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30 Novembre – 1-2-3 Dicembre 2017 Giulianova Alta
 
Un corso verso l’anima dentro al vostro flauto
 
Il corso per flauto, infatti, è stata pensato in modo che possiate entrare nella vostra anima sonora e volgere lo sguardo tutto attorno, e sentirsi avvolta in un’atmosfera dalla forte carica musicale e spirituale. Volutamente il flauto non ha volto in quanto ognuno vi si possa identificare, perché le emozioni che la musica trasmette variano in ogni persona che si mette in ascolto. “L’anima della musica” non rappresenta dunque il flauto, ma quelle composizioni musicali che, anche attraverso gli strumenti dei grandi maestri, sono state poi create, pronte per voi che le eseguirete…

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15 Settembre ore 21.00 Induno Olona, Chiesa della Madonna di San Bernardino (Varese)
 
“Johann Sebastian Bach… il flauto un piccolo organo portatile”…
 
Claudio Ferrarini flauto – Luigi Fontana cembalo
 
Il ciclo completo delle sonate per flauto traverso e cembalo
 
Sonate in g-Moll (bwv 1020)
Sonate in h-Moll (bwv 1030)
Sonate in Es-Dur (bwv 1031)
Sonate in A-Dur (bwv 1032)
Sonate in C-Dur (bwv 1033)
Sonate in e-Moll (bwv 1034)
Sonate in E-Dur (bwv 1035)
 
Il flauto traverso, fu uno degli strumenti prediletti dal Settecento lo testimonia il ciclo delle 7 sonate di J.S.Bach. Realizzate negli anni di Köthen – la città della Turingia dove Bach risiedette dal 1717 al 1723 e dove videro la luce alcuni dei suoi maggiori capolavori strumentali, tra cui i “Concerti Brandeburghesi” e le Suites per violoncello – le opere bachiane per flauto rappresentano per varietà di concezione, ricchezza di soluzioni, splendore formale, un punto di riferimento obbligato nella pur vastissima letteratura flautistica del XVIII secolo.
 
Eseguire in unica sera tutte le sonate di Bach è un esercizio di meditazione, di concentrazione sulla poetica di questo grande genio, in un unica serata “Libero la vita che è dentro agli spartiti…”La musica non ha nazionalità, è di tutti quelli che lo sanno ascoltare, e ascoltare Bach ci libera la mente e innalza la nostra anima al cielo infinito….

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Se volte ritrovarlo attraverso il nostro cuore
“Amarcord… Rota la magia degli affetti speciali”

• 9 Settembre, Castello di Colloredo di Monte Albano (UD) ore 20:45 Claudio Ferrarini flauto Emanuela Battigelli arpa
serata con solo musiche del magico NINO ROTA….vi aspettiam….
#FestivalBieleStele
https://youtu.be/htqPlZCaOWw

Vi racconteremo che…..
Rota era un bambino prodigio, a quattro anni suonava già il pianoforte e possedeva già quelle qualità che lo avrebbero contraddistinto per tutta la vita e che gli avrebbero permesso di compiere lavori straordinari: un raffinatissimo istinto3 e una geniale intuizione. Egli si divertiva a suonare e a comporre, e il suo talento era emerso fin dalle prime improvvisazioni in cui si scorgeva il suo immenso estro creativo4. Rota era immerso fin da piccolo in un ricco ambiente musicale e la sua casa era da sempre frequentata da artisti quali Ildebrando Pizzetti, Alfredo Casella e Arturo Toscanini, quindi la musica era una realtà quotidiana e familiare. Per Rota la musica era un divertimento, un gioco ed egli aveva sempre un approccio ludico e istintivo a essa: egli componeva e improvvisava in maniera sempre libera e non intrappolata in schemi rigidi, le sue musiche erano sempre evocative e facevano venire in mente allo spettatore delle immagini6. Sulla sua genialità la mamma di Rota sosteneva:

A otto anni, Nino improvvisava al piano e armonizzava naturalmente, quasi i tasti si presentassero sotto le sue dita tutti intonati e giusti. […] Il mondo dei suoni lo incantava senza meraviglia. Ci cresceva in mezzo ed era la condizione naturale del suo vivere. Non sentiva che musica in casa…

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Venerdì 1 Settembre ore 17.30 organizzato in collaborazione al Comune di Salsomaggiore Terme, con contributo della Provincia e Regione Emilia Romagna. “Stravinskij – Rachmaninoff la musica che non piace a Putin” un programma all’insegna della Russia dopo lo Zar nel nuovo appuntamento del Slowflute Festival al Salone Moresco di Salsomaggiore Terme, la sala creata in forma sferica per sentire il suono stero fonico, prima ed unico esempio in Europa.

A distanza di due settimane dal Festival, Claudio Ferrarini flautista torna a Salsomaggiore Terme, dove è direttore artistico, con un concerto da non perdere che inanella due celeberrimi pezzi della musica russa e non solo spaziando fra Stravinskij neoclassico con la rivisitazione del Pulcinella Suite tratto da Pergolesi e Vivaldi, alla formidabile e nostalgica Sonata op.19 per violoncello e piano di Rachmaninoff, nella trascrizione per flauto dallo stesso Claudio Ferrarini, proposta in prima esecuzione mondiale. Ciascuno dei brani in programma però vale la serata: cuore del programma è la Sonata op.19; la musica di Rachmaninoff diventata famosissima come colonna sonora di Shine, e quella Stravinskij la Sagra della Primavera nel film Fantasia di Walt Disney. Inoltre tutti e due i compositori a loro modo, sono artisti che hanno costruito il loro successo in esilio, e questo aspetto biografico si percepisce, a tratti, nella musica intensamente nostalgica. Ad accompagnare il flauto d’oro di Claudio Ferrarini, la pianista giapponese Aki Kuroda considerata dalla stampa specializzata tra i tre più grandi pianisti principali del Giappone, insomma un debutto da non lasciarsi scappare. Ingresso libero a offerta libera per Save the Children.

Aki Kuroda pianoforte

Terminati gli studi di pianoforte presso la Tokyo National University of Fine Arts.  Vincitrice di numerosi premi in ambito nazionale e internazionale (French Music Competition, Premio Speciale per l’Esecuzione del Repertorio Contemporaneo al Contemporary Piano Music Competition in Spagna, Contemporary Music Competition della Japan Society for Contemporary Music) ha preso parte a importanti rassegne tra i quali ISCM World New Music Days, Suntory Summer Festival ecc., realizzando numerose prime esecuzioni. Oltre all’attività di pianista, compone musica per trasmissioni e spot pubblicitari televisivi curandone la trascrizione. Kuroda collabora attualmente con illustri musicisti tra cui Giorgio Bernasconi (direttore d’orchestra), Alessandro Carbonare(cl.), Elena Casoli (chit.), Ole Edvard Antonsen (tr.), “Quartetto Prometeo” . Ha rivolto particolare attenzione ai lavori di Piazzolla, a cui sono dedicati i suoi primi album da solista (Japan Victor). Kuroda è apprezzata non solo come pianista di musica classica e contemporanea, ma anche come interprete di tango e jazz., e ha inoltre ottenuto grande consenso in tutto il mondo per la sua registrazione di musica per videogiochi “FINAL FANTASY X. XIII, Piano Collection”. Nel 2004 ha pubblicato l’album “Tarkus & Pictures at an Exhibition”, dedicato ai lavori di Keith Emerson. Nel 2008, nell’ambito del festival Spazio Musica di Cagliari, ha eseguito la nuova composizione di Sylvano Bussotti, “La Tastiera Poetica”. Aki Kuroda ha ottenuto delle reputazioni piuttosto stimate ricevendo 5 stelle dalla BBC Music Magazine anche dagli altri  per il disco uscito dalla casa discografica Ordradek che s’intitola “Firebird” nel 2014. Membro della commissione dell’Associazione Nazionale Giapponese dei docenti di Pianoforte “PTNA”

Ha una discografia di 170 titoli e segue la filosofia del tao. È animalista (chiedetelo al suo gatto) e con la sua nuova 124 Spider vuole portare Brahms in pista.

È Claudio Ferrarini, icona del flauto italiano e tra i pochi flautisti al mondo a chiamare per nome i propri strumenti, il “Bach” e il “Paganini”, rispettivamente il primo flauto in platino e l’ultimo in oro del grande costruttore Joh. Hammig di Lahr Baden-Württemberg (D).

Un abbinamento perfetto dove suono, virtuosismo e narrazione creano un mix decisamente sopra le righe (o del pentagramma, se preferite): Ferrarini è atteso dal pubblico delle sue tournées mondiali (che lo segue con oltre mezzo milione di followers su twitter e 82.500 twitters fatti) e apprezzato dalla critica con i toni entusiastici di USA Today («Oltre a suonare con trasporto e scandito virtuosismo… ci trasporta in una vera estasi al cuore e all’anima»), dell’American Record Guide («…suono formidabile e la tecnica notevole»), e La Repubblica («con Claudio Ferrarini è protagonista il virtuosismo assoluto, la freschezza del suono con una sensibile inclinazione al bel canto»).

Claudio Ferrarini è nato a Zurigo da genitori italiani, cresciuto in una famiglia dai variegati interessi culturali, che tuttavia non annovera musicisti di professione tra i suoi membri, ha manifestato spiccate doti musicali fin dalla prima infanzia.

Titolare della cattedra di flauto solista presso il Conservatorio di Musica di Parma, la maggior istituzione musicale della città, terra dalle cui nebbie e passioni teatrali ha assorbito tratti un po’ speciali, sanguigni, sia nella voce del flauto sia nell’impegno per la lotta contro ogni forma di barriera architettonica e il suo impegno civile lo ha visto anche assessore alla cultura del comune di residenza Sala Baganza (Pr).

Con impegno tao (la tecnica del pa tuan chin applicata al flauto gli permette di sperimentare nuove vie espressive) Ferrarini tiene masterclass da oriente a occidente ed il suo repertorio discografico per flauto è, attualmente, tra i più vasti (un totale di 13.260 minuti di musica, ovvero 10 giorni di ascolto ininterrotto…).

È tra i flautisti europei più rappresentati su iTunes dove l’ampia offerta di album rispecchia l’intensa attività di riscoperta del repertorio flautistico, dal barocco al contemporaneo, con frequenti tappe sonore legate al fecondo universo della trasposizione, non trascurando il pop, la musica da film e il Jazz. Di questo ha sempre reso partecipe il pubblico dei propri concerti, instaurando con gli ascoltatori un rapporto di cordiale partecipazione umana, oltre che culturale, in tutte le sedi concertistiche dove hanno luogo le sue performances.

Allievo di giganti del flauto, da Moyse a Gazzelloni, da Nicolet a Klemm sino a Schulz studia però assieme al suo gatto, col quale sogna, in un futuro prossimo, di veder meno ogni crudeltà contro gli animali. Pur amando il fruscio degli antichi manoscritti (sui quali studia quotidianamente) Claudio Ferrarini ha abbandonato lo spartito tradizionale in favore di un più “ecologico” tablet: la tecnologia viene in aiuto e consente di non abbandonare mai il pentagramma ovvero gestualità e concentrazione sono totalmente dedicate alla musica. A tal fine ha svolto scrupolose ricerche filologiche, animate da quello spirito critico e da quella curiositas che da sempre accompagnano la sua attività d’interprete.

L’amore per Paganini è una specie di karma: perché se è vero che il funambolico violinista studiava il flauto per imitarne il canto, Ferrarini canta con il flauto il diabolico virtuoso.

Appassionato di motori, quando guida la sua 124 Spider è di una lentezza esasperante, prudenza sulla strada che vorrebbe testimoniare sulle più importanti piste d’autodromo d’Europa, a 90 Km/h – con la cappotta abbassata, il braccio appoggiato alla portiera e lo stereo a tutto volume che suona la sua ultima incisione delle Sonate di Brahms per flauto e pianoforte. Dal 2016 Claudio Ferrarini incide in esclusiva mondiale CD e DVD con Limen Music, con le collane “Il Flauto Di traverso”, “Breathless” e “FluteLand”.

