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La sagra delle patate di Godia – Udine

La sagra della patata è un simpatico appuntamento popolare per le genti d’Italia, a cavallo tra l’Estate agli sgoccioli e i primi segni dell’Autunno, quando la natura comincia a colorare le sue foglie, le cantine accolgono i primi vini dell’anno, e i funghi porcini cominciano a riempire col loro profumo i cestelli dei raccoglitori.
Pare che ci siano in tutta Italia oltre un migliaio di sagre della patata, a conferma che qualche velleità nutrizionale-naturalistica ancora permane nell’animo delle persone.
Ieri sera sono andato a Godia, paesino a Nord-Est di Udine, rinomato per la sua annuale ricorrenza in favore del prezioso tubero.
L’ultima volta era stata 3 anni fa, e già funzionava bene, in termini di bontà culinaria e di afflusso visitatori.
Ma ora le cose stanno andando addirittura a pieno vapore.
Proprio sotto il campanile di Godia, è stata ingegnosamente sistemata una maxi-struttura protettiva di pali metallici e plastica rigida, a prova di maltempo.
Difficile come al solito trovare parcheggi e, per un due manciate di gnocchi freschi a 3,5 € cadauno, devi prenderti uno scontrino e sobbarcarti una chilometrica lista di attesa che dura almeno un’ora.
All’interno del chiosco di preparazione e consegna gnocchi, c’è una ventina di donne impegnate allo spasimo per assicurare che la complessa filiera di produzione e servizio non vada in tilt, causando un collasso all’intero sistema.

Un quadro vivente di attività umana a ritmo frenetico

Nell’ora che aspetti pazientemente il tuo turno, l’unica distrazione possibile è osservare questo quadro di intensa e ritmata attività cuciniera dal vivo, senza rete e senza barriere.
Cinque contenitori metallici colmi di acqua bollente, nei quali vengono versati in continuazione gli gnocchi
preparati, tagliati e infarinati nel chiosco attiguo.
Due elementi nerboruti portano a ritmo nuovi contenitori sostitutivi, quando l’acqua dei recipienti precedenti comincia a perdere temperatura.
Quattro addette provvedono al ripescaggio degli gnocchi, che vengono poi disposti su una prosciugatrice meccanica a sbattimento, che li scuole e li libera velocemente dall’acquosità superficiale.
Un paio di altre donne versano sul prodotto i vari tipi di sugo previsto nel menù della sagra.
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Due altre donne hanno in mano un mestolino con cui versano a turno il formaggio grana sui nuovi piatti pronti alla consegna.
Cinque o sei ragazze si alternano tese ed eccitate a consegnare le terrinette plasticate, fumanti e colme a metà, alla massa di gente affamata, in ansimante attesa di quel ben di Dio, mentre una loro collega scandisce a voce alta il numero progressivo delle prenotazioni.
Insomma uno spettacolo di organizzazione.

Una impresa commerciale intenta a battere il record di incasso

Una delle ragazze più giovani del chiosco, che pare essersi distratta per un attimo, viene seccamente richiamata da un funzionario sudato, stile KGB, che la redarguisce e la invita a dare una veloce passata con la spugna ai tanti vassoi accumulati in un angolo, prima che vengano riutilizzati per portare il cibo alle centinaia di tavoli disposti ordinatamente intorno alla piazza della chiesa.
Più che una modesta sagra di paese, sembra una autentica impresa commerciale intenta a battere qualche record storico di incasso.
Alle otto di sera, il mio scontrino porta il contrassegno 711 e, in mezzo alla folla affamata, gomiti appoggiati sull’asse-mensola del chiosco, attendo con infinita pazienza che chiamino il mio numero.
Ma siamo soltanto al seicentodiciotto.

Quattro conti in tasca alla Sagra delle Patate

Al ritmo di 100 numeri l’ora, con in media 4 piatti per ordinazione, si arriva a 400 piatti/ora che, moltiplicati per 5 ore utili e di punta, diventano 2000. Duemila per 3,5€ a piatto fanno 7000 € a sera.
Più gli altri stand con polenta e formaggio, patate e frico, patate fritte, e quelli con le varie bevande (vino, acqua, birra, aranciata), tutti altrettanto attivi, si può arrivare facilmente a 30 mila € per serata.
Spese di produzione forse il 10 percento, visto che il personale opera in chiaro regime di volontariato, e che le patate, pur essendo diventate ultimamente care, provengono dagli agricoltori della zona a condizioni di favore.
Il parroco di Godia, da pastore indefesso di anime, corre il concreto rischio di diventare un nababbo delle patate.
Viva e onore al parroco dunque, e al suo fedele gruppo di collaboratrici e collaboratori.
Non siamo invidiosi del successo, anzi, ben vengano le cose che funzionano con perfetta sincronia ed efficienza, e che producono pure ricchezza.
Nessuna intenzione di offrire spunti alla Guardia di Finanza.
Dopotutto, con questi soldini, si rimpinguano i capitali della parrocchia, si fanno le gite sociali della pro-loco, e tutta la gente rimane coesa, felice e contenta, con parroco, perpetua, campanari e sacrestani, tra i più gongolanti.

Tutti addosso al capriolo

Mentre aspetto ancora il mio turno, rilevo come la gente intorno a me, pure in attesa del suo numero, man mano che viene chiamata, cita ad alta voce le sue preferenze per vincere il brusio di fondo che proviene da tale assembramento.
Quattro gnocchi al capriolo e due al ragù, uno ragù e tre capriolo, sei capriolo, cinque capriolo e due ragù.

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Motociclisti con fidanzatina procace al seguito, un giovanotto coi soliti tatuaggi al braccio e l’orecchino in evidenza, il signore anziano con moglie appresso, due donne legnose dai contorni spigolosi e dal sorriso esagerato, quasi divertite dal contatto contemporaneo della calca, due pezzi di figliole scollate e abbronzate appena arrivate dalla spiaggia di Lignano o di Grado, la signora pacioccona col seno in allegro spolvero, il solito maleducato che spinge per arrivare prima, ignorando che senza scontrino non ci sono scorciatoie per nessuno.
Una folla friulana varia e multicolore, esprimente però una unilaterale volontà e tendenza.
Vince il capriolo, alternato a volte dal ragù di carne bovina.
Su cento ordini seguiti a vista, nemmeno uno di gnocchi al pomodoro e nemmeno uno di gnocchi alla salvia.
Quando arriva il mio momento e ordino tre porzioni alla salvia, la ragazza, quasi imbarazzata per la meraviglia, mi chiede tre volte di seguito per sincerarsi che è vero, che non voglio pure io il capriolo come tutti gli altri.
Manca solo che mi chieda Come mai?
Deve aver pensato tra sé e sé trattarsi di un tavolo anomalo, di un tavolo di persone con qualche problema fisico.
Come si fa a prendere degli gnocchi alla modesta e miserabile salvia, quando la casa ti offre, allo stesso prezzo, la golosità e la versione esotico-selvatica del capriolo?

Le doti atletiche del capriolo non si acquisiscono cibandosi della sua carne in decomposizione

Siamo in Friuli, a 15 Km da San Daniele e a 70 da Sauris, poli ormai internazionali del prosciutto crudo Doc, e a 10 Km della fascia orientale del Collio, con tutti i Merlot, i Refosco, i Cabernet, i Picolit e i Pinot Grigio che hanno fatto di questa splendida regione friulana il Bengodi di un certo tipo di alimentazione.
Come si fa a pretendere da queste parti che la gente sappia, o almeno sospetti, che quella crema scura e saporosa di capriolo sono solo resti del cadavere di una bella ed agile bestiola che saltava e correva velocissima tra i cespugli, con la vita e la felicità dipinta negli occhi, prima che qualche sconsiderato cacciatore la abbattesse?
Come si fa a spiegare a questa gente che le doti atletiche e funamboliche del capriolo non si acquisiscono affatto cibandosi delle sue membra in decomposizione?
Come si fa a spiegare a chi vive di soli sapori, che quel sottofondo intrigante di selvatico arriva dai sapienti condimenti piccanti usati, dall’in più di sale-pepe e di erbe piccanti, e non dal capriolo stesso, dato che la selvatichezza del capriolo stava solo nella carne viva e non certo in quella putrefatta che non differisce in nulla da tutte le carni in putrefazione, siano esse di gatto morto, di topo, di cane o di capriolo?
Come si fa ad insegnare a questi giovani friulani che ogni porzione di capriolo ordinato è una ulteriore pugnalata alla memoria della povera bestiola brutalizzata, e un attentato ai caprioli che sono vivi e nobilitano i boschi attigui, almeno fino a quando qualche altro scaricatore deficiente di pallini non interromperà la loro aggraziata corsa?

Le ricerche parrocchiali di mercato.
Alla faccia dell’ambientalismo e delle raccomandazioni mediche.

Tre anni fa, alla Sagra delle Patate, c’erano solo 2 opzioni: gnocchi al pomodoro e gnocchi alla salvia.
Si vendevano molto bene, e la gente accettava di fare un pieno di patate, in alternativa alle abbuffate giornaliere di proteine animali delle varie specie. C’era qualcosa anche per i carnivori inveterati, che potevano rifarsi con polenta e salsiccia, alternata a polenta e formaggio.
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E le cose andavano pure bene, in senso commerciale.
Ma pare che il parroco, imprenditore attento e impegnato, abbia condotto qualche ricerca di mercato, giungendo alla conclusione che, inserendo la versione al capriolo e al ragù, il successo, l’attrazione, la audience si sarebbero moltiplicati e rafforzati.
Aveva infatti ragione, a livello di numeri e di incasso.
Alla faccia delle raccomandazioni dei cardiologi e dei cancerologi del Nord-Est, preoccupati per le statistiche nazionali che mettono sempre più al primo posto il Friuli nella scomoda e disonorevole classifica dei malati di cancro, di ictus e infarto.
Alla faccia della nuova cultura ambientalista, che richiama la gente a usare più il cuore, gli occhi e magari il cannocchiale, per scrutare e scoprire la natura, appendendo al chiodo, o meglio ancora rottamando, quel maledetto strumento antisportivo di morte, quell’arnese spaventevole a doppia canna, quell’arma carica di violenza e di maleducazione che tanta sofferenza e tante malattie causa alle creature vive del mondo, uomini inclusi.

A un chilometro dalla patria di Chiara Cainero, medaglia d’oro olimpica a Pechino

Ma, si sa, ad appena un Km da Godia, ci sono Molin Novo e Cavalicco, patria di Chiara Cainero, brillante ed eccezionale medaglia d’oro del tiro al piattello in quel di Pechino.
Non ha fatto in tempo a rientrare che la hanno sommersa di elogi fino ad imbarazzarla, l’hanno osannata in lungo e in largo, come è anche giusto che sia.
Una medaglia d’oro alle Olimpiadi è sempre qualcosa di grande, come è fuori dalla norma che una donna spari 100 volte a dei piattelli che vanno senza preavviso a destra e a sinistra, colpendoli per ben 98 volte.
Non si vince un oro senza possedere dei numeri eccezionali.
Non nascondo che, da italiano e da friulano, ho pure io tifato per lei, non fosse altro perché suo padre era mio compagno di scuola alle medie.
Ma attenzione. In Friuli abbiamo pure diverse atlete operanti nella corsa e nel salto, nel nuoto e nella ginnastica, e pure negli sport di squadra, dove mi risulta che non siamo andati affatto bene.
Molto più produttivo e significativo sarebbe stato vincere qualcosa in quei settori, ferma restando la ottima vittoria della Chiara.
E’ diventata stella di prima grandezza, non solo in Friuli dove se la contendono a suon di inviti e serate, ma persino a Roma dove Napolitano e Berlusconi se la sono mangiata cogli occhi.
Non ce l’abbiamo dunque con la Cainero, e le perdoniamo persino l’inconsapevole gaffe, di aver dichiarato che mentre era in Cina, si era consolata abbuffandosi del delizioso prosciutto di San Daniele, legando così l’immagine del Friuli alla lavorazione infamante di un prodotto cimiteriale.
D’accordo che gli atleti di oggi, ignorando che campioni come Moses, recordman dei 400 ostacoli per dieci anni di seguito, era assoluto vegetariano, seguono dopotutto le istruzioni dietetiche dei medici sportivi.
Lo fanno pure le squadre di calcio.
Ma i risultati non sono per niente esaltanti.
Drogando gli atleti con la carne non si viene squalificati per doping, ma non si garantisce nessun equilibrio e nessuna qualità aggiuntiva agli atleti, che vengono semmai invecchiati e scassati anzitempo da queste diete micidiali, basate su processi leucocitosici incontrollati, che provocano pure alti e bassi di stimolazione, alti e bassi di battito cardiaco e di temperatura corporea, come tutte le sostanze dopanti.
Il fatto che l’Italia sia campione del mondo nel calcio, o che la Chiara Cainero abbia vinto la medaglia d’oro, non depone affatto a favore del prosciutto e delle diete stimolanti alto-proteiche.
Significa solo che tutti erano bravi e che ci hanno messo l’anima, vincendo non sole le gare, ma persino gli effetti certamente negativi e devastanti delle istruzioni dietetiche ufficiali adottate dalla federazione.
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Manca la controprova specifica, ma avrebbero entrambi vinto, e continuerebbero a vincere meglio e di più, con un sistema nutritivo rispettoso del proprio apparato fruttariano-vegetariano.
Era meglio in ogni caso astenersi da dichiarazioni di quel tipo.
Uno che vince diventa un modello ed anche un esempio.
Se si vende per fare della pubblicità, ha almeno un alibi pecuniario.
Se parla a favore degli scannatori di maialini in generale, o della sua regione in particolare, fa soltanto una pessima figura, e la Repubblica Virtuale dei Suini che pure esiste nell’universo, potrebbe persino tifarti contro alla prossima occasione.
Tirare ai piattelli non ha niente di negativo in sé, e di sicuro si sviluppano doti di acutezza mentale, di prontezza, di riflessi, di precisione, soprattutto a quei livelli.
La precisione comporta pure regolarità, sacrifici, efficienza psico-fisica, atletismo, e dunque anche importanti doti morali.
Sport dunque da rispettare, a patto di saperlo distinguere dal suo cugino scellerato e maniacale, che si chiama caccia e pesca, e che ha in Italia, sia ben chiaro, un seguito di milioni di addetti, che danno supporto alle nostre rinomate industrie delle armi localizzate nel Bresciano.

L’anima, prerogativa esclusiva dei farisei.
L’impossibilità di attendersi degli spunti educativi dalle sagre o dai curati di campagna.

A quando una cultura più pacifica ed amichevole nei confronti di tutti gli animali prigionieri e liberi?
E’ evidente che non possiamo attenderci programmi, spunti educativi e buoni esempi, dalle sagre delle patate.
Meno che meno dai prelati di campagna che stanno dietro ad esse, essendo i reverendi in prima fila tra gli aguzzini e gli sterminatori di creature ricoperte di piume e di pelo, di creature vispe, simpatiche e innocenti, che non sono però dotate di anima, secondo gli autorevoli ministri terrestri del Creatore.
L’anima è, secondo la loro infallibile interpretazione, prerogativa dei cacciatori sputa-pallini e degli agricoltori farisei che con una mano danno la pannocchia al vitellino, e con l’altra nascondono dietro la schiena qualcosa di sinistro e luccicante che si chiama coltello.
Cosa che si commenta ampiamente da sé.

Patata, frutto di terra gradevole e immacolato

Ma questo scivolare dalle patate alla salvia a quelle al capriolo deve farci riflettere.
La patata, dopotutto, è un pomo, è simbolo classico di una risorsa naturale.
I francesi non la chiamano a caso pomme de terre.
Dovrebbe poter rappresentare il cibo innocente, pulito, sano, alternativo, con la sua pasta bianca o gialla o rossastra, sempre grate al palato, immacolate nell’aspetto, e profumate pure di buono e di terra pulita.
La sagra della patata dovrebbe dunque poter indicare alla gente una via alternativa, un modo per tornare almeno una volta ogni tanto alle sane e semplici abitudini di un tempo, quando la carne, se c’era e soprattutto se andava di inquinarsi, capitava sotto Natale, mentre durante l’anno si facevano grandi mangiate di patate, cereali e legumi, e l’unico cruccio era quello della frutta che scarseggiava, almeno nelle città.
Patata frutto di terra, ma completo e nutriente al massimo, sia da cruda, grattugiata con le carote, che cotta conservativamente e meglio ancora con la buccia integra addosso.
Al limite, buona anche con gli gnocchi, se preceduti da qualche verdura cruda enzimizzante.

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Grazie alle bucce di patata crude, mantenutesi sotto i letamai delle dacie sovietiche, molti soldati italiani riuscirono a sopravvivere e a riportare la loro pelle a casa, nella disastrosa ritirata dal fronte russo,
come testimonia il grande romanzo Cento gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi.

Le sagre dai cros, du cavaddu, dei cinghiali e degli ungulati

Per ora esistono da queste parti la sagra del toro, col toro intero girato entro un gigantesco spiedo nella piazza di un paese della fascia pedemontana, la sagra dello struzzo, la sagra dell’oca, la sagra del coniglio, le sagre dai cròs (o sagra delle rane), quella delle lumache.
In perfetto allineamento poi con le sagre piemontesi, della Valtellina, della Toscana e delle varie regioni italiane, dedicate alla mattanza dei cinghiali, alla moccetta (carne essiccata di animale selvatico), alla bresaola di cervo e di camoscio.
In parallelo con le sagre degli ungulati, quasi che noi umani non avessimo pure delle unghie come loro, anche se deboli e fragili, al pari della nostra intelligenza, vivace solo in furbizia, ipocrisia e cattiveria.
In piena armonia con la Sagra du cavaddu, che si tiene nella penisola Salentina, in Puglia, ogni anno dal 22 al 23 agosto, e che nella edizione di questo anno ha visto il sacrificio orribile, indegno ed incivile di nove cavalli, animali nobili che nei tempi andati erano considerati intoccabili amici dell’uomo.
Nove cavalli che fino a qualche giorno prima venivano accarezzati e vezzeggiati dal loro infido amico umano, capace di cavalcarli e di parlare loro, di baciarne i grandi occhi innocenti, e poi di tradirli nel modo più vile.
Ma questo sorprende poco, se pensiamo che nel famoso Palio di Siena, ed anche in quello di Asti, i cavalli che si azzoppano vengono regolarmente eliminati perché non potranno più rendere come prima.
Mentre la loro carne equina al sangue continua a tirare, sotto gli stimoli e le richieste di gente anemica di sangue, ma soprattutto anemica di spirito, e a corto di informazioni tecniche corrette sulle proprie reali condizioni di salute.
In linea pure con la sagra dell’asino e quella del bufalo, dove l’unico rimpianto sembra essere quello dei trapianti mancati e impraticabili, vanamente agognati dai maschi focosi e nel contempo insoddisfatti della propria artiglieria sessuale.
C’è gente infatti che è pronta a divorare golosamente i testicoli del toro e del bufalo, venduti chiaramente a prezzo d’oro, ed anche il pene d’asino, sempre con la assurda chimera di assorbire poteri, di acquisire dimensioni specifiche, qualità penetrative e vigoria sessuale, tutte cose che a tale gente fa evidentemente difetto.

La sagra del cane e del gatto ancora no. Nemmeno quella dell’imbecille, ma è un peccato.

La sagra del cane e del gatto, quelle ancora no, perché la gente è stolidamente schifiltosa, anche se, qualche anno fa, un noto ristorante della zona nord-udinese venne scoperto in flagrante a servire carne di cane al posto di quella di capriolo, e anche se, verso il Vicentino, la carne di gatto sembra godere di ottima reputazione.
Pure la sagra del cigno ancora no. Troppo bello ed elegante. Meglio impallinare le anatre, brutte, laide e troppo chiacchierone. Meglio tirare il collo alle oche, così gli si può pure mangiare il fegato, che ci darà una mano a guarire dai nostri problemi epatici.
Peccato che non esista la sagra dell’imbecille e dello spostato. Si troverebbero clienti in abbondanza.

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Il domani è tutto nelle carni alternative

C’è anche una tendenza sempre più spinta poi a cercare una alternativa.
Non una alternativa alle carni, questo mai (siamo forse impazziti?).
Una alternativa alle carni presenti, si intende.
Soprattutto per i carnivori annoiati che non trovano più nel solito manzo, nel pollo e nel maiale, gli stimoli di un tempo.
Il problema è quello delle forniture stabili e continue, nonché quello dei prezzi accessibili.
Peccato che la Thailandia sia lontana.
Fuori Pattaya, dove allevano coccodrilli, c’è un cartello bilingue in inglese e russo, dove si vendono eccezionali capsule di sangue di coccodrillo a 20 Baht l’una (50 Centesimi di €). Pensa che pacchia poter usufruire anche da noi di queste favolose opportunità.
Certi thailandesi mangiano gli scorpioni arrostiti col segreto desiderio di diventare essi stessi più incivili, pungenti e velenosi, caratteristiche niente male in un mondo che privilegia sempre più la cattiveria.
Ed esistono pure dei medici che prescrivono il sangue di tigre, per infondere coraggio a chi non ce l’ha.
Da noi ormai si parla sempre più spesso di bistecche di canguro e di coccodrillo, di carne di babbuino e di elefante, di rinoceronte e di gazzella.
Un mondo finalmente eccitante e pieno di prospettive.
La Nuova Frontiera, l’Eldorado e la Terra Promessa dei cannibali di casa nostra.
Dal collo delle oche si vuole passare a quello, assai più consistente, delle giraffe.
Peccato che siano scomparsi i mammùt e i dinosauri.
Ti figuri quali sagre iperboliche avremmo potuto organizzare?
Pensa poi che proteine nobili, esotiche, strane e sconosciute avremmo potuto assorbire!

La futuristica sagra degli gnocchi alla salsa di cadavere umano

Ma la prospettiva di fare ancora meglio, e di andare oltre ogni fantasia, esiste eccome.
La prossima sagra ventura, vista la notevole disponibilità a costi non esagerati, sarà proprio la sagra degli gnocchi alla salsa di cadavere umano, cui faranno da contorno le fette di polenta alla salsiccia umana e i grissini al prosciutto di ragazzino acerbo.
Tanto, il rispetto per le salme non esiste più, venendo esse decurtate sempre più spesso delle parti che più fanno comodo ai grandi trapiantatori di organi.
L’industria dei ricambi umani ha davvero ottime prospettive di sviluppo.
Per ora siamo tra i maggiori importatori.
Ma, tra non molto, potremo riorganizzarci e avviare un buon filone export.
Avremo l’appoggio di maggioranza e opposizione, trattandosi di un settore in grado di migliorare la nostra bilancia dei pagamenti.
I ricambi umani dimostrano infatti maggiore intercambiabilità e compatibilità di quelli sottratti ai cadaveri animali.
Incidenti a raffica sulle strade, ed anche incidenti drammatici sul lavoro, rendono poi la pietanza del futuro sempre più disponibile, fresca e pronta per l’uso, meglio se cruda, al fine di non disperdere micronutrienti.
Il fattore economico e la spinta imprenditoriale non mancano affatto.
Una sana ventata di cannibalismo integrale non farebbe affatto male a questa società infettata da degenerazioni vegetariane e corrotta dalla presente forma di cannibalismo timido e incerto.
Si potrebbe pure organizzare qualche missione di studio in Congo, o in Uganda, tra i corregionali di Idi Amin, al fine di apprendere qualche tecnica particolare di congelamento e cottura della carne umana.
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Abbiamo scioccamente deriso per anni e per secoli l’Africa e il cannibalismo, senza renderci conto che quella invece era la genuina e la massima civiltà, quelle erano le tribù in grado di darci autentica cultura culinaria e vera illuminazione filosofica.

Nessuna offesa per carità. Questa è una valida alternativa al superato culto dei morti.
Da quando in qua siete diventati delicati e schizzinosi?
Via una buona volta le superstizioni sull’anima e sugli spiriti

E non succeda che qualcuno si offenda inorridito, si scandalizzi, si dica sdegnato per la mancanza di rispetto verso i poveri morti.
Voi che adorate i cadaveri, fino al punto di bramarli e di annusarne gli odori e tastarne i sapori, fino al punto di mangiarli e di tenerli dentro di voi per tutto il tempo che serve ad assimilarli, non andrete a fare dei distinguo fuori-tempo e fuori-luogo.
Da quando in qua siete diventati delicati e schizzinosi? Via la maschera. Addentare e silenzio.
I morti, cari signori mangiatori di carne, vi piaccia o no, sono tutti uguali.
Salme inanimate fatte di materiale organico in decomposizione.
La loro anima è volata da qualche parte verso altri lidi, migliori o peggiori non si sa.
Addentare le loro carni, le loro proteine nobili, i loro Omega-3, è una libera prerogativa vostra.
Non siete forse già dei convinti e impenitenti necrofagi?
Lo state già facendo così bene che non sarà affatto difficile diventare cannibali del tutto.
In più risolveremo finalmente il grosso problema degli scarsi spazi cimiteriali a nostra disposizione.
Manderemo finalmente a quel paese tutti gli irrazionali timori dell’al di là, tutte le superstizioni sull’anima, tutte le paure degli spiriti e dei fantasmi, tutti gli stupidi riguardi sui morti ammazzati e sul mondo ultraterreno.

Verso la nuova frontiera del materialismo puro e razionale.
La soluzione del cannibalismo totale che nemmeno il grande Napoleone aveva pensato.

Seppelliremo superstizioni, portafortuna e talismani, e avremo conquistato tutto d’un colpo la vera nuova frontiera del materialismo puro, maschio, concreto, solido e definitivo. Quell’ideale satanico e inconfessato che ci frullava da tempo nel cervello.
Nei nuovi cimiteri sintetici, ridotti e privi di cattivi odori, ci saranno targhette con nome e cognome, data di nascita e morte, e niente altro sotto il cippo alla memoria.
Esattamente come avviene per gli animali, i cui cadaveri non vengono sotterrati ma riciclati in quei capienti e putrescenti contenitori che sono gli intestini degli uomini.
Già Napoleone Bonaparte voleva globalizzare il mondo eliminando i cimiteri, obsolete, ingombranti e anti-igieniche vestigia del passato.
Ma egli aveva in testa il metodo del fuoco purificatore.
Non gli era venuta in mente la soluzione ancora più economica e radicale del cannibalismo totale.
Le cosiddette bestie sono ancora più brave degli uomini, perché non lasciano alcun segno ed alcuna impronta.
Vengono al mondo, vivono e scompaiono. Questo è l’ideale. Cominciamo finalmente a parlare di vera democrazia.
Tutto divorato in buon ordine e perfetta armonia da una popolazione di uomini depurati dai pregiudizi psicologici e spirituali.
Uomini finalmente rinsaviti, razionali e coerenti, privi di inquinamenti psicotici e spirito-patologici.
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Una irripetibile missione economica in Sud-Africa e Mozambico

Già il professor Christian Barnard, che ebbi la ventura di incontrare casualmente e fuori dagli schemi a Città del Capo nell’ottobre 72, quando egli era all’apice della sua brillante carriera di cardiologo trapiantista, si era mosso nella direzione giusta.
Aveva appena messo un ennesimo cuore nuovo a un paziente tedesco.
C’erano stati risultati controproducenti con persone morte pochi giorni dopo l’operazione, per i soliti problemi del rigetto, che a quel tempo non erano stati attenuati come avviene oggi, ma la sua straordinaria abilità chirurgica e la sua estrema disinvoltura, la sua intraprendenza nel mettere parti umane nuove dove serviva, aveva lasciato stupefatto il mondo intero.
Facevo parte di una missione economica dell’Ice (Istituto Commercio Estero) di Roma, e rappresentavo una nota fabbrica udinese, in compagnia di una ventina di imprenditori di diversi settori, con al seguito un ministro e un sottosegretario.
Visitavamo miniere di diamanti e di pietre preziose, e studiavamo i potenziali di scambio economico del Sud-Africa e del Mozambico.

Turiddu Magnagatta, un grande della biancheria intima.
Ottantaduenne arrapato, con in testa il chiodo fisso della gnocca.

Tra i membri della missione ce n’era uno che definire eccezionale sarebbe riduttivo e inadeguato.
Già il nome e la specializzazione scatenavano l’ilarità.
Si trattava del cavaliere del lavoro Turiddu Magnagatta, premiato produttore di biancheria intima femminile.
Ottantaduenne, fisicamente rudere, inconsistente e spigoloso nel fisico, ma spiritualmente arrapato come un militare di leva tenuto per mesi a digiuno e a distanza dalla sua leccornia preferita, era una specie di mina vagante del gruppo.
Spariva sempre di circolazione sulla scia di qualunque essere di sesso femminile che gli si parasse davanti, a fianco, o a retro.
Ogni donna, bella o brutta, dai dieci anni ai novanta, dalla pelle bianca o nera, dai lineamenti flessuosi o anche ridondanti, che intravedeva all’orizzonte con la sua incerta visuale daltonica, diventava suo obiettivo immancabile.
A volte andavamo a ripescarlo per strada, fuori dell’albergo, trovandolo in stato di agitazione e di confusione mentale.
Ci dava preoccupazioni, ma era diventato una specie di mascotte della missione.
Non si sa se per posa o per conseguenza del suo avere sempre sottobraccio i suoi cataloghi aziendali, pieni zeppi di modelle nude rivestite dei pochi pizzi che lui disegnava per loro, il cavaliere, alto quasi due metri, magro come uno stecco, due occhi assatanati che saltavano fuori dalle orbite, aveva in ogni attimo e in ogni circostanza del giorno e della notte, un chiodo fisso nella testa: la gnocca.

Tutti pronti ad aspettare che tirasse le cuoia. Tutti pronti a sotterrarlo.
E lui non ne perdeva una. Le rincorreva in tutti i modi e a tutte le ore.

Mia moglie, e così pure i miei eredi, mi vogliono troppo bene, si aspettano solo che io tiri la ghirba.
Mi hanno già comprato sia una bara oblunga che un posto di lusso in cimitero.
Ma non sanno che dentro di me c’è ancora il vulcano che soffia.

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La voglia di ciccia viva, dei miei cinque figli maschi messi assieme, non raggiunge nemmeno la metà di quella che io mi porto addosso.
E in effetti, era alla perpetua caccia di donne lungo i corridoi degli alberghi in cui alloggiavamo.
Ogni poveretta che per combinazione nefasta fosse venuta a contatto con lui, cassiera dell’hotel, donna delle camere, turista distratta di passaggio, finiva per diventare suo bersaglio.
Non solo cogli occhi e la parola. Allungava le mani, tastava ed accarezzava, con la stessa naturalezza che si usa con un cavallo o con una capra domestica.
Le vittime reagivano ovviamente e si accingevano a mollare uno schiaffo, ma poi, scoprendo che si trattava solo di un vecchio e malandato sporcaccione, carico di erotismo e di ilarità, la buttavano regolarmente in ridere e gli davano persino una manata sulle spalle.
Il negozio di gioielli e monili dell’Hotel Herengracht di Cape Town, dove eravamo ospiti, era in mano a una bionda esplosiva, ridanciana ed intrigante al punto giusto, con un petto generoso e in costante sovraesposizione.
Turiddu Magnagatta, aveva un suo tavolo con tanto di targa nominativa, presso la sala riunioni dove incontravamo gli importatori sudafricani. Lo cercavano in molti. Ma lui era sempre là, inguaribilmente ammaliato dalla sua bambola platinée.
Fortuna che la nostra sosta a Città del Capo durava solo 3 giorni, altrimenti la sua manifattura lombarda avrebbe subito un vero e proprio collasso contabile.
Quella bionda aveva capito le qualità irripetibili di quel cliente, e sapeva fargli le moine giuste.
E lui comprò non una o due, ma una ventina di collane e braccialetti d’oro, in un improbabile slancio di generosità verso la famiglia e la moglie che in questo caso gli serviva da alibi.
In realtà, ronzare appresso a quell’animale biondo, provocante e profumato, stile bambola alla Fred Buscaglione, stare a contatto quasi intimo con quel seno prorompente che gli sconvolgeva il sonno, sniffarlo roteandogli intorno naso e occhi a due centimetri di distanza, era per lui il massimo della goduria.

L’incontro illuminante con Chris Barnard.
Il vero cuore dell’uomo non è il cuore, ma è l’uccello.

Se solo trovassi Barnard, mi confidò.
Uno come lui, che mette il cuore nuovo, vuoi che non sia capace di risolvere il mio problema.
Il mio pipino si alza eccome.
Ma poi da un momento all’altro improvvisamente scompare, e mi lascia a piedi, orfano e disperato.
A volte non riesco nemmeno a localizzarlo.
Cosa va a perder tempo nei trapianti di cuore.
Il vero cuore dell’uomo non è il cuore, ma è l’uccello.
Cosa vuoi che gli costi incunearmi un pistolotto duro e inflessibile, sempre pronto all’uso, preso magari da qualche nero possente e nerboruto finito male.
Gli darei qualsiasi cifra.
Svenderei bara, tomba, casa, moglie (ma nessuno me la compra), figli e anche fabbrica coi suoi dipendenti inclusi, per pagarmi questo intervento.
Quando, il giorno dopo, notai Chris Barnard seduto nella hall come un comune mortale intento a leggere un giornale, non credevo ai miei occhi.
Mi pareva un gioco del destino. Avevamo parlato di lui a lungo il giorno prima.
Diedi le chiavi della mia camera e cinque dollari di mancia a un ragazzo della reception perché andasse a prendere la mia macchina fotografica e mi scattasse qualche foto assieme al grande chirurgo del mitico Groteshur Hospital.
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E il tutto riuscì alla perfezione, visto che posseggo ancora quelle foto.
Barnard mi guardò divertito, quando gli sottoposi le richieste del vegliardo Magnagatta.
Dopo essersi assicurato che non ero un giornalista a caccia di scoop facili, mi confidò che il trapianto di membro rientrava pure nei suoi esperimenti e nei suoi programmi, ma che i risultati finora raggiunti, facevano prevedere tempi assai lunghi, dovendo in questo caso intervenire non più principalmente su muscoli e tessuti, come nel caso del cuore, ma su micro-nervature, su stimoli e riflessi.
Insomma, su due piedi la cosa non si poteva fare, e il cav. Magnagatta ne soffrì moltissimo, al punto di fare il viaggio di ritorno all’insegna della malinconia e della rassegnazione più nera.
Era irriconoscibile e pallido, e aveva la morte e la sconfitta stampigliate sulla fronte.
Rientrava in sede, nella odiata realtà famigliare e sociale, a rispettare il macabro appuntamento con i suoi inflessibili becchini.

La gente assatanata da straordinari ma virtuali appetiti sessuali.
Il cosiddetto male dell’agnello. Il perché l’asino si chiama asino.

Cosa c’entri questo lungo episodio con la sagra delle patate e del capriolo è presto detto.
La gente dei nostri giorni pare assatanata da straordinari appetiti sessuali, tanto maggiori ed esorbitanti quanto più compromessa e sminuita è la sua reale capacità penetrativa, quanto più rovinata e sbrindellata è la sua autentica voglia di vivere e di copulare.
Da queste parti il senso dell’ironia non manca, e si usa dire che Al à el mal dal agnèl, i crès le voe e i crès le pànse, ma i cale l’ucèl (Ha il male dell’agnello, gli cresce la voglia e gli cresce la pancia, ma gli cala l’uccello).
Una delle barzellette che circolano, la dice tutta su questo dilemma, su questo baratro esistente tra il maschio mediocre e impotente della realtà e quello magnificato e idealizzato nelle sue fantasie erotiche di stupratore mancato.
Lo sai perché l’asino si chiama asino?
Ognuno si sforza di trovare la risposta, trovando scomodo farsi bocciare su un quesito così banale.
Qualcuno risponde per via del suo ragliare particolarissimo che fa Hihoo, Hihoo.
Qualcuno dice che tutto dipende dalle sue orecchie sproporzionate.
Qualcuno infine abbozza alla sua scarsa attitudine ad obbedire al suo padrone.
No, la realtà è molto più concreta ed osservabile.
L’asino si chiama asino, perché, nonostante il suo smisurato membro, si limita ad esibirlo ed esporlo, si limita a puntare il sesso dell’asina, a farglielo solo assaggiare, abbozzando la penetrazione più che condurla a termine in proporzione alle sue esagerate doti dimensionali.
Più asino di così, si muore.
Un motivo più per bestemmiare il creatore.
Come si fa a fare un errore così eclatante e clamoroso.
Dare all’asino quello che sarebbe stato ideale per l’uomo?

Voli pindarici e fantasie erotiche dei maschi ammazza-femmine

Pensa un po’ se potessimo noi essere umani essere dotati di un arnese del genere.
Finiremmo non per penetrare le nostre donne, ma per trapassarle finalmente da una parte all’altra, per distruggerle, Dio-Maschio sia lodato, a letto e in tutte le altre circostanze possibili e immaginabili.

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Offriremmo loro una buona volta quel servizio che ci chiedono da sempre e che noi, senza l’ausilio di prolunghe e Viagra e vibratori, non riusciamo mai a garantire, restando spesso con tanto di palmo di naso.
Il mito della penetrazione senza fine e della sofferenza fisica, il mito dell’estremo sacrificio connesso al piacere e al godimento.
Non fa forse così, in ordine rovesciato, la mantide religiosa, pure essa donna?
Prendiamoci una buona volta una sana rivincita, e strapazziamole tutte fino a farle urlare.

Più cadaveri mangi e più impotente diventi

Ai nostri tempi, ci pareva di essere degli autentici depravati perché, a ogni donna interessante, guardavamo gli occhi e intravedevamo contemporaneamente qualcosa di ancor più profondo e interessante.
Non ci rendevamo conto di essere normalissimi maschi doc, privi di ambizioni sanguinarie.
Tette, culo e vagina ci facevano (e per fortuna ci fanno tuttora) impazzire, ma non coltivavamo, nei nostri sogni e nei nostri piani quotidiani, la frenesia stupratrice, il desiderio di trapanare e di impalare in modo sadico la nostra donna, come succede a certi pervertiti dei tempi odierni.
Per noi il rapporto con la donna era qualcosa di tenero, romantico, divertente, delicato.
Non era sempre amore vero, ma c’era attrazione, interesse, voglia di scambio, curiosità per la partner.
Ora le cose sono degenerate.
O non c’è niente, se non il sospetto e l’indifferenza, oppure c’è qualcosa di troppo, di unilaterale e di sbagliato.
La bellissima invenzione divina dell’amplesso si trasforma in altre cose che vanno dal martello pneumatico
alla camera di tortura, al rapporto metallico e sadico.
Tutto questo non arriva a caso.
Le perversioni nel cibo e nel comportamento portano diritto alle perversioni nella sessualità.
A conferma che più sono i cadaveri che mangi e più impotente diventi, mentre la tua libido si trasforma da sano e naturale meccanismo predatorio in patologica voglia di umiliare, bistrattare, perseguitare e annientare sessualmente la controparte.
Ecco dunque la sagra del toro, con giovani ed anziani a leccarsi i baffi con lo sperma del disgraziato quadrupede morto, che gira ancora sbeffeggiato sullo spiedo gigante nel centro-piazza del paese in festa.
Ecco dunque la sagra dell’asino, dove la fantasia erotica viaggia sul tentativo di impossessarsi di quelle doti da sempre ambite in modo ossessivo ed inquietante.

Quando mai si riuscirà a far rinsavire la gente?
Quando mai si tornerà a mangiare cose fresche e vive, anziché cadaveri in decomposizione?

Non sarà certo il bonario e scaltro curato di campagna a contrastare questi strazi.
Il primo ad assaporare i marroni del toro, del bufalo, del cavallo da monta, o il supermembro del povero asino è spesso proprio lui, fine conoscitore del Refosco, del Merlot, e dei rossi più adatti a mandar giù tali emerite porcherie.
Salvo poi tutti pronti a trafficare in gran segreto e malcelato imbarazzo con ogni nuova formula di Viagra che arriva sul mercato.
La gente di oggi sembra aver perso davvero l’orientamento dei punti cardinali e il senso delle cose.

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Pare aver perso non solo la capacità di saper dialogare con la propria coscienza e la propria anima, ma addirittura la semplice attitudine a percepire gli umori semplici delle cose, a riconoscere ed apprezzare il profumo esilarante e delicato di una rosa, distinguendolo dal sapore stomachevole, angosciante, e sempre in agguato della morte.
Prima ancora che portare la gente a lezioni di etica e di spiritualità, bisognerà prima re-insegnarle a distinguere i profumi veri della salvia e del rosmarino, quelli della stessa patata, la fragranza unica e vivace del pomodoro sulla pianta, opposta alla noiosa insipidezza del frutto da serra.
Quando mai si riuscirà a far rinsavire la gente, a restituirle un minimo di dignità, di sana voglia di mangiare e di bere naturalmente cose fresche e cose vive, anziché cadaveri e salme in decomposizione?
Quando si riuscirà a far capire agli innamorati della natura e del sapore di selva, che quanto cercano non si trova affatto nel cinghiale e nel capriolo, del cervo e dello stambecco, e che la carne di queste povere vittime non ha alcun valore ed alcun sapore aggiunto rispetto a quella degli animali in catene?
Quando mai capiranno che non bisogna confondere il sapore rivoltante della cadaverina col buon sapore di natura, che la salma del povero capriolo nulla ha di particolare per differenziarsi dalle altre salme, e che la cadaverina ha sempre e comunque l’insopportabile puzzo della fogna e il tanfo mortale e cimiteriale delle fosse comuni e dei colombari a ferragosto?
Quando mai si renderanno conto che, se si ama davvero la selva, ci si deve solo andare, respirando l’aria ricca di ossigeno e di essenze di mille diverse foglie e di ciclamini, assaporando gli aromi stupendi delle more, dei lamponi e dei mirtilli, raccogliendo le castagne e i funghi, mandando baci, carezze e benedizioni alle bestiole selvatiche che sbirciano innocenti tra i cespugli, e agli uccelletti multicolori nascosti tra i rami, che ci danno lezioni di musica e di felicità allo stato puro, anziché portar loro il segno della nostra maleducata perversione?
E quando mai uomini e donne rientreranno nel loro senno e, anziché praticare fughe fantasmagoriche dalla realtà, anziché desiderare abnormi e improponibili rapporti mega-galattici fatti di membri sproporzionati e vagine ultrabollenti, re-impareranno ad apprezzarsi di più per quello che sono, a darsi umilmente più morsi di apprezzamento e timide carezze, a penetrarsi in modo soddisfacente ed appagante col cuore e con l’anima, ma sempre entro i limiti ottimali offerti loro da madre natura?

