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Posts Tagged ‘musica classica’

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La musica attraverso il suo messaggio vuole aiutare l’uomo a non essere più semplice spettatore della sua vita ma a trasformarlo in attore protagonista, un creatore consapevole della propria esistenza, e insegnandogli a vivere appieno tutti gli aspetti della vita. La musica invita ed insegna ad amare la propria natura imperfetta ricordandogli che la perfezione è, per qualità intrinseca, irraggiungibile e quindi aspirazione inutile. A volete mi capita di analizzare la condizione umana da una prospettiva del tutto insolita rispetto alla logica comune, indispensabile punto di svolta per chi vuole andare oltre il regno dei desideri e delle proiezioni che accompagnano i tanti aneliti di libertà dell’individuo, spesso destinati a frantumarsi contro l’esperienza quotidiana. Sull’onda del Koan Zen forse più famoso, un enigma la cui soluzione può essere colta solo con un balzo dell’intuizione fuori da qualsiasi schema di pensiero, la musica mette a nudo la tragicommedia in cui l’uomo si trova a vivere, letteralmente perso in una goccia d’acqua. “L’oca è fuori!” urla il Maestro Zen al discepolo che d’acchito si ritrova a comprendere. Mentre io, con voi, invece, sono più paziente e al tempo stesso più incisivo, e musica dopo musica, vi accompagno nel cammino verso le note, la melodia, aiutandolo ad affrontare angosce, dubbi, frustrazioni, chiarendo e spiegando in che modo ciascun essere umano sceglie di vivere come un mendicante, pur avendo dentro di sé le potenzialità per essere un imperatore; e per vivere un’esistenza fondata sull’amore, sulla gioia, sulla risata.
Come la musica impetuosa
del fiume Armonico che s’infrange
alta contro le vostre orecchie,
irruente scaturì in me
e in voi
la
passione
amorosa