 

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 Tra gli affreschi del Galileo Chini del Salone Moresco a Salsomaggiore Terme, dove “ognuno ha una favola dentro, che non riesce a leggere da solo. Ha bisogno di qualcuno che, con la meraviglia e l’incanto dei suoni, la legga e gliela racconti…”

 Terzo appuntamento dedicato alle descrizioni musicali allo SlowFlute Festival, Venerdi 25 agosto, ore 17.30, presso il Salone Moresco di Palazzo dei Congressi a Salaomaggiore Terme. Sarà il concerto “Quadri in Esposizione”, con il Duo Pianistico Nicora-Baroffio, che si esibirà in un programma dedicato agli affreschi musicali, ispirati all’arte pittorica, che culminerà nei celebri Quadri di un’Esposizione di Musorgskij, per proseguire in questo viaggio musicale con la Holberg suite del pianista e compositore norvegese E. Grieg, con la meravigliosa Petite suite del francese C. Debussy. Il duo pianistico, formato da Chiara Nicora e Ferdinando Baroffio, è attivo dal 1992 ed ha tenuto concerti in Italia e all’estero con il consenso di pubblico e di critica. Entrambi gli artisti hanno all’attivo un’intensa carriera solistica e in formazioni da camera, che li ha visti impegnati in collaborazioni con i più prestigiosi Enti in Italia e all’estero: Orchestra Barocca di Bergamo, Milano Classica, Orchestra Guido Cantelli, Gioventù Musicale, Musica Rara, Incontri col Maestro, Asolo musica, La Biennale di Venezia

CHIARA NICORA Dopo aver studiato con la prof. G. Li Bassi, si diploma in pianoforte presso il Conservatorio di Firenze conseguendo il massimo dei voti. In seguito studia con S. Perticaroli, A.Lonquich, L. Romanini e M. Mika. Nel 1993 si diploma in clavicembalo sotto la guida di Laura Alvini presso il Conservatorio “G.Verdi” di Torino e frequenta corsi e seminari di fortepiano, cembalo e musica da camera tenuti da C. Banchini, R. Gini, M. Henry, C. Chiarappa ed E. Fadini. Svolge attività concertistica sia come pianista che come cembalista collaborando con vari gruppi e orchestre da camera quali il Trio Benedetto Marcello, l’Orchestra Barocca di Bergamo, Milano Classica, l’Orchestra Guido Cantelli, il Coro e Orchestra Ars Cantus, Il Viaggio Musicale, I Solisti di Pavia, l’Ensemble concertante d’archi della Scala, l’Orchestra Verdi, I Pomeriggi Musicali, con cui ha suonato in varie città italiane ed estere anche in qualità di solista. Ha collaborato con E. Dindo, P. Borgonovo, F. De Angelis, F. Biondi, O. Dantone, C. Chiarappa, M. Fornaciari, M. Mecelli, B. Cavallo e ha suonato in duo con L. Alvini. Ha inciso per le case discografiche Bongiovanni, Map e Frame suonando su strumenti originali. In duo con Alessandra Molinari è risultata vincitrice della borsa di studio indetta dalla Fondazione Cini di Venezia all’interno del Corso di perfezionamento dedicato alla romanza da camera nell’età di Bellini. Si è laureata in discipline delle Arti della Musica e dello Spettacolo (DAMS) presso l’Università di Bologna conseguendo il massimo dei voti e la lode. Si è diplomata in Musicoterapia presso “la Cittadella” di Assisi e svolge un’intensa attività didattica e come collaboratrice pianistica. Ha conseguito il diploma accademico di II livello in discipline musicali presso il Conservatorio di Milano. E’ docente presso Conservatorio di Sassari e presso il Civico Liceo Musicale di Varese. Ha recentemente pubblicato il libro “Angeli musicanti. Itinerario musicale negli affreschi delle chiese di Varese e delle cappelle del S. Monte” ed. Benzoni.

FERDINANDO BAROFFIO intraprende lo studio del pianoforte all’età di otto anni e si diploma, sotto la guida di Lina Bodini Mazza, al Conservatorio “G.Verdi” di Milano. In seguito partecipa al corso di perfezionamento triennale dell’Accademia “G.Marziali” di Sevesotenuto da Bruno Canino e collabora alle classi di musica da camera di M. Sirbù, C. Chiarappa, D.Shafran e di G.Cambursano. Nel 1993 segue la Maisterklasse di pianoforte al Conservatorio di Berna e partecipa ad un corso di perfezionamento tenuto da Pier Narciso Masi.Classificato ai primi posti in numerosi concorsi nazionali ed internazionali svolge attività concertistica in Italia e all’estero suonando, sia come solista che in formazioni cameristiche, per prestigiose Associazioni Musicali (G.O.G., Gioventù Musicale, Musica Rara, Incontri col Maestro, Asolomusica, Agimus, Schlosskonzerte-CH, Adiam-FR, La Biennale di Venezia, Asam, Settimane musicali di Stresa). Ha preso parte all’integrale delle sonate di Prokofie’v alle Settimane Musicali di Stresa e di recente ha eseguito nella sala “G.Verdi” del Conservatorio di Milano la Fantasia-Corale op.80 di L. van Beethoven per pianoforte, coro e orchestra, pubblicato su CD.Dal 2005 collabora con produzioni teatrali realizzando musiche originali di scena per vari spettacoli, “Sarete miei testimoni” per le produzioni Vaticane, “La Bottega dell’Orefice” di K. Wojtiya, “Mela” di D.Maraini per il teatro Filodrammatici di Milano, “Etty Hillesum, cercando un tetto a Dio”,”Sogno di una notte di mezza estate” di W. Shakespeare, “Stabat Mater” di T.Scarpa (Premio Strega 2009, teatro dei filodrammatici-Milano) e “Avevo un bel pallone rosso” di A Demattè (premio Riccione 2009, teatro stabile-Bolzano).Ha scritto le musiche per la serata-evento per la celebrazione dell’anniversario della Costituzioneitaliana nella sala dei 500 a palazzo Vecchio di Firenze alla presenza del Capo dello Stato in trasmissione diretta su RAI 1.E’ docente di pianoforte principale presso il Civico Liceo Musicale di Varese e all’Accademia Vivaldi di Locarno CH .

 

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Venerdi 18 Salone Moresco di Salsomaggiore Terme alle ore 17.30

ROSSINI MON AMOUR

Dopo il grande evento dedicato a Verdi’s Mood…. a modo nostro, con tantissima gente ad applaudire le melodie immortali del nostro Beppe nazionale, testimonia che ancora questo immortale compositore suscita forti emozioni in tutti noi.

Venerdi 18 nel salone Moresco di Salsomaggiore Terme alle ore 17.30, prosegue SlowFlute Festival con un programma dedicato al 150 della morte di Rossini che cadrà nel 2018.

Programma interamente incentrato sulle opere più prestigiose del cigno Pesarese, dal Barbiere si Siviglia nella trascrizione di Diabelli, al Mosè secondo Paganini, e alla Cenerentola rivisitata da Chopin. Seguirà una serie di canzoni dalle Les soirèes musiclaes pubblicate nel 1835 a Parigi dove il musicista si era ritirato: I testi provengono da Metastasio, Pepoli e Giacomo Leopardi il quale dedicò un’epistola, spesso ospite di Rossini nella capitale francese.

Il concerto racconterà la vita biografica di Gioacchino e tanti aneddoti divertenti della sua vita, in un percorso di storia e vita che affascina sempre la leggendaria storia dell’Opera italiana.

Al flauto d’oro il virtuosismo di Claudio Ferrarini e sarà accompagnato al pianoforte del esperto Rossiniano e direttore d’orchestra Sergio Piccone Stella. Ingresso libero a offerta libera per Save the Children.

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Da agosto a gennaio 12 concerti alle Terme Berzieri di Salsomaggiore

Ritorna la lunga stagione di Slowflute Festival

Nona edizione dedicata al benessere dell’ascolto

Il benessere inizia dall’ascolto, musica a Km zero”: questo il motto da cui prende vita la nona edizione di Slowflute Festival, ormai conosciuto come il più ricco cartellone musicale della provincia.

Con 12 concerti e 40 artisti lo Slowflute Festival 2017 si propone infatti come un articolato dialogo musicale che, da agosto a gennaio 2018, offre una vasta tavolozza di generi, autori e stili interpretativi, dal fascino del grande repertorio classico sino alla scoperta di grandi compositori contemporanei quali Paolo Castaldi.

Organizzato dall’Associazione Slowflute assieme al Comune di Salsomaggiore con il contributo della Provincia di Parma e della Regione Emilia Romagna. Slowflute Festival (direttore artistico Claudio Ferrarini) ospita esecutori quali il forte pianista Michele Bolla, il duo Vadim Tchijik e Anna Carrere, i pianisti Chiara Nicora e Ferdinando Baroffio, il Trio Sinfonico, il Duo Ida Maria Turri e Stefano Romani, il cembalista Luigi Fontana, il fisarmonicista Gino Zambelli, la pianista giapponese Aki Kuroda, il percussionista Paolo Pellegatti, la danzatrice Sara Catellani

Da evidenziare inoltre due significativi cicli di concerti, il primo dedicato alle Sonate in duo di J.S.Bach (l’integrale delle sonate  per flauto) e il secondo dedicato a una rilettura delle pagine significative delle Opere di Verdi, con un Verdi dal classico al Jazz.

Arricchisce il festival l’ormai attesa serata con la presenza del Complesso bandistico “Città di Salsomaggiore Terme” diretto da Claudio Bompensieri, in un programma dedicato alle mosche dei cartoni animati.

Il Festival si concluderà il 6 gennaio 2018 con un pomeriggio dedicato ai più piccoli, con le più belle fiabe dedicate agli animali (Il Carnevale degli animali di Camille Saint-Saëns) e la presenza sul palco della danzatrice Sara Catellani.

Evento collaterale a tutti i concerti di Slowflute 2017 sarà l’esposizione permanente di prodotti tipi della GVERDI è il brand ambasciatore di Cibo e Cultura nel mondo, che firma le eccellenze alimentari italiane, come il Maestro usava fare. Il grande musicista Giuseppe Verdi era infatti anche un buongustaio raffinato e un vero esperto di Cibo. Chiamato da Slowflute Festival per la sua spiccata sensibilità verso la cultura del cibo e in stretta sinestesia con la filosofia del festival.

Non di rado Slowflute Festival è fertile terreno per la nascita di originali iniziative quali ad esempio il concerto con Michele Bolla dell’edizione 2017, trasformato in un singolare progetto discografico e video a cura dell’editore Limen Music, dedicato al centenario della morte di C.Debussy.

Come sempre l’ingresso ai concerti è libero, con possibilità di offerta devoluta all’Associazione Save the Childrens.

 

15Agosto Piazza Libertà ore 21.30

Verdi’s Mood 

Claudio Ferrarini Flauto – Gino Zambelli Fisarmonica

Paolo Pellegatti Batteria – Riccardo Paini Chitarra e Basso

 

18 Agosto Terme Berzieri ore 17.40

Rossini mon Amour!…

Claudio Ferrarini Flauto

Sergio Piccone Stella Pianoforte

 

25 Agosto Terme Berzieri ore 17.40

Quando i Quadri suonano…

Chiara Nicora Pianoforte

Ferdinando Baroffio Pianoforte

 

1 Settembre Terme Berzieri ore 17.40

La musica che non piace a Putin 

Claudio Ferrarini Flauto

Aki Kuroda Pianoforte

 

8 Settembre Terme Berzieri ore 17.40

Quando si suonava forte e piano

Michele Bolla Fortepiano

 

16 Settembre Terme Berzieri ore 17.40

Bach il genio che amava la birra..e non solo

Claudio Ferrarini Flauto

Luigi Fontana Cembalo

 

22 Settembre Terme Berzieri  ore 17.40

Arie da mezzo….Soprano

Ida Maria Turri Mezzo Soprano

Stefano Romani  Pianoforte

 

29 Settembre Terme Berzieri ore 17.40

La musica che non piaceva a Stalin 

Vadim Tchijik Violino

Anna Carrere Pianoforte

 

13 Ottobre Terme Berzieri  ore 17.40

Sinfonie d’autore….

