delle piccole creature – buone o cattive – che vivono e parlano in un bosco fantastico. Dentro si cela la storia di quegli uomini, affamati e infreddoliti, che l’ascoltarono in una baracca del Lager tedesco e che, proprio grazie alle parole di Guareschi, riuscirono a mantenere viva la speranza. Il testo della «Favola di Natale» ci documenta uno sguardo positivo sulla vita, anche in un luogo così terribile, come le canzoni di Dalla di quel periodo: «4 marzo 1943, Piazza grande, L’anno che verrà». In quegli anni la musica del 1970 era piena di libertà, di trasgressione, di lotte politiche. Esplodeva la creatività, la voglia di progresso a tutti i costi; i colori dei tessuti fioriti, aveva colorato la musica e i jeans a campana. Nel 70 volevamo le tinte forti, le grandi competizione in tutti i campi; si faceva sentire sempre di più la presenza dei media, che entravano di prepotenza nella nostra vita, e le contestazioni scaturite dalle tensioni generazionali, i comportamenti aggressivi, avevano reso la nostra vita un evolversi di situazioni velocissime. Il sesso e, purtroppo, anche le droghe, diventano parte integrante dello stile di vita molti giovani. Ma la mia droga era la musica e gli anni ’70 sono stati però anche caratterizzati da un’ondata musicale di tale intensità e creatività che non ha eguali negli ultimi quaranta anni. Io navigavo tra la rivoluzione musicale, quella poetica americana, e le pagine del mio passato, che riecheggiavano nel «Diario clandestino» pubblicato da Guareschi nel 1949. Ho scoperto che Giovannino fu uno degli oltre 600.000 militari italiani che i tedeschi fecero prigionieri dopo l’8 settembre 1943, tra cui anche mio padre, che però riuscì a fuggire ed arruolarsi nei partigiani, e ancora oggi ricorda la sua esperienza nei lager come una cosa devastante, e da allora non riesce più dormire senza una piccola luce accesa. Dopo l’armistizio fra l’Italia e gli Alleati, si rifiutarono di collaborare con la Germania. Abbandonati dal governo italiano, considerati traditori dai fascisti, furono ritenuti nemici dai tedeschi, perciò furono fatti prigionieri e deportati nei lager. A Guareschi misero al collo un cartello col numero 6865, per annientare la sua identità. Ma nelle prime pagine di Diario clandestino, lo scrittore annota«Io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno. Lunica cosa interessante ai fini della nostra storia, è che io, anche in prigionia conservai la mia testardaggine di emiliano della Bassa: e così strinsi i denti e dissi: Non muoio neanche se mi ammazzano! Rimasi vivo anche nella parte interna e continuai a lavorare. E, oltre agli appunti del diario da sviluppare poi a casa, scrissi un sacco di roba per luso immediato. E così trascorsi buona parte del mio tempo passando da baracca a baracca dove leggevo la roba appunto di cui questo libriccino vi dà un campionario. La roba che, nelle mie intenzioni dallora, doveva essere scritta e servire esclusivamente per il Lager e che io non avrei mai dovuto pubblicare fuori del Lager. E invece, trascorsi alcuni anni, fu proprio questa lunica roba che miè parsa ancora valida.() E lunico materiale autorizzato, in quanto io non solo lho pensato e lho scritto dentro il Lager: ma lho pure letto dentro il lager. Lho letto pubblicamente una, due, venti volte, e tutti lo hanno approvato.» Il campo di concentramento si presentava come un mare grigio abbracciato ad un cielo grigio. Guareschi capì che, per sopravvivere, era necessario fare a pezzetti quell’onda immensa di odio e di repressione, cominciando proprio dalla baracca, quella baracca 18 in cui Giovannino e tanti altri prigionieri si ritrovarono ammassati con «gli occhi sgomenti () come miseri emigranti nella stiva squallida e inospitale della loro nave» e che in Diario clandestino definì come «una piccola arca di Noè navigante in mezzo a un Diluvio di malinconia». In quella piccola arca il male, la cattiveria, l’odio dovevano avere il minore spazio possibile. Quello, intuì Guareschi, era l’unico modo per rimanere uomini. Scrive ancora nelle prime pagine di Diario clandestino: «Non abbiamo vissuto come i bruti. Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per linfelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo mai dimenticato di essere uomini ()Ci stivarono in carri bestiame e ci scaricarono, dopo averci depredato di tutto, fra i pidocchi e le cimici di lugubri campi, vicino a ognuno dei quali marcivano, nel gelo delle fosse comuni decine di migliaia di altri uomini che prima di noi erano stati gettati dalla guerra tra quel filo spinato. Il mondo ci dimenticò.