I magistrati hanno dato incarico ai carabinieri di verificare la fondatezza delle dichiarazioni di un ex ispettore di polizia che in un’intervista televisiva ha detto di aver incontrato il fisico a Buenos Aires, in Argentina

La procura di Roma riapre il caso di Ettore Majorana, il fisico catanese scomparso nel nulla una sera del 27 marzo 1938, in occasione di un viaggio sul piroscafo che da Palermo lo avrebbe portato a Napoli. Ma nella città del Golfo, Ettore Majorana, tra i più brillanti e promettenti allievi di Enrico Fermi, non arrivò mai. A dare nuovo impulso agli inquirenti sono state le dichiarazioni di un ex ispettore di polizia che in un’intervista televisiva ha detto di aver incontrato il fisico a Buenos Aires, in Argentina, negli anni a cavallo della Guerra.

C’è un fascicolo in ‘atti relativi’ che la procura di Roma ha aperto tempo fa in relazione alla scomparsa ddello scenziato. I magistrati di piazzale Clodio hanno dato incarico ai militari di verificare la fondatezza delle dichiarazioni. La procura è in attesa di ricevere una prima informativa per capire se le parole dell’uomo siano o meno meritevoli di approfondimento. Del caso si è interessato anche il programma ‘Chi l’ha visto?’, intervistando un italiano che, emigrato in Venezuela intorno al 1955, si disse convinto di aver frequentato a lungo Majorana senza, però, che il fisico gli avesse mai svelato la verà identità.

Majorana fece parte dei ‘ragazzi di via Panisperna’, laboratorio di geni guidati da Enrico Fermi, rifiutò la cattedra alle università di Cambridge, Yale e della Carnegie Foundation. Accettò quella di Fisica teorica dell’Università di Napoli. Nel marzo 1938 il viaggio di riposo Napoli-Palermo su una nave Tirrenia. Nel capoluogo siciliano alloggiò per mezza giornata all’albergo Sole e la sera fu di nuovo sul piroscafo dove fu visto sul ponte all’altezza di Capri. Ma a Napoli non arrivò mai.

Il giovane scienziato si dileguò nel nulla. E sulla sua misteriosa scomparsa a distanza di tanto tempo è ancora giallo. Anche se in questi giorni nuovi indizi sono stati portati alla luce da Erasmo Recami, il maggiore biografo del fisico. Tormentato e geniale Majorana ebbe una vita fuori del normale. Era uno spirito libero dotato di una straordinaria vena polemica. Hanno fatto cronaca i suoi j’accuse agli insegnanti, ai quali contestava di perdersi nei dettagli dimenticando la visione d’insieme e che gli valsero il soprannome di “Grande Inquisitore”.

Era un bambino eccezionale, Ettore Majorana, nato da una delle migliori famiglie di Catania. Quarto di cinque fratelli che si distinsero tutti in qualche campo particolare: chi nella giurisprudenza, chi nell’ingegneria, chi nella musica. Uno zio, Quirino, che era un grosso nome della fisica sperimentale, un altro, Dante, rettore dell’Università di Catania. E, in generale, una famiglia in cui la cultura era di casa. Il piccolo Ettore , però, non era solo un ragazzino portato per la matematica, era un prodigio del calcolo mentale, prima, e, da grande, uno dei massimi fisici teorici.

“Da lontano appariva smilzo, con un’andatura incerta; da vicino si notavano i capelli nerissimi, la carnagione scura, le gote lievemente scavate, gli occhi nerissimi e scintillanti: nell’insieme l’aspetto di un saraceno”. Era il 1927 e l’amico Edoardo Amaldi lo ricorda così, mentre in compagnia del compagno di corso Emilio Segrè arriva al Regio Istituto di Fisica di via Panisperna, a Roma.

Tutti e tre avevano frequentavano la facoltà di Ingegneria, poi però Amaldi e Segrè si erano lasciati convincere dall’appello di Orso Mario Corbino, direttore dell’Istituto, a passare agli studi di fisica approfittando del fatto che l’astro nascente della fisica Enrico Fermi era venuto a insegnare fisica teorica a Roma. Proprio nell’Istituto diretto da Corbino.

“Il passaggio a Fisica di Majorana – scrive Amaldi – ebbe luogo al principio del 1928 dopo un colloquio con Fermi. Fermi lavorava allora al modello statistico dell’atomo e il discorso con Majorana cadde subito sulle ricerche in corso nell’Istituto. Gli espose rapidamente le linee generali del modello. Majorana ascoltò con interesse, poi se ne andò senza manifestare i suoi pensieri. Il giorno dopo si presentò di nuovo all’Istituto, entrò diretto nello studio di Fermi e gli chiese, senza alcun preambolo, di vedere la tabella che gli era stata posta sotto gli occhi per pochi istanti il giorno prima. Avutala in mano, estrasse dalla tasca un fogliolino su cui era scritta un’analoga tabella da lui calcolata a casa nelle ultime ventiquattro ore. Confrontò le due tabelle e, constatato che erano in pieno accordo tra loro, disse che la tabella di Fermi andava bene”.

Majorana aveva risolto a mano e in un giorno il problema a cui Fermi stava lavorando da una settimana. Un’episodio che da solo basta a raccontare l’Ettore genio e al tempo stesso l’Ettore uomo. In grado di gareggiare con Fermi non solo in fisica teorica, ma di batterlo senza problemi in matematica. Nel luglio del 1926 venne la laurea, con il massimo dei voti e con una tesi sulla meccanica dei nuclei radiottivi.

Poi gli studi sui lavori di Dirac, Heisenberg, Wigner, nel 1932 la libera docenza in fisica teorica e nel 1937, per meriti speciali, il trasferimento presso l’Università di Napoli. Ettore Majorana fu senza dubbio un outsider, una persona forse eccentrica, ma nel ricordo del nipote Fabio “allegra e serena”. Poi quella serenità che anche Amaldi rammenta nelle riunioni prima di sera alla Casina delle Rose di Villa Borghese, quando “sorseggiando una bibita o mangiando un gelato si discuteva della preparazione degli esami o degli ultimi esami sostenuti”, svanì.

Scomparve dopo un viaggio in Germania dove si era recato per motivi di studio. Al suo posto un’immagine cupa e solitaria. Ettore si rifugiò in casa, isolandosi, e respingendo anche la posta. Si racconta che di suo pugno scrivesse sulle buste delle lettere: “Si respinge per morte del destinatario”.

Le sue tracce si perdono definitivamente sul postale che da Palermo lo avrebbe dovuto portare a Napoli. E’ 26 marzo del 1938. La famiglia indice un premio, enorme per l’epoca, per avere notizie. Ma nulla. E’ da quella data che Ettore diventerà un mito, un personaggio teatrale, letterario. Figura romantica della cultura scientifica. Un enigma nazionale cui si sono date varie soluzioni: suicidio, rapimento da parte di qualche Paese che conduceva studi atomici, crisi mistica.

Dalle indagini seguite alla scomparsa si accertò che Majorana era stato a Palermo due giorni e da lì era partito alla volta di Napoli. Un marinaio testimoniò di averlo visto in cabina mentre il piroscafo entrava nel golfo di Napoli, un altro testimoniò di averlo notato a poppa dopo Capri non molto prima dell’attracco al molo di Napoli. L’ipotesi che trovò più credito tra gli amici fu che egli si fosse buttato in mare, ma il mare non restituì mai il suo corpo. Sul caso tornò Leonardo Sciascia che sul mistero che avvolge la morte di Majorana costruì uno dei suoi romanzi, andando oltre la cronaca e scavando dentro l’anima dell’uomo.

“La scomparsa di Majorana ” uscì nel 1975, e in esso Sciascia sceglie la libertà di prestar fede all’ipotesi del ritiro assoluto, del silenzio da parte del giovane fisico, piuttosto che credere alle altri banali soluzioni, compresa quella del suicidio. Majorana , secondo l’ipotesi dello scrittore, potrebbe aver calcolato la potenza dell’energia atomica qualche mese prima che l’avvenuta scissione dell’atomo fosse resa nota e ne giustificasse l’immaginazione. Il presagio di un orrore imminente potrebbe aver angosciato la sua coscienza in un conflitto interiore che l’avrebbe indotto a scomparire. Pertanto la sua scomparsa non sarebbe altro che il rifiuto dello scienziato, non l’oscura disperazione di un nevrotico.

E se le forze dell’ordine tornano in campo sulle tracce dello scienziato più misterioso del ’900, i fisici di tutto il mondo non hanno mai smesso di indagare sulle teorie proposte da Majorana, talmente precorritrici dei tempi che solo oggi si comincia a capirle. Majorana ha scritto cose geniali, la cui importanza si è compresa solo a distanza di tempo”, osserva il fisico Carlo Cosmelli, dell’università di Roma La Sapienza. “Stiamo rileggendo il suo lavoro del 1932, che contiene passaggi ancora difficili da afferrare”, dice il fisico Antonio Masiero, direttore della sezione di Padova dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). Non poteva che essere avvolta nel mistero, infatti, la particella dalle proprietà stranissime descritta da Majorana, capace di essere se stesso e contemporaneamente il suo opposto nell’antimateria. I fisici lo chiamano “neutrino di Majorana” e nei Laboratori dell’Infn del Gran Sasso è in corso un esperimento per scoprire il suo segreto.

ROMA — Dieci punti «coincidenti» e una «compatibilità ereditaria» . È stato questo a convincere i magistrati romani a riaprire l’inchiesta sulla scomparsa di Ettore Majorana. A rispolverare, due mesi fa, quel fascicolo vecchio di 73 anni. Perché la sorte del geniale fisico catanese sparito il 25 marzo del 1938, è un mistero che sembra non avere fine. Ipotesi e suggestioni non sono mai state sufficienti a chiarire se davvero possa essere morto suicida gettandosi dal postale sul quale si era imbarcato a Palermo con destinazione Napoli o se invece abbia deciso di far perdere le proprie tracce alimentando così il suo mito e la leggenda sulla sua figura.

I TENTATIVI - Ci hanno provato storici, giornalisti, scrittori del calibro di Leonardo Sciascia a indagare su questo giallo, a cercare una strada per arrivare alla verità. E tre anni fa è bastata la consegna di una foto scattata in Argentina nel 1955 per tracciare un nuovo percorso da seguire. Ora si scopre che in realtà quella fotografia potrebbe davvero dare una svolta alla nuova indagine condotta dal procuratore aggiunto di Roma Pierfilippo Laviani, determinato a tentare ogni possibilità pur di afferrare la traccia giusta.

I NUOVI INDIZI - I rilievi effettuati dai carabinieri del Ris di Roma hanno infatti fornito «dieci coincidenze» tra l’immagine acquisita tre anni fa e quelle del fisico siciliano. Ma soprattutto hanno verificato una «compatibilità» tra l’uomo ritratto in quella istantanea e suo padre Fabio Massimo, evidenziando «la trasmissione ereditaria». Indizi indispensabili per decidere di andare avanti e disporre accertamenti in Sudamerica, lì dove Majorana potrebbe aver deciso di nascondersi e di costruirsi una nuova identità. Verifiche per scoprire se proprio dall’altra parte del mondo possa esserci la sua tomba.

LA TESTIMONIANZA - Comincia tutto nel 2008 quando un uomo telefona alla trasmissione di Raitre Chi l’ha visto? e dice di essere convinto di aver frequentato Majorana, anche se lui ha sempre detto di chiamarsi signor Bini. La sua testimonianza è riportata sul sito internet del programma: «Sono partito per il Venezuela perché non andavo d’accordo con mio padre, era l’aprile del 1955. Arrivato a Caracas, sono andato a Valencia con Ciro, un mio amico siciliano, che mi presentò un certo Bini. Ho collegato Bini e Majorana grazie al signor Carlo, un argentino. Mi disse: «Ma lo sai chi è quello? Quello è uno scienziato. Quello ha una capoccia grande che tu neanche ti immagini. Quello è il signor Majorana». Si erano conosciuti in Argentina. Era di media altezza, con i capelli bianchi, pochi e ondulati. Capelli bianchi di chi aveva avuto i capelli neri. E si vedeva dal fatto che portava sempre l’orologio sopra la camicia e per lavarsi le mani si apriva le maniche della camicia e aveva i peli neri. Era timido, preferiva stare in silenzio e se lo invitavi al night non veniva. Poteva avere sui 50 -55 anni. Parlava romano ma si vedeva che non era romano. Si vedeva anche che era una persona colta. Sembrava un principe. Io certe volte gli dicevo: «Ma che cavolo campi a fa. Ti vedo sempre triste». Lui diceva che lavorava, andavamo a mangiare, poi stava 10-15 giorni senza farsi sentire. Aveva una macchina gialla una Studebacker. Pagava solo la benzina, altrimenti sembrava che non avesse mai una lira. Ogni tanto gli dicevo: «Ci tieni tanto alla tua macchina e c’hai tutta sta carta». Erano fogli con numeri e virgole, sbarramenti. Lui non voleva mai farsi fotografare e siccome dovevo prestargli 150 bolivar gli ho fatto una specie di ricatto, in cambio gli ho chiesto di farsi fare una foto con me per mandarla alla mia famiglia. Era più basso di me. Quando ho trovato la foto ho deciso di parlare, sennò era inutile che dicevo che avevo conosciuto Majorana».

LA RIAPERTURA DEL CASO - Quella foto è stata portata nei laboratori dell’Arma e sottoposta a decine di comparazioni. I primi raffronti sono stati effettuati con l’immagine comparsa sui cartelloni poco dopo la sparizione. Occhi, naso, bocca, orecchie, fronte, mento: ogni altezza e larghezza è stata analizzata. E il risultato è apparso sorprendente agli specialisti guidati dal colonnello Luigi Ripani. Perché la linea del naso, che fa un piccola curva verso sinistra, appare identica, così come la parte alta del padiglione auricolare che piega leggermente verso l’interno. Il «signor Bini» ha i capelli bianchi e nell’immagine scattata mostra un’età vicina ai 50 anni. Majorana al momento della sparizione ne aveva 31 ed era castano scuro, ma anche l’invecchiamento effettuato al computer ha fornito elementi positivi. Indizi che nella relazione consegnata ai magistrati consentono di «non poter escludere che il soggetto sia proprio Majorana». Quanto bastava per decidere di andare oltre e confrontare la foto consegnata dal testimone e quelle del padre Fabio Massimo, ma anche del fratello Luciano forse il più somigliante ad Ettore.

LE CONCLUSIONI DEL RIS - Ed è stato proprio questo lavoro a fornire ai magistrati il tassello per decidere di affidare ai carabinieri verifiche ulteriori in Argentina e Venezuela. Scrivono infatti gli specialisti del Ris: «Dalle sovrapposizioni sono emerse similitudini somatiche compatibili con la trasmissione ereditaria padre-figlio». Il «signor Bini» potrebbe dunque essere proprio Majorana. Il fisico potrebbe effettivamente aver deciso di costruirsi una nuova vita in Sudamerica sfuggendo alla notorietà ma continuando a svolgere i suoi studi. Riuscire a rintracciare la sua tomba a distanza di così tanti anni non appare impresa facile. Ma con i risultati già raggiunti i magistrati romani hanno ritenuto che valga comunque la pena di tentare.

Un’assurdità ritenere Majorana un nazista

di Rino Di Stefano

“Pensare che Ettore Majorana possa essere stato un nazista, e che addirittura si fosse rifugiato in Germania dopo la sua sparizione nel marzo del ’38 per collaborare con Hitler, è semplicemente un’assurdità. A parte il fatto che non esiste alcuna prova attendibile a riguardo, dire una cosa del genere significa non sapere nulla della dimensione umana e spirituale di questo nostro grande e misterioso fisico. Significa ignorare la sua sensibilità, i suoi dubbi, il suo innato senso dell’umorismo. No, Ettore Majorana non era un nazista”.
Per il professor Erasmo Recami, docente di Fisica e Struttura della Materia presso l’Università Statale di Bergamo, conosciuto in tutto il mondo come biografo di Ettore Majorana, non ci sono possibilità di dubbio: l’ipotesi di un Majorana nazista non sarebbe altro che una delle tante leggende metropolitane che da decenni circolano sul grande scienziato. Del resto il suo libro “Il caso Majorana”, pubblicato per la prima volta nel 1986 con Mondadori e ormai giunto alla sesta edizione con Di Renzo Editore, è considerato da tutti gli studiosi l’opera più completa e più documentata sul fisico siciliano scomparso nel nulla la fredda mattina di venerdì 25 marzo 1938, all’età di 31 anni, nel porto di Napoli.

Professor Recami, chi era dunque Ettore Majorana?
“Majorana, nato a Catania il 5 agosto 1906, era una delle menti più brillanti della scienza italiana. Enrico Fermi, che aveva conosciuto tutti i maggiori scienziati del suo tempo, compreso Einstein, lo considerava uno dei più forti ingegni del nostro tempo e la promessa di ulteriori conquiste. Un genio all’altezza di Newton e Galileo. Non c’è alcun dubbio che, se avesse continuato la sua attività di professore all’Università di Napoli, oggi in Italia avremmo una delle Scuole di Fisica più celebrate del mondo”.

Ettore MajoranaCome era il suo carattere?
“Aveva un temperamento allegro e gioviale. La sorella Maria lo ricordava come una persona molto buona e di elevato spessore culturale. Due esempi possono spiegare meglio di qualunque discorso l’indole di Ettore. Il primo, quando, senza saper guidare e privo di patente, prese l’auto del padre finendo poi contro un muro. Una cicatrice su una mano gli restò come ricordo di quella sciocchezza. Il secondo è quando, per aiutare un suo amico, si presentò al posto suo per dare un esame di matematica all’università. Inoltre era una persona estremamente sensibile, come possono dimostrare diverse lettere di persone che lo conoscevano. Una di queste era il professor Gilberto Bernardini che, ricordando Majorana, in una lettera dell’8 settembre 1987 scriveva che di lui aveva ‘ancora viva l’impressione di un’intelligenza che mi stupiva perché andava oltre la mia capacità di poter capire. Mi hanno anche ricordato una sensibilità umana non celata da un disincantato umorismo’. Persino un esame grafologico, compiuto dal dottor Gianni Sansoni sulle sue lettere, dimostra la spiccata sensibilità umana di Majorana.  ‘Posso dire – scrive Sansoni – che il Majorana doveva essere persona mite e buona, bisognosa d’affetto più che mai e penso che miglior elogio non gli si possa fare che avvicinandosi alle sue vicende con rispetto e comprensione’. Ma abbiamo anche altre testimonianze. Per esempio, quella del fisico tedesco Rufolf Peierls, che lo conobbe nel 1932, prima che Majorana partisse per la Germania. ‘Mi apparve come un fisico straordinariamente dotato – scrive Peierls da Oxford al collega Donatello Dubini, a Colonia, il 2 luglio 1984 – un poco timido, e veramente contrario al fascismo’. E si può dunque capire con quale stato d’animo si dovette iscrivere al Partito Fascista nel 1934 o 1935, altrimenti non poteva partecipare ai concorsi per ottenere una cattedra universitaria. Insomma, quella di Majorana nazista è una teoria che non sta in piedi”.


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Eppure, in una lettera che Majorana scrisse dalla Germania si intravede una certa simpatia per il nazismo…
“Ogni cosa va collocata nel giusto contesto per essere compresa e spiegata. In questo caso parliamo della lettera che Majorana scrisse alla madre il 22 gennaio 1933 dall’Institut fur Theoretische Phisik del professor Heisenberg, a Lipsia. Si trovava lì grazie ad una borsa di studio del CNR che Enrico Fermi gli aveva fatto ottenere. In effetti, in quella lettera si evince una velata simpatia per il nuovo regime nazista, del quale Majorana cerca di spiegare l’appoggio popolare ottenuto. Ma bisogna comprendere che quella era la prima volta che Majorana si trovava a vivere da solo, in un altro paese. E che il nazismo non aveva ancora la criminale connotazione che poi ha assunto. Probabilmente si era lasciato prendere dall’entusiasmo di essere ben distante dalla madre che, come è noto a tutti coloro che hanno studiato la vita di Majorana, era sempre molto possessiva e invadente verso i figli. Non dimentichiamo che veniva da una famiglia del Sud e lui era un figlio molto rispettoso. Tra l’altro voleva anche molto bene al padre, che morì subito dopo. Tanto per dirne una, la madre era solita comprare la biancheria intima dei figli, anche se erano adulti e già sposati. E poi pretendeva che la indossassero. Il giovane Majorana in una delle sue lettere arriva al punto di dire che Lipsia è una bellissima città, mentre mi risulta che a quel tempo non lo fosse affatto”.

E Majorana non si oppose mai al potere della madre?
“Una volta lo fece. Probabilmente perché non ne poteva più. Ma bisogna spiegare chi era questa donna e quale fosse il suo stile di vita. Il suo nome da nubile era Salvadora Corso, ma presto si fece chiamare Dorina. Amava la bella vita: le vacanze termali in quella che allora si chiamava Abbazia, in Slovenia; girava per le capitali europee ed era sempre in movimento. Era innamorata di Parigi e non faceva che parlarne a casa. Un bel giorno, si vede che proprio non la reggeva più, Ettore le si rivolse contro e urlò: ‘Ma basta con questa Parigi!’ Probabilmente fu quella la sua prima reazione contro la madre. Del resto, aveva accumulato per anni. Pensate che da piccolo la madre lo esibiva come un fenomeno da baraccone, in casa. Visto che era bravissimo a fare complicatissimi calcoli a mente, chiedeva ai suoi ospiti di rivolgere domande al figlio. Lui, che era timido fin da allora, si nascondeva sotto il tavolo e da lì rispondeva. Questa capacità di calcolo non lo lasciò mai. Con Fermi, per esempio, si sfidavano nel risolvere problemi matematici particolarmente difficili. Mentre Fermi utilizzava un regolo calcolatore, Majorana guardava contro il muro, che era l’analogo di stare sotto il tavolo, aspettava che Fermi finisse i suoi calcoli e poi diceva il risultato. Che, ovviamente, era sempre esatto”.

Facile immaginare che suscitasse invidie…
“Certamente. Per esempio, Emilio Segre, detto il basilisco, anche lui membro della cerchia di Fermi, diceva in giro che Majorana con le sue capacità matematiche poteva guadagnarsi da vivere esibendosi in un circo”.

La prima ipotesi che hanno fatto gli inquirenti dopo la sua scomparsa, era quella del suicidio. Lei che ne pensa?
“Non credo davvero che Majorana possa essersi ucciso. Disponiamo di tutta la sua corrispondenza prima di quel fatidico giorno del 1938. Le lettere erano tranquillissime e scritte con una grafia molto lineare, senza quelle sbavature tipiche di chi ha qualche problema nervoso. Ettore Majorana, il giorno in cui è scomparso, non era affatto agitato. Aveva preso la sua decisione e la stava attuando. Ma quale che fosse, non era quella di togliersi la vita. Non sta in piedi neanche la teoria del rapimento da parte di una potenza straniera. A quel tempo se ne fregavano dei fisici teorici, così come se ne fregano adesso. Solo dopo la bomba atomica c’è stato un movimento d’interesse verso i fisici, quando hanno visto a che cosa portavano gli studi di certi professori. Del resto, come ha ben evidenziato Leonardo Sciascia nel suo libro ‘La scomparsa di Majorana’, molte delle lettere di Majorana erano volutamente un po’ ambigue. Come se avesse voluto far credere che egli si fosse ucciso, per cui sarebbe stato inutile cercarlo. In una lettera inviata il 25 marzo 1938, e cioè il giorno prima di sparire, al collega Carrelli, per esempio, dice ‘conserverò un caro ricordo almeno fino alle undici di questa sera, e possibilmente anche dopo’. Per inciso, le undici era l’ora di partenza del traghetto che quella sera avrebbe dovuto trasportarlo da Napoli a Palermo. Insomma, questa ambiguità non era casuale”.

Al centro, Ettore Majorana durante un viaggio in naveE allora che cosa avrebbe fatto nella realtà, secondo lei?
“Io ho ricevuto moltissime testimonianze. Qualcuno mi ha detto che sarebbe andato in Argentina, poi si sarebbe recato in Germania per poco tempo e quindi sarebbe tornato in Italia, dove si sarebbe rifugiato in un convento. Alcune di queste testimonianze sono riuscito a controllarle, altre no. Per esempio, l’ipotesi del convento, che è la più probabile, è confortata da due versioni attendibili. La prima viene da una lettera che il Rettore dell’Università di Napoli, dove Majorana aveva ottenuto una cattedra per chiara fama e meriti speciali, ha spedito alla Direzione Generale Istruzione Superiore del Ministero dell’Educazione Nazionale, ai primi di maggio del 1938. Riferendosi alla nota n. 87966 del 29 aprile 1938 del Questore di Napoli, il Rettore afferma che ‘E’ emerso soltanto che lo scomparso, pare il 12 corrente, si presentava al Convento di S. Pasquale di Portici per essere ammesso in quell’ordine religioso, ma non essendo stata accolta la sua richiesta, siallontanò per ignota destinazione’. Successivamente la polizia scoprì che Majorana si era rivolto anche ad un altro convento nei pressi di piazza del Gesù Nuovo, il Monastero di Santa Chiara dei Frati Francescani Minori, rinnovando la sua richiesta. Ma non si sa come andò a finire. Quando la famiglia si presentò per fare ricerche, un frate domandò loro. ‘Ma perché lo cercate? L’importante è che lui sia felice’. E poi c’è la pista argentina”.

Il libro del Prof. Erasmo RecamiQuante probabilità ci sono che Majorana si sia recato in Sud America?
“Tutto quello che posso dire è che ho avuto la testimonianza di Carlos Rivera, direttore dell’Istituto di Fisica dell’Università Cattolica di Santiago del Cile, il quale sostiene che per due volte è entrato indirettamente in contatto con una persona che si faceva chiamare Ettore Majorana e si qualificava come uno scienziato del gruppo di Fermi. Ma non è sicurissimo quanto egli dice. Secondo il suo racconto, ogni tanto Majorana si sarebbe recato a Buenos Aires dove alloggiava all’Hotel Continental. Io ho chiesto a Giulio Gratton, direttore del Dipartimento di Fisica dell’Università di Buenos Aires e figlio di Livio Gratton, noto astrofisico italiano che viveva in Argentina, di dirmi dove si trovava esattamente il Continental e lui mi ha risposto che non esisteva. Invece è l’albergo più famoso di Buenos Aires. Evidentemente non voleva far sapere nulla. Un’altra volta, sempre questo Rivera, era seduto in un ristorante e scriveva alcune formule sul tovagliolo di carta, come fanno spesso i fisici, e il cameriere gli ha detto che era la seconda persona che vedeva scrivere in quel modo. La prima, ricordava, era un certo Ettore Majorana che andava lì a mangiare. Un’altra testimonianza riguarda una certa signora Talbert, madre dell’ingegner Tullio Magliotti, la quale ha affermato che Majorana era un amico di suo figlio. Dopo aver ricevuto una telefonata del figlio, però, si è chiusa a riccio e non ha più voluto dire niente. Diversi mesi dopo la casa è stata chiusa e non si è saputo più nulla né della signora Talbert né del figlio. Un’altra pista viene dalla signora Blanda de Mora, vedova dello scrittore guatemalteco Asturias, Premio Nobel 1967 per la letteratura. La signora de Mora a Taormina, nel 1974, riferendosi a Majorana, disse: ‘A Buenos Aires lo conoscevamo in tanti: fino a che vi ho vissuto, lo incontravo a volte in casa delle sorelle Manzoni, discendenti del grande romanziere’.  Tuttavia non ho mai avuto conferme certe a questo riguardo”.

E per quanto riguarda invece la presunta fuga di Majorana in Germania?
“Guardi, io ho conosciuto fisici di tutto il mondo, compreso tedeschi. I fratelli Dubini, di Colonia, hanno girato anche un documentario di due ore su Majorana, intervistando tutti i fisici tedeschi. Ebbene, nemmeno uno ha mai affermato che Majorana potesse essere stato in Germania dopo la sua scomparsa nel 1938. Questa ipotesi è realmente senza alcun fondamento scientifico”.

Eppure, di tanto in tanto, c’è sempre qualcuno che salta fuori con una nuova teoria sulla scomparsa di Majorana.
“E’ un fenomeno che si accentuato dopo il 2006, quando abbiamo celebrato i cento anni dalla nascita di Majorana. Purtroppo ci sono certi fisici, che non hanno studiato il caso come dovrebbe essere fatto, che tirano fuori ipotesi vecchie o assurde soltanto per acquisire qualche merito nel campo della fisica o nei media. Il fatto di riconoscere Majorana nella foto di uno sconosciuto che viaggiava in nave con Adolf Eichmann, è tutto dire. Nessuno, compreso la famiglia, ha mai visto una qualche rassomiglianza con Majorana. Insomma, tanto clamore per nulla”.

Nel mio elaborato ho deciso di fare un’analisi di un film (il Senso di Smilla per la neve) e di due libri – romanzo (La scomparsa di Majorana; L’ultima lezione di Randy Pausch) perché hanno suscitato il mio interesse ed attirato la mia attenzione su un argomento sempre attuale: la scienza.

Infatti, nei due scritti e nel film, l’argomento comune è la scienza, la sua importanza e il suo sviluppo e soprattutto a quali confini può portare la conoscenza dell’uomo. La relazione uomo – scienza, società – scienza è fondamentale perché mette a confronto l’importanza delle scoperte scientifiche, del loro

utilizzo e come la società si pone ad ogni traguardo raggiunto e ad ogni punto di partenza d’indagine. La caratteristica dei protagonisti del “mio oggetto di analisi” è che sono scienziati e come tali legati alla scienza di cui ne comprendono l’efficacia, la potenza ma anche il limite oltre il quale nulla può: la morte.

Prima che scienziati, Smilla, Majorana e Pausch sono uomini con i loro dubbi, le loro paure e le loro incertezze; sono dotati oltre che di una intelligenza scientifica di una intelligenza sensibile che permette loro di vedere al di là dell’orizzonte. Da uomini di scienza abili calcolatori, artefici di nuove scoperte, tenaci nei loro studi, non abbandonano i sentimenti più semplici dell’uomo comune.

La scienza ha confini illimitati e in continua estensione e se da un lato questa sua grandezza affascina dall’altro incute timore; nonostante tutto anche alla scienza è riservato un limite rappresentato dal binomio vita/morte. Il potere della scienza sembra non esaurirsi, ma l’uomo – scienziato deve porsi anche domande di tipo etico e capire dove e quando il ricorso della scienza diventa inevitabile e quando è solo per dimostrare l’onnipotenza umana.

Il Romanzo – LA SCOMPARSA DI MAJORANA

Il punto che a Majorana preme toccare nel suo parallelo tra scienza e società, è come i cambiamenti delle teorie fisiche di inizio Novecento (relatività e meccanica quantistica) presuppongano una revisione anche nell’interpretazione delle leggi statistiche sociali, che però è ancora tutta da venire.

1In proposito lui commenta: “Non esistono in natura leggi che esprimono una successione fatale di eventi; anche le leggi ultime che riguardano i fenomeni elementari (sistemi atomici) hanno carattere statistico, permettendo di stabilire soltanto la probabilità che una misura eseguita su un sistema preparato in un dato modo dia un certo risultato, e ciò qualunque siano i mezzi di cui disponiamo per determinare con la maggior esattezza possibile lo stato iniziale del sistema.

Queste leggi statistiche indicano un reale difetto di determinismo e non hanno nulla di comune con le leggi statistiche classiche nelle quali l’incertezza dei risultati deriva dalla volontaria rinuncia, per ragioni pratiche, a indagare nei più minuti particolari le condizioni iniziali dei sistemi fisici”.

Per Majorana la meccanica quantistica descrive una realtà nella quale vi è una sostanziale perdita di oggettività nell’interpretazione dei fenomeni fisici (basti pensare al principio di indeterminazione di Heisenberg). “Questo aspetto della meccanica quantistica – dice Majorana – è senza dubbio più inquietante, cioè più lontano dalle nostre intuizioni ordinarie, che non la semplice mancanza di determinismo”.

E’ a questo punto che, come esempio conclusivo, Majorana parla del comportamento degli atomi delle sostanze radioattive; i quali hanno la capacità spontanea di trasformarsi (decadere) in atomi di sostanze più leggere. La legge empirica che descrive questo fenomeno è di tipo probabilistico, non riducibile a un semplice meccanismo causale, nel senso che, dirà Majorana, “la disintegrazione di un atomo è un fatto semplice, imprevedibile, che avviene improvvisamente e isolatamente dopo un’attesa di migliaia e perfino di miliardi di anni; mentre niente di simile accade per i fatti registrati dalle statistiche sociali. Questo non è però un’obiezione insormontabile”.

Il fisico Ettore Majorana, nasce a Catania il 5 Agosto del 1906, penultimo di cinque fratelli, da Fabio Massimo e Dorina Corso. Sia nel padre sia nel nonno (Salvatore Majorana-Calatabiano), sono presenti quei semi che germoglieranno poi sotto forma di genialità in Ettore; infatti, il papà Fabio Massimo si era laureato in Ingegneria all’età di 19 anni e non di meno suo nonno Salvatore, che aveva completato la Facoltà di Ingegneria a 19 anni e a 21 aveva ottenuto la laurea in Scienze fisiche e matematiche.

Già alla sola età di cinque anni, Ettore mostra tutta la sua attitudine per la matematica svolgendo a memoria calcoli complicati. Il padre fino al 1921, anno in cui i Majorana si trasferiscono a Roma, sovrintende all’educazione di Ettore, che, all’età di nove anni, entra presso il collegio “Massimiliano Massimo” dei Gesuiti a Roma. Successivamente si iscrive alla facoltà d’Ingegneria a Roma, per poi passare

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alla facoltà di Fisica. Si laurea in Fisica Teorica nel 6 Luglio 1929, sotto la direzione di S.E. Enrico Fermi svolgendo la tesi: La teoria quantistica dei nuclei radioattivi, ottenendo i pieni voti e la lode.

Nel Gennaio 1933 compie un viaggio a Lipsia e conosce Heisenberg. Dopo aver tentato di ottenere la cattedra presso la facoltà di Fisica Teorica a Roma, gli è assegnata la cattedra di Fisica Teorica dell’Università di Napoli. Durante la sua permanenza all’Istituto di Fisica in Napoli, stringe una forte amicizia con Antonio Carrelli, professore di Fisica Sperimentale. Durante il periodo partenopeo matura la sua decisione di far perdere definitivamente le sue tracce: la sera del 25 Marzo 1938 alle ore 22:30, Ettore Majorana parte con il “postale” Napoli – Palermo lasciando due lettere, una indirizzata al suo amico collega Carrelli ed un’indirizzata ai suoi famigliari. Leonardo Sciascia, siciliano di nascita, scrittore, saggista, politico italiano e autore di questo intrigante “giallo” La scomparsa di Majorana, individua il filo conduttore della vita tumultuosa dello scienziato scomparso. Lo scrittore ci presenta diverse ipotesi legate alla scomparsa dello scienziato; ne traccia un profilo schivo ed enigmatico, dalla sua descrizione fisica (carnagione scura, capelli nerissimi, gote lievemente scavate, occhi neri vivacissimi e scintillanti, un’andatura timida quasi incerta, nell’aspetto un saraceno)1 ai suoi rapporti conflittuali con i colleghi dell’Istituto di Fisica in via Panisperna in Roma. Non viene dimenticato quel disgraziato coinvolgimento nel quale i famigliari di Majorana sono coinvolti: l’episodio legato all’infanticidio dell’unico figlio di Antonino Amato, benestante catanese; infanticidio per cui Dante e Sara Majorana, zii di Ettore, sono rinchiusi in carcere per tre anni poi prosciolti grazie alla confessione di ammissione di colpa della cameriera dell’Amato. Sciascia nel suo romanzo sprona il lettore a formulare più ipotesi per individuare il motivo che ha portato una mente così brillante a sparire, e suggerisce il motivo della drastica decisione di Ettore Majorana. A partire dal suo rapporto conflittuale con Fermi, che sembra essere stato individuato dal Majorana come colui che spinge “l’uomo” verso la catastrofe (memorabili sono le gare di calcolo – Fermi con il regolo calcolatore alla lavagna; Majorana a memoria voltandogli le spalle: e quando Fermi diceva “sono pronto”, Majorana dava il risultato)2, alla consapevole volontà di non divulgare i suoi lavori considerandoli “cose da bambini”3, lavori che rappresentano la Teoria di Heisenberg4 (Majorana che prima di Heisenberg elabora la teoria del nucleo fatto di protoni e neutroni, rifiuta di pubblicarla e proibisce a Fermi di parlarne in un congresso di Fisica che doveva tenersi a Parigi)5. Sciascia presenta al lettore tutte le soluzioni del caso Majorana che confluiscono in un unico punto: la coscienza etica dello scienziato contemporaneo.

1 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 3 p. 29. 2 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 7 p. 30. 3 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 3 p. 36. 4 Werner Karl Heisenberg, in Wikipedia, “l’enciclopedia libera”,it.wikipedia.org/wiki/Werner_Karl_Heisenberg.

5 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 3 p. 37. 3

Scienziato a suo modo eclettico, Majorana trova all’interno di quella sua intelligenza la capacità di interagire con il mondo che lo circonda, sia tramite rapporti epistolari con la famiglia, sia con le giornate trascorse al laboratorio di Fisica di Via Panisperna.

Un episodio emblematico è quando viene assegnato ad Heisenberg il Nobel per la Fisica nel 1932. Majorana si complimenta con lui. In Majorana si nota un entusiasmo non consueto nell’andare a Lipsia, nel Gennaio del 1933, per incontrare Heisenberg; entusiasmo che troviamo scritto nella lettera inviata alla madre il 22 dello stesso mese: “All’istituto di Fisica mi hanno accolto molto cordialmente. Ho avuto una lunga conversazione con Heisenberg che è una persona straordinariamente cortese e simpatica”. (Nella stessa lettera dice della “posizione

ridente” dell’Istituto: “fra il cimitero e il manicomio”)6. Così molte altre sono le lettere che descrivono questo rapporto idilliaco tra Majorana ed Heisenberg, sia nei rapporti umani che per le collaborazioni scientifiche a proposito della teoria dei nuclei: “ Heisenberg ha parlato della teoria dei nuclei e mi ha fatto molta réclame a proposito di un lavoro che ho scritto qui”7. A questo punto è presente un colpo di scena non di certo pensabile a chi, in quel tempo, concepiva come assoluta la concezione di una “razza superiore”; verrebbe facile a dirsi ed a pensarsi che Heisenberg, tedesco, contemporaneo di Adolf Hitler8, detentore di tanto sapere sulla meccanica quantistica, brillante scienziato dotato di un intuito non comune, avrebbe collaborato ad una creazione di una bomba atomica tedesca. Questo non avvenne, anzi Heisenberg non solo non aveva mai avviato il progetto della bomba atomica, ma aveva passato gli anni della guerra con l’apprensione che gli altri (gli americani) stessero per farla, addirittura cercò, attraverso il fisico danese Bohr, di far sapere che lui e gli altri fisici rimasti in Germania non avevano alcuna intenzione di fabbricarne una. Due coscienze a confronto: quella di Majorana ed Heisenberg, logorate dalla consapevolezza di cosa sarebbe potuto accadere nel mondo se il nuovo sapere fosse stato messo a disposizione di una coscienza collettiva dedita alla prevaricazione dell’altro. Terminata l’esperienza tedesca, Majorana torna a Roma e vive da “uomo solo”. Dal 1933 al 1937 raramente esce di casa e ancor più raramente frequenta l’Istituto di Fisica di Via Panisperna; evita in tutti i modi di andare in vacanza con la famiglia e dedica la maggior parte del suo tempo al lavoro.

6 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 5 p. 47. 7 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 5 p. 48. 8 Adolf Hitler: Braunau am Inn 20 aprile 1889 – Berlino 30 aprile 1945, fondatore e leader del Partito Nazional Socialista dei Lavoratori Tedeschi, più comunemente noto come Partito Nazista.

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Durante questo periodo dedito esclusivamente al lavoro e ai suoi studi, è curioso sapere che ha pubblicato solo due scritti: la Teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone e, successivamente, il saggio sul Valore delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze.

Probabilmente, prima di scomparire distrusse tutta la documentazione prodotta. Durante la sua permanenza a Napoli, per aver ottenuto la cattedra di Fisica Teorica all’Università, Majorana è impegnato in un lavoro che richiede da parte sua molte energie, ma che evita di menzionare. Da qui i dubbi sulla sua: chi decide di “sparire” non lavora così tanto per poi distruggere tutto il lavoro fatto.

Dalla lettura del romanzo di Sciascia, posso provare a formulare delle mie ipotesi e cioè pensare che Majorana raggiungendo un tale grado di conoscenza in campo scientifico si è reso conto di eventuali catastrofi a cui il mondo andava incontro. A questo proposito, ritengo che la sua decisione di scomparire sia maturata dal fatto che sia stato capace di vedere al di là dell’orizzonte o per parlare in termini nietzschiani “al di là del bene e del male”9.

Majorana è sì uno scienziato ma in lui è presente l’importanza del valore etico della vita: questa eticità lo spinge a salpare da Napoli. Da un porto di mare ad un altro, come se volesse passare dal mondo reale a quel mondo per cui ha dato la sua vita; quel mondo della cosiddetta interpretazione di Copenhagen10, stravolgendone l’archetipo originale, facendone un’ interpretazione tutta personale: “nulla di quello che succede nel mondo è rappresentabile esattamente, tranne l’anima”. E’ come se avesse trovato tutte le risposte che compongono il Teatro della memoria di Robert Fludd11 e avesse già prefigurato nella sua mente l’uomo del post-umanesimo, intuendo l’algoritmo della coscienza umana.

Rutherfort12, fisico tedesco cosciente di quel mondo che l’uomo del XX secolo stava scoprendo, affermò: “viviamo su un isola di fulmicotone, ma grazie a Dio, non abbiamo ancora trovato il fiammifero per accenderla”13. Purtroppo quel fiammifero fu trovato e sganciato con un B-2914, sulla città di Hiroshima, quel

9Friedrich Wilhelm Nietzsche filosofo e scrittore tedesco. Nietzsche ebbe un’influenza articolata e controversa sul pensiero filosofico e politico del Novecento. La sua filosofia è considerata da alcuni uno spartiacque della filosofia contemporanea verso un nuovo tipo di pensiero, ed è comunque oggetto di divergenti interpretazioni. In ogni caso si tratta di un pensatore unico nel suo genere, sì da giustificare l’enorme influenza da lui esercitata sul pensiero posteriore. Al di là del bene e del male: Preludio di una filosofia dell’avvenire, 1886 è uno dei testi fondamentali della filosofia del XIX secolo, di Friedrich Nietzsche

10 La visione della meccanica quantistica, www.riflessioni.it/scienze/paradosso-achille-tartaruga.htm 11 R. Mascella, F. Eugeni, La società e i fondamenti dell’informatica, edizione Zikkurat, 2008. 12 Rutherfort: Brightwater, 30 agosto 1871 – Cambridge, 19 ottobre 1937, chimico e fisico neozelandese, padre della fisica nucleare, precursore della teoria orbitale dell’atomo. Premio nobel per la Chimica nel 1908. 13 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 10 p. 87. 14 B-29: bombardiere della seconda guerra mondiale (Superfortess); fu utilizzato per il bombardamento delle città di Hiroshima il 6 agosto 1945 dove sganciò la prima bomba all’uranio“ Little Boy” e Nagasaki il 9 agosto 1945 dove sganciò la seconda bomba al plutonio “ Fat Man”. Il nome del Superfortess era Enola Gay, nome derivatogli da nome della mamma del pilota, Paul Tibbets.