Trio Pieceno Classico

Luca Magni Flauto

Davide Martelli Pianoforte

Daniela Tremaroli Violoncello

 

23 Dicembre Teatro ore 17.40

Quei suonati dei CARTONI ANIMATI …

Claudio Ferrarini Flauto

Banda Città di Salsomaggiore Terme

Claudio Bonpensieri Direttore

 

29 Dicembre ore 21.15

Marco Polo….oltre gli spaghetti…

Claudio Ferrarini  – Li Nan Flauti

Ayumi Mastumoto Pianoforte

 

6 Gennaio ore 17.40

Il Carnevale degli Animali

Claudio Ferrarini Flauto

Ayumi Mastumoto Pianoforte

Sara Catellani Danza

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In prossima uscita il secondo volume delle sonate di Brahms.Dopo l’integrale di quelle per violino (primo volume), qui ci sono quelle per violoncello, nella versione flauto e pianoforte. Il secondo volume e poi ci sarà il terzo per colmare tutta l’operazione con sette Sonate nuove per flauto. In questa operazione di “rereading” delle sonate di Brahms ci ho messo tutta la mia anima sonora, trovando un equilibrio tra colore e dinamica, passare dal violino, al violoncello e poi alla viola o clarinetto, non è certo facile, ma il cuore mi ha aiutato, le emozioni non hanno misure, non hanno confini, non hanno tempo. La bellezza di queste sonate di Brahms, si impadronisce del corpo per avere il permesso di passarvi attraverso e raggiungere l’anima.Le cose belle non finiscono mai davvero, si trasformano in qualcos’altro…… Buon ascolto a tutti

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Per me entrare nel carcere è stato un esperienza umana che mi ha colpito l’anima. Portare la musica in questo luogo è una cosa che ti penetra dentro al cuore…. Quello che ti colpisce sono le mura che respirano la sofferenze, quello che senti è la disperazione, i colori quasi si spengono, e la luce quasi si vergogna ad illuminare queste mura. Del carcere si parla per dire delle condizioni, non delle relazioni. Del carcere si parla senza parlare dei carcerati. Senza intervenire sulle misure delle pene e sulla qualità della efficacia sociale. Non si fa distinzione tra i reati. Si incasellano senza adeguata corrispondenza di trattamento. Ci sono i comuni, quelli di reati minori, gli autori di crimini orrendi, le organizzazioni mafiose. Queste ultime sono trattate secondo disposizioni d’eccezione. Non si da conto per esse dell’intricarsi di una guerra sociale e di un esercizio di potere e di sfruttamento economico. Non si riesce a parlarne senza confondersi, tanto è l’intricarsi di effetti e cause diverse e complesse. Ci vuole il concorso di tutti, dai magistrati ai cittadini, dai legali agli illegali, dalle forze di polizia ai cittadini. Il detenuto deve poter diventare una risorsa per la società. Deve essere messo in condizioni di essere presente nella società, di scegliere di essere presente nella società, seppure in detenzione. Diventare una risorsa sociale non significa indulgere o scarcerare. Significa ricostruire dove le costruzioni non era tali. Significa far diventare ciò che non si è stati e che si era come persone che non hanno mai avuto modo di essere tali, travolte da condizioni e perduti alla possibilità di una diventa che solo la società comune può permettere. Le condizioni spiegano le cose, sono le relazioni che le cambiano. Bisogna cambiare le relazioni, in carcere, nella comunità carceraria, e tra il carcere e la società. Dovremmo tutti visitare un carcere, questo forma il carattere, ti fa riflettere che basta un attimo perché il mondo diventi, senza luce… Sono tante le attività in carcere, e di tante c’è bisogno ancora. Occorre considerare il carcere nella sua interezza, nella sua complessità, non per sfuggire a responsabilità, ma per ritrovare le vie sociali alle identità smarrite o mai avute, distorte o mai vissute. Io ammiro chi mi ha fatto entrare, tra queste mura, chi porta conforto, e chi mi ha fatto riflettere che perdonare è un gesto artistico, bello, coraggioso e doveroso verso l’umanità…

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Il 6 Gennaio nella bellissima sala delle Terme del Berzieri di Salsomaggiore Terme (PR) alle ore 16.00 si terra il tradizionale concerto dedicato ai bambini in occasione della Epifania. Il concerto è offerto dall’Associazione Slowflute con il patrocinio dalla Regione Emilia Romagna, Provincia di Parma e Comune di Salsomaggiore Terme e il tema di questo anno sarà: “Danzando il cinema”. Trio d’eccezione per questo nuovo evento, Sara Catellani danza, Claudio Ferrarini flauto, Riccardo Yoshua Moretti pianoforte e compositore. Le musiche straordinarie di Rota, Morricone, Williams e Moretti accompagneranno questa fantasia musicale che coinvolgerà anche i bambini presenti che parteciperanno all’evento danzante creando loro stessi le coreografie sui brani musicali in programma. I bambini presenti sono parte integrante del concerto, creando una nuova e non slegata immagine, ma strettamente compenetrata, a tal punto da divenirne un tutt’uno contribuendo a definire una realtà sospesa, evanescente, eterea, indefinita. Al termine della manifestazione sarà estratto il nome del vincitore del quadro donato da Vittorio Ferrarini ispirato alle musiche della nona edizione. Ingresso a sostegno di Save The Children.

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Il 20 Dicembre a Salsomaggiore Terme al Nuovo Teatro di Salsomaggiore alle ore 21.15

Concerto i “CANTI DI NATALE DAL MONDO”

Torna il tradizionale concerto di Natale allo Slowflute Festival nona edizione, nella stupenda cornice del Nuovo Teatro di Salsomaggiore Terme martedì 20 dicembre si esibiranno il Complesso Bandistico “Città di Salsomaggiore Terme” con il flauto solista Claudio Ferrarini, diretti da Claudio Bompensieri e tantissimi ospiti tra cui: Gruppo Strumentale dell’Istituto comprensivo di Salsomaggiore Terme con più di 30 bambini che suoneranno il flauto diritto, G.Londini voce, O. Hoblyk pianoforte, C.Gatti chitarra M. Curti batteria, per un bellissimo progetto di “CANTI DI NATALE DAL MONDO”. La serata è un viaggio nella tradizione dei canti natalizi da tutto il mondo, partendo da quelli irlandesi, fino ai portoghesi e anglosassoni, russi, senza tralasciare la canzone popolare come Natale di De Gregori, a quella napoletana partenopea, per finire nel immancabile “Happy Christmas (war is over)!”, di John Lennon (e Yoko Ono), diventato ormai un vero e proprio cult della tradizione natalizia nonostante sia “solo” risalente al 1971. Ingresso ad offerta per Save the Children. CANTI DI NATALE DAL MONDO è’ un mood, è il gusto per la vita, il nostro sguardo sul mondo, l’amore per la musica, , è il viaggio tra culture Occidentali ed Orientali, la speranza di poter contribuire, attraverso il fare musica insieme, a far crescere un mondo migliore.

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Non tutti gli addii si compiono adagio, consensualmente, a tappe. Alcuni sono improvvisi e lasciano un silenzio e un vuoto totali. Contrariamente a quando avviene con la separazione, con la morte, ci si separa da qualcosa senza che non possiamo vivere se non attraverso il ricordo. I nostri ricordi di Vincenzo Raffaele Segreto, si perdono nel tempo, quando studenti ci si frequentava per l’amicizia in comune con la sorella violinista, quante avventure, tra musica Rock, musica contemporanea, barocca e poi la lirica, qui a Parma. Serate insieme di spensierata bellezza, interminabili discussioni, esagerate preferenze musicali, di tutta la nostra compagnia. Abbandono è un verbo passivo, implica la cancellazione dell’altro, e non ci posso credere , che non ci vedremo più, che non potrai più scrivere, le due sottili parole sulla musica che suonavo, e suonavano. Quante uscite insieme, sono infinite, tra canti e musica. Non vederti è una perdita di equilibrio, quel vedersi da lontano sulla bicicletta, o ai concerti dove tu venivi a scrivere parole belle e delicate. Ci accorgiamo di quanto ci manchi, ora, come forse negli ultimi tempi davamo per scontato la nostra presenza. La nostra narrazione non è più condivisa, il vederci e abbracciarci, tra le nebbie di Parma, il tuo costante interesse per il mio flauto, ora tantissimi ricordi tornano alla mente, e indelebile la tua voce, il tuo parlare sereno e positivo, ora sei “pianto” il tempo per me si è fermato, ci hai lasciato, se il tempo dell’Amore è circolare, ora ritorna lineare. Le separazioni sono tappe ineludibili del processo della vita e di crescita, questo abbandono è un evento dopo il quale si subisce un azzeramento, un vuoto di senso, infatti questo abbandono è come subire una violenza, è una cancellazione di sé e il ritorno alla solitudine. Questo tuo abbandono è totalizzante e ora non siamo come prima, so che tu sarai circondato, in quel cielo da tutti quei musicisti che abbiamo amato nelle nostre discussioni, nel nostro filosofare sulla musica, tu potrai ora parlare accanto a Bach, Mozart, e tutte quelle armonie ti accompagneranno all’infinito, e so che di certo con sentirai anche Hendrix perché per noi la musica non e mai stata un ostacolo ma un unica grande Dimensione d’Amore Infinita……ciao amico caro Vincenzo Raffaele Segretonicaws_nicawscache_40107025HR-1024x690

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Quando nasce un nuovo progetto discografico e concertistico è sempre una grande emozione…. Con Emanuele Segre in Duo Flauto e Chitarra: presto concerti e l’integrale di tutta l’opera di Giuliani per flauto e chitarra (3 Cds), le Sonate del Centone di Paganini (3 Cds)…trascritte tutte per flauto e chitarra,e per finire le Variazioni Goldenberg di J.S.Bach nella versione per flauto e chitarra integrale….tutto questo nella collana con DVD e CD della LIMEN MUSIC….duo fl e ch

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La musica attraverso il suo messaggio vuole aiutare l’uomo a non essere più semplice spettatore della sua vita ma a trasformarlo in attore protagonista, un creatore consapevole della propria esistenza, e insegnandogli a vivere appieno tutti gli aspetti della vita. La musica invita ed insegna ad amare la propria natura imperfetta ricordandogli che la perfezione è, per qualità intrinseca, irraggiungibile e quindi aspirazione inutile. A volete mi capita di analizzare la condizione umana da una prospettiva del tutto insolita rispetto alla logica comune, indispensabile punto di svolta per chi vuole andare oltre il regno dei desideri e delle proiezioni che accompagnano i tanti aneliti di libertà dell’individuo, spesso destinati a frantumarsi contro l’esperienza quotidiana. Sull’onda del Koan Zen forse più famoso, un enigma la cui soluzione può essere colta solo con un balzo dell’intuizione fuori da qualsiasi schema di pensiero, la musica mette a nudo la tragicommedia in cui l’uomo si trova a vivere, letteralmente perso in una goccia d’acqua. “L’oca è fuori!” urla il Maestro Zen al discepolo che d’acchito si ritrova a comprendere. Mentre io, con voi, invece, sono più paziente e al tempo stesso più incisivo, e musica dopo musica, vi accompagno nel cammino verso le note, la melodia, aiutandolo ad affrontare angosce, dubbi, frustrazioni, chiarendo e spiegando in che modo ciascun essere umano sceglie di vivere come un mendicante, pur avendo dentro di sé le potenzialità per essere un imperatore; e per vivere un’esistenza fondata sull’amore, sulla gioia, sulla risata.
Come la musica impetuosa
del fiume Armonico che s’infrange
alta contro le vostre orecchie,
irruente scaturì in me
e in voi
la
passione
amorosa