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A volte criticato per aver fondato compagini giovanili solo all’estero, Claudio Abbado ora porta anche in Italia questa sua vocazione. La costituzione dell’ Orchestra Mozart, che avrà sede a Bologna, offre a lui ed a noi l’occasione di riflettere sulla formazione dei musicisti in Italia. A partire dalle parole del direttore italiano, Orfeo nella rete vuole aprire un dibattito sulla situazione nei conservatori e nelle scuole di musica nel nostro Paese. Le opinioni di chi scrive sono anche frutto dell’esperienza diretta. Ma iniziamo dalle dichiarazioni che Abbado ha rilasciato a Radio Tre Suite e andata in onda 29 settembre scorso: “le scuole devono preparare tutti a fare musica insieme: poi alcuni, ma uno su mille, diventa Heifetz o Rubinstein. Con questa mentalità soprattutto latina di prepararsi a diventare grande solista, si perde un po’ questa idea, questa gioia di fare musica insieme. Nelle problematiche relative alla formazione musicale si riflette una più complessa visione estetica.Dalle parole di Abbado traspare una figura di direttore d’orchestra non più carismatica ed accentratrice che ipnotizza orchestra e pubblico con il suo gesto; egli appare, al contrario, un punto di snodo dove al contempo convergono e si dipartono diverse idee e competenze non solo musicali. Il nuovo ruolo del direttore era spesso fortemente avvertibile nelle parole di Carlo Maria Giulini, altra grandissima figura, certamente meno “in prima linea” rispetto ad Abbado, ma che ha ugualmente lasciato un segno profondo nella cultura musicale non solo italiana. Giulini ha più volte affermato di essere un musicista che fa musica con altri musicisti. Da tutto questo si può comprendere come la musica abbia un profondo valore educativo ed etico: essa non solo insegna ad ascoltare, come dice Abbado, ma anche a cooperare. Purtroppo questa mentalità raramente entra nei conservatori: spesso sono proprio gli insegnanti di strumento a non incentivare la cultura dell’ascolto. Anzi, a molti ragazzi viene vietato il confronto con le esecuzioni dal vivo o discografiche, che, secondo molti, metterebbero in serio pericolo la possibilità per il ragazzo di esprimere sé stesso. Appare evidente come una simile impostazione pedagogica sia figlia di una concezione di natura ottocentesca. L’apprendimento è visto non come interazione di esperienza e struttura conoscitiva, ma come ispirazione ultraterrena, che non deve essere in alcun modo “inquinata”. In questa prospettiva si deve salvaguardare, come sotto una campana di vetro la purezza del genio in una visione che pone al centro il culto della personalità. Per questo gli unici interpreti il cui nome entra nei conservatori sotto un aurea quasi magica sono i virtuosi dal grande carisma, sacerdoti di un modo di suonare “da soli”, di un’arte vista come godimento fine a sé stesso. Così le implicazioni sensibili della musica, di cui il Novecento ci ha fatto capire l’importanza come elemento espressivo anche per la produzione precedente, acquistano solo una funzione momentanea, negando in tal modo alla musica qualsiasi ruolo sociale, conoscitivo, affettivo (intendo con questo temine né qualcosa di sentimentale, né un piacere effimero, ma qualcosa di estremamente rilevante per la singola esistenza di una persona). Tutti gli ideali di questo tipo di scuola si incarnano nel virtuoso ottocentesco. Lo possiamo immaginare un po’ più alto della media, con un vestito marrone chiaro e cravattino, capelli biondi un po’ lunghi e occhi azzurri. Lo immaginiamo in un salotto parigino fare il baciamano alle signore. Lo immaginiamo legato ad un amore impossibile ad una donna vestita di bianco con l’ombrellino. Lo immaginiamo ancora eseguire a velocità della luce la Sonata in si minore di Liszt, o, fra mille rubati, un Notturno di Chopin. In queste immagini convergono tutti gli stereotipi sul romanticismo, che in molti casi non ritroviamo nelle opere dell’epoca. Coltivare un simile modello significa adottare un approccio completamente estraneo al testo; significa, cioè, suonare note che insieme non costituiscono un contesto e non sono inserite in un quadro sociale, storico ed estetico. Anche la conoscenza di questi elementi comprometterebbe l’ispirazione. Infatti, come afferma Abbado, in Italia manca questo tipo di cultura; anzi, gli insegnanti di strumento, a volte, scoraggiano questo approfondimento, conducendo l’allievo a concentrarsi su quegli aspetti tecnici funzionali ad esprimere l’ispirazione. Un adolescente che frequenta il corso di violino o pianoforte, non ha consapevolezza di quanto i concetti appresi alle lezioni di armonia o storia della musica siano utili per il suo studio e di come comprendere la forma di una sonata di Beethoven possa trasformare la sua esecuzione da “suonare” a “fare musica”, per usare ancora parole di Giulini. Gli insegnanti di strumento dovrebbero aiutare il ragazzo ad acquisire questa maturità.La realtà, purtroppo, è molto diversa: anche solo la coscienza che i giovani hanno della letteratura musicale è limitata al repertorio del proprio strumento, né scuole e conservatori sono tenuti a incentivare l’ascolto, visto che esso non è contemplato nei programmi. E la buona volontà dei pochi singoli deve spesso scontrarsi con difficoltà burocratiche e mentalità arretrate. Senza entrare nel merito, si sta poi delineando una riforma che invece di aggiornare direttive vecchie di quasi un secolo, depaupera ulteriormente gli obblighi per gli studenti. Ma attenendosi solo agli ordinamenti attuali, non c’è alcuna attenzione né alla musica contemporanea, né alle prassi esecutive con strumenti d’epoca. Anche i complessi da camera non sono presenti in tutte le scuole di musica. Ma non è tanto una questione di programmi, quanto di una mentalità dove tutto sembra finalizzato al momento in cui, a conclusione di un anno di studi ci si ritrova da soli su un palco, con un violino in mano, o davanti ad un pianoforte. Ci si dimentica che la musica insegna prima di tutto, come dice Abbado, un atteggiamento etico di ascolto dell’altro.
Stefania Navacchia