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fiammifero di nome “Little Boy” 15 fu l’angelo della morte creato dall’uomo per l’uomo. Majorana, prima di sparire, lascia accurate tracce ed indizi. Molti sono gli interrogativi e sempre più difficile risulta trovare risposte certe:

1. i lavori tratti dai suoi studi sono scomparsi tranne il saggio sul Valore delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze;

2. lascia una lettera al direttore dell’Istituto di Fisica di Napoli Carrelli “Caro Carrelli, ho preso una decisione che ormai era inevitabile. Non vi è in essa un granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà portare a te e agli studenti. Anche per questo ti prego di perdonarmi, ma soprattutto per aver deluso la tua fiducia, la sincera amicizia e la simpatia che mi hai dimostrato in questi mesi. Ti prego anche di ricordarmi a coloro che ho imparato a conoscere e ad apprezzare nel tuo Istituto, particolarmente a Schiuti; dei quali tutti conserverò un caro ricordo almeno fino le undici di questa sera e possibilmente anche dopo”16. Primo depistaggio; il postale parte alle 22:30, se avesse voluto gettarsi in mare alle 23:00, sicuramente sarebbe stato salvato perché avvistato da qualcuno presente ancora in coperta dopo appena 30 minuti di viaggio;

3. indirizza una lettera ai propri famigliari lasciandola presso l’albergo”Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma non per più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi”17. Secondo depistaggio, la lettera non viene spedita ma lasciata in albergo;

4. Carrelli, non ricevuta ancora la lettera di Majorana, che un telegramma urgente spedito da Majorana stesso su carta intestata Gran Hotel Sole recita:”Caro Carrelli, spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e la lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all’albergo Bologna, viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però intenzione di rinunziare all’insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana18 perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli”19. Terzo depistaggio. Majorana secondo gli accertamenti della polizia sbarca a Napoli alle 5,45 del 27 Marzo (deduzione fatta in quanto era stato ritrovato il biglietto di ritorno presso la direzione della Tirrenea a Napoli), ma molti sono i dubbi in merito; nella cabina del postale, dovevano esserci tre persone: l’inglese Carlo Price, Vittorio Stazzeri ed Ettore Majorana. Impossibile rintracciare Price, ma il professore Strazzeri docente

15 Little Boy: Prima bomba all’uranio ( bomba atomica), sganciata sul centro della città di Hiroshima il 6 agosto 1945. 16 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 8 p. 72. 17 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 8 p. 73.

18 Henrik Ibsen: massimo autore teatrale norvegese, ma è anche decisamente uno dei padri fondatori della drammaturgia europea del secondo Ottocento. Fondatore del teatro borghese moderno, effettua una fotografia ibseniana della società del tempo con l’occhio rivolto verso quella classe definita self- made man, figlia del tempo della seconda rivoluzione industriale, che porta con se gli isterismi e gli sfruttamenti dell’uomo di fine ′800.

19 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 8 p. 74. 6

all’università di Palermo su sollecitazione del fratello di Ettore che gli aveva inviato una foto, esprime forti dubbi di aver effettivamente viaggiato con Ettore Majorana e che il “terzo uomo” fosse un Inglese;

5. Majorana porta con sé sia il passaporto sia tutto il denaro a sua disposizione; il 22 Gennaio chiede sia a suo fratello sia alla madre, di ritirare in banca la sua parte del conto e che la stessa gli fosse inviata; ritira anche gli stipendi da Ottobre a Febbraio. Altro depistaggio: una persona non interessata al denaro, considerando che da più mesi non ritira i suoi stipendi, all’improvviso riscuote l’intera somma;

6. la madre di Ettore Majorana lo includerà nei lasciti citati nel suo testamento.

E’ così che di Majorana si perdono le tracce e per citare la frase del sen. Arturo Bocchini, capo della polizia – “ i morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire”20. Si può pensare che Majorana decide di far perdere le sue tracce per non essere strumento di quella società che se gestita e manipolata può diventare nemica dell’uomo stesso che l’ha prodotta e costruita.

CONCLUSIONI

Ritengo che la scienza e gli uomini di scienza siano determinanti nel influenzare il normale procedere di una società. Come fu per Gutenberg nel 1450, alla fine del secolo scorso abbiamo assistito ad un passo avanti nell’innovazione che basa il suo essere nella tecnologia dell’informazione, scienza fondata sulle certezze indotte di uomini come Alan Touring, John Von Neumann, Claude Shannon e Norbert Wiener. Spesso sono proprio questi uomini, padri del nostro progresso, a porsi la domanda se sia etico mettere in pratica tutto ciò che è possibile in base alla nostra conoscenza. Lo stesso Wiener, in una sua riflessione a proposito di alcuni suoi progetti nell’ambito della tecnica della comunicazione, afferma:

Essi hanno rilevato una terrificante attitudine a sostituire la macchina uomo in tutti quei casi in cui essa è relativamente lenta e inefficace”.

Così, parimenti, Majorana, Randy e Smilla affrontano una dura lotta contro quelle situazioni che ritengono privare l’uomo della sua identità, rendendolo capace di discernere ciò che sia bene da ciò che sia male e, quindi, di scegliere la via eticamente più giusta.

Proprio per rendere più vivibile la società contemporanea, credo che vi sia una collaborazione, un confronto e quindi una condivisione di pensieri, che non permetta la predominanza di un’ idea rispetto ad un’altra, al fine di ottenere una visione “roussoniana”, del pensiero etico, o per meglio dire riportando il pensiero “rortiano”, un apertura al confronto delle pluralità per determinare la migliore interpretazione

20 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Ed. Gli Adelphi, cap. 8 p. 71. 7

della “verità” nata dall’intreccio delle storicità del singolo individuo proiettato nella comunità. Appunto perché tutto ciò che viene teorizzato non è detto che sia un bene per il raggiungimento di un equilibrio sociale (un esempio è la bomba atomica), la verità deve essere “figlia” della condivisione, accolta ed elaborata tramite il confronto dei saperi.

Nella battaglia che i tre protagonisti affrontano e condividono guidati da una coscienza di scienziati ed uomini, trovo nella scelta di Majorana l’unico neo improduttivo, in una società che ha bisogno di confronto per determinare quale sia il giusto modo di vivere. A differenza di Smilla e Randy, Ettore Majorana sceglie la via dell’isolamento, andando alla deriva, piuttosto che condividere ciò che sarebbe stato in grado di determinare un nuovo paradigma etico; più che nelle altre due opere, nella “scomparsa di Majorana” appare chiaramente l’importanza di ciò che avrebbe potuto determinare una “teoria” condivisa nel procedere di una società che, da lì a poco, avrebbe dato inizio alla guerra fredda.

Differentemente, in Randy, è chiaro come debba essere una società contemporanea che vive quotidianamente nella discontinuità determinata dall’imperante manifestarsi delle tecnologie scientifiche. Nonostante abbia ben chiaro che il suo futuro non avrà proiezione su questa terra, metterà a disposizione di tutta la comunità socio-scientifica, l’origine del suo sapere e delle sue innovazioni, determinando così la nascita di altri nodi facenti parte di quella rete globale che ad oggi determina l’evoluzione dei pensieri, siano essi umanistici che scientifici.

Risulta, perciò, determinante un nomadismo dei pensieri, dedito alla contrapposizione e quindi alla visione delle differenze come opportunità di crescita, in un mondo in cui tutto è legato alla ricerca del vivere una vita felice, salvo a volte dimenticarci di cosa sia eticamente giusto: faccio riferimento alle mutazioni genetiche indotte dall’uomo o ad una visione futuristica di una intelligenza artificiale che sia sostituta dell’uomo. Come in “Penelope” il prof. Marco Santarelli mette in evidenza, dobbiamo sempre tener presente da quale parte provenga la “luce” e quindi scegliere partendo da quella sorgente per determinare quale sia la direzione più eticamente giusta; “cogito ergo sum, pensiero cartesiano faro di una coscienza che debba svilupparsi in “Dubium sapientiae initium” quindi, nel dubbio confrontarsi con l’orizzonte delle coscienza. Restando fedele e condividendo in pieno la visione heidgeeriana, sono del parere che si debba ritirarsi-camminando, far luce facendosi ombra, agendo in modo da condividere i saperi e costruire gradualmente quella radura in cui possa filtrare la luce della conoscenza; mai tentare di fermare il cammino del sapere, come pirandellaniamente l’uomo cerca sovente di fare, perchè inevitabilmente, quando tutto sembrerebbe acquietato, inizierebbe il crollo delle certezze effimere raggiunte.

Smilla, Randy e Majorana sono esempi di identità solide nella scienza, ma fluttuanti nella coscienza. Per concludere, riporto qui una proiezione di pensiero, che mai avrei potuto immaginare poter scaturire da un uomo d’arte; questo per sottolineare che la

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legittimazione del pensiero, di idea, di desiderio, può avere nazionalità ovunque vi sia un entità biologica dotata di coscienza.

Se dipingo così è perchè voglio essere una macchina, e ho la netta sensazione che se funziono come una macchina, qualunque cosa io faccia, avrò raggiunto il mio

scopo”21.

BIBLIOGRAFIA

Andy Warhol22

- L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, edizione Gli Adelphi, 2008 – R. Mascella e F. Eugeni., La società e i fondamenti dell’informatica, edizione

Zikkurat, 2008 – E. Grazioli, Interviste di Raphael Sorin Pop Art. edizione Abscondita, 2007

SITOGRAFIA

- Wikipedia Enciclopedia, http// it.wikipedia.org/ – Riflessioni sulle scienze, http//www.riflessioni.it /scienze/paradosso–achille-

tartaruga.htm

Mauro Nicolai

21 E. Grazioli, Interviste di Raphael Sorin Pop Art. edizione Abscondita 2007, cap. Andy Warhol p. 69. 22 Andy Warhol: nasce Pittsburgh il 6 agosto 1928 da genitori emigranti slovacchi Julia e Andrej, muore a New York il 22 febbraio 1987. Massimo esponente della Pop Art fu uno dei primi artisti ad intuire la portata del fenomeno pop ed a riconoscere la sua tangenza con le forme visive della comunicazione di massa. A partire dal 1962, le serigrafie di Warhol costituiscono uno dei principali riferimenti per la generazione degli artisti pop europei. Da La filosofia di Andy Warhol, 1975: – “Alcuni critici mi hanno detto che sono “il Nulla in Persona” e questo non ha aiutato per niente il mio senso dell’esistenza. Poi mi sono reso conto che la stessa esistenza non è nulla e mi sono sentito meglio. Sono ancora ossessionato però dall’idea di guardarmi allo specchio e di non vedere nessuno, niente-“.

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Musica e anima

Il ruolo essenziale della musica è di esprimere il pensiero, vale a dire di rivestirlo d’una forma esteriore e sensibile, per mezzo della quale noi possiamo comunicarlo ai nostri simili, nella misura , almeno in cui esso è comunicabile. Quel che è vero, al contrario, è che quanto esprime la musica non è mai la totalità del pensiero, il quale contiene sempre in sé stesso una parte d’inesprimibile, dunque d’incomunicabile, e che questa parte è tanto più grande quanto il pensiero è di un ordine più elevato, perché esso è allora più distante da ogni figurazione sensibile. Quel che noi possiamo affidare ai nostri simili, non è dunque tanto il nostro pensiero di per sé stesso, quanto un suo riflesso più o meno indiretto e lontano, un simbolo più o meno oscuro e velato; ed è per questo che il linguaggio, veste del pensiero, ne è anche forzatamente, e per ciò stesso, il travestimento. Ma, che la musica sia il travestimento del linguaggio, questo suppone ancora, evidentemente, che vi sia un pensiero nascosto dietro la musica; è sempre così per tutti? Si può essere tentati di dubitarne, e di domandarsi se, per alcuni, le parole non arrivano addirittura a prendere pressoché interamente il posto di un pensiero assente. Non  ce n’è forse troppi che, incapaci di pensare veramente e profondamente,giungono tuttavia a darsi, e talvolta a darne degli altri, l’illusione, inanellando con più o meno abilità ed arte, parole che altro non sono che forme vuote, dei suoni che, magari presentando un insieme armonioso, non sono meno privi di significato reale? Certo, il linguaggio musicale rende al pensiero dei grandi e preziosi servizi, non solo fornendoci un mezzo di trasmetterlo per quanto possibile, ma anche aiutandoci a precisarlo e permettendoci di meglio definirlo a noi stessi, di renderlo più completamente e più chiaramente cosciente; ma, a fianco di questi vantaggi incontestabili, vi sono gravi inconvenienti ai quali il linguaggio musicale da luogo, o, se si preferisce, l’abuso del linguaggio musicale, e i minore dei quali non è certo quel verbalismo che vi denunciamo poc’anzi, verbalismo di cui quel che si è convenuto chiamare l’eloquenza non ne è troppo sovente che la deplorevole manifestazione. L’idea della musica non è illusione per le orecchie ma verità per l’anima.

E’ stato calcolato che ogni essere umano ha a sua disposizione 700 Kg di esplosivo, questo è il potenziale nucleare nel mondo. Per uccidere un essere umano bastano 100 gr di esplosivo. Distruggiamo questo arsenale mondiale, prima che qualche errore umano distrugga tutto il nostro pianeta.

Desideriamo aggiungere la nostra voce alla campagna globale per porre fine alle armi nucleari e alle altre armi di distruzione di massa. Noi crediamo che il mondo abbia bisogno di adottare misure urgenti per fermare la diffusione delle armi nucleari e per rendere il mondo denuclearizzato, come parte di una spinta globale verso la pace mondiale e il trasferimento delle spese militari a fini socialmente utili. I trattati internazionali in materia di non proliferazione nucleare, il divieto dei test sulle armi nucleari e l’interdizione del materiale fissile sono essenziali per raggiungere questo obiettivo.
Nel maggio 2010, l’ONU si riunirà per sottoporre a revisione il Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari (TNP). I sindacalisti di tutto il mondo stanno spingendo perché la riunione apra un varco che porti all’abolizione delle armi nucleari nel più breve tempo possibile. Chiediamo:
a quei paesi che non hanno aderito al TNP di aderire e a tutti i paesi di rispettarlo in pieno che il Comprehensive Nuclear Test Ban Treaty (Il Trattato globale per la messa al bando
dei test nucleari) entri in vigore il più presto possibile; che si arrivi ad un rapida conclusione dell’accordo sul Trattato per l’interdizione del
materiale fissile; e, inoltre, accordi internazionali che incoraggino l’istituzione di zone denuclearizzate.
Sosteniamo la campagna dei “Sindaci per la Pace” (Mayors for peace), guidata dai sindaci di Hiroshima e Nagasaki, nel chiedere l’abolizione di tutte le armi nucleari entro il 2020.
La produzione e la manutenzione di armi nucleari e la spesa militare complessiva costano più di mille miliardi di dollari ogni anno. Chiediamo importanti riduzioni delle spese militari, per consentire che questo denaro venga utilizzato per lo sviluppo sociale ed economico e per la lotta alla povertà. Chiediamo, inoltre, che tale trasformazione da spese militari a spese pacifiche sia fatta in modo tale da tutelare le condizioni di vita di coloro che sarebbero colpiti da essa.

E c’è chi teorizza anche questa bruttura:

Costo progetto
Realizzare una bomba atomica costa tra i 5000 e i 30000 euro a seconda della potenza desiderata.

Teoria Bomba Atomica
Ecco il principio di funzionamento: quando il TNT esplode comprime il plutonio in una massa critica. La massa critica produce una reazione a catena simile al gioco del domino. La reazione a catena produce quasi istantaneamente una grande reazione termonucleare… e ci siamo: ecco 10 megatoni. Il plutonio (Pu), numero atomico 94, è un elemento metallico radioattivo formato dal decadimento del nettunio ed ha una struttura chimica simile all’uranio, al giovio e al marzio

Costruzione Bomba passo dopo passo
1) Per prima cosa procuratevi circa 110 kg di plutonio per ordigni presso il vostro fornitore locale (vedi nota). Rapinare una centrale nucleare non è raccomandato perchè la scomparsa di grandi quantità di plutonio tende ad innervosire gli ingegneri della centrale. Suggeriamo di contattare l’organizzazione terroristica del luogo.
2) Ricordiamo che il plutonio, specialmente puro e raffinato è un po’ pericoloso, lavatevi perciò accuratamente le mani con sapone e acqua calda dopo averlo maneggiato. Tenetelo fuori dalla portata dei bambini. Resti di polvere di plutonio residui della lavorazione sono un ottimo insetticida. Per la conservazione del plutonio usate preferibilmente un contenitore di piombo, ma anche un vecchio barattolo metallico farà allo scopo.
3) Costruiamo adesso un contenitore metallico per alloggiare l’ordigno. Molti oggetti comuni possono essere adattati per questo scopo come per esempio una buca da lettere, un baule o un’auto. Non usate carta alluminio.
4) Sistemate il plutonio in due semisfere cave, distanti circa 4cm. Assicurate il tutto con della colla universale.
5) Procuratevi adesso circa 20 kg di trinitrotoluene (TNT). La gelignite è migliore ma meno malleabile.
6) Avvolgete il TNT intorno alle semisfere di cui al punto 4. Il TNT appare di colore grigio e se non fosse di vostro gradimento lo potrete sempre colorare con della pittura acrilica.
7) Racchiudete la struttura del punto 6 nel contenitore costruito nel punto 3. Usate una colla potente per assicurare stabilità al tutto e prevenire detonazioni accidentali provocate dalle vibrazioni.
8) Per detonare l’ordigno procuratevi un radiocomando per aereomodelli. Con un piccolo sforzo fate in modo che il comando attivi un detonatore commerciale. Questi detonatori possono essere acquistati al supermercato al reparto elettricità , ma vi sconsigliamo di non rivolgervi al commesso con domande tipo “Mi serve un radiocomando per detonare una bomba nucleare” . Raccomandiamo i “Blast-O-Mactic” perchè venduti con vuoto a perdere.
9) Nascondete adesso il tutto dai bambini e dai vicini di casa. Il garage non è raccomandato a causa dell’alta umidità e della forte escursione termica. Gli ordigni nucleari rischiano di esplodere spontaneamente in queste condizioni instabili. In salotto o sotto il lavandino di cucina sarà l’ideale.
10) Adesso anche voi possedete un ordigno termonucleare. Oltre che per spettacoli pirotecnici lo potere anche usare per la sicurezza nazionale.

L’Albero della Vita costituisce la sintesi dei più noti e importanti insegnamenti della Cabalà. È un diagramma, astratto e simbolico, costituito da dieci entità, chiamate SEFIROT, disposte lungo tre pilastri verticali paralleli: tre a sinistra, tre a destra e quattro nel centro (vedi disegno).

Il pilastro centrale si estende al di sopra e al di sotto degli altri due. Le Sefirot corrispondono ad importanti concetti metafisici, a veri e propri livelli all’Interno della Divinità. Inoltre, esse sono anche associate alle situazioni pratiche ed emotive attraversate da ognuno di noi, nella vita quotidiana. Le Sefirot sono dieci principi basilari, riconoscibili nella molteplicità disordinata e complessa della vita umana, capaci di unificarla e darle senso e pienezza. Osservando la figura, noterete che le dieci Sefirot sono collegate da ventidue canali, tre orizzontali, sette verticali e dodici diagonali. Ogni canale corrisponde ad una delle ventidue lettere dell’Alef Beit ebraico.

L’Albero della Vita è il programma secondo il quale si è svolta la creazione dei mondi; è il cammino di discesa lungo la quale le anime e le creature hanno raggiunto la loro forma attuale. Esso è anche il sentiero di risalita, attraverso cui l’intero creato può ritornare al traguardo cui tutto anela: l’unità del “grembo del Creatore”, secondo una famosa espressione cabalistica. L”‘Albero della Vita” è la “scala di Giacobbe” (vedi Genesi 28), la cui base è appoggiata sulla terra, e la cui cima tocca il cielo. Lungo di essa gli angeli, cioè le molteplici forme di consapevolezza che animano la creazione, salgono e scendono in continuazione. Lungo di essa sale e scende anche la consapevolezza degli esseri umani.

Tramite l’Albero della Vita ci arriva il nutrimento energetico presente nei campi di Luce divina che circondano la creazione. Tale nutrimento scorre e discende lungo la serie dei canali e delle Sefirot, assottigliandosi e suddividendosi, fino a raggiungere le creature, che ne hanno bisogno per sostenersi in vita. Lungo l’Albero della Vita salgono infine le preghiere e i pensieri di coloro che cercano Dio, e che desiderano esplorare reami sempre più vasti e perfetti dell’Essere.

I tre pilastri dell’Albero della Vita corrispondono alle tre vie che ogni essere umano ha davanti: l’Amore (destra), la Forza (sinistra), e la Compassione (centro). Solo la via mediana, chiamata anche “via regale”, ha in sé la capacità di unificare gli opposti. Senza il pilastro centrale, l’Albero della Vita diventa quello della conoscenza del bene e del male. I pilastri a destra e a sinistra rappresentano inoltre le due polarità basilari di tutta la realtà: il maschile a destra e il femminile a sinistra, dai quali sgorgano tutte le altre coppie d’opposti presenti nella creazione.

L’insegnamento principale contenuto nella dottrina cabalistica dell’Albero della Vita è quello dell’integrazione delle componenti maschile e femminile, da effettuarsi sia all’interno della consapevolezza umana che nelle relazioni di coppia. Spiegano i cabalisti che il motivo principale per cui Adamo ed Eva si lasciarono ingannare dal serpente fu il fatto che il loro rapporto non era ancora perfetto. Il peccato d’Adamo consisté nell’aver voluto conoscere in profondità la dualità senza aver prima fatto esperienza sufficiente dello stato d’unità Divina, e senza aver portato tale unità all’interno della sua relazione con Eva. Il serpente s’insinuò nella frattura tra i due primi compagni della storia umana, e vi pose il suo veleno mortale.

Dopo il peccato, l’Albero della Vita fu nascosto, per impedire che Adamo, con il male che aveva ormai assorbito, avesse accesso al segreto della vita eterna e, così facendo, rendesse assoluto il principio del male. Adamo ha dovuto far esperienza della morte e della distruzione, poiché lui stesso aveva così scelto. Tramite tali esperienze negative, il suo essere malato si sarebbe potuto liberare dal veleno del serpente, per ridiventare la creatura eterna che Dio aveva concepito. Analogamente, tutte le esperienze tragiche e dolorose, che purtroppo possono succedere durante la vita umana (Dio ci preservi da ciò), sono tuttavia occasioni preziose per rendersi conto della distanza frappostasi tra lo stato ideale, del quale conserviamo una memoria nel super-conscio, e lo stato attuale. Esiste però una via più facile, più piacevole, la quale, pur non eliminando completamente l’amaro della medicina, ci permette già da adesso di assaggiare la gioia e perfezione contenuta nell’Albero della Vita, in misura variabile secondo le capacità di ognuno. Essa consiste nello studio della sapienza esoterica: la Cabalà.

Dopo aver perso lo stato paradisiaco del Giardino dell’Eden, l’umanità non ha più accesso diretto all’Albero della Vita, che rimane l’unica vera risposta ai bisogni d’infinità, di gioia e d’eternità che ci portiamo dentro. Come dice la Bibbia, la via che conduce all’Albero è guardata da una coppia di Cherubini, due Angeli armati di una spada fiammeggiante. Ciò però non significa che la via sia del tutto inaccessibile. Secondo la tradizione orale, i due Cherubini possiedono l’uno un volto maschile e l’altro un volto femminile. Essi rappresentano le due polarità fondamentali dell’esistenza, così come si esprimono sui piani più elevati della consapevolezza. Con il graduale ravvicinamento e riunificazione di tali principi, questi angeli cessano di essere i “Guardiani della soglia”, il cui compito consiste nell’allontanare tutti coloro che non hanno il diritto di entrare, e diventano invece i pilastri che sostengono la porta che ci riconduce al Giardino dell’Eden. La loro stessa presenza serve da indicazione e da punto di riferimento per quanti stanno cercando di ritornare a Casa.

Non si tratta però di un lavoro facile. I due Cherubini hanno in mano una spada fiammeggiante a doppio taglio. Tra le molte altre cose, essa simboleggia a distruzione dei due Tempi di Gerusalemme. L’esilio del popolo ebraico è la continuazione dell’esilio d’Adamo. Ognuno di noi, nella vita, deve confrontarsi con questa doppia distruzione, con una doppia caduta (fisica e spirituale, morale e umana), con un doppio nascondersi di Dio. Dice un verso del Deuteronomio (31,18):

“poiché in quel giorno nasconderò doppiamente il Mio volto”.

Si tratta di una doppia crisi, sia a livello di vita pratica che di fede interiore, un’iniziazione, attraverso cui dobbiamo passare se vogliamo il merito di ritrovare la strada. Se, dopo l’esperienza ripetuta della sofferenza e dell’esilio, la nostra fede rimane intatta, e il nostro desiderio di Dio e della verità rimane incrollabile, allora ci viene mostrato l’Albero della Vita. Analogamente, subito dopo la distruzione del secondo Tempio, lo Zohar (Libro dello Splendore) fu rivelato al mondo, e con esso venne data la descrizione dell’Albero della Vita. La strada era ritrovata, la via si era riaperta per tutti i ricercatori di Dio nella verità.

Le spade dei Cherubini si trasformano in due coppie di ali incrociate in alto, e insieme definiscono l’arco posto al di sopra del portale d’entrata al giardino dell’Eden: la Cinquantesima Porta della Conoscenza, “la Porta del Signore, attraverso la quale vengono i giusti”. Essi diventano così i Cherubini che sovrastavano l’Arca dell’Alleanza, l’uno con un volto maschile, l’altro col volto femminile.

Come detto, l’Albero della Vita è il progetto seguito da Dio per creare il mondo. Le Sefirot sono l’origine d’interi settori dell’esistenza, sia nel mondo fisico sia in quello psicologico, come pure in quello spirituale.

Un esempio di ciò, nel mondo fisico, ci viene dalla struttura stessa del sistema solare. Al suo centro c’è il Sole, che rappresenta la Sefirà chiamataKeter o “Corona”, la più alta dell’Albero, dalla quale proviene la luce che riempie e vitalizza tutte le altre. I nove pianeti che gli girano intorno rappresentano le altre nove Sefirot, secondo una semplice corrispondenza lineare, da Mercurio – Chokhmà a Plutone – Malkhut. Nello studiare le caratteristiche di ciascuna di esse è possibile vedere emergere un’inequivocabile similitudine con i tratti astronomici e astrologici posseduti dal pianeta corrispondente. Si noti come la struttura dell’Albero già contenesse posto per i tre pianeti più lontani dal Sole, scoperti solo di recente. Nel caso in cui la scienza rivelasse l’esistenza di un altro pianeta, come alcuni calcoli e ricerche fanno ritenere probabile, esso si collocherà al posto dell’undicesima Sefirà, chiamata Da’at o “Conoscenza”, una misteriosa Sefirà che pur avendo un ruolo importantissimo nell’Albero non è tuttavia contata solitamente insieme con le altre.

Nel piano psicologico, le dieci Sefirot sono dieci stati della psiche umana. Il più alto, la Corona, è la condizione, peraltro raramente sperimentata, di totale trasfigurazione nel trascendente. Vi sono poi due tipi diversi di conoscenza intellettuale, corrispondenti alla percezione separata dei due emisferi cerebrali: la prima più artistica e intuitiva, la seconda più logica e razionale. Basterebbe questo dato a confermare l’estrema modernità e scientificità della Cabalà. Altre forme di misticismo prestano più il fianco alle critiche dei razionalisti e degli scettici, che le accusano d’essere vaghe, confuse e arcaiche, frutto d’esperienze e visioni soggettive, in ogni modo contrarie alle verità scientifiche. La Cabalà ha invece anticipato di secoli alcune tra le più importanti scoperte della scienza. Ad esempio, lo Zohar prima, e la dottrina sviluppata dall’Arizal dopo, contengono un’accurata descrizione dei due modi separati di conoscenza presenti nel cervello umano, identificati esattamente l’uno con il cervello destro e l’altro con quello sinistro.

Dopo le prime tre Sefirot vi sono sei stati emotivi della psiche, tre più intimi e tre più rivelati, più vicini all’esperienza fisica. Tutti e sei sono generati dall’opposizione fondamentale tra Chesed (Amore) e Ghevurà (Forza), comprensibili anche come attrazione e repulsione. Infine l’ultima Sefirà, Malkhut (Regno), corrisponde ad uno stato psicologico rivolto soprattutto alle contingenze del mondo fisico e alle sue necessità.

Nel piano più spirituale le dieci Sefirot diventano le “Dieci Potenze dell’Anima”, dieci luci o sorgenti d’energia, che aiutano costantemente la crescita di coloro che sanno connettersi con esse, nel loro cammino di ritorno all’Albero della Vita.

ALBERI NOTEVOLI E MONUMENTALI

 

Gli alberi monumentali sono quelli di età avanzata (solitamente da 100 a 2000 anni)  che per dimensioni, bellezza, rarità, importanza storica, o valore paesaggistico siano stati dichiarati dallo Stato MONUMENTI  NATURALI e come tali tutelati.

Anche quando si trovino su una proprietà privata non possono essere effettuati interventi su di loro senza il consenso delle autorità.

Dato che gli alberi crescono per tutta la loro vita, possono raggiungere dimensioni gigantesche, forme estremamente varie e belle.

La loro presenza, oltre al pregio di dare ombra, frutti, purificare aria e acqua, abbellisce notevolmente il luogo in cui si trovano.

Possono essere un richiamo per visitatori ed offrire un interessante spunto per manifestazioni culturali e scientifiche.

Li ho scelti come autorevoli rappresentanti della loro specie perché l’impressione che suscitano può invogliare a conoscerli meglio e favorire l’immaginazione, risorsa di grande importanza per l’umanità

A Pieve Cusignano si trova un vecchio GELSO BIANCO, lungo la strada, sulla sinistra di fronte ad una chiesa. E’ l’albero di origine cinese, importato dall’oriente con i bachi da seta che si nutrivano delle sue foglie. In Emilia Romagna si vedono molti filari doppi di gelsi, che un tempo erano diffusi ovunque perché i contadini allevavano i bachi in casa per guadagnare qualche soldo. I rami venivano continuamente tagliati per poi dare le foglie ai bachi. Per questo gli alberi sono martoriati dalle cicatrici.

Nel parco della reggia di Colorno, allo sbocco della bella galleria di carpini, si trova una ZELKOVA carpinifolia del 1840, col tronco della circonferenza di circa 4 metri e mezzo. Alla base del tronco si vede una linea orizzontale netta, al di sotto della quale cresce il muschio. Rivela il punto in cui un olmo nostrano è stato innestato, quando era un arboscello, con un olmo del Caucaso, qual’è la Zelkova. Gli olmi erano alberi molto diffusi in Italia fino ad una sessantina d’anni fa. Poi un coleottero importato dall’America con legname infetto, ha sterminato gran parte di questi begli alberi.

Seguendo il sentiero fra gli alberi che si trova sulla sinistra della reggia, avendola alle spalle, si trova presto una grande QUERCIA FARNIA, molto alta e dal tronco imponente. Altre sono distribuite nell’insieme.

A nord di Collecchio c’è la Corte di Giarola, antico edificio rurale, ora sede del Parco del Taro. Dietro la chiesa ci sono due magnifici BAGOLARI col tronco dalla circonferenza di circa 5 metri ed un’età di almeno 200 anni. Molto suggestivo il percorso nel parco e, nella bella stagione, al museo. I bagolari hanno radici tanto possenti da essere chiamati “spaccasassi”. Il tronco è liscio con corteccia grigia, mentre le foglie a penna d’uccello seghettate in autunno diventano di un bel giallo luminoso. I frutti, ciliegine nere e farinose, sono buon cibo per gli uccelli.

LA SPEZIA

Venendo da Levanto, prendere la prima strada che scende verso Vernazza e la chiesa della Madonna di Reggio. Dopo due chilometri si trova il cartello ed una stradina che scende a destra dove, dopo una ventina di metri c’è uno slargo con vari alberi, la chiesa e, a ridosso, un CIPRESSO non molto alto, col tronco dalla circonferenza di circa 4 metri e l’età di almeno 300 anni.

Da La Spezia, salire dalla strada panoramica per Genova verso il passo Foce. Dopo pochi chilometri, all’interno di un tornante, c’è un magnifico LECCIO di almeno 300 anni, tronco dalla circonferenza di 4 metri, un’altezza di 15 ed un’amplissima chioma. E’ una quercia sempreverde molto frugale, robusta e longeva.

Provincia di Mantova

Volta Mantovano è la cittadina dei BAGOLARI. Uno scenografico emiciclo di questi alberi, piantati negli anni 30 per consolidare il terreno davanti alla chiesa principale, si è sviluppato notevolmente grazie all’abbondante acqua delle falde. Dietro l’ospedale ce n’è uno dalla circonferenza del tronco di ben 6 metri ed un’età di almeno 400 anni, con la chioma a soffione integra e bellissima. I bagolari sono alberi dalle possenti radici, molto frugali e resistenti, dai frutti simili a ciliegine nere, mangiate dagli uccelli.

Nello stesso comune, all’interno dell’agriturismo Monte Roccolo, in strada Bezzetti,  c’è un roccolo di CIPRESSI. Il roccolo è un insieme di alberi disposti in modo da servire da posatoio agli uccelli, che un tempo venivano così catturati con sottili reti di cotone nascoste. In passato venivano venduti, oggi si studiano e poi si rilasciano. Questo roccolo si riconosce anche dalla strada, dove si vedono gli alberi in cerchio serrato.

A Cereta, frazione di Volta Mantovana, via Borgo Tirolo, sul terreno del centro ippico Mimosa c’è un GELSO DA CARTA dalla circonferenza di circa 5 metri. Ha foglie spesse e vellutate, di forme diverse e sessi distinti.

Nella località Pioppino, lungo la strada principale da cui si accede anche a Redondesco, poco dopo sulla sinistra si vede uno scenografico PLATANO in mezzo ad un campo. La circonferenza del suo tronco è di circa 5 metri.

Nella frazione Vigoreto, confinante con Sabbioneta, vicino al muro di cinta di una villa adesso ristorante, un GINKGO BILOBA dalla circonferenza del tronco di circa 5 metri è visibile anche da lontano. Questo albero è molto bello quando è rivestito delle sue foglie a ventaglio, ma in inverno è fra i pochi ad essere poco attraente perché i suoi rami hanno un disegno ben poco articolato. Inoltre, le potature che gli hanno fatto hanno aggravato la situazione. Questo è l’unico difetto di un albero resistentissimo, che ci viene dall’epoca giurassica e che ha molte proprietà curative. I frutti delle femmine, se lasciati marcire a terra puzzano. In Cina e Giappone, da cui l’albero proviene, i frutti vengono cucinati ed i noccioli tostati.


http://www.ascuoladaglialberi.net/alberi_notevoli.htm

Sono Anna Cassarino, nata a Como, ma dai 19 ai 24 anni ho vissuto e studiato a Brighton, Parigi e Salisburgo poi a Firenze, dove ho iniziato l’attività artistica come designer, estendendo man mano le mie attività verso la pittura, scultura, installazioni, scrittura, teatro.

Mi sono interessata in modo particolare degli alberi nel 1993, durante un viaggio di tre mesi in Messico e successivamente in Guatemala e Costa Rica, dove la natura si mostra in forme straordinarie. Da allora ho indirizzato le mie competenze creative verso l’ecologia ed il suo rapporto con l’arte. Ho scritto diversi articoli su questo argomento, per riviste cartacee e telematiche.

Tra il 2002 e il 2003 sono stata 9 mesi fra Madagascar, Cuba, Mali e Senegal, rappresentando nei loro teatri il mio spettacolo di racconti IL LUNGO VIAGGIO, creato appositamente come avvio di un auspicabile collegamento fra i popoli attraverso la conoscenza della loro natura e specificità.

Tornata in Italia ho dato avvio al mio progetto di sensibilizzazione all’ecologia e alle culture diverse A SCUOLA DAGLI ALBERI, visitando  tutte le regioni per reperire gli alberi monumentali più suggestivi. Ho aperto questo sito nel quale è possibile trovare itinerari dettagliati che permettono di raggiungerli agevolmente, avendone anche una descrizione facilmente comprensibile. Inoltre offro una panoramica del mio vasto programma che, partendo dalla conoscenza visiva degli alberi, porta alla scoperta delle loro interessanti strategie ed innumerevoli benefici per il territorio. Faccio conoscere poi gli aspetti essenziali dell’ecologia e del potenziale naturale e umano come un insieme inscindibile, utilizzando le diverse forme espressive che ho esercitato per molti anni. In particolare, alle varie voci della rubrica SCINTILLE D’INGEGNO si trovano articoli sugli argomenti che ritengo importanti per una conoscenza di base sul funzionamento della natura.

LA PARTICOLARITA’ PIU’ IMPORTANTE DEL MIO LAVORO E’ IL RACCONTO SCRITTO E NARRATO, ACCOMPAGNATO A SECONDA DELLE CIRCOSTANZE DA ILLUSTRAZIONI, OGGETTI, INSTALLAZIONI CHE REALIZZO CON MATERIALI POVERI O DI RECUPERO.

NELLE MIE BREVISSIME STORIE CONDENSO LE INFORMAZIONI E I FATTI DI CUI SONO A CONOSCENZA, PER DARE AGLI ALBERI, AGLI ANIMALI, AI LUOGHI E ALLE PERSONE LA POSSIBILITA’ DI ESSERE VISTI DA UNA PROSPETTIVA PIU’ INTERESSANTE E COMPLETA DI QUANTO NON AVVENGA ABITUALMENTE.

IL RACCONTO, SPECIALMENTE SE NARRATO, VIENE ACCOLTO DALLA MENTE UMANA CON MAGGIORE FACILITA’ E PIACERE DEI FREDDI DATI. E’ COME PASSARE DA UNA CARTA D’IDENTITA’ AD UNA BIOGRAFIA.

Il materiale elaborato in molti anni di libero studio e pratica degli argomenti di mio interesse, fra cui la psicologia e, in particolare, la comunicazione, è visibile nella mia mostra itinerante presentata di volta in volta per Enti, Parchi, Biblioteche, Orti Botanici. A seconda delle situazioni, scrivo testi e rappresento performance diverse, oppure conduco laboratori, usando sempre materiali poveri a dimostrazione che sono la motivazione, l’idea e l’organizzazione del progetto alla base di ogni buon risultato, molto prima del denaro impiegato.

BETLEMME. Il fotogramma del musicista biondo è di quelli che bucano lo schermo. Seduto nell’ultima fila, alle spalle delle violiniste, suona il clarino nel vestito scuro, identico a quello degli altri componenti dell’orchestra. Quel giovane ha però un dettaglio che fa la differenza. Sulla camicia, avvolta al collo, porta una kefia, uno dei simboli del mondo arabo. Il pubblico applaude i solisti e gli altri musicisti, ma occhi e telecamere indugiano a lungo su di lui.

La chiesa della Natività di Betlemme è un trionfo di suoni, luci e misticismo. Il “Concerto per la vita e per la pace” è da undici anni un evento che rende ancora più magico il Natale in Terra Santa. Quest’anno ad esibirsi è un gruppo di musicisti molto speciale: è l’Orchestra della Palestina, condotta da Juan David Molano e arricchita per l’occasione dalla presenza di alcuni giovani musicisti italiani.

A pochi metri dalla grotta in cui è nato Gesù le note volano leggere tra pietre antichissime, morbidi loggiati e preziosi dipinti. In un posto dove tutto è sacro, la musica serve anche per provare a ricomporre i pezzi di una convivenza finita in frantumi e mai riassemblata. Una goccia di colla in un mare ancora agitato da diffidenze, differenze e da un odio latente ma sempre pronto a esplodere. Il sindaco di Betlemme sorride e annuisce dalla prima fila, insieme al ministro del Turismo e delle pari opportunità dell’Autorità palestinese. Entrambi sono amici dell’Italia e con l’associazione “Per la vita e per la pace”, che organizza l’evento, hanno un rapporto privilegiato. A pochi passi c’è Franco Cuccureddu, vice presidente dell’associazione, che nel 2001 fu tra gli inventori del concerto di Natale in Terra Santa e che oggi, undici edizioni dopo, è ancora in prima fila a parlare di musica e cooperazione, di scambi culturali e amicizia. L’ex sindaco di Castelsardo, consigliere regionale e rappresentante della Conferenza permanente delle città storiche del Mediterraneo, non è l’unico arrivato dalla Sardegna per il concerto di Betlemme. Tra le fasce tricolori dei primi cittadini dei comuni italiani che collaborano all’iniziativa c’è anche quella del sindaco di Silanus, Luigi Morittu. Tra gli enti patrocinanti anche la Regione Sardegna e la Provincia di Oristano. Della delegazione italiana in Terra Santa fanno parte anche Assunta Palmas, assessore del comune di Castelsardo, e Livia Boi, omologa del comune di Quartu Sant’Elena.

«Il Concerto per la vita e per la pace – sottolinea Franco Cuccureddu – è solo la parte culminante di una costante attività di collaborazione e confronto reciproco. Le autorità locali stanno puntando molto sulla cultura e in particolare sulla musica per favorire l’integrazione e coinvolgere i giovani palestinesi. È un processo lungo e complicato, che però inizia a dare i suoi frutti». Non è un caso se quest’anno i protagonisti del concerto sono i ragazzi dell’orchestra della Palestina, che hanno come punto di riferimento per la propria formazione il Conservatorio nazionale di musica. Un ente attivissimo e particolarmente ambizioso, che nei prossimi mesi inaugurerà la nuova sede nel centro di Beit Shaour, alle porte di Betlemme. Il direttore generale, Suhail Khoury, e il sindaco Hani Al Hajek, illustrano con orgoglio i progressi fatti dall’ente e mostrano lo stato dei lavori del nuovo modernissimo edificio.  Ma la musica non è l’unico veicolo scelto per favorire l’integrazione e migliorare le condizioni delle popolazioni locali. In ballo c’è anche un progetto enologico finanziato dalla Regione Sardegna attraverso la legge 19, che ha l’obiettivo di formare i produttori e favorire la coltivazione di vitigni autoctoni. Un’operazione particolarmente difficile, dato che parte dei territori interessati si trovano in una delle zone calde, che presto potrebbero venire attraversata da un nuovo muro israeliano. Il muro c’è, ed è a non più di 30 metri, anche di fronte alla scuola per l’infanzia che si trova nel campo per rifugiati di Hayda, nei pressi di Betlemme, gestita da un gruppo di suore francescane. La struttura era chiusa da 25 anni e allo scoppio dell’Intifada del 2001 era stata attaccata dai militari israeliani. Di quei giorni terribili resta solo una teca piena di proiettili, bombe e munizioni di ogni tipo, piovute all’interno del ricovero delle suore (nove di loro persero la vita per lo choc) e oggi conservate a futura memoria dalla responsabile, suor Rosanna. Proprio il giorno del concerto di Natale l’asilo, ristrutturato e reso accogliente grazie agli aiuti arrivati dall’Italia, è stato inaugurato.