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Dove non va la musica………

Dopo che i grandi baracconi festivalieri hanno chiuso i battenti planando, un po’ stancamente a dire il vero, nella loro provinciale bonaccia di idee, viene un po’ la voglia di fare due conti per non sentirsi addosso la convinzione di averci visto male. Anche perché hai un bel dire che la cultura è tutta lì e che se non c’è in mezzo musica datata di almeno un centinaio di anni non è da prendere quasi in considerazione. In realtà, anche mettendo nel paniere i concerti patinati da quello specchietto per le allodole che chiamasi “evento”, i numeri parlano chiaro: la classica è in disarmo su ogni fronte, i conti lì sono perennemente in rosso, il numero di spettatori/ascoltatori è paurosamente basso rispetto ai costi, i giovani sbandierati a prospettare improbabili rinascite non vi si fanno vedere se non in percentuali di orsi albini; forse è il caso di fare uno sforzo e pensare che la cultura musicale si fa anche (ma vien da dire: soprattutto) su tutt’altri binari. Certo, si scombinano le categorie. Non è neppure facile capire chi fa e cosa resterà, chi rivoluziona e chi s’accoda, chi cammina avanti e chi interpreta il presente. Basta trovarsi di fronte un musicista d’oggi, un jazzista, un cantante o un arrangiatore, ed ecco che il nodo si fa aggrovigliato per i cultori della classica.
Facciamo qualche esempio? Prendiamo un concerto di un artista jazz. Intanto non si sa mai bene che cosa ti aspetta, a questi concerti, quello, il musicista dico, va a ruota libera, non ti spiega un brano o uno stacco, non ti fa capire se ci azzecca o no, se sa leggere note, se sa cos’è uno straccio di partitura; le categorie notarili classiche qui non sanno proprio a cosa appigliarsi. Ahimè, qui il musicista è nudo, non ha mica la parrucca di un Bach o di un Beethoven, non ha dietro i quarti di nobiltà predicati dalla storiografia a garantirne il valore indiscutibile. Di questa musica, poi, non resta nulla, si esaurisce appena finita; il musicista non la ripete mai identica, anzi a lui non interessa proprio la fissità pavloviana dell’esecuzione. Spesso non c’è nemmeno un programma, una traccia, un titoletto, niente di niente. La questione è che quel musicista vuol parlare direttamente al cuore o all’emozione, non al tuo codice di decodifica classica; ma troppa è la distanza, e andiamo a fare un altro esempio.
Prendiamo una canzonetta qualsiasi: dove starebbe qui un barlume non dico profondità, ma almeno di decenza intellettuale in mezzo a mozziconi sdruciti di poesia o frasette e cinguettii di innamorati, dov’è la maestria antica in un giro armonico di sei-sette-non-di-più accordi, dov’è la grande architettura, lo scandaglio del sentimento, la rappresentazione dell’uomo, la scenografia del sublime? Si potrebbe continuare, con questo frasario ottocentesco ormai divenuto relitto fossile a-critico dei critici. Anche qui la risposta potrebbe essere semplice e complessa allo stesso tempo: questa è la lingua di oggi, quella classica è lingua da museo.
In realtà, è nel nuovo che la modernità accade, che si coagulano energie, che si sentono accelerate più o meno prudenti verso l’inedito, è lì che si va al cuore dei problemi, che si creano pensatoi aperti al mondo e che la storia si costruisce per piccoli passi. Certo, non ci si può nascondere che c’è chi corre troppo, come tutto il jazz per esempio, da parecchi decenni in qua, che si scopre a trovarsi troppe leghe al di sotto della superficie su cui galleggia la maggior parte dei fruitori di musica moderna. Come per qualsiasi attività troppo specialistica (Bach, Mozart, Beethoven, -e altri ancora-, quando si sono avventurati su strade troppo complicate sono stati regolarmente messi da parte: qualcuno sa che alla prima esecuzione della Nona sinfonia il pubblico se ne andò a metà esecuzione? E che i suoi ultimi quartetti furono considerati per decenni un rebus per enigmisti dell’arte? Qualcuno sa che il plico-omaggio contenente l’Offerta musicale di Bach non fu nemmeno aperto), si fatica a tener dietro a questi avventurieri dello spirito. Ma in compenso c’è la tranquillo tran-tran della normalità che si rende presente nella godimento estetico della medietà sonora e ci sono cercatori di inedita umanità che si accontentano delle parole di tutti i giorni.
C’è chi fa grandi numeri e chi piccoli numeri -mai in perdita, signori-, ma questi sono gli artisti che cercano a proprio rischio le tracce possibili di un presente e di un futuro, quelle che immancabilmente la realtà aggiusterà per approssimazione al semplice.
Anche la musica è specchio del mondo.
Proveremo a decifrarlo, magari punto per punto, a piccole dosi, ringraziando già fin d’ora i visitatori del forum per la pazienza e con la convinzione che la musica è tutt’altro che morta, anzi non è mai stata così viva come oggi.

Il musicista “leggero” di oggi e’ supportato da un congegno mediatico e da un’impresa discografica che non hanno precedenti nella storia (se non per qualche flebile paragone con i mecenati delle varie epoche) e che, per loro interessi economici, spronano un certo tipo di attività culturale. Il successo di una determinata forma musicale rispetto ad un’altra mi parrebbe almeno viziato, polarizzato, quindi. La televisione e’ un mezzo di comunicazione (come pure la radio, anche se meno) che viene ascoltato spesso con distrazione. E’ difficile che in una pubblicità si preferisca usare un pezzo classico (termine improprio) rispetto ad uno leggero (anche qui termine improprio ma altrettanto efficace). Aggiungiamo anche che la musica leggera, quella rock in particolare, rappresenta spesso l’identità ed il modo di essere di generazioni di migliaia di ascoltatori. Il successo, o il valore artistico di un pezzo, viene associato più al cantante, al personaggio che egli rappresenta per l’ascoltatore, non al pezzo in se (alcuni cantanti hanno ricevuto, giustamente a mio avviso, la laurea ad honorem in scienze della comunicazione). Diversamente e’ per la classica dove, e’ vero che si guarda a quel direttore/esecutore piuttosto che a tal altro ma, ciò che più conta è l’opera eseguita.
Mi parrebbe argomento diverso il fatto che molti che si occupano di musica classica escludano a priori la cultura della musica leggera. Ma mi pare anche che molti che si occupano di musica leggera escludano, con lo stesso atteggiamento e determinazione, la cultura della musica classica. Allora chi guida l’evoluzione dell’arte?
In fin dei conti, tutte le espressioni dell’essere umano partono dai bisogni primari, e legati alla necessita’ comuni dell’essere, per sfociare, immancabilmente, in elaborazioni di tipo intellettuale che divengono, necessariamente, appannaggio di pochi. Il jazz, quello più distante dal blues dal quale e’ scaturito in origine, o dalle Big Band di New Orleans, non e’ più così popolare. Il blues, nella forma delle 12 battute (o 16), era musica del popolo ed e’ efficace a tutt’oggi. Alcune forme jazz degli anni successivi sono divenute cosi’ sofisticate da sembrare quasi atte a soddisfare le capacita’ “logico/matematiche” degli improvvisatori e non le esigenze dell’ascoltatore. Si parte dal concreto per andare verso livelli di astrazione sempre maggiori e più distanti dai bisogni originali e le fasi di questo percorso sono legate in maniera causale.

Cosa potrebbe essere, secondo lei, il nuovo all’interno del quale far accadere la modernità?
Come si fa’ a far comprendere alle decine di diplomandi/allievi dei Conservatori, o autodidatti, che il poeta, oltre a saper interpretare le poesie d’altri, deve sapere poetare egli stesso, ed universalmente? Il musicista “leggero” di oggi e’ supportato da un congegno mediatico e da un’impresa discografica che non hanno precedenti nella storia (se non per qualche flebile paragone con i mecenati delle varie epoche) e che, per loro interessi economici, spronano un certo tipo di attività culturale. Il successo di una determinata forma musicale rispetto ad un’altra mi parrebbe almeno viziato, polarizzato, quindi.

A mio avviso, proprio la presenza di un supporto economico dimostra la necessità contingente, la vitalità e la validità sociale di un genere artistico; al contrario, ciò che è finanziato per volontà esterna (le concertistiche, le stagioni liriche sono tenute in piedi al di fuori di un mercato) è destinato a venire meno perché non risponde a bisogni profondi, ma a idee culturali più o meno datate; le manifestazioni a costo zero o gratuite (ne sappiamo qualcosa noi della classica) non valgono nulla perché ciò che si regala non dimostra niente.

La televisione e’ un mezzo di comunicazione (come pure la radio, anche se meno) che viene ascoltato spesso con distrazione. E’ difficile che in una pubblicità si preferisca usare un pezzo classico (termine improprio) rispetto ad uno leggero (anche qui termine improprio ma altrettanto efficace). Aggiungiamo anche che la musica leggera, quella rock in particolare, rappresenta spesso l’identità ed il modo di essere di generazioni di migliaia di ascoltatori. Il successo, o il valore artistico di un pezzo, viene associato più al cantante, al personaggio che egli rappresenta per l’ascoltatore, non al pezzo in se (alcuni cantanti hanno ricevuto, giustamente a mio avviso, la laurea ad honorem in scienze della comunicazione). Diversamente e’ per la classica dove, e’ vero che si guarda a quel direttore/esecutore piuttosto che a tal altro ma, ciò che più conta è l’opera eseguita.

Anche qui mi sento di non essere d’accordo: Muti oggi viene applaudito e il Beethoven che ha diretto passa in secondo piano; in realtà Muti vive perché qualcuno gli ha fornito una partitura e se gli togli la partitura non resta niente perché lui non sa fare nulla di simile a ciò che ha fatto Beethoven e si vede l’abisso che separa il musicista dall’interprete; personalmente lo chiamo vivere con la parrucca di altri, e Muti è il contenitore che vive grazie al contenuto: forse il divismo fa parte della musica,visto che l’80% delle partiture non ha bisogno del direttore d’orchestra (fino a Beethoven compreso non esisteva neppure come figura), ma oggi sembra il top dei musicisti; per me è vuoto che luccica.

Mi parrebbe argomento diverso il fatto che molti che si occupano di musica classica escludano a priori la cultura della musica leggera. Ma mi pare anche che molti che si occupano di musica leggera escludano, con lo stesso atteggiamento e determinazione, la cultura della musica classica. Allora chi guida l’evoluzione dell’arte?
In fin dei conti, tutte le espressioni dell’essere umano partono dai bisogni primari, e legati alla necessita’ comuni dell’essere, per sfociare, immancabilmente, in elaborazioni di tipo intellettuale che divengono, necessariamente, appannaggio di pochi. Il jazz, quello più distante dal blues dal quale e’ scaturito in origine, o dalle Big Band di New Orleans, non e’ più così popolare. Il blues, nella forma delle 12 battute (o 16), era musica del popolo ed e’ efficace a tutt’oggi. Alcune forme jazz degli anni successivi sono divenute cosi’ sofisticate da sembrare quasi atte a soddisfare le capacita’ “logico/matematiche” degli improvvisatori e non le esigenze dell’ascoltatore. Si parte dal concreto per andare verso livelli di astrazione sempre maggiori e più distanti dai bisogni originali e le fasi di questo percorso sono legate in maniera causale.

Cosa potrebbe essere, secondo lei, il nuovo all’interno del quale far accadere la modernità?

Il nuovo è intorno a noi: sono le nostre categorie che tendono ad essere rigide per comprendere la realtà e le categorie del musicista classico sono le più ferme che io possa immaginare; un tempo la novità ci metteva secoli o decenni a muovere in avanti la storia, ora tutti sono in contatto con tutti e ciò che suona inedito in una parte del mondo immediatamente viene divulgato; là dove una musica entra nella vita delle persone facendosi riascoltare sedimentandosi nella sensibilità, là si disegna la modernità; come i popoli si incrociano, così le musiche si mescolano e il futuro sarà un crossover continuo.

Come si fa’ a far comprendere alle decine di diplomandi/allievi dei Conservatori, o autodidatti, che il poeta, oltre a saper interpretare le poesie d’altri, deve sapere poetare egli stesso, ed universalmente?

Magari averci la ricetta….Forse occorre far capire che i dogmatismi sono retaggio del passato, che occorre fare attenzione alla tecnica di oggi (gli strumenti moderni creano suoni eccezionali), che occorre porsi in ascolto di sé e della realtà che ci circonda e cercare di creare corrispondenze biunivoche.