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Addio musica classica

Notizie come questa, sentite di sfuggita alla tivù nei tigì di ieri, mi fanno riflettere su quanto sia grande la mia ignoranza per quanto riguarda la musica classica, chi la compone e chi la dirige.
Non so, sinceramente, fino a che punto sia un’ignoranza colpevole e fino a che punto sia solo inevitabile e dovuta ad un insieme di circostanze contingenti, vale a dire origini proletarie che di più non si può e insegnanti di educazione (chiamiamola così) musicale decisamente incapaci e lontani anni luce dal saper trasmettere amore e passione per questa materia.La prima causa forse sarebbe stata facilmente superata se non si fosse aggiunta la seconda. Se non hanno colpa i genitori per il fatto di non aver potuto frequentare livelli di scolarità elevata ed adeguata anche ad affinare il gusto estetico nella sua estensione più grande (quindi non solo per la musica ma anche per l’arte e la letteratura), il fatto di aver avuto insegnanti indegni di tale termine è davvero grave.Ricordo alle medie un vecchio prof ormai prossimo alla pensione che più che far ascoltare la musica parlava di musica, dei suoi trascorsi personali (si dilettava di suonare il violino) castigandoci ogni tanto con penosi e insensati esercizi teorici di solfeggio “un due doo ree mi faa ecc…uno in battere due in levare ..”. Già era uno strazio disegnare la chiave di sol bella decente sul pentagramma, poi bisognava fare calcoli complicati per vedere quante seminime ci stanno in una minima e se la matematica e le frazioni non sono un’opinione sicuramente me ne veniva un’uggia tremenda che non si può dire.La fortuna fu più benevola l’ultimo anno delle medie quando venne una prof che non suonava nulla di nulla, straparlava ogni tanto di Bach e di Beethoven ma che, soprattutto, era fissata con la “Marsigliese”. Forse era l’unico disco che possedeva, non saprei, so solo che spesso la faceva ascoltare fino a farcela imparare a memoria e cantare più volte. Molto patriottica, indubbiamente. Peccato che noi non siamo esattamente francesi e, forse, “Fratelli d’Italia” sarebbe stato più adeguato alla situazione. Ma glissons. Alle superiori la tragedia toccò il suo culmine con un prof buono come il pane, credo musicista sinceramente compreso nel suo ruolo e nell’intimo, tanto che strimpellava il pianoforte (sempre e solo “Per Elisa” e la sonata “Al chiar di luna” di Beethoven, tanto che oggi non li posso sentire senza provare un leggero moto di fastidio).

Anche lui, però, ci sfinì per quattro anni con esercizi di solfeggio teorico e inutile, disastrosamente incomprensibile per me: a cosa serve tanta teoria se poi non si mettono mai le dita su una tastiera tanto per vedere come caspita “parlano” queste note musicali?
L’unica cosa positiva era l’ascolto di qualche disco ogni tanto, tanto per dare un’infarinatura generale su qualche compositore famoso. Per forza che poi una cerca sollievo e conforto nelle schitarrate rock…Come si fa ad apprezzare una cosa che viene insegnata così male, come se fosse un castigo divino anziché una gioia dell’anima? Per fortuna, non è mai troppo tardi anche per rendersi conto dei propri disastri personali e cercare di porvi rimedio, in qualche modo. Accantonata per sempre l’idea di imparare a suonare uno strumento (ci fu, a dire il vero, qualche tentativo poco convinto con una chitarra… faceva tanta atmosfera e stile post sessantottino, ma le pennate che ne uscivano, frutto di infruttuosi studi da autodidatta, erano così penose che fu relegata in soffitta; poi, in anni più recenti, si tentò, per motivi professionali facilmente intuibili, di imparare almeno a suonare il flauto dolce per accompagnare le canzoncine per bambini. Sincronizzare la diteggiatura su tutti quei buchi con l’emissione di fiato non era cosa… e in più, quando si faceva qualche esercizio casalingo c’era ogni volta il piacere di sentire ululare il cane: non si è mai capito se per contentezza o sfinimento), in anni recenti abbiamo cercato di colmare l’ignoranza abissale comprando qualche cd e andando a documentarci sugli autori. Così si scopre un mondo poco conosciuto, precluso ai suoi tempi per le ragioni che ho detto e su cui ancora gravano le ombre dell’ignoranza nella cultura di massa.Non so se la musica classica sia elitaria o no. Mi verrebbe da dire di sì, per certi aspetti, perché presuppone un gusto, delle abitudini e delle frequentazioni che sono più facilmente possibili in certi ambienti e non in altri.Non so nemmeno se abbia senso parlare di musica di serie A e di musica di serie B: mi verrebbe da dire che la musica o è fatta bene o è fatta male, a prescindere dal genere e dallo stile. Ma forse il relativismo culturale, così di moda in questi tempi, un poco si scontra con l’Estetica e le sue ragioni e i suoi criteri.