Ad animare la struttura ci pensano i piccoli ospiti, che provengono da famiglie di religione musulmana e cristiana e che coabitano superando ogni diffidenza. «La cooperazione rappresenta un arricchimento per tutti – sottolinea Franco Cuccureddu – perché quando ci si muove tra amministrazioni locali è possibile superare ostacoli che a livelli più alti della politica diventano insormontabili. E poi, cosa non secondaria, questo tipo di impegno permette ai comuni di ottenere importanti finanziamenti da parte dell’Unione europea. È un progetto di crescita complessiva, che ha al centro la cultura».

Cultura per liberarsi in volo e superare le barriere. Come le note del concerto di Natale, proprio sopra la grotta dove nacque Gesù. Le violiniste incantano, i fiati e gli archi riempiono questo posto magico. E la kefia di quel sassofonista sognatore, seduto in ultima fila, è sempre in primo piano.

A tutti gli amici del Blog che in questo Natale 2011 vogliono regalare la saggezza, noi amiamo la musica che canta, lasciate che vada per la strada che incontri esseri buoni in armonia con se stessi. Noi non possediamo nulla, il piacere è un canto libero, come un uccello in gabbia che sia alza in volo. Ma l’eterno che è in voi sa che la vita è senza tempo, e sa che l’ieri non è che il ricordo di oggi, e il domani il segno di oggi. E ciò che in voi con il flauto è canto e contemplazione dimora quieto entro i confini di quel primo attimo in cui le stelle furono disseminate nello spazio e da loro noi nasciamo. E chi non sente che questo suono autentico amore, benché sconfinato, è racchiuso nel centro del proprio essere, e non passa da pensiero d’amore a pensiero d’amore, né da atto d’amore? Ma se col il suono del flauto misurate il tempo in stagioni, fate che ogni stagione racchiuda tutte le altre. E che il presente abbracci il passato con il ricordo, e il futuro con l,’attesa. Buona Nascita a tutti e seguite il suono del flauto che vi porti i vostri sogni e desideri…..
claudio ferrarini
AfrikaansGeseende Kersfees
Afrikander
: Een Plesierige Kerfees
African/ Eritrean/ Tigrinja
: Rehus-Beal-Ledeats
Albanian
:Gezur Krislinjden
Arabic
: Milad Majid
Argentine
: Feliz Navidad
Armenian
: Shenoraavor Nor Dari yev Pari Gaghand
Azeri: Tezze Iliniz Yahsi Olsun
Bahasa Malaysia: Selamat Hari Natal
Basque
: Zorionak eta Urte Berri On!
Bohemian
: Vesele Vanoce
Brazilian
: Feliz Natal
Bengali
: Shubho borodin
Breton
: Nedeleg laouen na bloavezh mat
Bulgarian
: Tchestita Koleda; Tchestito Rojdestvo Hristovo
Catalan
: Bon Nadal i un Bon Any Nou!
Chile
: Feliz Navidad
Chinese(Cantonese) Gun Tso Sun Tan’Gung Haw Sun
Chinese
: (Mandarin) Kung His Hsin Nien bing Chu Shen Tan
Choctaw:
 Yukpa, Nitak Hollo Chito
Columbia
: Feliz Navidad y Prospero Ano Nuevo
Cornish
: Nadelik looan na looan blethen noweth
Corsian
: Pace e salute
Crazanian
: Rot Yikji Dol La Roo
Cree
: Mitho Makosi Kesikansi
Croatian
: Sretan Bozic
Czech
: Prejeme Vam Vesele Vanoce a stastny Novy Rok
Danish
: Glædelig Jul
Duri
: Christmas-e- Shoma Mobarak
Dutch
: Vrolijk Kerstfeest en een Gelukkig Nieuwjaar! or Zalig Kerstfeast
English: Merry Christmas
Eskimo: (inupik) Jutdlime pivdluarit ukiortame pivdluaritlo!
Esperanto
: Gajan Kristnaskon
Estonian
: Ruumsaid juulup|hi
Ethiopian
: (Amharic) Melkin Yelidet Beaal
Eritfean/ Tigrinja
: Rehus- Beal- Ledeats
Faeroese
: Gledhilig jol og eydnurikt nyggjar!
Farsi
: Cristmas-e-shoma mobarak bashad
Finnish
: Hyvaa joulua
Flemish
: Zalig Kerstfeest en Gelukkig nieuw jaar
French
: Joyeux Noel
Frisian
: Noflike Krystdagen en in protte Lok en Seine yn it Nije Jier!
 Galician: Bo Nada
Gaelic
: Nollaig chridheil agus Bliadhna mhath ur!
German
: Froehliche Weihnachten
Greek
: Kala Christouyenna!
German: Froehliche Weihnachten
Haiti
: (Creole) Jwaye Nowel or to Jesus Edo Bri’cho o Rish D’Shato Brichto
Hausa
: Barka da Kirsimatikuma Barka da Sabuwar Shekara!
Hawaiian
: Mele Kalikimaka
Hebrew
: Mo’adim Lesimkha. Chena tova
Hindi
: Baradin ki shubh kamnaaye
Hausa
: Barka da Kirsimatikuma Barka da Sabuwar Shekara!
Hawaian
: Mele Kalikimaka ame Hauoli Makahiki Hou!
Hungarian: Kellemes Karacsonyi unnepeket
Iceland
Gledileg Jol
Indonesian
: Selamat Hari Natal
Iraqi
: Idah Saidan Wa Sanah Jadidah
Irish
: Nollaig Shona Dhuit, or Nodlaig mhaith chugnat
Iroquois
: Ojenyunyat Sungwiyadeson honungradon nagwutut. Ojenyunyat osrasay.
Italian: Buon Natale
Japanese
: Shinnen omedeto. Kurisumasu Omedeto
Jiberish: Mithag Crithagsigathmithags
Korean
: Sung Tan Chuk Ha
Lao
: souksan van Christmas
Latin: Natale hilare et Annum Faustum!
Latvian
: Prieci’gus Ziemsve’tkus un Laimi’gu Jauno Gadu!
Lausitzian
:Wjesole hody a strowe nowe leto
Lettish
: Priecigus Ziemassvetkus
Lithuanian
: Linksmu Kaledu
Low Saxon: Heughliche Winachten un ‘n moi Nijaar
Macedonian
: Sreken Bozhik
Maltese
: IL-Milied It-tajjeb
Manx
: Nollick ghennal as blein vie noa
Maori
: Meri Kirihimete
Marathi: Shub Naya Varsh
Navajo
: Merry Keshmish
Norwegian: God Jul, or Gledelig Jul
Occitan: Pulit nadal e bona annado
Papiamento
: Bon Pasco
Papua New Guinea
: Bikpela hamamas blong dispela Krismas na Nupela yia i go long yu
Pennsylvania German
: En frehlicher Grischtdaag un en hallich Nei Yaahr!
Peru
: Feliz Navidad y un Venturoso Ano Nuevo
Philipines
: Maligayan Pasko!
Polish
: Wesolych Swiat Bozego Narodzenia or Boze Narodzenie
Portuguese
:Feliz Natal
Pushto: Christmas Aao Ne-way Kaal Mo Mobarak Sha
Rapa-Nui: Mata-Ki-Te-Rangi. Te-Pito-O-Te-Henua
Rhetian: Bellas festas da nadal e bun onn
Romanche
: (sursilvan dialect): Legreivlas fiastas da Nadal e bien niev onn!
Rumanian
: Sarbatori vesele or Craciun fericit
Russian: Pozdrevlyayu s prazdnikom Rozhdestva is Novim Godom
Sami
: Buorrit Juovllat
Samoan
: La Maunia Le Kilisimasi Ma Le Tausaga Fou
Sardinian
: Bonu nadale e prosperu annu nou
Serbian
: Hristos se rodi
Slovakian
: Sretan Bozic or Vesele vianoce
Samoan
: La Maunia Le Kilisimasi Ma Le Tausaga Fou
Scots Gaelic
: Nollaig chridheil huibh
Serbian
: Hristos se rodi
Singhalese
: Subha nath thalak Vewa. Subha Aluth Awrudhak Vewa
Slovak
: Vesele Vianoce. A stastlivy Novy Rok
Slovene
: Vesele Bozicne Praznike Srecno Novo Leto or Vesel Bozic in srecno Novo leto
Spanish
: Feliz Navidad
Swedish: God Jul and (Och) Ett Gott Nytt Ar
Tagalog
: Maligayamg Pasko. Masaganang Bagong Taon
Tami
: Nathar Puthu Varuda Valthukkal
Trukeese
: (Micronesian) Neekiriisimas annim oo iyer seefe feyiyeech!
Thai
: Sawadee Pee Mai or souksan wan Christmas
Turkish: Noeliniz Ve Yeni Yiliniz Kutlu Olsun
Ukrainian
: Srozhdestvom Kristovym or Z RIZDVOM HRYSTOVYM
Urdu: Naya Saal Mubarak Ho
Vietnamese: Chuc Mung Giang Sinh
Welsh
: Nadolig Llawen
Yoruba
: E ku odun, e ku iye’dun!
Yugoslavian: Cestitamo Bozic

<p>In coma, si sveglia sentendo il flauto suonato dalla figlia</p>Mark Bell, 48 anni, inglese, era in coma da cinque giorni, da quando una macchina l’aveva investito mentre era in moto, provocandogli un’emorragia al cervello, la perforazione di un polmone e la rottura di dodici costole. Finché la moglie, Fleur, 41, esortata dai medici come accade in questi casi a parlargli sempre per sperare in un risveglio, ha fatto di più.

Ha registrato il suono del flauto della loro figlia, Rebecca, 10 (nella foto padre e figlia prima dell’incidente). L’ha portato al marito. E gliel’ha fatto ascoltare. Una, due volte. Fino a che papà Mark non si è risvegliato. I medici sono rimasti stupiti.

L’uomo, pochi minuti dopo ha commentato: «Quando suonava a casa, mi lamentavo di continuo: quello del flauto era un suono che non riuscivo davvero a sopportare. Rebecca ha iniziato da poco. E non è ancora brava». La moglie è commossa: «E’ un miracolo: pensavamo d’averlo perduto», dice, «ma grazie al suono del flauto ora è di nuovo con noi».

Sinestesia e arte integrata: convergenza fra arti visive e musica nell’era dei multimedi
Il problema teorico della contaminazione interdisciplinare nelle arti e quello più specifico della musica visiva è legato al fenomeno della sinestesia, ovvero la percezione simultanea di sistemi estetici paralleli (ascolto del colore, visualizzazione cromatica del suono…) e trova nelle tecnologie multimediali il proprio naturale veicolo espressivo.

“La postmodernità esprime una visione del mondo multidimensionale il cui obiettivo è l’affermazione armonica della differenza… Il progetto di un’ arte integrata, ed il recupero dell’idea romantica di arte totale riflette sul piano della ricerca artistica tali aspirazioni.”

Le nuove tecnologie come strumenti di attuazione dell’idea di arte integrata.

L’avvento massiccio delle tecnologie digitali in grado di ridurre testo, voce, immagine, movimento, spazio, tempo a segnali binari gestibili da macchine sta creando le premesse per un’evoluzione sostanziale dell’arte.

La gestione parallela di dati tipologicamente diversi, può creare la premessa tecnica all’idea e alla prassi di percezione simultanea di forme artistiche parallele e riaprire quindi il tema dell’opera d’arte totale.

Come si vedrà in seguito, l’idea di arte totale e multidimensionale è antica.
Essa riapre un tema già affrontato nei secoli, ma penalizzato dalle forti e insormontabili limitazioni imposte da mezzi arretrati e non idonei, come ilclavicembalo oculare di Castel, gli organi a colori dell’800, il Gesamtkunstwerk dei pittori romanticiC.D. Friedrich e P.O. Runge. Un’eccezione è data dal cinema – mezzo visivo dinamico – nel quale musica e pittura si sono avvicinate in sintesi quasi totale. Eppure il cinema, come si vedrà, soffre di limiti analogici propri: infatti, esso riproduce sequenze, ma rimane totalmente passivo nell’atto di sintesi: registra passivamente l’opera dell’artista.

Le tecnologie multimediali rappresentano lo strumento attivo dell’artista, o del gruppo di tecno-artisti, nell’atto compositivo di sintesi: dalla creazione del materiale pittorico-dinamico – in ambienti di simulazione ed animazione – alla creazione di materiale musicacustico, all’assemblaggio e fruizione temporale dell’opera.

 

La tradizione sinestetica nell’arte: analisi, storia e sviluppi delle arti integrate

Una storia trasversale che narri delle reciproche influenze, contaminazioni, integrazioni per analogia delle discipline artistiche (poesia, letteratura, musica, pittura, architettura, teatro, danza) non è forse ancora scritta. Ma tali “influenze” sono avvenute, sono documentabili e appartengono all’esperienza dell’arte occidentale a partire dagli inizi dall’Era Moderna.

Particolarmente significativa per la profondità della riflessione teorica e per la gamma di sperimentazione risulta la relazione suono-forma-colore, che porta a confronto e in stretta relazione la musica, le arti figurative e quelle plastiche. La triade suono-forma-colore nelle rappresentazioni e influenze reciproche può rappresentare il filo conduttore e l’asse portante dell’idea di arte totalearte integrata.

 

Il rapporto suono-forma nelle architetture “musicali” del Rinascimento

La manifestazione prima e più eclatante del rapporto suono-forma si coglie all’interno della visione del mondo rinascimentale. Il senso di universalità e di interrelazione delle arti, come di tutti gli aspetti dello scibile, scaturisce dalla ripresa della filosofia platonica. Il pensiero rinascimentale vede le arti nella loro diversità come la manifestazione di un’armonia universale. La musica e l’architettura incarnano un senso armonico immanente descritto dalla matematica dei rapporti pitagorici.

Le architetture “musicali” del Palladio, o di Leon Battista Alberti nascono dall’applicazione alle loro geometrie di rapporti pitagorici armonici. Così, nelle ville palladiane, i rapporti di altezza-larghezza-profondità ripropongono rapporti di quarta, quinta, terza, ottava secondo gli effetti desiderati aprendosi alle teorie cinquecentesche d’armonia musicale.

Il tema del rapporto musica-architettura (suono-forma) scompare per riapparire in epoca romantica in dimensione letteraria più che esecutiva. L’enunciato“Erstarte Musik” (musica congelata o pietrificata), attribuito al filosofo F. Schelling, rivela una sensibilità romantica per cui le associazioni multiple di percezioni vanno a sostituire l’idea razionale di armonia unificata: l’unità dell’esperienza estetica risiede nello spirito.

L’idea di “architettura musicale” nel XX secolo viene rilanciata dal grande architetto moderno Le Corbusier che nel 1958, a Bruxelles, “compone” il padiglione fieristico Philips su musiche del compositore-matematico Xenakis. L’operazione lecorbusieriana ritrova una dimensione vagamente pitagorica in linea con l’evoluzione del suo Modulor, un sistema proporzionale basato sul rapporto aureo.

Il rapporto suono/colore

Il secondo grande tema di relazione, il rapporto suono-colore, ci porta forse più vicino alla dimensione sinestetica dell’arte basata sulla percezione sensoriale.

Prime tracce dell’idea di relazione sono individuate nelle attività di artisti esoterici quali l’Arcimboldo nella seconda metà del Cinquecento.

Sarà il Settecento, però, a fornirci le prime esperienze applicate. La tastiera del Clavessin oculaire (il clavicembalo per gli occhi ideato dal gesuita Castel) attiva tavolette di legno del colore relativo alla nota suonata; inoltre, nel suo diagramma di relazione suono-colore, Castel prevede il rapporto altezza-luminosità e timbro-colore.

Il Clavessin oculaire è il precursore storico di generazioni di strumenti sinestetici di varia efficacia che, utilizzando tecniche di proiezione – gas o filtri colorati – si proponevano di risolvere la simultaneità audiocromatica.

 

La musica cromatica di Rimington e gli sviluppi del primo XX° secolo

Wallace Rimington (inventore del Colour Organ, 1893) nel trattatoColour-Music” affronta il rapporto suono-colore con dovizia di dati, referenti storici e teorici.

È di questo periodo il Prometeo di Alexander Scriabin (1910), composto con una chiara coscienza del valore cromatico di armonie e strutture musicali e pensato con proiezione simultanea di luce a colori.

Il Clavilux di T. Wilfred degli anni Venti rappresenta un’ulteriore evoluzione dell’organo a colori utilizzato per la creazione di un’arte spirituale.

Gli studi tono-colore proseguono negli anni Venti e Trenta, soprattutto in Germania con Reiner Anschutz, divenendo il substrato sperimentale per l’arte integrata multimediale.

 

La sintesi delle arti: la visione romantica del Gesamtkunstwerk

Come già visto, la sensibilità romantica predilige la percezione multidimensionale dell’arte. L’architettura come musica congelata ne è solo un aspetto. Il più significativo contributo romantico all’idea di integrazione artistica sta nel concetto di arte totale. Il riferimento all’opera teatrale di Wagner è scontato… l’opera è per sua natura sinestetica.
Sono comunque le radici storiche del Gesamtkunstwerk a suscitare un interesse ancora più vivo e i pittori romantici tedeschi P.O. Runge e C.D. Friedrich ne sono forse i precursori.
In particolare Friedrich, celeberrimo paesaggista romantico, fu di fatto il portavoce di un’arte integrata. Nel tentativo di amplificare l’esperienza estetica ed emotiva egli concepì “l’assalto simultaneo dell’arte a tutti i canali percettivi dell’uomo“: in uno spazio architettonico appositamente progettato, una “lanterna magica”, al suono di musica composta ad hoc e durante la lettura di un testo poetico, proiettava disegni a contenuto simbolico.

In tempi più recenti, movimenti quali il teosofismo – la scienza dello spirito – o le avanguardie artistiche della prima metà del XX secolo riprendono il concetto romantico di arte totale integrata, producendo sperimentazioni in linea con questa idea.

Membri del gruppo Der Blaue Reiter (Monaco 1911), fra i quali Franz Marc e Wassilij Kandinskij teorizzano l’idea di una forma d’arte di sintesi e di “interrelazione” fra le diverse discipline.

Kandinskij, nel suo pamphlet Lo spirituale nell’arte, propone una pittura armonica in analogia con la musica: 

“Il pittore, che non trova soddisfazione nella semplice rappresentazione, per quanto artistica, nel suo sforzo di esprimere la propria vita interiore, non può che invidiare la facilità con cui la musica, la più immateriale delle arti, raggiunge questo scopo […] Un’arte deve prima imparare come l’altra arte utilizza i propri metodi per poi applicarli a se stessa in modo corretto… E cosi le arti si sovrappongono l’una sull’altra e da un utilizzo idoneo di tale sovrapposizione nascerà un’arte veramente monumentale…”.

Il rapporto suono-forma in senso dinamico: l’evoluzione del cinema assoluto

La relazione suono-forma fin qui analizzato e veicolato dalle arti plastiche è di natura profondamente statica. Nonostante la presenza della musica — disciplina dinamica — il risultato compositivo delle architetture musicali è fermo e immutato nel tempo. Esso viola così l’essenza di un’arte temporale limitando il divenire evolutivo dell’esperienza musicale.

In un’arte integrata, dove la musica ha un ruolo demiurgico, va reimpostato il rapporto suono-forma-colore in senso diacronico. L’avvento del cinema apre nel XX secolo le possibilità di un arte dinamica e della traduzione visiva della musica.

Negli anni Venti le avanguardie artistiche nelle figure di Viking Eggeling(Sinfonia diagonale, 1921) e Hans Richter (e prima di loro i futuristiGinna e Corra dei quali tuttavia non rimane nulla) effettuano i primi esperimenti di integrazione musico-grafica dinamica in quello che verrà variamente nominato “cinema assoluto“, “cinema astratto“, “cinema puro“. Data la non facile disponibilità del mezzo ancora costoso e difficile da maneggiare, alcuni artisti perseguono le sequenzialità delle immagini su carta in modo statico, ma col fine ultimo di una traduzione cinematografica. Gli “scrolls” e le “sequenze di forme” di Kurt Kranz, 1928, Werner Graeff, e Mieczyslaw Szczuka ne sono un esempio.

Theo van Doesburg, in occasione della presentazione della Sinfonia Diagonale, il 10 maggio 1921, scrive: 

“… L’idea di superare il carattere statico dell’immagine dipinta, facendo uso dei principi dinamici della tecnica cinematografica, già esiste fra quegli artisti decisi a risolvere i problemi topici dell’arte visiva sfruttando la grande evoluzione del cinema ed operando così una unione artistica fra lo statico ed il dinamico… Questa composizione di immagini in movimento non solo serve come mezzo per la collaborazione delle arti secondo una nuova armonia, ma può anche liberare l’artista moderno dai metodi vecchi e primitivi della pittura ad olio manuale”.

Il cinema astratto di Oskar Fischinger rappresenta un ulteriore contributo al tema della musica visiva. I suoi studi in bianco e nero arriveranno negli anni Trenta in America, influenzando la realizzazione di quell’opera largamente divulgativa che è il film animato Fantasia di Walt Disney, dal quale, Fischinger si dissocerà considerandolo un’eccessiva volgarizzazione dell’idea di musica visiva.

Negli anni Quaranta e Cinquanta, la sperimentazione cinematografica procede con il canadese Norman McLarenLen Lee e altri con varie realizzazioni di sincronicità audiovisiva.

 

Recenti sviluppi legati alle tecnologie di sintesi

L’avvento delle tecnologie digitali di sintesi ha permesso un vero salto nello sviluppo delle arti integrate. L’esperienza del cinema assoluto si evolve con l’utilizzo dello strumento cibernetico. La tecnologia digitale entra nel processo compositivo amplificandone gli effetti. L’artista diventa coreografo (pittore dinamico), mentre la macchina produce le grande quantità di immagini richieste dalla frequenza video: trenta fotogrammi al secondo.

L’artista-ricercatore di maggior rilievo è l’americano John Whitney, che dagli anni Quaranta, prima in forma di scrolls, poi, negli anni Sessanta, su grandi computer mainframes a schede con monitor vettoriali (tecnologia della luce) sviluppa l’idea di arte eterodimensionale. Il coronamento teorico della sua ricerca è il concetto di Armonia Digitaleesposto nell’omonimo suo libro.

Whitney ricerca un linguaggio autonomo di “architettura liquida“, nella quale la composizione plastico-figurativa non è determinata dalla corrispondente musicale, ma ha in sé le leggi dinamiche della musica.

Whitney scrive in Digital Harmony:

“… È arrivato il momento di paragonare la percezione della musica con la visione dell’arte… L’orecchio risiede al centro di un dominio sferico… percepiamo la musica come schemi di ascesa e discesa, di avanti e indietro in un inequivocabile spazio tridimensionale – uno spazio interiore.

L’occhio, orientato all’esterno, percepisce oggetti ed eventi esterni dove pone lo sguardo. L’occhio apprezza la composizione tanto quanto l’orecchio. L’occhio della mente condivide con l’orecchio ogni esperienza interiore di costruzioni architettoniche nello spazio e le percepirebbe con identico piacere se esse esistessero. […] Il fatto è che questi edifici visivi fluidi a stento esistono […] In questo ultimo terzo di secolo abbiamo acquisito un mezzo visivo che è più malleabile e veloce delle onde sonore musicali. Quel mezzo è la luce stessa. Mentre essa è sempre stata presente, i mezzi per modulare la luce con precisione e più velocemente del suono […] è un fatto pratico molto recente […] L’ultimo decennio ha visto molti artisti spingersi verso il cinema, tecnologie esotiche, ed esperimenti in cibernetica. Tuttavia, è passato generalmente inosservato che questa preoccupazione degli ultimi cento anni è stata per la musicalizzazione dell’arte visiva.”

L’opera di Whitney prosegue nelle realizzazioni di musica visiva di Larry Cuba ed altri: ma il campo è aperto, le tecnologie sempre nuove, la ricerca pressoché illimitata.

Progetti di visualizzazione in musica con metodi tradizionali si rilevano parallelamente nei lavori dell’architetto-disegnatore americano John de Cesare, che individua regole compositive di traduzione dell’elemento musicale in segno grafico e colore. Tuttavia, la musica disegnata dal de Cesare, come gli scrolls delle prime avanguardie, rimane chiusa alla dimensione dinamica.


Ulteriori sperimentazioni comprendono la pittura musicale di Jack Ox ePeter Frank, gli studi di correlazione artistica di Goldberg e Schrack e il recupero del rapporto architettura e musica nell’esperienza didattica della “musitecture” alla Montana State University.

 

Prospettive

La composizione a macchina di immagini di sintesi dinamiche, in sequenza, intese come rappresentazioni visive di brani musicali offre un ulteriore contributo al tema della musica visiva e, più in generale, allo sviluppo di un’arte integrata ed interdisciplinare.

Voglio qui concludere ipotizzando un metodo compositivo interpretativo nel quale il materiale visivo viene creato sulla base di una lettura spazio-temporale del materiale acustico. In quest’ottica, il brano musicale ha funzione di catalizzatore nella genesi del materiale visivo dinamico e la sequenza di immagini di sintesi (computer animazione) costituisce la rappresentazione visiva del brano musicale.

Di grande interesse e spunto per ulteriori sviluppi, è la reinterpretazione figurativa del paesaggio come metafora musico-visiva dell’ambiente sonoro.

Il paesaggio atmosferico-orografico, per esempio, offre un’architettura di forme varia e sempre in movimento (cirri, cumuli, giochi di ombre e luci sull’orografia) con una ricchezza di cromatismi sempre nuovi (registri di colore per il giorno, la notte, le stagioni …), che rendono essenziale l’apporto tecnologico.

Poiché la creazione di grandi quantità di immagini di sintesi in fotorealismo risulterebbe proibitiva, la macchina rappresenta lo strumento in grado di liberare l’artista dagli oneri della manualità, permettendogli di comporre coreografie di eventi usando variabili numeriche.

Essa oggi appare così il mezzo più consono, al pari dell’antico Colour Organ, per tradurre in realtà il concetto sinestetico di arte totale.

©1987 Gian Marco Vergani

Originally published as “The Question of Unification and the Musicalization of Art”
PRECIS 6 / “The Culture of Fragments” – The Journal of the Columbia University Graduate School of Architecture Planning and Preservation, New York N.Y. – Spring 1987

Published revised in translation as “Musica è Spazio”
IDEALE Anno1/N°1 – Gruppo Proedi – November 1998

Conferenza di Aramengo-Asti del 10 Dicembre 2011, presso la Sede di Naturopatia Pediatrica AnpTraining (www.anptraining.net)

SALUTO

Buona giornata a tutti voi, amiche e amici piemontesi, liguri e lombardi, convenuti in questo stupendo Agriturismo collinare immerso nella natura.

Nel mio piccolo, il Giro d’Italia salutistico l’ho realizzato nell’anno che si chiude, e lo concludo qui ad Asti nel Monferrato, terra generosa di vini e di tartufi, a due passi da Torino, capitale mondiale della magia, ma anche del cibo appagante e sfizioso, con Bagnacauda e Pannacotta, Tomini di Saluzzo e marron glacé, torroni e cioccolatini, gianduia e gelati, nonché una serie di vini famosi nel mondo come il Barolo, il Barbera, il Grignolino, il Moscato, il Barbaresco, il Gattinara ed altri ancora.

NESSUNA PROVOCAZIONE

Arrivarci poi sotto Natale, e per giunta a predicare morigeratezza e virtuosità, mi pare quasi una provocazione. Una provocazione aggiuntiva a quelle già troppo feroci di un governo infame ed impoveritore. Di un governo totalmente nelle mani degli USA e di un corrotto Fondo Monetario Internazionale, ovvero di gente senza scrupoli che specula e offende l’Italia, confondendola come nazione di dissipatori, di mani bucate, di fannulloni e di evasori fiscali da stanare e da crocifiggere.

UNA COSA E’ LA FINANZA PUBBLICA E UNA COSA LA NAZIONE

E’ risaputo che il nostro paese sia caratterizzato da una finanza pubblica tradizionalmente sciupona e spendacciona. Finanza pubblica da sempre indebitata, ma solvente e garante, a meno che non si vogliano considerare i nostri tesori dì’arte alla stregua di rovine senza valore.

Ma è anche noto quanto la popolazione italiana sia operosa, sparagnina, responsabile, orgogliosa di se stessa ed in buona parte benestante. Non disposta pertanto a seguire penalizzanti ed ipocrite direttive montiane-geithneriane, basate sulla caccia contemporanea al ricco e al povero, basate sul sequestro della moneta, basate sulla tassazione della prima e della seconda casa, quasi fosse un crimine possedere un paio di case pagate coi propri sudati risparmi, e quasi fosse preferibile comprarsi tutti una roulotte e puntare alla vita da nomadi e da ambulanti.

I BUONI PRINCIPI NON VANNO IN VACANZA

Sarei tentato di dire, come fece il Dalai Lama in una delle ultime maxi-feste di Luciano Pavarotti:

“Italiani, andate controcorrente, cioè divertitevi!”.

Piano coi vini però, soprattutto se intesi come soci accompagnatori di carni e latticini. Il rigore etico-salutistico non va in vacanza né a Natale, né a Pasqua, né a Capodanno. Chiudere un occhio sulle endorfine, e su un brindisi più virtuale che stracarico, si può e si deve, a patto di non alterarci.

Noi insegniamo il divertimento sano basato non sull’evasione della droga, sull’immersione nel fumo e nella caffeina, sulle stomachevoli stimolazioni della cadaverina stemperate dalle bevande alcoliche, ma il divertimento sano, basato sullo stare bene e in equilibrio.

OGGI LA VERITA’, VAGLIANDO VAGLIANDO, LA POSSIAMO CARPIRE

Non ci sono alibi e non ci sono scuse.

Oggi le cose vere si sanno e, pur tra molte contraddizioni, imbrogli e mascheramenti, emergono con chiarezza a condizione di volerle conoscere. Non ci sono più alibi e non esistono più scuse.

Ma non basta percepire e sapere. Serve un passo in più. Serve un altro basilare ingrediente. Serve un maggior grado di convinzione. Serve il coraggio di andare oltre alle comode versioni ufficiali dei fatti. C’è gente che non osa spostarsi di un millimetro rispetto a quanto legge sui quotidiani, sui libri di testo, sui video televisivi, o rispetto a quanto pensa, dice e fa la maggioranza, poco importa se inquadrata ed ipnotizzata. Questa è colpevole pigrizia mentale. Questo è arrendevole asservimento.

Questa è codardia ideologica.

PERCHE’ TANTO FURORE CONTRO I MEDICI?

Le tesine che ho sul blog ricevono spesso dei commenti. Accanto a una di esse, dal titolo “Zona tumore, zona cancro”, qualcuno mi ha chiesto: “Ma perché tanto furore ed odio contro i medici? Sei stato forse cacciato o preso a calci nel sedere da qualche facoltà di Medicina?”

A parte la frase sibillina, qui c’è una doppia miopia mentale. Questo è un ragionare per preconcetti e pregiudizi. Qui si vuole far vedere che tutti stiamo sbavando per diventare medici, per raggiungere l’obiettivo massimo ed il top in fatto di scienza salutistica, quasi che medicina e salute fossero sinonimi. Potrei ambire alla laurea in Medicina per cento motivi economici, politici, legali, ma non certo per la salute, che non è per niente di casa nel settore medico, fatte le debite eccezioni individuali.

LA PAROLA ODIO NON FA PARTE DEL MIO ARMAMENTARIO

Odio i medici? Tutt’altro. Non vorrei fare nomi, ma ho avuto l’onore di conoscerne dei grandi davvero, come l’australiano Alec Burton, titolare di clinica a Sydney e presidente dei Medici Igienisti Internazionali, come Ralph Cinque e Frank Sabatino, medici-igienisti dei divi di Hollywood, come lo stesso Christian Barnard, non certamente igienista e privo di pecche, ma comunque gioviale, umile e simpatico.

Sono inoltre sperticato ammiratore di medici famosi nella storia, con Asclepiade, Galeno, Paracelso (quello che usava dire che quanto sapeva in salute lo aveva appreso dai barbieri, dai mendicanti, dagli zingari, dai boia e dalle prostitute e non certo dalla facoltà di Medicina), Oliver Wendell Holmes, Albert Schweitzer, Max Bircher-Benner, Max Gerson, Benjamin Sandlers, Robert Mendelsohn.

CONDIVIDO L’IDEA DI VOLTAIRE SULLA NECESSITA’ DI ELIMINARE OGNI MACELLO

Altre volte mi è stato chiesto il perché del mio furore contro casari e macellai. Anche qui non ci sto.

Casari non me ne ricordo. Ma macellai sì, e pure più di uno.

Per paradosso, alle elementari avevo come compagno di banco Franco Gressani, figlio del macellaio di Tavagnacco. Alle medie avevo per compagno di banco Renzo Filello, figlio del macellaio di Casarsa della Delizia. All’università avevo per compagno di corso a Economia e Commercio, Bepi Calligaris, figlio del macellaio di Branco. Tutti ragazzi bravi, gentili, irreprensibili.

Renzo l’ho perso di vista. Franco e Bepi se ne sono andati, e con mio sommo dispiacere, anche perché erano persone sensibili e ragionevoli.

Mi davano ragione sulla questione etica. Su quella economica erano praticamente inattaccabili.

“Finché c’è un mercato di persone che richiedono carne, i macellai non chiuderanno i loro negozi”, era la loro obiezione.

UNA LODE A TUTTE LE VIGNE DEL MONDO

La vite produce un frutto che si chiama uva, un prodotto naturale e magnifico sotto ogni punto di vista. Se viene poi trasformato in vino alcolico la colpa non è sua. Pure con la mela e con la patata si può produrre alcol. Non per questo andremo a mettere tali frutti sulla lista nera. In Friuli c’è un caro amico di nome Stefano Veritti, che produce magnifici vini in località Paradiso (a metà strada tra Udine e Lignano Sabbiadoro). Non mi sognerò mai di demonizzare le bellissime vigne d’Italia.

Benedette esse siano dunque. Il giorno in cui impareremo a non inondarle di anidride solforosa e di anticrittogamici, e a recidere i grappoli lasciandoli seccare naturalmente sulle rispettive viti, oppure impareremo a farcene tanto succo d’uva analcolico o magari un vino dal grado alcolico limitatissimo, sarà un grande giorno per l’umanità intera.

PROVOCAZIONI PIU’ CHE DOMANDE

Questo volermi mettere contro questo o contro quello non sono domande reali ma piuttosto allusioni, prefigurazioni di una anomalia, di qualche manchevolezza relazionale.

“Come si fa ad andare contro le nostre grandi tradizioni del grana e del prosciutto, del piccante e del salato, dello zucchero e del caffè, del cacao e delle bollicine?”

La tradizioni non sono in realtà sempre buone ed affidabili.

Con Tolomeo e la Chiesa abbiamo pensato per millenni che il Sole girasse intorno alla Terra. Un abbaglio e non una verità. Oggi pensiamo che tutto giri intorno al macello, alla carne, al sangue e al latte. Se uno è avvezzo ad ingerire sangue, va a finire che lo trova pure gustoso.

L’INNOCENTE COMPROMESSO CI PUO’ STARE

Occorre usare sì il gusto e il palato, ma anche l’intelletto, il cuore, il senso estetico.

Non sono un estremista. Le 2/3 volte l’anno che passo per Torino, non mi tiro indietro per un assaggio al Tomino di Saluzzo, inserito nel panino alle verdure, e per un bicchiere di Bonarda della Monaca, addolciti da un paio di cioccolatini Gianduia, o di marron glacé. A patto che il tutto sia sempre preceduto da una terrina di carciofo crudo, oppure da radicchio, olive e ravanelli.

IL FORMAGGIO CRUDO AVREBBE BUON SAPORE, SE NON CI FOSSE DI MEZZO IL SANGUE

Qualche innocente trasgressione “una tantum” può essere perdonata, a patto di essere in forma e a patto che non si cada nella sistematicità. Qui nessuno è fanatico e nessuno è Talebano.

Se gli animali non venissero maltrattati e uccisi, approverei persino qualche formaggio crudo di malga nella stagione invernale. Non tanto e non necessariamente per un discorso pro-salute, quanto per un discorso pro-gusto. Non abbiamo a caso un margine di tolleranza ai veleni, che è in grado di coprire queste insignificanti trasgressioni.

VIETATO AFFAMARE L’ORGANISMO

Quando le cellule affamate bussano alla porta del sistema immunitario in cerca di cibo, non c’è santo che tenga. La richiesta diventa un ordine immediato, imperativo ed irresistibile, trasformandosi, se disattesa e trascurata  in un tuffo notturno nel grana o nella nutella, se non nel vasetto delle acciughe o nel caffè.

Stessa cosa succede col tuffo nelle sale massaggi, perché anche quella è né più né meno fame.

Mai scordare il sacro principio del “Panem et circenses”.

Un amico friulano volle venire a Bangkok con me, in quanto non parlava una parola di inglese.

Giunto nella capitale thailandese non pensò affatto a riposarsi dal lungo viaggio aereo, e si fece fuori e dentro non uno ma ben otto casini di fila. Gli erano rimasti solo il naso e le orecchie.

Ecco perché predico di non affamare il corpo ma di saziarlo e di assecondarlo, stando attenti però non a stimolarlo e drogarlo, ma a nutrirlo.

AZOTO E SOMATOTROPINA PER UNA MAGGIORE CRESCITA CELLULARE

E le sostanze nutrienti sono quelle leggere a costo digestivo zero, come l’aria, il sole, l’amore, i cibi crudi, gli amidacei intelligentemente sotto-cotti (patata, zucca, cavolfiore, cime di rapa, cavolini, asparagi, cereali integrali inteneriti in pre-ammollo).

L’aria non è soltanto ossigeno O2, ma soprattutto azoto N. Nei corpi in fase di crescita la somatotropina STH o GH, prodotta dalla ipofisi o pituitaria, permette una maggiore cattura e ritenzione dell’azoto, che va così ad ossidare più scorte lipidiche di colesterolo ed omocisteina, incrementando la fabbricazione di nuove cellule.

L’IMPORTANZA DELL’ENZIMA E DELL’INDICE ETICO-ESTETICO DI GRADIMENTO

Basta forse che un certo materiale sia ricco, per essere considerato buon cibo?

No, ci vuole l’enzima e ci vuole il gradimento.

La plastica è ricca di sostanze? Sì. La mangiamo? No. Ci mancano gli enzimi per disgregarla!

La cacca di cavallo è ricca? Sì. La mangiamo? No. Ci fa schifo!

Il latte di mucca è ricco? Sì. Lo consumiamo? No. Ci mancano gli enzimi!

Tanti lo fanno? Peggio per loro. Rimangono fregati! (Grazie per l’applauso).

Quando dico cose importanti e convincenti c’è sempre qualcuno pronto a storcere il naso. “Ci vogliono prove, referenze, formule!”

Lo accontentiamo subito con la formula di Ehret  V = P – O, dove V sta per vitalità, P per potenza e O per ostruzione. Cos’è mai l’ostruzione se non il materiale alto-proteico e le indigestioni quotidiane dell’uomo comune?

PERCHE’ NO AL LATTE

Esiste una raffica di motivi, uno più serio dell’altro.

1)    Il latte è carne liquida, sangue rosso pressato e trasformato in sangue bianco che passa per le mammelle lacerate della mucca. Latte e sangue provengono dallo stesso rubinetto che sono le cellule dell’animale.

2)    Il latte bovino è disegnato e giustificato per il piccolo della mucca e soltanto per quello.

3)    Il latte intero ha troppo grasso e troppo colesterolo, quello magro ha troppe proteine.

      Da notare che serve a far quadruplicare il peso di un vitellino nel giro di 30 giorni.

4)    Il latte è l’alimento più allergenico, contenendo esso più di 100 componenti accertati (sindrome intestino irritabile, asma, sinusite, tiroidite).

5)    Il latte è indigesto, mancandoci l’enzima lattasi per estrarne lo zucchero del latte (lattosio).

I residui indigesti si trasformano in galattosio e causano cataratta, gonfiori, gas, dilatazioni, crampi, costipazione, arterioclerosi.

      6)   La latto-globulina, la più allergenica delle proteine, non viene disgregata né dalla cottura né

            dagli enzimi.

7)    Il latte contiene l’ormone GF1 (growth factor) prolattina, che stimola tumori e cisti al seno e

      alle ovaie.

8)    Il latte intrappola i peggiori veleni vaganti, come diossine, Stronzio 90 e Iodio 121.

9)    Il latte è anemizzante, mancando totalmente di ferro.

10) Il latte ha la caseina, potente colla che appiccica i nostri  5 milioni di villi intestinali, riducendo i nostri 400-600 metri quadri assimilativi (2 campi da tennis) a uno stanzino da 10 mq.

11) Il formaggio contiene 10 volte più grasso e più sale del latte, ed è 10 volte più acidificante, essendo perossidato e carico di radicali liberi.

UN LATTE DI QUALITA’ AUSTRALIANO (PARIS CREEK) RIVELA I DIFETTI DEL LATTE COMUNE

La pubblicità del latte Paris Creek che si vende a Singapore, mette a nudo i difetti del latte normale.

Il Paris Creek proviene da mucche tranquille e sotto-produttive, non forzate a produrre più latte e più carne mediante ormoni sintetici. Il Paris Creek non contiene residui di ormoni, non è omogeneizzato e dunque causante intolleranze, problemi di colesterolo e di cuore, non subisce processi di alta temperatura (riduzione vitamine A e D). Il Paris Creek ha il 50% in più di vitamina E e di Omega-3, il 3,75% in più di betacarotene, il 200-300% più antiossidanti, il 30% in più di calcio e di acido linoleico. Chiaro che costa il triplo rispetto al mediocre latte che la gente compra.

UNA MAGNIFICA DONNA INDIANA DI NOME MANEKA GANDHI

Ex-modella e 55 anni di età portati benissimo, Maneka è celebre in India, essendo vedova di Sanjay Gandhi, figlio di Indira e perito in un incidente aereo che si dice prefabbricato. Contestatrice nata, è stata più volte ministro della salute, nonché esponente dell’opposizione interna all’Establishment guidato dalla cognata Sonia Gandhi, pur essendo membro de Nehru-Gandhi Political Clan.