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MUSICA, CUORE E CERVELLO

Come il ritmo agisce sul cuore e cervello
Ascoltando musiche allegre o sentimentali, esaltanti o rilassanti si verificano modifiche del sistema nervoso vegetativo che regola la pressione arteriosa, il ritmo cardiaco, la respirazione, la sudorazione e altre reazioni fisiologiche. Brani musicali come i ballabili o le marce per orchestra provocano risposte soprattutto di tipo motorio: quei momenti che ci portano, quasi nostro malgrado, a segnare il tempo con il piede o con l’oscillazione delle spalle. Altri tipi di musica possono, invece, provocare soprattutto risposte respiratorie o cardiovascolari: il respiro rallenta e il cuore decellera.
Poiché la musica è una forma di comunicazione strutturata, dotata di un suo linguaggio, gran parte della sua decodifica avviene nell’emisfero sinistro del cervello, preposto ai processi logoci, mentre il destro ne coglie i processi emotivi.
Attività cerebrale in relazione ad altri parametri fisiologici
Secondo gli studi effettuati dal neurologo canadese Robert Zatorre, della Mc Gill University di Montreal, il cervello dell’uomo reagisce alla musica con l’attivazione di alcuni centri del piacere, una reazione che avviene anche durante le cosiddette “attività gratificanti”, come l’assunzione di droga, mangiare o l’attività sessuale. Le reazioni alla musica sono ben definibili ed identificabili, in quanto alterano in modo percettibile il battito cardiaco e il tono muscolare. Ad un gruppo di studenti è stata fatta ascoltare della musica particolarmente “emozionante” in modo da provocare i brividi e la pelle d’oca. A questo punto l’attività cerebrale è stata esaminata con una tomografia a emissione di positroni (Pet), controllando anche altri parametri fisiologici del corpo, come il battito cardiaco, il ritmo respiratorio, la temperatura della pelle e la tensione muscolare. È curioso notare che la musica è un’attività astratta, a differenza del cibo e del sesso, ed è quindi priva di uno specifico valore biologico. Per spiegare questa reazione si ricorre ad un motivo molto più antropologico che scientifico: oggi la musica è intesa come intrattenimento ma nelle società primitive la pratica musicale era legata alle esigenze primarie, quali sesso e cibo, poiché era usata in tutti i rituali, come quelli di caccia e quelli di iniziazione.
Per molto tempo si è sostenuto che il linguaggio attivasse l’emisfero cerebrale sinistro e la musica quello destro ma oggi si hanno informazioni che cambiano un po’ le cose. Le reazioni sono molto più complesse, specialmente per quanto riguarda i musicisti. I diversi elementi che compongono la musica (tono, ritmo, armonia, melodia ecc.) si distribuiscono su entrambi gli emisferi cerebrali. Il cervello è però in grado di “riconoscere” la musica e la reazione è diversa da altri stimoli uditivi, come voci o rumori. Non risultano invece differenze fra le reazioni cerebrali stimolate da una sinfonia di Beethoven, una canzonetta e una musica proveniente da una cultura completamente diversa da quella dell’ascoltatore. Lo studioso Steven Demorest, dell’Università di Seattle, usando la risonanza magnetica ha dimostrato che un’antica melodia cinese produce nel cervello degli ascoltatori la stessa risposta provocata da un brano di musica classica.

la musica aiuta i bambini a sviluppare il linguaggio e a coordinare i movimenti.

La musica si conferma come un linguaggio ed un’esperienza universale, accessibile a tutti. Secondo il francese Emmanuel Bigand, dell’Università di Digione, ci sono studi che dimostrano che i musicisti professionisti e dei semplici ascoltatori utilizzano gli stessi strumenti cognitivi per analizzare un brano musicale. Sembra che tutti i bambini al di sotto dei sei anni siano dotati in maniera naturale, anche se elementare, dell’orecchio assoluto, cioè della possibilità di riconoscere l’altezza di una singola nota. Quest’abilità viene persa dalla maggior parte delle persone durante la crescita. Però tra musicisti e semplici ascoltatori esiste qualche differenza nell’attivazione delle aree cerebrali. Secondo Marina Bentivoglio, dell’Università di Verona, in alcuni casi sembra che le “disfunzioni” di cui soffrivano grandi compositori abbiano influenzato la loro creatività. Tutto questo senza tornare alla teoria esposta in Genio e follia dallo psichiatra Cesare Lombroso, secondo la quale i criminali sono il prodotto di fattori ereditari ed atavici. Queste ricerche confermano anche un luogo comune, cioè che la musica fa bene. Oggi non si crede più all'”effetto Mozart”, teoria secondo la quale sarebbe bastato ascoltare brani di questo autore per raggiungere grandi prestazioni intellettuali. Ma la musica aiuta i bambini a sviluppare il linguaggio e a coordinare i movimenti. Secondo uno studio dell’Università di Sheffield un corso di musica può aiutare un bambino dislessico a superare parte delle proprie difficoltà, mentre alcuni ricercatori dell’Università di Liverpool arrivano ad azzardare che i musicisti, sviluppando particolarmente l’area del cervello relativa al linguaggio, riescono in questo modo a prevenire alcuni danni legati all’invecchiamento. Bisogna però fare attenzione a non considerare le tecniche di indagine come una moderna frenologia, la teoria scientifica, affermatasi nel secolo XIX e oggi abbandonata, secondo cui dalla conformazione del cranio era possibile risalire allo sviluppo di certe zone del cervello, sedi di particolari funzioni psichiche. Quando si studiano i cervelli non si può generalizzare, perché le variabili individuali sono tante.

Negli ascoltatori inesperti l’ascolto della musica attiva la parte destra del cervello, quella più intuitiva (visibile in rosso).Nei musicisti si attiva la parte più razionale, cioè quella destra.

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Festival SlowFlute 2010 ;)

Essere slow, lenti, in alcuni casi non e’ sinonimo di non stare al passo; significa scegliere tutto cio’ che migliora la qualita’ di ogni esperienza, rallentando i ritmi frenetici e opponendosi ai gesti frettolosi e superficiali. La velocita’ e’ diventata la nostra catena, tutti siamo in preda al virus: contro la fast life che sconvolge le nostre abitudini, sottoponendoci ad un continuo cambiamento, proponiamo lo SlowFlute Festival che nasce per il piacere dellπascolto di quei repertori flautistici che appartengono al passato, ma che possono sviluppare il gusto del futuro. Questa cultura ci porter‡ ad un progresso, uno scambio di storie, conoscenze, progetti per assicurarci un ascolto migliore.

Calendario 2010

4 Settembre Salsomaggiore
Salone Terme Berzieri ore 21.00
Il Trombone
Kiril Ribarski trombone
Milca Sperovik – Ribarskipianoforte

12 Settembre Collecchio
Chiesa S.Prospero ore 19.00
Das Alpenhorn
Carlo Torlontano Corno delle Alpi
Francesco Di Lernia Organo

17 Settembre Langhirano
Museo del Prosciutto ore 21.00
La musica secondo Casadei
Moreno Conficconi
clarinetto
Fiorenzo Tassinari
Sax
Angelo Benelli
Violino
Vince Vallicelli
Batteria Gretsch
e orchestra di otto musicisti

19 Settembre Collecchio
Chiesa S.Prospero ore 19.00
Areofani liberi in concerto
Claudio Ferrarini
flauto
Stefania Mettadelli organo

22 Settembre Salsomaggiore
Salone Terme Berzieri ore 21.00
La vocalita’ del Lied
Ute Beckert soprano
Frank Wasser pianoforte

24 Settembre Collecchio
Chiesa S.Prospero ore 21.00
Omaggio a Bach
Pierre Hommage violino


26 Settembre Langhirano
Castello di Torrechiara ore 11.00
La magia di flauto e arpa
Claudio Ferrarini flauto
Valeria Carissimi arpa

1  Ottobre Colorno
Salone del Trono Reggia di Colorno ore 21.00
La viola da gamba nel tempo.
Da Ganassi a Hisaishi, viaggio
dal rinascimento
al contemporaneo
Guido Ponzini viola da gamba
con ospiti

8 Ottobre San Secondo ore 21.00
Viaggiando tra i secoli
Claudio Ferrarini flauto
Guido Ponzini viola da gamba
Giovanni Amighetti tastiere

9 Ottobre Montechiarugolo ore 21.00
Baroccando
Claudio Ferrarini flauto
Luigi Fontana cembalo

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Alessandro Longo, oggi di AGOSTINO ZINO

Alessandro Longo è ancora ricordato nel mondo della musica principalmente per i suoi contributi alla didattica del pianoforte, nonché per la sua edizione delle opere complete per daviceinbalo di Domenico Scarlatti in dieci volumi, pubblicata a Milano tra il 1906 e il 1910 e tuttora apprezzata dagli studiosi e dagli Specialisti, anche se “superata” da edizioni critiche più recenti e aggiornate sul piano metodologico. Alessandro Longo in realtà rappresenta l’ideale del musicista completo: compositore, didatta, esecutore, teorico, saggista e studioso. In tal senso egli ha anticipato quella che dovrebbe essere, secondo noi, la figura del vero musicista tradizionale inteso come figura animata da un puro istinto e da mere capacità tecniche (tranne ovviamente le molte eccezioni che la storia ci ha tramandato) e dall’altra una coscienza critica, storica e teorica dell’arte che professa, la musica, intesa come fatto squisitamente culturale inserito in un contesto storico ampio e articolato. Di conseguenza, sembra quantomai urgente approfondire tutti gli aspetti, da quelli biografici a quelli artistico-compositivi, a quelli storico-critici. Sarebbe difatti estremamente interessante approfondire i suoi rapporti e le sue frequentazioni, oltre che con i musicisti del suo tempo, anche con gli artisti, gli intellettuali e i letterati in particolare quelli vissuti in quell’ambiente napoletano in cui egli si trovò a operare. Sarebbe anche interessante capire in che modo egli, che era un insegnante di pianoforte e non certamente una figura di grande spicco in quanto compositore potè tuttavia avere un ruolo importante nella formazione di compositori quali Franco Alfano, Guido Laccetti e Paolo Denza. A tal fine bisognerebbe esaminare in modo più approfondito le sue numerose composizioni. Ma fu probabilmente proprio per la sua dimensione di musicista-intellettuale che egli riuscì ad avere una funzione propulsiva nella vita musicale napo1etana e anche italiana del suo tempo e oltre.

Alessandro Longo di GIORGIO FEROLETO

Alessandro Longo è sicuramente un artista che occupa un posto importante nella storia della musica italiana.Uno tra i musicisti di primissimo piano che operarono a Napoli tra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo, e che contribuì con slancio, passione e competenza professionale alla rinascita della musica strumentale.Una figura di altissimo valore culturale, che servi la Musica con una profonda umiltà ma anche con tutta la determinazione del suo ingegno e della sua creatività.Senz’altro uno dei musicisti più colti del suo tempo, e lo dimostra la sua versatilità, impegnandosi in diversi settori dell’attività culturale. Fu, difatti, un attento commentatore e critico musicale; un sottile e vivace scrittore il quale nel gennaio del 1914 fondò e diresse per 12 anni la rivista musicale “L’Arte Pianistica” e successivamente “Vita Musicale Italiana”, lasciata poi alla direzione del figlio Achille; inoltre, si cimentò nello scrivere versi e compose “Symphonia”, un poemetto di 21 canti, d’imitazione dantesca, nel quale descrive un suo viaggio nell’aldilà e dove incontra i grandi della musica.Un artista completo quindi, protagonista attivo della vita musicale e culturale di quel periodo.Per questi motivi “Amantea Musica”, che opera nella città che gli ha dato i natali non poteva non inserire, nell’ambito della propria attività, una programmazione volta a valorizzare ed a diffondere il pensiero e l’opera del musicista calabrese; anche perché non si può certo dire che la Calabria abbia rivolto molta attenzione verso Alessandro Longo, che pure, oltre ad esservi nato, aveva con la nostra terra profonde radici, tornandovi frequentemente fino al 1945, anno della sua morte.In questo senso, “Amantea Musica” sta cercando di recuperare una mancanza della cultura musicale calabrese, che nonostante i suoi tre Conservatori di Musica e le tante strutture musicali, fino ad oggi, non ha saputo ricordare degnamente la figura del grande musicista. Il compito che ci siamo prefissi è quello di far diventare la città di Amantea un punto di riferimento insostituibile, per quanti sono interessati alla vita ed alla produzione del musicista…N.d.r. Da più anni l’associazione ha avviato un lavoro di studio, ricerca e documentazione, attraverso una serie di importanti iniziative, tra le quali ricordiamo, per la sua grande importanza per chi rivolge i suoi interessi culturali “anche” alla musica, la costituzione di una biblioteca-museo, ubicata in Largo Vittorio Emanuele n0 7, dove sono e saranno raccolte le opere musicali, gli Scritti e i lavori letterari, la raccolta completa delle riviste “L’arte Pianistica” e “Vita Musicale Italiana”, una serie di libri e articoli che testimoniano l’attività di Longo; inoltre, lettere, documenti, foto e oggetti personali del maestro.