Chissà cosa direbbe Beethoven nel ritrovarsi, in ordine alfabetico, dopo Bach e i Beatles?Di una cosa però dobbiamo rallegrarci: laddove pecca la scuola e l’informazione, sopperisce il cellulare. Dobbiamo riconoscere che molte suonerie, se non altro, mettono nelle orecchie della gente alcune melodie classiche altrimenti sconosciute. Poi ci sono le suonerie dei centralini, quando resti in attesa per dei quarti d’ora prima di parlare con l’operatore di qualche servizio pubblico e ti sei ascoltato “Per Elisa” almeno centocinquanta volte.Come si vede, le vie del Signore non sono finite…

di Eliane*

La situazione descritta da Eliane è piuttosto frequente. La mia educazione musicale è passata attraverso gli stessi “passi”. L’interesse personale, peró, mi ha spinto verso un recupero personale della musica. Non esiste un problema della musica, esistono i problemi della musica : un insegnamento ottocentesco, una società in cui il denaro fabbrica la cultura (suonerie e non solo ….) ed in fondo – riconosciamolo – la nostra pigrizia.
I miei docenti conoscevano forse la musica (sarebbe tutto da verificare …) ma di sicuro non sapevano trasmettere la passione.
I giovani vanno conquistati, e questo si dimentica quando uno se li ritrova “in regalo” già belli e seduti ordinati in un’aula di scuola. Voi avvicinate mai un vostro amico alla musica procurandolgi un’emicrania con spiegazioni su un 7/8 ? Do-o-o-o-o-o-o …. Normalmente si ricorre ad un atto sociale piú semplice, delicato come un “Senti che bella questa musica”, e si fa andare il disco. … Eppoi questa storia del flauto : uno strumento ritenuto stupidamente “facile da suonare” …. mi metto anche nei panni di un professore di musica che dopo ore di strilli e fichi fastidiosi perde la voglia di insegnare. Si parta dalla percussione! Quante cose si capirebbero cosí!
L’insegnamento della musica – secondo me – deve basarsi su due canali : l’aspetto matematico e quello spirituale. Prima bisognerebbe occuparsi di far intendere “quante note ci stanno in una battuta”. Dopo molta pratica in questa disciplina (solfeggio), si passi a spiegare l’infinità di intenzioni (intensità) con cui si puó eseguire una nota con lo strumento. Sfruttiamo l’esplosività dei giovani; io farei cosí : andrei con i bambini in giardino a dare martellate su di una piastra di ferro dimostrando attraverso le loro martellate l’infinita varietà di colpi che si possono sferrare! * Terminerei chiedendo il silenzio per apprezzare poco a poco il suono che si puó produrre con dei tocchi quasi impercettibili …. o li volgiamo massacrare con l’ascolto di brani musicali per i quali sono state prodotte tonnellate di libri di critica musicale che neppure i migliori docenti di conservatorio conoscono?
La chiave della prima parte dell’insegnamento è la visualizzazione di un “fatto” temporale su di un “fatto” spaziale : “vedere” le note secondo un modello semplice. Ci sono i quaderni a quadretti? Bene : allora una battura di 4/4 è una sequenza di 4 quadratini che riempiamo con l’inchiostro. Riempito il quarto quadratino si capisce che la battuta è esaurita. Un buon strumento d’insegnamento (io l’ho usato come autodidatta) è stata una banale Yamaha RY10, una drum-machine in cui si inserivano le note e si illuminavano dei led : come dire … si capiva quando una battuta era “piena” = 4 lucette accese = non ce ne stanno piú! Che c’è di piú semplice di questo? Abbiamo una tecnologia : usiamola!
Una cosa fondamentale che ho capito con la RY10 è stata : una terzina corrisponde a 1/12! Accidenti! Non me l’aveva mai detto nessuno, eppure è una cosa cosí semplice!
Non sono un musicista né un critico musicale, ma la musica – NON grazie agli insegnanti repressi che mi ha dato lo Stato – la so capire.

di NATAS

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