Leader dell’Animal Rights, è stata per decenni bersagliata dai capi religiosi Ayurveda, per le sue posizioni da sempre anti-latte. Oggi la scienza internazionale (vedi The China Study) ma anche quella indiana, inclusi gli Ayurdeva moderni, sono tutti con lei.

CONTRARIETA’ PER MOTIVI SALUTISTICI

In una intervista dei giorni scorsi, Maneka ha giustificato la sua forte avversione al latte spiegando che si tratta di alimento ferro carente e ferro-blindante, in quanto impedisce agli alimenti buoni di cedere il loro ferro al nostro organismo. E’ inoltre calcio-inefficiente, visto che dal latte si estrae solo il 32% del calcio, mentre il rimanente 68% va a produrre disastri al sistema urinario (calcoli, calcificazioni, prostata, dialisi) e disastri a quello endocrino (tiroiditi). Tutto questo quando dal cavolo crudo ricaviamo il 65% del calcio e dal cavolfiore (cotto al vapore) il 69%.

Quanto ai pesticidi HCH, il massimo limite concesso per legge è di  0,01 mg/kg, mentre la media indiana, ed anche quella mondiale, viaggia intorno ai 5,7 mg/kg, ovvero 500 volte più veleni di quelli massimi ammessi per legge.

CONTRARIETA’ PER MOTIVI ETICI

In India qualcuno ha la faccia tosta di dipingere l’industria del latte come “l’industria gentile”.

“Gentile dove?” obietta Maneka. Ogni bicchiere di latte, ogni yogurt, ogni formaggino viene da una triste e disgraziata madre, forzata su basi annuali alla gravidanza, munta per 10 mesi, re-inseminata al 3° mese dei 10, costretta a disintegrare le sue cellule mediante chetosi per compensare il deficit, sottoposta ad antibiotici e cortisone per la dolorosa mastite cronica delle sue mammelle.

Non bastando la supermungitura, danno loro l’ossitocina, un farmaco latte-stimolante per aumentare la resa. Spesso, i contadini indiani entrano con un bastone nell’utero delle mucche per spingerle a darne ancora di più.

Una madre infelice alla quale sequestrano il piccolo per massacrarlo sotto i suoi stessi increduli occhi. Un tempo i piccoli venivano chiamati “Bachda” (sacri vitellini), ma oggi li chiamano “Katra”

(vitellini da carne).

UNA TRADIZIONE DI SALUTE

I critici hanno obiettato a Maneka che gli Indiani hanno dopotutto bevuto latte per secoli, eppure sono sani. “Cosa intendete per sani?”  “Avere l’artrite, l’artrosi, le tiroiditi, le osteoporosi, i calcoli, le indigestioni, le rettocoliti, le endometriosi, le cistiti, le candide, i tumori, è forse questo essere sani?”

La salute normale è quasi sempre uno stato patologico latente. Al limite, se c’è ritenzione idrica, sintomo grave di un sistema linfatico pigro e inefficiente, i medici prescrivono dei diuretici a gente che chiede loro esattamente dei diuretici.

IL DRAMMATICO E CLAMOROSO SFOGO TELEVISIVO DEL DOTTOR  SPOCK

Il dottor Spock è una celebrità da molti decenni in India. Tutti i giorni nelle maggiori reti televisive come guru della Child Nutrition. E’ tornato in TV singhiozzante e con le lacrime agli occhi. Ha chiesto a tutti i bambini indiani e alle loro mamme di perdonarlo. “Mi rendo conto di aver rovinato milioni di bambini, consigliando latte, latte e latte. Mi vergogno e mi pento amaramente di questo. Mi avete creduto quando vi dicevo cose assurde. Vi chiedo di credermi oggi, quando vi dico la verità. Statene lontani! State lontani dal latte in tutte le sue forme!”

Nulla a che vedere col professor Carlo Cannella della Sapienza,  testardo paladino del latte e della bistecca fino alla tomba.

PERCHE’ NO ALLA CARNE?

1)    Non c’è assolutamente bisogno di cadaverina, quando siamo circondati da cibi vivi e naturali, con ben 160 mila piante diverse.

2)    Devo trasformarmi in un assassino di innocenti e senzienti creature, oppure devo noleggiare dei killer che lo facciano per me, cosa che non attenua la mia vergogna e la mia colpa.

Mangiar carne è commettere un atto criminoso. Non imbrogliamo noi stessi. Non cerchiamo alibi e scuse. Non facciamo gli gnorri, gli indifferenti, i disinvolti. Nell’hamburger, nel prosciutto, nella piadina, nei gamberetti, nel pane bianco allo strutto, è racchiusa tanta di quella sofferenza da mandare in tilt qualsiasi equilibrio etico, conscio o subconscio.

3)    In ogni porzione di carne ci sono scarti, prodotti della disintegrazione batterica, detriti

      cellulari (virus dell’animale morto), urine, ecc.

4)    La carne, anche quella cosiddetta bio, contiene una impressionante lista di contaminanti,

      erbicidi, pesticidi, fungicidi, vermicidi, antibiotici, ormoni.

5)    La carne contiene estrogeni in quantità tali da rendere impotenti i maschi e da squilibrare le

      donne, rendendole a volte frigide e a volte ninfomani.

6)    La carne è carica di grassi saturi, di colesterolo e di omocisteina, materiale che intasa le

Arterie, sovraccarica il fegato, ostruisce la cistifellea, irrita il colon, incrementa il rischio cardiaco.

7)    Le proteine in eccesso sono un disastro, in quanto demineralizzano le ossa, acidificano il sangue, stimolano i tumori, accelerano l’orologio biologico (invecchiano la gente).

8)    La carne dà uno sgradevole odore cadaverinico al corpo che nessuna acqua di colonia è in grado di coprire o di esorcizzare.

9)    La carne non offre onde vibrazionali rivitalizzanti colore infrarosso a 8-10000 Angstrom

      come la frutta, ma solo onde basse sotto il minimo di 6500 Angstrom e non lontano dai 1800

      dei malati terminali.

10) Produrre carne implica enormi sprechi di suolo, di acqua, di cereali, di legumi, di risorse, di

      carburanti, di energia elettrica.

IDENTIFICAZIONE SICURA DELLA DIETA UMANA-VEGANA

Esiste l’evidenza fossile, grazie al professor Boyd Eaton, analizzatore di feci pietrificate (copralite), dove si apprende che gli umani del Paleolitico viaggiavano non al ritmo five-per-day, ma addirittura al twelve-per-day, cioè dodici pasti di frutta al giorno, uno ogni due ore.

Esiste l’evidenza anatomica, visto che ogni organo, ogni ghiandola, ogni liquido, ogni dettaglio del corpo umano, dice che siamo vegani-fruttariani-crudisti.

Esiste l’evidenza biochimica, per cui il corpo si trova a suo agio con acqua biologica enzimizzata, mineralvitaminizzata, glucosizzata e magnetizzata da madre natura.

Esiste l’evidenza lattaria, per cui il latte umano, a basso contenuto proteico ci qualifica come fruttariani. Solo il coniglio ha un latte meno proteico del nostro.

PROTEINE ANIMALI? NO GRAZIE! VITAMINA B12? NO GRAZIE!

E’ caduto il mito FDA della quantità proteica, portata con imbarazzante pena dai 300 ai 75  grammi al giorno. Non contente di questo strazio, la OMS e la FAO hanno riconosciuto che anche la quota 75 non vale, e che la quota proteica giornaliera va portata sui 24 grammi/giorno, con 30 grammi a fare da tetto massimo oltre il quale il corpo va in acidificazione.

E’ caduto il mito della complementazione proteica a ciascun pasto con i diversi aminoacidi essenziali.

E’ caduto il mito della B12, visto che la B12 sta in tutte le piante in quantità impercettibili e imponderabili, com’è giusto che sia, e lo sbugiarda mento della FDA è tuttora in corso avendo essa manipolato i minimi della WHO, portandoli abusivamente dagli originali 80 ng/mL agli odierni 157 ng/mL.

The China Study ha provocato uno scossone enorme, e persino Bill Clinton è diventato vegano, nonché cliente personale di Colin Campbell.

CAMPBELL E HYMAN

Il professor Colin Campbell, di origini contadine, filo-latte e filo-carne fino ai 30 anni, ha dovuto ricredersi profondamente man mano che le sue ricerche nutrizionistiche portavano coerentemente dalla parte opposta, fino a farlo diventare paladino mondiale del veganismo crudista scientifico, e artefice della straordinaria ricerca chiamata The China Study.

Stessa storia per Mr Hyman, uno dei maggiori produttori di carne e di latte del Montana, diventato vegano e testimonial dei grandi cambiamenti in corso.

LA PERICOLOSITA’ DELLE PROTEINE

La prof Marion Nestlé, preside e direttrice della Facoltà di Scienze Nutrizionali alla New York University, è stata molto chiara.

“Se si parla oggi di proteine, lo si fa soltanto per evidenziarne la pericolosità”.

“Getting enough proteins is simply a matter of getting enough calories” (Ottenere sufficienti proteine significa ottenere sufficienti calorie). Come dire che, nemmeno volendo farlo apposta, non si va mai in crisi proteica, ma sempre e solo in crisi calorica.

I DATI USDA SUL CONTENUITO PROTEICO (in percentuale delle calorie totali)

- Latte umano       5,9%  (su 100 calorie totali, 5,9 calorie derivano dalle proteine del latte)

- Frutta                  6,7%

- Noci e semi       11,0%

- Cereali               13,0%

- Vegetali crudi    22,0%

- Legumi              28,0%

- FABBISOGNO UMANO DI PROTEINE:  2,5 minimo – 10% massimo

NO ALLA MONSANTO

Dal momento che oltre il 70% delle aree coltivabili del pianeta è usato per monocolture destinate all’alimentazione di animali da carne, con uso crescente di pesticidi Round-Up e di sementi OGM della Monsanto, non si può pensare che basti dire No alla carne e No al latte, senza dire anche No alla Monsanto.

NO ALLA COALIZIONE ANTI-ITALIANA

Per riportarsi in regola, De Gaulle, pardon Sarkozy, e Adolfina Merkel, chiedono che l’Italia rientri nel rapporto deficit-PIL del 60% in 20 anni, con 20 manovre da 40 miliardi cadauna. Cosa semplicemente impossibile a farsi.

Impossibile fino a quando si fa la caccia ai ricchi, che portano le loro barche in Croazia, e si fa pure la caccia pure ai poveri, scarnificando le basse pensioni e i bassi salari, nonché i risparmi da loro investiti in una prima e in una seconda casa.

UNO STATO ITALIANO ABITUATO DA SEMPRE AGLI SPRECHI

Cosa impossibile fin quando lo stato non pensa a tagliare i suoi sprechi, ad eliminare gli oboli miliardari a uno straricco Vaticano, ad abbattere i superstipendi dei divi parlamentari, a spegnere le costosissime luci notturne sulle autostrade, a spegnere le luci accese anche di giorno negli impianti di illuminazione di tanti comuni d’Italia, a ridurre l’elefantiasi dei municipi italiani, dove 50 anni fa 2 persone facevano tutto (esempio al Comune di Tavagnacco), mentre oggi ce ne stanno almeno un centinaio (e si parla di uno dei migliori comuni d’Italia).

Cosa impossibile fino a quando tutti gli appalti pubblici risultano truccati e manipolati.

PENSIONI MILIONARIE E DISINVOLTE SANGUISUGHE

Cosa impossibile fino a quando le sanguisughe d’Italia continuano a percepire disinvoltamente e senza alcun imbarazzo pensioni da 90 mila Euro (Mauro Sentinelli, telefonia), 50 mila (Alberto De Petris, telefonia), 50 mila (Mauro Gambaro, finanza), 45 mila (Vito Gamberale, telefonia), Carlo Azeglio Ciampi (53 mila), Oscar Luigi Scalfaro (25 mila), Lamberto Dini (44 mila) Giuliano Amato (31 mila), eccetera.

CHI STAMPA DOLLARI SVALUTATI E CHI STAMPA SANTINI

Una cosa è lo stato e un’altra cosa gli italiani, dicevamo. La realtà è che in Italia si lavora meglio e di più che in America, in Francia e in Germania.

Solo che l’America ha una Federal Reserve e un Ben Bernanke che possono stampare dollari svalutati a ruota libera, finanziando i loro sprechi e le loro guerre, mentre noi in Italia possiamo stampare a ruota libera solo santini e riviste pornografiche.

L’ITALIA DELLA CREMONINI E DELLA MCDONALD’S

In ogni stazione ferroviaria ci sono oggi i Bar Chef Express del gruppo Cremonini/McDonald’s, coi caffè e le cole della Illy/Coca-Cola. C’è molto da ridire su tutto questo, con 100 panini esposti contenenti cotto, crudo, pancetta, speck e mortadella. Le grinfie dei macellai si sono estese persino alla distribuzione automatica dove la pubblicità mostra un coniglio che dice “Basta carote, oggi pesce!”, e segue l’elenco dei panini ecologici della Montana (gruppo Cremonini) a base di gamberetti e verdure, e di tonno e uova, e anche la pubblicità della Beretta (gruppo Cremonini), presente con piadinette, salamini e musettini.

SIAMO VITTIME DEI PEGGIORI LADRONI DELL’UNIVERSO

Stanno succedendo cose strane in questo paese.

Un conto è essere cristiani, un altro conto è essere succubi di un Vaticano controllato dalla Rothschild. Un conto è americanizzarsi, un altro diventare Colonia. Colonia poi non Americana ma Monsantiana, Pfizeriana, Sorosiana, Clintoniana, Montiana e Rockefelleriana.

Stiamo subendo la falsità e l’ipocrisia di ladroni e burocrati 1000 volte più cinici e disonesti di Madoff. Siamo oggetto di giochi indegni e di gigantesche prese per il culo.

UN PIU’ NEMICO CHE AMICO DELL’ITALIA

L’Italia è un paese strano, un paese delle Meraviglie. Circola una persona che ha fatto di tutto e di più per affossare prima la lira, fallendo clamorosamente ai tempi dei governi Andreotti, e poi l’industria metalmeccanica italiana, riuscendoci in pieno a partire dal 1997, con la famosa crisi speculativa sul Baht thailandese e la decapitazione delle Tigri Asiatiche, e riuscendoci di nuovo adesso con la ingenerosa pressione delle agenzie di rating Standard & Poor’s, abili distributrici di patenti AAA  e di declassamenti teleguidati.

IN ASIA LO CONOSCONO TROPPO BENE

Questa persona la conoscono bene in Asia, e conoscono per filo e per  segno le sue malefatte, sia che si tratti di professori universitari o di scaricatori di porto o di semplici guidatori di taxi.

Al punto che questo elemento si guarda bene da recarsi in Asia, visto che a Bangkok, a Singapore, a Kuala Lumpur, a Jakarta, a Seoul, a Tokyo o a Taipei, lo riconoscerebbero e lo lincerebbero all’istante.

UN LUPO IN MEZZO A TROPPE PECORE NON E’ DEL TUTTO FUORILUOGO

In Italia no. Siamo un paese troppo generoso e, in questo caso, troppo disinformato ed ignorante. Per molti aspetti, la cosa non mi dispiace. Non gradirei affatto che Soros subisse delle violenze. Dopotutto si tratta di un gran furbone che sa fare a menadito il suo mestiere.

In un mondo fatto di troppe pecore è giusto che esista anche il divoratore di pecore, come naturale contromisura al pecorismo incontrollato.

LA BELLEZZA DI GIRARE INDISTURBATO PER ROMA CAPUT MUNDI, DA LUI FINALMENTE VINTA E SEMIDISTRUTTA

E’ per questo che dopo un paio di fugaci e prudenti apparizioni, non credendo quasi ai suoi occhi, ha capito di poter scendere da solo e senza guardie del corpo a Fiumicino, e di poter girare in lungo e in largo per le vie della Città Eterna, senza colpo ferire, senza nessuna contestazione di piazza e senza che nessuno gli torcesse un capello, senza che nessun giornalista di destra, di centro o di sinistra gli riservasse un articoletto mirato, senza che nessun sindacalista della Fiom o della CGL gli muovesse una singola obiezione.

Tutti sovra-impegnati a spulciare sulle peccaminose minorenni del Silvio Berlusconi.

IL SUO NOME E’ GEORGE SOROS, AMICO INTIMO DI ROMANO PRODI

Non ha fatto solo il turista, in questi ultimi mesi, ma è arrivato persino a proporsi come acquirente della società Roma Calcio, intavolando delle trattative con la famiglia Sensi.

Parliamo ovviamente di George Soros, padrone del più grosso volume di capitale libero e speculativo mondiale, quello che da solo può smuovere masse finanziarie di danaro contante capaci di far fallire qualsiasi paese. Quello che, amico personale preferito di Romano Prodi, sta facendo pressioni, in sintonia con Prodi stesso, perché nessun italiano possa guadagnare o spendere, in nome della tracciabilità finanziaria, più di 250-500 Euro in contanti (con le nuove leggi siamo intanto a quota 1000 Euro).

LA FORMULA SOROS E LA PALESTRA ITALIA

La storia di Soros come speculatore internazionale e come destabilizzatore di stati e di intere regioni mondiali è ormai nota, fuori dell’Italia. L’Italia fu anzi la sua vera palestra di allenamento. Il posto in cui si fece le ossa. Aveva scommesso sulla caduta della lira negli anni ’70. Il suo gioco era di una semplicità sconcertante. Tanto sconcertante da poter essere chiamata “la formula Soros”. Basta andare in borsa e comprare in silenzio e in sordina contanti e titoli del paese prescelto, accumulando in segreto un bel gruzzolo di valuta. Poi, con l’aiuto di agenzie stampa e di agenzie di rating addomesticate (basta assoldare un dirigente e dirgli di fare una dichiarazione pubblica o di scrivere un articolo su Times o su Newsweek o su The Economist), lanci una campagna denigratoria nei riguardi della situazione finanziaria di quel paese.

LA LEGGE DELLA PAURA E LA LEGGE DELLA DOMANDA E DELL’OFFERTA

A quel punto i mercati, sensibilissimi a ogni fattore psicologico perturbante, cominciano già a farfugliare e a dare segni di irrequietezza. E quello è il momento decisivo per l’operazione chirurgica, per portare il colpo basso sotto la cintura, piazzando sul mercato, con una enorme botta finale, il gruzzolo accumulato in precedenza.

Per la legge della paura, ed anche per la legge della domanda e dell’offerta, il mercato si comporta in modo prevedibilissimo e garantito al limone, e va come un robot teleguidato nella esatta direzione voluta dallo speculatore, nell’unica direzione possibile, che è quella della caduta clamorosa e deflagrante, regalandogli un grosso profitto valutario già all’interno del gioco speculativo.

ALLA SPECULAZIONE CARTACEA SEGUE IL RASTRELLAMENTO IMMOBILIARE A PREZZI DI SALDO

Ovvio che, caduta la moneta, cade il valore internazionale di banche, assicurazioni, aziende, case, palazzi, terreni, alberghi. E coi soldi accumulati nell’operazione chirurgica, si moltiplicano i profitti rastrellando e acquistando a prezzo di liquidazione tutti i beni immobili interessanti di quel paese.

GERMANIA E AMERICA SALVARONO LA LIRA DAL DISASTRO

Ma, a quel tempo, Soros era evidentemente acerbo, e commise un errore grave. Le aveva studiate tutte fuorché una. Non aveva messo in conto il fattore “solidarietà politica internazionale”. Il gioco stava per volgere a suo favore, e la lira era in caduta libera. Ma, per sua sfiga personale, intervenne la Germania, comprando massicce quantità di lire e di titoli di stato italiani. E, quel che è peggio, pure il governo americano intervenne in favore di Roma, mandando a vuoto il primo assalto anti-italiano di Soros.

Ma George è un tipo tosto. Uno che sa far tesoro di ogni cosa, anche delle esperienze più fallimentari.

SOROS CORSE PRONTAMENTE AI RIPARI

Una vera e propria lezione. Occorreva correre ai ripari. Soros comprese che, senza un forte controllo nei riguardi della Casa Bianca, non avrebbe potuto ambire al ruolo di Imperatore Mondiale della Speculazione Valutaria.

Ecco allora la sua mossa vincente sul suolo americano. La coppia Hilary-Bill Clinton stava raccogliendo buoni consensi politici a livello locale, perché non sovvenzionarla pesantemente e trasformarla in una coppia vincente, portando Bill alla presidenza degli United States of America? Le campagne presidenziali americane costano care, ma Soros non si fece distrarre, e mise a disposizione dei Clinton un budget generoso e vincente.

Io do una mano a te, caro Bill, e tu ne dai una a me, vero Presidente?

IN POLITICA, UNA MANO LAVA L’ALTRA

Clinton doveva in qualche modo sdebitarsi.

La piccola industria americana era in forte crisi. Grazie alle proprie potenti sedi diplomatiche asiatiche, aveva per anni partecipato a tutte le maggiori fiere internazionali nei vari settori, dall’edilizia, alla meccanica, alla moda, al cibo, al turismo, spendendo molto e raccogliendo assai poco. L’Asia stava da tempo nel mirino americano, visto il pesante deficit americano nell’interscambio con questi paesi, capaci di piazzare i loro prodotti da New York a Chicago e a San Francisco, ma alquanto restii e refrattari ad importare il made in USA.

Di chi la colpa? Delle aggressive e concorrenziali industrie europee, ed in particolare di quella italiana, dinamica, con prezzi competitivi, design e alta qualità. Con quattro scalcinati stand alle varie fiere, e con qualche decina di promotori di mercato, la modesta Italia piazzava più container carichi di sue attrezzature industriali che la grande America!

LUCE VERDE PRESIDENZIALE PER LA MAGGIORE OPERAZIONE SPECULATIVA DELLA STORIA

Occorreva agire presto. Bisognava cambiare drammaticamente il corso degli eventi.

Korea, Hongkong, Giappone e paesi del Sud-Est Asiatico, stavano crescendo al vertiginoso ritmo del 12-15%, lasciando però l’America fuori dalla porta e fuori dalla torta.

Una lampadina si accese nella mente di Bill Clinton. Diamo una botta all’Asia e diamo una botta all’Italia. Così mandiamo il tutto gambe all’aria e rimescoliamo le carte. Chi meglio di Soros per un progetto del genere? E Soros ricevette luce verde e via libera per la più grossa operazione speculativa della storia.

NEL MIRINO LA VALUTA PIU’ STABILE DELL’ASIA

La valuta più stabile e sicura dell’Asia era da decenni il Baht thailandese, fisso a 25 Baht per US$. La Thailandia pullulava di turisti come non mai. Bangkok costretta a optare per un nuovo aeroporto, visto che il mitico Dong Muang era diventato insufficiente. Il re godeva dell’indiscriminato appoggio popolare. Nessuno avrebbe mai pensato alla Thailandia come obiettivo strategico per una speculazione. Nessuno, eccetto George Soros appoggiato dalla Casa Bianca, dal Fondo Monetario Internazionale e dai Servizi Segreti americani.

UN’ESTATE PARTICOLARMENTE TORRIDA

Correva l’anno 1997 ed era piena Estate nella capitale thailandese. Un caldo insopportabile. Non soltanto per il clima caldo umido, ma per un concatenarsi di eventi strani ed imprevisti, per un improvviso surriscaldamento del clima politico ed economico a livello asiatico ed internazionale. Si leggevano sul Bangkok Post notizie strane e poco credibili, mai sentite o sospettate, per cui la Thailandia avrebbe costruito troppi grattacieli, senza avere i fondi per completare gli ultimi piani. Si facevano ipotesi negative sulla famiglia reale. E la solida moneta thailandese scendeva paurosamente, nonostante i massicci interventi delle Banche Centrali di tutti i paesi asiatici. Cadde il governo Thai. E il nuovo ministro delle Finanze, nominato da un re serio e preoccupato, venne convocato alla Casa Bianca per un imprimatur ed un riconoscimento ufficiale da parte del governo americano.

CLINTON E SOROS FIANCO A FIANCO DI FRONTE AL MONDO INTERO

Mi trovavo a Bangkok nel luglio 1997. Tutta la gente incollata davanti ai televisori. Non capisco la lingua Thai, ma le immagini parlavano chiaro. Il ministro thailandese venne ricevuto con pieni onori e procedette sul tappeto rosso fino a stringere la mano di Bill Clinton. L’intelligente operatore televisivo inquadrò il particolare di due mani che si stringevano sopra la scritta “President of America”, e poi il dettaglio di una seconda stretta di mano. Chi sarà mai quello? Forse il Vicepresidente? L’immagine salì in un attimo alle facce dei personaggi coinvolti. Accanto a Bill Clinton c’era, fatto incredibile ed inusitato, nientepopodimeno che George Soros, nell’atto di stringere la mano all’uomo di Bangkok.

OCCORRE CAPIRE QUANTO STA SUCCEDENDO INTORNO A NOI

Non è mio compito entrare nella politica. Cerco di stare fuori da ogni schieramento.

La salute e la filosofia del benessere hanno bisogno di chiarezza e di equidistanza, non certo di coinvolgimento. Non sono qui ad Asti per parlare di politica. Non lo vorrei mai fare.

Ho la fortuna di non appartenere a nessun partito e di non possedere alcuna tessera.

E ho la fortuna di aver lavorato duro per 30 e più anni a vantaggio dell’export italiano verso l’Asia, conoscendo in dettaglio e di persona le cose di cui tratto.

Vorrei in ogni caso auto-censurarmi e far finta di niente.

Ma come si può parlare di salute e di comportamento, mentre siamo tempestati di messaggi angoscianti e stressanti, che mettono a repentaglio la nostra libertà politica ed economica, oltre che la nostra libertà di stare bene nel corpo e nello spirito?

LA VIOLENZA DEL CAPITALISMO FINANZIARIO E SPECULATIVO

Siamo vittime di una inaudita violenza da parte del bieco capitalismo finanziario e speculativo mondiale. Quello che ha deciso, diciamocelo con chiarezza una buona volta, di far fuori Gheddafi e di fare piazza pulita dell’Europa Meridionale, ovvero della quaterna Italia-Grecia-Spagna-Portogallo.

Quel che è peggio, la Crema della Politica e della Finanza, o meglio i farabutti che si riuniscono annualmente al Bilderberg, stanno facendo precipitare il mondo intero all’epoca dello schiavismo.

CAMBIARE PASSAPORTO?

Niente più Costituzione, niente più confini nazionali, niente più libertà di voto, niente più soldi contanti, niente più transazioni, niente più cure alternative allo strapotere medico-farmaceutico. Ci troviamo praticamente in situazione di Pre-Magna-Charta, altro che Risorgimento e Lotte di Liberazione, altro che Fratelli Bandiera e Martiri di Belfiore.

Colmo dei colmi, tra tutti gli italiani ospiti selezionati ed invitati dal Bilderberg (vedi Agnelli, De Benedetti, Tremonti, Bonino, Prodi, Padoa-Schioppa, Draghi), chi non è mai mancato all’appello è proprio il professor Mario Monti, attuale presidente del Consiglio della Repubblica Italiana, persona particolarmente gradita ai Rothschild, ai Rockefeller, ai Soros, ai Geithner, ai Bernanke e ai Clinton.

Che sia il caso di cambiare passaporto e di diventare apolidi?

Valdo Vaccaro

Secondo gli esperti la musica ad alto volume esacerba l’effetto dell’ecstasy nel cervello.Ecstasy e musica, cocktail ad alto rischio
Secondo gli esperti la musica ad alto volume esacerba l’effetto dell’ecstasy nel cervello.Quanto è determinante l’ambiente circostante durante l’assunzione di una droga? Gli effetti possono essere diversi? Pare proprio di sì, almeno per l’ecstasy. In un recente studio è stato infatti dimostrato che assumere ecstasy in ambienti con musica ad alto volume sarebbe 5 volte più dannoso (in termini di riduzione dell’attività cerebrale) rispetto all’assunzione della droga in un luogo tranquillo.
Quando i topi ballano. Michelangelo Iannone, neurologo dell’Istituto di neuroscenze di Catanzaro, ha somministrato a 20 ratti alcune dosi di ecstasy. In seguito metà di loro è stata messa in un ambiente molto rumoroso mentre l’altra metà in uno tranquillo. L’attività cerebrale delle cavie è stata monitorata tramite l’elettrococleografia (EcoG), uno strumento che registra le risposte encefaliche a uno stimolo acustico.
Alzando il volume fino a 95 decibel (il massimo grado di rumore consentito dalla legge italiana), i ratti a cui è stata data un’alta dose di ecstasy hanno reagito con un drastico calo dell’attività cerebrale rispetto a quelle cavie che, a parità di dose, sono rimaste in un ambiente silenzioso. L’attività cerebrale di queste ultime è tornata normale dopo un solo giorno dall’assunzione della droga, rispetto ai cinque giorni dei topi che l’hanno assunta durante la simulazione di un “rave”.
Overdose di musica e droga. È dunque possibile rapportare questo risultato anche sulle persone? Secondo John Mendelson del California Pacific Medical Center’s Addiction Pharmacology Research Laboratory di San Francisco, i risultati sono molto approssimativi in quanto l’ecstasy è stata somministrata ai ratti in dosi molto più massicce di quanto non si sarebbe fatto con una persona. Anche Linda Cottler, della Washington University School of Medicine in St. Louis (Missouri), ha dubbi a riguardo, affermando che questo tipo di droga viene usata spesso anche fuori da discoteche o rave e che un fattore come l’alto volume non può determinare i danni cerebrali tanto quanto l’uso abituale di questa droga.
La cosa assolutamente certa è che l’ecstasy, come tutte le droghe sintetiche, provoca danni permanenti al cervello se usata costantemente e senza moderazione.
Nome in codice MDMA. Ma che cos’è esattamente l’ecstasy? E quali sono gli effetti e le conseguenze di una sua assunzione prolungata? L’MDMA (3-4 methylenedioxymethamphetamine) è una droga sintetica che agisce in particolare sulle cellule che rilasciano la serotonina, il neurotrasmettitore che, oltre ad essere legato strettamente alla memoria, mette in collegamento tra loro i neuroni e regola il comportamento, l’attività sessuale, il sonno e la sensibilità al dolore.
Assunta a lungo termine ed in elevate dosi l’MDMA può danneggiare la memoria, interferire con la temperatura corporea, aumentare il battito cardiaco e la pressione del sangue. In alcuni casi e in particolare per le persone cardiopatiche, l’assunzione può essere letale.

Dopo che i grandi baracconi festivalieri hanno chiuso i battenti planando, un po’ stancamente a dire il vero, nella loro provinciale bonaccia di idee, viene un po’ la voglia di fare due conti per non sentirsi addosso la convinzione di averci visto male. Anche perché hai un bel dire che la cultura è tutta lì e che se non c’è in mezzo musica datata di almeno un centinaio di anni non è da prendere quasi in considerazione. In realtà, anche mettendo nel paniere i concerti patinati da quello specchietto per le allodole che chiamasi “evento”, i numeri parlano chiaro: la classica è in disarmo su ogni fronte, i conti lì sono perennemente in rosso, il numero di spettatori/ascoltatori è paurosamente basso rispetto ai costi, i giovani sbandierati a prospettare improbabili rinascite non vi si fanno vedere se non in percentuali di orsi albini; forse è il caso di fare uno sforzo e pensare che la cultura musicale si fa anche (ma vien da dire: soprattutto) su tutt’altri binari. Certo, si scombinano le categorie. Non è neppure facile capire chi fa e cosa resterà, chi rivoluziona e chi s’accoda, chi cammina avanti e chi interpreta il presente. Basta trovarsi di fronte un musicista d’oggi, un jazzista, un cantante o un arrangiatore, ed ecco che il nodo si fa aggrovigliato per i cultori della classica.
Facciamo qualche esempio? Prendiamo un concerto di un artista jazz. Intanto non si sa mai bene che cosa ti aspetta, a questi concerti, quello, il musicista dico, va a ruota libera, non ti spiega un brano o uno stacco, non ti fa capire se ci azzecca o no, se sa leggere note, se sa cos’è uno straccio di partitura; le categorie notarili classiche qui non sanno proprio a cosa appigliarsi. Ahimè, qui il musicista è nudo, non ha mica la parrucca di un Bach o di un Beethoven, non ha dietro i quarti di nobiltà predicati dalla storiografia a garantirne il valore indiscutibile. Di questa musica, poi, non resta nulla, si esaurisce appena finita; il musicista non la ripete mai identica, anzi a lui non interessa proprio la fissità pavloviana dell’esecuzione. Spesso non c’è nemmeno un programma, una traccia, un titoletto, niente di niente. La questione è che quel musicista vuol parlare direttamente al cuore o all’emozione, non al tuo codice di decodifica classica; ma troppa è la distanza, e andiamo a fare un altro esempio.
Prendiamo una canzonetta qualsiasi: dove starebbe qui un barlume non dico profondità, ma almeno di decenza intellettuale in mezzo a mozziconi sdruciti di poesia o frasette e cinguettii di innamorati, dov’è la maestria antica in un giro armonico di sei-sette-non-di-più accordi, dov’è la grande architettura, lo scandaglio del sentimento, la rappresentazione dell’uomo, la scenografia del sublime? Si potrebbe continuare, con questo frasario ottocentesco ormai divenuto relitto fossile a-critico dei critici. Anche qui la risposta potrebbe essere semplice e complessa allo stesso tempo: questa è la lingua di oggi, quella classica è lingua da museo.
In realtà, è nel nuovo che la modernità accade, che si coagulano energie, che si sentono accelerate più o meno prudenti verso l’inedito, è lì che si va al cuore dei problemi, che si creano pensatoi aperti al mondo e che la storia si costruisce per piccoli passi. Certo, non ci si può nascondere che c’è chi corre troppo, come tutto il jazz per esempio, da parecchi decenni in qua, che si scopre a trovarsi troppe leghe al di sotto della superficie su cui galleggia la maggior parte dei fruitori di musica moderna. Come per qualsiasi attività troppo specialistica (Bach, Mozart, Beethoven, -e altri ancora-, quando si sono avventurati su strade troppo complicate sono stati regolarmente messi da parte: qualcuno sa che alla prima esecuzione della Nona sinfonia il pubblico se ne andò a metà esecuzione? E che i suoi ultimi quartetti furono considerati per decenni un rebus per enigmisti dell’arte? Qualcuno sa che il plico-omaggio contenente l’Offerta musicale di Bach non fu nemmeno aperto), si fatica a tener dietro a questi avventurieri dello spirito. Ma in compenso c’è la tranquillo tran-tran della normalità che si rende presente nella godimento estetico della medietà sonora e ci sono cercatori di inedita umanità che si accontentano delle parole di tutti i giorni.
C’è chi fa grandi numeri e chi piccoli numeri -mai in perdita, signori-, ma questi sono gli artisti che cercano a proprio rischio le tracce possibili di un presente e di un futuro, quelle che immancabilmente la realtà aggiusterà per approssimazione al semplice.
Anche la musica è specchio del mondo.
Proveremo a decifrarlo, magari punto per punto, a piccole dosi, ringraziando già fin d’ora i visitatori del forum per la pazienza e con la convinzione che la musica è tutt’altro che morta, anzi non è mai stata così viva come oggi.

Il musicista “leggero” di oggi e’ supportato da un congegno mediatico e da un’impresa discografica che non hanno precedenti nella storia (se non per qualche flebile paragone con i mecenati delle varie epoche) e che, per loro interessi economici, spronano un certo tipo di attività culturale. Il successo di una determinata forma musicale rispetto ad un’altra mi parrebbe almeno viziato, polarizzato, quindi. La televisione e’ un mezzo di comunicazione (come pure la radio, anche se meno) che viene ascoltato spesso con distrazione. E’ difficile che in una pubblicità si preferisca usare un pezzo classico (termine improprio) rispetto ad uno leggero (anche qui termine improprio ma altrettanto efficace). Aggiungiamo anche che la musica leggera, quella rock in particolare, rappresenta spesso l’identità ed il modo di essere di generazioni di migliaia di ascoltatori. Il successo, o il valore artistico di un pezzo, viene associato più al cantante, al personaggio che egli rappresenta per l’ascoltatore, non al pezzo in se (alcuni cantanti hanno ricevuto, giustamente a mio avviso, la laurea ad honorem in scienze della comunicazione). Diversamente e’ per la classica dove, e’ vero che si guarda a quel direttore/esecutore piuttosto che a tal altro ma, ciò che più conta è l’opera eseguita.
Mi parrebbe argomento diverso il fatto che molti che si occupano di musica classica escludano a priori la cultura della musica leggera. Ma mi pare anche che molti che si occupano di musica leggera escludano, con lo stesso atteggiamento e determinazione, la cultura della musica classica. Allora chi guida l’evoluzione dell’arte?
In fin dei conti, tutte le espressioni dell’essere umano partono dai bisogni primari, e legati alla necessita’ comuni dell’essere, per sfociare, immancabilmente, in elaborazioni di tipo intellettuale che divengono, necessariamente, appannaggio di pochi. Il jazz, quello più distante dal blues dal quale e’ scaturito in origine, o dalle Big Band di New Orleans, non e’ più così popolare. Il blues, nella forma delle 12 battute (o 16), era musica del popolo ed e’ efficace a tutt’oggi. Alcune forme jazz degli anni successivi sono divenute cosi’ sofisticate da sembrare quasi atte a soddisfare le capacita’ “logico/matematiche” degli improvvisatori e non le esigenze dell’ascoltatore. Si parte dal concreto per andare verso livelli di astrazione sempre maggiori e più distanti dai bisogni originali e le fasi di questo percorso sono legate in maniera causale.

Cosa potrebbe essere, secondo lei, il nuovo all’interno del quale far accadere la modernità?
Come si fa’ a far comprendere alle decine di diplomandi/allievi dei Conservatori, o autodidatti, che il poeta, oltre a saper interpretare le poesie d’altri, deve sapere poetare egli stesso, ed universalmente? Il musicista “leggero” di oggi e’ supportato da un congegno mediatico e da un’impresa discografica che non hanno precedenti nella storia (se non per qualche flebile paragone con i mecenati delle varie epoche) e che, per loro interessi economici, spronano un certo tipo di attività culturale. Il successo di una determinata forma musicale rispetto ad un’altra mi parrebbe almeno viziato, polarizzato, quindi.

A mio avviso, proprio la presenza di un supporto economico dimostra la necessità contingente, la vitalità e la validità sociale di un genere artistico; al contrario, ciò che è finanziato per volontà esterna (le concertistiche, le stagioni liriche sono tenute in piedi al di fuori di un mercato) è destinato a venire meno perché non risponde a bisogni profondi, ma a idee culturali più o meno datate; le manifestazioni a costo zero o gratuite (ne sappiamo qualcosa noi della classica) non valgono nulla perché ciò che si regala non dimostra niente.

La televisione e’ un mezzo di comunicazione (come pure la radio, anche se meno) che viene ascoltato spesso con distrazione. E’ difficile che in una pubblicità si preferisca usare un pezzo classico (termine improprio) rispetto ad uno leggero (anche qui termine improprio ma altrettanto efficace). Aggiungiamo anche che la musica leggera, quella rock in particolare, rappresenta spesso l’identità ed il modo di essere di generazioni di migliaia di ascoltatori. Il successo, o il valore artistico di un pezzo, viene associato più al cantante, al personaggio che egli rappresenta per l’ascoltatore, non al pezzo in se (alcuni cantanti hanno ricevuto, giustamente a mio avviso, la laurea ad honorem in scienze della comunicazione). Diversamente e’ per la classica dove, e’ vero che si guarda a quel direttore/esecutore piuttosto che a tal altro ma, ciò che più conta è l’opera eseguita.

Anche qui mi sento di non essere d’accordo: Muti oggi viene applaudito e il Beethoven che ha diretto passa in secondo piano; in realtà Muti vive perché qualcuno gli ha fornito una partitura e se gli togli la partitura non resta niente perché lui non sa fare nulla di simile a ciò che ha fatto Beethoven e si vede l’abisso che separa il musicista dall’interprete; personalmente lo chiamo vivere con la parrucca di altri, e Muti è il contenitore che vive grazie al contenuto: forse il divismo fa parte della musica,visto che l’80% delle partiture non ha bisogno del direttore d’orchestra (fino a Beethoven compreso non esisteva neppure come figura), ma oggi sembra il top dei musicisti; per me è vuoto che luccica.

Mi parrebbe argomento diverso il fatto che molti che si occupano di musica classica escludano a priori la cultura della musica leggera. Ma mi pare anche che molti che si occupano di musica leggera escludano, con lo stesso atteggiamento e determinazione, la cultura della musica classica. Allora chi guida l’evoluzione dell’arte?
In fin dei conti, tutte le espressioni dell’essere umano partono dai bisogni primari, e legati alla necessita’ comuni dell’essere, per sfociare, immancabilmente, in elaborazioni di tipo intellettuale che divengono, necessariamente, appannaggio di pochi. Il jazz, quello più distante dal blues dal quale e’ scaturito in origine, o dalle Big Band di New Orleans, non e’ più così popolare. Il blues, nella forma delle 12 battute (o 16), era musica del popolo ed e’ efficace a tutt’oggi. Alcune forme jazz degli anni successivi sono divenute cosi’ sofisticate da sembrare quasi atte a soddisfare le capacita’ “logico/matematiche” degli improvvisatori e non le esigenze dell’ascoltatore. Si parte dal concreto per andare verso livelli di astrazione sempre maggiori e più distanti dai bisogni originali e le fasi di questo percorso sono legate in maniera causale.

Cosa potrebbe essere, secondo lei, il nuovo all’interno del quale far accadere la modernità?

Il nuovo è intorno a noi: sono le nostre categorie che tendono ad essere rigide per comprendere la realtà e le categorie del musicista classico sono le più ferme che io possa immaginare; un tempo la novità ci metteva secoli o decenni a muovere in avanti la storia, ora tutti sono in contatto con tutti e ciò che suona inedito in una parte del mondo immediatamente viene divulgato; là dove una musica entra nella vita delle persone facendosi riascoltare sedimentandosi nella sensibilità, là si disegna la modernità; come i popoli si incrociano, così le musiche si mescolano e il futuro sarà un crossover continuo.

Come si fa’ a far comprendere alle decine di diplomandi/allievi dei Conservatori, o autodidatti, che il poeta, oltre a saper interpretare le poesie d’altri, deve sapere poetare egli stesso, ed universalmente?

Magari averci la ricetta….Forse occorre far capire che i dogmatismi sono retaggio del passato, che occorre fare attenzione alla tecnica di oggi (gli strumenti moderni creano suoni eccezionali), che occorre porsi in ascolto di sé e della realtà che ci circonda e cercare di creare corrispondenze biunivoche.

Un’equipe di studiosi che più variegata non si può per un obiettivo tanto unico quanto ambizioso: costruire nuove strade di guarigione e benessere con lamusica.