Arte e tecnica nel pensiero di A. Longo di ANTONELLA BARBAROSSA

Serva d’inizio la citazione fatta da E Boccaccini nel libro “L’arte di suonare il pianoforte”: ‘Il chiaro compositore (Longo) con limpido stile e musicale dottrina, leggiadramente armonizza gli aridi movimenti e li unisce con naturalissimi legami. Alla semplicità di essi accoppia tutto lo svolgimento meccanico di cui sono capaci le dita determinandone con sicurezza i modi….”Qui non mi interessa valutare il superamento dell’arte compositiva nell’anibito del sistema Clemementiano, ma invece richiamare l’attenzione sul meccanismo fondamentale mediante il quale A. Longo estende un metodo di suonare che non si restringe ai bisogni di pochi. Un fatto, innanzitutto, appare certo; e cioè che la collocazione del “modo legato e del modo staccato” ha a che fare con la capacità di Longo di proporre idee nuove e porsi come continuatore di tradizioni consolidate. E’ questo un tratto che caratterizza la ricerca complessiva di Longo, compreso quel suo avvicinamento all’opera di Scarlatti in cui rinnova la questione del carattere storico dell’arte, mostrando i limiti di certe impostazioni e riuscendo a dar prova di una tecnica adeguata al segno. All’epoca di Longo, corrono tempi felicemente operosi, direi, per la tecnica pianistica, ricchi di pubblicazioni autorevoli: il metodo di Beniamino Cesi, il manuale del pianista di Mastrigli oppure il pianoforte di Angeleri e tanti altri ancora. Sappiamo tutti, peraltro, delle questioni portate alla ribalta, questioni emergenti da tutti i suoi fronti: dalla scuola dassica alle teorie meccaniche, e del ruolo onnipresente e trasversale che continua a giocare l’interrogativo circa il modo di ottenere un agile movimento delle dita. Non potendo occuparci del quadro di argomenti nel suo complesso, mi sia concesso soffermarmi su un problema che lo stesso Longo pose a base della sua didattica. Parliamo, dunque, di articolazione e legato. Egli sosteneva che una buona qualità di esecuzione si ottiene con un buon legato. La maniera di legare è data non dall’immobilità delle dita, nè dal fatto che siano ripiegate su se stesse, ma da un movimento di articolazione. Per cui occorre: 1) che le dita siano indipendenti – 2) la mano deve essere immobile, poichè il saltellamento della mano provoca grandissimo pregiudizio all’esecuzione di un brano. In verità se la mano salta è assai difficile che vi sia perfetta fusione dei suoni- 3) morbidezza e flessibilità nella fascia degli arti inferiori dei metacarpi. A conferma di questo ultimo argomento riportiamo le parole di Moscheles – Egli dice: “Il pianista deve essere talmente sicuro delle sue dita, da poter, con la gravità sola e con la semplice pressione delle loro estremità, produrre tutti i coloriti e tutte le gradazioni del suono “dal più dolce sino al più forte”. Ora da tutto questo è a sufficienza provato che, senza tatto, senza l’articolazione libera e l’abito alle buone digitazioni, e, senza quei sistemi che risalgono a Bach, giammai si perverràà a ben legare melodie su accordi, le fughe e le doppie note”.

Mi sia ora concesso di tentarne uno specimen per l’arte d’oggi.

Queste forme di meccanismi hanno una volontà unificante, qualsiasi sia il referente eletto a oggetto d’analisi e di studio, con la grammatica come oggi per noi si configura? Forse si, poichè lo stile dassico, non potendo rimanere chiuso in una classicità di altri tempi, non manca di adattarsi alle esigenze della modernità.Essenza dell’arte di Clementi, padre della scuola italiana, fu appunto il libero svolgimento dei vari aspetti dell’arte; e così pure per coloro che, compreso Longo, continuarono l’opera di sviluppo tecnico. Naturalmente Longo non muove da un oggettivismo ingenuo; egli tiene conto della portata della soggettività nel processo irterpretativo e configura allo stesso tempo un orizzonte pratico di direttive per l’agire conc:reto.Il privilegio dell’uno o dell’altro dei due poli dipende dall’influsso esercitato dall’interprete sul testo. E dopo aver trattato con molto acume di tutti gli aspetti tecnici, nei quali si richiede tutta l’arte del pianista, rimette all’esperienza dell’insegnante di adoperare, al momento opportuno, la vasta gamma di articolazione per mirare l’intenzione del compositore. E’ proprio quest’ultimo universo (la didattica) che ha perduto la consistenza della realtà, forse perchè, alle soglie del duemila, vale quella verità che fu caposaldo nella pedagogia agostiniana – “L’imparare è un muoversi verso il lume interiore perchè solo la ragione è l’unica e vera maestra”. Stando così le cose il discepolo non riceve nulla dal maestro perchè la verità è già nella sua mente. Rimarrà, comunque quel potenziamento delle istanze tecniche-dogmatiche, in cui si esaltano i valori di una tecnica ben organizzata aperta alla dinamica della vita del pensiero.

La musica di Alessandro Longo di Giuseppe Maiorca

Una analisi della musica pianistica di Alessandro Longo non è stata ancora affrontata dagli studiosi; in parte, ciò è dovuto alla difficoltà di reperibilità delle partiture del musicista di Amantea, che vennero pubblicate in gran parte ma che non furono più ristampate, per cui se ne trova qualche esemplare solo nelle biblioteche dei conservatori di tradizione e negli archivi privati. A ciò bisogna aggiungere che la produzione del Maestro per il pianoforte è smisurata, e un impegno analitico deve necessariamente tener conto dei molteplici aspetti di un’opera che si presenta poliedrica e differenziata. Dagli studi pianistici destinati all’infanzia, sino a giungere al corpus delle sette Sonate, ci troviamo di fronte ad un autore che trattò in maniera varia, e difficilmente riconducibile ad uno schema semplicistico, ogni forma musicale. Infine, ma di ciò qui si accennerà solamente, la sospettosa prevenzione del musicologo del Novecento verso tutto ciò che, pur appartenendo al secolo delle scuole di Vienna e di Darmstadt, abbia sapore di Romanticismo, ingiustificatamente ha relegato sotto l’etichetta di “minore” molte produzioni di qualità eccellente, tra le quali spicca quella di Alessandro Longo. Nel trattare brevemente questa materia, partirò proprio dal romanticismo della musica del Maestro, che costituisce certamente una delle sue caratteristiche salienti. Immediatamente, però, mi imbatto nella prima contraddizione da chiarire: quale romanticismo? Quello di Chopin e Schumann, non certo quello di Liszt e Wagner. Il sistema tonale che traspare dalla musica di Alessandro Longo è semplice e sobrio, e rifugge volutamente le insidie e gli equivoci tonali del cromatismo e dell’enarmonia di Liszt e di Wagner, che avevano condotto quasi naturalmente la musica verso la concezione dodecafonica di Schònberg. La forma che Longo predilige, è quella classica, mozartiana. Le sue composizioni raramente si distaccano dai modelli dettati dal classicismo, ed in alcuni casi sembra che volutamente il Maestro abbia rinunciato ad approfondire possibilità di nuove speculazioni. In realtà, la linea melodica delle sue opere è sempre molto nobile ed interessante, e ci distrae dal tessuto ritmico-armonico, che è ben saldamente ancorato su schemi classici. La sensazione che si prova ascoltando la musica di Alessandro Longo è quella di trovarci di fronte un compositore che ha le sue radici nell’Ottocento, ma che è immune dai problemi estetici di rivoluzione di forma e di contenuto che caratterizzarono il secolo XIX.. Dappertutto traspare una nobiltà espressiva che ci rilassa e ci fa sorridere, che ci racconta storie delicate e momenti di tenerezza; insomma, è una musica che serve direttamente a liberare lo spirito dal peso che quotidianamente esso affronta e a fatica trascina con sè: se si potesse accettare un paragone metastorico, la musica di Alessandro Longo ci parla con la lingua leggendaria dei poemi di Ludovico Ariosto, che, nella loro smagliante astrazione, ci descrivono in negativo i tormenti del tempo e della politica di allora. E qui giungiamo al punto centrale di un’opera che sembra fuori dal tempo e che invece è frutto del tempo. Longo visse i due conflitti mondiali, e, a Napoli fu testimone degli orrori della seconda guerra che distrussero e insanguinarono la città del Golfo. E’ impensabile che ciò non abbia avuto nessun riscontro nella sua opera, e non abbia prodotto alcuna riflessione nel coltissimo artista. Longo risponde con un messaggio pieno di vita, di ottimismo, di serenità, all’orrore. il suo non è un messaggio nostalgico del passato olimpico che poteva essere costituito dal romanticismo, come troviamo invece in alcuni degli autori a lui contemporanei, vedi Sgambati e Martucci. E’ invece il tentativo di servirsi dell’arte per costituire una piattaforma salda sulla quale ritrovare ideali, bellezza e, perché no, forza per vivere. Per intendere meglio ciò che voglio dire, per un attimo avvicinerò due composizioni di altri autori all’opera di Longo: due composizioni che Longo non avrebbe mai scritto, e cioè le famose “Pagine di Guerra” di Alfredo Casella e la Ballata di Frank Martin, la prima per pianoforte a quattromani, la seconda per flauto e pianoforte. Casella ha una visione della guerra catastrofica; la sua composizione è un susseguirsi di immagini violente, di morte, e questa immaginazione diventa angosciosa, quando, alla fine del pezzo, tra le croci di legno di un cimitero dell’Alsazia sentiamo echeggiare di lontano la Marsigliese. Come dire: Libertà, Uguaglianza, Fratellanza dove non c’è più vita, dove rimangono solo le croci di un camposanto. Un pessimismo lacerante, almeno pari a quello della Ballata di Martin, in cui il flauto termina con degli arpeggi vorticosi, disperati: composta nel 1939, essa si può definire un presagio dell’olocausto che si sarebbe abbattuto sul mondo. Quegli arpeggi sono le urla dell’umanità di fronte ad un destino ineluttabile. Le sei piccole Suites di Longo per pianoforte a quattromani, e la Suite per flauto e pianoforte, vengono da un altro modo di vedere, sentire ed “usare” l’arte. Si potrebbero definire, con una nota polemica che Alessandro Longo non merita, musica “da salotto”, musica “da intrattenimento”, musica che distrae, insomma. Ma è cosi solo in parte: la vena melodica che ci colpisce e ci sorprende nasce e sgorga da un cuore sensibile come pochi. E finalmente, quando ci imbattiamo negli stupendi movimenti “adagio” delle Sonate, non abbiamo più dubbi: lì troviamo una malinconia che non riesce a rimanere solo suono, e che tocca dentro di noi le corde della commozione. Nel Romanticismo, solo Chopin e Schumann sono capaci di darci le stesse emozioni. Il manierismo che si può allora imputare alla musica del Maestro calabrese, si trasforma in un messaggio di speranza: l’Arte, Dio lo voglia, resiste a tutto. L’odio e la rabbia degli esseri umani sono definitivamente ad essa estranei. Beninteso: il salotto che accoglie la musica di Alessandro Longo non è il salotto dei Notturni e delle Polacche di Martucci, anche se il modello, Chopin, è uguale. Ma mentre per Martucci l’arte si eleva ad una idea di perfezione formale, e per essa si ricorre ad artifici che talvolta rovinano la spontaneità e la semplicità, in Longo ciò non avviene mai, a discapito della “perfezione formale”, se è necessario. La straordinaria spontaneità melodica, tratto fondamentale della sua originalità pianistica, è per un salotto dove incontriamo artisti, ma anche ottimi allievi pianisti (Longo ebbe un vero e proprio amore per i suoi discepoli); e dove, in fin dei conti, tutti possono essere ammessi, ed ascoltare i suoni di un messaggio che giunge diritto al cuore di tutta l’umanità.