() Fummo peggio che abbandonati, ma questo non bastò a renderci dei bruti: con niente ricostruimmo la nostra civiltà. () Non abbiamo vissuto come bruti». Guareschi fu tra i tessitori più tenaci di quella civiltà. Non si fermò mai. Seppe farsi forte di tutto quanto il genio dei suoi compagni riusciva a produrre per la sopravvivenza. Per esempio, l’organizzazione di Radio Caterina. Una radio ricevente che gli internati avevano costruito con mezzi di fortuna per captare qualsiasi genere di segnale. Introvabile per i tedeschi che le davano la caccia, servì ai prigionieri per essere al corrente dell’andamento della guerra e mantenere viva la speranza. Proprio negli anni 70 iniziava la mia esperienza di «diffusore di musica», con il flauto ero alle prime lezioni, ma alla sera facevo il «disc jockey» presso l’unica discoteca di Parma. Guareschi mi aveva aperto un mondo nuovo, volevo far sentire la musica che mi trasportava, GucciniDalla, il primo sperimentale Battiato « Fetus, Anafase, Meccanica, Energia». Così partecipai anche alla nascita della prima Radio Popolare italiana in FM nel lontano 1972. Trasmettevo di notte e di domenica verso le 11 del mattino, il titolo della mia trasmissione era «Polimorfia» ed era una trasmissione dedicata alla molteplicità delle forme musicali, senza confini di genere. La Radio era per me un luogo dove potevo sperimentare tutta la mia «Polimorfia musicale» un luogo di molteplicità, di insiemi liberi e avvolgenti, era il mio spazio che mettevo a disposizione a chi mi ascoltava. Così la mia storia si ingarbuglia con quella di Guareschi, con la sua tremenda esperienza del lager, che però non l’ha piegato, ma lo ha trasformato in quel uomo che voleva essere. Tutto questo, però, non deve fare pensare al lager come ad un club dove ognuno poteva organizzarsi a proprio piacimento. I prigionieri erano preda di ogni genere di malattia. Nutriti con razioni che ne garantivano a stento la sopravvivenza. In preda al gelo. Costretti a liberarsi dalla sporcizia come meglio potevano. Perennemente incerti sulla propria sorte. In contatto precario con i parenti a casa. Faccia a faccia con la morte che si infilava nelle baracche e si prendeva i più deboli. La tentazione più grande nel campo di concentramento era la spinta a isolarsi. L’uomo era avviato sulla strada dell’egoismo. Delazione, menefreghismo, opportunismo, cattiveria. Guareschi si salvò da questa discesa agli inferi. A casa si cercava il modo di convincere Giovannino a tornare in Italia. O, quanto meno, a trovare una migliore sistemazione in Germania. Guareschi scrisse ai suoi: «Miei CariResto qui non per capriccio, ma per i miei figli e per voi. Lo capirete dopo». Nel lager si era fatto strada un Guareschi sempre più vero.La tubercolosi, il tifo, la dissenteria, la fame, la violenza causarono la morte di oltre 60.000 IMI (Internati Militari Italiani), così vennero chiamati questi prigionieri. Ai morti nei lager se ne aggiunsero almeno altrettanti al loro rientro in patria per le malattie riportate. Giovannino Guareschi riuscì a tornare e senza odiare nessuno. Uno dei passi più intensi di Diario Clandestino porta il titolo «Signora Germania»: «Signora Germania, tu mi hai messo fra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca. E inutile signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi. E questo e niente ancora, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti.(…) Signora Germania, tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perché il giorno in cui, presa dallira farai baccano con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo. E non potrai mettergli un piastrino al colo perché volerà via, oltre il reticolato, e chi s’è visto s’è visto. Luomo è fatto così, signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda solo il Padre Eterno. E questa è una fregatura per te, signora Germania». E infine una profonda riflessione scritta da Guareschi nel lager:«I giorni della sofferenza non sono giorni persi: nessun istante è perso, è inutile, del tempo che Dio ci concede. Altrimenti non ce lo concederebbe». L’avventura umana di Guareschi vista oggi si confonde anche con la mia vita, ho imparato ad amare le bellezze che mi circondano, ho visto le culture susseguirsi, ho ripercorso le vicende della vita di una persona libera, generosa… e mi piacerebbe proprio pensare di essere un po’ così!…come Giovannino…«La vita è unavventura e va vissuta con gioia, siate generosi con la vita e la vita sarà generosa con voi».

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