Nasce la fabbrica per la ‘Nuova Risonanza‘ della Vita: scienziati, musicisti, studiosi, ricercatori, professori universitari che si muoveranno in armonia come un’orchestra con l’intento di studiare, recuperare e trasformare le sonorità e le musicalità delle persone e degli ambienti perché “ogni distonia mette in crisi l’organismo nel medio-lungo periodo e il luogo in cui si vive e si costruiscono relazioni“.

DOVELa nuova ‘fabbrica’ ha già quattro stanze virtuali, correlate fra loro, per sviluppare l’intero progetto: ilCentro di Ricerca Scientifica sulla Complessità, il suono e la musica; il Centro di Volontariato per l’ecologia acustica e socio-musicale; il Centro di Documentazione ed il Centro di Formazione in Musicoterapia della Risonanza che, a partire da gennaio 2012 (con seminari introduttivi a fine 2011), organizza a Roma e Torino un corso biennale di formazione in “musicoterapia della risonanza” (per le iscrizioni ed ogni informazione.

“Cuore pulsante” dell’iniziativa sarà il Poliambulatorio La Torre, diretto da Maurizio Grandi (oncologo, immunologo, bioetico, fitoterapeuta). Il centro di ricerca e formazione animerà la fabbrica per la Risonanza della Vita, in collaborazione con vari Istituti, con cui è prevista attività di collaborazione. Tra questi: il Dipartimento di Medicina Sperimentale della Seconda Università degli Studi di Napoli, il Dipartimento di Ingegneria Astronautica, Elettrica ed Energetica (DIAEE) de La Sapienza di Roma (per la ricerca sul suono), l’I.p.s.i.a. Carlo Cattaneo di Roma (presso il quale si svolgeranno le attività di formazione).

All’interno dell’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà di Roma (INMP) e del Liceo Classico Montale di Roma si realizzeranno i tirocini del corso di formazione, mentre l’Associazione Romana Pro Juventute – Tetto Onlus (ARPJ) di Roma coordinerà le attività del centro di volontariato per l’ecologia acustica che si svolgeranno in collaborazione con ilMunicipio IX° di Roma. La Fundacion spagnola ‘Musica Abierta’ fornirà poi le ‘Edizioni musicali per la disabilità‘.

CHI. È un percorso formativo sperimentale e innovativo per preparare i ”nuovi” studenti alla Complessità, ed all’equilibrio dinamico della Vita con l’Ambiente.
Nuovi professionisti specializzati nella riabilitazione con la musica nell’ambito della disabilità, nell’utilizzo del suono per incidere sul sistema fisiologico, emozionale ed energetico del vivente, nella mediazione culturale con la musica ed il movimento per intervenire in ambito preventivo e socio-educativo, e nell’analisi e gestione dei sistemi complessi nei quali si potrebbe trovare ad operare, anche in contesto socio-sanitario.

PERCHÉ. Se il suono, come dice Tomati’s, “anima tutto ciò che è” …diventare un esperto di musicoterapia della risonanza forse è un po’ come avere le chiavi del mondo, soprattutto quello in cui viviamo oggi, sempre più complesso e bisognoso di alleanze. Del resto, il nuovo percorso è fondato proprio sulla presa d’atto che l’esistenza così come la malattia oggi, più che mai, pulsano di una complessità tale da chiamare a raccolta molte discipline chiedendo loro di unirsi in un abbraccio per la vita, di vibrare insieme per un concerto votato alla consapevolezza di sé, del mondo, della connessione intima fra ciascuno e l’intero universo.

COMEVentiquattro materie per un totale di 900 ore, con tirocini locali. Musica e: Riabilitazione, Coscienza, Ascolto, Biomusica, voce e strumenti. Musicoterapia e ricerca scientifica applicata. ‘Medicina e fisica quantica’, ‘Fotoni luce e Musica’, ‘Cimatica’; ‘Suono e Campi elettromagnetici’; ‘Metodologie di analisi della complessità in medicina e biologia’; ‘Suono e rumore nello spazio extra-atmosferico’; Musica e cervello; trans-disciplinarietà e pensiero complesso; filosofia e antropologia della complessità. Biostimolazione, Movimento creativo, Canto armonico, Massaggio Sonoro. Infine, ‘Neurofisiologia vegetale’, ‘Aromi, profumi e spezie’ per sviscerare anche quanto il mondo degli odori sia memorizzato nella stessa regione del cervello dove sono impresse emozioni e sentimenti.

Un focus group (Maurizio Grandi, Direttore Scientifico; Luca Marchioni, musicoterapista e coordinatore; Rolando Proietti Mancini, musicoterapista esperto in riabilitazione; Mario Corradini, esperto in ‘Musica e Coscienza’) definirà le linee di ricerca ed interagirà con il gruppo composto da docenti e discenti, per un nuovo connubio tra formazione e ricerca.

Caro Babbo Natale Sig. MARIO MONTI,
per Natale vorremmo che:

L’EUROPA CHIEDE DI AUMENTARE L’ETÀ
DELLE PENSIONI PERCHÉ IN EUROPA TUTTI LO FANNO.

NOI CHIEDIAMO,
INVECE, DI ARRESTARE TUTTI I POLITICI
CORROTTI , DI ALLONTANARE DAI PUBBLICI
UFFICI TUTTI QUELLI CONDANNATI IN VIA
DEFINITIVA PERCHÉ IN EUROPA TUTTI LO
FANNO, O SI DIMETTONO DA SOLI PER
EVITARE IMBARAZZANTI FIGURE.

DI DIMEZZARE IL NUMERO DI PARLAMENTARI
PERCHE’ IN EUROPA NESSUN PAESE HA COSI’
TANTI POLITICI !!

DI ELIMINARE TUTTI I POLITICI DELLE PROVINCIE,
PERCHE’ CI SONO GIA’ QUELLI DELLE REGIONI – DA 40 ANNI !

DI
DIMINUIRE IN MODO DRASTICO GLI STIPENDI
E I PRIVILEGI A PARLAMENTARI E
SENATORI, PERCHÉ IN EUROPA NESSUNO
GUADAGNA COME LORO.

DI POTER
ESERCITARE IL “MESTIERE” DI POLITICO AL
MASSIMO PER 2 LEGISLATURE COME IN
EUROPA TUTTI FANNO !!

DI
METTERE UN TETTO MASSIMO ALL’IMPORTO
DELLE PENSIONI EROGATE DALLO STATO
(ANCHE RETROATTIVE), MAX. 5.000, 00
EURO AL MESE DI CHIUNQUE, POLITICI E
NON, POICHE’ IN EUROPA NESSUNO
PERCEPISCE 15/20 OPPURE 30.000,00 EURO
AL MESE DI PENSIONE COME AVVIENE IN
ITALIA

DI FAR PAGARE I
MEDICINALI, VISITE SPECIALISTICHE E CURE
MEDICHE AI FAMILIARI DEI POLITICI
POICHE’ IN EUROPA NESSUN FAMILIARE DEI
POLITICI NE USUFRUISCE COME AVVIENE
INVECE IN ITALIA, DOVE CON LA SCUSA
DELL’IMMAGINE VENGONO ADDIRITTURA
MESSI A CARICO DELLO STATO ANCHE GLI
INTERVENTI DI CHIRURGIA ESTETICA, CURE
BALNEOTERMALI ED ELIOTERAPIOCHE DEI
FAMILIARI DEI NOSTRI POLITICI !!

Cari MINISTRI, NON CI PARAGONATE ALLA
GERMANIA DOVE NON SI PAGANO LE
AUTOSTRADE, I LIBRI DI TESTO PER LE
SCUOLE SONO A CARICO DELLO STATO SINO
AL 18° ANNO D’ETA’,

IL 90 % DEGLI ASILI E NIDO SONO AZIENDALI E GRATUITI
E NON TI CHIEDONO 400/450 EURO COME GLI
ASILI STATALI ITALIANI !!

IN
FRANCIA LE DONNE POSSONO EVITARE DI
ANDARE A LAVORARE PART-TIME PER
RACIMOLARE QUALCHE SOLDO INDISPENSABILE
IN FAMIGLIA E PERCEPISCONO DALLO STATO
UN ASSEGNO DI 500,00 EURO AL MESE COME
CASALINGHE PIU’ ALTRI BONUS IN BASE AL
NUMERO DI FIGLI .

IN FRANCIA NON
PAGANO LE ACCISE SUI CARBURANTI DELLE
CAMPAGNE DI NAPOLEONE, NOI LE PAGHIAMO
ANCORA PER LA GUERRA D’ABISSINIA

NOI CHIEDIAMO CHE VOI POLITICI
LA SMETTIATE DI OFFENDERE LA
NOSTRA INTELLIGENZA, IL POPOLO
ITALIANO CHIUDE 1 OCCHIO, A VOLTE 2, UN
ORECCHIO E PURE L’ALTRO MA LA CORDA
CHE STATE TIRANDO DA TROPPO TEMPO SI
STA’ SPEZZANDO. CHI SEMINA VENTO,
RACCOGLIE …..TEMPESTA !!!

Quando si parla di inquinamento, la prima idea che ci viene in mente sono le industrie che emettono quei gas neri nell’aria. Dopodiché si passa ai gas di scarico delle automobili, specialmente nelle città affollate. Ma in pochi sanno che la maggior parte dell’inquinamento è prodotto da ciò che mangiamo. Anzi, solo la produzione di carne ne produce più della metà.

A confermarlo è uno studio effettuato da scienziati americani, Robert Goodland e Jeff Anhang che hanno pubblicato un articolo dal titolo “Livestock and Climate Change” (bestiame e cambiamento climatico), uscito di recente sulla rivista World Watch Magazine.

Fino a pochi anni fa, era il 2006, ed uno studio, sempre effettuato dalla coppia ed intitolato “Livestock’s long Shadow” (la lunga ombra del bestiame) indicava nel 18% delle emissioni totali di gas ad effetto serra, l’inquinamento prodotto dall’industria della carne. Era già elevato all’epoca, visto che era superiore persino della terribile industria dei trasporti, che contribuisce al 13,5% delle emissioni totali. Eppure, prendendo in considerazione l’intera industria dell’allevamento, non solo per scopi “carnivori”, le emissioni totali dovute ad anidride carbonica, metano, ossido di azotoed altre sostanze simili, salivano a 32,5 miliardi di tonnellate di biossido di gas ad effetto serra, che corrispondono esattamente al 51% del totale.

Numeri enormi, spiegati molto semplicemente con una similitudine facile da capire. Per produrre 225 grammi di patate (all’incirca un piatto sufficiente ad un unico pasto), avvengono emissioni di CO2 pari al guidare un’automobile per 300 metri. Per quanto riguarda gli asparagi, l’auto raggiunge i 440 metri. Per produrre invece 225 grammi dicarne di pollo, quest’auto percorre 1,17 km, per il maiale 4,1 e per il manzoaddirittura 15,8. In breve il manzo inquina oltre 52 volte più delle patate.

La soluzione, che farà piacere ai vegetariani e ai veganisti, sarebbe non mangiare carne, e sostituirla con prodotti a base di soia o altre colture vegetali. Noi non vi diciamo di smettere di mangiare carne, ma certo è che un minor spreco di animali da macello, ed una dieta più equilibrata, con la reintroduzione di verdura e frutta che oggi il mondo ha dimenticato, farà sentire meglio il vostro corpo, e diminuirà notevolmente l’inquinamento.

Essendo un’ambientalista abbastanza accanita, e avendo creato una società che vende prodotti ecologici per ridurre l’impatto ambientale dell’uomo durante il corso della sua vita, mi sembra arrivato il momento di parlare anche di questo: evitando di mangiare carne contribuiamo a ridurre l’inquinamento del nostro pianeta?

La prima volta che mi è venuto il quesito è stato durante una lezione di yoga: a inizio di ogni lezione la nostra insegnante è solita parlare di una tematica legata allo yoga. Uno yogi che va in fondo alla sua pratica è in genere un vegetariano (non mangia carne né pesce), e spesso un vegano (non mangia nessun prodotto proveniente dagli animali, compresi il burro, latte, uova, etc). Avevo finora pensato che il movente fosse lo stare meglio fisicamente, sentirsi meno pesanti e più agili durante le lezioni di yoga, che richiedono una certa elasticità di movimento. Ed fin lì ci siamo.

Approfondendo il discorso, però, la nostra insegnante ci ha dato statistiche e numeri che mi hanno dato da pensare. E il discorso diventa interessante e complicato. Interessante perché mostra un punto di vista che raramente noi carnivori prendiamo in considerazione, complicato perché a voler mettere in pratica modi di vita vegetariani o vegani dovremmo cambiare gli stili gastronomici della maggior parte degli esseri viventi di questo pianeta.

Per ora mi limiterò a condividere con voi quello che ho imparato dalle mie lezioni di yoga, e chiunque abbia visto il report su Rai 3 ora ne saprà anche di più:

Oggi la produzione di carne è un’industria, come mai lo è stata prima. I nostri nonni mangiavano una fetta di carne alla settimana, quando andava bene, oggi lo facciamo almeno 2-3 volte alla settimana. Quando non è vitello è pollo, quando non è maiale è tacchino. Si stima che ogni Italiano in media consuma 100 chili di carne all’anno, e in Italia siamo “solo” 60 milioni di anime. Moltiplichiamo questi dati per tutte le popolazioni dei paesi sviluppati, e arriviamo a cifre astronomiche. Ogni anno, solo negli Stati Uniti più di 25 miliardi di animali vengono uccisi per farne del cibo.

Tralasciamo il discorso del trattamento degli animali da macello, che esula lo scopo di questo articolo (ma è altrettanto urgente), e vediamo come questi numeri influenzano l’ambiente.

In uno studio delle Nazioni Unite del 2005 il consumo di carne è stato citato uno dei fattori più significativi del surriscaldamento terrestre:

* L’industria dell’allevamento di animali da cibo è la causa maggiore dell’inquinamento delle acque negli Stati Uniti ed inquina più di ogni altra industria: si producono 130 volte più escrementi dell’intera popolazione umana , circa 40 tonnellate al secondo. Quasi tutti i liquami delle fattorie e dei macelli finiscono direttamente nei fiumi, contaminando acque e sorgenti.

* Il bestiame ha bisogno di cibarsi, per questo più di un milione di chilometri quadrati di foresta sono stati abbattuti solo negli Stati Uniti, per coltivare foraggio per gli animali. Riducendo le foreste si riduce la capacità naturale del pianeta di riassorbire le emissioni di anidride carbonica. Stiamo distruggendo foreste tropicali per creare pascolo ai bovini: 5 metri quadri di foresta tropicale viene rasa al suolo per produrre 100 grammi di hamburger. Per produrre un chilo di carne di bovino si consumano 15.000 litri di acqua e cereali per dieci volte il peso dell’intero animale – cereali che potrebbero sfamare molte più persone.

* Mentre i paesi industrializzati mangiano carne in abbondanza, le popolazioni povere muoiono di fame, non tanto per la carenza di carne dalle loro parti, ma per mancanza dei frutti dell’agricoltura: solamente negli USA l’80% della produzione di grano, e più del 95% della produzione di avena vengono usate come cibo per gli animali da allevamento.  I bovini allevati in tutto il mondo, consumano una quantità di cibo che sfamerebbe 8.7 miliardi di persone – più dell’intera popolazione mondiale

* gli eccessi dei rifiuti animali e chimici inquinano i nostri corsi d’acqua, compromettendo enormemente la qualità dell’acqua; ad inquinare sono le strutture per animali, le operazioni di irrigazione, semina, raccolta, l’uso di fertilizzanti, etc.

* last but not least, come dicono gli inglesi, l’EPA, agenzia Americana per la protezione dell’ambiente, stima che quasi il 95% dei residui di pesticidi nella tipica dieta americana proviene da carne, pesce e prodotti lattieri. In particolare il pesce coniente cangerogeni (PCB, DDT) e metalli pesanti (mercurio, arsenico, piombo, cadmio) che la cottura o la congelatura non riescono a rimuovere. Inoltre gli ormoni e gli steroidi dalla carne animale passano direttamente al nostro corpo. Ci deve essere verità in quello che dicono i buddisti: siamo quello che mangiamo.

Questi sono dati allarmanti che spesso preferiamo mettere da parte, perché considerarli implicherebbe troppi cambiamenti, e rinunciare alle cose belle della vita (una bella bistecca fiorentina: come farne a meno?!). Stessa cosa per i cambiamenti climatici: tanti documentari e ricerche ci portano dentro casa fatti ineluttabili di quanto stiamo facendo al nostro pianeta. E non sono Tizio, Caio e Sempronio ad inquinare il nostro mondo, siamo anche noi consumatori a farlo.

Allora propongo una cosa: diminuiamo il consumo di carne e pesce nella nostra dieta, facciamo una prova per 6 mesi, e vediamo se il nostro corpo resiste, se i nostri portafogli ne trovano giovamento e se ci sentiamo davvero meglio e meno appesantiti. Mangiamo una carne e un pesce ogni due settimane, e compriamo prodotti biologici.

Ci sentiremo forse meglio fisicamente, e con la coscienza più a posto, perché sapremo che indirettamete avremo migliorato l’ambiente, meno acqua sarà stata sprecata, meno pesticidi avranno fatto irruzione nei nostri fiumi e meno gente povera avrà sofferto la fame.

Cos`e` il Crudismo ?:   salute del corpo, della mente e dello Spirito. -

vedi: Il cibo uccide Tracciabilita’ dei Cibi
La Medicina Naturale insegna che l’unica forma terapeutica naturale per l’Autoguarigione e’ il Crudismo !

Siamo fatti di cio’ che mangiamo….. e quindi dovremmo scegliere per il nostro corpo i cibi migliori: per la nostra salute, per sentirci in forma e soprattutto per la profilassi della vera tragedia di questo secolo: il cancro.
La sovraesposizione ad tossine mutagene (in primis i virus, batteri, spore dei vaccini, farmaci, cibi industrializzati, fumo, drogheed inquinamento atmosferico) ma anche l’abuso di cibi raffinati e troppo ricchi di grassi, ha raddoppiato l’incidenza dei tumorinegli ultimi decenni.
Ma, se poco possiamo fare contro il benzene delle nostre citta’, molto possiamo fare in casa nostra sia per la profilassi di tutte le malattie che per la cura dei tumori: cominciamo a dire quali cibi evitare, proprio perche’ responsabili di alcune forme di cancro.

Una dieta biologica, specie se cruda puo’ fornire allíumanita’ il ritorno a un modo di vivere del tutto naturale, che ci permettera’ di ottenere, per la prima volta, il pieno controllo delle nostre vite sane; essa e’ líunica dieta che garantisce non solo la salute e il benessere dellíumanita’, ma addirittura quella dellíambiente e di tutte le creature della Terra.
La gente si e’ stancata di nutrirsi con cibi denaturati, cotti, industrializzati, portatori di cattiva salute e obesita’. Si e’ anche stancata di attendere risposte da parte di medici e di case farmaceutiche. Non vuole piu’ alimentarsi con cibi alterati dai processi chimici.
Il Crudismo, líalimentazione viva, e’ il vero modello alimentare anti-eta’.

PerchÈ scegliere cibi crudi ? PerchÈ il cibo crudo puÚ essere considerato ancora “vivo”, mentre cotto Ë privo della sua “energia vitale” e, soprattutto, povero di elementi essenziali per la salute come vitamine, minerali ecc.
Líuomo originariamente si cibava solo di cibo crudo, mentre quando si Ë “evoluto” ed ha scoperto il fuoco e’ iniziata la sua decadenza fisica, perche’ ha iniziato a cuocere i cibi dando vita a questa insana abitudine. Il cibo cotto e’ infatti, inadatto al tipo diapparato digerente cui Ë dotato líessere umano.
Il cibo “morto” tende, di conseguenza, a produrre una gran quantit‡ di scorie intossicando, infiammando, per le abnormi fermentazioni e putrefazioni ed a lungo andare, líintero organismo.
Il cibo crudo aiuta a vivere pi˘ a lungodisinfiamma e disintossica ed aiuta ad avere pi˘ energia ed a mantenersi in forma.

Storia del Crudismo
Precursori del crudismo gli Esseni, setta ebraica che viveva in prossimita’ del Mar Morto.
Le indicazioni del loro “Vangelo Esseno della Pace”, scoperto negli archivi Vaticani nel 1947 (forse) dal filosofo, psicologo e archeologo Edmond Bordeaux-Szekely, sono indirizzate oltre che allo spirito, anche al corpo.

“…non uccidete ne’ uomini, ne’ animali, ne’ il cibo che va nella vostra bocca…se vi nutrite di cibi vivi questi vi vivificheranno, se uccidete il vostro cibo, il cibo morto vi uccidera’… la vita viene dalla vita, dalla morte viene sempre la morte…cio’ che uccide il vostro cibo, uccide anche le vostre anime… i vostri corpi diventano cio’ che mangiate, come le vostre anime diventano cio’ che voi pensate. Percio’ non mangiate cio’ che il gelo e il fuoco hanno distrutto, perche’ i cibi bruciati, gelati e decomposti, bruceranno, geleranno e decomporranno il vostro corpo. Mangiate frutti e erbe… alimentati e maturati dal fuoco della vita“.

La riscoperta del crudismo nellíultimo secolo si deve principalmente a naturisti o medici “indipendenti” tra i quali ricordiamo H.M. Shelton, massimo esponente dellíIgiene Naturale (“la Scienza della salute”), il quale consiglia, oltre alla dieta idrica nei casi gravi, crudismo, esercizio fisico e un buon atteggiamento verso la vita.
Ricordiamo poi Max Bircher Benner (medico svizzero), il quale, sebbene deriso dai colleghi del tempo (1903), aprÏ una clinica che porta ancora il suo nome. Questa ovviamente fa del trattamento dietetico (frutta, verdura, semi oleosi e cereali in fiocchi) il suo punto di forza.
Da ultimo Gandhi, noto uomo politico indiano, il quale, nel suo libro “Regime e riforma alimentare” (1949), afferma: “Per liberarsi da una malattia, occorre sopprimere líuso del fuoco nella preparazione del pranzo”.
Tratto in parte da: vivocrudo.it

Importante: Una stima indica che l’80% degli europei soffre di iperacidit‡ o acidosi, cioË il loro pH fisiologico Ë pi˘ basso di quello che dovrebbe essere normalmente. Ma la stragrande maggioranza dellíumanit‡ si alimenta con cibi che inducono acidit‡: pertanto si dovrebbero cambiare le abitudini alimentari, mangiando quotidianamente al 70% alcalino e solo al 30% acido.
vedi:  Proprieta’ dell’acqua + INFORMAZIONE, CAMPO UNIVERSALE e SOSTANZA – Campi MORFOGENETICI

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E’ noto che per ottenere una buona forma fisica e’ senzíaltro fondamentale avere una buona alimentazione e nutrizione cellulare.
Un buona Alimentazione, significa innanzitutto fornire allíorganismo tutte le sostanze di cui ha bisogno in modo equilibrato, mantenendo alti livelli di energia.
Alimentarsi in modo ìenergeticoî non significa assumere alimenti ad elevato potere calorico, piuttosto significa fornire al nostro corpo cibi che abbassino il livello di acidosi, tossiemia (accumulo di tossine) ed infiammazioni, dellíorganismo, permettendoci quindi di eliminare le tossine accumulate, che sono spesso responsabili di soprappeso, cellulite, astenia, infiammazioni alle vie respiratorie, malattie insomma, che ci fanno stare poco bene.
Eí importante sottolineare che le buone abitudini alimentari acquisite dovrebbero accompagnarci per tutta la vita e non, come spesso accade, essere seguite solo fino al raggiungimento del nostro obiettivo.
Solo in questo modo possiamo garantirci di essere sempre in perfetta forma. Quindi, anche se talvolta ci capita di sgarrare, niente di male, anzi e’ bene vivere lo sgarro in modo sereno e non colpevolizzante, a patto che sia una volta ogni tanto,

Líequilibrio acido/alcalino + regolare il potenziale redox, e la resistivita’ del terreno, i liquidi del corpo, e’ molto importante: es. livelli elevati di acidi possono compromettere il buon funzionamento del nostro organismo.
Líalimentazione e’ sicuramente fondamentale nel mantenere il corpo in uno stato alcalino, ma spesso lo stress, le malattie o ipensieri negativi di incoerenza generati anche dai Conflitti Spirituali, possono contribuire allíaumento della nostra acidita’ e/o del nostro stato di malessere.
Il corpo umano, pero’, e’ stato progettato per funzionare con le acque del corpo neutre e/o leggermente alcaline (basiche) e talepH dovrebbe essere mantenuto a tutti i costi, specie nell’intestino tenue dovrebbe essere un ambiente prettamente leggermente alcalino, poi nel colon dovrebbe essere leggermente acido, questo per mantenere un sistema enzimatico ed una flora battericaautoctona funzionale per la perfetta salute dell’organismo.
Quando nel colon il pH e’ troppo verso l’acidosi, fuoriescono dall’ano feci troppo molli e/o la diarrea; quando e’ troppo alcalino le feci divengono dure e nasce la stitichezza, fonte di problemi….per cui l’alimentazione  CRUDISTA Ë, e deve essere la base della salute per molti periodi dell’anno perche’ l’alimentazione corretta porta ad una vita lunga, serena e con poche malattie, ma mai importanti.”.
Il Crudismo deve essere l’alimentazione ottimale specie quando si e’ malati, iniziando dai succhi centrifugati in casa, di frutta e verdura, passando ai frullati e successivamente ai cibi solidi.
Il crudismo ha una grande caratteristica che, oltre ad inserire vibrazioni-frequenze vitali dei vari cibi, piu’ molte vitamine e saliminerali, enzimi, aumenta anche le quantita’ di scarti di cellulosa-cruscame, accentuando le quantita’ delle feci espulse, e quindi il transito viene normalizzato e non nascono intossicazioni ed infiammazioni.

Occorre ricordare anche che la fibra vegetale, quella non digerita dai batteri ed enzimi, che e’ contenuta nella frutta e verdura cruda, non viene che in parte predigerita ed il resto ed arriva al colon, per facilitare le defecazioni e renderle sufficientemente abbondanti, ma anche per preparare, con i batteri residenti nel colon, degli acidi particolari, acido lattico ed acido acetico, che aiutano il mantenimento ottimale della mucosa del colon, specie quello discendente.
La troppa acidificazione del colon, lo ripetiamo ancora, produce feci molli o diarrea, emorroidi ed altri problemi.
Ecco perche’ il crudismo assoluto, deve essere SI utilizzato, ma non per tutti giorni della propria vita, ma come consigliato qui ed a fasi alterne ed a seconda dei casi, ma SEMPRE quando si e’ malati.
Ma comunque ed in ogni caso, occorre che OGNUNO cerchi di scoprire quale e’ il tipo di “carburante” (cibo) sia quello adatto per se, tenendo SEMPRE presente le indicazioni che trovate qui sul crudismo, in modo da poterlo utilizzare per tutta la vita, un volta trovato cio’ che fa bene per se stessi, ricordando comunque che ad ogni eta’ e per ogni tipo di lavoro, l’organismo necessita di un determinato tipo di alimentazione, ma tenete sempre presente le indicazioni che trovate nel crudismo.

Crudismo vuol anche dire:
- Non preoccuparsi piu’ di smaltire i rifiuti dei cibi se non il compost.
- Eliminare il 90% della spazzatura prodotta ogni giorno
- Contribuire fortemente alla salvaguardia dell’ambiente eliminando la maggior parte dei rifiuti.
- Non consumare piu’, se non limare drasticamente l’uso di gas e corrente elettrica e di usarli per altri scopi e non piu’ per mangiare.
- Avere una coscienza pulita e non avere il peso dello smaltimento dei rifiuti non rientrando tra le categorie di persone che inquinano.
- Vivere una vita nel rispetto delle leggi della natura e nel rispetto degli altri.

Il crudismo e’ tutto questo ed anche di piu’.
Fare del bene a noi stessi e al nostro pianeta e’ lo stile di vita che deve essere seguito da tutti sempre ed indistintamente.
Favorire lo sviluppo di nuove piante, di hummus e di fertilita’ del terreno e’ una cosa semplicissima e fattibile sempre. Come la natura vuole e come non deve essere cambiato.

Avere un mondo molto piu’ pulito non e’ fantascienza. e’ realta’. Contribuire drasticamente alla diminuzione dei rifiuti e’ quanto di meglio si possa fare per guadagnare tutti sulla nostra salute e su quella del territorio.
Il tutto con una semplicita’ assurda, usufruire dei frutti che la natura ci offre senza ricorrere ad alimenti pronti e costosi.

Assieme al crudismo, la Cosmetica naturale Eco-Biologica ci permette di non inquinare il pianeta con sostanze tossiche e chimiche e di usufruire di fonti rinnovabili e totalmente biodegradabili a differenza dei comuni prodotti per la cura e la pulizia della pelle. Assieme alla Bio-detergenza della casa con prodotti ecologici troviamo il totale rispetto dell’ambiente e di noi stessi.

Ovviamente, i vantaggi e gli svantaggi della cottura e del crudo, dipendono molto dallíalimento che si prende in considerazione.
Le verdure, ad esempio, possono essere tranquillamente consumate crude, anzi, la cottura non fa altro che eliminare tutte le sostanze nutritive, vitamine, fibre, sali minerali ed acqua che contiene.

Per i carnivori:
Per quanto riguarda la carne, invece, cotta e’ il modo migliore per consumarla perche’ facilmente deperibile ed attaccata in breve tempo da batteri e microbi.
Eí importante ricordare che la cottura rende piu’ saporita la carne e migliora le sue qualita’ nutritive facendo sciogliere il grasso e facendo coagulare le proteine che in questo modo diventano piu’ digeribili.
Se invece volete gustare un buon carpaccio, ricordatevi di farlo affettare dal macellaio al momento, di tenerlo nei ripiani piu’ freddi del frigo e di gustarlo in giornata, per non correre rischi.

Per quanto riguarda il pesce, valgono le stesse considerazioni della carne: meglio consumarla cruda, ma se si e’ nel dubbio sulla provenienza e/o il tipo di allevamento attuato per allevare quelle bestie consumatelo cotto.
AncheiIl pesce e’ puo’ essere un facile ricettacolo di germi e batteri nocivi che vengono eliminati solo grazie alla cottura.
Ed il sushi ? Se ne avete cosÏ voglia, la cosa migliore da fare e’ recarsi in un ristorante cinese o giapponese dove gli chef addetti seguono uno specifico percorso professionale per servire pesce senza rischi, e che conoscano anche la provenienza del pesce.
Tratto in parte da: giallozafferano.it, con commenti del redattore ed aggiunte importanti.

Ecco un esempio di pasto a mezzogiorno:
Cosa possiamo mangiare di crudo nelle insalate, che devono rimanere un monopasto pasto, un monopiatto, oppure se mangiate qualche altro prodotto, tipo pasta o riso o certi legumi, integrale o semintegrale (meglio di mais o kamut) mangiate l’insalata senza condimento, cosi’ naturale e ad ogni cucchiaiata del vostro pasto.
Ecco le verdure ed ortaggi che possiamo utilizzare per le insalate miste:
tutte le lattughe, tutte le cicorie, la bietola, le spinaci, il cavolo cappuccio, il cavolo verza, il cavolfiore, il carciofo, il cardo, le carote, il sedano, il finocchio, gli asparagi, la cipolla, l’aglio, le zucchine la patata cruda, i pomodori, i peperoni, i piselli e le fave fresche, le erbe silvestri come il crescione, il tarassaco, la rucola, ecc. la pera avocado che Ë un frutto pregiato ed insostituibile come alimento da pasto, puÚ essere servita a pezzettini associati alle insalate miste, , oppure preparata a parte nel seguente modo, che rende pi˘ appetibile e delicato questo frutto, ben matura, si sbuccia e si toglie il nocciolo poi, con una forchetta si riduce in purea alla quale, si aggiunge un poí di pepe, sale marino integrale ed un cucchiaio di olio vergine d’oliva; l’insalata deve comprendenti anche pinoli. noci, mandorle, (semi oleosi), olive, cipolline, cetrioli, (sottolio o cotte) si mischia per bene e si serve in un piatto, l’insalata preparata in questo modo Ë pi˘ che sufficiente a soddisfare il pranzo di due persone e per l’equilibrato coefficiente dei suoi componenti costituenti, diciamo che puÚ sostituire degnamente l’alimento proteico, in special modo quello derivante da animale.
Qualcuno potrebbe aggiungere dei crackers di mais che sono sottili e fragranti che sono piacevoli al gusto, oltre ad introdurre delle proteine vegetali.
Al tempo degli aranci e’ possibile mangiare le insalate di aranci con olio e sale; possono essere utili altri tipi di insalate con certi frutti adatti.

Questa sul Crudismo e’ una “dottrina standard” per tutti, ma che va sempre personalizzata a seconda del metabolismo della persona (che varia ad ogni eta’), per cui dovete imparare a conoscere come funziona il vs organismo; quindi fate tutto cio’ che ritenete opportuno per voi, tanto ognuno gode o paga i propri errori alimentari sulla propria pelle.

A questo punto DOVETE leggere il:
Vangelo della Pace (By Gesu’ il Nazareno, rabbino Esseno) e provare ad alimentarvi per 7 giorni in questo modo, SOLO dopodeciderete come continuare ad alimentarvi.

IMPORTANTE: in ogni stato di malattia e’ assolutamente necessario che si passi al CRUDISMO puro, iniziando per almeno 2 settimane con i centrifugati di verdure e frutta, poi con i frullati la seconda settimana ed alla terza passare anche alla masticazione dei cibi, senza eliminare contemporaneamente centrifugati e frullati.

Il dott. Arnold Ehret (1866-1922) disse, poco prima dellíinfluenza spagnola del 1918, che il grado di sporcizia interna dellíindividuo medio Ë qualcosa di inimmaginabile.
Ecco spiegato il motivo per cui il dott. Manuel Lezaeta Acharan rimase sbalordito nello scoprire tramite líesame iridologico che la stragrande maggioranza della gente (il 99%) Ë febbricitante ed infiammato, anche quando il termometro sotto le ascelle segna 36 e sette, cio’ avviene per colpa del surriscaldamento intestinale che raffredda gli arti e la pelle , mentre infiamma le viscere interne, perche’ sottrae sangue alla periferia dell’organismo.

Ed ecco perchÈ il dott. Max Bircher-Benner (1867-1939) disse: líuomo, nato per essere sano dal primo allíultimo giorno, spende il suo tempo e líintera sua vita, non a consumare frutta e vegetali crudi ed a rispettare la sua natura e il suo creatore, ma ad avvelenarsi ed a sabotare la sua preziosa dotazione originaria.
Cento anni dopo, la stessa sporcizia di allora non solo Ë rimasta, ma si Ë moltiplicata, grazie alle meraviglie dei cuochi, dei nutrizionisti incompetenti e della medicalizzazione di regime isituzionalizzata dagli Enti ”preposti” alla ns Salute, pardon mi sono sbagliato, alla nostra malattia….
Vi ricordiamo percio’ che il nostro corpo non e’ una cloaca, nella quale introdurre cio’ che piace, ma una macchina biologica molto delicata che funziona bene e rimane in Perfetta Salute SOLAMENTE se introduciamo i cibi utili al suo buon funzionamento; per cui mangiamo SOLO cio che serve alla perfetta Salute: 80% di crudo e 20% di cotto (poco), cioe’ frutta e verdura cruda, cereali crudi, pestati  od in fiocchi o poco cotti.

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Percheí mangiare alimenti crudi ?
Innanzitutto buttiamo luce su alcuni punti essenziali nel mondo ìdei cibi crudiî anche chiamati ìalimenti viviîÖ In inglese questa radicale dieta viene chiamata “Raw Dietíí o ëíLiving-Food Dietíí e avvisa che una grande maggioranza dei cibi vengono consumati nel loro stato crudo, naturale, non adulterato, cioeí non distrutti dal calore del fuoco e riscaldati al di sopra della temperatura di 40 gradi C.
Perche ?
Per far si che la quantitaí e qualitaí degli enzimi, vitamine, minerali e grassi acidi siano ancora presenti quanto elementi vivi e sensibili al calore e quindi assorbiti, utilizzati in maggiore (si parla di 75-90%) dal corpo umano per il funzionamento che hanno nel darci la salute e prevenzione di malattie… nulla viene ìgettato al fuocoîÖ
Cucinare i cibi con il fuoco distrugge non solo questi importanti nutrienti essenziali che il corpo non sa produrre totalmente da se, – ma modifica anche la struttura molecolare del cibo stesso (con la ritenzione di acqua per esempio), rendendolo privo di ëinformazioneí e lasciando nel nostro corpo residui di muco, aciditaí e fermentazione – con tutte le conseguenze che ne derivano come malanni psico-fisici e anche di carattere spiritualeÖ., depressioni e debolezze cosi presenti nella nostra societaí ‘malata’Ö

Quanto e come crudo si mangia ?
Non tutte le persone che seguono questo tipo di dieta scelgono di essere vegetariani al 100% e introducono a volte certe quantitaí, minori o maggiori, di carne biologica cruda, latte o derivati crudi di capra e uova crude per esempioÖ, eí una scelta individuale basata su diversi motivi etici, filosofici e/o nutritiviÖ le stesse persone spesso non scelgono di seguire un regime alimentare crudo al 100% e introducono regolarmente o in alcune eccezioni cibi cotti a vapore per esempio come verdure o altri cibi biologici integrali, come riso, farro eccÖ. e’ consigliato adottare un simile approccio per facilitare la transizione gentilmente dato che dieta e cosi radicalmente rivoluzionaria quanto disintossicanteÖ eí preferibile per esempio di eliminare dapprima tutti i cibi industrializzati raffinati e gli zuccheri raffinati, gradualmente le carni rosse e alcol, i latticini pastorizzati (specialmente non biologici poicheí contengono ormoni e altri medicamenti nocivi come gli antibiotici) e transitare gentilmente (questo varia da persona a persona) verso cibi piu’ integrali e biologici, ad esempio: pasta di farro o riso integrale, miglio, verdure cotte a vapore come detto precedente, alghe prescritte nella cucina macrobiotica, altre ricette integrali che potete trovare su Ricette (senza zuccheri raffinati per favore !)
Una cosa eí certaÖ piuí vi muoverete con integritaí e gioia verso una dieta cruda, piuí sorprendentemente scoprirete che questa dieta non eí tanto radicale , quanto disegnata per il nostro corpo umanoÖma datevi il tempo che vi serve… la Natura opera lentamente ma fermamente…

- Va bene combinare noci con verdure, foglie di insalata, erbe selvatiche
- Va bene combinare frutti dolci con erbe ñ foglie di insalata
- Non va bene combinare noci, semi con frutta, crea fermentazione

Ancora una semplice regola da ricordare:
Quanto senti bisogno di zucchero mangia frutta, quando senti bisogno di sale mangia erbe, insalate, foglie verdi ricche di sali minerali.
Tratto da: viaggionelcrudo.it

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Mangiare alimenti crudi, se da un lato puoí essere considerato un vezzo, dallíaltra invece altro non eí che uno stile alternativo di nutrirsi, che si appaia al vegetarianesimo, come a tante altre tendenze dello stile alimentare che provengono da altri paesi.

Quello che puoí colpire del “Raw Food” eí il fatto che, a differenza delle altre mode, eí quello che piuí assomiglia alla tendenza a nutrirsi in maniera naturale, con una alimentazione dettata dallíistinto e dai sensi; il cibo crudo eí una fonte di nutrimento, ma la sua tradizione eí antica e si fonda sulla mancanza del fuoco per cucinare, una abitudine, in fin dei conti, del tutto preistorica, se vogliamo guardare bene.

Ma che cosa cíeí di interessante nel “Raw Food” ?
Per chi lo pratica eí uno stile alimentare che rende felici, piace, percheí restituisce il gusto e líodore naturale del cibo, che di solito viene nascosto dalle spezie e dal tipo di cottura che si da al cibo. Il cibo crudo mantiene intatte le sue proprietaí e per questo eí naturalmente buono.

Frutta, verdura e carne, quando sono crude, sono tutte diverse tra loro, molto diverse, e possono diventare un cibo da pietanza e non da contorno: solo líabitudine a cucinare secondo un certo standard ha relegato il crudo a un qualcosa di secondario, nel Raw Food, al contrario, non eí cosií.
Usare il fuoco per cucinare serve per rendere il cibo piuí omologato e piuí appetibile, alterandone le caratteristiche organolettiche e la consistenza, a volte un cibo crudo puoí sembrare poco appetibile percheí ìstranoî, molle, elastico, insomma, piuí crudo .. ma con la cottura molte naturali risorse del cibo se ne vanno, come le vitamine, le proteine e gli enzimi naturali.

Per cominciare a mangiare piuí cruditaí eí bene partire dai cibi normali, come frutta e verdura, e via via provare a mangiare crudo cioí che normalmente si mangia cotto, senza esagerare e senza sperimentare stranezze, con il rischio di intossicarsi o di farsi del male. Il palato e lo stomaco si abitueranno poi a digerire anche le verdure e la carne, e impareranno anche a amarne il fantastico gusto. Tratto da: tantasalute.it


CRUDISMO, mangiare CRUDO
Piu’ VEGETALI (specie se CRUDI) per una Buona SALUTE  
+  Vangelo della Pace

Documenti provanti l’indispensabilita’ delle Vitamine della Frutta e verdura (CRUDA), oltre ai sali minerali:
Doc.1  
+  Doc.2  +  Doc.3   Doc.4  +  Doc.5  +  Doc.6  +  Doc.7  +  Doc.8  +  Doc.9  +  Doc.10  +  Doc.11  +  Doc.12  + Doc.13  +  Doc.14  +  Doc.15  +  Doc.16  +  Doc.17  +  Doc.18  +  Doc.19  +  Doc.20  +  Doc.21  +  Doc.22 +  Doc.23  +  Doc.24 +  Doc.61 
E’ INDISPENSABILE per stare sempre BENE e’ l’assunzione quotidiana, per certi periodi, di acqua Basica a pH min. di 7,35 > 11 (almeno 1,5 lt)
Le bevande troppo saline e/o le bevande industriali, non vanno bevute giornalmente e/o spesso, anche e per le loro forti acidita’, in quanto influiscono sull’alterazione dei giusti valori di pH dell’acqua del corpo.
L’acidosi e’ la base fisiologica del Cancro -  Il Conflitto Spirituale Irrisolto, ne e’ la Causa primaria


Percheí mangiare crudo
 ?
Sulla terra, le uniche specie, oltre líuomo, che si alimentano con cibi cotti sono gli animali domestici: il cambiamento delle loro abitudini ha portato, come diretta conseguenza (viene quasi da sorridere) all’aumento del numero di veterinari.
La vita nasce cruda: tutti i processi biologici si svolgono entro i limiti di temperatura, temperatura entro la quale cellule e tessuti svolgono le loro attivita’ vitali.
Prima dellíutilizzo del fuoco, líuomo assumeva  dallíambiente cibi crudi e la vita passava cosÏ direttamente dal cibo allíuomo.
Il fuoco, con le sue seduzioni, ha generato una frattura, una separazione tra la natura, con tutti i suoi processi biochimici e vitali, e l’uomo; il fuoco, cuocendo i cibi, in realta’ uccide la vita dellíalimento. Ad esempio, un chicco di grano crudo germoglia, cotto marcisce.
Il Dr. Kouchakoff, medico svizzero di Losanna, dopo anni di studi su migliaia di persone, in suo saggio(1937), dimostra che ogni volta che consumiamo del cibo cotto si determina nellíorganismo una leucocitosi (aumento dei globuli bianchi): e’ come se líorganismo attivasse una reazione di difesa, difesa verso un cibo che non riconosce come adatto a se’.
Secondo la medicina convenzionale la leucocitosi digestiva e’ fisiologica, ma nessuno si domanda il motivo per il quale questo processo non si determina con i cibi crudi.