Alessandro Longo nel ricordo della figlia Miriam

Ritornare con l’animo, prima che con la memoria, alla figura del proprio padre, suscita una folla di ricordi e di immagini familiari che la lontananza non attenua o offusca, ma illumina di luce nuova. Quando venni al mondo, la vita di mio padre era, come del resto quella di tutti gli italiani, turbata e resa difficile dalle dolorose vicende della prima guerra mondiale che in mio padre, Alessandro Longo, si venivano ad aggiungere a profondi dolori familiari. Si può immaginare lo strazio di un uomo che vede morire suo figlio, un bambino di quattro anni, affetto da morbillo ribelle preso all’asilo. Infatti, mi è stato detto che egli per due anni non suonò mai, tranne che per motivi didattici. Questa era la sua condizione spirituale quando, nel 1918, nacqui io che riuscii, forse, a riportare un pò di luce nella sua vita, ma anche trepidazione. La sua preoccupazione maggiore era quella di tenere lontano da me anche l’ombra di un pericolo. Era questa, certamente, la ragione che lo indusse a non farmi frequentare la scuola e ad affidarmi ad una sua sorella, maestra elementare, perché mi desse i primi rudimenti di istruzione. Ma le premure così affettuose si risolvevano in un peso per me che avrei desiderato fare una vita normale, in compagnia di altri bambini. Questo comportamento, che ora forse posso anche comprendere, allora, nel mio inconscio, era sentito come una limitazione. Però, quale dolce ricordo, oggi, risentire la sua mano nella mia per far scivolare una monetina d’argento di cinque lire che doveva servire per comprare, quando uscivo, i miei cioccolatini preferiti: le “nespole” di Gay-Odin. Con questo gesto egli trovava il modo di farmi quasi toccare tutto il calore del suo affetto. Mio padre era così apprensivo nei miei riguardi che bastava il semplice manifestarsi di una malattia a metterlo in agitazione e a far sì che subito chiamasse il pediatra che allora non si consultava frequentemente. E ricordo che, prima dell’arrivo del medico, mi mostrava con gioia la banconota di cinquanta lire che per lui, in quel momento, era quasi il “simbolo” della mia guarigione. Non diversa era la sua premura, una volta diventata adolescente, nell’assecondare i miei interessi culturali: per il mio quattordicesimo compleanno mi regalò la “Storia dell’Arte” di Springer-Ricci, in cinque volumi, pubblicazione che all’epoca era molto stimata e di pregevole veste editoriale. La mia passione e versatilità per la musica si manifestarono molto presto e a ciò contribuì certamente il fatto che crescevo in un ambiente in cui si sentiva musica continuamente. Mio padre era esigente con me come lo era con i suoi allievi e m’incitava all’esercizio quotidiano sulla tastiera. Non si limitava, però, a darmi solo dei consigli astratti, ma spesso mi ascoltava con l’evidente intenzione di cogliere i progressi che man mano facevo. E così, la sera, dopo il suo lavoro quotidiano, si sedeva in poltrona, e ascoltava me che eseguivo sul Bechstein a coda i brani già prima studiati, infatti suonavo sempre a memoria. Questo metodo faceva parte di una sua convinzione e cioè che nella cultura, come nella vita, si può essere anche autodidatti. Egli mi precisava, però, con molta cura la diteggiatura di alcuni pezzi, specialmente di Bach e su questo punto spesso ci scontravamo, perché egli mi preparava man mano le pagine da studiare, ma io le imparavo prima del tempo da lui previsto e allora lo assillavo con ostinazione, affinché portasse a termine il lavoro più velocemente. Ricordo con gioia i preparativi che si facevano in casa quando si doveva partire per i miei concerti in Italia e all’estero. Mio padre mi accompagnava sempre insieme ad una delle mie sorelle. Ricordo, ad esempio, che durante il viaggio in Egitto, nel 1928, dove dovevo dare pacchi concerti, fui colpita da una tosse ostinata e violenta. Si pensò subito ad un raffreddamento e così mio padre, malgrado a il Cairo la temperatura fosse di trenta gradi all’ombra, mi comprava cappotti e colli di pelliccia. In realtà si trattava di una pertosse, per cui, prima che finisse, passarono vari mesi. Molti sono stati i concerti che ho dato nella mia giovinezza, ma posso dire che mio padre mal approfittò di queste occasioni per inserire nei miei programmi le sue composizioni. Solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1945, mi sono avvicinata ad alcune sue opere pianistiche e da camera, eseguendole spesso anche in concerto. La severità di padre rimaneva sempre confinata solo nello sguardo e nelle parole, mentre la tenerezza per me si manifestava nel modo più congeniale a lui, cioè con la musica. Avevo cinque anni quando egli compose per me due piccoli pezzi “Gavottina della Bambola” e “Cucù” che ebbero un enorme successo anche editoriale, forse proprio perché scritti per le mie piccole mani e per le mie possibilità tecniche. Come ho già detto, mio padre, dopo la morte del piccolo “Guiduccio” ebbe una stasi nella sua vena compositiva. Pare che la prima cosa che compose dopo questo periodo sia stato un breve pezzo che egli intitolò ‘Pensiero elegiaco” che è pervaso da struggente malinconia ed è scritto in tono minore: tutti elementi insoliti nella sua creatività. Quindi, possiamo dire che dopo il 1915 egli non scrisse più opere di rilievo strutturale: si dedicò piuttosto alla sua rivista “L’Arte Pianistica”, a molte revisioni e alla didattica. Siamo ormai al dopoguerra e la musica si avviava a percorrere in modo inarrestabile, un profondo cambiamento. Le nuove tendenze europee erano tali da non poter essere accettate da lui, così tenacemente radicato alla tradizione. D’altra parte egli, per i suoi tempi, fu quasi un innovatore, in quanto sostenne autori come Wagner e Brahms e ne diffuse in tutti i modi la conoscenza; sia quando era alunno al Conservatorio che dopo, come insegnante: nella sua classe venivano costantemente suonate le opere di Wagner. Io stessa ricordo delle bellissime esecuzioni del Lohengrin, de la Walkiria e del Tristano e Isotta che fecero sviluppare anche in me un grande amore per questa musica. Cosi come non posso dimenticare il culto che egli aveva per gli autori romantici, primo fra tutti Schumann. Naturalmente anche la tradizione musicale italiana ebbe un peso notevole sulla sua personalità e questo viene documentato dal suo impegno per ritrovare i manoscritti ancora sconosciuti delle sonate di Domenico Scarlatti, di cui curò un’edizione integrale, edita da Ricordi. Gli ultimi anni della sua vita furono allietati dalla nascita dei miei figli che per lui furono i primi nipoti. Così io, malgrado fossi l’ultima nata, ho avuto il piacere di renderlo nonno, cosa che gli procurò molta gioia.

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Three duets for flute and oboe (1973)
manoscritto

3 Pezzi per due flauti (1973)
manoscritto

5 Pezzi facili
per flauto e pianoforte (1972)

Un pezzo per flauto e pianoforte (1971)
manoscritto

Cadenze di flauto e arpa per il concerto K.299 di W.A.Mozart (1962)

Nonetto
Organico: Fl. Ob. Cl. Fg. Cor. Vl. Vla Vc. Cb. (1959)

Trio
per flauto, violino (cello*) e pianoforte (1958)
1a esecuzione: Roma, Istituzione Universitaria dei Concerti, 4 marzo 1961
(*Esiste anche la versione per fl., vc. e pf.)

Cristallo di Rocca “Bergkristall”
Musiche per la lettura radiofonica del racconto omonimo di Adalbert Stifter (1950)
per flauto, pianoforte, organo ad lib – Str.

Sonata
per violino (flauto*) e pianoforte (1937)
1a esecuzione: Milano, Conservatorio Verdi, 14 marzo 1938, M. Abbado violino, G. Gavazzeni pianoforte
(*Esiste anche la versione per fl., e pf. trascritta per Agosti)

Sonata
per flauto e arpa (1937)

Quintetto
per flauto, oboe o violino, viola, violoncello e arpa (1935)
1a esecuzione: Roma, Accademia Filarmonica
Romana, 19 febbraio 1945

Piccola offerta musicale (1943)
per flauto,oboe, clarinetto, fagotto e corno

Figlio della pianista Ernesta Rinaldi, a sua volta figlia del compositore e pianista Giovanni Rinaldi (uno dei più eminenti strumentisti italiani del suo tempo, 1840-95), cominciò a comporre a 8 anni: già nel 1923 fu eseguito a Milano e a Lilla un suo oratorio per soli, coro e orchestra. Aveva cominciato a studiare nel 1919 solfeggio con A. Perlasca e pianoforte con la madre; nel 1923 entrò al Conservatorio di Milano, dove fu allievo di P. Delachi, G. Orefice, G. Bas e, nel 1925-26, di I. Pizzetti (composizione), quindi studiò con A. Casella a Roma, dove nel 1930 si diplomò in composizione all’Accademia di Santa Cecilia. Nel 1931-32 frequentò al Curtis Institute di Filadelfia i corsi di R. Scalero (composizione), F. Reiner (direzione d’orchestra) e J.B. Beck (storia della musica), nel 1937 si laureò in lettere a Milano con una tesi su Zarlino. Nel 1937-38 insegnò teoria e solfeggio al Liceo Musicale di Taranto, dal 1939 armonia e successivamente composizione al Conservatorio di Bari, di cui fu direttore dal 1950. La sua attività s’è esercitata in ogni genere, con perfetta misura e padronanza tecnica. La sua notorietà internazionale si deve anche alle musiche per film, spesso dedicate a pellicole di prima importanza (ad esempio quelle di Fellini, che in tutta la sua carriera si è servito per la musica esclusivamente di lui), nelle quali emerge la sua duttilità agli assunti più diversi. Non ultima ragione del favore di cui Rota godeva presso i registi (del cinema e del teatro drammatico) era la sua estrema facilità d’improvvisatore al pianoforte: ciò gli permetteva di abbozzare le sue musiche sotto lo sguardo stesso del regista, e dare a lui quasi l’illusione ch’egli componesse sotto la sua dettatura. Esaminiamo brevemente i generi frequentati da Rota per verificare una possibile attualità della sua musica nel contesto dei mutati gusti musicali d’oggi. Questa operazione, che può apparire metodologicamente scorretta, è giustificata dal clamore suscitato due anni fa dalla ripresa della più fortunata delle composizioni teatrali di Rota: Il cappello di paglia di Firenze. Può una “operetta” scritta nel 1945 e presentata al pubblico per la prima volta dieci anni più tardi, trasformarsi improvvisamente nel 1987 in uno degli avvenimenti teatrali dell’anno e di colpo essere giudicata una delle poche se non l’unica autentica opera buffa scritta in Italia nel Novecento? Merito della splendida regia di Pizzi al Valli di Reggio Emilia, si dirà. L’allestimento è nulla se non reggono musica e ritmo teatrale, in teatro, aggiungiamo noi. Per ascoltare opere liriche scritte dalla generazione del dopo Berg e dopo Darmstadt, con poche eccezioni, al pubblico di oggi è richiesto uno sforzo supplementare, oltre che nei confronti del linguaggio, per collocare criticamente tali opere nel momento storico in cui furono composte (guerra fredda, beat generation, mito americano, terrorismo, e così via). Che dire delle musiche di Rota? Ha importanza che fossero scritte nel 1947, nel 1962 o nel 1978? Se l’istinto teatrale di Rota (riallestire oggi un’opera come Aladino e la lampada magica sarebbe un successo garantito per qualsiasi teatro) risale alla più pura tradizione italiana, la sua produzione musicale non filmica richiede un’analisi più complessa. In realtà l’equilibrio tra le oltre cento colonne sonore per film di Rota e la sua produzione “altra” è fragile, retto sul principio dei vasi comunicanti, secondo l’antica regola dei compositori settecenteschi di non sprecare una bella idea per una sola occasione: l’autocitazione è in fondo la cifra stilistica che da sempre rende inconfondibile un autore di musica. Quel che complica le cose con Rota è la sua totale adesione a modelli – tanti, diversi, recenti o antichi – che divengono tutt’uno con la sua particolare rivisitazione “à la manière de”, ma che l’occhio troppo scrupoloso del critico può facilmente ricondurre ai legittimi proprietari sulla fredda tavola della dissezione anatomica: per scoprirvi citazioni di Rossini, Ravel, Casella, Stravinski, Prokofiev, dei grandi pianisti otto-novecenteschi, del sinfonismo viennese mahleriano e straussiano e così via. Cresciuto in un ambiente rétro, nostalgicamente legato all’idea del salotto alto borghese per tutta la vita, Rota giocava a fare il verso a sé stesso e alla decadente memoria musicale di cui era intriso. Fascino del contrario, si giustificava il suo uso sistematico del repertorio popolare dei canti, delle danze, delle fanfare bandistiche e della musica circense. Osserviamo il catalogo delle sue opere. Le sue composizioni orchestrali sono molteplici, anche se solo tre le sinfonie numerate come tali; particolarmente congeniale si manifesta per Rota la forma del concerto: nel suo catalogo se ne ritrovano tre per pianoforte (lo splendido Concerto soirée, il tenero “Piccolo mondo antico” in Mi e quello in Do del 1960, eseguito per la prima volta lo scorso anno da Aldo Ciccolini), due per violoncello, e poi per clarinetto, per arpa e così via. Assai meno conosciuta dal grande pubblico la sua musica cameristica, spesso eseguita dai suoi allievi e amici del Conservatorio di Bari: dai pezzi per pianoforte (spesso ancor oggi eseguiti i 15 Preludi) a quelli in cui il pianoforte accompagna il flauto, il clarinetto, il fagotto, il violino, l’oboe, ai trii, ai pezzi per strumenti diversi (organo, arpa). Una produzione raffinatissima in cui sono sperimentati quasi sempre “prima” temi poi utilizzati nelle colonne sonore per film. La voce nella musica da camera ha una collocazione privilegiata perché consente il confronto immediato con i poeti prediletti da quell’instancabile lettore e bibliofilo che fu Rota (e di cui la casa-biblioteca di tre piani a Roma rendeva una efficace idea): Petrarca, Tagore, Rabelais, per citarne alcuni. Quanto alla musica sacra, è opportuno ricordare che Rota aveva esordito a dodici anni dirigendo a Milano il suo oratorio L’infanzia di San Giovanni Battista. I momenti più felici in questo campo risalgono al decennio 1962-72: Mysterium catholicum, La vita di Maria, Roma capomunni (e per certi versi si può accostare a questo filone l’opera teatrale La visita meravigliosa del 1970). I titoli di questa produzione rotiana sono oltre un centinaio: di poco inferiori al numero di colonne sonore per il cinema, composte con ritmo frenetico a partire dalla fine degli anni Quaranta. In questo composito universo sonoro – di livello ineguale quanto almeno quello del prodotto filmico relativo – si è universalmente riconosciuto il trionfo artistico di Rota. Le collaborazioni con Fellini in particolare, e poi con Visconti, Monicelli, Zeffirelli, Castellani, Soldati ed Eduardo De Filippo, l’Oscar vinto con Coppola, hanno per tanti anni diviso il suo pubblico in estimatori e detrattori. Iniziata quasi per forza (lo stipendio di conservatorio del figlio era insufficiente alle esigenze della madre Ernestina), l’avventura cinematografica divenne una dorata prigione per chi comunque sentiva di essere fuori posto nella comunità musicale aulica del suo tempo. E poi, oggi si tende a identificare con il cinema la forma di spettacolo più vicina alla tradizione del teatro musicale dei secoli scorsi. Se il grande pubblico di tutto il mondo aveva consacrato la musica rotiana per il cinema (si pensi alla trionfale ultima tournée in Giappone con concerti di musiche da film), la restante produzione passava quasi inosservata, a parte gli entusiasmi di quella specialissima famiglia per lui rappresentata dal Conservatorio “Piccinni” di Bari, dove fu prima insegnante, per caso, e poi direttore per trent’anni : per scelta, poiché avrebbe potuto trasferirsi in sedi più prestigiose. Ma, affetti a parte, nella tranquillità delle sede barese o nella casetta del borgo di Torre a Mare, Rota poteva creare senza distrazioni le sue partiture, farle provare a gruppetti di allievi o docenti, modificarle spesso in treno o in aereo (grazie alla sua valigetta sempre corredata di matite, gomme, carta da musica). In cambio, per Bari e per la Puglia fece moltissimo, chiamando come docenti i migliori musicisti del momento (che a volte pagava di tasca sua) e aiutando i migliori allievi a farsi strada. Il suo tempo, a dieci anni dalla morte, è già venuto? Difficile crederlo, per chi ha conosciuto l’aperta ostilità che l’ambiente musicale italiano gli dimostrò in vita. In questi anni tuttavia si sono moltiplicate le occasioni per riascoltare sempre più “tutta” la sua musica. Pensiamo al sistematico successo di ogni ripresa del balletto La strada con la geniale coreografia di Pistoni, oltre al già menzionato Cappello di paglia. In genere non ci si è finora avventurati oltre timide proposte celebrative, non a caso quasi sempre intitolate “Omaggio a Nino Rota”. Eppure il successo di ognuna di queste iniziative, come pure quello editoriale della monografia di Pier Marco De Santi uscita presso Laterza nel 1983 (la prima edizione è esaurita), mostra che i tempi sono davvero cambiati: spente le polemiche, venuto meno dappertutto il diktat dell’impegno ideologico, le nuove mode consentono una riabilitazione critica della produzione rotiana non più solo per consenso popolare ma a tutti i livelli.