Líitaliano Dr. Lusignani, con tesi ancor piu’ lungimiranti e innovative, gia’ nel 1924, aveva dimostrato che, in caso di ingestione di cibi crudi, líorganismo si rilassa e rispetto al calibro vasale si determina una vasodilatazione con leucopenia (diminuzione del numero dei globuli bianchi); al contrario, in caso di ingestione di cibi cotti, si verifica vasocostrizione e aumento dei globuli bianchi.
Tratto in parte da: vivocrudo.it

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 ìRaw Foodì: mangiare crudo
DallíAmerica una nuova moda alimentare sta spopolando anche tra i personaggi dello spettacolo, il Raw Food: líalimentazione grezza, intatta, cruda.

Líalimentazione cruda, per molti, e’ solo una delle tante mode che periodicamente importiamo dagli Stati Uniti; invece, rendersi conto che il nostro modo attuale di alimentarci e’ anchí esso frutto di condizionamenti culturali ed economici, puo’ liberarci dal pregiudizio e aiutarci a scoprire modelli alimentari piu’ in sintonia con la nostra fisiologia.

In tutte le specie animali (ancora libere), le scelte alimentari sono regolate esclusivamente dallíistinto e dalla disponibilita’; vi e’ un rapporto definito tra la costituzione di un animale (caratteristiche fisiche esterne, struttura dellíapparato digerente) e il cibo che la sua specie di appartenenza considera “normale”, il quale e’ anche il piu’ adatto per soddisfarne le esigenze nutrizionali e psicologiche.
La maggior parte delle persone, attualmente, identificano il cibo che sono abituati a consumare con quello della nostra specie, senza analizzare che le credenze e i criteri su cui poggiano queste scelte alimentari, molte volte, sono a dir poco catastrofiche.
Siamo abituati a considerare il cibo cucinato come il piatto forte e il cibo crudo (frutta e verdura) come contorno o spuntino.
Líalimentazione dellíuomo in realta’, come quella di tutte le altre specie animali, nasce cruda; il fuoco come strumento per la manipolazione del cibo e’ una innovazione molto recente.

utilizzo del fuoco in cucina rende il cibo piu’ morbido e piu’ appetibile (inibendo i recettori del senso di sazieta’), ma ne altera la struttura, coagula le proteine, ne distrugge il contenuto enzimatico, distrugge i micronutrienti (vitamine, auxoni ecc..) e, molte volte, piu’ che un nutriente puo’ diventare zavorra per líorganismo.
Il movimento crudista italiano attualmente, consiglia di aumentare gradatamente e gradualmente líutilizzo di cibo crudo, consumandolo prima del pasto cucinato e, in piu’, propone ricette innovative per soddisfare anche i palati piu’ “raffinati”.

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Crudismo, pregi e difetti
La sola assunzione di alimenti crudi, estesa alla totalita’ della nostra alimentazione, garantisce gli apporti nutrizionali di una dieta variata e lo stesso appagamento del gusto ? In genere si, ma come ogni estremismo non va bene anche in questo caso occorre controllare da soggetto a soggetto le reazioni che SEMPRE sono individuali.
Quindi attenzione, il nostro consiglio e’ effettuare questa dieta per 2, 3 o 4 mesi all’anno e poi riprendere a mangiare comeconsigliato.

Il crudismo si fonda sulla convinzione che la cottura induce nei cibi la perdita di gran parte dei principi nutritivi che la natura fornisce e, pertanto, li devitalizza. Cio’ e’ vero in quasi tutti i casi, ma non in tutti, es.: le patate aumentano la propria energia se cotte.
In natura, tutti i processi biologici si svolgono entro limiti di temperatura che permettono a cellule e tessuti di svolgere le loro attivita’ vitali. Se, infatti, un certo grado di calore impedisce la crescita e la proliferazione di virus e batteri, e’ altresÏ vero che inibisce lo svolgersi delle naturali attivita’ “biotiche” dell’alimento, distruggendo sostanze termolabili indispensabili alla vita.
I vantaggi del crudismo di fatto sono molteplici: le vitamine e i sali minerali presenti negli alimenti restano intatti e conservati nel loro equilibrio originario; inoltre, da un punto di vista fisiologico, la digestione viene stimolata e facilitata, grazie ad una maggior presenza di ptialina, un enzima digestivo contenuto nella saliva la cui produzione e’ indotta dalla masticazione.
Grazie alla maggior quantita’ di fibre ingerite, l’intestino viene stimolato cosÏ come la disintossicazione del sangue e dell’organismo in generale.

Data inoltre l’obiettiva difficolta’ legata al consumo di prodotti animali crudi, questa pratica alimentare evita le disfunzioni legate all’eccessiva ingestione di carne, come la formazione di acido urico.
Tratto da: lifegate.it

Links molto interessanti, specie quello in inglese su Nexus
http://www.disinformazione.it/crudo efermentato.htm
http://it.pietrosperoni.it/2006/01/ 17/arriva-il-latte-crudo-perche-e-i mportante/
http://www.nexusmagazine.com/articl es/Enzymes1.html  (english)

Normativa Europea per il trattamento del pesce da mangiare crudo:

http://www.geocities.com/lucamugnaini/sushi/normativa.html

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MANGIARE CRUDO – Díestate tutto Ë pi˘ facile,  in inverno diminuire il crudo ed aumentare il cotto (vegetariano), caldo.
Chiaro che díestate Ë pi˘ facile trovare le cose fresche e vitali che pi˘ ci piacciono.
E poi stiamo spesso al sole a pelle nuda, per cui assorbiamo energia e vitamina D anche in quel modo
E questo vale fino a tutto dicembre, quando si trovano ancora i cachi e la uva, e tutti noi siamo ancora carichi di energia elettromagnetica.
Il periodo freddo, quello che ci mette tutti a pi˘ dura prova, Ë proprio quello che va tra gennaio e marzo.
Il binomio aprile-maggio, infatti, anche se non offre ancora i benefici della frutta, ci d‡ le prime verdure fresche díannata, i primi germogli, gli asparagi. Eí gi‡ qualcosa.
Come fare per superare al meglio il clima freddo ?
Come mantenersi crudisti in questi tre mesi ?

Concentrare le nostre attenzioni su quello che cíË, a livello di cibi naturali
Qualche difficolt‡ in pi˘ rispetto allíestate ce líabbiamo di sicuro. Ma non Ë poi cosÏ grave e nera come sembra.

Díinverno ci sono ancora ottime risorse da sfruttare. Carciofi e finocchi in abbondanza. Cavolfiori e cappucci anche. Sedani, Rapa e gambe di sedano pure. Tutte verdure a carattere amidaceo, e quindi pi˘ dense e caloriche di quelle estive. Patate e topinambur non mancano. Patate dolci ce ne sono.
Per fare pi˘ crudismo ancora  ti consiglio di inserire una bella centrifuga giornaliera di gambe di sedano, carote, rape ed ananas, incluso volendo delle mele.
Se ci sentiamo gonfi, la verdura giusta Ë il tarassaco. A cercarlo sotto le foglie, o dallíerborista, si trova.
Quanto alla frutta, oltre agli agrumi di ogni tipo, a pere e mele, abbiamo in questo periodo ottimi kiwi e ottime banane.
E non scordiamoci dei datteri e dellíuva sultanina. Tutte cose da consumarsi in abbondanza. Concentrarsi insomma su quello che cíË.

Fichi díIndia e carrube, una manna dal cielo.
Importante e’ la crema di avena coi semini e del pop-corn con le banane o datteri o fichi, e la necessit‡ di concludere ogni pranzo con una manciata di manorle-pinoli-noci.

La patata dolce, le farine di castagne e di manioca, lo strudel di mele
Ricorrete spesso al mais, alla patata, alla patata dolce, alla zucca, ai germogli, al miglio e al grano saraceno e al riso nero. Piselli, tegoline e fagioli freschi senza timore. Non manchi mai líavocado.

Le farine pi˘ nutrienti per qualche dessert saranno quella di castagna e quella di manioca (ovvero la tapioca).
Uno dei pochi dolci approvabili e fatti possibilmente in casa, sar‡ lo strudel senza zucchero ma con tanta uvetta e pinoli.
Pizza e pasta sempre precedute dal piatto di verdura cruda.

Ottimi sono i panini integrali con verdure crude e crema di olive o di carciofi, pi˘ mandorle e pinoli.

La pasta e la pizza, verificare che esse siano sempre e solo abbinate alle verdure fresche e al pomodoro crudo, e che in tali circostanze si serva sempre prima, come soluzione introduttiva enzimizzante, un piatto di insalata cruda, senza andare poi oltre al mezzo bicchiere di acqua o di birra alla spina, o meglio ancora analcolica.
Belle dormite notturne con la finestra aperta.

Nel caso di qualche malattia di stagione o di altri disturbi, evitare aspirine, purghe, febbrifughi e medicinali, e non tenere farmaci in casa, ma ricorrere sempre al digiuno totale di un giorno, con riposo a letto e acqua a volont‡.
Evitare ogni tipo di vaccinazione. Pazienza per quelle gi‡ fatte.
Importantissimo andare a nanna in tempo, spegnere la luce e dormire. Verificare che tengano la finestra bene aperta durante la notte. Eí durante il sonno che il corpo lavora pi˘ intensamente sui processi assimilativi.

Mangiare di pi˘ se serve, e non creare momenti di fame che ci mandano in crisi
Mangiare di pi˘ se serve. Riempire i nostri apparati digestivi-assimilativi, nella misura in cui disponiamo del cibo giusto che non ti tradisce e non produce effetti collaterali perversi, come succede pi˘ o meno con tutti i non-cibi.
Occorre mangiarne in abbondanza, in modo tale di non lasciare della fame nascosta che si va poi ad accumulare nelle ore serali, spingendo a esagerare con le zuppe.
Non Ë consigliabile affamarci di mattina e recuperare di sera.
Meglio piuttosto farsi a met‡ mattina la famosa scodella di crema di avena col latte di cereali e spruzzata di farina di semi di lino e girasole, di sesamo e papavero, di germe di grano.
Una ottima cena serale, al posto della terrina di verdure, puÚ essere un bel piatto di carciofi crudi e di finocchi crudi, seguito da delle patate. Una padella di pagate leggermente fritte o meglio saltate, quasi al dente, con della cipolla e dei peperoni, sazia da matti, stronca qualsiasi fame.

Una certa flessibilit‡ non guasta. Mezzíora di ginnastica intensa Ë díobbligo.
Non dobbiamo poi interpretare il crudismo come una regola ferrea.
Se ci sentiamo di fare qualche innocente trasgressione, magari un giorno sÏ e un giorno no, con una zuppa di verdura (cotta non oltre 20 minuti) con delle patate e delle zucche, o con un piatto di riso integrale o di miglio, di orzo, di grano saraceno, possiamo pure farlo.
Se sentiamo la necessit‡ di una pasta integrale con delle verdure o una pizza vegetariana (meglio se priva di mozzarella, e alle verdure rigorosamente fresche),
Se poi ci sentiamo gonfi, significa che abbiamo sbagliato qualcosa.
Oppure ci serve fare del movimento e della ginnastica in pi˘, del corpo libero, dei saltelli, dello stretching, della respirazione yoga ritmata in terrazza, o davanti a finestra aperta.
Meglio ancora inserire una bella camminata di mezzíora a passo spedito, nel proprio men˘ giornaliero.
By Valdo Vaccaro

Commento NdR: Il crudismo e’ una ottima “dieta” alimentare per depurare l’organismo il consiglio e’ di farla per qualche mese OGNI anno (da 2 a 4 mesi) e passare all’alimentazione naturale con 80 % di alimenti crudi e 20 % di alimenti cotti.
Per i bambini e lattanti seguire le indicazioni di: Alimentazione del bambino
Per i mesi invernali si consiglia di bere ad ogni pasto crudo degli infusi CALDI !
Noi, come specialisti in Medicina Naturale, consigliamo a tutti i Vegetariani di nutrirsi almeno una volta alla settimana e con parsimonia, di qualche alimento con proteine animali, preferendo mangiare crudo anche: uova, pesce, e/o carne di animali piccoli (come stazza, meglio i volatili). Ma ricordiamo sopra tutto di ridurre od eliminare il latte ed i formaggi dalla propria alimentazione.
L’alimentazione e’ alla base  di ogni tipo di malattia, che non derivi da traumi, avvelenamenti o da farmaci e vaccini, mangiate quindiPOCHI carboidrati, aumentate la frutta e le verdure fresche (crude) ed eliminate i dolci – mangiate proteine animali (meglio pesce e carne di uccello e pochi formaggi) di tanto in tanto e siate tendenzialmente vegetariani !
vedi: Consigli Alimentari  +  Alimentazione – Indice 1 +  Alimentazione-Indice 2  +  Micro diete 1 + Micro diete 2 +  Vangelo della Pace  +  Il cibo uccide

ATTENZIONEcercate di NON utilizzate la Frutta e la Verdura NON di provenienza biologica e/o biodinamica
In caso di malattie gravi, e’ assolutamente necessario re-inizializzare l’alimentazione del malato partendo con centrifugati di frutta e verdure, per passare successivamente dopo 7 giorni ai frullati di frutta e verdura x almeno 4 settimane e poi iniziare ad introdurre i cibi non frullati  a poco a poco. Questo per permettere la riformazione del sistema enzimatico e la flora batterica intestinale.
Ricordiamo anche che le alterazioni degli enzimi, della flora, del pH digestivo e della mucosa intestinale influenzano  la salute,  non soltanto a livello intestinale, ma anche a distanza in qualsiasi parte dell’organismo.
vedi: Consigli Alimentari  + Frutta e Verdura  
Per coloro che vogliono comunque mangiare carne anche con la dieta crudista, si consiglia di marinarla con limone, oppure di cuocerla, previo controllo della provenienza e di come e’ stato allevato l’animale.
Per il pesce, controllando preventivamente la provenienza (meglio quello di mare) il sushi puo essere un tipo di alimentazione sporadica, mantenendo il sistema del Crudismo (molti e vari alimenti vegetali crudi).

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LEUCOCITOSI danni del cibo cotto - la ricerca di Kauchakof
Nel 1930 Ë stata condotta una ricerca per dimostrare gli effetti del cibo cotto e raffinato sul nostro sistema immunitario.
Lo studio Ë stato fatto allíIstituto di chimica clinica di Losanna in Svizzera, sotto la direzione del Dr. Paul Kouchakof e riguardava la produzione dei leucociti (globuli bianchi).

Si Ë scoperto che dopo líingerimento di un cibo cotto il sangue risponde immediatamente aumentando il numero di questecellule. Líaumento del numero di leucociti dopo mangiato Ë un fenomeno ormai noto che prende il nome di ìleucocitosi digestivaî.

Questo fenomeno Ë sempre stato osservato dopo un pasto cotto e visto che Ë sempre stato presente Ë considerato anche dallamedicina ufficiale come una risposta fisiologica del tutto normale.

In passato nessuno sapeva perchÈ aumentassero i globuli bianchi, sembrava essere una risposta allo stress, come se il corpo stesse reagendo a qualcosa di nocivo esattamente allo stesso modo che avviene quando ci esponiamo a delle sostanze tossiche, a uníinfezione o ad una ferita cutanea.

Mentre Kouchakof e il suo team studiavano líinfluenza del cibo sulla salute umana hanno fatto una scoperta notevole.
Hanno visto che mangiare cibi crudi o cibi riscaldati a basse temperature non provocava nessuna reazione nel sangue. Inoltre se un cibo veniva scaldato oltre una certa temperatura (unica per ogni alimento), o se il cibo era raffinato e (trasformato industrialmente o con aggiunta di sostanze chimiche) questo causava sempre un aumento del numero di globuli bianchi nel sangue.

I ricercatori hanno ribattezzato questa reazione in ìleucocitosi patologicaî visto che avveniva solo dopo líingerimento di alimenti alterati chimicamente dalla temperatura o da altre sostanze.

Gli alimenti crudi e al naturale vengono quindi visti dal corpo come ìamiciî, ma se gli stessi alimenti li riscaldiamo sopra ad una certa temperatura essi causano una reazione negativa nel sangue, una reazione che Ë presente solo quando il corpo Ë invaso da un agente patogeno o da brutte esperienze traumatiche.

Inoltre Ë stato dimostrato che i peggiori in assoluto, quelli che aumentano notevolmente la leucocitosi sono i cibi raffinati come la farina bianca, il riso bianco o i cibi omogeneizzati o pastorizzati.

La pastorizzazione infatti, nata per uccidere i batteri, per favorire una lunga conservazione Ë un processo che espone il cibo ad altissima temperatura rendendolo cosÏ un cibo morto e difficilmente riconoscibile dallíorganismo come appunto ìciboî.

Altre ricerche hanno dimostrato che mangiare cibi cotti dopo un pasto crudo diminuisce il fenomeno della leucocitosi del 50%.
Anche la masticazione ha un ruolo fondamentale. Masticando a lungo un cibo raffinato ne riduciamo ulteriormente la dannosit‡, abbassando ancora la leucocitosi che si forma dopo líingerimento.

Líideale certo sarebbe non limitare i danni e trovare un modo per rendere i cibi raffinati meno nocivi, ma bensÏ sostituirli totalmente con alimenti crudi, nel loro stato naturale come ci offre il nostro meraviglioso pianeta.

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Serve arrivare in piena forma al momento cruciale del cambio di stagioni, tempo nel quale il corpo attiva le crisi di eliminazione delle infiammazioni e delle intossicazioni esistenti. Per evitare tutto questo, sono necessarie delle strategie assai precise ed efficaci, e non tante belle parole o tante simpatiche teorie.
Occorre intanto che questi ragazzi non arrivino al freddo e allíumido di questi giorni nelle loro precarie condizioni intestinali e cellulari, con viscere in costante e surriscaldato disordine e con  cellule denutrite e al limite del collasso calorico.
Non Ë facile introdurre radicali cambiamenti dietologici in chi Ë in stato di mala-nutriziomne
Chi  Ë reduce da giorni e settimane di mala-nutrizione, versa in condizioni precarie anche se non se ne rende del tutto conto.
Eí soggetto a morsi di fame improvvisi e lancinanti.
A quel punto sente il bisogno non solo della tipica soluzione del pane e salame e del grana, ma anche della pasta, della nutella, del cappuccino, della brioche, del caffË e del grappino.
Una specie di petizione verso il carburante pi˘ improprio e malefico.

Díestate tutto aiuta. Il sole, il mare, líattivit‡ fisica
Non cadere mai nella fame e nella denutrizione calorica Ë dunque una prima importantissima regola, perchÈ la fame porta a cercare il compenso, il rimedio, líappagamento micidiale, qualunque esso sia.
Per scansare questi problemi sul nascere occorre un minimo di preparazione e di cultura igienistica, uní abitudine a trattarsi bene e non male.
Ma con líumidit‡, il vento, il freddo, i cieli costantemente grigi di nubi, si viene messi a dura prova.
Occorre gi‡ arrivare al cambio di stagione in condizioni discrete, con riserve di solare vitamina D e con un sangue fluido e rinnovato, con un intestino pulito e funzionante.

La partenza mattiniera in fretta e furia
Chi si alza col buio e va al lavoro in fretta e furia, non ha tempo per 2 o 3 colazioni a casa. Ma una spremuta díarancia o di pompelmo li puÚ sempre prendere in 5 minuti.
Nel suo zainetto di lavoro puÚ sempre inserire un sacchetto con la mela, il caco, 2 kiwi e 2 banane, pi˘ tre panini integrali preparati la sera prima, imbottiti di 5 foglie di lattuga, cicoria e germogli alfa-alfa, spalmati di crema di olive e di un quarto di avocado al naturale, pi˘ 3 carciofini e 3 noci, un sacchetto di pop-corn e alcuni datteri.
Tenere in tasca due pacchetti di cracker e una bustina di uva sultanina e mandorle Ë sempre positivo. Le proteine della carne e del latte sono, per líuomo, líanticamera dellíospedale

Per coloro che fanno attivita’ pensate e/o sportiva:
La mattina riservata alle colazioni di sola frutta, con líeccezione dellíavena e del pop-corn alle 11
Tre colazioni sazianti a base di sola frutta (7-9-11 am), alternando a giorni alterni con qualche centrifugato di carote, sedano, ananas, o patate, patate dolci e rape, o topinambur, zenzero e bietole.
Se giovanetti in crescita che fanno sport, lo spuntino delle 11 si sostituira con una sostanziosa crema di avena (fiocchi chiari rollati a crudo, pi˘ semini di sesamo, lino e girasole, pestati e sparsi sopra líavena, con del germe di grano, il tutto intenerito da latte di cocco o da latte di cereali leggermente scaldato o anche a crudo).
Se non cíË quello si puÚ optare sempre alle 11 per una terrina di pop-corn fatto in casa senza zucchero e senza sale, da consumarsi con le banane, coi datteri o coi fichi freschi non appena arrivano.

Pranzo e cena alleggeriti alle 13 e alle 19, sempre partendo con il piatto di verdure crude
Pranzo alle 13 e cena alle 19 saranno alleggerite rispetto ai vecchi tempi, e saranno pure in fotocopia, variando il tipo di verdura iniziale e il tipo di secondo piatto.
Inizieranno con un bel piattone di crudit‡ verdi, non pi˘ di 4 qualit‡ per volta (radicchio, rucola, crescione, tarassaco, lattuga, valeriana, cavoli, cetrioli, pomodori, zucchini, carciofi, finocchi), e con mezzo avocado. Inserire possibilmente anche dei germogli, tipo alfa-alfa e simili.

Il secondo piatto e la manciata di mandorle e pinoli
Proseguiranno con un secondo da scegliersi tra gaspacho a crudo, patate cotte conservativamente, zucca, legumi, funghi, cereali integrali (specie miglio, saraceno, orso, riso nero, mais), oppure da pasta integrale al dente, con verdure abbondanti, o pizza sottile alle verdure fresche, oppure minestrone di patate e verdure cotto a fuoco lento non oltre 16 minuti.
Termineranno con una manciata di mandorle-noci-pinoli-arachidi.
Non pi˘ di mezzo bicchiere díacqua a tavola.
Líincrementato apporto di linfa biologica zuccherina, il vero cibo dellíuomo, limiter‡ la sete.
In ogni caso, chi ha sete deve bere lontano dai pasti.

Due merende pomeridiane a base di frutta. – Il ricorso ai panini vegani quando si Ë fuori casa.
Due merende pomeridiane (ore 16 e 18) prevederanno mele e pere, o papaia o ananas, alle 16, mentre per le 18 andranno benissimo tutti i frutti aciduli di bosco.

Quando i ragagzzi non stanno a casa, lo si dovr‡ preventivamente fornire di alcuni panini vegani con pane integrale, spalmato di creda di olive o di carciofi, e imbottito da 3 o pi˘ strati di verdure crude, con aggiunta di carciofini sottíolio e di noci o pinoli. Per chi fa molto sport, tenere sempre in tasca dellíuvetta secca.

Per fare tutto questo occorre amare il proprio corpo.
Bisogna inoltre pensare a una strategia di lungo periodo e non solo alle urgenze del momento (altrimenti mandi tutto al diavolo e ti butti sulle uova e sul formaggio, che nel breve ti soddisfano e ti danno la carica, ti illudono di fare il galletto, stroncandoti poi quando meno te lo aspetti).
Le proteine della carne e del latte, del pesce e delle uova, sono líanticamera dellíospedale. Pure gli zuccheri e gli amidi di pasta, pizza, bevande zuccherate, succhi di frutta confezionati, marmellate e dolciumi, sono i precursori di ogni sorta di malanni, e soprattutto della madre di tutte le malattie umane che Ë la costipazione.

La sottovalutazione della regolarit‡ intestinale
La gente ignora, snobba e sottovaluta líintestino e il colon. Se potesse eliminarli e cancellarli lo farebbe senza esitazione. Trova costruttivo e desiderabile mettersi a tavola. Ritiene invece seccante ed imbarazzante andare ai servizi igienici.
CíË gente che mangia tre volte al giorno e si libera una volta a settimana.

Líimportanza della peristalsi
Eí indispensabile invece uníintensa attivit‡ nutrizionale suddivisa in modo intelligente, e una altrettanto intensa ed efficace eliminazione.
Eí importante che la gente impari queste cose, anche se nessuno gliele ha mai imprintate nella testolina.
Líintestino deve lavorare ritmicamente con materiale nuovo, acquoso e ricco di fibre naturali, vale a dire con frutta e verdura, non con cibi proteici e con cibi secchi e concentrati.
Solo a queste condizioni si ha uníottima peristalsi intestinale.

La dieta per chi lavora allíaperto
Mi chiedi una dieta specifica per chi lavora allíaperto ?
Pi˘ o meno vale per tutti lo stesso schema modulato ed adattato nei quantitativi e nelle variazioni, in rapporto alle esigenze cloriche e gustative di ognuno di noi.
Se troviamo uníottimale sistemazione ai 5 pasti di frutta (3 al mattino 7-9-11 e 2 al pomeriggio 16-18), restano da riempire il pranzo delle 13 e la cena delle 19.

Líesordio per tutti alle 13 con un primo piatto di verdure crude accompagnato volendo da del pane integrale, seguito da un secondo piatto che potr‡ consistere di patate, zucche, carciofi, legumi, fagioli, panini vegani, cereali, pasta integrale al pomodoro o al pesto, pizza vegetariana, gnocchi di patate, minestrone di verdure a cottura 16-18 minuti max, verdure cotte al vapore.
Al termine si potranno consumare delle mandorle, delle noci e dei pinoli.
Stesso discorso a cena, variando il tipo di verdure e di cereali.

Siamo accerchiati da concetti e da diete fuorvianti
Anche qui, abbiamo centrato perfettamente il problema, menzionando líinsidia dellíalternativa tra gli inganni delle multinazionali e quelli, altrettanto micidiali, dei tortellini e delle lasagne, come dire della gara a chi fa peggio.
Cito qui una pagina significativa di Ross Horne, un importante autore igienista australiano approdato con grande passione alla dieta del grande Nathan Pritikin, tratta dal suo libro The Health Revolution (la Rivoluzione Salutistica), adatta ai tuoi amici operai costretti ai lavori pesanti nelle intemperie.

Líesperienza di Ross Horne dallíalto proteico,  allíHunza al Pritikin
Quando 20 anni fa ero imbevuto dal credo della sostanza e delle diete alto-proteiche, mi capitÚ tra le mani un libro di RenÈe Taylor (Health Secrets from Hunza, cioË Segreti della Salute dalla Regione Hunza), in cui si parla della famosa comunit‡ asiatica che vive nella valle compresa tra líHindu-Kush e il Karakorum, nella parte terminale ovest della catena himalayana, dove convergono i confini di Pakistan, Afghanistan, Russia e Cina.
Lessi pure un secondo testo (The Wheel of Health, cioË La Ruota della Salute) del medico londinese G.T. Wrench, che descrive la fantastica dieta di questa popolazione, basata interamente su frutta e verdure crude, con una media incredibile di ultracentenari attivi e laboriosi, nonostante il clima rigido della loro terra.

Poco tempo dopo queste due letture, mia moglie spese alcune settimane allíHopewood Health Center di Wallacia, venendone fuori nuova ed incredibilmente ringiovanita e rinvigorita. Seppi che in quel centro veniva attuato un sistema dietologico identico a quello degli Hunza. A quel punto non ebbi pi˘ alcuna esitazione.
Abbandonai le mie ideologie alto-proteriche in favore di una dieta vegetariana, anche se continuavo a consumare troppe noci e oli vegetali, ed anche qualche latticino.
Ma, quando scopersi pi˘ tardi líesistenza della dieta basso-proteica di Nathan Pritikin, la abbracciai completamente, e non mi sono mai pentito.
Le demenziali tabelle della FDA americana (tuttora in uso nel mondo intero)
Líelenco delle proteine giornaliere da tenere in considerazione non Ë certamente quello della FDA americana, che oggi dice 75 grammi/giorno (sconfessando i vecchi tempi di 30 anni fa, quando ne blaterava 300, e quelli di 10 anni fa, quando ne blaterava 200, e quelli di 5 anni fa, quando ne blaterava 150), in una ubriacatura demenziale e corrotta di sopravalutazioni (proteine e vitamina B12) e di sottovalutazioni (vitamine C, E e B9).

Líimportantissimo parametro della quota proteica giornaliera
Vediamo la quota giornaliera ideale secondo alcune importanti autorit‡ e secondo alcuni affidabili autori, sempre dal testo di Horne:
- U.S. National Academy of Science                                      34 grammi/giorno
- Dr Rayner Berg, eminente nutrizionista svedese                    30
- Dr V.O. Siven, eminente nutrizionista finlandese                     3
- Dr R. Chittenden, famoso nutrizionista americano                 30
- Dr D.M. Hegsten, nutrizionista della Harvard University          27
- Dr W.C. Rose, nutrizionista americano                                 20
- U.S. Food & Nutrition Board                                                34
- Canadian Board & Nutrition                                                 34
- U.N. Food & Agricoltural Organization                                  34

Chi conduce vita molto attiva, deve solo aumentare la quota calorica, consumando pi˘ frutta, mediante pi˘ pasti al giorno
Concludo dicendo che anche con una dieta rigorosamente vegana, priva cioÈ di ogni latticino, Ë difficile raggiungere quote proteiche cosÏ basse, al di sotto dei 30 grammi/giorno.
Questo dimostra come persino le noci e i cereali non sono indispensabili nel lungo periodo, visto che la frutta e la verdura cruda da soli sono in grado di fornire sufficiente quota proteica giornaliera.
Significa pure che se qualcuno conduce vita molto attiva, come i montanari Hunza, il problema non Ë mai proteico ma sempre calorico.
Diventa cioË una questione di mangiare pi˘ frutta e pi˘ frequentemente nel corso della giornata.
La conferma esatta venne dagli esperimenti di Cambridge2000 – Queste cose, Ross Horne le scriveva nel 1985.
Non cíera ancora stato il famoso esperimento Cambridge2000, che avrebbe confermato per filo e per segno le sue considerazioni.
I medici di Cambridge, massima universit‡ mondiale nel settore nutritizionale, fissarono infatti, dopo 20 anni di esperimenti su un campione vastissimo di persone, a 5 pasti sazianti di sola frutta al giorno (5 per day), la quota ideale per sopravvivere schivando ogni tipo di malattia, ed in particolar modo il cancro e le cardiopatie.

Il trionfo della frutta sulla carne e della vitamina C sulla B12
La ANHS (American Natural Hygiene Society) anche questa volta aveva visto giusto.
Gi‡ da 100 anni sosteneva infatti, contro tutto e contro tutti, scandalizzando i proteinomani del pianeta, ricevendo accuse irripetibili dai filo-macellai della FDA, dalla NDC (National Dairy Council), e da Big Pharma, che il quantitativo proteico ideale andava tra gli 11 e i 25 grammi al giorno, 11 perchÈ quello era il fabbisogno proteico del lattante umano (il pi˘ intenso succhia-proteine tra gli esseri umani) e 25 perchÈ oltre i 25 grammi scatta nellíuomo il meccanismo perverso della acidificazione del sangue.
Veniva cosÏ sanzionato in modo inequivocabile il trionfo della frutta e delle vitamine C ed E, nonchÈ la caduta delle proteine animali e della vitamina B12 legata alle stesse.
Tutto il resto non sono che miserabili balle.

Ricordiamo che:
Tra le verdure non manchino carciofi e finocchi crudi, cavolo crudo verde e viola tagliato a fette sottili.
Per eliminare il formaggio e il pesce ci vuole una quota giornaliera di patate, zucche, topinambur e cavolini di Bruxelles, tutto cotto al minimo, seguite da qualche legume ed anche delle patate dolci o delle castagne. Per la frutta abbondare con cachi e kiwi, con melograno, uva e mele, pere e banane.
Una manciata di mandorle e pinoli, o di pistacchi ed arachidi, sono pure indispensabili.
Datteri ramati e lupini sono pure validi. Uva secca, fichi secchi, uvetta sultanina e carrube dovrebbero pure trovare spazio nella tua dispensa. Arance e mandarini di Sicilia  in abbondanza al risveglio, non serve nemmeno dirlo.
By Valdo Vaccaro – Direzione Tecnica AVA-Roma (Associazione Vegetariana Animalista) – Direzione Tecnica ABIN-Bergamo (Associazione Bergamasca Igiene Naturale)

IMPORTANTE: mangiare crudo si riferisce principalmente ai vegetali che in certi casi es. infiammazioni gravi al colon non possono essere utili in un primo momento, anzi possono essere controindicati, salvo che se utilizzati FRULLATI  ed in poca quantita’. Meglio arrivarci piano piano iniziando con il riso bianco cotto, poi passando a quello semi integrale, ma ad ogni pasto mangiare della verdura cruda frullata, in inverno utilizzare le verze.
Nel caso di colon irritato frullare il tutto e/o avvicinarsi per gradi a questa dieta, assumendo dei fermenti lattici appropriati e mettendo sul ventre i cataplasmi di argilla fredda ogni notte..
In inverno riscaldare i cibi frullati fino al massimo di temperatura di 30 gradi, oppure utilizzare brodi naturali caldi, ad ogni pasto importante.
Per coloro che mangiano carne, pesce, a parte il consiglio di mangiarne il meno possibile, specie per la carne di animali terrestri, si consiglia di mangiare la loro carne CRUDA, meglio come carpacio“, facendo attenzione alla provenienza di detta carne, in modo da essere sicuri che non vi siano possibilita’ di mangiare carne che contenga i batteri della putrefazione.
Anche per il pesce fare attenzione alla provenienza, si consiglia l’utilizzo pesci piccoli di grandezza e non il consumo delle carni dei pesci grossi, perche’ sono piu’ contaminati da metalli tossici, dei pesci piccoli .

Ricordiamo che le alterazioni degli enzimi, della flora, del pH digestivo e della mucosa intestinale influenzano  la salute,  non soltanto a livello intestinale, ma anche a distanza in qualsiasi parte dell’organismo.

Il crudismo va inteso in senso tendenziale, come ben precisa Valdo Vaccaro (igienista):
Parlando di crudismo, ho sempre sostenuto che va inteso in senso tendenziale e non fanatico.
Il discorso poi degli amidi relativi allíinsalata, che hai letto da qualche parte, puÚ starci benissimo, visto che esistono diversi vegetali e diverse verdure amidacee, contenenti cioË amido, sostanza granulosa idrocarbonata di alto valore nutritivo e calorico.
Cereali, legumi, tuberi, patate e castagne, sono le prime cose che mi vengono in testa.
Ma anche le zucche, le melanzane, le zucchine, i peperoni, i carciofi e gli stessi cavoli, sono elencabili tra i vegetali ad alto tasso amidaceo. Il limone nellíinsalata Ë una questione controversa. Fa di sicuro meno male il limone dellíaceto.
Diciamo che le qualit‡ di un buon piatto di insalata verde, con dellíextravergine díoliva e con qualche goccia di aceto o di limone, non va assolutamente messa in discussione.
Trovo assurdo demonizzare i cereali. Quanto ai cereali, andiamoci piano nel demonizzarli.
Sono un ammiratore di Hilton Hotema e mi reputo tra i pi˘ convinti fruttariani al mondo, non solo a parole, ma con i fatti.
La lotta al cereale lanciata da Hotema negli USA aveva motivi e scopi ben precisi, in quanto si contrapponeva alla tendenza dellíagricoltura americana a produrre enormi quantitativi di mais destinati allíalimentazione animale.
Se si usa líaccorgimento di non cuocerli troppo, e di precederli da un buon piatto di insalata, offrono un ottimo nutrimento, senza acidificare troppo.  Sicuramente che il miglio Ë pi˘ leggero del farro e dellíorzo.
Qualche compromesso permette di evitare le crisi caloriche. Ma vanno bene tutti, nella versione integrale, e senza esagerare. Il mais tenero, cotto nel suo cartoccio, Ë eccezionale. Anche il pop-corn Ë fantastico.
Chiaro che, se uno vive in zona equatoriale o tropicale, ha la possibilit‡ di massimizzare líapporto in frutta, e di lasciare solo un piccolo ed insignificante margine ai cereali e alle loro farine integrali.
Ma vivendo in zone temperate, dove la stagione fredda prevale nettamente su quella calda, sarebbe grottesco e autolesionistico rinunciare alle magnifiche granaglie chiamate cereali.
Un riso integrale alle verdure, un piatto di farro o di orzo con le ortiche e il pungitopo, un buon panino con insalata e melanzana, spalmato di crema di olive, ma anche una pizzetta o della pasta integrale alle verdure, vanno tutti accettati come validi compromessi a coronamento della perfezione fruttariana, e non come insanabili trasgressioni.

La fermentazione dei carboidrati. Ribadisco qui alcuni concetti-chiave.
La fermentazione riguarda soprattutto i  carboidrati (zuccheri e amidi), sia naturali tipo frutta e verdura, che cotti (tipo dolci, pasta, pane, pizza). La fermentazione non Ë altro che la trasformazione degli zuccheri in alcol, come succede al succo díuva che diventa vino.
In pratica chi vive con la fermentazione costante nel proprio intestino, finisce per alcolizzarsi ed ubriacare il sistema senza nemmeno bere.
Ubriacarsi senza bere ? Sarebbe come eiaculare senza copula. Sarebbe davvero il massimo della sfiga, direbbe il mio amico William Gressani, per il quale ogni goccia di vino era una goccia divina.

Frutta e verdura fresche e vive sono i materiali pi˘ facili a fermentare
Per evitare la fermentazione, occorre che gli zuccheri non trovino sulla loro strada dei residui proteici che ne rallentino il percorso e ne modifichino la formula chimica.
Soprattutto la frutta, che viene assimilata e passa nel sangue in mezzíora, pretende un tubo gastrointestinale libero e pulito.
Questo riguarda tutta la frutta, ed in partcolare quella pi˘ facile alla marcescenza, come le angurie e i meloni, mentre mele, ananas e papaia sono pi˘ resistenti alla fermentazione, grazie ai loro enzimi antifermentanti.
Anche la verdura cruda tende a fermentare.
Frutta e verdure cotte non fermentano facilmente, visto che la cottura le ha private dei loro preziosi catalizzatori, devitalizzandole, rendendole dunque cibo pressocchË morto e non reattivo.

Eí la putrefazione la rovina numero uno
La differenza tra la degenerazione carbonica (fermentazione) e quella proteica (putrefazione) Ë enorme.
La fermentazione Ë soprattutto perdita di nutrimento. La putrefazione Ë avvelenamento vero e proprio.
Eí la putrefazione che appesantisce e viscosizza il sangue in modo micidiale.
Eí la putrefazione che produce líacido urico.
Eí la putrefazione líorigine di tutte le malattie dellíuomo.
Eí la putrefazione che intasacostipa ed avvelena, non certo le cosiddette infezioni batterico-virali.

Come preparare i pasti durante il giorno:
Di mattina presto, obbligatorio solo frutta od al limite solo un centrifugato di radici e tuberi, pi˘ sedani, pi˘ ananas e mela per addolcire.
Líimportanza dei cicli metabolici
Quasi nessuno ha familiarit‡ con i cicli metabolici, che hanno invece notevole importanza.
Dalle 4 am alle 12 cíË il ciclo eliminativo da rispettare con apporto di frutta acquosa.
Dalle 12 alle 20 cíË il ciclo appropriativo dei cibi anche solidi.
Dalle 20 alle 4 am cíË il ciclo assimilativo, dove tutti sono costretti a digiunare, mentre il corpo lavora in area intestinale, per cui servono finestre aperte o almeno non tappate nella camera da letto.

Diverse correzioni di rotta
La banana e le mandorle, se desiderate, vanno bene alle 10 e mezza, in alternativa alla crema di avena che spesso propongo coi semini pestellati, o al popcorn con le banane o i datteri o i fichi.
Il pranzo tutto sommato va bene, inserendo alla fine una manciata di pinoli, mandorle o noci.
A merenda via il the kukicha e il succo di mela, e restino solo le mele e le pere vere.
La cena non devíessere troppo diversa dal pranzo, se non nelle variate verdure crude, e nel piatto successivo di patate o zucche o cavolfiori o legumi o insalata cotta con l’acqua stessa del vegetale e in breve tempo, leggermente cotti.

Qualche dettaglio finale
Buttare via tutti i farmaci e non mettersi in condizioni di fame, che ti rendano vulnerabile alle tentazioni.
Buttare via anche la bilancia, e líossessione che hai per i chili di troppo.
La frutta in abbondanza non gonfia e soprattutto non ingrassa ma regola il peso.
Non cercare compensazioni domenicali sul cibo e sul dolce.
Acquisire qualche motivazione in pi˘ che ti leghi alla vita.
Evitare la banalit‡ di far dipendere la tua intera esistenza da un fattore peso che Ë risolvibile, nel tuo caso specifico, in quattro e quattríotto.

PROMEMORIA:
Mangiare principalmente e ad ogni pasto, FRUTTA VERDURA fresca e/o essicata (la piu’ varia possibile) + semi di qualsiasi tipo(pochi semi ogni giorno) + riso integrale o semi integrale, cotto (poco) + legumi cotti (pochi)  + ogni tanto (ogni 15 giorni, se lo si desidera) pesce crudo (quello a forma di pesce) + alghe cotte e/o crude essicate.
Fare 4 o 5 pasti al giorno, pulire l’intestino 1 volta alla settimana con un clistere, od assumere delle erbe emolienti 1 volta alla settimana.
Bere molta acqua la piu’ pura possibile, latte di riso, poco quello di soia, molti succhi di frutta cruda e fresca (di tutti i tipi a seconda del gusto e/o delle necessita’ di ognuno), spremuti a freddo o frullati.
Ogni tanto un pasto (ogni 15 giorni) come e di cosa  piace, ma con parsimonia.
Cosi’ starete sempre bene.