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  • E io ho soffiato, soffiato. D’ improvviso dalla canna è uscito il suono, e insieme al suono anche il mio cuore, che mi premeva in gola, spingeva, quasi mi soffocava, non capivo più niente. C’era solo quel suono che usciva dal flauto e contemporaneamente entrava dentro di me, s’infilava nel mio cervello, nelle ossa, nello stomaco. Quel suono era tutt’uno con me. Da allora è sempre stato così. Ogni volta che dal flauto mi escono le prime note, ritrovo l’emozione e lo stupore del mio fiato che diventa suono, io sono quel suono.

Severino, giovane studente, negli anni della scuola elementare

Severino nasce il 5 gennaio 1919 nel comune di Roccasecca da una famiglia modesta: il padre faceva il sarto ed il resto della famiglia si dedicava alla vendita del pane e alla gestione della drogheria. Nessuno in famiglia era musicista di professione, anche se il padre, nel tempo libero, suonava l’ottavino nella banda del paese e il nonno era organista nella chiesa di Santa Margherita di Roccasecca. Severino comincio gli studi musicali molto giovane, all’etàdi sette anni. (Severino Gazzelloni nelle sue interviste teneva molto a raccontare l’episodio che lo indusse a studiare il flauto. “La sera spesso aiutavo mio padre nel suo lavoro e una di quelle sere mio padre era arrivato a casa con una radio, una delle prime radio che si vedevano in paese. Tagliando e cucendo ascoltammo una trasmissione: Mozart, Concerto in sol maggiore per flauto ed orchestra, con l’Orchestra Filarmonica di Berlino diretta da Furtwangler. Fu un colpo di fulmine. La mattina dopo comincia a studiare musica”.)

La sua Prima Comunione

Le prime lezioni di flauto gli vennero impartite dal Maestro della Banda Musicale di Roccasecca, Giovanni Battista Creati, e nell’ambiente della banda fece le sue prime esperienze musicali.

Questi anni di apprendistato nella Banda di Roccasecca prima e in quella piu’ prestigiosa di Taranto in un secondo momento, influirono notevolmente sulla sua formazione e sensibilita’ musicale. Suonare in bando lo aiuto’ a “sapersi rapportare ad una psicologia di massa e a saper rappresentare la musica nei suoi aspetti sentimentali e nei suoi aspetti pittorico-onomatopeici”.

A dodici anni divenne primo flauto delle bande di Taranto, quindi di Campobasso,
Lanciano e Sora. (Foto con la Banda musicale di Taranto – e’ l’ultimo a destra)

A questo primo approccio prevalentemente empirico seguirono gli studi regolari al conservatorio di Santa Cecilia di Roma. Il M° Arrigo Tassinari fu la sua guida e a soli diciassette anni concluse brillantemente i suoi studi.

Severino non trovò subito lavoro in una grande orchestra, come aveva sognato, e, durante gli anni della guerra, si adattò a collaborare in qualità di flautista con l’orchestra ritmo-sinfonica di Alberto Semprini e con quella di Erminio Macario; quest’ultima suonava per lo più musichette di avanspettacolo. Nel 1944 entrò finalmente nella nuova orchestra di Radio Roma presso la quale lavorerà per più di trent’anni. L’anno immediatamente dopo Severino si sposò con Adriana Mannocci; dal matrimonio, protrattosi fino al 1964, anno della loro definitiva separazione, ebbe due figli: Armando e Ranieri.

Sono questi gli anni in cui Gazzelloni comincia a fare le sue prime apparizioni in pubblico; è del ’47 il suo primo concerto al Teatro Eliseo, nell’ambito del quale ricopriva il ruolo di solista insieme all’arpista Alberto Soriani. Un recital completamente dedicato al flauto era in quegli anni, in Italia, un avvenimento piuttosto straordinario, insolito…

Con Bruno Canino, Pino Calvi e Paolo Villaggio in una trasmissione della Rai
(registro’ anche dei dischi di musica leggera, prestando il suo flauto alle note
di canzoni famose dell’epoca)

Risale a questi anni uno degli incontri piu’ importanti della sua movimentata carriera: quello con Bruno Maderna. Il compositore veneziano era infatti giunto a Roma nel ’46 per scrivere alcune musiche per il film “Opinione pubblica” di Maurizio Corniati per il quale Severino, che aveva una certa familiarita’ con l’ambiente del cinema, collaborava in qualità di esecutore. Da questo momento nasceva fra i due musicisti non solo un rapporto di lavoro assai produttivo e stimolante, ma anche una vera e profonda amicizia.

Nel 1947 venne data a Gazzelloni la grande occasione per avvicinarsi ad un nuovo tipo di musica: il compositore Mario Peragallo organizzava una tournée straordinaria del “Pierrot Lunaire” di Arnold Schonberg in Germania e, poiche’ rimaneva scoperta la parte di flauto, chiamò Severino. Questa fu per il flautista l’occasione di un vero proprio approccio con la musica moderna della quale, da qui a pochi anni, diventera’ un abilissimo e fantasioso interprete.

Fotoricordo con Leonardo Sciascia Unanimamente è riconosciuto come, uno dei più prestigiosi flautisti di tutti i tempi (New York Times), il piu’ grande della sua epoca.

Gazzelloni ha girato il mondo ottenendo consensi entusiastici ovunque, cimentandosi in un repertorio vastissimo, da Quantz a Berio, da Mozart a Vivaldi a Stockausen. Tanti musicisti hanno composto appositamente per lui. Uno dei suoi pregi è stato quello di adoperarsi per diffondere la musica classica e facilitarne la comprensione da parte di un vasto pubblico. Nel 1952 Bruno Maderna lo invito’ ad andare con lui a Darmstadt,in Germania. Qui dal ’46 si tenevano con grande successo i FerienKurse fur Neue Musik, nati per iniziativa del musicologo Wolfgang Steinecke. I FerienKurse diventarono un fondamentale punto d’incontro per la nuova generazione di musicisti.
Gazzelloni entro’ cos’ in rapporto con un ambiente di altissimo livello a cui offri’ la sua completa disponibilita’ e collaborazione; Bruno Maderna aveva inoltre creato, qui a Darmstadt, un gruppo strumentale che esegui’ le prime assolute di moltissime composizioni dei giovani d’allora.

Foto con Mina, durante la registrazione di un brano di Bach a “due voci” per una trasmissione Rai. Apparizioni come questa gli resero una grande notorieta’ in tutta Italia.

Nel 1957 Severino venne chiamato per tenere un corso di flauto da William Glock, direttore della BBC, che aveva fondato un corso di musica d’avanguardia al Darlington College di Devon nel centro dell’Inghilterra. Nello stesso anno venne anche invitato all’Accademia Sibelius di Helsinki per l’insegnamento delle nuove tecniche del flauto applicate alla musica contemporanea. Inoltre in quegli anni cominciò la sua collaborazione con l’Accademia Chigiana che terminera’ solo poco prima della sua morte, oltre alla sua docenza presso l’Accademia di Santa Cecilia a Roma.
L’attivita’ concertistica prosegui’ negli anni ’80 , ma con minor clamore, quasi in sordina. S’intensificò piuttosto l’impegno didattico, sempre presente nella sua esperienza musicale, e si rivolse, in quest’ultima fase, principalmente ai corsi di perfezionamento: fino al 1992, anno della sua morte, Severino tenne i seminari estivi presso l’Accademia Chigiana di Siena. Qui, ogni estate, affluivano musicisti da tutto il mondo per far tesoro dell’esperienza culturale-musicale e umana del grande flautista.

Severino Gazzelloni, in seguito all’esperienza di Darmstadt, diventò il massimo interprete della Neue Musik per flauto e una presenza indispensabile nell’ambito di qualsiasi di musica contemporanea. Ma l’avanguardia non esauri’ gli interessi e le curiosità musicali : popolarissime sono le sue incisioni del repertorio flautistico settecentesco, dalle suonate di J.S. Bach ai concerti di W.A. Mozart per poi passare , in un secondo momento della sua carriera, ad un repertorio meno conosciuto, perfino dimenticato e dotato di una forte componente virtuosistica, quello settecentesco. La sua attivita’ concertistica particolarmente intensa negli anni sessanta e settanta, si giovo’ per lungo tempo della collaborazione di due pianisti: Bruno Canino e Leonardo Leonardi. La sua naturale propensione a fare opera di divulgazione della musica classica lo porto’ ad essere apprezzato e conosciuto anche presso un pubblico che non si interessava precisamente alla musica colta. Famose sono le sue incisioni di brani di musica leggera; numerose le sue partecipazioni a trasmissioni televisive.
Gazzelloni ha girato il mondo ottenendo consensi entusiastici ovunque, cimentandosi in un repertorio vastissimo, da Quantz a Berio, da Mozart a Vivaldi a Stockausen. Tanti musicisti hanno composto appositamente per lui. Uno dei suoi pregi e’ stato quello di adoperarsi per diffondere la musica classica e facilitarne la comprensione da parte di un vasto pubblico.

Severino Gazzelloni mori’ il 21 ottobre del 1992 lasciando scritto il suo desiderio di essere seppellito a Siena.


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