Esempio  per i pasti giornalieri:
Frutta alle 7, alle 9 e alle 11 (3 colazioni di frutta), pi˘ alle 16 e alle 18 (2 merende di frutta), verdure crude alternate al pranzo delle 13 e alla cena delle 19, dove la verdura deve essere il primo piatto, conditoa con olio extravergine crudo e qualche goccia di limone o di aceto e qualche minima presa di sale grezzo; il secondo consister‡ di patate, zucca, cavoli, tegoline, fagioli, oppure di cereali (riso)

Altri Consigli dellíIgienista:
1) Líacqua biologica strutturata (il succo fresco della frutta o i centrifugati di tuberi e radici, o la clorofilla viva delle foglie e dei germogli) sar‡ la prima sostanza da rincorrere, e dovr‡ essere massimizzata, puntando principalmente ai frutti di stagione.
2) La respirazione profonda e ritmata dovr‡ essere maniacalmente curata con la formula 1-4-2, implementata via via al 5-20-10 e oltre, a seconda della capacit‡ toracica, e sempre in abbinamento con camminate, saltelli e traspirazione. Il segreto del successo sta nellíorganizzare giornalmente un paio di sedute rieducative di 15 minuti cadauna, ed anche nellíespellere completamente líaria dai polmoni, verificando che, quando crediamo di averla mandata fuori tutta, ce níË ancora dellíaltra.
Fare in modo che líinspirazione avvenga a partire dal basso ventre (espandendo in fuori la pancia, inizialmente) e poi alzando il diaframma e portando líespansione polmonare verso líalto, al punto di alzare anche le scapole.
3) Il crudismo dovr‡ mantenersi sui massimi livelli, con ammissione di qualche occasionale compromesso (cereali integrali, panini integrali alle verdure crude pi˘ pinoli o noci, pizze vegane).
4) Fumo, the, caffË, cioccolato, alcol, dolciumi, carne, pesce, crostacei, cibi cotti, cibi concentrati, bevande gasate, cole, farmaci, vaccini, prodotti  omeopatici, tutto vietato.
5) Rispettare con cura i 3 cicli metabolici: ore 12-20, ciclo appropriato del mangiare, ore 20-4,
ciclo assimilativo, ore 4-12 ciclo eliminativo del mangiare acquoso e fruttariano, ideale per angurie e meloni, per agrumi, per centrifugati, tutti a coadiuvare con il momento disintossicante ed eliminativo giornaliero del corpo.

Lo schema nutrizionale completo
Colazione: ore 7 : anguria o melone il primo giorno, agrumi il secondo, centrifugati di carote-sedano-ananas il terzo.
ore 9 : pesche, nettarine, albicocche, uva, melograno, fichi díIndia
ore 11: crema di aveva pi˘ semini pestellati di lino-sesamo-girasole-ecc il primo giorno, e pop-corn con fichi o con datteri o con banane, per il secondo.

Pranzo ore 13: Primo piatto insalatina verde tipo radicchio, pi˘ crescione e rucole, pi˘ germogli vari e met‡ avocado (oppure pomodori e cetrioli, oppure cavoli e cipolle, oppure carciofi e finocchio díinverno, oppure tarassaco, oppure lattughe e rape, oppure valeriana e crescione), condito con extravergine e limone (o con succo fresco di ananas, o al limite con poco aceto balsamico), e accompagnato con pane integrale.
Secondo piatto: patate, cavolini di Bruxelles, cavolfiori, oppure zucchine, tegoline e dolci, oppure piselli, oppure funghi, oppure cereali integrali, oppure al limite pasta integrale con pomodori crudi, oppure pizzetta vegana, oppure minestra di verdure
cotte 16 minuti max).
Terzo piatto: manciata di mandorle, noci, pinoli, pistacchi, anacardi, Brasiliane, carrube.

Merenda: ore 16: mele, ananas, papaia o pera
ore 18: frutti di bosco, kiwi

Cena ore 19: Identica al pranzo, variando opportunamente i singoli componenti.
By Valdo Vaccaro ñ Direzione Tecnica AVA-Roma e ABIN-Bergamo

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L’Igienismo ed il crudismo danno fastidio a molta gente, ne siamo coscienti.
Lottare con l’insegnamento contro l’utilizzo di alimenti tanto propagandati dalle industrie che li producono DEPAUPERANDOLIdei fattori vitali, in TV, giornali, radio, libri, ecc. per NON mangiare: carne, pesce, latte,  uova di gallina, the, caffË, bibite gasate, chewing-gum e caramelle, gelati, marmellate, zucchero, sale, tabacco, vino ed alcolici, detergenti, acque minerali “pesanti, cioe’ contenenti minerali” ed a pH non adatto.
Lottare contro i farmaci e i vaccini, contro i trapianti, staminali, contro i finanziamenti folli al cancro e alle pestilenze inventate es.:Aids e delle varie influenze sars, aviaria, suina, ecc.

Lottare contro i cibi concentratiprecotti e da cuocere, venduti dei supermercati (che NON controllano la salubrita‘ o meno di cio’ che vendono), contro tutte le pratiche e i prodotti innaturali e consumistici che riempiono di spazzatura e di infelicit‡ i corpi viventi ed il pianeta Terra, non puÚ non comportare sentimenti di incredulit‡ e di contrasto.
Ma questa Ë la nostra UNICA via che percorriamo ogni giorno, qualche compromesso lo possiamo anche trovare, ma non sulle cose essenziali e fondamentali.

RICORDIAMO che l’alimentazione Crudista DEVE essere utilizzataquando si e’ malati, in modo TOTALE senza prodotti di derivazione animale e per un periodo di almeno 3 mesi.

Successivamente, ed a seconda dei casi, l’alimentazione crudista, puo’ essere integrata, con alimenti cotti al 20-30 %, se possibile e molto meglio senza carne.

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CIBI CRUDI e CIBI COTTI….grande differenza !
L’organismo vivente Ë molto sensibile a tutte le influenze nocive e reagisce contro di loro immediatamente. Lo vediamo quando facciamo un’analisi del nostro sangue durante semplici malattie infettive, quando sostanze estranee sono introdotte nel nostro sistema, ecc.. In tali casi il numero dei globuli bianchi cambia e il loro rapporto percentuale Ë alterato. Questa Ë una delle indicazioni di un processo patologico in corso nel nostro organismo.
Anche dopo ogni razione di cibo, si osserva un aumento generale dei globuli bianchi, e un cambiamento del loro rapporto percentuale.
Questo fenomeno Ë stato considerato, fino ad ora, fisiologico e si chiama leucocitosi digestiva. Usiamo, per il nostro cibo, alimenti crudi, prodotti alimentari alterati per mezzo di alte temperature e prodotti alimentari lavorati. Come fa, allora, ciascuno di questi alimenti preso separatamente ad agire sulla nostra formula ematica?

Troviamo che, dopo aver ingerito alimenti crudi, nÈ il numero di globuli bianchi, nÈ il loro rapporto percentuale Ë cambiato.
La semplice acqua potabile non bollita, acqua minerale, sale, diversi prodotti alimentari verdi, cereali, noci, miele, uova crude, carne cruda, pesce crudo, latte fresco, latte acido, burro – in altre parole, i prodotti alimentari nello stato in cui essi esistono in natura, appartengono al gruppo di quegli alimenti che non scatenano alcuna alterazione nella nostra formula ematica.

Dopo il consumo degli stessi alimenti naturali, alterati per mezzo di elevate temperature, troviamo che il numero complessivo dei globuli bianchi Ë cambiato, ma il loro rapporto percentuale Ë rimasto lo stesso.
Dopo il consumo di prodotti alimentari lavorati, non solo il numero di globuli bianchi Ë cambiato, ma anche il loro rapporto percentuale.
A questo gruppo appartengono zucchero, vino, cioccolato in tavolette, ecc.. Tutti i nostri esperimenti hanno dimostrato che non Ë la quantit‡ ma la qualit‡ del cibo che svolge un ruolo importante nella trasformazione della nostra formula ematica, e che 240 milligrammi o anche 50 milligrammi di prodotti alimentari producono la stessa reazione di grandi dosi degli stessi.
Gli esperimenti dimostrano anche che la reazione nel nostro sangue avviene nel momento in cui il cibo entra nello stomaco, mentre la preliminare masticazione del cibo in bocca, riduce questa reazione.

Abbiamo gi‡ detto che gli alimenti crudi, modificati mediante le alte temperature provocano solo un aumento del numero complessivo dei globuli bianchi.
Ma questo fenomeno si verifica solo quando tali alimenti sono riscaldati al punto di ebollizione o si verifica lo stesso fenomeno a
temperature pi˘ basse ?

Sembra che ogni alimento abbia la sua propria temperatura da non oltrepassare con il riscaldamento, altrimenti perde le sue virt˘ originali e scatena una reazione nell’organismo. La semplice acqua potabile, riscaldata per mezz’ora a una temperatura di 87 ∞C non cambia la composizione del sangue, ma questa stessa acqua, riscaldata a 88 ∞C, la modifica.
Abbiamo dato il nome di “temperatura critica” al pi˘ alto grado di temperatura al quale un determinato alimento, puÚ essere cucinato per una mezzora a bagno-maria (metodo di mettere una vaschetta di alimenti in un altro tegame contenente l’acqua per stabilizzare il calore da trasferire al cibo), e mangiato, senza cambiare la nostra formula ematica. Questa temperatura critica non Ë la stessa per tutti gli alimenti crudi.

Essa varia in un intervallo di dieci gradi. La pi˘ bassa temperatura critica per l’acqua Ë di 87∞C; per il latte Ë 88∞C; per i cereali, pomodori, cavoli e banane, 89∞C; per le pere, carne, 90∞C; per il burro, 91∞C; per le mele e arance, 92∞C; per le patate, 93∞C; per le carote, fragole, fichi, 97∞C. I nostri esperimenti dimostrano che Ë
possibile contrastare l’azione di un alimento, una volta che la sua temperatura critica Ë stata superata.
Esistono leggi rigorosamente definite per tutto questo, e la temperatura critica qui svolge un
ruolo primario. Infatti se un alimento cotto viene mangiato con lo stesso prodotto allo stato grezzo non c’Ë reazione.

Il prodotto crudo neutralizza l’azione che questo stesso prodotto cotto, per il quale Ë stata superata la sua temperatura critica, avrebbe scatenato. In altre parole, il prodotto crudo puÚ, per cosÏ dire, ristabilire le virt˘ del prodotto alterato da una temperatura elevata. Una ri-attivazione Ë possibile anche quando due alimenti diversi sono ingeriti, ma con una condizione: la loro temperatura critica deve essere la stessa, oppure la temperatura critica del prodotto crudo deve essere superiore alla temperatura critica di quello surriscaldato.

Se la temperatura critica di un alimento crudo Ë inferiore a quella dell’alimento surriscaldato, la reazione si scatener‡ sicuramente; in questo caso, anche l’aumento della quantit‡ degli alimenti crudi non aiuta.
Questa legge rimane la stessa anche quando il prodotto crudo viene mischiato con diversi altri surriscaldati dalla stessa temperatura critica. Se diversi alimenti cotti vengono ingeriti, ciascuno con una diversa temperatura critica, insieme a cibo crudo, la reazione avviene ugualmente, anche se l’alimento crudo ha una temperatura critica superiore a quella di alcuni degli alimenti cotti.

Ora passiamo al 3∞ gruppo di alimenti, come lo zucchero, vino, ecc., ottenuti da processi produttivi complessi, e che producono la doppia reazione nel nostro organismo. Questi prodotti possono essere consumati senza scatenare alcuna reazione, ma solo quando vengono introdotti nel nostro organismo congiuntamente con almeno due alimenti crudi di una diversa temperatura critica. Anche un solo prodotto grezzo ha un effetto benefico su questo 3∞ gruppo, e li priva di una delle loro propriet‡, cioË la capacit‡ di alterare il rapporto percentuale dei globuli bianchi.

Per quanto riguarda le proporzioni in cui gli alimenti crudi devono
essere aggiunti agli alimenti cotti, vi Ë un minimo non riducibile.
Per l’acqua, per esempio, Ë del 50%.

CONCLUSIONI:
Dopo pi˘ di 300 esperimenti su dieci individui di diversa et‡ e sesso, siamo giunti alle seguenti conclusioni:
L’aumento del numero di globuli bianchi e l’alterazione del loro rapporto percentuale che ha luogo dopo ogni pasto, e che Ë stato considerato finora come un fenomeno fisiologico, Ë, in realt‡, qualcosa di patologico. Esso Ë scatenato dall’introduzione nel sistema dei prodotti alimentari alterati per mezzo di alte temperature e da trattamenti complessi dei semplici prodotti della natura.

Dopo il consumo di prodotti alimentari freschi crudi, prodotti dalla natura, la nostra composizione ematica non cambia in alcun lasso di tempo, nÈ in conseguenza di qualsiasi combinazione.

Dopo il consumo dei prodotti alimentari naturali, ma modificati per mezzo di alte temperature, si manifesta un aumento del numero generale dei globuli bianchi, ma il loro rapporto percentuale rimane lo stesso.
Dopo il consumo di prodotti alimentari naturali alterati dai processi di produzione industriale, si manifesta un aumento del numero complessivo dei globuli bianchi, nonchÈ un cambiamento nel loro rapporto percentuale.

E’ stato dimostrato che Ë possibile ingerire, senza cambiare la composizione ematica, ogni genere di prodotti alimentari che Ë abitualmente consumata, ma solo seguendo questa regola: – devono essere ingeriti insieme agli alimenti crudi, secondo la formula descritta.
In un organismo sano, con il consumo di un alimento, non Ë possibile modificare il rapporto percentuale dei globuli bianchi, senza aumentare il loro numero complessivo.
Gli alimenti non sembrano avere alcuna influenza sulla eosinofilia transizionale e polimorfonucleare (variazione dei leucociti, ndt) ed il loro rapporto percentuale non Ë alterato.
Possiamo cambiare la nostra formula ematica nella direzione che desideriamo con la dieta opportuna.
L’esame del sangue puÚ essere significativo, come diagnosi, se Ë fatto a stomaco vuoto.
Alimento         Temperatura critica (∞C)

acqua potabile        88∞C
Latte                      88∞C
Cereali                   89∞C
Pomodori               89∞C
Cavolo                   89∞C
Banane                  89∞C
Burro                     91∞C
Mele                      92∞C
Arance                   92∞C
Patate                    93∞C
Carote                    97∞C
Fragole                   97∞C

Fonte: Fondazione Lee per la Ricerca Nutrizionale,  Milwaukee 1, Wisconsin.

L’origine etimologica del verbo criticare è “krino”, termine greco che incorpora in sé sia l’idea del giudizio sia quella del discernimento e della scelta. Da questo punto di vista, l’esecuzione, lo studio e l’ascolto di musica, l’acquisto di un disco e, in una parola, tutte le azioni che comprendano una qualsiasi relazione instaurata fra l’uomo e il fenomeno musicale contemplano anche l’esercizio di una capacità critica, ossia, la formulazione di un’opinione. Lo stesso studio dei repertori, delle forme e delle tecniche del passato operato dai compositori passa necessariamente attraverso un atto di selezione che contribuisce in modo determinante alla formazione dei loro linguaggi e stili personali. La critica musicale come professione, o comunque come prassi, dovrebbe pertanto almeno idealmente rifarsi a queste esperienze e tentare di mettere in comunicazione il fatto musicale in tutte le sue forme con il pubblico dei lettori, orientando adeguatamente l’attenzione di quest’ultimo e contribuendo a raffinarne il gusto e le competenze. Per Oscar Wilde, il mestiere del critico pareggiava, e anzi superava per dignità, quello dello stesso artista, dal momento che al primo spettava l’arduo compito di tradurre in verbo e di rendere di conseguenza accessibile ciò che il secondo esprimeva nei linguaggi specifici della propria forma di comunicazione.

Curiosamente, dalla stessa radice greca proviene un altro vocabolo italiano che per molti descrive perfettamente lo stato in cui versa la critica musicale attuale: “crisi”. La condizione del critico professionista che si occupa di musica appare infatti oggi assai più prosaica di quella tratteggiata in precedenza, tanto da indurre non pochi osservatori del panorama culturale contemporaneo a decretarne sic et simpliciter la morte, se non proprio clinica, per lo meno cerebrale.

Vista dalla prospettiva di un normale frequentatore ottocentesco di giornali musicali e non, magari di estrazione alto borghese e di nazionalità francese o tedesca, ma anche italiana, la professione della critica musicale potrebbe sembrare oggi effettivamente defunta. Il giornalismo musicale del XIX secolo, di cui sopravvivono ancor oggi esempi magistrali vergati dalle penne di compositori del calibro di Robert Schumann e Hector Berlioz, era infatti principalmente orientato alla presentazione delle nuove composizioni che si proponevano al pubblico, cui si affiancava immancabilmente una valutazione e un giudizio puntuale, più o meno severo. Scorrendo invece le pagine dedicate alla cultura dai principali quotidiani nazionali odierni, soprattutto italiani, così come dalle riviste specializzate di carattere divulgativo, sarà pressoché impossibile trovare articoli che recensiscano musiche di nuova composizione e, qualora se ne parli, ciò che più conta non è la loro natura musicale intrinseca, quanto piuttosto l’occasione, l’evento in cui queste si sono celebrate. Eccezion fatta per alcuni casi illustri, che appaiono però quasi come epigoni di una generazione passata, la critica musicale sembra essersi oggi ritirata nei pressi di quel margine dell’orizzonte culturale in cui albergano l’aneddotica, la pubblicità e la cronaca mondana, spinta in questo dalle pressioni esercitate in modo più o meno velato dagli operatori del marketing, legittimamente preoccupati di incontrare il favore del grosso pubblico e di assicurare così una vitalità economica a se stessi e ai prodotti da essi commercializzati.

Una tale situazione, va da sé, non è certo passata sotto il silenzio di quanti, musicisti, musicologi e, soprattutto, lettori, hanno a cuore la preservazione e lo sviluppo dell’acculturazione musicale del proprio paese: dalle osservazioni e dalle lamentele di questi è fiorito un recente dibattito, raccolto peraltro con estremo interesse da molti giornalisti del settore, da cui sono scaturiti alcuni “identikit” aggiornati del critico musicale, delle strategie operative che auspicabilmente dovrebbe intraprendere e delle finalità della sua professione.

Chi è il critico musicale

Nel tracciare un profilo attuale del giornalista musicale modello, uno dei temi più importanti è certamente la definizione delle competenze che egli sarà in grado di mettere in campo sia al momento della fruizione della musica, ascoltata in concerto o in disco, sia nella fase della produzione vera e propria della recensione. È indubbio che la storia della critica musicale ottocentesca e novecentesca sia costellata da nomi il cui contributo allo studio della storia della musica, delle tecniche compositive e dell’estetica testimonia un’ineccepibile preparazione specifica: basterà citare i nomi di E. T. A. Hoffmann, Eduard Hanslick, Cahrl Dahlhaus e Donald Francis Tovey per ottenere un’idea di l’esercizio della critica possa fondarsi sull’approfondimento analitico e su una conoscenza capillare del fatto musicale. Non bisogna però dimenticare che, come insegna un’importante corrente del giornalismo musicale italiano, per stilare validi resoconti di un evento non è necessario partire da una formazione accademica specifica. Molti fra i più noti e celebrati maestri della critica italiana, come per esempio Massimo Mila, Rubens Tedeschi ed Eugenio Montale, per citare tre esempi autorevoli e molto diversi fra loro, provengono infatti da studi classici, benché ovviamente corroborati da un’assidua frequentazione dei repertori musicali. Certo, da chi sceglie di fare della musica una professione ci si aspetterebbe quantomeno che sappia leggere una partitura; tuttavia ciò su cui tutti gli osservatori che si sono espressi sull’argomento concordano è che la qualità principale del critico è l’esperienza acquisita in lunghi anni di assidua ed attenta partecipazione alla vita musicale. Da essa dipendono la sua capacità di riconoscere i tratti significativi di una composizione o di un’esecuzione e quella di sottoporli al vaglio della propria opinione e del proprio gusto, entrambe indispensabili per potersi porre in modo consapevole di fronte alle domande che il pubblico dei lettori vorrà presumibilmente porre al critico. A differenza del musicologo, che, forse erroneamente, si suppone debba parzialmente prescindere dalle proprie inclinazioni estetiche per valutare in modo scientifico l’oggetto delle sue ricerche, il critico musicale è chiamato ad esprimere pubblicamente e a sostenere un’idea personale, la cui pretesa di verità vanta eguali diritti di tutte le altre opinioni simili, quando sufficientemente informate. Tale presa di posizione si potrà fondare in misura variabile su osservazioni di natura tecnica, purché accessibili ai destinatari della critica, su considerazioni estetiche, su impressioni personali e su constatazioni derivate dalla conoscenza e dalla frequentazione dei brani presi in esame. In ogni caso, la recensione non deve essere vista come il momento conclusivo del discorso sulla musica di cui si parla, ma come punto di partenza per un dialogo, anche virtuale, con le conclusioni espresse dalla voce autorevole dell’estensore, o anche solo come incentivo per il lettore alla verifica di tali conclusioni con gli strumenti della propria capacità di discernimento. L’esercizio della critica musicale impone quindi una certa dose di parzialità e soggettività, certamente mediate dalla consapevolezza, come presupposti per la formulazione di un giudizio personale. Essa impone infine anche un grado sufficiente di libertà nella scelta dei soggetti da trattare (non esiste infatti critica più temuta da un musicista del “silenzio stampa”) e dei contenuti da proporre, entrambi spesso predeterminati da scelte redazionali o da convenzioni dettate da un galateo culturale che predilige l’annuncio e la presentazione di un evento al resoconto e al giudizio su esso.

Di cosa parla la critica oggi

Che la critica musicale parli di musica non è un dato né scontato né universalmente accettato. Ne è indicazione evidente lo spostamento delle recensioni musicali dalle pagine culturali dei quotidiani (le vecchie “terze pagine” ormai diventate “penultime”) a quelle dedicate agli “spettacoli”, trasloco che sembra voler indicare una progressiva valorizzazione del carattere di evento dell’esecuzione musicale a discapito dei contenuti che questo vorrebbe veicolare. Buona parte della critica musicale di oggi parla di star, di finanziamenti pubblici, di sponsorizzazioni, di restaurazioni, di politiche culturali e di grandi valori sociali. E anche di musica, ma in modo quasi surrettizio. Le richieste che spesso pervengono alle testate giornalistiche sembrano invece testimoniare un desiderio di tornare a concentrarsi sull’offerta delle stagioni concertistiche e, soprattutto, sull’esecuzione, sulle qualità artistiche sprigionate dagli interpreti e sulla loro capacità (o, eventualmente, incapacità) di fornire agli ascoltatori un’esperienza musicale degna di essere ricordata e commentata. In questo senso, non fa differenza se si tratti di musica “colta” o “popular”, se il concerto si sia tenuto in un prestigioso teatro settecentesco o in uno stadio gremito da una folla urlante: ogni esecuzione trasmette sensazioni, messaggi e idee passibili di essere recepite, meditate, verbalizzate e lette, in un circuito virtuoso tanto per gli addetti ai lavori quanto per il pubblico, effettivo o potenziale.

Dal canto suo, chi scrive per un quotidiano, per un settimanale o per una rivista di larga diffusione deve tenere in debita considerazione le esigenze e la preparazione dei destinatari del suo lavoro: abbiamo già notato come un linguaggio troppo denso di tecnicismi, se non corredati da un’opportuna spiegazione, rischia di sortire l’effetto di disorientare e allontanare i lettori. D’altra parte, un’esposizione esclusivamente metaforica e costellata di aggettivi generici tende ad appiattire le specificità delle opere seguite e della qualità dell’esecuzione. Di un concerto caratterizzato da esecuzioni “impeccabili”, assoli “mirabolanti”, e “superbi” arrangiamenti, si può forse intuire che è stato apprezzato, ma non si capisce perché. La critica che si pone come obiettivo la veicolazione di un’idea maturata su un’esperienza musicale sarà piuttosto chiamata a focalizzare pochi elementi delle composizioni e dell’esecuzione, anche uno solo, e attraverso essi aprire al pubblico il proprio punto di vista sul tutto, addentrandosi nei dettagli soltanto nella misura necessaria a rendere evidenti le motivazioni e gli obiettivi delle proprie osservazioni. D’altra parte, non è possibile individuare uno stile peculiare della critica musicale, un modello perfetto che raggiunga e coinvolga in ugual modo l’erudito, l’appassionato, il musicologo, il curioso e il musicista di professione. È stato infatti più volte affermato che ogni buon critico inventa ed esaurisce il proprio stile personale, che potrà essere di stampo prevalentemente letterario o cronachistico, indulgente o severo, eppure sempre efficace e apprezzato.

A cosa serve la critica

Il recente tramonto della figura del critico musicale professionista è in qualche modo legato a un interrogativo rimasto aperto sulla sua funzione, sia all’interno del contesto in cui il suo contributo prende forma e acquista visibilità (quotidiani, riviste specializzate, telegiornali, ecc…) sia in quello più ampio del pubblico cui tale lavoro è destinato. Da un punto di vista prettamente pratico, la recensione musicale è un articolo di cronaca ed ha a che fare quindi principalmente con l’informazione. Essa deve rendere conto di un avvenimento e fornire ai propri lettori le indicazioni necessarie per comprenderne la natura, la qualità, gli esiti e le finalità. Dal momento però che l’avvenimento di cui si occupa il recensore è, almeno in linea di principio, veicolo di contenuti e messaggi artistici, egli sarà chiamato ad informare il pubblico anche sulla loro portata culturale, sul contesto storico in cui si colloca il repertorio proposto (soprattutto se si parla di musiche poco conosciute) e sui suoi presupposti estetici. Persino il tanto deprecato preannuncio di uno spettacolo è potenzialmente capace di dare una corretta informazione ai potenziali spettatori, mettendoli nella condizione di prepararsi al meglio al programma che si apprestano ad ascoltare e indirizzandone opportunamente l’attenzione. Da presentazione e resoconto, l’articolo del critico diviene quindi un mezzo di diffusione della cultura, uno strumento quasi didattico finalizzato all’estensione dell’educazione alla musica. Esso si fa carico di fornire delle risposte chiare alle domande dei lettori, di rendere le loro stesse impressioni più consapevoli ed articolate, di collegarle a fatti musicali, di creare la curiosità e l’interesse che stanno alla base della fioritura della vita artistica di una città o di una nazione. E in questo possono rientrare anche le considerazioni, non direttamente legate alla performance, relative agli interpreti, agli enti che promuovono e sostengono le attività concertistiche e discografiche, alla loro situazione economica e alle possibilità d’intervento delle istituzioni pubbliche. Tutte queste notizie fanno effettivamente parte del panorama che rende possibile l’esistenza stessa di un circuito musicale attivo, il cui centro è, e deve continuare ad essere, al musica. di (NB)

caffèUn’alternativa alla cosmesi tradizionale? Utilizziamo un prodotto “green” davvero sorprendente: i fondi del caffé.
Proprio così, i fondi di caffé non sono solo rifiuti organici da buttare nell’umido ma si prestano a molteplici utilizzi dal compostaggio alle creme anticellulite!

I fondi di caffé sono ottimi come fertilizzanti naturali perché sono ricchi di sostanze nutritive ma si può anche preparare un’ottimo esfoliante per la pelle. Basta applicarli sulla pelle umida mentre si fa la doccia e poi massaggiare energicamente e risciacquare bene.

Come impacco, rendono i capelli scuri più luminosi. Basta applicare il caffè avanzato sui capelli prima dell’ultimo risciacquo ed il risultato è davvero meraviglioso!

Aiutano a combattere la cellulite. Ecco una ricetta percombattere la cellulite con il caffé.

Ma i modi di impiego sono tantissimi e possono, senz’altro, contribuire a tenere pulito l’ambiente. Eccone alcuni esempi.

Si possono eliminare i cattivi odori, spargendo la polvere sul fondo del bidone della spazzatura così come nel frigo, se ci avete messo un cibo un pò puzzolente, una ciotolina con i fondi li spazzerà via.

Inoltre si possono tenere lontani formiche e altri animaletti, lasciando una “traccia” di caffé nei buchini dove si pensa che si annidino. Ne hanno paura perché “annegano” dentro la polvere finissima.

Per distogliere i gatti dall’orinare nei vasi di fiori, spolverizzare la terra con il caffé. Non ne sopportano l’odore pungente.

Come anti-macchia sono molto efficaci, basta cospargere il punto dove c’è lo sporco e strofinare. Se poi avete un bel mobile in legno scuro che si è graffiato, il fondo ridotto ad una pasta se mescolato ad una crema, servirà a coprire i segni.

Senza contare le virtù dei fondi di caffè per rendere più acido il terreno per le piante di tipo acidofilo (ideale come additivo per esempio per chi ha le rose sul balcone o in giardino).

Guarda la Gallery sulle applicazioni dei fondi di caffé!

Ma non finisce qui. Da alcune ricerche è emersa la possibilità di utilizzo per la produzione di un bio-combustibilee la possibilità di realizzare dispositivi per la rimozione dei metalli pesanti da acque contaminate.

Anche il design però vuol dire la sua: è il caso dell’olandese Matthijs Vogels, uno studente dell’Accademia di Design di Eindhoven, dai fondi di caffé ricava persino le tazzine ed i piattini (vedi immagine sotto). I piattini e le tazzine sono ovviamente compostabili.

Infine, l’azienda londinese Re-worked ha sperimentato un metodo per trasformare i fondi di caffé in oggetto di arredamento come tavoli e sedie. Il materiale ecologico, inventato dal gruppo di designer dell’azienda, si chiamaCurface, ottenuto mescolando al caffé la plastica riciclata.

Insomma, i fondi di caffé sono un materiale davvero eclettico e sono certa che, dopo avere letto queste poche righe su alcune sorprendenti modalità di riuso, non li vedrete più come rifiuto, ma come vera risorsa!

Ha ragione il M°Muti, cantanti e registi che sono residenti nelle famose isole fiscali l’Italia è piena, anche qui a Parma ne sabbiamo qualcosa. Spesso questi cantanti sentenziano anche  regole e ricevono contributi per organizzare manifestazioni culturali. Non sono per bruciarli al rogo, ma diamoci regole chiare come ci sono in Germania dove tutti gli artisti che lavorano e ricevono contributi statali versono direttamente alla fonte la percentuale delle tasse, anche se sei residente a Montecarlo. Naturalmente se sei cittadino Tedesco le tasse ti vengono detratte secondo i tuoi guadagni, quindi non conviene essere cittadino di un altra nazione per evadere le tasse, verresti tassato due volte….. A parte queste considerazioni spero per la Freni che sia solo un errore, magari come quello di Pavarotti che ha pagato in tre rate. Trovo veramente triste che artisti di questo calibro non si rendano conto che usando queste tattiche uccidono l’amore per l’arte e non aiutano certamente i giovani artisti. Come fanno poi artisti come Bocelli a presentarsi alla televisione nazionale e farci anche il predicozzo sull’esistenza di Dio, magari io punterei di più ad avere un vita corretta verso il genere umano, perché li trovi Dio…… con affetto  cF

La soprano Mirella Freni è indagata dalla procura di Bologna per riciclaggio ed esportazione di valuta all’ estero nell’ ambito dell’ inchiesta sulla banca Ber. L’ artista, 76 anni, sarà sentita dagli inquirenti per chiarire la sua posizione in seguito all’ avviso di chiusura indagini inviatole dal sostituto procuratore Scandellari. Per l’ accusa, si sarebbe resa responsabile di esportazione di denaro in violazione delle norme antiriciclaggio. La soprano sostiene di aver avuto un conto alla Ber chiuso dopo che le erano sorti dubbi sulla banca.

ROMA – All’inizio fu Pavarotti. L’anno era il 2000 e il celebre tenore fu rinviato a giudizio con l’accusa di non aver pagato le tasse in Italia approfittando di una residenza, ritenuta fittizia, a Montecarlo. Finì che patteggiò con il fisco e pagò: 25 miliardi di vecchie lire.
Ora è Riccardo Muti a tuonare contro «direttori, registi e cantanti, che non hanno la residenza in Italia». «Io ho la residenza in Italia, molti miei colleghi no. È una loro scelta e ognuno è libero di fare quello che vuole. Però non sopporto chi poi polemizza contro la politica e i ministri. Non si può tenere la residenza fuori dall’Italia e poi sputare sul proprio paese».

Il maestro, che ieri sera ha inaugurato la stagione dell’Opera di Roma con il «Macbeth» per la regia di Peter Stein, presente anche il presidente Napolitano, è intervenuto ai microfoni di Armando Torno per Radio 24. Occasione l’ennesimo premio conferito al musicista napoletano, il «Paolo Borsellino, eroe italiano», «per gli altissimi meriti artistici e morali».

La consegna è prevista mercoledì a Catania. La motivazione parla di Muti come «leggenda vivente della direzione, “a proud italian” che ha sempre considerato l’arte quale veicolo per un militante impegno civile, come attestano le sue tante testimonianze nelle aree martoriate da fame e violenza, a Ground Zero come a Sarajevo fino alle bidonville di Nairobi».

«È chiaro che questo premio verrà tassato ma sono comunque contento di avere la residenza fiscale in Italia», – ha aggiunto Muti nella polemica intervista, senza fare nessun nome.

Ma è noto che nel mondo dello spettacolo sono tanti gli artisti che hanno residenza all’estero. O che hanno avuto problemi con il fisco. Da Andrea Bocelli a Tiziano Ferro a Umberto Tozzi, Katia Ricciarelli, Luca Barbarossa, Giorgio Faletti e Zucchero. Proprio ieri s’è diffusa la notizia che Mirella Freni è indagata dalla procura di Bologna per riciclaggio e esportazione di valuta all’estero nell’ambito dell’inchiesta sulla banca Ber. Il celebre soprano, 76, anni ha detto di aver avuto un conto, chiuso circa un anno e mezzo fa. E s’è detta pronta a chiarire la sua posizione…

Considerando che la musica più praticata nelle sale da concerto è quella del passato e non quella del presente, è lecito chiedersi se la funzione dell’interprete oggi si svolga ancora allo stesso livello di quello vigente nei decenni passati. Negli anni 30 ad esempio erano ancora attivi come concertisti compositori quali Rachmaninov, Bartok e Prokofiev, negli anni Sessanta Stravinsky dirigeva ancora regolarmente le sue composizioni, per indicare alcuni autori fra gli ultimi a conquistarsi un posto permanente nel repertorio, che nel contempo furono anche interpreti delle loro opere (costringendo gli altri esecutori a tenere conto quindi non solo della loro estetica compositiva ma anche della loro prassi esecutiva). Più addietro troveremmo un Debussy o un Saint-Saëns interpreti delle loro stesse musiche. Anche Brahms come pianista vantava qualità di primo piano che costituirono un referente interpretativo “autoriale”, meritevole di lasciare il segno quanto quello lasciato da grandi interpreti dalle carriere luminose come, per quanto riguarda la sua musica, fu quella di un Joseph Joachim. Tutti i compositori che popolano gli attuali cartelloni concertistici sono invece da tempo defunti. Sui palcoscenici delle sale di concerto le figure “autoriali” sono scomparse, lasciando il posto a interpreti legittimati nel ruolo proprio di mediatori. Di questa mediazione si parla spesso, a fronte dell’instaurazione di un regime che ha praticamente cancellato la contemporaneità creativa declinando la musica ormai al passato, creando con i grandi della storia musicale (Bach, Mozart, Beethoven, ecc.) un rapporto oltre il tempo, come fossero loro quasi i referenti delle nostre esigenze espressive e non già i compositori oggi viventi (sempre più estranei al sentire comune). Al di là delle ragioni di mercato che fomentano questa forma di polarizzazione (non riscontrabile ad esempio nelle arti figurative che, con le esibizioni dei contemporanei, attirano ancora folle nei musei e nelle gallerie), vi è certamente una ragione costitutiva nel modo in cui la musica contemporanea ha imboccato strade che l’hanno allontanata dal pubblico. Non è qui il caso di discettare su queste ragioni. Basta constatare che gli interpreti per la prima volta sono confrontati con problemi di scelta esecutiva di nuovo tipo. L’interesse per la ricostituzione della prassi esecutiva d’epoca, ormai comunemente adottata per quanto riguarda la musica barocca, ne è la spia. Un secolo fa questo non era per niente un problema, non perché non esistessero studi musicologici in grado di orientare sulle diverse modalità interpretative della musica del passato, ma perché essa era percepita non come una realtà distinta (storicizzata) ma come un patrimonio annesso alla musica di quel tempo, con la quale faceva un tutto organico. Nella musica di Mendelssohn si rispecchiava la sua frequentazione di Bach, in Brahms quella di Beethoven, in Reger quella di Bach e di Beethoven insieme [Casella quella di Scarlatti, in Poulenc quella di Couperin e via dicendo]. La mediazione con il passato passava allora attraverso i compositori, attraverso la loro estetica compositiva, più che attraverso gli interpreti. Oggi, venendo a mancare il referente compositivo condiviso, non sono più i compositori a dirigere l’ascolto (men che meno i compositori-interpreti di cui non c’è più traccia), ma gli interpreti tout court, i quali in questo senso vivono una sorta di disorientamento. L’affermarsi della ricostituzione della prassi esecutiva d’epoca ha la funzione di colmare questo vuoto, che non a caso non riguarda più solo la musica del Sei o del Settecento, ma significativamente concerne già Mozart, Haydn, su fino a Beethoven, Mendelssohn, Brahms addirittura, come dimostrano i vari Brüggen, Harnoncourt, Norrington, ecc. Si determina così un paradosso: da una parte nei programmi concertistici attuali troneggiano i grandi di quelle passate stagioni, adottati dal pubblico come se fossero parte del mondo d’oggi a surrogare ciò che come manifestazione contemporanea non arriva più a radicarsi (in pratica a colmare il vuoto lasciato da una musica moderna diventata estranea al sentire dominante), dall’altra gli interpreti chiamati a mediarli si rendono sempre più conto della distanza di concezione estetica che da loro ci separa e che pone problemi di correttezza di lettura. Per quel che riguarda il pianoforte lo possiamo già capire da com’è diventato lo strumento moderno, dalla sonorità potente e modulata quale non era all’origine. Il ripristino occasionale del “fortepiano” ci rende evidente il carattere sovrastrutturale delle esecuzioni moderne di quegli autori, nel senso che la nostra coscienza proietta su di loro una dimensione che non è quella dello ieri bensì quella dell’oggi. Ora, se nella Vienna di fine Settecento l’interesse per Bach e per Händel era coltivato ad esempio da un pioniere della ricerca antiquaria quale fu il Barone van Swieten (con l’incarico a Mozart di rifare la strumentazione del Messia e di altre opere del precedente passato in modo da renderle compatibili con le abitudini del tempo), oggi è maturata una coscienza storica che chiede giustificazione a tale tipo di annessione, un grado di consapevolezza culturale che ha portato a distinguere nettamente i piani estetici.

A un attento esame ci accorgiamo però che il cosiddetto ripristino della prassi esecutiva originale non dipende tanto dall’applicazione di norme interpretative desunte dai trattati d’epoca (dalla cosiddetta filologia), bensì piuttosto da modelli maturati nell’ambito estetico della musica del Novecento, nel versante che da Stravinsky a Bartók, Prokofiev, Poulenc, Milhaud, ecc. ha segnato lo stacco dalla superfetazione espressiva del secolo precedente. In altre parole il vero passaggio è stato effettuato dapprima a livello compositivo, soprattutto grazie alla stagione del “neoclassicismo” degli anni Venti e Trenta deliberatamente confrontata con i modelli del passato, che in seguito su quelle nuove musiche ha formato schiere di interpreti indotti ad adottare uno stile e una maniera improntati a un’idea costruttivistica, tesa a valorizzare i vettori energetici della scrittura anziché psicologistica (cioè incline ad evidenziare i sottintesi emozionali) tipica dell’eredità romantica. Le esasperazioni dinamiche, la ricerca della carica sonora materica, la velocizzazione sono manifestazioni di questo filone, che non solo guida gli interpreti del Barocco nella lettura che ci ostiniamo a definire “filologica” (mentre si tratta soprattutto di un’attualizzazione della musiche di quei tempi lontani), ma orienta anche coloro che affrontano il repertorio ottocentesco sugli stessi strumenti che quel secolo ci ha consegnato (in primis il pianoforte nella specie del “gran coda”), in una ricerca che li sottopone a diversa sollecitazione.

Martha Argerich ne è un esempio supremo per il senso strutturale della sua concezione interpretativa, che nella lettura di un Prokofiev o di uno Sostakovic (dalla nervatura geometrica della loro scrittura) ricava le linee di sviluppo di una conduzione del discorso che nulla concede all’enfasi e all’aura della religione del suono, sempre mantenuto a livello del fisico sentire, della pulsazione della materia sonora. Parlando di questo suo modo di aggredire la tastiera, “selvaggio” ed “esplosivo”, troppo spesso si è insistito sul suo temperamento “leonino” e “demonico”, quasi fosse la manifestazione di un carattere individuale. In verità la sua potente forza d’urto, lo slancio a volte forsennato, il travolgente impulso ritmico delle sue esecuzioni sono soprattutto il risultato del suo essere pienamente donna del Novecento, di un secolo che, attraverso la tecnica, l’urbanizzazione, la moltiplicazione dei rapporti tra le persone, non ha trasformato solo il paesaggio esteriore ma anche quello interiore dell’uomo.

Martha Argerich è l’incarnazione di questa sensibilità, che non solo ne fa l’interprete perfetta degli autori moderni citati ma che la dispone verso il repertorio ottocentesco come artista in grado di riprodurlo a un livello capace di estenderne la portata fino ad attualizzarli. Ascoltando il suo Beethoven o il suo Schumann non ripercorriamo solamente le stazioni di epoche passate, con gli incantamenti della poetica del caso che ella è capace di rivelarci, ma vi troviamo anche quegli aspetti che collegano la loro concezione estetica a ciò che in seguito si sarebbe sviluppato come dimensione compositiva giunta a lasciare dietro di sé la foga passionale del sentimento romantico, i pallidi tremori del decadentismo, l’impalpabile bruma dell’impressionismo, aprendo le coscienze al recupero dei valori strutturali dell’espressione musicale.

Per questa via possiamo affermare che, se la composizione contemporanea ha in un certo senso subìto la messa al bando, nelle sale di concerto non assistiamo necessariamente a un puro fenomeno di restaurazione del passato, ma piuttosto a una sua rilettura in forme che, nel perfetto equilibrio che artisti quali Martha Argerich sono in grado di assicurare in questa complessa dialettica, porta a una sorta di supplenza. Apparentemente al compositore contemporaneo è tolta la possibilità di dominare la ribalta, ma l’estetica contemporanea l’ha comunque vinta, grazie alla maturità dei grandi interpreti che l’hanno assimilata e che la vivificano attraverso la loro lettura moderna dei capolavori del passato.

Carlo Piccardi

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